Archive for ‘politica’

marzo 31, 2020

LO STERMINIO DELLA MIA GENERAZIONE

di Giorgio Cremaschi

Il Covid19 sta sterminando chi ha dai settant’anni in su, la mia generazione e quelle più vicine. Generazioni nate a cavallo della seconda guerra mondiale, che ne hanno incontrato le sofferenze, le distruzioni, i morti, le lotte o direttamente, o subito dopo nei ricordi dei genitori che ogni tanto si lasciavamo scappare qualche frase, magari mentre si parlava d’altro.
Io, che sono nato nel dopoguerra, ho conosciuto questa parola per un gioco stupido che avevo imparato in strada, allora i bambini ci vivevano, da miei compagni più grandi. Facevano con la bocca il rumore sempre più forte degli aerei che si avvicinavano: uuuuuuuuu. Mi era sembrato divertente e poi ero bravo a riprodurre quel suono ed una sera lo provai a tavola. Un urlo disperato di mia madre – smettila!- mi ammutolì. Seppi poi che ad altri bambini non era andata così bene, il loro rievocare il rumore dei bombardieri in arrivo era stato interrotto da solenni scapaccioni.
La mia generazione ha visto il mondo cambiare forse come poche altre. Quando ero piccolo il solo mezzo di comunicazione della famiglia con il mondo, oltre ai giornali, era la radio. Telefoni e televisione erano un lusso che sarebbe arrivato dopo, già con l’adolescenza.
La mia generazione non è stata determinante per la ricostruzione del paese, realizzata da quelle precedenti. Però la mia generazione è stata decisiva, questo sì, per la costruzione sociale civile e culturale. Quando ero adolescente la moralità dominante era ancora quella medioevale. La donna era sottoposta all’uomo, vigeva persino il diritto di ucciderla se traditrice dei doveri di matrimonio. E divorzio, aborto, omosessualità, erano proibiti persino come parole, la maledizione ed il sospetto incombevano su chi osasse parlarne senza usare termini spregiativi.
La scuola era un privilegio da cui erano esclusi i figli degli operai e dei contadini. Il primo esame era in seconda elementare e si poteva essere bocciati, ricordo miei compagni di classe che lo furono. Poi dopo l’esame di quinta elementare c’era la vera spartizione sociale. Per entrare nella scuola media – dove si studiava il latino e solo attraverso la quale si poteva accedere al liceo ed all’università – si doveva superare un difficile esame di ammissione, pubblico però senza alcuna preparazione pubblica. Così le famiglie dovevano pagare un’insegnante privata e quelle che non potevano permetterselo mandavano i figli alla scuola di avviamento, che dopo tre anni spediva direttamente al lavoro. La maggioranza della mia classe seguì quella via e a tredici o quattordici anni molti di quei ragazzi erano già apprendisti operai, o semplicemente garzoni, così si chiamavano, in qualsiasi altro posto di lavoro.
Nei luoghi di lavoro vigeva un autoritarismo padronale che si sommava a quello che si era riaffermato in tutta la società, dopo il breve dilagare di libertà seguito al 25 aprile del 45. Giuseppe Di Vittorio lo definì il ritorno del fascismo nelle fabbriche. E anche se il paese cresceva e diventava diverso , lo sfruttamento era gigantesco, come la miseria che spingeva milioni di persone dal Mezzogiorno verso il Nord, ove si accelerava lo sviluppo industriale. Il mondo cambiava e la politica, la grande politica entrava nelle vite della mia generazione da tanti lati. Dal conflitto delle sinistre , comunisti e socialisti, con la democrazia cristiana, che attraversava tutto il paese e che prima o poi ti coinvolgeva Dallo sconvolgimento del mondo dove crollavano gli imperi coloniali e avanzava il socialismo, dalle lotte di liberazione, Cuba, l’Algeria, il Vietnam che ti chiedevano di prendere posizione. Dal cambiamento dei costumi che avanzava e minava l’Italia bigotta, familista e autoritaria che ancora dominava. Magari si cominciava con la musica, il rock contro il melodico, e poi si finiva in piazza. Quelli più grandi di noi lo fecero già nel 1960 scendendo in strada con le loro magliette a righe contro il governo filofascista di Tambroni e furono uccisi a Reggio Emilia, in Sicilia. Poi ci furono il 68 ed il 69, le grandi lotte degli settanta, che davvero trasformarono il paese, spazzarono via tutto l’autoritarismo che ancora lo permeava e provarono a costruire una società giusta.
Negli anni 80 cominciò il riflusso, il giro di boa della storia, e in diversi decenni di restaurazione molte conquiste sociali e democratiche furono cancellate. Nel nome del mercato e dell’impresa, che si presentavano come moderni, rivoluzionari persino. Una parte della mia generazione fu catturata da questi tempi nuovi e se ne fece complice e artefice. In molti però resistemmo, per fermare ciò che vedevamo come il ritorno al passato, mentre si presentava come il futuro. Così da rivoluzionari in fondo diventammo conservatori, e così fummo definiti e dileggiati. Lottammo tanto, ma perdemmo, il mondo diventò ciò che non avremmo mai voluto che fosse, dominato dalla ricchezza e dal denaro. Prima di restare chiuso in casa, girando per Brescia mi capitava spesso di incontrare operai con cui avevo lottato negli settanta e ottanta e tutti mi facevano lo stesso discorso: quanti scioperi quante lotte e ora si è perso tutto, i giovani non hanno più nulla di ciò che avevamo conquistato noi.
Già i giovani, ai quali la mia generazione era additata come causa dei loro guai, da chi ci aveva sconfitto. Noi eravamo considerati dei privilegiati, perché avevamo conquistato un lavoro più sicuro, perché avevamo una pensione, bassa ma dignitosa. Noi avevamo lottato contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro, contro la precarizzazione dei lavori e delle vite, ma paradossalmente, proprio coloro che avevano cancellato le nostre conquiste, ora ci accusavano di essere la causa del fatto che nessuna di esse fosse arrivata ai giovani.
Eravamo i baby boomers, la generazione nata col boom delle nascite del dopoguerra, che viveva alle spalle di tutte le altre. Ok boomers era il termine che si stava diffondendo e che serviva a zittire con disprezzo uno della mia generazione, se provava a dire che il mondo attuale non gli piaceva affatto. Vai all’inferno vecchietto, accontentati dei tuoi privilegi e della tua vita fortunata.
Poi è arrivato il morbo che ha aggredito in particolare gli anziani e ucciso tante e tanti di essi. Come per una tremenda legge del contrappasso, noi che abbiamo lottato per la sanità pubblica e contro i tagli e le privatizzazioni, ora siamo vittime della nostra sconfitta e del successo di chi ci ha battuto.
Ora di fronte allo sterminio delle generazioni anziane l’opinione verso di noi sta mutando, e una società che ha colpito i diritti ed il futuro dei giovani dandone la colpa a noi, ora riscopre le parole e le idee della nostra gioventù. Il conflitto generazionale quasi scompare e tornano le differenze di classe, le ingiustizie sociali, la divisione tra ricchi e poveri, anche quelle tra stati nel mondo. E la solidarietà e l’eguaglianza riconquistano improvvisamente la ribalta, i politici che le hanno sempre ignorate e dileggiate ora si nascondono ipocritamente dietro di esse.
La mia generazione e quelle più vicine pagano con migliaia di morti il ritorno di ciò per cui si sono battute fin dalla gioventù e per cui bisognerà riprendere a lottare. Coloro che ce l’avranno fatta in fondo torneranno giovani e ci auguriamo che essi siano il più possibile.

L'immagine può contenere: 12 persone, persone in piedi e folla
marzo 31, 2020

A che cosa (non) è servita Sinistra Italiana

di Gaetano Colantuono,

Risorgimento Socialista Puglia

A che cosa (non) è servita sinistra italiana

Quando, nel biennio 2016-2017, il lungo processo costituente della sinistra socialista che avrebbe portato a Risorgimento socialista (RS) era ancora ai suoi primi (e complicati) passi, il gruppo più cospicuo – appena fuoruscito da un partito satellite del PD e partecipe della maggioranza in sostegno dei governi Monti e Renzi – fu invitato a partecipare alla costruzione di un nuovo e composito raggruppamento, sinistra italiana (SI), che nasceva sostanzialmente per la convergenza di ciò che restava di SEL (dopo il fallimento, anche in Puglia, del progetto di egemonia di Vendola sul mondo dei movimenti e della sinistra comunista) e di vari parlamentari, fra cui soprattutto Stefano Fassina, appena usciti anch’essi dal PD ormai divenuto Partito di Renzi, in opposizione alle sue politiche marcatamente neoliberiste.

Dopo vari mesi di dibattito interno il grosso dei compagni aderenti a RS fecero la scelta di non confluire in SI ma di mantenere una propria autonomia organizzativa e politica. La posizione coraggiosa, vista la relativa fragilità del gruppo promotore di RS, fu così motivata dal coordinatore nazionale, Franco Bartolomei: « [C’è] il rischio di una nuova piccola Sel, indebolita e subalterna.
Purtroppo da questo congresso fondativo di Rimini di Sinistra Italiana, oltre ad una genericità estrema di proposta politica, esce come suo logico corollario anche una leadership assolutamente inadeguata ai compiti ambiziosi che il nuovo partito dichiara di voler svolgere. In particolare assume la massima direzione di quel partito un esponente che è espressione stretta del gruppo dirigente che ha condiviso appieno le responsabilità del fallimento della leadership politica rappresentata da Vendola
. Il candidato naturale e logico che avrebbe dovuto guidare la nuova formazione avrebbe dovuto essere naturalmente il compagno Fassina […]. Il nuovo partito rischia quindi seriamente di mantenere i suoi consensi elettorali attorno ad una soglia di consensi elettorali assolutamente insufficiente a consentirgli di divenire il fulcro di quel processo aggregativo a sinistra, di cui tutti sentiamo la necessità, e una inevitabile logica di sopravvivenza, difficilmente aggirabile alla luce della situazione scaturita da Rimini, porterà con molta probabilità alla riproposizione di cartelli elettorali confusi e deboli, quando invece un autentico processo costituente per la ricostruzione di una sinistra alternativa avrebbe necessitato di tutt’altro spessore politico e culturale. Il rischio concreto che emerge da Rimini è che il nuovo partito a causa della sua debolezza rischia di rimanere impigliato da subito in una sostanziale subalternità politica alla nuova formazione che i fuoriusciti dal PD andranno a costruire nell’ottica di una ricostruzione di un nuovo ulivo allargato in grado di ricostruire un quadro di rinnovata stabilità di governo dopo la crisi del progetto egemonico renziano [, quindi] assolutamente non in grado di ridare forza e rappresentanza al grande campo politico , culturale e sociale, di quella nuova sinistra di alternativa di modello sociale ed economico e di difesa costituzionale, che cresce sempre più nel profondo della coscienza del paese reale».

In effetti, molte delle ipotesi paventate nella nota si sono rivelate corrette. SI è sopravvissuta all’ombra di una irrisolta ambiguità, fra “partito degli eletti” (a livello locale e parlamentare) e una parte della base degli iscritti: la prima in generale pervicacemente (e comprensibilmente) legata all’idea di centrosinistra più o meno largo o di ulivismo fuori tempo massimo, se non satellitare rispetto al PD, cui doveva l’elezione e le nomine; la seconda impegnata in lotte locali e generali encomiabili e radicali, portate avanti da generosi attivisti provenienti da varie esperienze, fra cui quadri della Cgil.

Tale ambiguità ha portato a un’inesorabile diminuzione delle iscrizioni, delusioni e conflitti interni, mentre una continua emorragia di eletti raggiungeva il PD o altre formazioni moderate (fino al recente movimento renziano), capaci di meglio assicurare rielezioni e migliori posizioni. Neppure l’esperienza di Liberi e Uguali ha avuto sorte migliore: se ha superato la soglia del 3% alle elezioni di marzo 2018 (a differenza del tentativo generoso ma fragile di Potere al Popolo, di cui RS era stato uno dei promotori), è finito poco dopo, sopravvivendo solo a livello parlamentare. Il che dimostrava che solo di un contenitore elettorale si trattava.

Le “macerie vendoliane”

Merita solo un cenno la genesi di SEL, fondato su quattro microscissioni, fra cui quella che ha provocato la sostanziale paralisi di Rifondazione, che fino ad allora (2006) aveva avuto, nel bene e nel male, un ruolo di opposizione politica, e sul leaderismo mal celato delle “fabbriche di Vendola”, su cui affondò ben presto il bisturi sociologico di Onofrio Romano (La Fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, 2011) e la sua strutturale configurazione ondivaga, ad esempio post-marxista sul piano culturale, in analogia con l’evoluzione del quotidiano “il manifesto” che di quell’area (la sinistra del centrosinistra) è organo. Dal mio osservatorio pugliese  ho maturato l’idea che, al di là delle evidenti difficoltà in cui Vendola si è trovato a gestire il potere regionale per dieci anni, è proprio sui fallimenti sui tre temi centrali (lavoro, ambiente, sanità) su cui aveva mobilitato numerose energie e sul lascito pressoché dannoso sul piano etico-politico che vada impostato un giudizio sostanzialmente negativo: le cosiddette “macerie vendoliane”. 

Le quali colpiscono non solo quanti a quella esperienza di governo si rifanno (i residui gruppi dirigenti pugliesi di SI) ma impietosamente anche su quanti si affannano a costruire una sinistra per l’alternativa. Ricordo il caso di un volantinaggio nel mercato settimanale ad Altamura, città principale del collegio in cui ero candidato alla Camera; mentre ero da solo, nell’indifferenza generale verso i volantini che spiegavano le nostre proposte politiche radicalmente favorevoli alle classi popolari, mi si avvicina una signora di mezza età e mi dice senza particolare astio: Ma cosa avete fatto quando avevate il potere?”. “Noi, chi?”, le risposi. 

Coerentemente su queste premesse, i 5 stelle vinsero largamente il collegio.

Il socialismo rimosso: a che è servito e serve il gruppo dirigente di sinistra italiana (per il PD)

Vi è un ulteriore motivo che giustificasse la cautela di RS verso il gruppo dirigente di SI. Infatti, metodologicamente le assenze, i lapsus, i rimossi sono indicativi molto più delle cose esplicitate.

Agli inizi del 2020, mentre SI fa parte della maggioranza del secondo governo Conte, si è tenuto un congresso per il rilancio di SI, che ancora una volta si è risolto in un “evento”, una sommatoria di personalità dotate di una certa notorietà a livello nazionale, fra cui la pur apprezzabile Elly Schlein (dichiaratamente interessata ad un nuovo centrosinistra e ad una collocazione liberale).

Tuttavia è una lettura del  documento preparatorio ad assumere carattere sintomatico. Quel documento è in sintesi una proposta di gestione progressista della situazione data, con alcuni spunti o proposte anche interessanti (il che dimostra l’intervento di competenze significative, che sarebbe un grave peccato si disperdessero).

A una lettura critica si noterà che esso menziona 22 volte la parola “sinistra” variamente aggettivata, quasi 2 menzioni per pagina. MAI la parola SOCIALISMO, SOCIALISTA.

Una lacuna che non è casuale ma che parla di una consapevole rimozione: non solo terminologica, si badi, ma di valori, tradizioni e prospettive. Il tutto accade (o meglio: è assente), mentre si manifesta un scivolamento a destra, frutto di una trasformazione antropologica indotta da dosi sempre più massicce di neoliberismo e fenomeni correlati: lo conferma il radicamento meridionale e nelle isole della lega, capace di imbarcare il peggio della vecchia destra e delle consorterie locali immortalate dal genio comico di Albanese.

Di tutto, di più pur di non parlare di socialismo. Ciò va detto senza polemica personale ma con chiarezza verso chi continua a pensare a alleanze tattiche con ceto dirigente di tal fatta. Si è detto più volte che i “post-comunisti ulivisti” (la destra del fu PCI) non possono diventare socialisti per due motivi: mantengono il loro ostracismo antisocialista e approdano subito a posizioni liberaldemocratiche, che spesso diventano propriamente liberiste pur temperate. 

Sempre nella bozza di documento per il congresso c’è scritto: “portare i sindacati nei consigli di amministrazione delle grandi imprese“. Ossia concertazione al quadrato. Inutile aggiungere che il modello di cogestione ha mostrato i suoi limiti in Germania, figuriamoci in Italia. Si snaturerebbe il ruolo dei sindacati che devono fare vertenze, conflitto, non litigare per chi deve partecipare – remunerato e coccolato (cfr. scandali Volkswagen) – ai tavoli del padronato. I luoghi di mediazione e (eventuale) controllo o contropotere sono altri. È inoltre significativo che nelle 25 pagine non si ricorda mai che gran parte delle conquiste sociali ora da difendere o aggiornare siano avvenute negli anni Sessanta-Settanta (e che molti dei dirigenti di SI hanno sostenuto governi o amministrazioni locali che quelle conquiste hanno contribuito a sopprimere).

Terza via, ulivismo, coalizione rossoverde, centrosinistra… tutto fuorché parlare di socialismo, ricostruire un partito socialista di sinistra, presentare una alternativa di società e economia. Anzi impedire tutto questo. In questa cornice va letto, lo ripeto, in Italia il recente tentativo di rilancio di SI.

Al netto delle narrazioni e delle personalità, si sta semplicemente riproponendo il solito schema del centrosinistra imperniato sul PD, con una appendice che si propone di “spostarne a sinistra l’asse”. Come se ciò che è tondo può diventare quadrato. Le recenti regionali in Emilia-Romagna sono state l’apripista di un nuovo bipolarismo, a condizioni peggiorate rispetto al precedente, per via dell’autoaffossamento dei 5stelle. Il problema è il circolo vizioso. Si vota il pd o alleati per non far vincere la destra, il pd fa politiche che rafforzano la destra che quindi rischia di vincere. Allora si vota il pd per non far vincere la destra etc. I contenuti di questa alleanza progressista restano sistematicamente sullo sfondo, buoni solo per qualche evocazione suggestiva. Perché, in definitiva, SI è e resta un equivoco politico.

Non stupisce che quasi nessuno dei dirigenti di Risorgimento socialista provenga da quella esperienza (SEL-SI) o che l’abbia abbandonata prima delle elezioni del 2018.

Il ruolo dei socialisti di sinistra: dalla maledizione di Sisifo al viaggio di Telemaco

Non è questa la sede per chiarire se tale rimozione del socialismo sia il lascito di un consapevole antisocialismo (pur non dichiarato) e quanto durerà ancora questa “conventio ad excludendum” che riguarda il socialismo in Italia.

È piuttosto tempo di lavorare altrove e per altri obiettivi. Dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici. A noi la sfida di un partito o fronte socialista di sinistra, se ne saremo in grado.

In assenza di un partito socialista di sinistra (ossia radicalmente antiliberista) in Italia, siamo costretti a esultare per i gruppi socialisti di altri paesi (che siano latinoamericani, nordeuropei o finanche negli USA con la seconda campagna di Bernie Sanders), siamo costretti a formulare solo auspici generosi, riflessioni talvolta molto acute, progetti che trovano il loro limite nell’assenza di quel partito, di una massa critica sufficiente per essere attivi nel mondo del lavoro e della cultura, mentre monta da tempo un’ondata reazionaria che si esprime nel razzismo, nella repressione delle residue lotte dei lavoratori, nei continui tentativi di manomissione della Costituzione (tentativi bipartisan, si ricordi sempre), nella depressione economica di vaste aree del Meridione.

Da qui per me un forte senso di impotenza, frustrazione e autentica voglia di dismettere un impegno che sa di fatica di Sisifo (o di maledizione di Cassandra), quando piuttosto il mito generativo è quello positivo di Telemaco: siamo alla ricerca di un senso che vada oltre noi stessi. Uscire dal labirinto in cui siamo stati sospinti e guardare la realtà e provarla a modificarne i rapporti di forza che ci vedono da tempo non tanto soccombenti quanto imbelli. Promuovere una migliore formazione di compagni-e in vista della costituzione di un gruppo che sappia essere capace di farsi classe dirigente potenziale. Potenziale: nel senso che non è scontato che ci riusciremo né che ci sarà data l’opportunità storica di essere messi alla prova.
In questi quattro anni e mezzo di lavoro intenso dentro il principale (non unico né forse migliore) tentativo in controtendenza – il partito Risorgimento socialista – ho più volte ribadito che non sarà una ricostruzione facile né breve, sarà piuttosto una lunga marcia: si tratta di ricostruire una comunità di dirigenti a livello nazionale e locale, una koinè (lingua comune), un metodo di stare in un partito organizzato, dove si prova a costruire insieme (il NOI scomparso) un qualcosa di più grande della semplice somma di persone o reti relazionali.

È sulle lunghe e articolate tesi congressuali che chiediamo l’adesione, la cui cifra comune è la scelta di contestare l’attuale sistema neoliberista da sinistra e sulla base dei principi costituzionali.

La nostra, allora, si configura come operazione si direbbe di pulizia delle macerie anche linguistiche. Il problema resta il nodo dell’organizzazione, radicamento, ritorno nelle istituzioni. Per fortuna sono nel frattempo sorti alcuni gruppi, talvolta ridotti talaltra anche in contrapposizione fra loro, che invece – pur avendo provenienze differenti – hanno riscoperto in parallelo tre temi: la difesa e l’attuazione della Costituzione; l’opposizione al neoliberismo e al sistema Maastricht; la riscoperta di una prospettiva neosocialista. È con loro che dovrà avvenire la costituzione di una terza forza politica, dichiaratamente socialista: percorso lungo ma necessario.

Nel frattempo, un nostro compito è riassunto dalle parole di Max Horkheimer:
«La teoria critica, che è una teoria pessimistica, ha sempre seguito una regola fondamentale: attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio».

marzo 29, 2020

Il mondo che verrà!

di Alberto Benzoni

Anni e anni fa, una signora milanese scrisse una lettera al cardinale Martini. In questa lettera c’era una domanda. E questa domanda era : “quando sarò in cielo, potrò rivedere mio marito?”.

Non conosco la risposta. Ma non riesco a pensare che questa sia stata negativa. Perché se lo fosse stata, la nostra esistenza e il mondo in cui viviamo non avrebbero alcun senso.

Personalmente credo nel “mondo che verrà”. E che questo sia il compimento di un disegno collettivo in cui non si vive e si muore da soli; ma in cui la nostra personale esistenza è legata con infiniti fili a quella degli altri e alla generazione presente e a quelle che ci hanno preceduto. In quel mondo non ci saranno più vincenti e perdenti, fortunati o miserabili, felici o infelici, ricordati o dimenticati: perché tutto verrà riportato alla luce e rimesso al suo posto. E nessuno sarà solo; mai. Una scommessa, certo; ma anche l’unica che dia un senso alla nostra vita.

E mi fermo qui. Perché non intendevo assolutamente approfittare di questa circostanza per aprire un “dibbattito”. Ma solo esprimere un’emozione. Anzi un grande senso di gratitudine.

Nel corso della mia lunga vita ho avuto quasi sempre accanto a me molte altre persone. Senza di loro sarei rimasto quello che ero potenzialmente: quel vecchio accademico raccontato da Cechov che all’appello della figlioccia, fuggita di casa con il solito cialtrone di turno e che, rimasta sola in un albergo sperduto e che gli chiede consiglio e aiuto, risponde: “non so cosa dirti; ho solo idee generali”. Oppure come il padre di Disraeli, sempre chiuso in biblioteca; e magari con la scritta “do not disturb”.

Persone del genere non possono fare niente da soli. Da soli, posso testimoniarlo, non possono né andare al cinema né prendere un caffè. E da soli, posso ancora testimoniarlo, al minimo ostacolo serio o davanti alla prima scelta difficile, precipitano senza essere in grado di risalire da soli.

La mia sorte è stata invece di vivere costantemente in un ambiente che mi coccolava e mi proteggeva. Era quello dei libri: i cui personaggi e le cui vicende mi porto sempre dentro. Era quello di un mondo forse inconsistente ma bellissimo. In cui non si parlava mai né di cibo, né di danaro, né di odi nè passioni, né di sesso, né di potere; e in cui non c’erano buoni e cattivi, amici e nemici, ma solo di persone simpatiche o antipatiche, “autentiche” o “cerebrali”. In questo mondo non c’erano problemi che non potessero essere superati né vicende personali che non potessero risolte con la parola.

La mia sorte? Adesso posso dire la mia fortuna. Perché la forte tensione etica che lo percorreva e, insieme, il bisogno di comunità, mi hanno portato al socialismo. Perché nella sua cultura il successo non era la misura dell’esistenza; il che mi ha consentito di vivere il presente e di guardare al passato con la dovuta serenità, con i dovuti rimorsi ma senza inutili rimpianti. Perché le esperienze che ho vissuto e le cose che ho fatto sono avvenute, sempre, con persone amiche che mi stavano intorno. E, infine, e soprattutto, perché, guardando al passato e al presente ricordo con esattezza tutti, dico tutti, gli atti di gentilezza e di amicizia di cui sono stato oggetto; mentre di offese, odi, rancori non ho alcun ricordo.

Debbo, dunque, a tanti, tanta gratitudine e non finirò mai di manifestarla. Questa varrà per un anno. Poi ci risentiremo. Da Vedova scaltra e con gli opportuni contatti, ho saputo da Chi di dovere che potrò vivere sino a quando: 1) vedrò crescere uno o più dei miei quattro nipoti così da rimanere nella loro memoria e da intuire cosa faranno nella vita; 2) rinascerà, in Italia e nel mondo, una forza socialista degna di questo nome, 3) la Roma vincerà lo scudetto. Più d’una di queste tre cose. Vedova scaltra sì; aspirante a vivere per sempre no.

Un abbraccio a tutti

Ho letto con emozione questa riflessione del compagno Alberto cui mi lega una fede politica e una stima che spero sia reciproca.

marzo 29, 2020

Laicità, questione cattolica e religiosa in Italia, intercultura.

L’approccio laico che la tradizione socialista ci affida deve essere riaffermato e al contempo aggiornato rispetto alle sfide del nostro complesso presente.
La fase ottocentesca, basata sull’opzione liberale di “libera Chiesa in libero Stato” e quella post-unitaria di contrapposizione fra masse cattoliche e istituzioni del nuovo stato, fu poi superata dagli eventi del Novecento (la nazionalizzazione passiva delle stesse masse popolari) e dal Concordato del 1929 fra due stati, la Città del Vaticano e lo stato fascista, salvaguardato – nonostante la contrarietà del mondo socialista – dall’articolo 7 della Costituzione e da una modificazione bilaterale avvenuta nel 1984. Tale situazione rende lo Stato italiano uno dei pochi stati concordatari al mondo rimasti nel nuovo secolo, un’evidente anomalia che va risolta mediante mediazione.
La fine del partito cattolico interclassista di centro (la Democrazia cristiana), principale detentore del potere politico nei primi 40 anni della Repubblica – uno dei motivi cha hanno consentito il formarsi della cosiddetta “seconda repubblica” –, anziché costituire un fattore per una definitiva laicizzazione delle istituzioni pubbliche italiane, si è rovesciata in una quasi totale resa delle stesse istituzioni ai dettami ideologici vaticani e alle relative richieste economiche (finanziamenti e sgravi fiscali), soprattutto nel periodo finale del pontificato di Giovanni Paolo II e lungo quello successivo di Benedetto XVI: un’autentica riclericalizzazione dello spazio pubblico e politico italiano perseguito in particolare durante la presidenza di Camillo Ruini nella CEI. I principali raggruppamenti politici, quello liberista di sinistra (Ulivo, DS, PD) e liberista di destra (Forza Italia e polo berlusconiano), hanno svelato anche sul piano dell’assenza di laicità e di subalternità verso alcune organizzazioni cattoliche – così come nei confronti del neoliberismo e dell’atlantismo – una reale contiguità, ben al di là delle presunte incompatibilità fra loro. La battaglia per una completa laicità dello Stato rappresenta per noi socialisti una delle facce del nostro impegno contro il neoliberismo e la sudditanza politico-militare agli Stati Uniti: un elemento dell’indipendenza e della sovranità reale dello Stato, secondo il dettato costituzionale.
Attualmente, al tempo del pontificato non più eurocentrico di Francesco I, del ruolo diplomatico positivo che il segretario di Stato vaticano, mons. Parolin, sta ricoprendo in molte questioni internazionali e della presidenza nella CEI di mons. Bassetti, non priva di critiche alle storture del sistema socio-economico vigente e alle derive neorazziste di forze politiche italiane, è possibile pensare alla ripresa di un dialogo necessario con i gruppi cattolici in Italia per obiettivi comuni: nella difesa e attuazione della Costituzione, nel ripensare un nuovo modello di sviluppo, nella salvaguardia del sistema ecologico, nella gestione dell’enorme disagio sociale (non solo accoglienza e integrazione di immigrati, ma anche critica della diffusa emigrazione giovanile meridionale e assistenza a gruppi sociali fragili). Pertanto, pur mantenendo gli argini del Tevere a debita distanza, si pone l’esigenza di canali di dialogo e di iniziativa comuni con quella parte del mondo cattolico critico verso gli effetti della globalizzazione neoliberista e verso la catastrofe ecologica. Alcuni temi comuni sono già adesso la resistenza ad ogni forma di mercificazione dell’umano (corpo e patrimonio genetico) e di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni, che riteniamo fasi estreme della grande trasformazione neocapitalistica.
D’altra parte, non siamo osservatori neutrali del conflitto interno al mondo vaticano e cattolico, come mostrano i reiterati tentativi di oppositori alle pur caute riforme e nomine volute dal nuovo corso bergogliano di ripristinare una religione come stampella di una caduca ideologia al servizio del potere euroatlantico, complice di politiche conservatrici se non apertamente reazionarie, sempre neocolonialiste. Consapevoli di questo, noi avversiamo l’opposizione di destra, anteconciliare e elitistica a papa Bergoglio e sosteniamo le critiche con cui gruppi riformatori stanno stimolando il percorso bergogliano. Né siamo disinteressati rispetto alle molteplici attestazioni di dialogo, a livello vaticano e di chiese locali, fra il mondo cattolico e i movimenti popolari, come testimoniano le esperienze dei social forum mondiali e delle annuali giornate di incontri mondiali dei movimenti popolari in Vaticano. Inoltre, riteniamo il confronto con la sinistra cristiana e col mondo delle comunità cristiane non cattoliche, a cominciare dalla chiesa valdese, un’esigenza che si rinnova, dal momento che da lì sono giunti compagni e compagne rilevanti nella secolare storia del movimento socialista.
Il dialogo presuppone da parte nostra una chiarezza rispetto ad alcune questioni. Ribadiamo l’esigenza inderogabile di riaffermare il principio di libertà delle confessioni religiose e di eguaglianza fra loro davanti allo Stato (articolo 8 Cost.). In tal senso, occorre ripensare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali e alla sostanziale discriminazione verso gli studenti che non se ne avvalgono (in assenza o in presenza di attività alternative previste dai singoli istituti): sosteniamo la posizione della recente legge di iniziativa popolare “Per la scuola della Costituzione” che (art. 8 della proposta) aveva previsto che le attività di chi faccia richiesta dell’IRC siano svolte in orario extracurricolare e che «cerimonie religiose e atti di culto non hanno luogo nei locali scolastici, né in orario scolastico». Quanto alle scuole non statali ribadiamo l’assenza di oneri statali diretti per il loro funzionamento o per le loro iscrizioni (art. 33, c. 3 Cost.), in chiara contrapposizione ai cospicui finanziamenti per le scuole non statali, per lo più gestite da enti cattolici, erogati da tutti i governi precedenti, compreso quello attuale.
I fenomeni migratori che stanno interessando l’Italia, come luogo di approdo, transito o anche domicilio pongono a loro volta sfide inedite anche sul piano culturale e religioso per una sempre maggiore presenza di gruppi provenienti da altre culture e da altri continenti, in particolare da Africa, Asia e America latina. Nel rigettare e contrastare qualunque posizione razzista, neocolonialista, eurocentrica e discriminatoria e nel riaffermare i principi di pluralità e di libertà etico-religiose, riteniamo la risposta multiculturale debole, compatibile con il sistema neoliberista e capace di fomentare quelle discriminazioni che vorrebbe superare, compartimentando la società su base etnico-culturale; sosteniamo invece una posizione interculturale critica, basata sul riconoscimento e promozione delle diversità di qualsiasi tipo, che ha il vantaggio di garantire i principi di pluralità e di libertà di scelte senza però scendere in una sorta di relativismo etico-religioso.
La nostra concezione di laicità delle istituzioni pubbliche – coniugata a scelte di varia natura (confessionali, religiose, spirituali, agnostiche o atee) e/o alla affermazione di un coerente materialismo storico – si declina in chiave interculturale. Non possiamo trascurare la componente religiosa delle masse popolari, cattolica ancora per gran parte della popolazione italiana, cristiana non cattolica o islamica per molti lavoratori immigrati e le ricadute pubbliche che i loro culti assumono.
Non possiamo sostenere le posizioni di privilegio che su base giuridica e soprattutto di fatto ancora assume la chiesa cattolica. La nostra laicità non è pertanto ostilità al mondo religioso in quanto tale (nelle varianti del laicismo oltranzista borghese o ateismo di stato sovietico) né ad un positivismo scientista ma, fedele ai principi costituzionali, si oppone a tutte le ingerenze e rendite di posizione dominante. L’abolizione del Concordato è un obiettivo di medio periodo, da conseguire – secondo lo stesso dettato dell’art. 7 Cost. – in modo non unilaterale.
Non ci appartiene – come oltre un secolo fa Engels rispondeva chiaramente alla Kuliscioff – la Kulturkampf (la politica anticlericale e laicista imposta da Bismarck nella Germania di fine Ottocento) non riguardava le forze socialiste, essendo uno scontro interno alla cultura delle classi dominanti.
marzo 28, 2020

CORONAVIRUS, STATISTICHE.

di Alberto Benzoni

Churchill diceva che ci sono tre tipi di bugie: le bugie pure e semplici, le bugie “efferate” e le statistiche; aggiungendo che, torturando a sufficienza i numeri, ognuno poteva ottenere il responso che desiderava.
Considerazioni più che pertinenti per quanto riguarda i numeri che compaiono, giorno dopo giorno, forniti dai governi, per tutti i paesi del mondo; viziati, tra l’altro, da metodi di rilevazione del tutto diversi. Ma che dobbiamo però tenere per buoni: perché è sulla base di questi numeri che i governi scelgono le loro strategie di contenimento e i cittadini le accettano; e, ancora, e soprattutto, perché contestarli avrebbe il solo effetto di alimentare un clima di isterismo, di sfiducia e di complottismo, pronto ad esplodere in ogni momento, travolgendo tutto e tutti.
Fatta questa doverosa premessa, gli ultimi dati forniti dai nostri giornali ci danno un quadro nuovo e per molti aspetti preoccupante.
Scompaiono dalla corsa o la rallentano i tre Grandi colpevoli di inizio anno: Cina, Iran e Italia; i paesi d’Europa occidentale seguono a una/due settimane di distanza il percorso e i numeri italiani; gli Stati uniti si apprestano a raggiungere il primo posto e a mantenerlo nel futuro prevedibile; e, infine e anche soprattutto, la pandemia è entrata, con effetti potenzialmente esplosivi, nell’Asia meridionale, in Africa e in America latina.
Ciò avrà una serie di conseguenze. Prendiamole in esame nel modo più sintetico possibile. Prima in riferimento al quadro generale; poi in relazione a specifiche aree e in particolare all’Europa e all’Italia.
Al primo posto, la presa d’atto che la crisi è destinata a durare e che avrà effetti talmente distruttivi da rendere assolutamente impossibile il ritorno al mondo di prima (anche se molti, come avremo modo di vedere, sognano il contrario: a dimostrazione non della loro malvagità ma della loro stupidità).
Non più settimane, ma mesi e forse anno. Insomma, fino a quando non disporremo dell’unico possibile strumento di contenimento, il vaccino. E, allora, ecco il “durante” che, nella mentalità delle persone e nelle politiche dei governi prende il posto del “dopo”, sino a condizionarlo in modo decisivo; ma che può portarci nelle direzioni più opposte.
In questo “durante” c’è il collasso del sistema economico: offerta, domanda, reti. E, ancora, la centralità di istituzioni e di condizioni che prima del diluvio erano considerate superate o abominevoli: gli stati sovrani e il Debito (ce lo ha spiegato, meglio di chiunque altro, Mario Draghi). Il che si accompagna alla assenza o, comunque all’estrema debolezza delle istituzioni internazionali e dei meccanismi di solidarietà.
In questo “durante” c’è, di conseguenza, la fine del vecchio ordine: che si tratti di ordoliberismo o di austerità.
In questo “durante” si consoliderà la pratica e la mentalità della quarantena: magari ridotta all’interno dei singoli paesi ma sempre valida per quanto riguarda il mondo esterno.
In questo “durante” sono in gioco beni necessari: credibilità dei governi e fiducia dei cittadini nei loro confronti, coesione sociale, rapporti tra stato e cittadini. Basta un nulla – lo capite vero? – perché lo strato sottile si spezzi: fake news, esplosioni di panico, caccia all’untore di turno, lotta di tutti contro tutti; per tacere di quelle “unità nazionali”, giustamente invocate ma sempre meno praticate.
In questo “durante” c’è, infine e, probabilmente soprattutto, l’esplodere di un dato che tutti, chissà perché, erano interessati a occultare: il coronavirus come acceleratore delle disuguaglianze. Colpito il mondo della produzione; ma non quello della speculazione e della finanza. Colpiti i percettori di salari e stipendi ma non i titolari di patrimoni e i percettori di rendite (se n’è accorto, in Italia quel tardo bolscevico di Onida che ha proposto una patrimoniale). Colpiti i più deboli e i più esposti: i vecchi negli ospizi, quelli fuori da ogni sistema sanitario (perché troppo costoso o inesistente), i lavoratori, i giovani che per mesi non potranno avere accesso all’istruzione. E ,da oggi in poi, gli abitanti delle megalopoli/bidonville di quello che una volta si chiamava terzo mondo.
Ma veniamo, ora, al alcune vicende specifiche, o, almeno a quelle più significative..

USA, USA/CINA, USA/MONDO

Secondo l’OMS gli Stati uniti sono diventati – e presumibilmente rimarranno – l”epicentro mondiale della crisi del coronavirus”. Il tutto in un contesto in cui l’attuale amministrazione è, diciamo così, in scadenza. E vive in un clima di scontro a somma zero. E in cui non si fanno prigionieri.
Ciò la porta a estremizzare al massimo le sue posizioni e la sua precedente linea di condotta. Vediamo come, dove e perché.
Tempo fa, ne discutevamo con gli amici di Alganews, il segretario al commercio Usa Ross si fregava le mani per l’epidemia, allora tutta cinese; e sperava che durasse il tempo necessario per garantire agli Stati uniti nuove quote di mercato. Ma forse non sapeva che è proprio delle epidemie di diffondersi fino a colpire drammaticamente gli stessi Stati uniti; e proprio quando la Cina, chiusa l’epidemia, si sta riprendendo, produce e vende e si pavoneggia distribuendo a destra e manca medici, “expertise” e apparecchiature sanitarie.
Una sfida intollerabile. Cui Trump risponde lungo due linee; la prima oggettivamente spregevole ma forse pagante. La seconda, obbligata ma rischiosissima.
Nel primo caso, si gioca sulla ricerca ossessiva del nemico. C’è il virus che è “killer” Pnon in sé e per sé ma perché si manifesta in Cina; ci sono coloro che lo diffondono da fuori, cinesi, migranti o europei che siano, che lo diffondono; e, guarda caso, in fondo alla lista, coloro (democratici, membri della comunità scientifica, istituzioni locali) che denunciano la gravità della pandemia e la necessità di misure straordinarie per combatterla; mentre dovrebbe essere ovvio a tutti che il virus, mortale, nelle intenzioni di chi l’ha fatto nascere, diventa una comune febbriciattola una volta approdato in territorio americano. Al punto di pensare di chiudere l’emergenza in un paio di settimane.
Però, c’è del metodo in questa follia. E sta nella necessità di chiudere il mandato con un bilancio positivo sul terreno economico: più occupati, più soldi per tutti, borse che volano e così via. Per questo occorre sacrificare la vita delle persone al successo dell’economia; un’opzione (che è poi in definitiva quella del gregge) presente in tutta la sfera anglosassone e nel suo avamposto europeo, l’Olanda. Ma anche una scommessa che sarà sottoposta al vaglio del popolo americano: da ora in poi, sino alle presidenziali di novembre.

BIDEN

La sua è oramai una marcia trionfale. Al punto di spingere Sanders a rallentare la sua campagna (e non solo per colpa del coronavirus). Circolano voci di un suo ritiro; si moltiplicano le aperture, personali ma anche programmatiche, di Biden nei suoi confronti. L’esatto contrario di quanto avvenne quattro anni fa.
E, qui forse, la politica politicante non c’entra. E nemmeno la tradizionale distinzione tra moderati e radicali. C’entra la sensazione sempre più diffusa che quello tra Biden e Trump e Biden sia uno scontro di civiltà; e che elezioni del 3 novembre siano una specie di giudizio di Dio, decisivo per le sorti del paese e del mondo.

UE

Le ultime riunioni degli organismi europei sono segnate da profonde fratture. E, a differenza del passato, non suscettibili di occultamento, magari grazie alla vaghezza dei comunicati conclusivi. Chiarissimi i nomi e cognomi dei due partiti in contrasto: da una parte i paesi latini e mediterranei, con l’aggiunta della Slovenia. Dall’altra il blocco anseatico (dall’Olanda ai baltici), e quello di Visegrad con l’aggiunta dell’Austria; ma, a differenza delle altre volte, con la Germania non più giudice inflessibile ma non ancora mediatore neutrale.
A definire la materia del contendere lo scontro tra esigenze di fatto e obiezioni di principio. Scontro già definitivamente risolto, con la vittoria dei primi, a livello di politiche economiche e di bilancio dei singoli stati. Qui, in linea di fatto il cosiddetto “sistema di Maastricht” era già completamente franato. Via libera alla spesa pubblica e in tutti i maggiori paesi; e in dimensioni così gigantesche da ritenere provocatoria e del tutto impraticabile qualsiasi pretesa di ritorno alle regole e alle discipline dell’altro giorno. E via anche alle nazionalizzazioni e alle politiche industriali meglio se presentate con gli opportuni mascheramenti semantici. E via libera in nome di “circostanze eccezionali” che giustificavano la sua “sospensione”. Una sospensione che, come tutti sanno, è, in questo caso, per sempre.
La discussione rimane invece accesa, e con toni espliciti e violenti (vedi lettera di Conte) sul Mes e sui corona bond. Anche qui la logica delle cose e forse anche i rapporti di forza sono a favore dei fautori del cambiamento. Perché è non solo ridicolo ma anche provocatorio che chi chiede di accedere al fondo salva stati debba essere sottoposto a condizioni che richiamano il trattamento subito dalla Grecia e che tutti sanno essere del tutto insostenibili. In realtà l’opposizione si basa, qui come altrove, su questioni di principio dai sottintesi razziali (nordici onesti e latini imbroglioni per natura); e basterebbe, per soddisfarla, che il principio delle condizioni sia mantenuto magari come semplice foglia di fico. Una trincea destinata a franare; anche perché il suo principale sostenitore, la Germania, sta anch’essa franando.
Sugli eurobond, invece, almeno per ora, niente da fare. Perché qui si chiede ai paladini della virtù di unire le proprie sorti e di sostenere con i propri soldi con i praticanti del vizio; e questo è troppo.
Se ne riparlerà tra pochi giorni. In un contesto in cui i sostenitori del cambiamento non sembrano disposti al compromesso (la loro linea del Piave è fondo salva stati senza condizioni e introduzione, in tempi certi anche se in modo graduale, degli coravirus bond). E il probabile mancato accordo avrà come conseguenza lontana, l’instaurazione del principio del voto di maggioranza nelle istituzioni europee e la rinuncia di queste istituzioni a svolgere un ruolo attivo nella soluzione della crisi. Un colpo all’Europa di ieri; ma anche a quella di domani.

MIRACOLI E MIRACOLATI: ITALIA

L’Italia, anzi lo stato italiano, è, indubbiamente, uno dei più grandi miracolati di questo specifico momento storico. Le sue istituzioni, dallo stato al pubblico, fino a oggi oggetto del pubblico ludibrio fino ad essere demolite pezzo a pezzo, riacquistano un ruolo centrale, oggetto dell’attenzione e dell’aspettativa di tutti e con poteri, sulle cose e sulle persone, impensabili anche nei sogni più folli. Tutti i tabù che lo paralizzavano sono improvvisamente caduti. E lo status di libertà vigilata che lo segnava a dito in Europa è stato cancellato.
Questo miracolo va rispettato e apprezzato. Da laici perché riparatore di un’ingiustizia storica e ritorno di antichi valori. Dai cristiani, laici o meno, perché ogni miracolo contiene in sé un vincolo e una prmessa cui tenere fede.
Ma, allo stesso tempo, questo miracolo non abbiamo fatto nulla per meritarlo; né disponiamo ancora delle risorse necessarie per metterlo a frutto. Mentre saremo, anzi siamo sottoposti alle pressioni più diverse: regione contro regione, piccole contro grandi imprese, sindacati contro Confindustria; e, più in generale sostenitori delle pratiche del passato ampiamente dotati di truppe e anticipatori del futuro ancora del tutto disarmati. Scelte da compiere tra opzioni diverse se non opposte tra loro.
Un caso da manuale. Lo seguiremo insieme.

JOHNSON/TRUMP/BOLSONARO

Tre personaggi che hanno affrontato impavidamente il coronavirus. E il prezzo che questo poteva comportare per altri. Il primo con il “perderete i vostri cari”; il secondo con la “febbriciattola destinata a scomparire”; il terzo con il più marziale “chi si chiude in casa è un codardo”.
Per ora nessun segnale da Lassù: tre tamponi, uno positivo ma senza conseguenze.
Nemmeno una febbriciattola, magari per qualche collaboratore? Non chiediamo di più. E attendiamo fiduciosi.

SONDAGGI IN ITALIA

Tutti i sondaggi danno Salvini tra il 30 e il 25% e in calo; il Pd a tre/quattro punti di distanza e in crescita; alti valori per Conte; stazionario il M5S, la Meloni in ascesa e Renzi irrimediabilmente irrilevante. E’ vero che le elezioni sono ormai fuori dai nostri schermi; ma prima o poi si dovranno tenere. E allora sarebbe il caso di cominciare a riflettere su questi dati.

marzo 27, 2020

La fine della Europa a trazione Tedesca, e la rinascita della sovranita’ degli Stati, come strumento necessario al superamento della crisi .

di Franco Bartolomei

coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista

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La dichiarazione di Draghi al Financial Time sulla necessita’ di mutare il modello economico liberista su cui e’ fondata la UE , fondata sulla limitazione del deficit e della spesa pubblica , verso un nuovo modello in cui lo stato recupera una sua piena centralita’ di spesa a debito per incentivare , proteggere , ristrutturare e rilanciare in funzione antirecessiva le strutture produttive , sostenendo la domanda e rilanciando la produzione , si traduce di fatto in un sostegno a Conte e alla lettera dei 9, ed è una posizione in linea con le scelte della Federal Reserve americana , che travalicano la contrapposizione Trump Biden

Siamo in presenza di una presa di posizione fortissima di attacco sostanziale alla politica europea della Germania ,che implica un sostanziale consenso sulla scelta della Brexit .

È una posizione tecnicamente motivata , che nel suo precipitato politico rafforza Conte nella sua trattativa con la Germania e con le autorita’ europee , al punto che allo stato attuale la UE se non dovesse accettare la lettera dei 9 potrebbe rischiare la sua dissoluzione.

La presa di posizione di Draghi segna un mutamento di orientamento di gran parte delle classi dirigenti sulla via da seguire per affrontare la crisi recessiva che si va aprendo con l’emergenza sanitaria globale in atto .

Ma Il vero crinale del mutamento e’ stato rappresentato ben prima della pandemia dalla Brexit .
La crisi del coronavirus segna quindi solo il momento della esplicitazione definitiva di questo nuovo orientamento del sistema secondo linee, che finora erano state solo parte, a vario modo e con diverse finalita’ , del patrimonio critico degli economisti Keynesiani , delle sinistre socialiste europee e della sinistra di massa latinoamericana nel suo complesso ,della parte piu’ avveduta del mondo sovranista e populista , anche in parte proveniente da destra , di parte della critica no global , ed al mondo cattolico legato a Francesco ,oltre a buona parte dell’economia manifatturiera e del mondo bancario minore ,piu’ attento alle economie territoriali , ad essa legato , che non erano piu’ considerate ,nella visione della economia globale finanziarizzata, trainanti per la crescita della ricchezza sociale nel tessuto economico del mondo sviluppato .

Li si sono spaccate verticalmente le classi dirigenti economiche e finanziarie globali , ed in particolare quelle direttamente nord atlantiche , e conseguentemente il sistema esistente, ormai in crisi strutturale , è stato messo in discussione frontalmente , direttamente dall’interno e dall’alto non appena la crisi pandemica ha reso le difficolta’ irreversibili . .

La spaccatura su cui Draghi prende oggi posizione con nettezza estrema riguarda la crisi profonda , all’interno del rapporto intercapitalistico occidentale , della fiducia incondizionata nei confronti del modello tedesco nella sua proiezione dominante con il resto delle economie europee , espresso nella logica di maastricht e nella stabilita’ forzata , attraverso i limiti di bilancio della moneta comune ,che ha costituito la causa sostanziale della Brexit , e la ragione della sua riuscita .

L’equilibrio sistemico non può più accettare L’ impostazione tedesca sul debito estesa a tutta l ‘ europa, in quanto e’ da un lato elemento recessivo della economia occidentale e dall’altro fonte di uno squilibrio eccessivo e non piu’ sostenibile a favore della sola economia tedesca .

Questa è la vera ragione , prima della Brexit ,e ora delle esplicite dichiarazioni di Draghi , che delineano il nuovo modello su cui l ‘occidente capitalistico si vuole andare a riorganizzare .

Nelle dichiarazioni di Draghi c’è quindi una enorme valenza geopolitica che sottende il ragionamento economico e finanziario .

Da qui nasce la forza politica di Conte , ed il motivo per cui Mattarella è sceso in campo a suo sostegno , e deriva la lettera dei 9 .

È la prima volta che la Francia si. Schiera apertamente con Spagna e Italia contro la Germania. E questo è solo l:inizio

La svolta, esplicitata ora da Draghi apertamente , e’ stata impressa dalle stesse classi dirigenti che da tempo riflettono sulla necessita’ di un cambio di linea .

La crisi recessiva aperta dalla emergenza epidemica attuale è solo l ‘accelerazione di una crisi che viene dal 2008 , generata dall ‘esaurimento della leva finanziaria come propulsore di crescita nelle economie sviluppate ,e con l ‘inizio della loro stagnazione tendenziale che e’ in corso da piu’ di 10 anni , e che ora con l’epidemia diviene una vera e propria recessione netta .

Lo schema tedesco trasferito a livello europeo è inidoneo a rispondere alla crisi ,e la UE di Maastricht è ritagliata sul modello economico , e monetario tedesco , cosi come fu concordemente stabilito dal sistema capitalistico e finanziario multinazionale al momento del crollo del muro e dell’allargamento al’est europa post comunista della vecchia CEE, con il suo passi alla riunificazione tedesca , come scelta di consolidamento continentale di sistema attorno al modello ordoliberista tedesco che aveva dato ottima prova di se in termini di affidabilita’ sistemica nello scontro est ovest , e che prevedeva la rinuncia al marco , in cambio di una moneta comune , L’Euro , modellato sulle logiche finanziarie e di sistema del vecchio Marco della RFT.

Questo oggi non serve più alle esigenze di riorganizzazione del capitale in crisi , ed e’ inidoneo a proteggere il sistema capitalistico e finaziario globale dal crollo e dalla recessione strutturale globale , e si dimostra utile solo a proteggere la tenuta di una economia tedesca , che comunque non sarebbe mai in grado di essere locomotiva totale .

Da qui come risposte, prima la Brexit , e ora l’ ‘attacco frontale e senza appelli di Draghi , vedi caso scritto sul Finanzial Time , il giornale della city di Londra.

marzo 26, 2020

L’IMPERO DEL MALE

di Alberto Benzoni

L’espressione fu coniata da Reagan e ripresa poi da Bush figlio; per essere sviluppata da Trump, sino alla applicazione pratica più estesa e più estrema. E stava a indicare, in una specie di osceno miscuglio tra politica e morale, i paesi che di volta in volta l’Amministrazione individuava come nemici: Unione sovietica, Russia (dopo la parentesi eltsiniana), Cina (in misura proporzionale alla crescita della sua potenza), Corea del Nord, Iran (sempre), Iraq (dal 1990 al 2003), Cuba, Venezuela (all’occorrenza).

Non siamo al Male assoluto; ma all’infinita volontà e capacità di nuocere. E’ L’Iraq che dispone di strumenti di distruzione di massa e intende usarli; è l’Iran che semina distruzione e terrore in tutto il Medio Oriente e vuole distruggere Israele. E’ la Russia le cui interferenze minano alla base le democrazie occidentali e che, alla minima occasione, è pronta ad azzannarci alla gola. E’ la Cina subdolamente intenta al dominio del mondo e che sta infiltrando il nostro mondo con tutti i mezzi possibili. E’ un’ambizione, spesso del tutto irrazionale, almeno alla luce dei rapporti di forza e degli stessi propri interessi, ma comunque sostenuta da una malvagità congenita; e sullo sfondo di scenari potenzialmente catastrofici.

E mi fermo qui. Perché un mondo in cui l’Avversario di turno è, sempre, onnipotente, cattivissimo e irrazionale non esiste. Se non nella fantasia malata di chi ce lo propone. E chi ce lo propone è impervio a ogni critica e non accetta alcuna discussione.

Pure gli imperi del male esistono. E non si misurano solo nelle loro azioni e per il numero delle loro vittime. O nella intrinseca malvagità che “vi sta dietro”. Perché a prevalere, nella grande maggioranza dei casi, è la pura e semplice stupidità; la sordità intellettuale e morale che ci impedisce di misurarci con le tragedie del mondo e di capire cos’è bene e cos’è male cos’è giusto e cos’e sbagliato.

Questo per dire che ai tempi del coronavirus l’impero del male sono proprio gli Stati uniti di Trump.

E valgano, al riguardo, le ultime prese di posizione del Nostro e dei suoi collaboratori.

Partiamo da un fatto specifico; perché in sé vergognoso e perché illumina il quadro generale.

Il fatto specifico è: che il popolo iraniano, colpito prima da sanzioni pesantissime e poi dalla pandemia è allo stremo; che il suo governo ha chiesto 5 miliardi di dollari al Fmi per far fronte all’emergenza sanitaria; che gli Usa hanno posto il veto a questa richiesta, introducendo nuove sanzioni; che una serie di paesi hanno chiesto a Washington di ripensarci; che, in questo senso, il presidente Rouhani ha rivolto un appello al popolo americano; e che questo appello sia stato respinto, con la seguente motivazione :”il virus killer viene da Wuhan e l’Iran è il suo complice” (dichiarazione di Mike Pompeo).

Eccolo l’impero del male spiegato al popolo. Il virus è killer perché, magari intenzionalmente, partorito dalla Cina; e il successivo passaggio/diffusione in Iran è la conferma della presenza di un disegno incomprensibile ai più e perciò stesso infernale.

Il bello è, però, che, appena arrivato negli Stati uniti questo virus si ammoscia dando luogo a una semplice malattia, prima inesistente, poi di ambito minimale, poi destinata a scomparire, infine una delle tante (muore più gente per incidenti automobilistici; guarda caso, l’argomento statistico usato dalle Brigate rosse per ridimensionare la portata delle loro azioni terroristiche…).

In questo ragionamento, la cura (leggi le misure adottate in tutta Europa per frenare il contagio) è ritenuta peggiore dello stesso contagio; il che significa l’adozione di un bazooka (leggi di più di duemila miliardi di dollari per sostenere imprese e redditi delle persone) e di un temperino per combattere la malattia e per rafforzare il sistema sanitario pubblico oggi del tutto impari alla bisogna.

Una visione e una narrazione che passano per un uso sfacciato della menzogna e della reticenza: trentaseimila contagiati secondo i dati ufficiali, venticinquemila per il solo stato di New York, secondo il governatore Cuomo.

Siamo al più cinico “carta vince carta perde”; praticato non dal truffatore di strada ma dall’uomo più potente del mondo. E in nome delle esigenze dell’economia contrapposte ai diritti delle persone. Se si riuscirà a fare scomparire l’entità del contagio avranno vinto Trump e Wall street. Ma se questo dovesse, come è più che probabile, assumere proporzioni tali da travolgere l’intero popolo americano e lo stesso futuro del mondo, la colpa sarà del nemico esterno, imperi del male, migranti, democratici, il mondo intero e altri ancora.

Quanto basta e avanza per qualificare l’America di Trump come impero del male; e, perché no, per qualificare il prossimo appuntamento di novembre come vero e proprio giudizio di Dio.

marzo 24, 2020

Difendere la democrazia.

Il Risorgimento Socialista riafferma tutte le ragioni della propria opposizione radicale al governo , fondate su una una concezione del modello sociale e dei rapporti economici del tutto alternativa allo stato di cose esistente , e sulla convinzione che il paese debba assolutamente recuperare la propria sovranita’ Costituzionale e rompere la sua sottoposizione ad un quadro normativo e ad un sistema finanziario e monetario ad esso esterno, costituito dal complessivo sistema Euro / Maastricht Lisbona /BCE ), che distrugge il suo equilibrio sociale , la sua coesione civile , il suo tessuto produttivo , e la sua vita democratica .

In questo momento drammatico le istituzioni europee hanno tentato di distruggere il nostro sistema economico per sottoporre il paese ad un nuovo commissariamento politico , che porterebbe il paese ad uno stato di gravissimo ulteriore impoverimento , ed alla distruzione della nostra democrazia .

Il Governo pur nella sua estrema diversita’ della sua visione sociale ed economica , fondata sulla condivisione del modello liberista , e su un progetto di sostanziale conservazione del sistema, mostra di voler resistere a questo attacco esterno , che approfitta della difficilissima situazione di emergenza che il nostro popolo sta affrontando con sacrificio , generosita’ e coraggio , cercando di contestare il patto di stabilità ed il pareggio obbligato di bilancio ,per poter utilizzare in deficit spending risorse consistenti per la ricostruzione del paese senza dover subire commissariamenti di sorta .

Se riuscira’ in questo tentativo , indubbiamente segnera’ una soluzione di continuita’ rispetto alla precedente prassi consolidata’ di vassallaggio e subalternita’ che finora hanno tenuto tutti i governi della II repubblica .

A maggior ragione questo accadra’ se sara’ in grado di riaffermare la centralità dello stato nella incentivazione delle attività economiche , nella riconversione del nostro sistema produttivo verso economia reale , attraverso il rafforzamento del settore manifatturiero e delle nostre filiere produttive strutturali, e ricostruendo una presenza pubblica nei settori strategici , puntando ad utilizzare utilizzando una rete di relazioni commerciali economiche e politiche che rispondono ad una nuova logica internazionale di natura multipolare ,

Se questo tentativo , ad oggi solo abbozzato , dovesse tradursi in realta’ il problema a quel punto sarà per noi del Risorgimento Socialista quello di costruire un nuovo tipo di contrapposizione con il governo , sulla qualità delle scelte e sul tipo di modello che si sceglierà , e sul ruolo e la centralità che il lavoro assumera’ nei processi decisionali collettivi che determinano le scelte sociali ed economiche nel nuovo sistema .

Se questo non avverrà continueremo il nostro ruolo di opposizione frontale , con ancora maggior determinazione , sapendo che se l’Italia perde la partita con l’Europa la situazione diverrà drammatica per i lavoratori e tutte le classi subalterne , perché il paese subirà una stretta micidiale in termini di impoverimento ulteriore e di repressione

Per noi la scelta sara’ drammaticamente molto lineare , e definiremo le nostre scelte di fase in base a ciò che si produrrà nei rapporti con l ‘Europa , li sapremo se la nostra dovrà essere una lotta per la libertà e la democrazia contro la barbarie ed il nuovo fascismo ,o potrà essere una grande lotta democratica per le riforme socialiste all’ ‘interno di un quadro costituzionale rinnovato .

Faremo in ogni caso sempre quello che sarà utile ai Lavoratori ,ed alla difesa estrema della nostra Democrazia Repubblicana.

Viva il Socialismo

Franco Bartolomei

marzo 24, 2020

Emergenza in solitudine.

Gli errori del decreto cura – italia.

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Il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi (LaPresse)

Si può governare l’emergenza in solitudine? L’esperienza dimostra che nelle situazioni di crisi il potere si concentra inevitabilmente nelle mani di pochi. Perché così le decisioni si adottano più velocemente. Perché la catena di comando è più diretta. Perché minore è il grado di resistenza del sistema. E così sta avvenendo anche in Italia, dove il Presidente del Consiglio ha assunto il compito di dettare le disposizioni emergenziali anti-coronavirus.

A dispetto della Costituzione, aggiungiamo, perché la Costituzione è assai chiara sul punto, come peraltro in questi giorni qualcuno si affanna a ripetere. La Costituzione prescrive che “nei casi straordinari di necessità ed urgenza” spetta al Governo tutto assumersi la responsabilità di adottare un particolare provvedimento, il decreto-legge, dotato di un’efficacia temporanea e provvisoria di soli sessanta giorni. Tale atto va preventivamente sottoposto all’emanazione del Capo dello Stato. Deve essere immediatamente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, ed altrettanto repentinamente presentato in Parlamento. Le Camere devono essere rapidamente ed appositamente convocate, potendo approvare il provvedimento governativo, convertendolo così in legge, oppure, in caso di mancata approvazione, determinandone la perdita totale e retroattiva di efficacia, facendone cioè venire meno anche gli effetti già prodotti.

Invece si è scelta una strada del tutto diversa, quella dei Dpcm, che in nulla rispettano i principi posti dalla Costituzione per i provvedimenti d’urgenza. Per di più, la strategia comunicativa ripetutamente adottata ne ha aggravato la dimensione autocratica, per non parlare dei tanti dubbi e problemi applicativi. Questi atti hanno sinora goduto di diffusa effettività, cioè, pur trattandosi di atti palesemente illegittimi, sono stati osservati dalla maggior parte della collettività come se fossero validamente adottati.

Sinora le critiche a questo meccanismo extra ordinem sono state considerate con qualche fastidio anche da una parte degli stessi esperti: innanzi al dramma delle decine di migliaia di persone vittime del contagio, davanti alla morte che funesta città e paesi, cosa mai può interessarci della “forma” in cui è esercitato il potere di emergenza?

Tuttavia i giuristi conoscono bene il funzionamento del principio di effettività: esso consente di sanare in via di fatto i vizi degli atti pubblici, anche i più gravi difetti. Ma quando, per qualunque motivo, l’effettività viene meno, il castello crolla, e il disordine sociale si riappropria rapidamente di ogni spazio, impedendo anche agli stessi poteri legittimi lo svolgimento della loro funzione essenziale: regolare il pacifico e ordinato svolgimento della vita associata.

Ed allora è interesse comune assicurarsi che anche nelle condizioni di crisi, soprattutto in una situazione così dirompente come l’attuale, il potere sia esercitato nel rispetto dei limiti previsti dalla Costituzione, e ciò proprio a garanzia della pacifica e ordinata convivenza.

Sino a quando alla solitudine del potere di emergenza, comunque esso sia stato acquisito, si accompagnerà la fiducia collettiva nel leader del momento, nulla quaestio. Ma quando alla solitudine si accompagnerà la diffusa delegittimazione del governante, il pericolo del caos sarà dietro l’angolo. In democrazia, soprattutto, la legittimazione del potere si mantiene a condizione che si rispetti l’equilibrata ripartizione dei compiti e delle responsabilità non solo tra le istituzioni, ma anche tra queste e le forze politiche, economiche e sociali.

In queste ultime ore la delegittimazione appare montante: le singole Regioni si organizzano in autonomia e decidono regole differenziate da quelle nazionali; le forze sindacali protestano vivacemente, attuano scioperi locali e minacciano l’arma più grave, lo sciopero nazionale; le forze datoriali e delle professioni manifestano con veemenza le loro critiche; il mondo dell’informazione appare palesemente scontento delle distorsioni presenti nelle prassi comunicative; i cittadini sono sempre più spaesati innanzi al moltiplicarsi di annunci, di regole differenziate e di provvedimenti restrittivi di cui non si comprende davvero l’effettiva giustificazione; i costituzionalisti lanciano vibrati appelli al Capo dello Stato affinché sia ripristinata la legalità costituzionale.

Per riacquistare legittimazione, c’è una sola via: tornare sulla retta via della Costituzione e rinunciare al potere solitario. Non basta, come risulta dall’ultimo Dpcm, decentrare alcune delicate competenze al ministero dello Sviluppo economico o ai singoli prefetti. Il primo potrà modificare, a sua discrezione, la tabella che stabilisce le attività economiche esentate dalla chiusura; i secondi potranno autorizzare localmente la deroga rispetto ai divieti nazionali, là dove ritengano, in piena autonomia, che specifiche attività economiche siano “di rilevanza strategica per l’economia nazionale”. Anzi, si tratta di attribuzioni di poteri che, mancando ogni limite e qualunque condizione, stridono ancor di più con la vigente Costituzione.

Gli appelli alla scienza e alla coscienza non bastano. Senza realizzare una vera condivisione istituzionale, sociale ed economica, la crisi sanitaria travolgerà tutti, a partire da coloro che hanno preteso di affrontarla da soli.

marzo 23, 2020

Dopo i morti i fantasmi.

Il governo Conte all’articolo 76 del decreto cura Italia autorizza, «la costituzione di una nuova società interamente controllata dal Ministero dell’economia e delle Finanze ovvero controllata da una società a prevalente partecipazione pubblica anche indiretta». Pur non riuscendo a revocare le concessioni autostradali, per effetto congiunto della crisi della società Alitalia e della emergenza del coronavirus, il governo Conte ha avuto il coraggio di saltare il fosso e di nazionalizzare la compagnia di bandiera.

Ma la nazionalizzazione non basta. Non basta per Alitalia ed andrebbe estesa anche ad altre aziende strategiche che senza  l’intervento diretto dello stato rischiano la chiusura. E’ il caso della ex ILVA, che andrebbe sottratta agli sciacalli della Alcelor MITTAL e messa sotto il controllo dello Stato. Come pure andrebbero rinazionalizzate tante aziende strategiche regalate  a finanzieri senza scrupoli.

Il decreto “Cura-Italia” che è la risposta alla drammatica situazione sanitaria che stiamo vivendo, oltre al problema del funzionamento delle strutture sanitarie per far fronte all’emergenza del coronavirus si pone anche il problema del sistema produttivo dedicandogli un intero titolo. Il secondo in ordine di importanza “misure a sostegno del lavoro.”  “nessuno dovrà perdere il lavoro” dice Conte. Ci voleva il coronavirus per accorgersi che esistono   gli operai. Ci si illudeva che con la globalizzazione questa forza  fosse solo  un’opzione trascurabile e di cui si poteva fare a meno. Le navi che arrivavano dalla Cina ci portavano tutto quello di cui avevamo bisogno a prezzi stracciati alla portata di tutte le tasche.

Il mondo del lavoro  invece esiste e il governo ha messo  in evidenza la necessità di dare ai lavoratori  una protezione che fino a qualche giorno fa pareva inimmaginabile.

Esiste lo Stato, esistono i lavoratori, si comincia a nazionalizzare, il sistema di Maastricht scricchiola. L’austerità  sta facendo i bagagli, la Lagarde potrebbe fare i bagagli e se non li farà è stata sicuramente ridimensionata.

Molti analisti, che non riescono a vedere la luce oltre il tunnel del coronavirus auspicano la necessità di elaborare un “piano Marshall” per la ripresa economica europea dopo i disastri che questa pandemia comporterà. 

Niente sarà come prima!  Dopo i morti i fantasmi.

Quante piccole e medie aziende e quanti artigiani piccoli commercianti non supereranno il momento drammatico che stiamo vivendo? Quanti lavoratori prederanno il lavoro? Quante saracinesche rimarranno abbassate? E i migranti che vagano per le strade senza alcun sostegno? Dopo questa tragica pandemia dovremo trovare gli strumenti per risollevarci.

L’Italia, Europa, avranno bisogno di un gigantesco piano economico per evitare il definitivo deterioramento delle condizioni economiche politiche e sociali che una folle politica di austerità ha generato nelle economie delle nazioni più deboli dell’Europa.

Il problema  da porsi da subito è capire chi dovrà elaborare e gestire questo futuro così pieno di incognite, così difficile da affrontare e gestire. la nazionalizzazione delle industrie strategiche come Alitalia ex ILVA e tante altre è solo una risposta, certamente condivisibile, ma non è la risposta o almeno non è l’unica. 

“Insieme ce la faremo” è il mantra di questi giorni. Sta in parte funzionando, paradossalmente non sta funzionando solo nei luoghi in cui un’oligarchia di imprenditori ottusi e superficiali  interpreta quell’ “insieme” per tutti ma non per loro. Non a caso il morbo fa più vittime dove le attività si sono fermate solo per finta. Sindacati ed imprenditori seduti allo stesso tavolo insieme al governo decidono di chiudere la aziende non strategiche per la produzione.

Viene chiesta solidarietà e collaborazione. Ed giusto farlo  in questo momento come  è giusto che la scienza detti le regole da osservare.

L’attuale crisi ha dimostrato inconfutabilmente che le politiche economiche che l’Europa ha fino ad oggi adottate sono fallimentari ed è pertanto necessario elaborare un diverso modello  di sviluppo, che ponga al centro delle scelte l’intera collettività.

Non più un  sistema produttivo finalizzato esclusivamente al profitto gestito dalle multinazionali finanziarie, ma un sistema che ponga al centro le necessità e i bisogni delle collettività rappresentate dagli Stati nazionali  che recuperando la loro sovranità  costituzionale diventano  strumento di governo autonomo e democratico delle scelte economiche e sociali.

La domanda è questa: da dove bisognerà ripartire quando l’emergenza sanitaria sarà finita?

La risposta è semplice e ce la offrono gli avvenimenti di questi giorni: la nostra Carta Costituzionale!

 Attuare la Costituzione  significa però in primo luogo ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Bisogna rimanere in Europa, ma non più nell’Europa di Maastricht, dove gli stati nazionali sono spettatori assenti di decisioni prese da un gruppo di burocrati irresponsabili, ma in un Europa dove gli Stati nazionali si pongono il problema del bene comune secondo le regole che la carta costituzionale ha scritto con il sangue della Resistenza. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

“Insieme ce la faremo!” Ma dopo? Niente sarà come prima. Dovremo ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemico avrà prodotto.

Dopo dovremo essere di nuovo insieme.  Solidarietà, però, non è collaborazione. Infatti nella nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici si trovano in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà. Vi sono disposizioni che indicano i fini dell’azione dello Stato che potremmo definire una costituzione economica che prende lo spunto da quello che fu definito il Codice di Camaldoli ispirato dall’allora cardinal Montini nel 1943, che aveva appunto lo scopo di creare la piena occupazione, riequilibrare il sud con il nord del Paese e, contemporaneamente, risanare il bilancio dello Stato. Fra questi l’opzione delle nazionalizzazioni, e socializzazioni (art.43), la protezione della proprietà terriera,  la protezione dell’artigianato e della cooperazione e infine “la tutela del risparmio in tutte le sue forme”(art.46)

Per ripartire ecco la risposta che Carta Costituzionale ci suggerisce: “ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro, in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei limiti e nei modi stabiliti dalle leggi,alla gestione delle aziende.” I lavoratori non più come variabile di cui si può far a meno, ma come elemento essenziale e fondamentale del sistema produttivo per garantire la ” effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del paese“.(art.2)

Questa e la solidarietà che serve oggi ma che dovrà essere regola fondante del domani.

Togliatti che io non amo, parlò in seno alla Costituente di garantire “organi per l’esercizio di un controllo sulla produzione, da parte dei lavoratori di tutte le categorie e nell’interesse della collettività.” Ma Togliatti, si sa, era un opportunista  e non si curò di dare  gambe a questa dichiarazione di principio.

 La cogestione nasce in Italia  per opera di Mussolini, il quale con decreto legislativo  della R.S.I. del 12 febbraio 1943 intitolato  “Socializzazione delle Imprese”, creò una serie di regole che servivano a rendere le istituzioni funzionali. Ovviamente non vi era alcun diritto riconosciuto ai lavoratori.  Più pregnante risulta il riferimento ai consigli di fabbrica istituiti a Torino nel 1919 esaltati da Gramsci sull'”Ordine Nuovo”secondo il quale  i delegati potevano decidere “il controllo del personale tecnico, il licenziamento dei dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista dei diritti di libertà il controllo della produzione dell”azienda  e delle operazioni finanziarie,”  Vi furono precedenti in Russia, in Austria, in Germania. L’art. 165 della Costituzione di Weimar così recita “per la tutela dei loro interessi sociali ed economici, operai e impiegati ottengono rappresentanze legali nei consigli operai d’azienda e in consigli operai distrettuali, articolati per settori economici, e in un  consiglio operaio dell’impero.” sappiamo come reagì la borghesia tedesca, ma il principio della cogestione sopravvisse fino a diventare legge nella Germania postbellica, grazie ad un socialista.

In Italia l’opposizione alla  cogestione è stata condivisa allegramente dai rappresentanti delle imprese e dei lavoratori. Eppure una serie di direttive europee (Dir. 2001/86/CE) Parla di “influenza dell’organo di rappresentanza dei lavoratori e/o dei rappresentanti dei lavoratori nelle attività di una società mediante il diritto di eleggere o designare alcuni dei membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società o il diritto di raccomandare la designazione di alcuni o di tutti i membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società e/o di opporvisi.”

La Volkswagen nella propria carta di comportamenti riconosce il diritto di cogestione nelle sue aziende in tutto il mondo. 

Non a caso la Germania e la Volkswagen!            

Le difficoltà finanziarie delle acciaierie Krupp furono risolte con la nazionalizzazione dell’industria  e con la reazione di una società nel cui consiglio di amministrazione sedevano rappresentanti delle banche, rappresentanti dello stato e rappresentanti dei sindacati del carbone e dell’acciaio.

Un sistema di pariteticità all’interno delle aziende strategiche per l’interesse nazionale attuerebbe quella democrazia industriale oggi assente in Italia. Grandi aziende sono gestite da funzionari che percepiscono stipendi giganteschi ma che non tutelano l’interesse delle aziende che amministrano e che dopo aver fatto disastri fuggono con liquidazioni milionarie.

Il problema del lavoro importante oggi, sarà vitale domani. Grazie al liberismo sfrenato di questi ultimi venti anni i diritti dei lavoratori sono stati calpestati. Oggi la televisione l’abbonamento a sky, l’autovettura a piccole rati mensili, il telefonino per tutti hanno fatto dimenticare alla colletività di dipendere da coloro che hanno avuto nelle mani le leve del potere economico e che pertanto per anni hanno potuto disporre del destino di masse di popolazione. Hitler non ebbe nè seguito, nè potere fin quando la Germania fu in espansione. Il potere venne quando in seguito alla grande depressione del 1930 entrò in crisi lo stato nazionale tedesco, fondato sul compromesso fra la grande borghesia  e le masse lavoratrici.

Una nuova strategia di ripresa economica in Italia, come in Europa, può svilupparsi solo nell’ambito di un sistema economico produttivo improntato sul principio della cogestione. Ogni altro  tentativo di ripresa economica è destinato alla sconfitta a al riproporsi di vecchi schemi in cui il potere economico e politico rimane nelle  mani della finanza internazionale con annullamento della sovranità degli stati e con l’isolamento dei lavoratori.

La cogestione invece può diventare strumento di mutamento sociale.

 Oggi  il lavoratori stanno collaborando per tenere in piedi l’emergenza. Nella fabbriche, negli ospedali, nei trasporti, nelle forze dell’ordine sono i lavoratori che stanno gestendo l’emergenza, ma questo dopo non sarà più sufficiente.

“Siamo nella stessa barca!” E’ vero, ma proprio perchè coloro che possiedono i mezzi di produzione e coloro che sono obbligati a vendere la loro forza lavoro i primi non dovranno più avere il diritto di gestire i propri strumenti in maniera autoritaria. Ci sono imprenditori che non sono altro che dirigenti e ci sono lavoratori che sarebbero in grado di gestire un’azienda proprio come sta succedendo oggi negli ospedali italiani.

Stiamo vedendo in questi giorni che gli imprenditori, malgrado l’emergenza, vogliono conservare il potere di decisione e di disposizione, mentre i lavoratori di fatto pongono in discussione tale diritto alla disposizione individuale. I lavoratori difendendo i loro interessi difendono l’interesse collettivo, che in questo caso è il diritto alla salute. Alla collaborazione allora si deve sostituire la cogestione.

Questa autonomia che i lavoratori, responsabilmente, si sono data, deve diventare effettiva in maniera tale che quel sistema che ci ha portato al tracollo economico venga stravolto in nome di un nuovo paradigma nei rapporti produttivi.

Introducendo nelle aziende il sistema della cogestione così come suggerito dall’art 46 della Costituzione significa allargare e approfondire il concetto di democrazia. Mentre la democrazia “normale” così come è concepita oggi è ristretta solo al livello politico e quindi soggetta a ridursi laddove le burocrazie nazionali ed internazionali prendono il sopravvento, la cogestione renderebbe democratici quei settori in cui le strutture autoritarie non sono mai state messe in discussione in nome di un efficientismo di maniera per cui l’azienda per come è strutturata è immodificabile nel tempo.  Siamo ancora ai tempi del “padrone del vapore”.

Tragica illusione.

La cogestione invece rende i produttori cioè gli operai, i dirigenti, gli impiegati, i lavoratori in  genere, cioè tutti coloro che prendono parte al processo produttivo   partecipi della produzione godendo nello steso tempo di ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.

In questo senso la cogestione diventa il fondamento di una democrazia economica che significa controlla dal basso dei sistemi produttivi.

Certo si potrà dire che i sistemi produttivi attuali richiedono competenze e professionalità che i lavoratori non hanno, ma se questo è vero per i lavoratori, è  vero anche per i proprietari delle aziende. Oggi le azienda usano stuoli  di tecnici  cui far riferimento per tutte le esigenze aziendali Perché un’azienda cogestita non potrebbe fare lo stesso?  Quante aziende si sarebbero salvate dal fallimento se invece dell’uomo solo al comando avessero ascoltato il parere di quelli che lavoravano all’interno dell’azienda senza avere alcuna voce in capitolo sulla gestione.

Nei tempi recenti molte aziende si sono salvate perchè i dipendenti le hanno acquistate e ne sono diventati i titolari e con una gestione collettiva  hanno salvato i loro posti di lavoro e la produzione.

Molti soldi arriveranno dopo il coronavirus, già adesso i burocrati di Bruxelles lasciano che gli stati rompano il patto di stabilità per far fronte ad un’emergenza economica che già da adesso si profila disastrosa, ma non dovrà accadere quello  che è successo nel 2008 e cioè che questi soldi vadano solo ad alcuni dei protagonisti: alle banche, ai fondi di investimento, agli speculatori internazionali. Questa massa di soldi che sarà messa in circolo dovrà servire per ricostruire un tessuto industriale devastato da venti anni di iperliberismo.

Questa ricostruzione non si potrà fare se non ridando dignità agli stati nazionali e rendendo tutti partecipi della ricostruzione. Alitalia è stata nazionalizzata, ma non può essere messa in mano a burocrati super-pagati pronti  a svenderla. Alitalia vale molto, ma chi vuole prenderla la vuole senza prendere quelli che fanno volare glia aerei, gli stewards il personale di terra. Se invece costringiamo lo stato a mettere nella società costituenda nei consigli di amministrazione oltre ai rappresentanti del governo, delle banche che la finanzieranno, anche una rappresentanza dei lavoratori che possano decidere insieme il futuro forse salveranno un patrimonio costruito con i soldi degli italiani. Lo stesso discorso vale per la ex Ilva e per le autostrade.

Al posto del diritto individuale di diposizione sui mezzi di produzione del proprietario, sia esso pubblico che privato subentra un diritto di disposizione collettivo, nel quale i lavoratori quali organi democratici della produzione  hanno pari diritti. E’ un capitalismo nuovo che coinvolge la collettività e ed impone il diritto al controllo della produzione con un unico limite che è quello del bene comune. Si chiama democrazia ed i padri costituenti lo avevano capito.

Per evitare in futuro i disastri economici che fenomeni come il coronavirus  produrranno bisognerà arrivare insieme a queste emergenze.

“Insieme ce la faremo” diciamo oggi e ognuno sta facendo la sua parte: chi restando a casa, chi negli ospedali a salvare vite umane, che per le strade a presidiare il territorio, gli operai andando in fabbrica a lavorare  a rischio di contaminazione, ma domani dobbiamo lottare perché ci sia un processo di democratizzazione dell’economia, non più schiavi delle borse che non chiudono in questi giorni tragici e continuano a fare affari sulle cataste di morti. Il concetto che al proprietario, all’industriale può essere tutto concesso va ridimensionato.

Naturalmente la cogestione non riguarda il contadino che con le forze sue e della sua famiglia coltiva le terra, raccoglie i prodotti e li vende; nè può riguardare il piccolo negozio di ottica che vende occhiali. Viceversa la cogestione dovrà riguardare la fabbrica o la grande catena di distribuzione o quel settore strategico per l’economia nazionale che non possono essere gestiti senza l’apporto dei lavoratori. Abbiamo potuto tristemente constatare che il rischio d’impresa non è solo del proprietario ma anche e soprattutto dei lavoratori che dall’oggi al domani i trovano in cassa integrazione prima e in mezzo ad una strada dopo.

O si democratizza l’economia o questa massa di soldi che sta arrivando e che arriverà in futuro sarà preda del capitalismo finanziario che come dimostrano gli avvenimenti di questi giorni in cui mentre si muore da una parte dall’altra si continua a speculare tenendo le borse aperte.

Beppe Sarno