febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

aprile 18, 2021

SOGNI D’ORO!

Un imperativo di comando indispensabile per condurre un’esistenza resiliente e accomodante consiste nell’invito a sognare. L’educazione del cittadino erasmussino, spinto dall’etica imprenditoriale alla continua ricerca di esperienze auto-rigeneranti in un territorio privato di Storia e di contraddizioni sociali, in un Eden immaginifico e psichedelico, è incentrata su un’onirica liberazione personale. La cultura acquista valore solo se è capace di fortificare l’individuo contro le intemperie e gli imprevisti della vita di mercato. Perché la società sia del tutto spoliticizzata appare essenziale questa pedagogia sul buon senso comune che costringe all’inconcludenza dei pensieri belli, ricchi di civiltà. I luoghi comuni diventano progressisti perché siano combattuti nemici invisibili o costruiti artificiosamente. Un campionario dei sogni tollerati dalla nuova morale, tutta concentrata nel far dimenticare all’essere umano la propria coscienza di classe e la propensione al conflitto collettivo che dà corpo sostanziale alla democrazia, è stato snocciolato a più riprese in questi giorni da vari esponenti della politica d’avanspettacolo. Quella che si scervella di continuo per trovare la soluzione migliore nel lasciare le cose esattamente dove il capitalismo concorrenziale le ha portate.Così Enrico Letta sogna una donna alla guida del Partito Democratico. Tanto per far capire che la guerra tra sessi, dei sessi contro i generi, dei generi contro le inclinazioni, delle inclinazioni contro i gusti sono i soli conflitti auspicabili dal perbenismo libertario. Una donna qualsiasi. Magari un dittatore in gonnella che spezza le reni alla Grecia. Non importa. Ne abbiamo avuti di esempi virtuosi. Dalla Thatcher a Condoleezza Rice, dalla Merkel alla sanguinolenta Hillary. Per non parlare delle implacabili rappresentanti del cinismo frugale che dispensano dosi illuminate di macelleria sociale. Direttamente dai troni del sogno europeo si materializzano la Principessa Lagarde e la Marchesina von der Leyen. Quest’ultima – fortuna sua – dotata di affascinanti minuscole che donano signorilità e indiscutibile credibilità al cognome.Contemporaneamente il prode Di Battista sogna un limite perentorio per rappresentare la nazione. Due mandati e poi a casa. D’altronde cos’è la politica se non diligente servizio razionale. Lo Stato è impresa. Quindi non occorrono sentimentalismi passionali o ideologici. Il buon governo è buona amministrazione. Intatto va lasciato il quadro generale. La questione si riduce a particolarità tecniche. Principio che correda l’idea dell’impiegabilità precaria. Nella quale i vademecum valutativi sui lavoratori sono costruiti dall’arbitrario giudizio sulle loro potenzialità future. Disciplinati automi con carattere aperto alle novità e soprattutto propositivo. I parlamentari dovranno seguire la medesima disciplina. Due mandati di Erasmus istituzionale. Esperienza evolutiva in cui si impara a decodificare con diligenza lo spirito dei mercati. L’importante è non rubare la mela dell’Eden.Chi con improvvido spirito arcaico, ancora legato a poco illuminate superstizioni novecentesche, si permette di citare i diritti sociali o di lottare contro il capitalismo della concorrenza che venne incontro alle esigenze di liberazione individuale dei ragazzi borghesi del ’68, così oppressi dalle loro famiglie castranti nelle quali si doveva far troppo sforzo per contrastare la gerarchia, viene immediatamente tacciato di fascismo dai flaneurs dell’impegno sociale. Anzi di rosso-brunismo. Stigma buono per tutte le stagioni. Questi gagà del socialismo, educati dal sogno della fantasia al potere, sempre attratti dalle lussuose campagne di marketing orchestrate dal capitalismo filantropico e caritatevole, fanno squadra con i vari Rockefeller per salvare il mondo dell’anarchia finanziaria. Insieme sognano un mondo libero da Stati, Chiese e ortodossie di partito, dove tutto è mercificabile. Dove le loro piccole associazioni godranno delle privatizzazioni dei beni pubblici ai quali per non sfigurare nei salotti affacciati sulle strade dei buoni quartieri si darà il nome di beni comuni. Senza far mancare puntuali appelli all’unità dei sognatori. Kermesse nelle quali si riciclano di continuo vecchi palchi dove gli ormai brizzolati ragazzi sessantottini potranno condividere stanche omelie sul vecchio Stato burocratico sempre in procinto di limitare le loro fascinose vite. Solo per caso non oggetto di buoni spunti per romanzi di formazione. Parate dove l’unità della sinistra funziona da camomilla. Per augurare a tutti un’anestetica buonanotte e sogni d’oro.

aprile 15, 2021

Intitolare una via a Bettino Craxi!

di Beppe Sarno

Questa mattina ho depositato al protocollo del Comune di Avellino la richiesta di intitolare una via a Bettino Craxi sono sicuro che il sindaco della mia città avrà la sensibilità di accogliere la mia motivata richiesta.

Ill.mo sig. Sindaco del Comune di Avellino

Il sottoscritto Avv. Giuseppe Sarno, nato ad Avellino l 25 giugno 1947 ed ivi residente alla c/da Serroni 4/B in qualità di coordinatore regionale del Partito Risorgimento Socialista  

Chiede

All’amministrazione di cui lei è il rappresentate affinché si avvii, nel più breve tempo possibile la procedura necessaria e nei confronti degli organi amministrativi preposti, per l’intitolazione di una piazza o di una via della nostra città a Bettino Craxi.

Da 21 anni Bettino Craxi riposa nel cimitero cristiano di Hammamet e a distanza di tanti anni sono poche  le Amministrazioni che  hanno intitolato un luogo pubblico a Benedetto (Bettino) Craxi. Abbiamo strade dedicate a Lenin,  a Che Guevara,  a Ho Chi Min,  a Mao Tse Tung.

 La nostra strada principale il corso di Avellino  è intitolato ad un re, laddove la monarchia non esiste più e l’intera casa Savoia oltre ad aver affamato e distrutto il popolo meridionale dovette vergognosamente fuggire lasciando un’Italia piena di macerie, abbandonando il popolo che diceva di amare e rappresentare. Abbiamo una piazza intitolata a Giuseppe Garibaldi, conquistatore e predatore dell’intero meridione, che conquistò  il Regno delle Due Sicilie corrompendo i generali borbonici con l’aiuto determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli e con il sostegno della massoneria, depredando  i depositi e i risparmi del Banco di Sicilia e di Napoli.

L’ Italia ha il  dovere di ricordare uno statista  che è stato il rappresentante coraggioso  del socialismo democratico e riformista in Europa e nel mondo.

Con Craxi, grazie alla collaborazione virtuosa di un grande partito democratico quale fu la Democrazia Cristiana divenne fra i primi paesi  d’Europa  ad avere un tasso di sviluppo  di circa il 3% annuo e ottenne per la prima (ed unica) volta il massimo di affidabilità da parte delle maggiori agenzie di “rating” internazionale che attribuirono all’Italia la valutazione massima, la cosiddetta  tripla A, facendo entrare il nostro Paese nel gruppo dei Sette grandi paesi industrializzati del mondo.

Non va dimenticato che Craxi gettò le basi per l’ Europa dei Popoli e che, pur convinto filo-americano, non si fece  umiliare dal presidente americano  Reagan  per rivendicare la sovranità territoriale italiana.

Craxi arrivò alla guida del Paese in un momento di gravissima crisi strutturale e seppe proporre  gli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione.

Craxi fu uno dei pochi che assieme al grande Pontefice Paolo VI° tentò disperatamente di salvare la vita ad un altro grande statista: Aldo Moro.  

Il 19 gennaio 2000 Bettino Craxi è morto ad Hammamet suscitando il cordoglio di tutto il mondo democratico ed  il governo dell’epoca – presieduto dall’on. D’Alema –  propose di tributare a Bettino Craxi i funerali di Stato in Italia che la Legge prevede solamente per le più alte cariche istituzionali e per quelle personalità “che abbiano reso particolari servizi alla Patria, nonché per quei cittadini che abbiano illustrato la nazione italiana”. Non furono celebrati perché la famiglia Craxi si oppose!

La Corte di Giustizia Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per violazione dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo sull’equo processo. Il Procuratore Capo del Tribunale di Milano Gerardo D’Ambrosio (poi Senatore della Repubblica eletto nelle liste del PD e prima con i DS) che condusse le indagini che portarono alla condanna del Presidente Craxi  fu il primo a riconoscere che l’ex segretario del PSI non aveva mai intascato soldi a titolo personale e in un’intervista al “Foglio” del 22 febbraio 1996 affermava: “…La molla di Bettino non era il suo arricchimento ma la politica”.  

La difesa della libertà dei popoli oppressi è stata per Bettino Craxi una ragione di vita. Non ebbe paura di accusare le multinazionali per l’aiuto dato al golpe cileno di Pinochet, così come aiutò i socialisti portoghesi a combattere  la dittatura di Salazar. Craxi ha servito le ragioni della libertà, oltre ogni convenienza ed opportunità tanto che il suo epitaffio dice:

‘La mia libertà equivale alla mia vita’.

Con la stima di sempre

Suo affezionatissimo

Giuseppe Sarno

aprile 14, 2021

I rom e sinti rubano i bambini?

Di Santino Spinelli

Lo sanno tutti ormai. È una verità acquisita. Un dato incontrovertibile per i razzisti e per coloro che sanno tutto su tutti e soprattutto sugli odiati “zingari” sporchi, brutti e cattivi, nomadi che non si vogliono integrare nella società civile. Fra tutti questi stereotipi quello di sottrarre i minori alle proprie famiglie è il più grave e inaccettabile. I rom e sinti non sono mai stati nomadi per cultura ma la mobilità è sempre stata coatta e figlia di persecuzioni disumane non rilevate dagli storici ufficiali e di corte. Ecco allora campagne mediatiche ben preparate e reiterate al momento giusto. Tutto pianificato e tutto prestabilito come sempre, come ovunque. Comunicazione a senso unico e senza contraddittorio. Tutti devono sapere che i rom e sinti rubano i bambini, un allarme da lanciare per prevenire e per creare diffidenza e odio verso gli irriducibili “zingari” che meritano di essere trattati come una categoria speciale di persone e non come comuni esseri umani. Su qualcuno va pur riversato le frustrazioni collettive e il malcontento dovuto a problemi irrisolti di politici mediocri e corrotti. Le monarchie e gli imperi li hanno sempre perseguitati per la loro “diversità ” i regimi totalitari hanno cercato di annientarli fisicamente e sradicarli dalla faccia della terra. Oltre mezzo milione di rom e sinti sterminati dai nazi-fascisti ma questo sui libri di storia conta poco, meglio tacere e non evidenziarlo perché potrebbe far scaturire una solidarietà umana che non sa da fare. Nell’Europa civile e democratica sono i più odiati senza che nessuno conosca realmente gli aspetti storici, culturali, antropologici, linguistici, gastronomici e letterari di questa minoranza etnica. Ma tutti pensano di sapere tutto. Odio e rancore ad occhi chiusi. Basta la parola e la verità dei politici di parte o dei mass media compiacenti. La televisione è la nuova Bibbia. I sondaggi parlano chiaro nessuno vuole i rom e sinti e nessuno li ama. Ma cosa c’è realmente dietro questa avversione senza tempo? Perché tanto odio?L’Europa stessa stanzia milioni e milioni di euro in nome e per conto dei rom e sinti ai quali arriva solo becero assistenzialismo e segregazione razziale come i campi nomadi e quartieri ghetti. Una sorta di neocolonialismo autoreferenziale dove ci guadagnano tutti tranne rom e sinti. Una vera e propria industria attorno al mondo rom e sinto. Tutti tacciono verso questo vergognoso sfruttamento.La vicenda della Pipitone e il clamore mediatico di questi giorni si traduce in propaganda e in odio razziale contro una minoranza inerme che alimenta un’avversione atavica, puntualmente reiterata. La faccenda va avanti da secoli disumanamente. Il razzismo puro si raggiunge attraverso la mistificazione della realtà. Lo facevamo i nazifascisti e tutti i regimi totalitari. Ciò che è grave è che siamo in un regime democratico che dovrebbe tutelare le minoranze etniche e non discriminarle. Nessuna istituzione si eleva per condannare questo sciacallaggio mediatico vergognoso e incivile che mette alla berlina un’intera popolazione facendola passare per ciò che non è e favorendo l’odio e la diffidenza. Far passare i rom e sinti come coloro che rubano i bambini senza che MAI un solo caso sia stato realmente verificato o condannato dalla Magistratura dovrebbe far riflettere molto. I rom e sinti hanno tanti figli e non sanno cosa farsene dei figli degli altri e hanno il valore della famiglia come pochi. Le scomparse dei bambini riguardano quasi sempre beghe familiari interne come le vicende dei fratelli di Gravina e della Celentano ci hanno chiarito. Ai rom e sinti non si chiede mai scusa quando la verità viene a galla e resta la fantomatica fake news che i rom e sinti rubano i bambini, così come i comunisti addirittura mangiano i bambini. Guai a toccare i bambini in una società maggioritaria in cui i pedofili sono al massimo delle loro potenzialità e in una società che esprime soggetti che fanno turismo sessuale con i bambini. Contraddizione in essere con accettazione passiva. Nessuna reale guerra mediatica reiterata contro i pedofili. Guai però a toccare i bambini se sono gli “altri” soprattutto se odiati. Guerre mediatiche e silenzi istituzionali conniventi. Su rom e sinti oggi come in passato si può fare tutto e dire di tutto, anche e soprattutto le bugie più repulsive. Sono però tutte verità che l’opinione pubblica deve acquisire. Polpette avvelenate da ingurgidire a senso unico. Nessun intellettuale si indigna, nessuna voce a favore di una minoranza etnica inerme ed innocente. Tutto tace. Il silenzio è connivenza. Nell’era della comunicazione la più grande delle mistificazioni. Tutti ci credono: i rom e sinti rubano i bambini, anche se i fatti e i dati sono incontrovertibili, tutti ci credono, tutti devono crederci, tutti vogliono crederci. Questa la verità. I giornalisti che spacciano fake news dovrebbero essere arrestati. Le trasmissioni che incitano all’odio e alla discriminazione dovrebbero essere chiuse. Io personalmente combatto e ho insegnato ai miei figli a combattere queste ingiustizie e questa criminale discriminazione su base etnica. Meditate gente, meditate.

aprile 11, 2021

Cipriano Scarfò, gli antifascisti del Sud!

Cipriano Scarfò (*)Era nato a Taurianova (Rc) il 24 marzo 1889, dove venne fucilato il 25 agosto 1943, in Contrada Chiusa. Cresciuto in una famiglia di artigiani, Cipriano Scarfò era un abile armiere che costruiva manualmente fucili da caccia nell’officina situata al centro di Taurianova. In seguito alla caduta del fascismo e alla vigilia dell’Armistizio, nell’estate del ’43, la piana di Gioia Tauro divenne bersaglio di numerosi bombardamenti alleati che indussero la popolazione a spostarsi nelle campagne circostanti. Anche la famiglia di Cipriano – moglie e sei figli – trovò rifugio in una casetta in Contrada Chiusa, sulla provinciale che dalla città conduce a Polistena. Lì vicino, in una distesa di ulivi secolari, era acquartierata la 29ª Divisione tedesca Panzergrenadier dopo l’evacuazione dalla Sicilia.Il 25 agosto 1943, come tutte le mattine, Scarfò percorse la carrabile che costeggia l’accampamento militare per andare ad aprire la sua bottega. Quel giorno, però, non fu uguale agli altri: “Attendevamo papà per il pranzo – ricorda il figlio Benito in un’intervista allo storico Rocco Lentini – ma lui non arrivò”. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che era stato arrestato dai nazisti in piazza Duomo e portato via su un autocarro, con l’accusa di aver tagliato i fili delle comunicazioni del campo tedesco. Vani furono i tentativi da parte di conoscenti e amici che si trovano sul posto, tra cui alcune tra le persone più stimate del paese, di chiederne il rilascio poiché sicuramente doveva esserci stato un errore di persona.Secondo varie testimonianze, in realtà, Cipriano era in rapporti con il gruppo di socialisti che stava progettando la ricostituzione di un comitato antifascista a Taurianova. E in passato aveva manifestato idee libertarie e “disfattiste”, oltre ad aver perduto l’opportunità di lavorare alla BPD, Bombrini Parodi Delfino, industria chimica di Colleferro che produceva esplosivi, per non aver mai voluto prendere la tessera del PNF. Una volta era stato l’unico a non alzarsi in piedi durante la lettura del bollettino di guerra alla radio, come imponevano le disposizioni di Starace, provocando l’ira del maggior gerarca locale.All’imbrunire, la moglie e i figli di Cipriano si presentarono al campo per scongiurare il comandante, il generale Walter Fries, di liberare un padre di famiglia. Non riuscirono a parlare con nessuno, vennero scacciati brutalmente e minacciati con le armi. Si verrà a sapere che Scarfò era già stato processato sommariamente e condannato a morte per sabotaggio. Alle 14.30 la sentenza era già stata eseguita: lo avevano legato a un ulivo e fucilato al petto. “Vigliacchi!”, pare abbia gridato Cipriano ai suoi assassini. Il giorno del funerale non fu consentito l’ingresso in chiesa e tutto si svolse in un clima di sgomento e di paura.Solo da pochi anni, a Taurianova, una targa ricorda il sacrificio di questo eroe. In tempi recenti, poi, la ricerca storiografica ha ampliato e approfondito il concetto stesso di Resistenza, estendendolo a quella non armata, alle donne e ai civili, non solo del Settentrione e non solo dopo l’8 settembre. E ha innalzato il contributo del Sud a vera e propria “partecipazione” alla Liberazione d’Italia.(*) Fonte: ANPI – Donne e Uomini della Resistenza

aprile 11, 2021

LA PROTERVIA DEI COMPETENTI!

di ferdinando pastore

Ho atteso volutamente qualche giorno prima di commentare la conferenza stampa di Mario Draghi. Dovevo far fronte a una sensazione di fastidio morale e fisico di non semplice decodificazione. Una repulsione che non era strettamente connessa alle indicazioni di indirizzo politico espresse dal Presidente del Consiglio. Un’indigeribilità legata a un’atmosfera, a un atteggiamento. Ciò che rimaneva nell’ombra nell’immediatezza delle sue parole ha preso pian piano limpidezza. Draghi si rivolgeva alla popolazione con un’aria di rassegnata sufficienza. Ha riproposto semplicemente con lo sguardo quella predisposizione mentale tipica della managerialità. La realtà è troppo complessa per essere spiegata. Le interconnessioni tra mercati, decisioni economiche, reti della globalizzazione non possono essere oggetto di interpretazioni politiche. Attraverso quel contegno paternalistico si ammoniva l’intera comunità dell’infruttuosa perdita di tempo che determinate convenzioni comportano. L’utilizzo di questa retorica ha permesso al capitalismo concorrenziale di abbattere dall’immaginario collettivo in primo luogo l’interesse dei singoli alla partecipazione politica cosicché si andassero a deperire in una lenta agonia i corpi intermedi all’interno dei quali si sviluppava un tempo la conflittualità sociale che configurava la democrazia sostanziale e in secondo luogo di rendere le forme della democrazia formale desuete forme di discussione che non potranno in alcun modo reggere il passo con lo spirito della competizione educativa che necessita di interventi di rapida sottomissione alle tendenze dei mercati.Per assecondare questa visione ideologica e irrazionale della realtà la conferenza stampa è andata avanti per forza d’inerzia in un veloce susseguirsi di banali luoghi comuni ormai in voga da almeno tre decenni. La colpevolizzazione dei singoli e del sistema pubblico per le inefficienze per esempio. I giovani che indebitamente si vaccinano non rispettando il turno in un groviglio di clientelarismo e furbizia malandrina tipica dell’italianità da sempre così poco incline alla disciplina frugale del protestantesimo. L’abbandono dei falliti al proprio destino. Non al passo con la creatività necessaria per sopravvivere nel virtuoso percorso formativo dell’imprenditorialità. Quell’inclinazione all’impresa che proprio i governi dei competenti in questi anni hanno promosso con politiche attive – specchio dell’interventismo liberale – dando corpo al sistema degli incentivi, degli sgravi fiscali per confuse categorie di soggetti. I quali non dovevano in nessun modo rivendicare un’occupazione pubblica ma sfoderando coraggio e innovazione cimentarsi nella costruzione auto-disciplinante dell’uomo/impresa. Modo come un altro per celare i dati sulla disoccupazione. La famosa disoccupazione strutturale. Lo stesso meccanismo si deve applicare a questi costosi carrozzoni pubblici. Affezionarsi a una compagnia di bandiera è frutto di un arcaico sentimentalismo novecentesco. Tutto si deve misurare con lo spirito della concorrenza. Ce lo chiedono i trattati. Ce lo chiede l’Europa. A maggior ragione se la stessa oggi si sacrifica in modo così commovente nell’elargizione dello strozzinaggio caritatevole denominato Recovery Plan. Le famose condizionalità che non esistevano. L’Italia si genuflette ai suoi padroni. Nell’osservanza dei due vincoli esterni. Adempimenti acritici dei precetti morali impartiti dalla superiorità genetica tedesca e dei consigli portati dai venti di una nuova guerra fredda. Perturbazioni messe in circolo dal sempreverde imperialismo americano. Si dia un fermo e deciso stop a questa folle simpatia per Cina, Russia e Cuba. Lì ci sono i dittatori, qui una sana e civile oligarchia.

aprile 10, 2021

Pietà l’è morta!

un’intervista della nostra antonella ricciardi alla figlia di un detenuto piena di dolore e di stupore per uno stato che mostra tutta la sua debolezza e vigliaccheria, mostrandosi forte e cattivo con i deboli e rinunciando al suo dovere di redimere e perdonare chi mostri il pentimento.

di Antonella Ricciardi

L’appello di una figlia che non contrappone la condanna di reati legati alla violenza, al restare accanto ad un padre che ama: questi sentimenti profondi sono espressi, con intensità, da Francesca Romeo. La giovane Francesca condanna in modo incontrovertibile la violenza delle faide, e nel contempo aiuta il padre Tommaso, detenuto per reati di ‘ndrangheta, a diventare persona diversa e migliore. Un tempo coinvolto nella cosca D’Agostino-Belcastro-Romeo, Tommaso Romeo aveva cercato di distaccarsi da un cugino della famiglia D’Agostino, che spadroneggiava in diversi luoghi della Calabria; in pochi anni, si era arrivati ad una escalation, un crescendo di violenza, che non si era riusciti a fermare: una guerra, un effetto domino. Rispetto a quel tragico passato lontano, però, Tommaso Romeo ha intrapreso un percorso di profondo miglioramento ed interruzione di rapporti con la devianza, cercando di fare emergere sempre più la parte pulita della propria coscienza, rispetto agli aspetti legati al buio del passato; un itinerario certamente reale, il suo, che però non è favorito dalla sua carcerazione ancora ostativa: 28 anni di carcere consecutivi, senza un permesso, normalmente chiuso in una stanza, senza vedere paesaggi,  rendono certamente difficile fare uscire il meglio di se stessi; e non è facile, ammette Tommaso Romeo in uno scritto sul giornale “Ristretti Orizzonti”, far sì che in questa condizione, generando rabbia, non offuschi la mente.  Un passo avanti, per Pasquale Romeo è stato comunque la revoca del 41 bis, durante il quale, tra le altre cose, si veniva, spesso, sottoposti troppo frequentemente a perquisizioni che possono risultare umilianti, anche per la loro gratuità: anche parti intime vengono “ispezionate” durante delle flessioni, volute per “facilitare” il controllo; il cibo non poteva essere cucinato. Negli ultimi anni, comunque, la frequenza troppo accentuata di tali perquisizioni estreme e il divieto di cottura sono stati condannati in delle sentenze, revisionando in piccola parte lo stesso 41 bis. Le parole e gli scritti di Tommaso Romeo esprimono con chiarezza un cambiamento per il bene, attestato anche da significativi incontro dell’associazione “Ristretti Orizzonti”, che appunto dà nome anche al giornale e ad una casa editrice: anche con incontri di familiari di vittime, in un percorso di giustizia riparativa. La stessa Francesca Romeo, innocente figlia di Tommaso, è in contatto molto cordiale con Fiammetta Borsellino, figlia del Magistrato eroe del 1992. Anche Paolo Borsellino aveva espresso fede nella redenzione, affermando anche che una scintilla divina fosse presente anche in coloro che  avessero un tempo commesso dei crimini. Attualmente, Tommaso Romeo spera che la sua crescita etica venga messa alla prova dei fatti, con un possibile, graduale reinserimento nella vita non carceraria. Tornando più La testimonianza di Francesca  Romeo, ha  trovato la più grande attenzione in coloro che ogni giorno si impegnano ad aiutare le persone più immerse nel dolore: una sua lettera era stata letta da Papa Francesco l’anno scorso, lei stessa aveva parlato alla trasmissione RAI “A Sua Immagine”, ed il percorso di suo padre è stato particolarmente incoraggiato da don Marco Pozza: cappellano del carcere di Padova, sacerdote molto ispirato e vicino anche alle “periferie” marginalizzate della società; i suoi libri e perfino le sue interviste a Papa Francesco hanno, al riguardo, impresso un segno indelebile nella coscienza di molti.

Ricciardi: “Tuo padre, Tommaso Romeo, un tempo coinvolto in una guerra di ‘ndrine, le cosche calabresi, si è da tempo dissociato da quel passato. Puoi esporre, per far conoscere anche agli altri meglio, qualcosa di questo percorso?

 Romeo:“Sì; mio padre è stato tanti anni, in carcere, e fino a nove anni fa ha conosciuto un tipo di carcere che non gli permetteva di fare nessun progetto, nessun percorso. A Padova, è stato trasferito nove anni fa: da allora, mio padre è cambiato; dico da quel giorno, perchè a Padova ha conosciuto una realtà diversa, con il percorso che ha seguito con “Ristretti Orizzonti”, che è un’associazione, portata avanti da Ornella Favero, una volontaria, responsabile dei Volontari Italiani; tramite questo percorso, mio padre ha riconosciuto i suoi errori.”

Ricciardi: “Ornella Favero è anche nell’associazione Granello di senape?

 Romeo:“Sì. Aggiungo che mio padre si è sentito trattato da persona: da essere umano, e non soltanto come numero. Quando si è sentito appunto trattato in quanto essere umano, gli è stato detto da Ornella di partecipare a questo percorso, e soprattutto consigliato di riprendere gli studi. Mio padre è una persona diplomata, però Ornella lo aveva incoraggiato ad intraprendere l’Università, come lui ha ben fatto. Noi andiamo, giustamente, a trovarlo: dal quale giorno, nella sala colloqui, noi abbiamo visto una persona diversa: meno arrabbiata, più solare. Soprattutto è questo cambiamento che ho notato, perchè è stato anche lui che mi ha chiesto, per primo, di partecipare a questa iniziativa: mi ha chiesto di aiutarlo, di appoggiarlo. E da qui, ho capito che mio padre è cambiato, anche perchè ha iniziato un percorso scuola-carcere: le scuole così entrano anche in carcere. Così, le testimonianze, le domande, crude e nude, degli studenti, giustamente, lo hanno messo davanti ai suoi errori… E la cosa più bella che, comunque, io ho visto, è stato di vedere mio padre dire ad un giovane, ed anche ad un nipote, di non fare certi errori nella vita, perchè altrimenti saranno loro a pagare: come lui, che ha perso la sua libertà.”

Ricciardi: “Quindi, sta aiutando anche gli altri a non sbagliare…Può anche darsi che stesse cambiando pure prima, ma non gli fosse stata data la possibilità, perchè non messo alla prova, nè stimolato?”

 Romeo: “Certo, perchè, come ti dicevo, ha conosciuto un carcere diverso. Soprattutto, lui è stato anche in un regime di 41 bis, quindi in un regime molto duro.”

Ricciardi: “Sì, in effetti: estremo.”

Romeo: “Lì, la dignità di una persona viene annullata; sempre solo, in isolamento. Ci stavano negando anche il rapporto tra padre e figlie, per vari aspetti; figurati se gli permettevano di fare percorsi. Poi, quando gli hanno tolto il 41 bis, da lì, c’è stato un cambiamento di carcere, ma anche di lui, in quanto essere umano, per il modo in cui veniva trattato; per cui lui, tutto quello che aveva dentro, lo ha messo fuori. Lui spera di ottenere un permesso, per fare capire anche alla società che è cambiato”.

Ricciardi:“ lui chiede un trattamento normale: quello che hanno quasi tutti gli altri. In quanto figlia, ti è chiaro in che modo tuo padre sia stato coinvolto, forse in parte involontariamente, in una guerra di ‘ndrangheta? Almeno per fare capire un meccanismo.”

 Romeo:“, come dice mio padre, non scegli tu dove nascere; è nato al Sud dove ci sono, a volte, dei contesti sbagliati; dei contesti che ti portano, tra virgolette, a fare qualcosa di sbagliato. Sei giovane, sei ingenuo, ti fa piacere avere qualcosa subito, qualche soldino subito…e non puoi tornare più indietro, purtroppo. C’è stata una guerra dove, se tu entri, non puoi più tornare indietro. Se fai qualcosa, sei portato dagli eventi a farla: lui ha agito in un certo modo, perchè altrimenti poteva succedere a lui.”

Ricciardi:  “è difficile uscire, almeno attivamente, dalle mafie. Dove non c’è lavoro, attecchiscono, dove non c’è lo Stato: sono lo Stato parallelo…”

 Romeo: “dove non hai la possibilità di scegliere, purtroppo. Dove anche oggi ci sono giovani che, se non lavorano, sono portati a fare qualcosa di sbagliato. “

Ricciardi:“A maggior ragione, è giusto non emarginare parenti di persone che abbiano avuto problemi giudiziari: altrimenti come fanno a trovare un lavoro onesto:..non è colpa loro, se non lo trovano.”

 Romeo: “Io e mia sorella gemella  siamo state discriminate, perchè avevamo il papà in carcere, soprattutto quando dovevamo viaggiare, dovevamo andare a trovare mio padre…”

Ricciardi: “E poi così si rischia di frequentare solo le persone che pure hanno i padri in carcere: figli che possono essere bravissimi, ma bisognerebbe avere rapporti con chiunque, normali: sia in contesti difficili, che non difficili, e non inquadrare in modo troppo predeterminato, arbitrario.”

 Romeo: “Purtroppo, se non cerchi di farti scivolare le cose addosso, entri in un brutto meccanismo, perchè è una cosa sbagliata che gli errori dei padri ricadano sui figli, perchè mio padre ha sbagliato, ma non ho sbagliato io.”

Ricciardi:“Poi, tu meriti tutto il rispetto del mondo perchè cerchi di aiutare tuo padre; sarebbe contro natura contestare il fatto che tu gli stia accanto.”

Romeo: “Sì, però, se sei figlia di….paghi anche tu le conseguenze, pur non avendo sbagliato. Io conosco molti amici miei, che  sono figli di….e purtroppo gli negano il lavoro: gli si nega la possibilità anche per una uscita, per una pizza.”

Ricciardi: “Mi sembra questa una mentalità mafiosa, poi: non è solo quella degli affiliati, va molto oltre.”

 Romeo:“Bravissima; oppure, se sei figlia di….,  pensano che sbagli anche tu, ma non è così. Conosco molte persone oneste, che vanno a lavorare. Io stessa, sono 11 anni che lavoro; è addirittura un motivo in più la mia situazione, perchè mio padre non è a casa, quindi non porta lo stipendio. Siamo noi a dovere portare lo stipendio: io ho 29 anni, e sono 11 anni che lavoro.”

Ricciardi:“Lui potrebbe lavorare in carcere, cosa auspicabile… non gliel’hanno permesso? Sarebbe bello se potesse: magari risarcirebbe la società, ed aiuterebbe voi: un po’ tutte e due le prospettive. So che però è un beneficio: non può averne ancora?

Romeo:“Purtroppo non può averne, perchè è nell’alta sicurezza. Chi è invece nella sezione dei comuni, lavora; infatti, a Padova, c’è anche la ditta Giotto, dove fanno dolci: è conosciuta, sfornano dolci per tutta Italia.”

Ricciardi:“Eppure la società si auto-aiuterebbe, se gli permettesse di lavorare: sarebbe ragionevole, anche sul piano pratico, oltre che eticamente.”

 Romeo:“Ed aiuterebbe molto anche lui, perchè ha un senso di colpa fortissimo, perchè sa di dovere pesare. Si sentirebbe più utile, sia per noi che per la società stessa.”

Ricciardi:  “Hai ragione… Rimarcando qualche particolare in più, che ruolo hai avuto, insieme alla tua famiglia,  nell’evoluzione della sua coscienza, per spezzare la catena del male? Un concetto su cui è giusto insistere. Siete riusciti a stimolarlo, motivarlo?”

Romeo:“Sì, allora io l’ho motivato tantissimo: soprattutto nei suoi sensi di colpa, perchè lui sa di avere sbagliato, se, se avesse potuto tornare indietro, non avrebbe rifatto il percorso che ha fatto. Peraltro, far crescere le sue due figlie, senza un padre accanto, crea centomila difficoltà. La sua pena, il suo rammarico, i suoi sensi di colpa, lo hanno fatto cambiare, davvero. Poi l’incontro con la scuola in carcere lo ha fatto cambiare veramente, perchè in questi ragazzi rivede quasi le sue figlie, e soprattutto i nipoti; infatti, lui dice spesso: “Non ho potuto fare il padre, più di persona, spero farò meglio il nonno”. Io l’ho motivato tantissimo, perchè sa che io sono sua figlia , però non l’ho mai giustificato, io. Sono orgogliosa di avere lui in quanto padre, per il rapporto padre-figlia: certo, fisicamente c’è stato poco, perchè avevo otto mesi quando è stato arrestato, però è stato un grande uomo ad instaurare, comunque, un rapporto così forte; però, non ho mai giustificato il suo percorso di cittadino.”

Ricciardi: “Sono due cose diverse, l’affetto per lui, e l’essere più obiettivi su determinate situazioni.”

 Romeo:“Sì; io non lo giustifico, ma non ce l’ho con lui. E questo mio perdono l’ha motivato tanto: l’ha motivato al cambiamento.”

Ricciardi:“ magari lui tiene particolarmente al tuo giudizio, naturalmente. Senti, in  che modo hai vissuto e vivi la sua prigionia? Puoi darci qualche particolare?  Ricordo che, pur non essendo più sottoposto al regime estremo del 41 bis, la sua detenzione risulta ancora ostativa: una forma di carcerazione oggi però messa in discussione: ci sono i primi segnali sia in via di superamento… Che prospettive vedi?”

Romeo: “a Padova viviamo un tipo di carcerazione diversa: si è beneficiati di tantissime telefonate, che prima non avevamo: un carcere non permissivo, però perlomeno più umano: anche per continuare il rapporto con la famiglia, perchè sennò molte persone vengono anche abbandonate in carcere…perchè, se chiudono tutte le porte con la famiglia, è dura per chi resiste. Perchè già sei in un ambito dove c’è solo disperazione, e se vengono chiuse anche le porte, per la famiglia è dura. Però, come dice mio padre, ce l’abbiamo fatta: fino ad ora ce l’abbiamo fatta. E vivo, e spero soprattutto, di potere un giorno…ed a piccoli passi, attenzione, che lui possa ottenere un permesso, e magari portare i bambini con sé”.

Ricciardi:“Verrebbe pure messo più alla prova: magari la società si potrebbe di più rassicurare.”

 Romeo: “Brava, brava. Sì, infatti mio padre è stato arrestato, purtroppo poi non è stato più messo in libertà.”

Ricciardi: “Sono quasi 30 anni

 Romeo: “28, sono 28 anni di carcere, consecutivi…ma per metterlo alla prova, è opportuno; un po’ alla volta, in un posto dove all’inizio ci siano anche gli assistenti sociali, protetto, piano piano. Perchè, come io ho detto ad Ornella, io posso mettere la mano sul fuoco che mio padre non sbaglierà. Non sbaglierà, perchè sa cosa vuol dire aver sbagliato.”

Ricciardi: “ Non gli converrebbe, e poi soprattutto ha capito: è chiaro, da tutto quello che esce fuori.”

Romeo: “Ma neanche chiedo che venga qui, non lo vorrei in Calabria, in permesso. Anche lì a Padova potrà essere. Io due anni fa mi sono sposata, ed ho chiesto al direttore, ho fatto una lettera anche al magistrato di sorveglianza, purchè mio padre mi potesse soltanto accompagnare all’Altare… e non al ristorante, ricevimento. Chiedevo se mi si poteva fare questa grazia. Io ero disposta a sposarmi lì a Padova, con pochissimi parenti, soprattutto quelli stretti: mi è stato negato, mi hanno chiesto se volevo sposarmi in carcere: nella cappella del carcere. Mio padre non ha voluto assolutamente.”

Ricciardi: “Per te, magari”.

 Romeo. “Sì, ma poi è sempre un carcere: un posto squallido. Poi non poteva entrare nessuno, assolutamente; non è che dovevamo fare chissà quale grande festa, però mio suocero, mia suocera, le mie cognate, non potevano entrare.”

Ricciardi: “ Il no determinante è stato dovuto a  qualche Magistrato, giusto?”

 Romeo. “Ovviamente”.

Ricciardi: “ Forse c’era anche il problema dell’interpretazione del 41 bis, che ora è stato dichiarato incostituzionale”.

Romeo: Però il  41 bis è tanti anni che ce l’ha. Stiamo lottando con l’Avvocato, per la declassificazione. Abbiano fatto richiesta per questo: la sua sintesi, il Direttore, il Got, hanno tutti dato parere favorevole, positivo, perchè il suo percorso è ottimo”.

Ricciardi: “Ci sono alcuni casi precedenti di persone che, pur non avendo collaborato, hanno avuto dei benefici: penso ad esempio al caso di Carmelo Musumeci, dal 2018.”

 Romeo: “Ce ne sono tanti, di casi.”

Ricciardi:“Quindi, quello che avevi chiesto, pur difficile, non era impossibile. “Difficile” non perchè fosse irragionevole quanto avevi chiesto (perchè era umanissimo), ma era problematico proprio a livello di blocchi, riguardo la prassi, che solo ora cominciano ad essere sgretolati.”

 Romeo: “Carmelo Musumeci era nella stessa sezione di mio padre: facevamo i colloqui insieme; a lui è stata data la possibilità di benefici, ed a mio padre no. Un altro detenuto che pure era nella stessa sezione, adesso sta avendo dei permessi: ora purtroppo sta male la mamma, ed il cappellano del carcere di Padova, don Marco, lo vorrebbe accompagnare a vedere la mamma, in Calabria: lui abita molto vicino a casa mia.”

Ricciardi: “Quindi è auspicabile, naturalmente, anche per tuo padre.”

 Romeo: “Sì, io ho un po’ di rabbia per i “no” detti a mio padre, perchè sto perdendo un po’ le speranze. Ho un po’ di rabbia verso la giustizia italiana, perchè se io faccio un qualcosa, un percorso, per dimostrare di essere cambiato, e tu non mi dai la possibilità, allora che lo faccio a fare?”

Ricciardi:“Però adesso si stanno sgretolando dei muri, e infatti ti volevo chiedere tu, tenendo conto di tutti questi fatti, senti di esprimere particolari riflessioni, per una possibile conciliazione tra una società libera da illegalità e paura, ed il riscatto dei detenuti, che viene costruito quotidianamente? In che modo evitare che alcuni detenuti vengano discriminati?

 Romeo:“Io penso che lo Stato non dovrebbe fare, tra virgolette, lo stesso gioco del mafioso. Se tu fai la stessa cosa, se non gli si dà la possibilità, si “buttano la chiavi”, e ci si sente un “uomo morto”, purtroppo che è condannato alla morte, quando verrà,  senza miglioramenti, si fa lo stesso gioco. Emerge anche “paura” di una persona, e non si evidenzia uno Stato forte. Perchè se si ha paura di una persona che ha fatto 30 anni di carcere, sottolineo, e tantissimi anni di riabilitazione, e parla con gli studenti, non si è rassicuranti; in quelle occasioni, lui pubblicamente si è dissociato da comportamenti illegali, ed ha detto di fare attenzione a dove mettere i piedi, per non sbagliare. Ecco, uno Stato che abbia paura di un uomo così, non si dimostra uno Stato forte.”

Ricciardi:“ c’è il rischio di far mitizzare delle persone, rese, nei fatti,  troppo vittime. Questi trasgressori del passato, vittime di un trattamento troppo duro rispetto alla norma, possono diventare punti di riferimento per tanti scontenti.”

Romeo: “Sì, poi i ragazzi, i figli di queste persone, per cui lo Stato non c’è mai Stato, vengono anche incattiviti dallo Stato stesso, con queste discriminazioni.”

Ricciardi: “lo Stato, per farsi rispettare, deve anche rispettare”.

Romeo:“Io poi ho seguito un percorso lineare, e non di devianza.”

Ricciardi: “ Ma tu poi chiedi cose “normali”: misure costituzionali.”

Romeo:“Io cerco di far vedere realmente la persona cambiata che è mio padre: solo questo. A piccoli passi, sottolineo; ovviamente.”

Ricciardi: “tu chiedi possa cambiare il grado di intensità della pena, essendo cambiato lui, e tenendo conto che sia cambiato il contesto anche del suo percorso.”

Romeo: “E’ controproducente, e come dici tu, ottuso; è cercare di non sentire, di non vedere: far finta di non capire. Questa persona, figlia di un detenuto discriminato, la si può anche incattivire.”

Ricciardi: “In effetti, è normale: è una reazione a un’offesa. Poi diventa, in un certo senso, una tortura non dare prospettive: la tortura è anche mentale.”

Romeo:“Sì, sì, sì.”

Ricciardi: “L’impressione è che comunque stia cambiando qualcosa anche nella coscienza collettiva: se ne sta parlando di più.”

Romeo:“Sta cambiando, e non so se hai visto, se ricordi, la Via Crucis dell’anno scorso, col Papa. Io ero o l’ottava o la nona, tra le autrici delle missive: il Papa ha letto la mia lettera.”

Ricciardi: “ un bellissimo segno di vicinanza. Non sapevo fosse proprio la tua ma so che Papa Francesco si è espresso più volte contro l’ergastolo ostativo, ha incontrato anche Carmelo Musumeci, in precedenza. Davvero è una cosa meravigliosa, fa capire che sia una delle cause tra le più importanti; d’altra parte, l’idea della redenzione è molto presente, anche nel Vangelo: l’idea di qualcuno che, pur essendo stato un malfattore nel passato, diventi più umano; c’è, ed è un’idea anche universale, oltre che cristiana.”

Romeo:“Sì per il Papa bisogna dare una possibilità; non si deve negare, si deve dare”.

Ricciardi:“ la redenzione di chi abbia commesso certi errori è la redenzione anche di chi gli dia tale possibilità.”

Romeo:“Voglio essere ottimista, per quanto la realtà non sia semplice. Oltretutto con la pandemia, è da circa un anno che non incontro di persona mio padre: per problemi di covid, si sono ulteriormente ristrette le possibilità, per cui non possiamo incontrarci: noi non possiamo salire, e quindi ci vediamo soltanto con la videochiamata. Sto perdendo un po’ le speranze perchè vedo soltanto parole, parole, parole.”

Ricciardi:“I più sono ancora prigionieri dell’ergastolo ostativo, dobbiamo dirlo; però, ci sono stati cambiamenti importanti; in fondo, basta qualcuno di questi casi, perchè non sia impossibile per gli altri, anche se è ancora lento il cambiamento. L’auspicio può essere che aumenti e si velocizzi.”

Romeo:“Sì, che aumenti e si velocizzi, perchè per fortuna parecchi stanno beneficiando di permessi: anche per fare vedere alla società il loro cambiamento. Questo è l’auspicio: per mio padre, e per tutti gli ergastolani, che purtroppo sono degli uomini-ombra: è come una pena di morte, nascosta.”

Ricciardi:“La cosa più grave è la mancanza di tutti i benefici: è una situazione che solo ora sta diventando un po’ più nota. Non era neanche notissima.

Romeo:“Non era notissima, ed io, quando ne ho cominciato a parlare pubblicamente, avevo anche paura: dei pregiudizi, delle discriminazioni; però poi mi sono fatta coraggio, perchè quando non si sa, non se ne parla, sembra tutto normale…invece normale non è.”

Ricciardi: “l’auspicio è di tornare alla Costituzione, tornare alla vita più piena, per loro.”

Romeo: “Certamente”.

Ricciardi:“ Con questo isolamento, si rischiano problemi mentali, e c’è deprivazione sensoriale.”

Romeo:“Sì, problemi mentali; ti negano tutto su un rapporto più naturale. Anche come persona umana, perchè sono continuamente reclusi in quella stanza. Per esempio, io ricordo sempre una cosa in mente: mi ricordo che al 41 bis non potevamo preparargli certi pacchi da casa: è una cosa impensabile… perchè non poteva mangiare alcune cose che gli mandavamo dalla Calabria, da cucinare.”

Ricciardi: “Non poteva cucinare?”

Romeo:“No, doveva per forza mangiare le cose che gli passavano loro. La posta pure è censurata: loro, prima di dargli la posta, gliela leggono. Mi ricordo che, quando era una bambina di 10 anni, ed una bambina di quell’età non sa determinate cose, e magari gli fai un disegno… Mi ricordo che era di moda Idol, quel topo…Mi ricordo che mio padre mi disse più di una volta di non fare disegni, perchè potevano essere scambiati per qualcos’altro.”

Ricciardi: “Alcuni aspetti di queste misure, ed anche la loro interpretazione, sono contro il buon senso, e poi devono essere anche molto vessatorie. Le limitazioni sull’alimentazione sono completamente inutili.”

Romeo:“Là fanno proprio la fame”.

Ricciardi:“Sì, addirittura, e perfino l’acqua è poca: aspetto ancora più preoccupante”.

Romeo: “Ho letto in un articolo pubblicato da Ornella, che ricorda qualcosa di vissuto da mio padre: lì, una persona ricordava di avere lanciato al compagno di fronte un pezzo di salame…”

Ricciardi:“Un aiuto alimentare?”

Romeo:“Sì, ed è stato punito”.

Ricciardi:“ non so se hai visto questo film, su orrori carcerari, si chiama “Papillon”, ed era ispirato ad una storia vera di una persona deportata in Guyana francese: là si vedeva, a parte il cibo cattivo, volutamente molto cattivo, e qualcuno aiutava un compagno di detenzione, regalandogli del cocco, della frutta… e veniva punito per questo: si vede la stessa tipologia di situazione, anche se era ambientato molti decenni fa. E poi si vedeva questo capitano delle guardie, che diceva: “Ma quale redimervi, noi vi vogliamo spezzare…”. Purtroppo questo è ancora attuale, in molti casi.”

Romeo:“ identico. Così come mi diceva mio padre, quando ero più grande, mi parlava di questo 41 bis, che a sorpresa, durante la notte, o anche di giorno, quando stavano dormendo, entrava una squadra di carabinieri, di guardie penitenziarie, diversa…”

Ricciardi:“Non conosciuta?”

 Romeo: “Una squadra specifica, dove mettevano a subbuglio tutta la cella, tutta la stanza, e…perquisizione a manetta: spogliati, denudati; e so di un’altra persona, non mio padre, un altro detenuto che ho conosciuto, che per svegliarlo, oppure per dispetto, non lo so, gli lanciavano un secchio d’acqua fredda addosso.”

Ricciardi:“Proprio una tortura; poi molti hanno riferito di perquisizioni estreme: troppo frequenti, brutali.”

Romeo:“Un detenuto di cui ho saputo è arrivato a contare anche dieci perquisizioni a notte. Evidentemente lo volevano fare impazzire. A mia madre l’ha raccontato un detenuto che ho conosciuto.”

Ricciardi:“Davvero agghiacciante. Si era sentito di perquisizioni troppo frequenti: ad esempio, ad ogni colloquio, che già è notevole, perché, considerando che poi c’è pure un vetro, non si capisce il perché di perquisizione, anche estreme, così frequenti. Forse si potrebbe capire ad ogni passaggio ad un carcere nuovo, ma certamente mancano serie motivazioni per le perquisizioni frequenti e frequentissime.”

Romeo:“Poi, fino a 12 anni, i minori possono oltrepassare il vetro, e gli adulti venivano fatti uscire.”

Ricciardi:“ tu stessa non lo hai potuto abbracciare per lungo tempo, prima della revoca del 41 bis, e parlavate col citofono.”

Romeo:“ mi ricordo che, nonostante ci fosse il vetro blindato, ci facevano togliere le scarpe, per le perquisizioni.”

Ricciardi:“anche il vetro è molto criticabile, perché vengono comunque filmati questi colloqui, venivate filmati, si poteva evitare il vetro stesso.”

Romeo:“Certamente!”

Ricciardi:“Risulta essere una tirannia sul corpo, oltre che sulla mente”.

Romeo: “Sì, misure che la civiltà dovrà superare.”

aprile 8, 2021

IL CASO OLIVETTI.

E’ il titolo di un libro scritto da un’autrice americana, Meryle Secrest, che, disponendo di un’infinità di notizie di prima mano (in primo luogo, ma non solo, la famiglia, tra l’altro molto estesa, amanti e nipoti compresi) è in grado di raccontarci nell’arco di quasi un secolo, l’intreccio di vicende personali, assieme alla costante ricerca del nuovo e del progresso, che si trattasse di nuove macchine o dell’ambiente di lavoro, della centralità della ricerca o della proposta della politica come servizio alla comunità.Un bel libro. Ma anche sconsigliabile alle persone che, come il sottoscritto, possono assistere alla comparsa del Male ma solo se accomunata a una ragionevole speranza nella vittoria finale del Bene.Ma qui non c’è alcuna speranza di riscatto. Perché la causa è giudicata e senza possibilità di appello. Perché Adriano e il figlio sono morti da soli e senza lasciare un ricordo pubblico di sé e dei loro sogni né in un “dibbbatttito politico” né qualche serial televisivo. Perché l’Olivetti di Pozzuoli, con finestre aperte e vista mare e servizi sociali annessi è oggi altro. Perché le nostre eccellenze industriali sono scomparse a una a una e la spesa per la ricerca è andata all’ingiù. Perché l’Iri è stata liquidata vergognosamente. Perché la fila dei morti passati tranquillamente in conto profitti e perdite, e senza fiatare (che comprende, tanto per essere chiari, anche Olivetti, il suo più importante collaboratore e, beninteso, anche Mattei) si allunga senza fine: Ustica, Cermis, uomini di buona volontà uccisi, per, questo, in tutti gli angoli del mondo per finire con Regeni e, speriamo di no!, anche Zaky. Perché abbiamo obbedito come un sol uomo e su invito perentorio della più alta carica dello stato, all’invito di partecipare alla distruzione, a tutto nostro danno, della Libia di Gheddafi. Perché l’unico leader che abbia difeso la sovranità nazionale, leggi Craxi ha fatto la fine che ha fatto. Perché… E qui possiamo tornare alla nostra Autrice. Nella copertina di presentazione del suo libro, si parla di una “realtà innegabile”, leggi del fatto che per il complesso militare/industriale americano l’uomo, i suoi laboratori di ricerca, la sua azienda, le sue idee, rappresentassero una “minaccia che andava fermata con ogni mezzo”. (Aggiungiamo, a proposito di killer, che la Cia aveva licenza di uccidere, e senza restrizioni, tutti i veri o presunti nemici dell’America; Castro si salvò per miracolo N.d.A .).Un bel campo da esplorare, e una quantità di indizi, per gli specialisti della materia. Ma quello che mi incuriosisce e mi spaventa di più è la totale indifferenza con la quale il mondo dell’industria e quello della politica, comunisti compresi, seguono la lenta liquidazione dell’Olivetti e dello stesso futuro industriale.Il loro motto avrebbe potuto essere “se l’è cercata. Se avesse pensato solo a fare soldi non ci sarebbe stato alcun problema. Ma pretendere di propinarci il suo libro dei sogni e di spiegarci come si fa politica è stato francamente troppo”. Ecco allora la sordità ostile di Cuccia, l’assenza di qualsiasi sostegno da parte delle banche e del governo e, beninteso, la “damnatio memoriae”.Per chiudere, davanti a noi, una classe dirigente di cui il comun denominatore è la servitù volontaria e l’incapacità congenita di ragionare in termini di interesse nazionale.Perché?

aprile 8, 2021

CAT CALLING. L’ESPULSIONE DEI POVERI.

Da qualche giorno imperversa l’eco di un nuovo inglesismo. Cat calling. Il giornalismo sensazionalista, impegnato a ricercare la moltiplicazione dei click, impone senza soste stratagemmi linguistici presi in prestito dalle scuole di business. La colonizzazione dell’idioma d’impresa ormai viene accolta in ogni spigolo dell’esistenza. Il fenomeno non deve lasciare interdetti. La pubblica opinione tratta con scanzonata vacuità le cronache giornaliere, i tormenti psicologici, le profonde riflessioni dei patriarchi e dei rampolli che vanno a comporre quell’esclusivo club ricco e cosmopolita in grado di elevarsi – con inattaccabile merito – dalla melma scomposta dei popolani, i quali non avranno mai dimestichezza con parole tanto ricercate. Quest’assise di agiati ospiti del mondo tra un capodanno in Australia, un cocktail party a Montecarlo, una puntatina a New York e la messa in piega a Parigi suo malgrado è costretta a incrociare lo sguardo di qualche villano che ancora viene lasciato libero di toccare il suolo sacro dello jogging mattutino. Quella barbarie cafona che nei romanzi – tanto osannati dal conformismo postmoderno – di Don DeLillo è finalmente scomparsa dalla sensibile vista della lettura distratta e aristocratica consumata tra i vapori rigeneranti dei villaggi esclusivi. Si agogna un futuro rarefatto, delimitato da luoghi e presenze a immagine e somiglianza degli uffici sparsi per i continenti delle organizzazioni internazionali. Dove l’1% della popolazione mondiale e i suoi caddie si misurano nel glaciale galateo dei competenti. Le buone maniere un tempo riempite di francesismi grotteschi e sconclusionati, oggi ribattezzate politically correct, non servono a ristabilire quella distanza sociale che mortificava i non adatti. Delimitano il confine tra chi ha il buon diritto di difendere la propria condizione e chi non lo ha. Maledetto suffragio universale! Chi non sa esprimersi, chi alla vista di una donna graziosa non riesce che a emettere un grugnito, un fischio o un complimento poco ricercato non ha alcun diritto di cittadinanza. Lo si arresti per vagabondaggio anche se quel rozzo approccio sta lì a dimostrare la sua impotenza, il suo innocuo misurarsi con qualcosa di inarrivabile. Che i muratori impegnati nei labirinti dei tralicci o delle impalcature consumino i loro panini alla mortadella in campi di rieducazione. I centri storici, i quartieri residenziali diventino delle enormi gate community dove alcuna anima viva sarà in grado di disturbare il tempo libero, così illuminato e produttivo, delle giovani promesse impegnate nella ricerca di sé stesse. Quello spazio ultra-terreno dove la creatività artistica e imprenditoriale renderà orgogliosa la famiglia che ha investito in cotanto capitale umano. Mentre la mamma top manager è impegnata in una sacrosanta battaglia di civiltà denominata – ça va sans dire – gender gap, il marito top manager guadagna qualche milione di euro in più all’anno, i pupilli della buona stirpe non dovranno essere contaminati dal virus portato da qualche parassita. Quei fannulloni che non hanno cura del loro corpo, della loro anima. Che non si nutrono di innovazione. Che ancora stanno lì a vivere di novecento. Allora – inopinatamente – tutti o quasi avevano un lavoro, una casa, una discreta sicurezza (se ne erano privi lottavano con arroganza per la loro conquista) e nessuno si misurava con l’inebriante concorrenza pedagogica. Ingenua epoca in cui a un complimento, anche mal costruito, si rispondeva con una risata o con una ponderata indifferenza. In cui nei quartieri un “a bella” gridato o un fischio roboante non toglievano di certo il sonno alla figlia del dottore. Resta un solo dubbio. Se specificare che la molestia è un reato giustamente punito dal codice penale. Nell’odierno clima d’ipocrita perbenismo è forse necessario. O se sottolineare che la nostra società è intimamente violenta nonostante qualche liberale sia sollevato o gratificato dalla scomparsa della violenza politica o della conflittualità sociale. Oggi la violenza è ancor più spaventosa. La competizione individuale impone la continua affermazione di sé. La violenza è bulimica prevaricazione in cui l’altro non esiste. Per questo è gratuita, inarrestabile, esorbitante. Non prevede una fine con la conquista del potere o della roba. Ma rappresenta l’immagine di un soggetto che non deve avere ostacoli, imprigionato dall’obbligo sociale della prestazione perenne. L’uomo impresa la riversa in primis su sé stesso nelle sue forme autodistruttive e in seguito su chi si frappone alla conquista della sopravvivenza. Non ha generi. Costituisce l’essenza della concezione evolutiva della vita nei mercati. Non si relaziona con l’esterno. Quindi non ha pudore.

aprile 3, 2021

SERVITORI DI DUE PADRONI!

di ferdinando pastore.

Il cambio di guardia nella guida dell’Esecutivo, operazione apparentemente immotivata se non per i capricci isterici di un nerd toscano, il compattamento dell’intero quadro politico, improvvisamente concorde e poco incline nel partecipare alla litigiosità spettacolarizzata e artefatta dei salotti televisivi, a sostegno del vate dei mercati Mario Draghi, sembrano sempre di più avvenimenti legati a un doppio vincolo di asservimento. Il primo è ovviamente quello nei confronti della tecnocrazia europea filo germanica. In linea di continuità con i presupposti ideologici posti alla base della Seconda Repubblica il Governo aveva il compito di anestetizzare il risultato delle ultime elezioni politiche che videro una chiara risposta contestativa della popolazione all’ordine assolutistico e post-democratico dell’Unione Europea. Essenziale far rientrare nei ranghi la Lega – già pronta a rientrarvi scodinzolando – e sfiancare attraverso la loro partecipazione al Governo i 5Stelle. Quando a causa della crisi pandemica le contraddizioni del sistema imperniato sulla costituzionalizzazione del principio di concorrenza sono apparse manifeste anche ai più ideologici sostenitori del “sogno” europeo e si paventavano timidi ma pericolosi propositi di ri-statualizzazione in qualche filiera produttiva, ecco che l’intervento sovranazionale con la complicità della Presidenza della Repubblica ha rimesso in carreggiata l’indirizzo politico. A questo è servito il tecnocrate della finanza internazionale; contraltare dei vecchi militari golpisti in divisa mimetica che assolvevano al medesimo compito nel momento in cui l’oppressione di classe si perseguiva ingenuamente con le armi e senza ricorrere alla più taciturna libera circolazione dei capitali. Ma il secondo vincolo è quello che in queste ore si fa strada con più chiarezza. Gli Stati Uniti dopo la crisi istituzionale apertasi a seguito delle ultime presidenziali e a causa della spaccatura ormai consolidata tra la cultura dixie e quella yankee, hanno avuto bisogno – al loro interno – di un commissariamento delle istituzioni da parte delle tecno-strutture finanziarie, amministrative e militari e di una chiamata alle armi nei confronti degli alleati in un contesto di nuova guerra fredda che intendono utilizzare per riaffermare la loro essenza imperiale e per ricompattare la popolazione. L’incubo del nemico esterno ha da sempre rappresentato la medicina in grado di occultare le contraddizioni sociali e culturali dell’America. Il Governo Draghi rappresenta la risposta italiana al nuovo patto di fedeltà che gli Usa richiedono. La partecipazione genuflessa alla crociata imperiale contro i paesi che proprio non cedono alle lusinghe del Washington Consensus. Cina, Russia, Iran, Siria, Venezuela e Cuba sono Stati da colpire e sanzionare senza tentennamenti. Come spesso accade però la versione italiana della servitù atlantica si colora di tratti grotteschi. La commedia di questi giorni sulla spia italiana al servizio di Mosca che per ben 5.000 euro ha venduto informazioni “cruciali” per la sicurezza nazionale si inserisce a pieno titolo in questa pantomima russo-fobica. In linea di continuità con le consuete prediche degli intellettuali d’avanspettacolo che riempiono le cattedrali dell’infantilismo europeista. Quelli che descrivono una Russia lontana dalla nostra sensibilità come se Dostoevskij, Tolstoj o Čechov fossero stati dei marziani scesi dall’Iperuranio e la sua civilizzazione debba essere completata da nuovi profeti di indubbia irreprensibilità morale. Di cui per esempio è ricolmo il neofascista Navalny. Lo Sputnik insomma va evitato come la peste. Il tutto in un ambito internazionale dove Usa e Germania comunicano con glaciale ostilità. Si servono due padroni dunque ma senza la scaltrezza del Truffaldino Goldoniano.

aprile 1, 2021

IGNAZIO SILONE SEGRETARIO PSI 41/44Parte II°

Silone e il Partito Comunista

Nel 1919 diviene segretario dell’Unione Socialista romana e viene successivamente schedato dalla questura come sovversivo. Il 15 gennaio 1921 è uno degli oratori, a nome dei giovani socialisti, al XVII Congresso del partito che si tiene al Teatro Goldoni di Livorno e che sancisce la spaccatura del partito, con la conseguente convocazione di un congresso costitutivo di un nuovo partito, guidato da Gramsci e Bordiga, in cui Silone entra tra i fondatori: il Partito Comunista d’Italia.È tra i delegati del partito al congresso della Terza Internazionale che si tiene a Mosca ed è lì che conosce Lenin, ricavandone impressioni che si manterranno a lungo nella sua memoria; dell’incontro con il rivoluzionario russo, dirà quasi cinquant’anni dopo:[9]«La prima volta che lo vidi, a Mosca nel 1921, l’apoteosi era già cominciata. Lenin viveva, ormai, tra il mito e la realtà. Erano i giorni del congresso della Terza Internazionale. Lenin partecipava soltanto ad alcune sedute, così come fa il Papa al Concilio. Ma quando entrava nella sala, nasceva un’atmosfera nuova, carica di elettricità. Era un fenomeno fisico, quasi palpabile: si creava un contagio di entusiasmo, come in San Pietro quando dai fedeli intorno alla sedia gestatoria si diffonde un’ondata di fervore fino agli orli della basilica.»Ma Silone rimase anche subito deluso dall’incapacità di dialogo dei bolscevichi (Lenin compreso) saliti al potere, appena ebbe modo, a Mosca, di conoscerli da vicino:«Ciò che mi colpì nei comunisti russi, anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky, era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile.[10]»Entra nelle simpatie di Bordiga che gli affida sovente incarichi esterni, come il controllo dei congressi locali del partito, su cui Silone stende puntuali relazioni e inizia ad eseguire per conto del partito molte missioni politiche all’estero.[11]Nel periodo in cui il fascismo inizia la sua scalata al potere (1922), Silone è a Trieste, impiegato nella redazione de Il Lavoratore, giornale che per la sua propaganda politica comunista viene più volte sottoposto a minacce e attentati da parte dei fascisti; nella città giuliana vive il suo rapporto sentimentale con Gabriella Seidenfeld, ebrea fiumana di origine ungherese conosciuta un anno prima durante uno dei suoi frequenti viaggi politici all’estero. Alla fine dell’anno, in seguito all’opera repressiva sempre più intensa, che colpisce tra i tanti, anche il suo giornale, Silone viene arrestato.Uscito di prigione, col nome di battaglia di “Romano Simone” parte per Berlino, luogo di rifugio di numerosi esuli politici in fuga dall’ondata di arresti che, in quei primi mesi del 1923, colpisce duramente l’organizzazione comunista; subito dopo però, l’Internazionale Giovanile lo invia in missione in Spagna, dove Silone si dedica a fare il corrispondente di un giornale dei comunisti francesi e in seguito ad un foglio di comunisti catalani di Barcellona, ma la sua sovraesposizione non gli consente una più lunga permanenza e riesce a farsi liberare in extremis da un arresto, grazie ai buoni uffici di una suora; non va bene invece alla sua Gabriella, che deve subire un periodo di detenzione a Madrid.Vive per un periodo a Parigi, città nella quale è redattore del giornale La Riscossa e qui ritrova la compagnia di Gabriella, ma, ancora una volta, a causa della sua intensa attività politica, viene notato dalla polizia francese, arrestato ed estradato in Italia, dove fa ritorno all’inizio del 1925.Il dramma di RomoloRomolo TranquilliIl 12 aprile 1928 un attentato alla fiera di Milano, pochi minuti prima dell’arrivo del re Vittorio Emanuele III, provoca 20 morti e 23 feriti. Dopo 6 giorni, a Como, viene arrestato con l’accusa di essere il responsabile della strage, Romolo Tranquilli, fratello minore di Ignazio. Nonostante l’interessamento di Don Orione, certo dell’innocenza del giovane, che riuscirà ad andare a trovare al carcere di Marassi, a Genova, Romolo non può provare la sua innocenza e viene trasferito prima a Roma, e successivamente al carcere di Procida. Il 6 giugno 1931 viene condannato dal Tribunale Speciale a 12 anni di reclusione, per il tentato attraversamento del confine privo di documenti e per macchinazioni politiche contro il regime (nel frattempo il capo di imputazione di strage era caduto). Dal duro carcere di Procida, Romolo, in isolamento, corrisponde con Don Orione, con il cugino Pomponio e, naturalmente con il fratello. Silone, colpito duramente dalle notizie sul fratello[12], apprende della sua morte in carcere nel 1932.Ignazio non amerà mai molto ricordare i fatti tragici di cui fu protagonista il suo Romolo. Dirà più tardi la moglie dello scrittore Darina: «A Zurigo dove lo conobbi, mi aveva raccontato un po’ alla volta la tragica storia di suo fratello: senza dettagli e senza emozione. Dovevo ascoltarlo in silenzio: la minima parola mia gli faceva subito cambiare argomento».Controllato dalla polizia, si rifugia nella sua Pescina dove conduce una vita ritirata, ma non per questo meno densa di contatti con il partito nel quale inizia ad avvicinarsi alle posizioni filo-moscovite di Gramsci e per il quale inizia a lavorare, voluto proprio da Gramsci, con incarichi alla Commissione stampa e propaganda.Nel periodo che segue la morte di Lenin, e dopo un nuovo soggiorno moscovita, Silone prende sempre più atto con orrore del regime totalitario che Stalin sta instaurando in Russia; un regime in cui, come scriverà più tardi in Uscita di sicurezza, ogni divergenza di opinione col gruppo dirigente «era destinata a concludersi con l’annientamento fisico da parte dello stato».Nel 1926, in seguito al giro di vite del regime fascista, il Partito Comunista entra nella clandestinità, trasferendo la segreteria politica a Sturla; qui, con Camilla Ravera e altri esponenti del partito, si trasferisce anche Silone, prendendo alloggio in un edificio da lui ribattezzato “la casa dell’ortolano” (per l’orto incolto antistante che funge da copertura) e da dove inizia ad occuparsi di far stampare l’Unità e di tenere i contatti con le organizzazioni di base.Nel maggio del 1927 viene inviato come delegato all’VIII Plenum dell’Internazionale e si reca a Mosca con Palmiro Togliatti. Da questa nuova esperienza russa esce amareggiato, sia per il malanimo serpeggiante contro la delegazione italiana, sia per la piega che prende il congresso che decreta l’espulsione di Grigorij Zinov’ev, critico verso lo stalinismo, cui seguirà qualche tempo dopo quella più clamorosa di Lev Trotsky.L’arresto del fratello Romolo (1928) e la sua odissea in carcere (vedi nota a lato) lasciano il segno in Silone che negherà anche negli anni successivi che il fratello si sia mai iscritto al Partito Comunista, nonostante le conferme di Romolo stesso e di altre testimonianze accreditate.Intanto il centro estero del partito si trasferisce in Svizzera e Silone sceglie l’esilio prima a Lugano e successivamente nella più sicura Basilea; dalla Svizzera compie tuttavia numerose sortite in Italia, dove rischia più volte l’arresto, riuscendo sempre a cavarsela, in un’occasione anche grazie al provvidenziale intervento di Don Orione.[13]Dopo l’espulsione di Angelo Tasca dal partito, colpevole di aver sposato una linea eccessivamente anti-stalinista e la successiva frattura del gruppo dirigente con i “dissidenti” Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli che contrastano la pragmatica linea togliattiana ormai ripiegata su quella di Stalin, Silone è sospettato di aver sposato le posizioni del “gruppo dei tre”. Conseguentemente alla vittoria di Stalin a Mosca il 9 giugno 1930, i tre vengono espulsi dal partito. Poco dopo tocca a Silone, che apprende la notizia della sua espulsione il 4 luglio 1931 tramite un comunicato del Partito comunista svizzero, mentre si trova nel sanatorio di Davos per curare la tisi che lo tormenta da anni. Indro Montanelli ha ricostruito come segue i passaggi di questa vicenda:«Silone aveva già assistito all’eliminazione del gruppo di Trotsky, Zinov’ev e Kamenev. Ma, non avendo dovuto parteciparvi, era riuscito a vincere il disgusto. Poco tempo dopo però Togliatti gli chiese perentoriamente un gesto di solidarietà, o meglio di complicità, nel linciaggio politico e morale di tre compagni italiani – Leonetti, Ravazzoli e Tresso -, sulla cui dirittura e lealtà non c’erano dubbi. Togliatti stesso redasse la dichiarazione e vi appose a macchina il nome di Silone, convinto che costui, pur non avendola controfirmata di sua mano, non l’avrebbe mai invalidata.Infatti Silone non la invalidò. Ma furono gli avvenimenti che s’incaricarono di farlo. Egli scrisse a Tresso una lettera strettamente confidenziale in cui manifestava il suo dissenso sia da lui che da coloro che l’avevano scomunicato e dai metodi che avevano usato. Non si sa come, ma non per colpa del destinatario, quella missiva cadde in mano ai gruppi trotzkisti che ne pubblicarono sui loro giornali i brandelli, abilmenti ritagliati, che facevano comodo alle loro tesi. I dirigenti di Mosca misero a confronto quel documento con la dichiarazione “rilasciata” a Togliatti. E così, in base a questi due smaccati falsi, Silone venne accusato di doppio giuoco e espulso dal partito.[14]»Amareggiato e disgustato ormai dalla politica, Silone rinuncia praticamente a difendersi dalle accuse che gli vengono mosse, tra le quali quella di essere un trotskista, e conclude così la sua avventura nel Partito Comunista. Spiegherà poi:«Avrei potuto difendermi. Avrei potuto provare la mia buona fede. Avrei potuto dimostrare la mia non appartenenza alla fazione trozkista. Avrei potuto raccontare come si era svolta la scena della pretesa dichiarazione da me “rilasciata” a Togliatti. Avrei potuto; ma non volli. In un attimo ebbi la chiarissima percezione dell’inanità d’ogni furberia, tattica, attesa, compromesso. Dopo un mese, dopo due anni, mi sarei ritrovato daccapo. Era meglio finirla una volta per sempre. Non dovevo lasciarmi sfuggire quella nuova, provvidenziale occasione, quella uscita di sicurezza.[15]»Nel 1990 il PCI, nell’ambito del percorso che l’avrebbe portato a trasformarsi nel Partito Democratico della Sinistra, rivalutò la figura di Silone[16].Il successo letterarioSiloneInizia un periodo molto buio per Silone. Fuori dal partito per cui si era speso per tanti anni, ammalato, esule braccato e ricercato e privo di mezzi di sostentamento tanto più che gli vengono anche a mancare i contributi del partito e moralmente provato dal dramma del fratello, trova inaspettatamente una via d’uscita allo stato di prostrazione in cui è precipitato e che sarà la sua fortuna: la letteratura.Nel 1929-30 soggiorna in Svizzera, a Davos e a Ascona, nel 1931 trascorre buona parte dell’anno tra Davos e la residenza di Comologno “La Barca”, dove ha accettato l’ospitalità, come altri esuli antifascisti, nella casa di proprietà della coppia di antifascisti svizzeri formata dall’avvocato Vladimir Rosembaum e dalla pianista, traduttrice, scrittrice, Aline Valangin, in pochi mesi scrive il suo capolavoro letterario, Fontamara dandogli il nome di un immaginario paesino dell’Abruzzo, con luoghi presi dalla memoria dell’infanzia pescinese dell’autore e che narra della vicenda di umili contadini, i “cafoni” appunto, in rivolta contro i “potenti” per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne. Il romanzo, che rappresenterà uno dei casi letterari del secolo, viene pubblicato soltanto nel 1933 a Zurigo, dove nel frattempo Silone si trasferisce entrando in contatto con l’ambiente fervido culturalmente che la città offre anche grazie alla presenza di numerosi rifugiati politici in cui spiccano importanti artisti, intellettuali, letterati. Così lo scrittore sulla genesi del romanzo:«…credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione, e io stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per l’intensa nostalgia e amore che l’animava, commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa»(Uscita di sicurezza[17].)Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fontamara.Dal 1931 al 1933, dirige la rivista in lingua tedesca Information, da lui stesso fondata e attorno alla quale raccoglie oltre settanta illustri firme della letteratura e dell’arte, cosa che gli consente anche di interessarsi alle nuove tendenze dell’architettura e del design d’avanguardia, essendo entrato in contatto con gli artisti seguaci della Bauhaus.Nel periodo del suo soggiorno zurighese (che si protrarrà sino a dopo la fine del conflitto bellico), Silone è molto attivo sul fronte culturale collaborando ad una piccola casa editrice (Le nuove Edizioni di Capolago) che pubblica principalmente scritti di autori emigrati; intreccia una breve ma intensa relazione con la scrittrice e psicanalista Aline Valangin[18], che lo aiuta molto con le sue conoscenze nella pubblicazione del suo romanzo, mentre nel frattempo si era andata affievolendo quella con Gabriella Seidenfeld cui, tuttavia rimarrà molto legato anche dopo la rottura sentimentale.Nel 1934 esce Il fascismo. Origini e sviluppo (titolo originale in lingua tedesca, Der Faschismus), un saggio politico e l’anno seguente Un viaggio a Parigi, raccolta di racconti di stampo satirico scritti per un giornale svizzero.Nel 1936 è la volta del romanzo Pane e vino (che diventerà nella versione successiva pubblicata da Arnoldo Mondadori Editore nel 1955, Vino e pane), pubblicato a Zurigo l’anno successivo, in cui lo scrittore presenta una vicenda fortemente emblematica che ha numerosi punti di contatto autobiografici (il comunista Pietro Spina che rientra in Italia per scatenare una sollevazione dei contadini marsicani contro i fascisti).Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Vino e pane.Numerosi, come erano stati del resto per Fontamara, sono gli elogi tributati a Silone anche per questo romanzo, ovviamente di intellettuali stranieri tra i quali spiccano Thomas Mann o Thomas Mann ; quest’ultimo recensisce così l’ultimo romanzo siloniano:«Se la parola poesia ha un senso, è qua che la ritrovi, in questo spaccato di un’Italia eterna e rustica, in queste descrizioni di cipressi e di cieli senza eguali e nei gesti secolari di questi contadini italiani»Grazie al nuovo successo letterario Silone diviene ormai stabilmente intellettuale di primissimo piano nella vita culturale europea e, in particolare animatore di quella svizzera; incrementa la sua attività di denuncia sia contro il regime mussoliniano sia contro quello staliniano sovietico, arrivando per quest’ultimo a parlare di “fascismo rosso”, insofferente com’è, per carattere e formazione, ai dogmi ideologici dominanti e spinto dalla sua fede autentica per la libertà e per la vera giustizia.Viene invitato, in questi anni, a collaborare con importanti riviste politiche ma Silone, ancora toccato dall’esperienza dell’uscita dal partito, non accetta né la proposta di Carlo Rosselli a scrivere sulla rivista del suo movimento Giustizia e libertà e a cui risponde di essere «uno che è fuori da ogni organizzazione e fuori vuole restare»[19], né, più tardi all’invito rivoltogli dagli intellettuali tedeschi filo-sovietici di Das Wort, rivista diretta da Bertolt Brecht.È anche dalle considerazioni sul “fascismo rosso” che scaturisce il suo nuovo saggio La scuola dei dittatori, anomalo nella struttura narrativa (è infatti un dialogo fra tre personaggi, con un’impronta fortemente ironica e sarcastica) che viene pubblicato in tedesco nel 1938 e che è subito tradotto in Inghilterra e negli Stati Uniti, risentendo però molto in termini di diffusione per la mancata edizione francese e per le proibizioni in Germania, in Austria, oltre che, ovviamente in Italia dove approderà solo nel 1962, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore.Pure del 1938 è uno scritto pubblicato a Londra (solo nel 1949 stampato in Italia dalla rivista Il Ponte con il titolo di Nuovo incontro con Giuseppe Mazzini) in cui Silone pone l’accento su alcuni aspetti peculiari del pensiero mazziniano ai quali sovente darà forma nei suoi romanzi e nei suoi scritti.L’anno seguente Silone si riavvicina, per la prima volta dopo la traumatica uscita dal Partito Comunista, alla politica, sebbene soltanto sotto forma di considerazioni scaturite in un’intervista concessa ad una rivista della sinistra radicale americana; per Silone è necessario ripartire da un socialismo più autentico per poter costruire la cosiddetta “terza via”, in antitesi alle democrazie e ai fascismi dell’epoca.[20]Dopo un mandato di cattura con richiesta di estradizione al governo elvetico fatta pervenire dall’Italia, sebbene non andata a buon fine per il diniego svizzero che impone allo scrittore solo un divieto di esercitare propaganda politica, Silone anche in concomitanza con l’entrata in guerra del suo paese, entra a far parte del Centro Estero del Partito Socialista, diventandone segretario col nome clandestino di “Sormani”.Gli anni della guerraSilone con Ivan Matteo Lombardo e Sandro Pertini al XXIV Congresso del PSI (PSIUP) di Firenze del 1946Nel 1941 esce in tedesco Il seme sotto la neve, poi pubblicato l’anno seguente dalle “Nuove Edizioni di Capolago” a Lugano, in lingua italiana, nonostante i tentativi del governo elvetico, su pressioni della Legazione italiana a Berna, di sottoporre il romanzo a tagli censori. La vicenda narrata sembra essere la naturale prosecuzione di Pane e vino e il romanzo frutta a Silone giudizi estremamente lusinghieri, soprattutto dalla stampa e dalla critica letteraria straniera.Nel dicembre dello stesso anno Silone conosce a Zurigo Darina Laracy, giovane corrispondente irlandese del New York Herald Tribune; dal primo incontro avvenuto in una nota biblioteca della città svizzera, passando per la successiva frequentazione sino alle nozze celebrate a Roma quattro anni più tardi, Darina resterà compagna inseparabile di Silone sino alla morte di lui.Nel 1942 ad una conferenza dal titolo Situazione degli ex, Silone illustra le sue idee ad un folto gruppo di esponenti politici svizzeri e tedeschi, attaccando il marxismo la cui involuzione dogmatica è, per lo scrittore, «una delle tragedie della nostra epoca», riscoprendo l’eredità cristiana e auspicando il federalismo per l’Europa alla fine del conflitto; parla inoltre del cosiddetto “Terzo Fronte” che si contrappone sia al fascismo sia all’ingerenza delle democrazie alleate, lanciando l’omonima testata di una rivista che assume come parola d’ordine la formula gandhiana della “disobbedienza civile”. Redige inoltre Il manifesto per la disubbidienza civile, pubblicato sul foglio “Il Terzo Fronte. Organo del Partito Socialista Italiano”.A causa del suo eccessivo esporsi le autorità elvetiche dispongono il suo arresto, avvenuto il 14 dicembre 1942 con l’accusa di “illecito svolgimento di attività politica” ma, il provvedimento di espulsione emesso in seguito alla richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano non verrà mai eseguito; Silone infatti viene prima internato per motivi di salute a Davos, quindi a Baden, dove resterà sino alla fine della sua permanenza in Svizzera.È del 1944 la riduzione teatrale di Pane e Vino e prende il titolo di Ed egli si nascose pubblicato prima in tedesco e quindi in inglese grazie alla traduzione di Darina; in Italia il dramma appare solo l’anno successivo pubblicato dalla Editrice Documento.Dal 1º febbraio 1944 diventa direttore della nuova edizione della rivista l’Avvenire dei lavoratori, vecchio foglio di Zurigo, uscito in veste rinnovata e che Silone anima con interessanti dibattiti culturali, scrivendo gran parte degli articoli e scegliendo i temi da trattare; parallelamente collabora ad un’altra rivista, Libera Stampa, giornale d’ispirazione socialista del Canton Ticino.Il ritorno in patriaIl 13 ottobre 1944 Silone rientra in Italia, dopo anni di esilio, atterrando con un piccolo aereo militare americano all’aeroporto di Capodichino di Napoli; trascorre la notte a Caserta e il giorno dopo è a Roma dove si vede con Pietro Nenni. Così il leader socialista annoterà nel suo diario, ricordando l’incontro[21]:«L’incontro è stato affettuosissimo. Silone era molto commosso. Per tagliar corto ad ogni recriminazione sul passato egli ha tenuto a dirmi che per lui io ero il capo del partito, che egli concordava pienamente con la politica unitaria, che si metteva a disposizione del partito se lo ritenevo utilizzabile, che in caso diverso, si sarebbe rifugiato nella sua attività di scrittore.»Dopo la Liberazione e il difficile ritorno del paese alla normalità post-bellica, lo scrittore pescinese inizia la sua attività culturale anche in Italia, mostrando subito alcuni lati del suo anticonformismo, prendendo posizione contro l’antifascismo di facciata e manifestando la sua contrarietà ad ogni epurazione (a tal proposito pubblica sull’Avanti! un articolo dall’eloquente titolo Superare l’antifascismo[22]).Per Silone la politica è indissociabile dalla cultura e le sue analisi acute e profonde si manifestano sia in saggi pubblicati su varie riviste[23], sia anche attraverso la partecipazione attiva a interessanti iniziative culturali (è presidente dell’Associazione Nazionale “Amici dell’Università” e fonda con la moglie il “Teatro del Popolo”).Nel dicembre 1945 Silone è nominato direttore dell’edizione romana dell’Avanti!, dopo aver sottoscritto, assieme a Sandro Pertini, la mozione vincitrice del Primo Congresso Socialista; manterrà l’incarico sino all’estate dell’anno successivo. Viene quindi invitato a Londra assieme a Nenni, dal Partito Laburista per le discussioni informali sul trattato di pace; qui conosce George Orwell con cui si incontra più volte.Nel 1946 fonda e dirige il periodico (prima quindicinale, poi trasformato in settimanale) Europa socialista, al quale dedica notevoli energie e larga parte del suo tempo, tanto da vedersi costretto a rinunciare all’incarico di Ambasciatore italiano a Parigi. La linea editoriale che Silone dà al periodico, riprendendo di fatto la battaglia politica e culturale condotta con l’Avvenire dei Lavoratori, si prefigge principalmente di rivendicare l’autonomia socialista dal PCI, di analizzare il rapporto tra politica e cultura e di lanciare il tema dell’unità europea.Impegno politico e culturalePrende parte alla “battaglia” politica all’interno del Partito Socialista, di cui fa parte, muovendosi sul piano della contestazione alla linea affine al PCI e per rivendicare l’autonomia socialista; innovative per l’epoca sono anche le sue posizioni di apertura verso la Chiesa: nel 1948 si schiera contro il Fronte popolare voluto da Nenni e l’insuccesso elettorale dei socialisti gli dà ragione. Sono le premesse della sua nuova delusione politica che maturerà nella breve esperienza del Partito Socialista Unitario fondato nel dicembre 1949, dalla confluenza della corrente autonomista del PSI di Giuseppe Romita, con la corrente di sinistra del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI). Sempre nel 1948 aveva sottoscritto, assieme a numerosi altri intellettuali e uomini di cultura, il manifesto Europa cultura e libertà.Intanto, per la prima volta la critica italiana sembra iniziare ad accorgersi del valore dello scrittore abruzzese, apprezzatissimo all’estero, ma ancora poco valutato in patria; significativo è il giudizio di Geno Pampaloni[24] che afferma, agli inizi del 1949:«l’importanza di Silone nella nostra letteratura contemporanea è notevole, più grande certamente di quanto la critica sinora non abbia sospettato.»Nello stesso anno Fontamara esce sulla grande scena editoriale, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore, cui Silone era approdato e con cui rimarrà legato sino alla fine della sua produzione letteraria, seguito dalla seconda edizione de Il seme sotto la neve e dal suo primo romanzo del dopoguerra.Il nuovo romanzo, Una manciata di more, uscito nel 1952, è un vero e proprio atto d’accusa all’establishement comunista che per Silone appare ormai fagocitato nell’orbita sovietica avendo perso ogni contatto con i problemi reali della classe operaia. Mentre all’estero, come ormai di consueto, numerose sono le critiche positive che accolgono l’uscita del romanzo (che verrà tradotto in oltre dieci lingue), in Italia, come era prevedibile scoppiano le polemiche; duri attacchi vengono riservati allo scrittore dalle colonne dell’Unità, di Rinascita e dell’Avanti![25], cui seguiranno le altrettanto dure schermaglie verbali fra lo scrittore[26] e Togliatti[27].Nel 1953, in un clima politico animato da un dibattito interno e internazionale piuttosto rovente, Silone è convinto da Giuseppe Saragat a candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del PSDI, ricavandone un insuccesso personale; primo dei non eletti nella XX circoscrizione (L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo), ottiene appena 320 voti nella sua Pescina. Da quel momento si allontana in modo definitivo dalla politica attiva.Rivista Tempo presente, novembre 1961È presidente della giuria alla Mostra del cinema di Venezia del 1954 e l’impegno appassionato nell’Associazione per la libertà della cultura di cui lo scrittore abruzzese è uno dei principali animatori e dai cui soci viene soprannominato col termine gandhiano di mahatma (grande anima) lo porta a frequenti viaggi all’estero, durante i quali partecipa a conferenze e dibattiti assieme a personaggi del calibro di Jean Paul Sartre (cui Silone era in quel momento vicino, così ancor maggiormente alle idee di Simone Weil[28]).Dopo l’uscita della nuova edizione di Vino e pane, rimaneggiata e ampliata, secondo la consuetudine propria di Silone, di riadattare alcune sue opere con revisioni e aggiornamenti, fonda con Nicola Chiaromonte la rivista Tempo presente (aprile 1956), rispondendo alla necessità di portare in stampa un foglio culturale slegato dagli apparati dei partiti e indipendente dalle pressioni politiche e ideologiche. La rivista verrà considerata dalla storica e giornalista inglese Francis Stonor Saunders (in La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti), destinataria di finanziamenti della CIA attraverso l’Associazione per la libertà della cultura[29], sebbene lo stesso Silone dichiarerà di esserne all’oscuro e di aver appreso la provenienza dei fondi solo nel 1967[30].In seguito alla Rivoluzione ungherese del 1956, simpatizza per i rivoltosi di Budapest dirigendo il giornale magiaro d’Italia Olaszorszagi Magyar Ujsag e pubblica sul giornale francese L’Express, nel dicembre 1956, il saggio La lezione di Budapest, in cui, tra l’altro, attacca duramente l’atteggiamento di Togliatti che per lo scrittore nei confronti dei fatti ungheresi ha dimostrato di essere:«di una volgarità e un’insolenza che la lingua italiana non aveva più conosciute dalla caduta del fascismo.»Prende parte attivamente, sempre nel 1956, alla battaglia di opinione in favore del sociologo triestino Danilo Dolci, schieratosi al fianco dei contadini a Partinico e ivi arrestato pretestuosamente.Spunti autobiografici e impianto scenico ancora una volta “abruzzese” caratterizzano il nuovo romanzo dello scrittore che vede le stampe nel 1956: Il segreto di Luca. In aggiunta a questi temi, ormai classici nella narrativa siloniana, va segnalato per questo romanzo un approccio diverso, se non altro per la presenza di una storia d’amore, tematica sinora estranea alla produzione letteraria dell’ex-esule.Partecipando a Rodi, dal 6 all’11 ottobre 1958 ad un importante seminario dal titolo Governi rappresentativi e libertà pubbliche nei nuovi stati incentrato su temi di politica internazionale, ma dal cui pulpito lo scrittore lancia un segnale alla politica italiana, Silone inizia la sua “battaglia” ideale contro i partiti e la politicizzazione dell’intera vita pubblica nazionale.[31]”Cristiano senza chiesa”Con una lucidità di analisi in grado di precorrere i tempi, Silone inizia a parlare già in quegli anni di regime partitocratico, affermando che «dato che il vero centro del potere reale è fuori dal parlamento, negli Esecutivi dei partiti, sarebbe più esatto dire che noi viviamo in un regime di partitocrazia». Dalla polemica contro gli apparati dei partiti, prende le mosse, sfociando in una dura presa di posizione nel corso della riunione Amici del mondo del 1959 tenuta in occasione del trentennale del Concordato, l’analisi delle intromissioni della Chiesa nella vita politica italiana che esercita per Silone un decisivo controllo sul principale partito italiano, la DC.[32]Come si era dimostrato “socialista senza partito”, così Silone manifesta la sua insofferenze per le gerarchie ecclesiastiche, autodefinendosi anche “cristiano senza chiesa”[33]; fautore di un Cristianesimo capace di ripercorrere la sua storia per tornare alla purezza del messaggio evangelico delle origini, l’intellettuale abruzzese matura, già negli ultimi anni cinquanta le sue convinzioni che lo porteranno a scrivere alla fine del decennio successivo uno dei suoi libri di maggior successo di critica. Il “socialismo cristiano” di Silone non ammette compromessi con sovrastrutture e apparati; di lui così scriveranno i critici:«La corruzione della religione era tra le cose che più lo ferivano e lo muovevano a sdegno»[34]Nel maggio del 1960 viene pubblicato La volpe e le camelie, romanzo che si presenta come rifacimento di un vecchio racconto inserito ne Il viaggio a Parigi, dal titolo La volpe, opera forse non tra le sue più conosciute ma che, nonostante alcune critiche espresse dall’editore Alberto Mondadori riuscirà a vendere nella sua seconda edizione (1964), oltre 70.000 copie.L’anno seguente prende parte ad un convegno sulla letteratura araba contemporanea, di cui la rivista Tempo presente è tra gli organizzatori e intraprende un viaggio con la moglie nel Medio Oriente. Visitando la Terra Santa, definisce quei luoghi, così simili a quelli dei suoi romanzi, «paesaggio dell’anima».Nel 1962, dopo l’uscita della terza edizione de Il seme sotto la neve e de La scuola dei dittatori, saggio analitico del fascismo e più in generale dei totalitarismi, inizia la sua collaborazione con Il Resto del Carlino, su pressante invito di Giovanni Spadolini, proprio mentre le fortune economiche di Tempo presente iniziano a creare enormi difficoltà a Silone e Chiaromonte che riusciranno comunque a far uscire la rivista sino al 1968.Nel 1963 diventa addetto culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, nonostante le polemiche che c’erano state sui presunti finanziamenti occulti americani alla rivista Tempo presente, peraltro sdegnosamente smentite da Silone, vincendo per la prima volta una sorta di scetticismo ad impegnarsi con gli americani stessi che pur lo stimavano notevolmente come scrittore da un lato ma che lo avevano accusato di maccartismo dall’altro.Il riconoscimento della criticaIl 1965 è l’anno di pubblicazione di Uscita di sicurezza. È questa l’opera che inizia a dargli i primi reali riconoscimenti della critica italiana. Lo scrittore, sin dai tempi di Fontamara, apprezzatissimo e valutato positivamente all’estero, non aveva avuto che scarni riconoscimenti in Italia dove la critica lo bollava abbastanza sbrigativamente come autore della letteratura del “fuoriuscitismo” e incline ad un atteggiamento moralistico e dallo scarso valore artistico.Con Uscita di sicurezza, che si presenta come una sorta di “diario politico” ci si rende conto di avere a che fare con un personaggio diverso e non mancano le autocritiche di chi in passato lo aveva osteggiato.[35]A quest’opera di riabilitazione, ancorché tardiva, sfuggono tuttavia gli intellettuali di ispirazione marxista che, nonostante la coraggiosa presa di posizione in favore di Silone di Carlo Bo[36], non gli consentono di prendere parte al Premio Viareggio di quell’anno; significativa è la frase che, secondo alcuni, avrebbe pronunciato il presidente del premio letterario, Leonida Répaci che, parlando di Uscita di sicurezza e caldeggiando la sua esclusione dal premio letterario, avrebbe affermato espressamente: «Non si può premiare un libro che offende la memoria di Togliatti».[37]Molto più benevoli rispetto al passato si dimostrano invece i critici di ispirazione cattolica, che accolgono l’opera se non altro con compassata assenza di preconcetti. All’estero invece si continua ad osannare lo scrittore abruzzese; così parla di Silone nel 1969, Irwing Howe:[38]«Ogni sua parola sembra avere una qualità speciale, un’impronta di fraterna, disincantata umanità. È veramente un po’ un mistero che la critica letteraria con tutte le sue solennità, non ha mai ben penetrato: che un uomo, scrivendo così semplicemente e senza pretese, possa far sentire come inconfondibilmente suo tutto ciò che pubblica» e lo elogia anche Bertrand Russell accostandolo alle grandi personalità italiane di sempre.[39]A testimoniare il grande senso di autonomia del pensiero siloniano, ecco quanto il pescinese scrive in Uscita di sicurezza, a proposito del concetto di libertà, in lui sempre molto forte, sino a sfiorare per alcuni versi l’anarchismo:«La libertà… è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.»Nel 1966 riceve la laurea honoris causa a Yale, negli Stati Uniti e sempre in quell’anno la RAI manda in onda una riduzione teatrale di Ed egli si nascose e un telefilm tratto da La volpe e le camelie. La popolarità di Silone, dopo anni di ostracismo, inizia a lievitare.Il Super CampielloLocandina della riduzione teatrale de L’avventura di un povero cristianoMa la consacrazione definitiva di Silone in patria, ancorché tardiva, giunge con il 1968, anno in cui esce L’avventura di un povero cristiano, il suo ultimo libro pubblicato in vita. Si tratta di uno scritto che reinterpreta, attualizzandola, la vicenda di Celestino V, forse il papa del “gran rifiuto” dantesco. Per approfondire le vicende del papa-eremita, Silone aveva lavorato alacremente per oltre un anno nel suo Abruzzo, tra Sulmona, Avezzano, L’Aquila e Pescasseroli con ricerche di documenti d’archivio e nonostante alcuni seri problemi di salute (fu ricoverato anche in ospedale).Nella prima parte del libro lo scrittore pescinese ricostruisce proprio il suo percorso in terra d’Abruzzo, di cui decanta il sentore di quella purezza dell’ideale cristiano cui si sente profondamente legato. Così Silone descrive la Majella, il monte che fece da scenario alle vicende di Pietro Celestino, narrate nel libro:«La Maiella è il Libano di noi abruzzesi. I suoi contrafforti, le sue grotte, i suoi valichi sono carichi di memorie. Negli stessi luoghi dove un tempo, come in una Tebaide, vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti centinaia e centinaia di fuorilegge, di prigionieri di guerra evasi, di partigiani, assistiti da gran parte della popolazione»L’avventura di un povero cristiano è un successo editoriale e di critica e grazie al libro Silone vince nel maggio del ’68, a Udine, il Premio Moretti d’Oro e il 3 settembre gli viene conferito a Venezia il Super Campiello.[40] Lo scrittore, colpito ancora da un’indisposizione non può presenziare alla cerimonia di premiazione all’Isola di San Giorgio, ma si collega da casa grazie alla RAI.La critica è quasi unanime nel considerare l’ultimo lavoro letterario prodotto come il punto più alto dell’intera produzione siloniana; la stampa comunista sembra invece continuare ad ignorarlo. Il libro riceverà, 4 anni dopo la morte dello scrittore, anche il Campiello d’Oro dei vent’anni (1982).Il 31 agosto 1969 l’Avventura trova la sua dimensione teatrale, peraltro presente volutamente nel testo, con la messa in scena del dramma celestiniano a San Miniato; seguirà una seconda rappresentazione il 21 gennaio 1971 ad Ancona.Ma il 1968, anno di successi personali per Silone, oltre che di stravolgimenti politici che non lasciano indifferente lo scrittore, è anche l’anno in cui si chiude l’esperienza di Tempo presente che, per difficoltà economiche, sospende le sue pubblicazioni.Gli ultimi anniIl 19 marzo 1968 Silone è insignito del Premio internazionale di letteratura a Gerusalemme; l’anno seguente, in occasione del suo settantesimo compleanno, riceve numerose attestazioni di stima con articoli sui principali quotidiani italiani[41], con la pubblicazione di saggi e studi sullo scrittore e con un numero speciale della rivista Il Dramma che raccoglie testimonianze di scrittori e intellettuali di tutto il mondo e su cui lo stesso Répaci che, anni prima gli aveva negato il Premio Viareggio, ora dice di lui:«è uno dei massimi scrittori d’oggi ed è una vergogna l’averlo tenuto per decenni nell’ombra».Gli viene conferita la laurea honoris causa all’Università di Tolosa con la seguente motivazione: «aver anticipato con la sua opera i problemi giovanili del maggio parigino»; a Parigi gli viene conferito nel 1971 il premio mondiale della letteratura “Del Duca” ma, dopo la premiazione è colto da malore e viene ricoverato. I suoi problemi di salute, aumentati a partire dal 1972 non gli consentono più frequenti spostamenti dalla sua casa romana di via Villa Ricotti dove vive con la moglie Darina, ma nonostante ciò continua a partecipare a dibattiti intellettuali e a scrivere.Nel 1974 viene pubblicato su Oggi e domani, rivista pescarese, un suo racconto dal titolo Vita e morte di un uomo semplice. Nel 1977 è colpito da un’altra grave crisi del suo male, ma la moglie Darina lo porta a Fiuggi e il peggio viene scongiurato. Nello stesso anno Silone inizia a scrivere il suo nuovo romanzo, Severina, una storia di una ragazza orfana allevata in un convento che assiste ad un corteo operaio in cui viene ucciso un manifestante. Ma lo scrittore non riesce a completare il romanzo; dopo il suo ritorno a Roma infatti, Silone si aggrava e il viaggio verso la clinica Florissant di Ginevra sarà l’ultimo della sua vita.La tomba di Silone a Pescina alla base del campanile di San BerardoIl 22 agosto 1978 Ignazio Silone muore nella clinica ginevrina e due giorni dopo le sue ceneri vengono trasportate a Pescina per essere poste nella tomba di famiglia. L’anno successivo le ceneri dello scrittore sono collocate nel luogo dove riposano tuttora, per adempiere alla sua richiesta:«Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza.»Aveva detto qualche anno prima, in un’intervista in cui gli era stato chiesto se avesse paura della morte:«No. Le sono stato varie volte molto vicino perché la mia salute non è mai stata molto forte. Sì, ho avuto dei momenti in cui le sono stato assai vicino. Non ne ho paura. È una realtà che fa parte dell’insieme degli altri problemi sul significato della vita. Chi pensa seriamente al significato dell’esistenza non può non pensare anche alla morte che è la fine dell’esistenza.»Tre anni dopo la morte del marito, nel 1981, Darina Laracy porta a termine il lavoro di revisione e completamento dell’ultimo romanzo, Severina, e lo dà alle stampe.Nel 1990 gli viene attribuito il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante alla memoria.[42]Le tematiche siloniane«Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui. È una contrada, come il resto d’Abruzzo, povera di storia civile, e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha monumenti degni di nota che chiese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini. La condizione dell’esistenza umana vi è sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l’anarchia.[43]»Care a Silone sono senz’altro le tematiche di denuncia sociale[44] e di impegno politico profondo di cui tutte le sue opere sono impregnate. Lo scrittore abruzzese è tra i primi, assieme ad una nutrita schiera di scrittori anglosassoni, ad affrontare le tematiche sociali all’interno della forma narrativa del romanzo; ma Silone è portatore di tematiche contadine, laddove altri avevano invece analizzato il mondo operaio della società post-industriale. Emblematico di tutto ciò è ovviamente Fontamara, in cui la critica sociale emerge da uno sfondo di solidarietà e pietà cristiana, e accanto ad altri temi del periodo in cui il romanzo fu scritto, come lo spaccato della vita italiana nelle campagne nel periodo fascista, l’ignoranza dei “cafoni” e la loro assoluta distanza dalla politica, rappresentate con toni ora satirici ora più amari e disincantati.Forti sono state le ripercussioni che le vicende personali dello scrittore hanno avuto su tutta la sua produzione letteraria. L’uscita forzata dal Partito Comunista, dopo la disillusione dello stalinismo, l’assunzione di posizioni di intransigenza e di rifiuto del compromesso con qualsiasi sovrastruttura costituita, accanto al ritrovato impegno culturale e politico prima come antifascista, poi come portatore di ideali di “socialismo cristiano”, hanno fatto emergere spunti fortemente autobiografici in opere come Pane e vino, Il seme sotto la neve o Il segreto di Luca.Il protagonista di Pane e vino ad esempio, il rivoluzionario Pietro Spina, si pone in forte antagonismo con il conformismo politico dello stesso partito in cui ha militato e da cui è stato espulso, e cerca quindi, disilluso, di recuperare quegli ideali di libertà e di solidarietà umana che erano alla base del suo credo, con un tentativo di ritorno quasi utopistico ai valori elementari dell’uomo.Gli schemi narrativi siloniani, fatti di un linguaggio semplice, per certi versi poco letterario, sono sovente costruiti sulla base della salda cultura contadina da cui l’autore proviene e sono talvolta il risultato delle narrazioni delle storie di vita, delle leggende, delle credenze popolari apprese in età giovanile nel suo Abruzzo. È così ad esempio, che la rappresentazione quasi mitica dei “cafoni” fontamaresi, contrapposti in modo netto a tutte le altre componenti sociali, assume una valenza per certi aspetti inedita nella letteratura, essendo Silone il primo a presentare la realtà contadina del meridione d’Italia non più come idilliaca e oleografica, ma amara, cruda e conflittuale, con tutto il suo disperato pathos di rassegnazione e di sacrificio. Così scrive ne Il seme sotto la neve:«La verità non è nella coscienza dei poveri, ma nella loro esistenza; essi vi sono murati, incorporati; da capo a piedi». A conferma di ciò, è significativo il giudizio di Gustav Herling il quale rileva che «per Silone il metro di misura era la vita quotidiana, in particolare quella della regione dove era nato. Lì era la vera fonte del suo modo di ragionare».[45]Importanti sono i temi legati alla religione nella produzione siloniana, in particolare la rielaborazione degli ideali cristiani alla luce del dilemma tra la disobbedienza all’autorità gerarchica costituita (la Chiesa) e la coscienza di chi crede. Il cristianesimo di Silone non è dogmatico, ma è ispirato ai valori primitivi dell’amore disinteressato, dell’abbattimento delle diseguaglianze sociali, della lotta incessante all’ingiustizia[46], della solidarietà, del rifiuto di ogni compromesso, come emerge in modo emblematico ne L’avventura di un povero cristiano, romanzo in cui l’autore presenta la figura di Celestino V come modello per il suo cristianesimo. Silone si rifà, in maniera utopica, alla figura del mistico Gioacchino da Fiore, come spiega in Uscità di sicurezza: «Presso i più sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s’è mai spenta l’antica speranza del Regno, l’antica attesa della carità che sostituisca la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini».GiudiziCrystal128-file-broken.svgQuesta voce o sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni.Motivo: le citazioni vanno spostate su WikiquoteRisistema la struttura espositiva, logica e/o bibliografica dei contenuti. Nella discussione puoi collaborare con altri utenti alla risistemazione.Niente fonti!Questa voce o sezione sugli argomenti giornalisti italiani e scrittori italiani non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.Commento: ottobre 2013Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull’uso delle fonti. Segui i suggerimenti dei progetti di riferimento 1, 2.«Notavo in lui molta sensibilità, molta impressionabilità anche, ma nello stesso tempo un fervore nella sua fede comunista. Era stato educato cattolico e la domanda, che del resto è di ogni essere umano, perché ci siamo e cos’è questo universo e dove va?, questa è la domanda, ch’è al fondo di ogni religione, era in lui, io lo sentivo»(Camilla Ravera)«Vorrei dirle quanto l’apprezzo e la stimo come uomo e come artista, e con quanta profondità mi afferra e mi colpisce la serietà della sua vita, di cui ho potuto ascoltare recentemente qualche particolare più intimo, e come mi è caro prezioso conoscerla, cosa che verosimilmente non sarebbe stata possibile se entrambi i nostri destini avessero avuto un corso più piatto e comodo»(Thomas Mann, dopo aver letto Fontamara)«La rivoluzione di Silone è la rivoluzione degli uomini nudi. Nudi, non soltanto nel senso di sprovveduti ma, più profondamente, nel senso di uomini soli, solamente uomini. Uomini che conoscono la loro solitudine e si sforzano perpetuamente di spezzarla con la fiducia e con le opere di misericordia: dar da bere agli assetati, nutrire gli ignudi, guarire gli ammalati»(Gilbert Sigaux)«A meritare il Nobel era Silone. Silone parla a tutta l’Europa. Se io mi sento legato a lui, è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione nazionale e anche provinciale»(Albert Camus)«Silone è stato escluso dal Viareggio così come sinora lo abbiamo escluso dalle nostre preoccupazioni e dalle nostre riflessioni quotidiane, un po’ perché il suo caso disturba, dà noia, e soprattutto perché affrontarlo richiederebbe un altro impegno e finirebbe per investire tutta la nostra struttura intellettuale e spirituale.»(Carlo Bo, 1º agosto 1965[47])«È ora di riconoscere che Silone, questo scrittore di un libro unico, monomane per sincerità e perché ha qualcosa di preciso e urgente da dire, asciutto, intenso, pieno di riserve segrete, condotto allo scrivere solo da una prepotente necessità interiore, è uno dei pochi nostri scrittori viventi dotati di grandezza»(Guido Piovene)«Sogno…sì, sogno un cristianesimo sociale e diciamo pure socialista. Un cristianesimo che ormai prescinda dalle strutture storiche della Chiesa, ma che riscopra alcuni vecchi miti, profonde tradizioni e che ami la libertà. E un socialismo non ancorato alle ideologie di partito e meno ancora agli apparati burocratici. È vero, sa di utopia (…) Dimenticavo, c’è uno scrittore italiano che sento vicino in questo sogno, uno scrittore che stimo anche come uomo, Ignazio Silone.»(Heinrich Böll)«Leggendo i suoi primi romanzi, Fontamara, Pane e vino, Il seme sotto la neve, e pur ammirandoli, ero caduto in abbaglio sull’autore. Lo avevo preso per uno di quegl’industriali dell’antifascismo che, riparati all’estero, avevano trovato nella universale avversione alla dittatura una comoda scorciatoia al successo dei libri di denunzia. Lo consideravo insomma un profittatore del regime a rovescio (come del resto ce ne sono stati). E una conferma mi era parso di vederla nel fatto che finito, col fascismo, l’antifascismo, parve finito anche il narratore Silone.Poi vennero Una manciata di more, Il segreto di Luca, La volpe e le camelie. Ma vennero soprattutto alcuni saggi politici che mi costrinsero a ricredermi. Ed era proprio questo che non riuscivo a perdonargli. Mi era antipatico non per i suoi, ma per i miei errori. Più lo conoscevo attraverso i suoi scritti, e più dovevo constatare che non solo egli non somiglia affatto al personaggio che m’ero immaginato, ma che anzi ne rappresenta la flagrante contraddizione. […]Fenomeno unico, o quasi unico, fra gli sconsacrati del comunismo che di solito non superano mai più il trauma e trascorrono il resto della loro vita a ritorcere l’anatema, Silone non recrimina. Egli rifiuta i grintosi e uggiosi atteggiamenti del moralista, o meglio ne è incapace. Domenicano con se stesso, è francescano con gli altri, e quindi restio a coinvolgerli nella propria autocritica. Cerca di metterne al riparo persino Togliatti; e se non ci riesce che in parte, non è certo colpa sua. Qui non c’è che un accusato: Silone. E non c’è che un giudice: la sua coscienza.»(Indro Montanelli, 5 giugno 1965[48])«Silone era un uomo dal cuore puro, un intellettuale onesto. Di Silone c’è una frase che ho sentito di recente: “Gli schiamazzi della folla non possono far tacere la voce della coscienza”. C’era tutto Silone in quella frase.»(Sandro Pertini)«Si, era sempre estremamente sensibile all’origine sociale della gente, alle classi. Ma per questo non occorre il marxismo, basta vivere tra i cafoni abruzzesi.»(Gustaw Herling-Grudziński)OpereNarrativa Fontamara (1933), Zurigo, Dr. Oprecht & Helbling A-G, 1933; Basilea 1934 (in tedesco); Zurigo-Parigi, Nuove edizioni italiane, 1933 (in italiano); Roma, Faro, 1947; Milano, A. Mondadori 1949. Un viaggio a Parigi (1934), Pescina, Fondazione Ignazio Silone, 1992. Pane e vino, Zurich, Verlag Oprecht, 1936 (in tedesco); London, J. Cape, 1937 (in inglese); Lugano, Nuove edizioni di Capolago, 1937 (in italiano). Prima edizione in Italia, riveduta col titolo di Vino e pane, Milano, A. Mondadori, 1955. La scuola dei dittatori (1938) – Zurigo 1938 in tedesco curata da Jacob Huber Die Schule der Diktatoren, Europa Verlag; nell’edizione americana 1938 e inglese del 1939 The School for Dictators a cura di Gwenda David ed Eric Mosbacher, Harper and Brothers, New York 1938 e Londra 1939; in Argentina col titolo di La escuela de los dictadores a cura di Julio Indarte, Buenos Aires 1939; in ebraico Beit sefer lediktatirim, a cura di Abraham Kariv, Tel Aviv 1941; in Italia a puntate nel 1962 su Il Mondo e successivamente da Mondadori 1962; in Francia col titolo di L’école des dictateurs a cura di Jan-Paul Samson, Gallimard, Parigi 1964; in Germania Die Kunst der Diktatoren a cura di Lisa Rüdiger, Verlag Kiepenheuer und Witsch, Colonia 1965 Il seme sotto la neve (1941), Zurigo-New York, Oprecht, 1942 (in tedesco); Lugano, Nuove edizioni di Capolago, 1942 (in italiano); Roma, Faro, 1945; Milano, A. Mondadori 1950; 1961 (interamente riveduta). Una manciata di more, Milano, A. Mondadori, 1952. Il segreto di Luca, Milano, A. Mondadori, 1956. La volpe e le camelie, Milano, A. Mondadori, 1960; con il racconto La volpe e un saggio critico di Andrea Paganini, Poschiavo, L’ora d’oro, 2010. ISBN 978-88-904405-4-0. L’avventura di un povero cristiano, Milano, A. Mondadori, 1968. [vincitore del Premio Campiello] Severina (1981), a cura e con testi di Darina Silone, Milano, A. Mondadori, 1981.