Archive for maggio, 2020

maggio 27, 2020

RICORDO DI WALTER TOBAGI


di UGO FINETTI

“Stiamo dando l’addio a un uomo buono, a un lavoratore serio, mite e giusto”: così l’arcivescovo Carlo Maria Martini al funerale di Walter Tobagi il 30 maggio 1980. L’omelia proseguiva citando la Passione: “Mi hanno odiato senza ragione”. Come poteva un “uomo buono” aver provocato un tale odio da sfociare nell’assassinio? Nell’odio per Tobagi vi era anche invidia. A 33 anni era già un promettente storico alla Statale, il più giovane inviato del “Corriere della Sera”, un leader sindacale vincente che aveva rovesciato la maggioranza nel cdr del “Corriere” e poi nell’Associazione lombarda.
Sin dalla “Zanzara” era andato controcorrente bollando “il conformismo dell’anticonformismo” tra i giovani “figli di papà” del liceo Parini e poi nei suoi libri di storia, come “La rivoluzione impossibile” sull’attentato a Togliatti, irridendo la “storiografia sessantottesca” che faceva entrare gli avvenimenti “nella mitologia senza passare dalla storia”.
L’opposizione nel sindacato dei giornalisti, a quello che Eugenio Montale aveva definito “soviet di redazione”, fu quindi naturale. Ricordiamo alcuni esempi del cdr retto dai comunisti alleati con estrema sinistra: processo in mensa e comunicato di condanna di un articolo critico del “pansindacalismo” (caso Zappulli), e nel 1975 blocco di un editoriale di critica al regime militare filocomunista in Portogallo (caso Ronchey) e censura del titolo sulla chiusura del quotidiano socialista a Lisbona, trasformato da “I comunisti occupano il giornale socialista” in “Tensione tra Pc e socialisti” (caso Carnevali): nel 1976 fermo delle rotative con in stampa un articolo su un’assemblea all’Alfa (caso Passanisi).
Contro questo sindacalismo-soviet Tobagi animò una opposizione vincente in nome di professionalità e libertà del redattore: mettendo insieme non solo socialisti, cattolici e liberaldemocratici, ma anche chi aveva idee anarchiche o comuniste.
Non si tratta di criminalizzare gli avversari di Tobagi, che guidò in campo nazionale l’opposizione alla maggioranza della Fnsi (tra cui c’erano anche molti socialisti che la pensavano diversamente): ma di ricordare il fatto che soprattutto a Milano si era lasciata creare una “zona grigia” in pieno terrorismo e ci si era abbandonati ad attacchi esagerati contro Tobagi, tanto che le registrazioni degli animati dibattiti in “Lombarda” furono fatte sparire dopo il delitto.
Ma è sul fronte di inviato sui fatti di terrorismo che Tobagi si distinse per spessore di analisi. Era all’epoca prevalente il riflesso condizionato secondo cui se il terrorismo è di destra si allarga il possibile coinvolgimento – “strage di Stato”, “doppio Stato” – mentre di fronte al terrorismo di sinistra si restringe al massimo e si nega il minimo coinvolgimento: i terroristi sono isolati, sbandati e semmai manovrati in realtà da destra. Tobagi – sulla scorta anche della sua formazione di storico – approfondiva invece le idee e la cultura del terrorismo: quelle che Robert Conquest definì “le idee assassine”.
A Tobagi si deve in quegli anni la seria messa a fuoco del piano inclinato da estremismo a violenza, a “zona grigia” e a lotta armata. Proprio nelle settimane precedenti era stato oggetto per questo di violenti attacchi dall’”Unità” per aver segnalato l’esistenza di “proselitismo Br in fabbrica”. Nell’aprile 1980 il quotidiano del Pci lo definì “corvo della conservazione”, “anima antioperaia e antipopolare”. E’ da ricordare che le parole di Tobagi rispecchiavano quanto sostenuto all’epoca con tono anche più forte da Giorgio Amendola, che nel novembre 1979 aveva denunciato “un rapporto diretto tra violenza in fabbrica e il terrore”.
Tobagi aveva anche in questo caso animato un giornalismo di denuncia della “zona grigia” e si era esposto nel contestare apertamente i terroristi sostenendo l’azione di magistrati come Emilio Alessandrini e di Dalla Chiesa. Ed è appunto il generale Dalla Chiesa che parlando alla Commissione Moro – in luglio, quando aveva già messo sotto controllo gli assassini – evidenzia il carattere “mafioso” della sua uccisione. Secondo Dalla Chiesa i giornalisti fiancheggiatori delle Br agli inizi del 1980 rischiavano di essere isolati e individuati: “I pochi che erano riusciti fino ad allora a rimanere mimetizzati nella massa hanno corso il rischio di restare in evidenza”.
L’assassinio aveva avuto l’effetto intimidatorio di riportarli al coperto: “Il fatto del Tobagi ha riportato tutti a un livello inferiore, mimetizzando anche quei pochi che temevano di rimanere in vista”. Il testo di rivendicazione ebbe un ruolo determinante per questo effetto intimidatorio proprio per la sua “professionalità”. Che il documento – almeno “per il 90 per cento” del testo- non fosse opera dei giovani assassini è soprattutto la conclusione a cui arrivò il procuratore generale di Milano, Adolfo Beria d’Argentine, dopo averlo diviso in 14 brani e raffrontato le versioni su di essi date da Barbone a Dalla Chiesa, al Pm, al giudice istruttore e infine in Tribunale (con l’aiuto di un nucleo specializzato dei carabinieri e usando anche “l’analisi Psi” consegnata da Craxi agli inquirenti).
Anche la polemica di Craxi sull’informativa del dicembre 1979 è meno rilevante di quanto è stato sostenuto dal giudice Guido Salvini, secondo cui vi furono altre informative “successive”, “più esplicite”, poi “scomparse”. A ciò si aggiunge la Corte europea, che ha condannato l’Italia per la condanna dei giornalisti Magosso e Brindani che se ne sono occupati. Sono quindi autorevoli magistrati che in modo argomentato mettono in discussione la spontaneità e la completezza del “pentimento”.
Va anche ricordato che un “processo Tobagi” non vi fu: nel senso che nel 1983 si celebrò un maxi processo, frutto di nove istruttorie separate, in cui l’omicidio di Tobagi era uno degli oltre 800 capi di imputazione e l’assassino uno dei 164 imputati: nel ruolo – per di più – di testimone dell’accusa.
Al termine il tribunale riconobbe l’imputato colpevole, e dopo averlo condannato a solo 8 anni e 9 mesi ne ordinò l’immediata scarcerazione (affidandolo ancora per un anno ai domiciliari). Il processo si concludeva così con il padre della vittima in lacrime e l’assassino raggiante.

maggio 23, 2020

GILLES MARTINET

di Giuseppe Giudice

Doveroso ricordo di uno degli esponenti più interessanti del socialismo francese. Lo ricordo perché le sue riflessioni ed i suoi libri hanno avuto una importante impronta sulla mia formazione politica. In particolare il suo libro “La Conquista dei Poteri” che è del 1968 (ma fu pubblicato in italiano qualche anno dopo con prefazione di Riccardo LOmbardi). In quel libro , per la prima volta emerse quel felice ossimoro “Riformismo Rivoluzionario” con riferimento al pensiero di diversi esponenti della sinistra italiana sia socialista che comunista: LOmbardi , Basso, Foa fino a TRentin ed Ingrao. Riccardo Lombardi fece proprio questo termine e lo sviluppò. Del pensiero di Martinet ne ho parlato in altri post. Voglio solo ricordare il suo percorso politico. Inizialmente iscritto alla gioventù comunista, uscì dal PCF , dopo le “purghe ” staliniane e nel 1938 aderì alla SFIO. Uscì dalla SFIO alla fine degli anni 50 per protesta contro il sostanziale sostegno del partito alla guerra d’Algeria. E fu tra i fondatori del PSU (partito socialista unificato) con Rocard ed altri fuoriusciti dalla SFIO, e con l’ex Trotzkista Jean Poperen. Del resto proprio la lotta alla guerra d’Algeria fu uno dei tratti caratteristici del PSU. Partito della sinistra socialista , ma più vicino alle posizioni di LOmbardi che del Psiup (mantenendo comunque rapporti con i settori non filosovietici di quel partito. Il PSU era fortemente critico verso la SFIO, ma anche verso il “socialismo reale”, autonomista nei confronti del PCF (pur nella disponibilità alla collaborazione). Ed a cui aderirono molti cattolici di sinistra. Era teorico di un socialismo autogestionario. Comunque Martinet , dopo lo scioglimento della SFIO e la formazione ad Epinay nel nuovo PS di Mitterrand ,vi aderì (anche se pare che non avesse grandi simpatie per Mitterrand stesso) e contribuì il modo determinante al programma ed al progetto del nuovo partito. Nel 1981 Mitterrand lo nominò ambasciatore in Italia. Dopo gradualmente abbandonò l’attività politica diretta. Era sposato con la figlia di Bruno Buozzi (ed aveva un discreta conoscenza dell’italiano) che fu esule per molti anni in Francia.

maggio 22, 2020

Richard Wagner.

22 maggio 1813, nasce il grande compositore anarchico RICHARD WAGNER, grande amico di BAKUNIN

La partecipazione attiva di Wagner ai moti rivoluzionari di Dresda è sicuramente la più palese manifestazione della sua ideologia, che trova un’ampia formulazione teorica in tre importanti scritti: Arte e Rivoluzione (Kunst und Revolution) e L’opera d’arte dell’avvenire (Das Kunstwerk der Zukunft), entrambi del 1849, e Opera e dramma (Oper und Drama), del 1851.
In quest’ultimo tratt…Continua a leggere

maggio 21, 2020

Non chiamateli eroi.

L'immagine può contenere: una o più persone, scarpe e spazio all'aperto
Potere al Popolo

I NOSTRI EROI GIA’ DIMENTICATI: GLI INFERMIERI NON CI STANNO! AL FIANCO DELLE/DEGLI INFERMIERE/I!

👩‍⚕️👨‍⚕️ Questa mattina, A Torino, sotto il palazzo della Regione si sono dati appuntamento gli infermieri del Piemonte per protestare contro le ennesime promesse non mantenute.

Durante la fase 1 dell’emergenza li abbiamo sentiti etichettare come “eroi” dalle istituzioni di ogni livello, compresi coloro che negli anni avevano concorso a smantellare il servizio pubblico e precarizzare proprio il personale medico ed infermieristico.

“A marzo dicevano che avrebbero aumentato i nostri stipendi e invece a maggio gli eroi sono già dimenticati. Non ci avete fatto i tamponi – ha detto il sindacalista – abbiamo indossato sacchi della spazzatura e pannoloni sotto le tute, perdendo la nostra dignità. A noi è toccato disinfettare i morti, a volte fare i sacerdoti. Siamo stati lontani dalle nostre famiglie, molti di noi sono stati abbandonati, ma nonostante tutto abbiamo continuato a lavorare, in prima linea tirando l’Italia fuori da questo pantano”.

Gli/le infermieri/e del Piemonte hanno deciso di farsi sentire per pretendere che le promesse vengano rispettate: un bonus per il lavoro svolto in questi mesi e che ha causato la morte di 40 colleghi in regione, la garanzia di investimenti per garantire maggiore sicurezza sul lavoro, la stabilizzazione dell’enorme personale precario.

Non chiamateli eroi se poi li abbandonate.

maggio 20, 2020

Lagane e ceci del Cilento.

Descrizione e storia della ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Le lagane e ceci sono una tradizionale ricetta molto diffusa a Castellabate e nel Cilento. Le lagane sono una tipologia di pasta a striscioline larghe composta semplicemente da acqua e farina. Le sue origini sono antichissime, risalgono infatti ai tempi dei greci, i quali cucinavano le lagane sulle pietre roventi e le condivano con i ceci. Il Cilento poi è la patria dei ceci di Cicerale, una di una particolare tipologia di ceci rotondi, dal sapore intenso, di dimensioni leggermente più piccole e dal colore lievemente più dorato di quelli comuni. I ceci di Cicerale si sposano perfettamente con le lagane, creando così un primo piatto dal sapore antico, che nel Cilento per rievocare la tradizione viene servito nelle classiche scodelle di terracotta.

Advertisement

Lagane e ceci del Cilento

Ingredienti ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Gli ingredienti necessari per la preparazione della ricetta sono:

  • 200 g di farina di semola
  • 200 g di farina integrale
  • 300 g di ceci secchi
  • 10 pomodorini
  • olio EVO del Cilento
  • acqua tiepida
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cipolla di Vatolla
  • sedano
  • alloro
  • peperoncino
  • sale

Preparazione ricetta delle lagane e ceci del Cilento

La preparazione delle lagane e ceci inizia mettendo i ceci secchi in ammollo in acqua fredda per un giorno intero.

Scolate poi i ceci e metteteli a bollire in acqua abbondante per almeno un paio di ore in una pentola insieme a una cipolla, del sedano, l’alloro e un pizzico di sale.

Impastate in un recipiente o su una spianatoia le farine, un pizzico di sale e l’acqua tiepida fino ad ottenere un composto omogeneo.

Lasciatelo riposare coperto da un panno per circa mezz’ora.

Tirate la sfoglia con una macchina per la sfoglia o con più un tradizionale matterello e con una rotella tagliate le striscioline di pasta (spesse un paio di millimetri e più larghe delle comuni tagliatelle).

In una padella mettete a soffriggere l’olio del Cilento e uno spicchio di aglio intero. Aggiungete i pomodorini e lasciate cuocere qualche minuto. Dopodiché versate il tutto nella pentola con i ceci.

Mettete la pentola con i ceci sul fuoco e versate dentro le lagane quando l’acqua bolle. Aggiungete un pizzico di sale e fate cuocere per 5-6 minuti.

A cottura ultimata aggiungente l’olio del Cilento, il prezzemolo e il peperoncino, mescolate per bene il tutto e servite in delle scodelle di terracotta dopo aver fatto riposare le lagane e ceci qualche istante.

maggio 20, 2020

il fallimento dell’Unione Europea.

di france Bartolomei

L’emergenza sanitaria in cui versa il pianeta e il conseguente approfondirsi di una già pesante crisi economica e sociale hanno posto in ulteriore evidenza la totale inadeguatezza dell’Unione europea e il fallimento delle sue ricette di integrazione (sociale e non solo monetaria e finanziaria). Ci si riferisce con il termine fallimento alle conseguenze che esse hanno sulle classi popolari e non sugli intendimenti dei trattati che sono apertamente ispirati a quelle politiche.

Continua a leggere

maggio 19, 2020

Vivaldi: un genio scoperto da un altro genio

  

Non si sono mai incontrati, il primo, Vivaldi, veneziano, il secondo tedesco, Bach: entrambi della prima metà del Settecento. E Bach ammirò tanto Vivaldi, da trascriverne  alcuni concerti per altro tipo di strumenti solisti. E va detto che fu solo grazie a tali trascrizioni se Vivaldi fu sottratto all’oblio: perché a sua volta anche Bach fu tratto dal silenzio in cui era caduto grazie all’entusiasmo di Mendelssohn nell’Ottocento, che nel 1829 ne diresse la Passione secondo Matteo con un successo strepitoso.

Vogliamo capire che cosa Bach abbia trovato di così straordinario in Vivaldi? Conviene iniziare con l’ascolto di un brano scelto come esempio per un confronto: si trova anche su Youtube. Penso ad un concerto che dura una decina di minuti, ma assicuro che non tireremo il fiato finché non si sarà spenta l’ultima nota. Basterà digitare il concerto per quattro violini solisti e violoncello di Vivaldi (Opera 3, ‘Estro armonico’ ) e saremo travolti subito da uno splendido flusso musicale dal  ritmo infernale che non dà tregua e ci terrà incredibilmente sospesi dentro un impetuoso vitalismo, in una  gara tra solisti e orchestra. Poi, per pochi istanti la musica si acquieterà brevemente nel ‘lento’  del secondo tempo, per sollevarsi e riprendere a correre all’impazzata verso un finale di fuoco. E noi ci dichiareremo vinti: la musica ci avrà conquistati e quasi ci spingerà a gridare: la musica è vita! Verissimo. Temi e ritornelli, ‘soli’ e ‘ tutti’, (quattro violini solisti e orchestrina), si sorpassano, si fondono, si scavalcano precipitosamente in un  dialogo fitto fitto, e poi altri temi e ritornelli si afferrano, si divincolano e ripartono senza dare respiro. E forse, ascoltando successivamente la trascrizione bachiana per quattro clavicembali e archi  (sarà avvenuta per qualche commissione?) viene da chiedersi se non si sia perso qualcosa di quella italianissima solarità vivaldiana… di quei violini così audaci e sfrenati rispetto al… si potrà dire? molto ‘settecentesco’  timbro clavicembalistico… E poi, le sfumature…! A un violinista basta spostare leggermente le dita della sinistra sulle corde per ottenere una gamma infinita di possibilità: per non dire del variabile tocco dell’archetto. Nel clavicembalo, invece, le corde interne, attraverso la tastiera, emettono un suono ‘pizzicato’ e monotòno, che in confronto appare più freddo. Ma vediamo anche la funzione del basso continuo, molto distinto, penetrante, al di sotto dei violini solisti. E…. che effetto emotivo crea! Come  di un dramma incessante, che contraddice all’esplosiva gioia delle ondate melodiche. E viene da interrogarsi su che cosa succeda nel crescendo dell’esecuzione di così coinvolgente da emozionarci tanto. Forse un insostenibile scontro tra entusiasmo, vitalismo e… angoscia? E’ possibile? Come se un basso continuo venisse evocato dall’intimo? Paralizzante e assieme incalzante,  irrefrenabile? E comprendiamo come Vivaldi abbia trasfuso in quelle volate una sua percezione vitalistica della natura, cangiante e dionisiaca, che arriva a noi a distanza di secoli. Vitalismo ben rispondente a quel contesto culturale, enigmatico, indefinibile, come l’anima delle maschere veneziane. E nulla si potrebbe aggiungere a tutto quanto, mi sia consentito un timido riferimento anche a Bach, perché la trascrizione per altri strumenti dà esiti sostanzialmente diversi, a nostro avviso, come accade anche nelle traduzioni da una lingua all’altra. La sensibilità di due autori non può coincidere. E così il timbro di strumenti differenti.

Esistono anche altre esecuzioni dello stesso concerto, ad esempio per organo… ma vale lo stesso discorso dei clavicembali. E’ anche vero che l’organo, da solo, con le sue  tre o più tastiere dominate da due sole mani, consente un’alternanza di combinazioni che corrispondono alle quattro voci soliste, e l’uso dei pedali e dell’effetto di ‘ripieno’ simulano il ‘basso continuo’ e il dialogo con l’orchestrina. Ma… il risultato perde quella frivola, svolazzante e compiaciuta leggerezza che ci ha ormai sedotti grazie ai violini! No, anche l’organo è un grande strumento, ma pare voler dominare dall’alto, senza la sottile capacità di penetrare nell’anima. Bisogna ascoltarlo per rendersi conto, e youtube ce l’offre senza problemi. E la resa con ben quattro pianoforti? Se l’ascoltiamo è fantastica, perché ne viene fuori una gara… di nobiltà con inchini e piroette tra uguali, e confesso che la suggestione è forte e bellissima, anche se il senso si sposta verso un vibrante, più moderno Ottocento… ma qualche volta un’alternativa si può anche accettare!

Ci siamo incuriositi abbastanza a saltare da strumenti a strumenti… ma vogliamo un po’ conoscere qualcosa del vissuto di quel gran ‘demonio’ di un Vivaldi? Poche le notizie su di lui, ma comunque sufficienti a farsene un’idea. Sacerdote,  fu denominato il ‘prete rosso’ dal colore dei capelli… ma ben presto fu sospeso a divinis: le male lingue non mancavano… Una volta nel bel mezzo di una celebrazione liturgica gli sarebbe passato per la testa un tema musicale… e sarebbe corso a scriverlo in sagrestia abbandonando l’altare! Ma no, niente affatto, lui sosteneva! I ricorrenti ‘malori’ nel corso di celebrazioni erano dovuti a forti attacchi d’asma, da cui era notoriamente afflitto fin dall’infanzia. Tutta Venezia lo vedeva talvolta, tutto intabarrato, in gondola coperta, sembra anche in piena estate… Certo, gli attacchi non si presentavano mai durante i concerti o le tournées con allieve dalla voce incantevole, ospitate per carità dall’Ospedale della Pietà di Venezia: questa struttura raccoglieva  orfani, trovatelli… e donne, spesso deformi, o sfigurate dal vaiolo, ma che cantavano con voci d’angelo da dietro una grata. Eppure tali giovani donne diedero adito a chiacchiere…

Non si sa molto, effettivamente, della vita . Abbiamo un giudizio su lui di Goldoni, che però dispiace:il nostro Vivaldi sarebbe stato un eccellente violinista, ma un compositore ‘mediocre’. E nei ‘Mémoires il commediografo ne ha lasciato un buffo ritratto: recatosi  Goldoni, ancora giovane alle prime armi,  dal ‘prete rosso’ per chiedere un supporto musicale, e, vedendosi snobbato, lo sbalordì riscrivendo su due piedi una scena, con una prontezza fuori del comune, sicché Vivaldi, impetuoso per temperamento, per poco non avrebbe gridato al miracolo per quel genio della penna!

In sostanza, Vivaldi fu esaltato e ignorato, amato e avversato: e purtroppo morì nella miseria e nella dimenticanza. Ma giustizia ha voluto che sia lui che Bach siano stati sottratti alla polvere e abbiano ottenuto quella meritata fama che tutto il mondo riconosce loro.

maggio 19, 2020

L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE

L'immagine può contenere: 13 persone, spazio all'aperto
Cannibali e ReMi piace

L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE PRESE A SCHIAFFI IL DIRETTORE FASCISTA CHE VOLEVA IMPORGLI DI FARE IL SALUTO ROMANO SANCENDO LA VITTORIA DELLA RIVOLTA DELLE TREMITI; QUANDO GLI ANTIFASCISTI AL CONFINO PREFERIRONO MORIRE CHE ACCETTARE IL SALUTO FASCISTA

Correva l’anno 1938 e le isole Tremiti venivano riaperte ai confinati politici. La recente vittoria di Franco nella guerra civile spagnola e alcuni duri colpi che il fascismo aveva inferto alle organizzazioni clandestine avevano fatto cadere nuovi antifascisti nelle maglie del regime.
A Ponza, Ventotene e alle Tremiti venivano mandati gli antifascisti cosiddetti “recidivi”, ovvero i fuggitivi, le figure di spicco e gli irriducibili. Non erano passate che poche settimane dal loro arrivo nell’arcipelago che il direttore, tale Fusco, decise che tutti i detenuti avrebbero dovuto rivolgere il saluto fascista durante l’appello e incrociando le autorità. Non era la prima volta che venivano emessi bandi del genere, e non era la prima volta che i confinati facevano resistenza. Già ad Ustica il coraggioso Antonio Sicilia aveva rifiutato sdegnosamente, finendo confinato nel “fosso”, una cella sotterranea, che gli avrebbe provocato danni irreparabili alla salute.
Ma alle Tremiti gli eventi presero una piega diversa, perché l’opposizione fu di massa.
Il giorno seguente alla diramazione del bando, durante l’appello delle ore 9, come precedentemente pattuito nessuno fece il saluto. Giunti al nome del detenuto “Andrini”, questi disse che non sapeva salutare romanamente. La guardia addetta alla chiamata si alzò dal tavolo e lo aggredì. Fu l’inizio della rivolta. In pochi attimi il piazzale dell’appello divenne teatro di una zuffa furibonda durante la quale gli antifascisti risposero con la forza alla violenza delle guardie, resistendo per varie ore ai tentativi di riportare l’ordine. Cedettero solo dinnanzi alla promessa di Fusco che non ci sarebbero state rappresaglie. Promessa falsa, visto che vennero immediatamente ridotti acqua e cibo, mentre molti venivano arrestati e tradotti nelle carceri più vicine. Coloro che continuarono a rifiutare il saluto vennero uno ad uno mandati nelle celle di isolamento e poi destinati ad altre località. Ma per ogni trasferito, qualcun altro rifiutava.
In questa fase della protesta, il comunista Perencin e l’anarchico Ferrari morirono per complicazioni dovute alla durezza dell’internamento.
Nonostante ciò proseguì la protesta, e proseguirono le vessazioni fino alla metà del 1939, quando l’anarchico tarantino Giuseppe Messinese, confinato dal ’26, arrivò alle Tremiti. Il direttore lo accolse pretendendo il saluto romano e lui, d’istinto, gli mollò un ceffone. Tutto fu nuovamente sul punto di degenerare, ma alla fine le autorità centrali decisero che Fusco andava sostituito. Con la sua partenza terminò anche l’imposizione del saluto.
I confinati avevano vinto.

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

maggio 19, 2020

Al Sud nasce un centro di ricerca sulla ‘Street Art’: è il primo in Italia

Quello appena nato a Napoli è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo

Da alcuni anni si parla sempre più spesso, in Italia, di “Street Art”, la creatività urbana che ottiene sempre più apprezzamenti e riconoscimenti. I fautori di questa arte molto particolare sono sostanzialmente artisti controversi e molto interessanti, come Bansky,  MR Brainwash, e nel nostro Paese sicuramente l’amatissimo partenopeo Jorit.

Proprio a Napoli, infatti, da sempre sostenitrice di ogni forma d’arte e di cultura, è nato un centro che punta a studiare e sostenere “l’arte da strada”, che soprattutto nel capoluogo campano sta avendo un notevole impatto.

Il progetto, denominato “Inopinatum”, prende vita al Suor Orsola Benincasa. Il suo titolo, “imprevista impertinenza”, fa riferimento probabilmente al tema principale della Street Art, ossia la provocazione e la sorpresa.

Questo progetto nasce da un accordo tra l’Ateneo partenopeo ed “Inward” (Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana, urban design e tutti i linguaggi della creatività urbana emergente), ed è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo.

La sede del Centro Studi sulla Creatività Urbana sarà nell’antico claustro della cittadella monastica di Suor Orsola, e rappresenterà un luogo di incontro per discutere della nascita di progetti e convegni nazionali e internazionali.

La città partenopea, quindi, è perfetta per un’iniziativa di questo tipo, avendo un terreno fertilissimo per ogni forma d’arte.

Ricordiamo, infatti, che la Street Art partenopea è arrivata anche alla Bit di Milano per la presentazione del Maggio dei Monumenti. Alla recente Borsa internazionale del Turismo, infatti, era stato allestito uno stand del comune di Napoli per realizzare il volto di Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno. Il murale di Jorit dedicato al filosofo napoletano e all’attore milanese rimarrà nella città lombarda per evidenziare la vicinanza tra Nord e Sud.

Ma non è l’unico murale di Jorit ad essere stato chiacchieratissimo: indimenticabile, e tra i più recenti, il dipinto dedicato al cestista statunitense Kobe Bryant, scomparso pochi mesi fa.

maggio 19, 2020

RANIERO PANZIERI.

 

venne definito come un “revisionista di sinistra” da Paolo Spriano. In realtà il suo neo-marxismo si muoveva lungo i sentieri inesplorati del pensiero di Marx. A partire dal Marx dei Grundrisse e di diversi passi del Capitale poco approfonditi. Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP, conservando fino alla sua morte prematura a soli 41 anni , nel 1964 la tessera del PSI. A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine, meritandosi l’elogio di Nenni. A Matera , nel 1955, concluse un convegno su Rocco Scotellaro, organizzato dalla fed prov. Mio zio , che andò , mi raccontò di aver ascoltato un compagno di una cultura straordinaria. La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’hegelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idea sono certo da collocarsi in certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro. Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto dalla morte prematura, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta