febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

luglio 17, 2020

don Rafè!

Intervista di Antonella Ricciardi a Gnsore di Raffaele Cutolo.

Il dialogo che segue riporta le analisi dell’avvocato Gaetano Aufiero, affermato penalista di Avellino, riguardo soprattutto le discrepanze tra pronunciamenti europei, oltre che della Corte Costituzionale, e situazione concreta di detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza “41 bis”: rese più evidenti, dai recenti, numerosi “no” ad arresti domiciliari, anche nel caso di detenuti avanti negli anni e con patologie, pure nel pieno della recente emergenza coronavirus; si è sostenuto che tali detenuti potessero essere curati anche in carcere, tuttavia la questione rimane aperta. Inoltre, diverse istituzioni ed associazioni hanno criticato l’uso attuale di almeno una parte del 41 bis, che, pur utilizzato inizialmente per comprensibili esigenze di sicurezza, in particolare dopo le stragi di mafia del 1992, ha poi cristallizzato anche alcuni aspetti gratuiti e perversi, tra cui l’impossibilità di contatto fisico anche con figli, quando maggiori di 12, a causa di un vetro divisorio: nonostante i colloqui vengano filmati e si possano perquisire i protagonisti di tali colloqui; questi ed altri aspetti sono stati infatti condannati, tra l’altro, dal CPT ( Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti ), che è un organo derivato dal Consiglio d’Europa. Il 41 bis, previsto solitamente per reati che hanno messo a rischio la sicurezza dello Stato, solitamente collegati alle mafie ed al terrorismo, può venire applicato, però, anche in detenzione preventiva, verso presunti innocenti. Uno dei casi più significativi dei quali l’avvocato Gaetano Aufiero si occupa è quello di Raffaele Cutolo, detenuto in modo ininterrotto (a parte alcune settimane nell’ospedale di Parma), dal maggio 1979; in effetti, però, anche prima di tale data aveva scontato molti altri anni, a parte alcuni brevi periodi di libertà, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, e per alcune brevi latitanze. Era stato guida della “Nuova Camorra Organizzata”, una fazione (ispirata alla cosiddetta “Bella società riformata”: la camorra ottocentesca) cresciuta nel corso degli anni ’70 ed ’80, dedita soprattutto al controllo dei traffici di sigarette di contrabbando ed al controllo di attività imprenditoriali; di stampo  paramilitare, aveva creato una sorta di “stato sociale” parallelo, presentandosi in quanto fautrice di una sorta di riscatto del Sud. La Nuova Camorra organizzata era stata a volte interlocutrice di istituzioni, arrivando a mediare con le Brigate Rosse, in una trattativa che aveva portato al rilascio dell’assessore Ciro Cirillo, nel 1981. L’organizzazione di Cutolo, che si era detto sempre contrario al traffico di droga, si era a più riprese scontrata soprattutto con un’altra organizzazione camorristica, la cosiddetta “Nuova Famiglia”, alleata con Cosa Nostra, la mafia siciliana, e con un settore della Ndrangheta; nel corso di uno dei numerosi agguati, era stato purtroppo assassinato anche il figlio Roberto Cutolo, mentre era in soggiorno obbligato al Nord: sostanzialmente, ucciso per il suo cognome. Pur limitata nel tempo, la stagione della NCO era rimasta impressa nella memoria collettiva; addirittura, il cantautore Fabrizio De Andrè aveva dedicato una tarantella alla vicenda, ispirandosi alla figura di Cutolo, nel brano “Don Raffaè”, in cui si descrive la ricerca di protezione camorristica di un secondino, afflitto da uno Stato assente e deludente: Cutolo non si era sentito offeso, ma aveva elogiato la canzone, ringraziando il cantautore genovese, ed inviandogli delle sue poesie; De Andrè, nel breve carteggio, aveva risposto in modo distaccato ma cortese, definendo alcune poesie, comunque, pregevoli.  Nei lunghi anni di prigionia, Raffaele Cutolo aveva infatti scritto numerose poesie, oggi riunite in un libro: “Poesie dal carcere”, in una edizione curata dal giornalista Giancarlo Esposti; inoltre, nel volume “Ricordi in bianco e nero”, straordinaria testimonianza, frutto di un lungo rapporto epistolare con la giornalista del “Mattino”, Gemma Tisci, che con particolare sensibilità aveva approfondito alcune questioni, Cutolo aveva trovato il coraggio anche di aprirsi, confidando angosce e definendosi “rammaricato di fronte a Dio” per alcune vicende. In ogni modo, Raffaele Cutolo, 78 anni attualmente, ha sempre rifiutato di diventare collaboratore di giustizia: il suo difensore chiede una misura alternativa al carcere (fosse anche nel senso di struttura sanitaria esterna), in modo che possa essere curato in modo più rispettoso della sua condizione psico-fisica, che è tutt’ora molto precaria. Pur essendovi, infatti, magistrati ed operatori del carcere, anche a Parma, più sensibili e rispettosi dei diritti dei detenuti, la detenzione in 41 bis rimane misura con troppi aspetti puramente vessatori, per rimanere per moltissimi anni, rimarca infatti il brillante legale avellinese. Infine, una particolare attenzione è riservata ad un possibile superamento dell’ergastolo ostativo, cioè senza concrete possibilità di liberazione anticipata, spesso associato anche allo stesso 41 bis; tra i pochi casi in cui tale superamento è stato possibile, è stato quello di Carmelo Musumeci, ex boss, oggi autore di diversi libri, e con tre Lauree; del resto, Musumeci aveva più volte espresso la convinzione che il carcere troppo duro non aiutasse a sentirsi colpevoli, ma potesse fare sentire vittime, e che, per quanto lo riguardava, fosse stato il contatto con le persone buone a dargli la “scossa morale”, capace di fargli rimettere in discussione errori del passato.

1) Ricciardi: “Nell’ottobre 2019, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto il ricorso dell’Italia, volto ad ottenere il riesame della sentenza emessa dalla Prima sezione della medesima Corte il 13 giugno 2019 (Marcello Viola contro Italia, ricorso 77633/16). Con essa è stata sancita la non conformità della misura dell’ergastolo “ostativo” all’articolo 3, sui  trattamenti contro la tortura. Marcello Viola era stato condannato per associazione mafiosa. La Corte, pur riconoscendo vi sia stata una grave emergenza mafia in Italia, non giustifica la negazione automatica di benefici, in caso di non collaborazione con la giustizia. Viene notato che non sempre la collaborazione con la giustizia è collegata a ravvedimento interiore, e che non in tutti i casi il non diventare pentiti giudiziari rappresenti pericolosità sociale: vi possono essere contrarietà alla delazione, e/o timore di esporre propri familiari, ed altro ancora. La questione reale è possibile che sia la cessazione del collegamento con attività violente ed illecite, per ottenere benefici, a prescindere dall’essere o meno pentiti. Tale pronunciamento, più rispettoso dei diritti degli imputati, quali effetti ha avuto e potrebbe in futuro ottenere in Italia, a suo avviso? Può essere più o meno vincolante tutto ciò, nel breve o nel lungo termine?”

 Aufiero: “ Gli effetti ci dovrebbero essere, ma temo che saranno molto limitati, perchè purtroppo lo stato dell’arte è questo: il magistrato di sorveglianza che chiede informazioni per un condannato all’ergastolo ostativo, le chiede alla DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) e alla Direzione Nazionale Antimafia. Per quello che è la mia esperienza, per fatti che risalgono a 30 anni prima, spesso continuano a dire che si tratta di un mafioso pericoloso: perchè le informazioni su cui si basano sono generiche…”

2) Ricciardi:  “Quindi queste “relazioni sfavorevoli” non sono chiaramente dimostrate?”

 Aufiero: ”Esatto. Questa è una sentenza di grande civiltà, che consente il conseguimento di un permesso premio al condannato all’ergastolo ostativo, e quindi diventa ammissibile l’istanza, ma nello specifico, a meno che non si tratti di personaggi particolari, che si sono particolarmente sganciati dal contesto, che hanno avuto condanne per fatti episodici, con non più una intraneità a fatti di mafia. Le informazioni che però di solito arrivano continuano a dire, anche dopo 30-40 anni,   che ci sia il rischio di collegamento con la criminalità organizzata. Arrivano quindi informazioni di questo genere, e difficilmente un magistrato di sorveglianza se ne distacca o se ne dissocia dal punto di vista giudiziario. E’ una sentenza importante, ma lei stessa può verificare, sulla base di questa sentenza, quanti permessi o quanti benefici siano stati riconosciuti a ergastolani ostativi: non ho una statistica, ma di solito non ci sono stati, al massimo possono essere stati casi molto limitati”.

3) Ricciardi: “Il problema è che non venga contestato che tali relazioni sfavorevoli non vengano dimostrate?”

Aufiero: “Assolutamente. Le  relazioni che fa la DDA, la Direzione Nazionale Antimafia, per non parlare di quelle che fanno i carabinieri, nei commissariati di polizia competenti, scrivono sempre le stesse cose: scrivono che quel condannato continua ad avere collegamenti… poi magari spiegano pure: semplicemente perchè c’è qualche nipote, o un genero, o una figlia, che si è sposata con qualche malavitoso. Sono relazioni di polizia che non vengono mai aggiornate, di solito, e, quando vengono aggiornate, sono ai limiti del surreale.”

4) Ricciardi:  “Oltretutto, la responsabilità penale è personale, quindi si dovrebbe vedere nel caso spefico, penso…”

 Aufiero: “Certo; che dire, sono difensore di Cutolo, oltre che di altri, e nel recente rigetto di una istanza per Cutolo, c’è scritto che ci sono alcune persone che, nel loro delinquere, si ispirano a Cutolo. “

5) Ricciardi:  “Però non è detto che, dopo tanto tempo, lui  voglia che si ispirino, automaticamente…”

 Aufiero: “Perciò, è vero, non è detto che lui voglia che si ispirino, ma non si capisce cosa dovrebbe fare, per non farli ispirare, dato che è detenuto da circa 40 anni.”

6) Ricciardi: “Poi sembra quasi, se così fosse, per assurdo, che non funzioni il 41 bis, se non fosse cambiato niente dopo decenni…”

 Aufiero: “Certo; paga, e non solo lui, per la verità, il fatto che dopo decenni si continuino a riproporre vecchi schemi.”

7) Ricciardi: “Questa è quindi l’incongruenza”.

Poi, per la verità, oltre la sentenza Viola c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale, che secondo me è scritta anche molto meglio della sentenza Viola. La sentenza dell Corte Costituzionale, tutt’altro che mediocre, è scritta in modo molto più dettagliato: giuridicamente, molto più apprezzabile. Queste due sentenze, quindi, ci sono.

8) Ricciardi:  “Forse sono un inizio di un approccio diverso?”

 Aufiero: “Concretamente, io credo potranno portare a molto poco; lei faccia una verifica, e cerchi di capire, da questo anno, circa, quando sono state pubblicate queste sentenze, quali sono le novità: non voglio essere pessimista, ma non più di quattro-cinque persone hanno ottenuto permessi.”

9) Ricciardi: ” Un inizio talmente lento, che ci vuole dell’altro?”

 Aufiero: “Sì, ci vuole dell’altro.”

10) Ricciardi:  “Passando ad un altro aspetto, comunque collegato a quanto lei ha così chiramente espresso, volevo chiedere: nei casi delle mafie, è possibile che un’altra via per dimostrare un legame spezzato con attività illecita possa o potrà essere, oltre al pentitismo, anche una semplice, ma fondata, dissociazione da attività violente ed illecite? Che si dichiari, cioè, la chiusura reale di un certo ruolo, pur senza fare i nomi di altre persone da arrestare? Qualcosa di analogo era accaduto con il terrorismo, in cui pentitismo e dissociazione erano entrambe ammessi, ma distinti; entrambi potevano portare a benefici, sia pur in modo diverso.”

 Aufiero: “In casi criminalità organizzata, in casi di camorra, ho assistito qualche volta a dichiarazioni, soprattutto in Appello, che hanno portato a volte ad un ammorbidimento; credo però siano due contesti, quelli del terrorismo e della criminalità organizzata, molto diversi…”

11) Ricciardi: “Nauturalmente, comunque, dichiamo che non è impossibile, tra le possibilità..”

 Aufiero: “Non è che sia impossibile, in effetti; la legge, però, non contempla questo … potrebbe, non è escludersi il portare un giudice a riconoscere le attenuanti generiche.”

12) Ricciardi:  “Caso per caso?”

 Aufiero: “Ci sono stati casi di chi abbia detto: “Io mi dissocio, chiedo scusa alle vittime”: sono dichiarazioni abbastanza ricorrenti, in Corte d’Appello… e grazie a queste dichiarazioni, che tra virgolette sono  dissociazioni, e i giudizi riconoscono quelle attenuanti generiche, che diversamente non riconoscerebbero…ma, ripeto, sono fenomeni abbastanza isolati, perchè la legge non prevede una dissociazione e/o un’attenuante per via della dissociazione.”

13) Ricciardi: “ Quindi sta un po’ alla discrezionalità del giudice?”

 Aufiero: “Sì, a me è capitato di sentirle, ma non essendo inserite in una legge, lasciano il tempo che trovano: questo è il punto; mentre per i terroristi la dichiarazione di dissociazione aveva una sua valenza in ambito, tra virgolette, criminale, per quanto riguarda la criminaltà organizzata la dichiarazione di dissociazione è fondamentalmente indirizzata ad avere le generiche, lo sconto pena.”

14) “Ricciardi:  “Si tratta di una possibilità minore.”

 Aufiero: “Sì, in caso di scuse, anche allo Stato; ci sono state dissociazioni, pentimenti…”

15) Ricciardi: “ Pentimento anche solo morale, senza fare nomi?”

 Aufiero: “Solo dichiarazioni molto generiche, di scuse allo Stato, alle vittime; dichiarazioni molto interessate ad ottenere una pena un po’ più morbida; situazioni differenti, per molti aspetti, da dissociazioni del terrorismo, nero o rosso che fosse.”

16) Ricciardi:  “In anni molto recenti, ci sono stati diversi casi di magistrati particolarmente sensibili a tematiche sul diritto, ed in generale i diritti, che hanno portato a rivedere, in diversi casi, l’ergastolo ostativo, anche senza pentitismo giudiziario, quando la presa di distanza dalla violenza si esprimeva in altri modi. Penso ad esempio al caso di Carmelo Musumeci, un tempo boss di un clan, poi dedito al volontariato, che ha rivisto eticamente delle posizioni, e che ha conseguito addirittura tre Lauree (Giurisprudenza, Sociologia e Filosofia), che ha avuto accesso alla liberazione condizionale dall’ergastolo ostativo. Si è quindi, ravveduto, in altri modi, e può essere un segnale serio, tra i pochi che siano finora usciti dall’ergastolo ostativo.  Tuttavia, ci sono ancora molti casi di ergastolo ostativo, sebbene non manchino coloro che ne chiedano l’abolizione. Tra questi, c’è appunto il caso di Raffaele Cutolo, suo assistito, in carcere   in modo continuativo addirittura dal maggio 1979 (a parte un breve ricovero all’ospedale di Parma, perchè molto sofferente, nel 2020). L’organizzazione di cui era stato carismatico capo Raffaele Cutolo, la Nuova Camorra Organizzata, risulta disgregata da anni; inoltre, a differenza della verticistica Cosa Nostra, era solo una delle varie fazioni (spesso tra loro rivali) della camorra. Quali pensano potranno essere alcune vie per rendere più conforme ai pronunciamenti europei questa situazione? So che indirettamente in parte mi ha già risposto, ma negli ultimi anni si sono moltiplicate le voci, anche del mondo della cultura  e dell’impegno sociale, che considerano barbarie una detenzione tanto lunga, anche considerando che Raffaele Cutolo, secondo varie testimonianze, ormai interiormente più cristiano, ha avuto il coraggio di dirsi rammaricato “davanti a Dio” di certe scelte passate, pur non avendo appunto percorso la strada dei collaboratori di  giustizia. Raffaele Cutolo, prealtro, sta da molti anni più di Riina in prigione, morto di recente. Cosa pensa di queste differenze, significative?”

 Aufiero: “Sì, ci sono differenza abissali con Riina, con la mafia; Riina è rimasto latitante, credo, 20-25 anni anni circa, ed ha fatto qualche decina di anni circa, prima di morire. Cutolo, in tutto, ha fatto oltre 56 anni di carcere!!”

17) Ricciardi: “In effetti, ci sono non pochi anni di detenzione anche precedenti al maggio 1979, pur interrotti da alcune brevi latitanze. La lunghissima detenzione potrebbe rafforzare le pronunce europee, sul caso specifico?

 Aufiero: “Su questo, sono assolutamente pessimista, riguardo l’incidenza della sentenza Viola e della Corte Costituzionale, sulla vicenda di Cutolo, almeno riguardo qualcosa di più risolutivo: queste sentenze dicono che condannati all’ergastolo ostativo possono avere un permesso, ma non possono avere altri benefici: un permesso significa che tu esci, un giorno, due giorni, tre giorni, ma niente di più. In Italia poi c’è il problema, se problema lo vogliamo chiamare, del 41 bis, per cui, fino a che, oltre all’ergastolo ostativo, ci sono persone sottoposte al 41 bis, il 41 bis rende di fatto inconciliabili quelle restrinzioni con dei permessi. Lei si immagini se a qualcuno danno uno, due, tre giorni di permesso, perchè c’è la sentenza Viola… Mi dispiace dirlo, ma se la normativa resta questa, non c’è proprio possibilità.

Oltre la sentenza Viola, deve cambiare altro sulla normativa, ma non cambierà, almeno ora; in Italia la legislazione ormai è questa, dal ’92, sono quasi trent’anni, non è mai cambiata, anzi peggiora sempre, in alcune situazioni. L’unica possibilità più concreta è cambiare qualcosa riguardo la normativa sul 41 bis, perchè anche i Tribunali di sorveglianza più illuminati e garantisti si trovano di fronte una normativa che non gli consente di andare oltre. Questa sentenza Viola, o la già richiamata sentenza della Corte Costituzinale, sono passi importanti, ma sono del tutto inadeguati ancora su una parte degli aspetti, rispetto ad una normativa che vieta gli accessi ai benefici, se non acquisendo determinate informazioni. In Italia il caso di Musumeci è ancora raro: non so quanti decenni di carcere si era fatto; stiamo parlando di un caso certamente isolato: tre Lauree, circa 30 anni e passa di carcerazione… Probabilmente lì le informazioni avevano evidenziato un distacco dal contesto mafioso, per il quale era stato condannato. Lei ricorda, per fare un esempio di quale sia lo stato della situazione, la condanna dell’ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro: è stato condannato per favoreggiamento aggravato dall’articolo 7: un favoreggiamento mafioso; fu condannato a cinque anni. Quel povero disgraziato, per un favoreggiamento, ossia per avere rivelato ad un suo conoscente che era indagato per mafia, è stato condannato per favoreggiamento aggravato dalla finalità mafiosa.”

18) Ricciardi: “ Forse fu ingigantito successivamente, pur discutibilmente, in concorso esterno?”

 Aufiero: “No, semplicemente favoreggiamento, aggravato, però, dalla finalità mafiosa: cinque anni, si è scontato cinque anni…fino all’ultimo giorno. Era un politico, non un mafioso, ma ha scontato fino all’ultimo giorno. “

19) Ricciardi: “Forse il problema sono delle legislazioni speciali emergenziali, rimaste dopo che è stata superata un’emergenza.”

 Aufiero: “Sì, vanno cambiate delle leggi, anche sul 41 bis, per evitare che non ci siano speranze; è inutile raccontare fandonie anche su questa sentenza, nel senso che la verità è che da sola non basta. Bisogna cambiare proprio la legge, altrimenti di che parliamo? Ora sa che sta succedendo, sono dei mesi che si parla della mancata nomina di Di Matteo a capo del DAP…”

20) Ricciardi: “Dipartimento Amministrazione Penitenziaria..”

Aufiero: “Mancata nomina perchè, si diceva, volendolo a capo del DAP, i mafiosi non sarebbero usciti dal carcere; in Italia la tendenza è quella: chi è condannato per mafia, deve stare in carcere, e possibilmente le chiavi vanno buttate: la sentenza Viola non servirà a nulla in Italia, è inutile farsi illusioni, perchè ci vuole anche altro.”

21) Ricciardi:   “A proposito, ci può dire qualcosa delle condizioni psico-fisiche attuali di Raffaele Cutolo? Possono esserci motivi ulteriori di richiesta di una sistemazione, sia pur con controlli, alternativa al carcere? “

 Aufiero: “Lui sta molto male; secondo i magistrati, non troppo male, o comunque, sta male, ma può, deve rimanere in carcere, dove deve morire, secondo i magistrati e la legge italiana… questo almeno è il rischio, questa è la triste realtà. “

22) Ricciardi: “Non vi arrenderete nel tentare di cambiare?”

 Aufiero: “Una legge è da cambiare, perchè la legge prevede che detenuto come Cutolo muoiano in carcere…e questa legge applicano i magistrati…e non ne faccio nemmeno una colpa ai magistrati, perchè applicano la legge che devono applicare. Possibilità che Cutolo, che quelli come Cutolo, escano dal carcere, anche quando in fin di vita, non ce ne sono, almeno attualmente.”


23) Ricciardi: “A proposito di 41 bis, sono da distinguere aspetti che abbiano una effettiva attinenza con la pubblica sicurezza, da altri inultimente vessatori? Ci sono aspetti più umanizzanti che ci sono stati, e che potrebbero esserci in futuro, che vuole ricordare? Ricordo intanto che una apertura di  vero rilievo verso una persona in regime di 41 bis fu comunque proprio verso Raffaele Cutolo, cui fu permesso di concepire la figlia grazie all’inseminazione assistita..”

 Aufiero: “E’ quasi tutto vessatorio, nel 41 bis. Sono poche le prescrizioni del 41 bis che vanno a limitare la pericolosità del detenuto: per il resto, è tutta vessazione. Se si prende un 41 bis, e gli si fa fare un’ora di colloquio al mese, con il vetro divisorio, parlando attraverso un telefono… che c’entra questa prescrizione con la pericolosità? O la persona sottoposta al 41 bis incontra un’ora al mese, o incontra quattro ore al mese, un familiare, un figlio, una moglie, un marito, se si tratta di donna, che differenza c’è? E’ vessazione, basta: soltanto vessazione”.

24)  Ricciardi: “Poi il fatto che vengano filmati i colloqui, e perquisite le persone, già dovrebbe impedire comunicazioni con messaggi oltre la legalità…”

 Aufiero: “Sì, poi si tratta di solito di persone mandate a centinaia di km da casa, per cui, prenda il caso di Cutolo, la signora Immacolata non ha neanche la disponibilità economica per andarci tutti i mesi. Cutolo incontra la moglie e la figlia poche volte all’anno, poche ore all’anno; che c’entra questo con il limitare la pericolosità? Non c’entra proprio nulla. “

25) Ricciardi: “Credo che ci sia stato qualche pronunciamento  europeo che equiparava certi aspetti del 41 bis alla tortura, in effetti.”

 Aufiero: “Ma tutti i ricorsi in Italia sono finiti nel nulla; perlatro, se anche la Corte Europea dovesse accogliere un ricorso, condannerebbe l’Italia al pagamento di una sanzione, ma sa quanto se ne frega lo Stato italiano di pagare una sanzione perchè il 41 bis è disumano… ma figuriamoci…”

26) Ricciardi: “ Però, avvocato, un’apertura proprio verso Raffaele Cutolo era stato il permettergli di concepire una figlia; forse lì dipendeva più dal DAP, però appunto c’è stato un aspetto più umano, in questo caso…”

 Aufiero: “Sì, un aspetto umano, 13 anni fa, quando ha avuto, dal direttore del carcere di Belluno, che ovviamente si era da prima interfacciato con il DAP, con il magistrato di sorveglianza, ed ebbe questa autorizzazione, che fu, oltre che umana, anche logica, perchè gli era stato consentito di contrarre matrimonio in carcere.”

27) Ricciardi:  “Una sorta di diritto naturale, tradotto poi in autorizzazione legale.”

 Aufiero: “Sì, e fu considerato naturale permettergli poi di avere un figlio.”

28) Ricciardi:  “Oltre a cambiare il 41 bis, ipotesi per cambiare la vita di queste persone, ci può essere anche l’ipotesi di una grazia, anche nel caso che uno non la chiedesse?”

 Aufiero: “No, chiedere la grazia per uno che è sottoposto a 41 bis significa perdere tempo, oppure fare esercizio di stile; non abbiamo mai chiesto la grazia… ma lei immagina il presidente della Repubblica che grazia un sottoposto a 41 bis, ad esempio Cutolo Raffaele?”

 29) Ricciardi:  “Ancora una volta, l’unico intervento che può essere utile è cambiare una legislazione “emergenziale”, sebbene ci sia da quasi 30 anni: giusto?”

 Aufiero: “Sì, cambiare, ma finchè al Ministero della Giustizia vanno ministri come Bonafede, che pubblicamente si pregiano di avere firmato centinaia di decreti di 41 bis, non sarà facile. Come se fosse una nota di merito: lo ha detto lui, Bonafede, pubblicamente, da Giletti: “Io ho firmato nell’ultimo anno 270 decreti di 41 bis”. Fin quando ci sono ministri, che si esaltano, addirittura, del 41 bis che firmano, ma figuriamoci se potrà esserci una riforma del 41 bis; sì, ma non solo Bonafede, perchè prima di lui anche altri ministri si sono vantati che firmavano… ma guardi Carminati: ha passato cinque anni, al 41 bis.”

30) Ricciardi:  “Certo; dovevano scarcerarlo anche prima, credo.”

 Aufiero: “Con quattro corruzioni che aveva fatto, gli hanno fatto fare, appunto, cinque anni di 41 bis.”

31) Ricciardi:  “Oltretutto, il cosiddetto processo “Mafia Capitale”, non è risultato essere di mafia, in effetti.”

 Aufiero: “Lo ha detto la Cassazione… Ricordavo il caso, per dire la facilità con cui si firmani i 41 bis, e Carminati è un sottoposto a 41 bis anche a causa di questo ministro, e che continua a vantarsi dei 41 bis che ha firmato; magari potrebbe anche, non dico chiedere scusa, ma prendere almeno atto che con Carminati ha commesso un errore, e quanti altri errori ha commesso. Ci  son poi altri casi, in cui il 41 bis è stato dato, anche mandandovi degli innocenti.”

32) Ricciardi:  “Del resto, il 41 bis si può dare perfino in detenzione preventiva, durante la quale vi possono essere anche degli innocenti.”

 Aufiero: “E lo stesso Carminati era, in realtà, in detenzione preventiva, e non condannato in via definitiva.”

33) Ricciardi:  “E poi credo anche che il problema sia anche il rinnovo automatico del 41 bis, sebbene in teoria vada rivisto periodicamente.”

 Aufiero: “Ogni due anni, il ministro firma, sempre sulla base delle stesse informazioni. Del resto, ribadisco, le informazioni per Cutolo, da quasi 30 anni, sono sempre le stesse: non cambiano, cambia solo la data sopra, o la firma di chi le firma; il contenuto è sempre lo stesso. “

34) Ricciardi:  “Comunque, proprio per questo se ne parla, perchè c’è un problema.”

 Aufiero: “Lei dice se ne parla, ma io non sento nessuno, sembra che non interessi a nessuno, almeno di solito.”

35) Ricciardi: “ Beh, ad esempio ne parlano i radicali.”

 Aufiero: “Sì, ma i radicali, poverini, sono una voce sempre più isolata; i radicali, anche come forza politica, non arrivano all’ 1%…ma quale forza hanno più radicali per far cambiare una norma, un orientamento, sull’ordinamento penitenziario. Fanno quello che possono, io li stimo anche, ma non è più la forza politica e culturale dei tempi di Pannella, degli anni ottanta o degli anni novanta. Oggi se un politico dovesse dire: “Proporrò la riforma del 41 bis”, verrebbe attaccato a 360 gradi. Io non ne sento proprio parlare, eppure negli ultimi 20 anni si sono avuto ministri sia di destra che di sinistra; ci sono stati un decennio di centro-destra, ed un decennio di centro-sinistra. Si sono alternati sei-sette ministri, ed io non ho sentito un ministro.”

36) Ricciardi: “ Mi pare che i problemi siano tanti, forse più che il 41 bis in sè, che qualcuno lo tenga per quasi 30 anni; forse, per uno-due anni, togliendo gli aspetti più vessatori, potrebbe avere un suo senso, che si possa capire. L’estrema lunghezza lascia in effetti perplessi.”

 Aufiero: “E viene rinnovato in modo praticamente automatico, ogni due anni.  Sa quanto tempo ci vuole per ottenere una pronuncia? Io da otto mesi sto aspettando una udienza per Cutolo.”

37) Ricciardi: “ Lo ha impugnato, riguardo il rinnovo del 41 bis?”

 Aufiero: “Sì, ma dopo otto mesi non ho visto ancora una udienza.”  Si può capire che si fissi dopo un mese, due mesi, tre mesi, ma se si fissa dopo circa un anno, è vanificato lo sforza difensivo. “

 38) Ricciardi: “O quantomeno molto compromesso.. Avvocato, c’è qualche altra cosa che vuole aggiungere, sul caso di Cutolo e/o su qualche altro caso?”

 Aufiero: “Ho riproposto l’istanza, per le condizioni di salute molto compromesse. Istanza per essere curato in altra situazione.”

39) Ricciardi: “ Arresti domiciliari, magari in una casa con tanti controlli?”

 Aufiero: “Oppure anche in una struttura ospedaliera, non penitenziaria, dove sia curato un po’ meglio.

Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi; intervista  del 26 giugno 2020

maggio 27, 2020

RICORDO DI WALTER TOBAGI


di UGO FINETTI

“Stiamo dando l’addio a un uomo buono, a un lavoratore serio, mite e giusto”: così l’arcivescovo Carlo Maria Martini al funerale di Walter Tobagi il 30 maggio 1980. L’omelia proseguiva citando la Passione: “Mi hanno odiato senza ragione”. Come poteva un “uomo buono” aver provocato un tale odio da sfociare nell’assassinio? Nell’odio per Tobagi vi era anche invidia. A 33 anni era già un promettente storico alla Statale, il più giovane inviato del “Corriere della Sera”, un leader sindacale vincente che aveva rovesciato la maggioranza nel cdr del “Corriere” e poi nell’Associazione lombarda.
Sin dalla “Zanzara” era andato controcorrente bollando “il conformismo dell’anticonformismo” tra i giovani “figli di papà” del liceo Parini e poi nei suoi libri di storia, come “La rivoluzione impossibile” sull’attentato a Togliatti, irridendo la “storiografia sessantottesca” che faceva entrare gli avvenimenti “nella mitologia senza passare dalla storia”.
L’opposizione nel sindacato dei giornalisti, a quello che Eugenio Montale aveva definito “soviet di redazione”, fu quindi naturale. Ricordiamo alcuni esempi del cdr retto dai comunisti alleati con estrema sinistra: processo in mensa e comunicato di condanna di un articolo critico del “pansindacalismo” (caso Zappulli), e nel 1975 blocco di un editoriale di critica al regime militare filocomunista in Portogallo (caso Ronchey) e censura del titolo sulla chiusura del quotidiano socialista a Lisbona, trasformato da “I comunisti occupano il giornale socialista” in “Tensione tra Pc e socialisti” (caso Carnevali): nel 1976 fermo delle rotative con in stampa un articolo su un’assemblea all’Alfa (caso Passanisi).
Contro questo sindacalismo-soviet Tobagi animò una opposizione vincente in nome di professionalità e libertà del redattore: mettendo insieme non solo socialisti, cattolici e liberaldemocratici, ma anche chi aveva idee anarchiche o comuniste.
Non si tratta di criminalizzare gli avversari di Tobagi, che guidò in campo nazionale l’opposizione alla maggioranza della Fnsi (tra cui c’erano anche molti socialisti che la pensavano diversamente): ma di ricordare il fatto che soprattutto a Milano si era lasciata creare una “zona grigia” in pieno terrorismo e ci si era abbandonati ad attacchi esagerati contro Tobagi, tanto che le registrazioni degli animati dibattiti in “Lombarda” furono fatte sparire dopo il delitto.
Ma è sul fronte di inviato sui fatti di terrorismo che Tobagi si distinse per spessore di analisi. Era all’epoca prevalente il riflesso condizionato secondo cui se il terrorismo è di destra si allarga il possibile coinvolgimento – “strage di Stato”, “doppio Stato” – mentre di fronte al terrorismo di sinistra si restringe al massimo e si nega il minimo coinvolgimento: i terroristi sono isolati, sbandati e semmai manovrati in realtà da destra. Tobagi – sulla scorta anche della sua formazione di storico – approfondiva invece le idee e la cultura del terrorismo: quelle che Robert Conquest definì “le idee assassine”.
A Tobagi si deve in quegli anni la seria messa a fuoco del piano inclinato da estremismo a violenza, a “zona grigia” e a lotta armata. Proprio nelle settimane precedenti era stato oggetto per questo di violenti attacchi dall’”Unità” per aver segnalato l’esistenza di “proselitismo Br in fabbrica”. Nell’aprile 1980 il quotidiano del Pci lo definì “corvo della conservazione”, “anima antioperaia e antipopolare”. E’ da ricordare che le parole di Tobagi rispecchiavano quanto sostenuto all’epoca con tono anche più forte da Giorgio Amendola, che nel novembre 1979 aveva denunciato “un rapporto diretto tra violenza in fabbrica e il terrore”.
Tobagi aveva anche in questo caso animato un giornalismo di denuncia della “zona grigia” e si era esposto nel contestare apertamente i terroristi sostenendo l’azione di magistrati come Emilio Alessandrini e di Dalla Chiesa. Ed è appunto il generale Dalla Chiesa che parlando alla Commissione Moro – in luglio, quando aveva già messo sotto controllo gli assassini – evidenzia il carattere “mafioso” della sua uccisione. Secondo Dalla Chiesa i giornalisti fiancheggiatori delle Br agli inizi del 1980 rischiavano di essere isolati e individuati: “I pochi che erano riusciti fino ad allora a rimanere mimetizzati nella massa hanno corso il rischio di restare in evidenza”.
L’assassinio aveva avuto l’effetto intimidatorio di riportarli al coperto: “Il fatto del Tobagi ha riportato tutti a un livello inferiore, mimetizzando anche quei pochi che temevano di rimanere in vista”. Il testo di rivendicazione ebbe un ruolo determinante per questo effetto intimidatorio proprio per la sua “professionalità”. Che il documento – almeno “per il 90 per cento” del testo- non fosse opera dei giovani assassini è soprattutto la conclusione a cui arrivò il procuratore generale di Milano, Adolfo Beria d’Argentine, dopo averlo diviso in 14 brani e raffrontato le versioni su di essi date da Barbone a Dalla Chiesa, al Pm, al giudice istruttore e infine in Tribunale (con l’aiuto di un nucleo specializzato dei carabinieri e usando anche “l’analisi Psi” consegnata da Craxi agli inquirenti).
Anche la polemica di Craxi sull’informativa del dicembre 1979 è meno rilevante di quanto è stato sostenuto dal giudice Guido Salvini, secondo cui vi furono altre informative “successive”, “più esplicite”, poi “scomparse”. A ciò si aggiunge la Corte europea, che ha condannato l’Italia per la condanna dei giornalisti Magosso e Brindani che se ne sono occupati. Sono quindi autorevoli magistrati che in modo argomentato mettono in discussione la spontaneità e la completezza del “pentimento”.
Va anche ricordato che un “processo Tobagi” non vi fu: nel senso che nel 1983 si celebrò un maxi processo, frutto di nove istruttorie separate, in cui l’omicidio di Tobagi era uno degli oltre 800 capi di imputazione e l’assassino uno dei 164 imputati: nel ruolo – per di più – di testimone dell’accusa.
Al termine il tribunale riconobbe l’imputato colpevole, e dopo averlo condannato a solo 8 anni e 9 mesi ne ordinò l’immediata scarcerazione (affidandolo ancora per un anno ai domiciliari). Il processo si concludeva così con il padre della vittima in lacrime e l’assassino raggiante.

maggio 23, 2020

GILLES MARTINET

di Giuseppe Giudice

Doveroso ricordo di uno degli esponenti più interessanti del socialismo francese. Lo ricordo perché le sue riflessioni ed i suoi libri hanno avuto una importante impronta sulla mia formazione politica. In particolare il suo libro “La Conquista dei Poteri” che è del 1968 (ma fu pubblicato in italiano qualche anno dopo con prefazione di Riccardo LOmbardi). In quel libro , per la prima volta emerse quel felice ossimoro “Riformismo Rivoluzionario” con riferimento al pensiero di diversi esponenti della sinistra italiana sia socialista che comunista: LOmbardi , Basso, Foa fino a TRentin ed Ingrao. Riccardo Lombardi fece proprio questo termine e lo sviluppò. Del pensiero di Martinet ne ho parlato in altri post. Voglio solo ricordare il suo percorso politico. Inizialmente iscritto alla gioventù comunista, uscì dal PCF , dopo le “purghe ” staliniane e nel 1938 aderì alla SFIO. Uscì dalla SFIO alla fine degli anni 50 per protesta contro il sostanziale sostegno del partito alla guerra d’Algeria. E fu tra i fondatori del PSU (partito socialista unificato) con Rocard ed altri fuoriusciti dalla SFIO, e con l’ex Trotzkista Jean Poperen. Del resto proprio la lotta alla guerra d’Algeria fu uno dei tratti caratteristici del PSU. Partito della sinistra socialista , ma più vicino alle posizioni di LOmbardi che del Psiup (mantenendo comunque rapporti con i settori non filosovietici di quel partito. Il PSU era fortemente critico verso la SFIO, ma anche verso il “socialismo reale”, autonomista nei confronti del PCF (pur nella disponibilità alla collaborazione). Ed a cui aderirono molti cattolici di sinistra. Era teorico di un socialismo autogestionario. Comunque Martinet , dopo lo scioglimento della SFIO e la formazione ad Epinay nel nuovo PS di Mitterrand ,vi aderì (anche se pare che non avesse grandi simpatie per Mitterrand stesso) e contribuì il modo determinante al programma ed al progetto del nuovo partito. Nel 1981 Mitterrand lo nominò ambasciatore in Italia. Dopo gradualmente abbandonò l’attività politica diretta. Era sposato con la figlia di Bruno Buozzi (ed aveva un discreta conoscenza dell’italiano) che fu esule per molti anni in Francia.

maggio 22, 2020

Richard Wagner.

22 maggio 1813, nasce il grande compositore anarchico RICHARD WAGNER, grande amico di BAKUNIN

La partecipazione attiva di Wagner ai moti rivoluzionari di Dresda è sicuramente la più palese manifestazione della sua ideologia, che trova un’ampia formulazione teorica in tre importanti scritti: Arte e Rivoluzione (Kunst und Revolution) e L’opera d’arte dell’avvenire (Das Kunstwerk der Zukunft), entrambi del 1849, e Opera e dramma (Oper und Drama), del 1851.
In quest’ultimo tratt…Continua a leggere

maggio 21, 2020

Non chiamateli eroi.

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Potere al Popolo

I NOSTRI EROI GIA’ DIMENTICATI: GLI INFERMIERI NON CI STANNO! AL FIANCO DELLE/DEGLI INFERMIERE/I!

👩‍⚕️👨‍⚕️ Questa mattina, A Torino, sotto il palazzo della Regione si sono dati appuntamento gli infermieri del Piemonte per protestare contro le ennesime promesse non mantenute.

Durante la fase 1 dell’emergenza li abbiamo sentiti etichettare come “eroi” dalle istituzioni di ogni livello, compresi coloro che negli anni avevano concorso a smantellare il servizio pubblico e precarizzare proprio il personale medico ed infermieristico.

“A marzo dicevano che avrebbero aumentato i nostri stipendi e invece a maggio gli eroi sono già dimenticati. Non ci avete fatto i tamponi – ha detto il sindacalista – abbiamo indossato sacchi della spazzatura e pannoloni sotto le tute, perdendo la nostra dignità. A noi è toccato disinfettare i morti, a volte fare i sacerdoti. Siamo stati lontani dalle nostre famiglie, molti di noi sono stati abbandonati, ma nonostante tutto abbiamo continuato a lavorare, in prima linea tirando l’Italia fuori da questo pantano”.

Gli/le infermieri/e del Piemonte hanno deciso di farsi sentire per pretendere che le promesse vengano rispettate: un bonus per il lavoro svolto in questi mesi e che ha causato la morte di 40 colleghi in regione, la garanzia di investimenti per garantire maggiore sicurezza sul lavoro, la stabilizzazione dell’enorme personale precario.

Non chiamateli eroi se poi li abbandonate.

maggio 20, 2020

Lagane e ceci del Cilento.

Descrizione e storia della ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Le lagane e ceci sono una tradizionale ricetta molto diffusa a Castellabate e nel Cilento. Le lagane sono una tipologia di pasta a striscioline larghe composta semplicemente da acqua e farina. Le sue origini sono antichissime, risalgono infatti ai tempi dei greci, i quali cucinavano le lagane sulle pietre roventi e le condivano con i ceci. Il Cilento poi è la patria dei ceci di Cicerale, una di una particolare tipologia di ceci rotondi, dal sapore intenso, di dimensioni leggermente più piccole e dal colore lievemente più dorato di quelli comuni. I ceci di Cicerale si sposano perfettamente con le lagane, creando così un primo piatto dal sapore antico, che nel Cilento per rievocare la tradizione viene servito nelle classiche scodelle di terracotta.

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Lagane e ceci del Cilento

Ingredienti ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Gli ingredienti necessari per la preparazione della ricetta sono:

  • 200 g di farina di semola
  • 200 g di farina integrale
  • 300 g di ceci secchi
  • 10 pomodorini
  • olio EVO del Cilento
  • acqua tiepida
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cipolla di Vatolla
  • sedano
  • alloro
  • peperoncino
  • sale

Preparazione ricetta delle lagane e ceci del Cilento

La preparazione delle lagane e ceci inizia mettendo i ceci secchi in ammollo in acqua fredda per un giorno intero.

Scolate poi i ceci e metteteli a bollire in acqua abbondante per almeno un paio di ore in una pentola insieme a una cipolla, del sedano, l’alloro e un pizzico di sale.

Impastate in un recipiente o su una spianatoia le farine, un pizzico di sale e l’acqua tiepida fino ad ottenere un composto omogeneo.

Lasciatelo riposare coperto da un panno per circa mezz’ora.

Tirate la sfoglia con una macchina per la sfoglia o con più un tradizionale matterello e con una rotella tagliate le striscioline di pasta (spesse un paio di millimetri e più larghe delle comuni tagliatelle).

In una padella mettete a soffriggere l’olio del Cilento e uno spicchio di aglio intero. Aggiungete i pomodorini e lasciate cuocere qualche minuto. Dopodiché versate il tutto nella pentola con i ceci.

Mettete la pentola con i ceci sul fuoco e versate dentro le lagane quando l’acqua bolle. Aggiungete un pizzico di sale e fate cuocere per 5-6 minuti.

A cottura ultimata aggiungente l’olio del Cilento, il prezzemolo e il peperoncino, mescolate per bene il tutto e servite in delle scodelle di terracotta dopo aver fatto riposare le lagane e ceci qualche istante.

maggio 20, 2020

il fallimento dell’Unione Europea.

di france Bartolomei

L’emergenza sanitaria in cui versa il pianeta e il conseguente approfondirsi di una già pesante crisi economica e sociale hanno posto in ulteriore evidenza la totale inadeguatezza dell’Unione europea e il fallimento delle sue ricette di integrazione (sociale e non solo monetaria e finanziaria). Ci si riferisce con il termine fallimento alle conseguenze che esse hanno sulle classi popolari e non sugli intendimenti dei trattati che sono apertamente ispirati a quelle politiche.

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maggio 19, 2020

Vivaldi: un genio scoperto da un altro genio

  

Non si sono mai incontrati, il primo, Vivaldi, veneziano, il secondo tedesco, Bach: entrambi della prima metà del Settecento. E Bach ammirò tanto Vivaldi, da trascriverne  alcuni concerti per altro tipo di strumenti solisti. E va detto che fu solo grazie a tali trascrizioni se Vivaldi fu sottratto all’oblio: perché a sua volta anche Bach fu tratto dal silenzio in cui era caduto grazie all’entusiasmo di Mendelssohn nell’Ottocento, che nel 1829 ne diresse la Passione secondo Matteo con un successo strepitoso.

Vogliamo capire che cosa Bach abbia trovato di così straordinario in Vivaldi? Conviene iniziare con l’ascolto di un brano scelto come esempio per un confronto: si trova anche su Youtube. Penso ad un concerto che dura una decina di minuti, ma assicuro che non tireremo il fiato finché non si sarà spenta l’ultima nota. Basterà digitare il concerto per quattro violini solisti e violoncello di Vivaldi (Opera 3, ‘Estro armonico’ ) e saremo travolti subito da uno splendido flusso musicale dal  ritmo infernale che non dà tregua e ci terrà incredibilmente sospesi dentro un impetuoso vitalismo, in una  gara tra solisti e orchestra. Poi, per pochi istanti la musica si acquieterà brevemente nel ‘lento’  del secondo tempo, per sollevarsi e riprendere a correre all’impazzata verso un finale di fuoco. E noi ci dichiareremo vinti: la musica ci avrà conquistati e quasi ci spingerà a gridare: la musica è vita! Verissimo. Temi e ritornelli, ‘soli’ e ‘ tutti’, (quattro violini solisti e orchestrina), si sorpassano, si fondono, si scavalcano precipitosamente in un  dialogo fitto fitto, e poi altri temi e ritornelli si afferrano, si divincolano e ripartono senza dare respiro. E forse, ascoltando successivamente la trascrizione bachiana per quattro clavicembali e archi  (sarà avvenuta per qualche commissione?) viene da chiedersi se non si sia perso qualcosa di quella italianissima solarità vivaldiana… di quei violini così audaci e sfrenati rispetto al… si potrà dire? molto ‘settecentesco’  timbro clavicembalistico… E poi, le sfumature…! A un violinista basta spostare leggermente le dita della sinistra sulle corde per ottenere una gamma infinita di possibilità: per non dire del variabile tocco dell’archetto. Nel clavicembalo, invece, le corde interne, attraverso la tastiera, emettono un suono ‘pizzicato’ e monotòno, che in confronto appare più freddo. Ma vediamo anche la funzione del basso continuo, molto distinto, penetrante, al di sotto dei violini solisti. E…. che effetto emotivo crea! Come  di un dramma incessante, che contraddice all’esplosiva gioia delle ondate melodiche. E viene da interrogarsi su che cosa succeda nel crescendo dell’esecuzione di così coinvolgente da emozionarci tanto. Forse un insostenibile scontro tra entusiasmo, vitalismo e… angoscia? E’ possibile? Come se un basso continuo venisse evocato dall’intimo? Paralizzante e assieme incalzante,  irrefrenabile? E comprendiamo come Vivaldi abbia trasfuso in quelle volate una sua percezione vitalistica della natura, cangiante e dionisiaca, che arriva a noi a distanza di secoli. Vitalismo ben rispondente a quel contesto culturale, enigmatico, indefinibile, come l’anima delle maschere veneziane. E nulla si potrebbe aggiungere a tutto quanto, mi sia consentito un timido riferimento anche a Bach, perché la trascrizione per altri strumenti dà esiti sostanzialmente diversi, a nostro avviso, come accade anche nelle traduzioni da una lingua all’altra. La sensibilità di due autori non può coincidere. E così il timbro di strumenti differenti.

Esistono anche altre esecuzioni dello stesso concerto, ad esempio per organo… ma vale lo stesso discorso dei clavicembali. E’ anche vero che l’organo, da solo, con le sue  tre o più tastiere dominate da due sole mani, consente un’alternanza di combinazioni che corrispondono alle quattro voci soliste, e l’uso dei pedali e dell’effetto di ‘ripieno’ simulano il ‘basso continuo’ e il dialogo con l’orchestrina. Ma… il risultato perde quella frivola, svolazzante e compiaciuta leggerezza che ci ha ormai sedotti grazie ai violini! No, anche l’organo è un grande strumento, ma pare voler dominare dall’alto, senza la sottile capacità di penetrare nell’anima. Bisogna ascoltarlo per rendersi conto, e youtube ce l’offre senza problemi. E la resa con ben quattro pianoforti? Se l’ascoltiamo è fantastica, perché ne viene fuori una gara… di nobiltà con inchini e piroette tra uguali, e confesso che la suggestione è forte e bellissima, anche se il senso si sposta verso un vibrante, più moderno Ottocento… ma qualche volta un’alternativa si può anche accettare!

Ci siamo incuriositi abbastanza a saltare da strumenti a strumenti… ma vogliamo un po’ conoscere qualcosa del vissuto di quel gran ‘demonio’ di un Vivaldi? Poche le notizie su di lui, ma comunque sufficienti a farsene un’idea. Sacerdote,  fu denominato il ‘prete rosso’ dal colore dei capelli… ma ben presto fu sospeso a divinis: le male lingue non mancavano… Una volta nel bel mezzo di una celebrazione liturgica gli sarebbe passato per la testa un tema musicale… e sarebbe corso a scriverlo in sagrestia abbandonando l’altare! Ma no, niente affatto, lui sosteneva! I ricorrenti ‘malori’ nel corso di celebrazioni erano dovuti a forti attacchi d’asma, da cui era notoriamente afflitto fin dall’infanzia. Tutta Venezia lo vedeva talvolta, tutto intabarrato, in gondola coperta, sembra anche in piena estate… Certo, gli attacchi non si presentavano mai durante i concerti o le tournées con allieve dalla voce incantevole, ospitate per carità dall’Ospedale della Pietà di Venezia: questa struttura raccoglieva  orfani, trovatelli… e donne, spesso deformi, o sfigurate dal vaiolo, ma che cantavano con voci d’angelo da dietro una grata. Eppure tali giovani donne diedero adito a chiacchiere…

Non si sa molto, effettivamente, della vita . Abbiamo un giudizio su lui di Goldoni, che però dispiace:il nostro Vivaldi sarebbe stato un eccellente violinista, ma un compositore ‘mediocre’. E nei ‘Mémoires il commediografo ne ha lasciato un buffo ritratto: recatosi  Goldoni, ancora giovane alle prime armi,  dal ‘prete rosso’ per chiedere un supporto musicale, e, vedendosi snobbato, lo sbalordì riscrivendo su due piedi una scena, con una prontezza fuori del comune, sicché Vivaldi, impetuoso per temperamento, per poco non avrebbe gridato al miracolo per quel genio della penna!

In sostanza, Vivaldi fu esaltato e ignorato, amato e avversato: e purtroppo morì nella miseria e nella dimenticanza. Ma giustizia ha voluto che sia lui che Bach siano stati sottratti alla polvere e abbiano ottenuto quella meritata fama che tutto il mondo riconosce loro.

maggio 19, 2020

L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE

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L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE PRESE A SCHIAFFI IL DIRETTORE FASCISTA CHE VOLEVA IMPORGLI DI FARE IL SALUTO ROMANO SANCENDO LA VITTORIA DELLA RIVOLTA DELLE TREMITI; QUANDO GLI ANTIFASCISTI AL CONFINO PREFERIRONO MORIRE CHE ACCETTARE IL SALUTO FASCISTA

Correva l’anno 1938 e le isole Tremiti venivano riaperte ai confinati politici. La recente vittoria di Franco nella guerra civile spagnola e alcuni duri colpi che il fascismo aveva inferto alle organizzazioni clandestine avevano fatto cadere nuovi antifascisti nelle maglie del regime.
A Ponza, Ventotene e alle Tremiti venivano mandati gli antifascisti cosiddetti “recidivi”, ovvero i fuggitivi, le figure di spicco e gli irriducibili. Non erano passate che poche settimane dal loro arrivo nell’arcipelago che il direttore, tale Fusco, decise che tutti i detenuti avrebbero dovuto rivolgere il saluto fascista durante l’appello e incrociando le autorità. Non era la prima volta che venivano emessi bandi del genere, e non era la prima volta che i confinati facevano resistenza. Già ad Ustica il coraggioso Antonio Sicilia aveva rifiutato sdegnosamente, finendo confinato nel “fosso”, una cella sotterranea, che gli avrebbe provocato danni irreparabili alla salute.
Ma alle Tremiti gli eventi presero una piega diversa, perché l’opposizione fu di massa.
Il giorno seguente alla diramazione del bando, durante l’appello delle ore 9, come precedentemente pattuito nessuno fece il saluto. Giunti al nome del detenuto “Andrini”, questi disse che non sapeva salutare romanamente. La guardia addetta alla chiamata si alzò dal tavolo e lo aggredì. Fu l’inizio della rivolta. In pochi attimi il piazzale dell’appello divenne teatro di una zuffa furibonda durante la quale gli antifascisti risposero con la forza alla violenza delle guardie, resistendo per varie ore ai tentativi di riportare l’ordine. Cedettero solo dinnanzi alla promessa di Fusco che non ci sarebbero state rappresaglie. Promessa falsa, visto che vennero immediatamente ridotti acqua e cibo, mentre molti venivano arrestati e tradotti nelle carceri più vicine. Coloro che continuarono a rifiutare il saluto vennero uno ad uno mandati nelle celle di isolamento e poi destinati ad altre località. Ma per ogni trasferito, qualcun altro rifiutava.
In questa fase della protesta, il comunista Perencin e l’anarchico Ferrari morirono per complicazioni dovute alla durezza dell’internamento.
Nonostante ciò proseguì la protesta, e proseguirono le vessazioni fino alla metà del 1939, quando l’anarchico tarantino Giuseppe Messinese, confinato dal ’26, arrivò alle Tremiti. Il direttore lo accolse pretendendo il saluto romano e lui, d’istinto, gli mollò un ceffone. Tutto fu nuovamente sul punto di degenerare, ma alla fine le autorità centrali decisero che Fusco andava sostituito. Con la sua partenza terminò anche l’imposizione del saluto.
I confinati avevano vinto.

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Cronache Ribelli

maggio 19, 2020

Al Sud nasce un centro di ricerca sulla ‘Street Art’: è il primo in Italia

Quello appena nato a Napoli è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo

Da alcuni anni si parla sempre più spesso, in Italia, di “Street Art”, la creatività urbana che ottiene sempre più apprezzamenti e riconoscimenti. I fautori di questa arte molto particolare sono sostanzialmente artisti controversi e molto interessanti, come Bansky,  MR Brainwash, e nel nostro Paese sicuramente l’amatissimo partenopeo Jorit.

Proprio a Napoli, infatti, da sempre sostenitrice di ogni forma d’arte e di cultura, è nato un centro che punta a studiare e sostenere “l’arte da strada”, che soprattutto nel capoluogo campano sta avendo un notevole impatto.

Il progetto, denominato “Inopinatum”, prende vita al Suor Orsola Benincasa. Il suo titolo, “imprevista impertinenza”, fa riferimento probabilmente al tema principale della Street Art, ossia la provocazione e la sorpresa.

Questo progetto nasce da un accordo tra l’Ateneo partenopeo ed “Inward” (Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana, urban design e tutti i linguaggi della creatività urbana emergente), ed è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo.

La sede del Centro Studi sulla Creatività Urbana sarà nell’antico claustro della cittadella monastica di Suor Orsola, e rappresenterà un luogo di incontro per discutere della nascita di progetti e convegni nazionali e internazionali.

La città partenopea, quindi, è perfetta per un’iniziativa di questo tipo, avendo un terreno fertilissimo per ogni forma d’arte.

Ricordiamo, infatti, che la Street Art partenopea è arrivata anche alla Bit di Milano per la presentazione del Maggio dei Monumenti. Alla recente Borsa internazionale del Turismo, infatti, era stato allestito uno stand del comune di Napoli per realizzare il volto di Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno. Il murale di Jorit dedicato al filosofo napoletano e all’attore milanese rimarrà nella città lombarda per evidenziare la vicinanza tra Nord e Sud.

Ma non è l’unico murale di Jorit ad essere stato chiacchieratissimo: indimenticabile, e tra i più recenti, il dipinto dedicato al cestista statunitense Kobe Bryant, scomparso pochi mesi fa.