febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

luglio 22, 2021

Una inutile passerella!

 di Antonella Ricciardi

Le violenze a sangue freddo sui detenuti di Santa Maria Capua Vetere suscitano più di una riflessione: stupiscono, ma non troppo, coloro che seguono le vicende delle prigioni in generale, e di quel carcere in particolare. La rappresaglia, che ricorda film dei filoni da “horror carcerari”, che sembrano appartenere ad altri tempi ed altri luoghi, è stata l’ultimo tassello di anni di sopraffazioni, ed illegalità: dal sovraffollamento alla mancanza di un allaccio all’acqua decente; da anni, manca acqua pulita dai rubinetti, che esce di un colore tra l’arancione ed il marrone. Le condizioni igieniche erano state denunciate, invano,  ma lodevolmente, soprattutto da organizzazioni di volontariato, tra cui “Antigone”, oltre che esponenti radicali… Diversi lavoratori nel carcere, provenienti dall’esterno, avevano rinunciato all’incarico, per condizioni sanitarie troppo avverse: c’era chi aveva commentato che in paesi più poveri forse i detenuti erano nel fango… ma l’acqua gliela davano; più di una persona aveva testimoniato quanto dovesse subire commenti sprezzanti e volgari di una parte del personale del carcere, quando parlava di riabilitazione dei detenuti, come se fosse stata una strana novità, senza tener conto dell’articolo 27 della Costituzione Italiana.  La visita di Draghi e della Cartabria offre maggiore ribalta, quindi, a vicende simili a quelle di altre carceri, ma meglio documentate: anche a Santa Maria Capua Vetere si era verificata una disperata rivolta contro le condizioni igienico-sanitarie indegne, aggravate dalla pandemia. In tali rivolte, dei penitenziari di più parti d’ Italia, c’erano stati morti e feriti, oltre che violenze degli agenti, documentate in più di un caso. Nel caso di Santa Maria Capua Vetere, va detto, la Procura si è mossa molto correttamente, salvando i filmati della videosorveglianza, che dimostrano le raccapriccianti violenze: emerge che, partendo da perquisizioni estreme, in cui anche parti intime vengono ispezionate, si è passati pestaggi sfociati in vere e proprie torture: barbarie proprio da parte di chi avrebbe dovuto tutelare la legge.: Perfino un prigioniero in sedia a rotelle è stato malmenato, mentre qualche detenuto ha denunciato che, durante una delle ispezioni corporali, ufficialmente per appurare che non si nasconda qualcosa di illecito all’interno di parti intime del proprio stesso corpo, sia stato addirittura violentato con un manganello. Del resto, le troppo reiterate e gratuite perquisizioni estreme, senza motivi seri, erano già state condannate dalla Cassazione, pur non arrivando al fare violenza nel senso fisico: il confine tra ricerca della sicurezza, legittimo, ed umiliazione gratuita, purtroppo, spesso nei fatti si perdeva.  Umiliazioni che lasciano un sapore amaro, e di disgusto, aggiungendo solo male al male, e degradando anche chi le compia. Per questo, gli abusi ulteriori, ed estremi, perpetrati nel carcere “Uccella” di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020 stupiscono, ma, appunto, non troppo. In nuce, le gratuite mortificazioni erano già presenti, per quanto in grado minore. Del resto, il carcere è come un “sottosuolo” della nostra società, in cui, sotto-traccia, si riflette la violenza della società di fuori: sono proprio parti della società di fuori che andrebbero, per prime, aiutate a riorientarsi in un migliore ordine mentale, quando s’invocano reati contro chi abbia compiuto dei reati (e neanche sempre colpevoli, dati i casi di detenzione preventiva, di presunti innocenti); un incattivimento in cui ce la si prende, in modo non nobile, con chi ce la si possa prendere:.. un’onda cavalcata da politici cui fa comodo dimenticare che la violenza verso gli inermi sia tale anche quando colpisca persone che in passato abbiano sbagliato, ma che erano in condizione di particolare afflizione… La tendenza a giudicare troppo facilmente, del resto, già di per sè è presunzione, perchè ci si pone come se si conoscesse tutto, quando non è possibile: ci si pone come nel ruolo di Dio, quindi del Tutto, quando tutt’alpiù si può essere solo un frammento di una totalità. A suo tempo, peraltro, l’invito ad usare il pugno di ferro, contro rivolte nei confronti di condizioni igienico-sanitarie inaccettabili (ed illegali) era venuto proprio dal ministro della Giustizia, Alfredo Bonafede, supportato da trasmissioni televisive estremiste ed acritiche in questo senso, tra cui quella di Massimo Giletti. Responsabilità, dirette ed indirette, sono quindi non solo di una parte delle guardie e di una parte della direzione del carcere su tali eventi drammatici, che, però, offrono occasione per un nuovo inizio di consapevolezza, per una maggiore costruzione dello Stato di Diritto. Del resto, chi chiede legalità la deve dare, anche per rendere possibile maggiore rispetto per uno Stato che non si regga solo sulla forza…e non sia quindi debole, di fatto.

luglio 14, 2021

U tiempo d’è buone azioni è finito!

Di Beppe Sarno

Questo il grido delle guardie carcerarie convenute a Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Poi cominciò la mattanza da parte dei reparti speciali delle guardie carcerarie.

A seguito delle denunce dei parenti dei detenuti la magistratura ha preso severi provvedimenti disponendo ben 52 misure cautelari. La notizia ha fatto il giro del mondo e la classe politica si è variamente schierata. Matteo Salvini si è schierato subito dalla parte delle guardie affermando “sono venuto qui per dare solidarietà a tutte le forze dell’ordine.” Giorgia Meloni, a sua volta ha espresso fiducia e solidarietà nei confronti degli agenti.

Questi due personaggi sono oggi quelli che volano nei sondaggi e ricevono maggior consenso politico da parte degli elettori.  Certo la Lega e fratelli d’Italia non rappresentano altrettante coscienze e convinzioni, ma non possiamo negare che questi sondaggi non rappresentino la stato d’animo del paese in cui viviamo.

S. Maria Capua Vetere non è solo un problema carcerario ma è il frutto di un sentimento di paura che per molteplici circostanze circola nel paese.

Per questo motivo vengono approvate leggi che la coscienza collettiva in altri periodi non avrebbe accettato e siamo diventati succubi di scelte in politica estera quasi mai  in linea con gli interessi della collettività.

La democrazia esce sconfitta e si consegna alla prevalenza delle forze reazionarie le quali hanno già preso in mano il governo della nazione e si apprestano a farlo in maniera definitiva alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento e del Senato.

S. Maria Capua Vetere rappresenta la  metafora di una situazione generalizzata di degrado delle istituzioni che suscitano preoccupazione quando vediamo i mass media( giornali, televisioni, giornali on-line) e organi politici che non solo non contrastano questa mentalità ma anzi la riprendono, la avvalorano e la diffondono, a volte, col pretesto della difesa della democrazia.

Senza questo retroterra i fatti di S. Maria Capua Vetere non si sarebbero potuti verificare.

Filippo Turati in un discorso tenuto a Montecitorio il 18 marzo 1904 disse che “Sovente ci gonfiamo le gote a parlare di emenda di colpevoli e le nostre carceri  sono fabbriche di delinquenti” che “ le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta.”

Il successo del discorso di Turati convinse l’opinione pubblica che era giunto il momento per porre mano ad una radicale trasformazione del sistema penitenziario italiano. Ci pensò Alfredo Rocco a smentire Turati affermando nel 1930 che “ le pene concorrono con le misure di sicurezza nella lotta contro il reo” e che “l’emenda e la rieducazione del reo non sono le funzioni principali delle pene, si tratta invece di scopi secondari ed accessori.”

Fu l’Assemblea Costituente a mettere le cose a posto approvando l’art. 27 della Costituzione che stabilisce “ che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Tutti tentativi di riforma e le riforme avvenute dal 1947 ad oggi hanno di fatto conservato il principio punitivo come cardine di comportamento da tenere nei confronti del condannato, per non parlare del regolamento degli istituti di Prevenzione e pena che conserva nel suo corpo il principio generale punitivo della pena. In questa maniera la Costituzione viene di fatto  calpestata nella pratica quotidiana.

E’ inutile parlare di riforme ogni qual volta succedono fatti come quelli di S. Maria Capua Vetere o più in generale quando si constata che qualche male tormenta la nostra società e che occorre porvi rimedio se poi questo rimedio rimane nelle dichiarazioni indignate del ministro della Giustizia di turno, rispettabilissime ma destinate a rimanere come pura dichiarazione di sdegno.

Questa riforma che da più parti viene invocata spaventa se sono i governanti in carica a doverla promuovere ed approvare.

Per la riforma del codice di diritto canonico la Chiesa cattolica ha impiegato decenni coinvolgendo studiosi di tutto il mondo.

Per la riforma della giustizia, del codice penale e delle sue regole, del sistema carcerario occorrerebbe un serio studio da parte di professori universitari, magistrati, avvocati, sociologi, criminologi, pedagogisti, enti e associazioni degli stessi detenuti che si interessano concretamente della vita dei detenuti, delle guardie carcerarie  e, perchè no?, degli stessi detenuti, con il compito di offrire agli organi legislativi il frutto del loro lavoro collegiale. Questo metodo esprimerebbe correttamente la forma d’azione e il modo di vita di una società democratica in cui pur affidandosi al potere costituito le funzioni che le sono proprie, i cittadini vengono chiamati a contribuire alla soluzione dei problemi che interessa l’intera collettività.

Nel caso dei fatti di S. Maria Capua Vetere si tratta di un problema particolarmente grave per la nostra collettività che non si sente più oggi sufficientemente garantita dall’esistenza di quelle sbarre che dividono le cosiddette persone per bene dai cosiddetti delinquenti quando coloro che dovrebbero garantire il rispetto delle regole lo fanno con la violenza sistematica convinti dell’impunità e di un problema estremamente doloroso per quegli uomini che la società, senza troppo indagare sulla causa dei loro errori e sulle responsabilità della intera collettività, manda in quelle carceri dalle quali vengono restituiti alla comunità quasi sempre peggiori di quello che erano al momento della condanna.

luglio 8, 2021

HOLLANDE E LETTA.

Ovvero: errare humanum est, perseverare diabolicum

di Alberto Benzoni

Scrivo queste righe mentre, rotte, che dico rifiutate le trattative sul Ddl Zan, siamo arrivati alla vigilia della guerra. E già vedo Qualcuno che, salito sul podio, ci invita ad arruolarci. Ascoltiamo, distrattamente le sue parole (siamo, un gruppo di amici, tutti decisi a restarsene a casa). Ma, quando arriva, inevitabilmente, alla “scelta di civiltà”, con gli, altrettanto inevitabili, annessi e connessi, vedo uno di noi alzarsi e interromperlo. E, attenzione, non per discutere con lui nel merito del ddl Zan – sarebbe fiato sprecato – ma per dirgli che sta andando a sbattere e che è suo elementare dovere di cittadino non dico di impedirglielo ma di metterlo sull’avviso.Ecco, allora, le sue parole; sempre nella speranza che qualcuno sia ancora disposto ad ascoltarle.“La vostra legge, vedete, è la tipica “legge manifesto”. E cioè una proposta che non punta soltanto a risolvere un problema. Ma anche a chiarire “urbi et orbi” i propositi e la natura di chi la propone. Con il rischio permanente di disinteressarsi completamente delle sue sorti, leggi della possibilità concreta che la riforma venga svuotata in sede di attuazione.Ma non è questo il pericolo che ci preoccupa. Perché, nel nostro caso, fare una legge manifesto non era affatto necessario. Se aveste pensato alle persone da proteggere contro i reati di omofobia, avreste dovuto semplicemente tutelarli con una legge, cui nessuno avrebbe potuto dire no. E, invece, consapevolmente o, peggio, inconsapevolmente, avete partorito un testo che contiene in sé tutto il messaggio ideologico Lgbt: con il rischio di non farla passare. Ma con la assoluta certezza di porre al centro delle elezioni prossime venture uno scontro da cui rischiamo di uscire con le ossa rotte.Abbiamo detto “rischiamo”; non “rischiate”. Perché una cosa deve esservi ben chiara: che, in questo caso, continuare a sbagliare non vi è più consentito. Perché la più che probabile sconfitta del Pd porterebbe al disastro l’intera sinistra. Non stiamo lanciando profezie a casaccio. Vi stiamo avvertendo. Stiamo per raccontarvi, con la speranza di essere ascoltati, quello che è successo alla sinistra francese durante il trascorso decennio. E lo facciamo perché, qui da noi, siamo ancora nelle fase iniziale di un processo che in Francia si è concluso con un totale disastro mentre, in Italia, può ancora essere fermato.In Francia il dramma inizia nel 2012. E procede, inizialmente, in modo lento; e a tentoni. Ma, a partire da una certa data, accelera in modo incontrollabile, fino a portare la macchina a sbattere, ad altissima velocità, contro un muro.Il suo protagonista, Hollande è, in tutto e per tutto, compreso il suo aspetto fisico (come diceva un mio carissimo amico : “a partire da una certa età, ognuno ha la faccia che si merita”), la quintessenza della mediocrità. Mentre, come mestierante politico (è stato, per moltissimi anni segretario del partito socialista), è bravissimo. Il che lo porta a capire che, per battere Sarkozy, non c’è nessun bisogno di voli pindarici: basta far capire di essere diversi da lui (diciamo meno avventurosi e avventurieri) e garantirsi al ballottaggio il concorso della sinistra radicale e dei comunisti. Voti certi in cambio di impegni simbolici. Contestare l’austerity di Bruxelles; tassare i superricchi, difendere i posti di lavoro, cose così.Il fatto è che su ognuno di questi fronti viene respinto con perdite; all’insegna, esplicita, del “non se parla proprio”. Per ripiegare immantinenti, sul “matrimonio gay”. Anch’esso una misura fortemente simbolica. Perché il diritto di vivere insieme, con i relativi impegni diritti e doveri, l’avevano avuto, assieme alle coppie eterosessuali, nei patti di solidarietà della fine del secolo scorso. Mentre il matrimonio gay vi aggiungeva soltanto il diritto alla sua esibizione.Ora, il “combinato diposto” della rinuncia totale sul fronte economico e sociale e dell’esibizione di parata de matrimonio gay innescò un vero e proprio processo autodistruttivo.Prima, la rottura a sinistra. Poi, il trovare rifugio e consolazione nella braccia degli imprenditori. E, ancora, l’abbandono della zattera da parte prima di Valls poi di Macron. Nel giro di pochi anni, dalle stelle alle stalle. Con il partito socialista ridotto ad una delle tante sette che passano il loro tempo a litigare tra di loro.In quel periodo Enrico Letta era li’. Alla Sorbona. Ma non si è accorto di nulla. Affetto, evidentemente, da quella tendenza a guardare dall’altra parte, malattia professionale dei dirigenti Pd.Pure, il Nostro, tornato in Italia per salvare la baracca, era partito più che bene. Sottolineando il fatto che il Pd non era un partito alternativo; e che avrebbe dovuto diventarlo rapidamente, pena l’irrilevanza. E, ancora, che a tal fine fosse necessario porre al centro dell’agenda politica temi suscettibili di modificare, a proprio vantaggio, un senso comune e un immaginario collettivo oggi governati dalla destra.Candidati a questo ruolo, il riconoscimento dello jus soli, il ripristino dell’imposta di successione e, infine, il voto ai sedicenni.Tre appuntamenti perfetti per ricordare alla gente che il buon senso deve far premio sul senso comune. Mostrando a tutti che nel nostro paese vivono centinaia di migliaia se non milioni di persone che sono e si sentono italiani a tutti gli effetti; e che è assolutamente ignominioso pretendere di sottoporgli a qualsivoglia esame di ammissione. E ancora, che, da tempo immemorabile, le tasse di successione sono state strumento essenziale per una fiscalità redistributiva. E, infine, che non è vero affatto che i giovani schifino in linea di principio la politica; mentre spetta a noi il compito di coinvolgerli.Da allora, sono passate diverse settimane. E su questi temi è calato il silenzio. E non perché siano arrivati veti; più probabile che i vostri dirigenti se li siano posti da soli.Questo mentre la legge contro l’omofobia, che sino ad allora era andata avanti a fari spenti, appariva in una luce accecante. Trasformandosi da strumento di difesa delle persone in manipolazione ideologica; e, appunto, da proposta in legge manifesto.Una legge manifesto, ve lo diciamo subito che non possiamo proprio sottoscrivere. Perché trasforma i diritti in valori. E perché propone o suggerisce una visione della società in cui non ci possiamo proprio riconoscere. E ve lo diciamo a nome non solo nostro ma anche di quel popolo che avete il dovere di rappresentare.Modificare una legge o vedersela bocciare sarebbe uno smacco, ce ne rendiamo conto. Ma solo per voi. Mentre arrivare allo scontro, politico e culturale, con la destra su questo tema o, peggio, solo su questo , sarebbe una catastrofe per tutti. Tenetelo a mente.

luglio 6, 2021

Lorenzo Milani, uno di noi.

Di Beppe Sarno

Don Lorenzo Milani moriva a Firenze il 26 giugno 1967 stroncato da un tumore.

Per chi vuole capire l’atmosfera che si respirava negli anni sessanta i quei luoghi dove ha vissuto la sua esperienza di vita, dovrebbe uscire al casello di Barberino Mugello e ripercorrendo  belle strade di campagna  arrivare  sul monte Giovi e qui  percorrere il “sentiero della Costituzione” così chiamato perché vi sono 45 cartelli che illustrano la nostra Costituzione.

Un pellegrinaggio laico per provare l’emozione di visitare i luoghi dove visse un uomo incomparabilmente  forte artefice di una rivoluzione gentile, la cui eco viaggia nel tempo.

Don Lorenzo era una coscienza attenta, tormentatore dei pigri e degli indifferenti. Da giovane era stato socialista, nato ebreo divenne cattolico e da studente di architettura si fece prete. Fu parroco di Barbiana in Mugello che all’epoca contava quarantadue parrocchiani.

I primi dispiaceri alle gerarchie ecclesiastiche  li diede quando era Parroco di S. Donato in Calenzano con il libro “Esperienze Pastorali” prima autorizzato, poi vietato e poi tollerato dalle autorità ecclesiastiche.

La sua protesta più violenta  fu contrassegnata da due episodi significativi della sua esistenza: il processo per antimilitarismo e la scuola di Barbiana.

Un gruppo di cappellani militari in congedo, l’11 febbraio 1965 si riunirono a Firenze e redassero un documento per condannare l’obiezione di coscienza perché “estranea al comandamento cristiano dell’amore, espressione di viltà.” I cappellani rivendicavano i privilegi persi: disoccupati, senza attendenti, senza stipendio senza l’onore che la carico loro competeva. Una rivendicazione dal loro punto di vista giusta. Don Lorenzo Milani letto il comunicato rispose con una lettera “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato e privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente, squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere fare orfani e vedove; le uniche armi che io approvo sono nobili e incruente:   lo sciopero e il voto”  Parole profetiche. Conclude  don Milani “Per grazia di dio la nostra patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato; le patrie aggredite riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli: erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio , si sono scarificati per il solo malinteso ideale di Patria, calpestando senza avvedersene ogni altro  nobile ideale umano.” Per queste parole i “salvini” dell’epoca lo denunciarono alla Procura della Repubblica leggendo “nel  proditorio attacco gli estremi inconfutabili dell’incitamento alla diserzione e del vilipendio delle forze armate.” La rivista Comunista “Rinascita” riportò solidarizzando la lettera di don Milani, il quale si sentì in dovere di precisare ai giudici “che la rivista che aveva solidarizzato con lui  che la lettera “non meritava l’onore di essere fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza” Sistemati i comunisti don Milani chiarisce ai giudici “ per voi vale la legge stabilita,” mentre per i suoi alunni  deve prendere il sopravvento “la volontà di leggi migliori” per questo spiega don Milani “la scuola è fuori dal vostro ordinamento giuridico” le leggi ingiuste vanno cambiate con il voto, con lo sciopero ed anche violando la legge cattiva. Così chi viene punito“ paga di persona e testimonia che vuole la legge migliore, che ama la legge più degli altri” Questa era appunto l’obiezione di coscienza.

Don Milani andò assolto.  In riferimento alla guerra don Milani fece una scelta chiara “Nella guerra futura l’inadeguatezza dei termini nella nostra teologia e nella vostra legislazione  è ancora più evidente …..la guerra difensiva non esiste più…..non esiste più una guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione. A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza delle specie umana.” Per don Milani la disubbidienza è necessaria per ubbidire ad una legge che può essere chiamata legge di Dio o legge della Coscienza. Per don Milani, infatti,  l’obbedienza cieca  è “ la più subdola delle tentazioni”

In quell’angolo del Mugello un prete insegnava a quarantadue parrocchiani ed ai giovani della sua scuola la forza della disubbidienza.

“Su una parete della nostra scuola – scrive don Milani – c’è scritto I care. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. E’ il contrario del motto fascista me ne frego.

La scuola di don Milani divenne una stella cometa perché quei giovani che frequentavano la scuola di Barbiana impararono che la scuola durava tutto l’anno, senza bocciature, con la lettura del quotidiano ad alta voce da cima a fondo per “ comprendere le sofferenze degli altri”.

Il senso di quella scuola era avere lo scopo di liberazione sociale perchè nella scuola  si instaura la prima base della dittatura di classe – la dittatura degli alfabeti sugli analfabeti dei promossi sui ripetenti  dei viziati Pierini sui poveri Gianni. Dalla scuola, concludeva don Milani, deve partire la riscossa.

Tanto più importante è il discorso di don Milani perché la sua protesta è una protesta contadina che è alla base del suo discorso che diventa scopo principale della sua scuola: dare la parola, la virtù della parola scritta e parlata ai poveri, perché essi possono farsi sentire nei sindacati, nel posto di lavoro, nei partiti nelle assemblee politiche,  senza bisogno di affidarsi a mediatori truffaldini.  La Lettera ad una professoressa è un libro scritto da don Milani con uno stile asciutto aggressivo e pieno di quell’ironia sottile da toscanaccio quale era, ma sbaglia che ritiene che sia solo opera sua; il libro infatti è un’invenzione  di quei ragazzi della scuola che a suo tempo gli raccolsero e ordinarono il materiale per questa testimonianza che egli, malato inviava agli amici come il frutto più prezioso della sua esperienza didattica ed umana.

Il popolo russo ha fatto di Jasnaja  Poljania il luogo della memoria di uno dei suoi più grandi scrittori: Lev Nikolaevič Tolstoj. Barbiana  per tutti noi è diventato il luogo della memoria di questo irriverente e disubbidiente prete.

giugno 23, 2021

l’ex Ilva non si ferma.

TARANTO 23 giugno 2021: Il Consiglio di Stato annulla sentenza del Tar di Lecce: l’ex Ilva non si ferma. Ancora una volta lo stato non si smentisce: il profitto prima di tutto, prima della salute dei lavoratori e dei cittadini.Accolto il ricorso dell’azienda contro lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Gli impianti vanno avanti. Il Consiglio di Stato ha deciso l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce. Viene accolto il ricorso dell’azienda contro lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. “Vengono dunque a decadere le ipotesi di spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia e di fermata degli impianti connessi, la cui attività produttiva proseguirà con regolarità”, spiega la società in una nota con riferimento alla pronuncia del Consiglio di Stato che, all’esito dell’udienza del 13 maggio 2021, ha pubblicato oggi la decisione con cui è stato disposto l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce dello scorso febbraio. I giudici del Tar avevano riconosciuto la legittimità dell’ordinanza del sindaco di Taranto di spegnimento dell’area a caldo. Il Consiglio di Stato si è espresso su ricorso di ArcelorMittal.”Questa sezione ritiene che gli elementi emersi dall’istruttoria processuale abbiano fornito un quadro tutt’altro che univoco sui fatti dai quali è scaturita l’ordinanza contingibile e urgente. Anzi, quanto è emerso è più incline a escludere il rischio concreto di un’eventuale ripetizione degli eventi e la sussistenza di un possibile pericolo per la comunità tarantina”, si legge nelle motivazioni della sentenza.Ora i programmi del governo per avviare la transizione green dell’acciaieria possono andare avanti. “Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone”. afferma il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. “L’obiettivo – aggiunge il ministro – è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del PNRR recentemente approvato”.I LAVORATORI E I CITTADINI POSSONO CONTINUARE A MORIRE PER I PROFITTI DEI PADRONI

giugno 23, 2021

Ecosocialismo.

di Michael Löwy

  L’alternativa radicale alla catastrofe capitalistaL’ecosocialismo è una corrente di pensiero e di azione ecologica che fa proprie le conquiste fondamentali del marxismo mentre le libera dalle sue scorie produttiviste. La logica capitalista del mercato e del profitto, così come quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, è incompatibile con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente. Gli ecosocialisti criticano gli attuali vicoli ciechi dell’ecologia politica, che non mette in discussione il potere del capitale.L’ecosocialismo è quindi una proposta radicale che mira non solo a una trasformazione dei rapporti di produzione, dell’apparato produttivo e dei modelli di consumo dominanti, ma anche a creare un nuovo paradigma di civiltà, rompendo con i fondamenti della civiltà capitalista/industriale.Michael Löwy presenta le idee di chi vuole che “il valore di scambio sia sostituito dal valore d’uso”, e “la produzione sia organizzata in funzione dei bisogni sociali e delle esigenze di tutela ambientale”.“Questo libro non è un’esposizione sistematica delle idee o delle pratiche ecosocialiste, ma più modestamente il tentativo di esplorarne alcuni aspetti, terreni ed esperienze. Rappresenta, ovviamente, solo l’opinione del suo autore, che non coincide necessariamente con quella di altri pensatori o reti che si rifanno a questa corrente. Non mira a codificare una nuova dottrina né a fissare una qualche ortodossia. Una delle virtù dell’ecosocialismo è proprio la sua diversità, la sua pluralità, la molteplicità di prospettive e approcci, spesso convergenti o complementari – come dimostrano i documenti pubblicati in appendice, che provengono da diverse reti ecosocialiste – ma anche, a volte, divergenti o addirittura contraddittori”.Michael Löwy, direttore di ricerca emerito del Cnrs, è autore di un lavoro ricco e abbondante, dal suo primo saggio su La Pensée di Che Guevara (Maspero, 1970) al suoi lavori su Weber, Kafka o Benjamin, l’ebraismo libertario nell’Europa centrale o la teologia della liberazione in America Latina. Tra i suoi testi tradotti in italiano: Redenzione e utopia (Bollati Boroghieri, 1992), Segnalatore d’incendio (Bollati Boringhieri, 2004), Kafka sognatore ribelle (elèuthera, 2014) e per i nostri tipi La rivoluzione è il freno di emergenza (2020).

giugno 21, 2021

UN ITALIANO: UN ITALIANO VERO!

Sapete tutti della vicenda di Adlib. Il sindacalista travolto, da un camion mentre teneva un sit in davanti alla sede di una multinazionale i cui dipendenti erano minacciati di licenziamento. Come sapete che il camionista che l’ha travolto, non era di fede trumpiana nè al soldo dell’azienda; ma era gravemente in ritardo nelle consegne da fare per conto di un’altra multinazionale, ritardo che avrebbe comportato un taglio insostenibile a una paga già scarsa.Se ve lo ricordo, allora, non è per aggiungere le mia reazione alle vostre. Perchè le do per scontate. Come do per scontata la reazione delle istituzioni, corretta ma efficace solo a risolvere casi umani; perchè con le multinazionali è lecito abbaiare ma non mordere.Se vi scrivo è allora è solo per farvi riflettere su di un signore che ho sentito e visto in Tv: un signore che, con tutta la forza e l’autorità del “sindacalista reale”, raccontava la vicenda. Un nero? Sì; ma più esattamente un italiano di pelle nera. Così come lo era, anche se magari non anagraficamente, il sindacalista ucciso.Italiani, sissignori. E con il desiderio di esserlo e di essere considerati come tali. Come i ragazzi che frequentano le nostre scuole. Come il pizzettaro che ti chiama dottò e, conoscendoti, affronta l’argomento della campagna acquisti della Roma all’insegna “dell’andrà mejo quest’anno” (una previsione che, in base alla legge dei grandi numeri, prima o poi si rivelerà corretta…). E come i tanti lavoratori in cui la solidarietà di classe (sempre ricambiata) fa premio su qualsiasi altra considerazione.Essere italiani. E per una scelta di vita. Straordinaria proprio per la sua normalità. E per il suo risultato; dare un futuro al nostro paese, sulla base di una comunità condivisa.Quello che non è normale, allora, è l’atteggiamento delle cosiddette “forze politiche”. E, in particolare, di quelle di sinistra. Che si confrontano con la destra sui temi dell’accoglienza (dove hanno una coda di paglia lunga così) e non su quelli dell’integrazione (dove troverebbero il campo aperto).E che non muovono un dito né sulla Bossi-Fini né per lo jus soli; per il timore inespresso di “chiedere troppo”.Avallando così un ordinamento per il quale entrare in Italia per lavorare è un reato; e che, per ottenere la cittadinanza, te la devi meritare; magari superando un apposito esame.E tutto questo non è affatto normale.

giugno 16, 2021

CONTRO IL NEO-ATLANTISMO

di Giuseppe Giudice

Si potrebbe ripetere con Marx che la storia quando si ripete , la prima volta si presenta come tragedia e la seconda come farsa. Mi pare il caso di questo neo-atlantismo ideologico proposto da Biden ad una Europa senza idee. Una sorta di “unione sacra ” delle democrazie contro gli stati autocratici e dittatoriali. Devo fare una premessa necessaria per poter meglio far capire il senso del mio ragionamento. Io non sono affatto un ammiratore (anzi) del capitalismo oligarchico russo (anche se sono stato sempre contro le sanzioni). Così come non ho mai creduto che la Cina fosse un paese socialista e neanche in transizione verso il socialismo. Un paese che ha un numero di miliardari quasi uguali a quelli degli USA, con fortissime disuguaglianze. Che ha utilizzato , nel suo frenetico sviluppo , il lavoro minorile, ritmi di lavoro estenuanti ed anche forme di vera e propria schiavitù. La questione degli Uiguri dura da anni. Ma la condanna che fa Biden è evidentemente strumentale. Perchè, allo stesso modo, dovrebbe condannare il regime autocratico e dispotico di Erdogan, che fa lavorare come schiavi i bambini fuggiti con le famiglie dalla guerra in Siria e per la feroce repressione dei curdi (nonchè la persecuzione dei dissidenti). Ma la Turchia fa parte della Nato (e pur avendo avuto una politica estera ballerina – ha avuto armi anche dalla Russia) e non si tocca. E ci tocca vedere Draghi inchinarsi di fronte al sultano turco. Dicevo del rapporto tra tragedia e farsa. Personalmente sono sempre stato vicino ad una posizione di “neutralismo attivo” così come la espressa LOmbardi per tutta la vita. E come la ha espressa la sinistra laburista inglese (ma anche Olof Palme). Ma il primo atlantismo non era altro che il risultato della divisione del mondo in aree d’influenza tra le potenze vincitrici della II Guerra mondiale USA ed URSS. Si chiamò “guerra fredda” , ma alcuni storici contestano questa affermazione. In realtà era una politica di non ingerenza nelle rispettive aree di influenza che poi avevano la copertura ideologica della teoria dei “campi” il campo proletario e socialista dell’URSS” il Campo del -mondo libero- degli USA ed alleati. …si sono prodotte guerre regionali , ma si è sempre evitato con accuratezza un conflitto globale. Del resto gli USA non sono intervenuti quando ci fu l’invasione dell’Ungheria , prima, e della Cecoslovacchia, dopo. L’URSS non è certo intervenuta per fermare i colpi di stato reazionari organizzati dagli USA , in Cile, Argentina. Brasile, Uruguay o in Guatemala. Detto in estrema sintesi. Naturalmente , anche all’interno della Nato in Europa, ci sono stati tentativi di assumere posizioni più autonome in politica estera. Vedi l’Ost-Politik di Willy Brandt. Che era certo motivata dal far svolgere un ruolo di distensione tra ovest ed est Europa. Ma anche dai forti interessi economici che la Germania aveva nei confronti dell’URSS. A Brandt gli fecero pagare un prezzo salato (contemporaneamente dalla DDR e dagli USA) , ma è anche vero che fitti scambi economici sia con l’Urss che poi con la Russia, la Germania ha continuato a intrattenerli. Come dicevo, oggi siamo alla farsa. Credo che questo neo-atlantismo propugnato da Biden , sia determinato dalla crisi ventennale che gli USA vivono nello scacchiere internazionale. Che è culminata con la guerra in Iraq del 2003. Che non solo è stato un atto sciagurato e criminale, ma ha registrato un colossale fallimento. Che in seguito ha dato fiato al terrorismo islamico di Al Queda e dell’ISIS. Poi c’è stata la grande crisi economica del 2008 partita dagli USA. Biden , come dicevo, sta, cercando di recuperare un ruolo forte a livello internazionale, ed aveva bisogno del sostegno europeo. Ma la questione è molto complessa. Sia perchè la Cina detiene una quota importante del debito pubblico USA (che Biden vuole ridurre) , sia perchè l’Europa ha ormai forti interdipendenze con l’economia cinese. Quindi, al di là dei proclami, bisogna fare i conti con questa realtà. Volendo o nolendo , la Cina ha raggiunto il PIL degli USA (non quello pro-capite, da cui è molto distante) , ha fatto notevoli progressi nel campo dell’Hi Tech (anche se gli USA manterranno, per diverso tempo il primato). E comunque Biden, per raggiungere tali obbiettivi, ha certo bisogno di dare più coesione sociale ad un paese che ha visto ancor più crescere le disuguaglianze, la povertà, il razzismo. Il jobs Act di Biden ha questo obbiettivo : Marta Fana ,una studiosa serissima, che certo non ha alcuna simpatia per gli USA, ha comunque rilevato che il piano di Biden è comunque molto più avanzato del PNRR di Draghi (che in realtà si muove entro schemi “tedeschi”). Fra l’altro il Piano Biden ha subito forti contestazioni dall’establishment clintoniano dei democrats. Ed è sostenuto criticamente da Sanders e dalla Ocasio-Cortez . I quali però hanno preso nettamente le distanze da Biden , in politica estera. Penso al tema della Palestina, ed il continuo ricordo che essi fanno del sostegno USA ai regimi fascisti e criminali dell’America Latina. Cerco di giungere alle conclusioni, anche per stanchezza mentale. Io sono sempre stato contro la teoria dei “campi”. Ad esempio se l’America fa porcherie, non mi va di difendere un regime criminale solo dice di essere antiamericano (pure Mussolini ed Hitler lo erano). Ho sempre condannato l’imperialismo americano. Ma non credo che gli USA siano l'”impero del male ” o il “grande Satana”. E’ oggi un paese complesso in cui stanno emergendo fenomeni nuovi , di cui occorre tener conto. Preferisco la saggezza ebraica che dice “il nemico del mio nemico non è mio amico” a quella maoista. E comunque credo che la sinistra debba recuperare la sua missione che quella della liberazione dell’uomo da ogni sfruttamento ed oppressione di classe, politica ed ideologica

giugno 9, 2021

Il 41 Bis e il diritto alla tutela dello stato di salute del detenuto: il caso di Pasquale Condello!

Intervista di Antonella Ricciardi

Pasquale Condello, un tempo condannato per un coinvolgimento nella ‘ndrangheta, attualmente non  è più collegato alla devianza: da tempo, è più un paziente che un detenuto, la cui sofferenza psichiatrica, subentrata con la prigionia, è un dato incontrovertibile. Pasquale Condello, entrato sano in carcere, nel corso degli anni ha subito un tracollo dell’equilibrio mentale. Del resto, la percentuale di persone che avvertono disequilibri mentali, dopo anni di reiterazione del regime di 41 bis, non è bassa, e, pur con vari gradi di intensità, variabili da persona a persona, non deve lasciare indifferenti. Situazioni, quindi, tra le più difficili, nelle già dolenti comunità delle carceri; luoghi di massima sicurezza, ma dove è minima la possibilità di umanizzazione della pena. Sull’argomento si esprime così l’avvocata Federica Barbero, del foro di Novara, che, correttamente, cerca di approfondire la disponibilità di documentazione medica, in vista di una possibile collocazione differente per Pasquale Condello, che gli garantisca cure molto più adeguate al suo stato di salute. Le varie prigioni, pur avendo proprie direzioni sanitarie, non sempre possiedono al loro interno adeguati reparti sanitari, per situazioni più complicate. Lo stesso Pasquale Condello aveva iniziato a manifestare una profonda sofferenza psichiatrica già nel carcere di Parma, fornito di un centro clinico interno, che però non era riuscito a migliorarne la situazione. In tempi più recenti, si può ricordare che la direzione sanitaria di varie carceri aveva ottenuto la detenzione di persone, anche dai nomi più discussi in strutture esterne al carcere. Per questi detenuti le  condizioni di salute risultavano talmente delicate, da dovere essere gestite fuori dal carcere. E’ : è stato il caso, di Raffaele Cutolo, che, dichiarato non dimissibile,  pur nelle gravi restrinzioni del 41 bis, era però potuto essere meglio curato,  nell’ultimo periodo della sua vita, tra luglio 2020 e febbraio 2021 collocato in una struttura esterna: l’Ospedale Civile Maggiore di Parma, che è anche clinica universitaria. Tornando alla situazione di Pasquale Condello, persona ormai del tutto inerme ha diritto alla tutela della salute con adeguate misure di cura perché sono doveri di legalità e civiltà, per coloro che ne siano responsabili. La Corte Costituzionale,  si è più volte espressa contro l’automaticità della ostatività della carcerazione, in caso di non collaborazione con la giustizia: non sempre dovuta a sicura pericolosità sociale, ma a volte dovuta al volere evitare in modo più deciso vendette trasversali, oltre ad essere frutto di remore sulle delazioni. Nel 2019, infatti, la Corte Costituzionale  aveva aperto ai permessi premio, nell’aprile 2021 alla liberazione condizionale (cfr l’ordinanza n. 97 dell’11 maggio 2021 con cui la Corte  è intervenuta sulla questione di legittimità costituzionale degli artt. 4-bis, comma 1, e 58-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nonché dell’art. 2 del D.L. 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, con riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma e 117, primo comma, Cost., nella parte in cui escludono che possa essere ammesso alla liberazione condizionale il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416-bis c.p., ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia.) Già in precedenza, c’erano comunque stati alcuni casi di benefici, per “collaborazione impossibile”: quando si conosceva troppo poco di determinate organizzazioni, e situazioni comunque impossibilitanti per tale situazione. Un clima quindi più equanime e disteso si sta diffondendo su queste scottanti tematiche: del resto, ministra della Giustizia è divenuta proprio Marta Cartabria, già presidente della Corte Costituzionale.  Una possibile collocazione detentiva esterna per Pasquale Condello è, comunque, qualcosa di minore  di un beneficio: semplicemente è richiesta di un fondamentale diritto costituzionale alla salute.

Ricciardi: “Le condizioni mentali di Pasquale Condello sono da un certo tempo allarmanti, addirittura in peggioramento, in un contesto di grave isolamento, che metterebbe a dura prova chiunque: può spiegare più specificamente quale sia la situazione e che gli ultimi, drammatici episodi?”

 Barbero: “Il signor Condello indubbiamente soffre di disturbi della personalità, probabilmente legati proprio al regime carcerario cui è costretto. Negli ultimi anni ha riferito al personale sanitario del carcere degli episodi di violenza fisica: in particolare ha più volte riferito di ricevere scosse elettromagnetiche e di avere il timore di esser avvelenato. Frutto di un proprio delirio probabilmente…”


Ricciardi: “Pasquale Condello ha bisogno di cure specialistiche, ma il carcere ha   possibilità d cure limitate; del resto, il carcere non è un ospedale…La difesa si sta muovendo per un possibile differimento della
pena? Ultimamente si sta parlando di più forme di detenzione non carceraria, in centri di cura per malati psichiatrici: le R.EM.S….”


 Barbero: “,Gli Istituti detentivi classici non godono del personale sanitario necessario per offrire ad ogni detenuto il giusto ed adeguato supporto medico o psicologico. Stiamo valutando la possibilità di richiedere un trasferimento in altro Istituto carcerario dotato di reparto sanitario o, nel caso, un differimento pena con contestuale applicazione di una misura di sicurezza. 

Ad oggi non possiamo però ancora dire come ci orienteremo, sono necessari esami clinici specifici per poter valutare quale sia la scelta più opportuna per la tutela della salute del signor Condello e per la contestuale tutela della sicurezza pubblica.”


Ricciardi: “ A prescindere da un possibile differimento della pena la stessa Direzione Sanitaria del carcere di Novara  ha delle responsabilità, e, in quanto misura di emergenza, ha il potere  di disporre collocazione in centro di cura esterno, nel momento in cui  non riesca più a gestire una situazione troppo grave: si sta muovendo  qualcosa in questo senso?

 Barbero: “No, al momento nulla di cui a nostra conoscenza. Su questo punto non ce la sentiamo neppure di entrare nel merito. Di fatto sono state tentate diverse visite psichiatriche a cui il più delle volte il detenuto ha però rifiutato di sottoporsi. Credo che anche il personale addetto stia comunque tentando di comprendere le problematiche di cui il Condello soffre.”

Ricciardi: “ Pasquale Condello è tuttora gravato dal 41 bis, ma il diritto  costituzionale alla salute è corretto venga prima di tutto: se anche il 41 bis rimanesse, una cura anche esterna deve essere una concreta
possibilità; inoltre, recentemente la Corte Costituzionale ha più volte aperto ad una carcerazione non automaticamente ostativa, anche in caso  di non collaborazione con la giustizia. Pensa che il clima più equo al  riguardo potrà portare maggiore serenità anche su questo caso? Tenendo presente che il differimento è anche meno di un beneficio, e nello  stesso tempo è qualcosa di più basilare…

Barbero: “Beh sicuramente.. certo è che il regime carcerario di cui all’art. 41bis O.P. è stato concepito per limitate tipologie di reato e che, sin dall’introduzione, è un argomento particolarmente dibattuto che lascia aperti miriadi di quesiti. Al proposito in merito all’ordinanza della Corte Costituzionale L’incompatibilità con la Costituzione deriva dal carattere assoluto della presunzione, che fa della collaborazione con la giustizia l’unica strada a disposizione dell’ergastolano per accedere alla valutazione della magistratura di sorveglianza da cui dipende la sua restituzione alla libertà. La Corte afferma, però, che spetti al Parlamento modificare questo aspetto della disciplina relativa all’”ergastolo ostativo”, posto che un intervento meramente demolitorio della Corte potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa.

giugno 4, 2021

Una rivoluzione promessa!

Di Hugo Girone

Per ben due volte Platone dovette scontrarsi con la realtà nel suo tentativo di costruire la città ideale. Una prima volta andò a Siracusa e fu venduto come schiavo e la seconda volta dovette darsela a gambe per salvarsi.

Tommaso Campanella che sognava la Città Celeste, dovette scontare 27 anni di carcere e Thomas Muntzer  in nome della “Nuova Gerusalemme” fu decapitato per ordine di  Filippo d’Assia, detto “il buono”. Karl Marx cambiò prospettiva e invece di sognare improbabili stati ideali, diede agli intellettuali il gravoso compito di cambiare il mondo, non di interpretarlo. (Tesi su Feuerbach,12) , perché “il razionale è reale” ed è l’azione rivoluzionaria che rende reale il razionale.

In Marcuse l’intellettuale riceve ascolto dalle masse e ne diventa forza trainante. Mannehim afferma che “le utopie sono spesso verità premature”. Infine Calamandrei definisce la nostra Carta Costituzionale “una rivoluzione promessa”. Abbiamo potuto constare che “l’uomo nuovo” promesso dal comunismo non è mai nato ed il paradiso comunista si è rivelato una truffa. L’isola immaginaria che Tommaso Moro descriveva non si è realizzata in terra e Stalin lo ha clamorosamente smentito facendo diventare quel sogno un incubo.

I Padri Costituenti delinearono le linee di uno Stato in cui libertà, democrazia e solidarietà trovassero piena attuazione.  Più volte abbiamo assistito al tentativo di modificare la Costituzione, più volte il tentativo è stato infruttuoso ma alcune pesanti bordate la Costituzione ha dovuto sopportarle. Come mai questa svolta autoritaria? Il liberismo non sopporta la democrazia, la finanza mondiale ha altri disegni. Nel 2013 era scritto in un documento della J.P. Morgan le costituzioni europee, nate dall’esperienza della lotta al fascismo, mostrano una forte influenza delle idee socialiste“. Liberatevi delle vostre costituzioni, ci chiede la finanza internazionale.

Che fare? Tendere a rendere universale l’esperienza della “Comune di Parigi” o più semplicemente e più concretamente attestarsi nella difesa dei valori costituzionali scritti in quella carta che Calamandrei chiamava “Rivoluzione Promessa?” La Comune di Parigi durò due mesi e dieci giorni e si concluse in un bagno di sangue e Parigi non era la Francia. La nostra Costituzione invece è stata scritta con il sangue dei martiri del fascismo a partire da Giacomo Matteotti ed è ancora lì.

Il reale è razionale diceva Karl Marx  ed è da qui che dobbiamo partire. Difendere i valori scritti nella nostra Costituzione antifascista e democratica significa difendere i diritti dei cittadini. Non ci illudiamo: la democrazia scritta nella Costituzione è ben lungi dall’essere concretamente attuata; nella fabbriche nei posti di lavoro non è mai entrata la democrazia. Anche quella che potremmo definire democrazia politica tende ad indebolirsi in maniera sempre più evidente attraverso gli strumenti che di volta in volta vengono messi in campo dal legislatore di turno perché debbono solo servire a  ridurre le minoranze all’impotenza. Diceva Ferrero (in Potere 1947) “nelle democrazie l’opposizione è un organo della sovranità popolare altrettanto vitale quanto il governo. Sopprimere l’opposizione significa sopprimere la sovranità del popolo.” Per ben due volte la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali le leggi elettorali vigenti. Non è costituzionalmente corretta la legge per l’elezione de membri del Parlamento Europeo, non sono costituzionali buona parte delle leggi elettorali regionali che prevedendo soglie di sbarramento altissime combinate con abnormi premi di maggioranza  e queste leggi rendono le opposizioni inesistenti. Quel  cinquantuno per cento che vince sulla base delle leggi elettorali vigenti, cancella il restante 49 per cento. Se poi si considera che un buon cinquanta per cento non si reca a votare quel cinquantuno percento diventa poco più di un quarto.

Ecco come la democrazia in cui il popolo è sovrano, attraverso i  meccanismi  che il legislatore mette in campo per renderla operante fa scomparire il popolo sostituendo a questo una massa facilmente manipolabile.

Quod principi placuit, legis habet vigorem” diceva Ulpiano.

La riduzione dei parlamentari imporrà al legislatore di mettere mano alla legislazione elettorale al fine di un adeguamento dei collegi elettorali al numero ridotto dei candidati da eleggere.

Costantino Mortati in seno all’Assemblea Costituente propose di affermare nella costituzione il principio della rappresentanza proporzionale perché “ si tratta di vedere se e in quanto i principi elettorali influiscano sul funzionamento della Costituzione” e poi “la proporzionale costituisce un freno allo strapotere della maggioranza ed influisce anche, in senso positivo sulla stabilità governativa; infine che sussiste l’esigenza di coordinare le norme per l’elezione della prima e della seconda camera così da armonizzare le due rappresentanze.” Eliminare la proporzionale dalla Costituzione secondo Tosato “ porterebbe a dedurre che laddove non vi sia il sistema proporzionale, non sia nemmeno democrazia.” Antonio Giolitti all’epoca comunista affermò “Abbiamo proposto il sistema proporzionale come quello che riteniamo più idoneo e adeguato allo sviluppo della democrazia moderna”  e ancora “voglio ricordare la garanzia che il sistema elettorale costituisce per i diritti delle minoranze in particolare per il loro diritto ad essere rappresentate nel Parlamento e ad avere quell’influenza che corrisponde al loro peso e alla loro entità nella vita politica del paese.”  Togliatti che aveva le idee chiare in proposito di elezioni assunse una posizione ambigua e nel  feeling con  la Monarchia pasticciò una discutibile mediazione facendo cadere l’opzione  proporzionale  in Costituzione dando spazio alla destra liberalconservatrice. L’idea del proporzionale non nasce con Mortati. Infatti il sistema elettorale proporzionale è stato applicato per la prima volta, nel 1899, in Belgio. Nel 1907 fu adottato dal Il Regno svedese. Nel medesimo periodo ha trovato applicazione in alcuni Cantoni svizzeri e, nel 1914, venne adottato in Germania, limitatamente alle ventisei grandi circoscrizioni urbane.

In Italia il sistema elettorale proporzionale fu adottato nel 1919. Questa prima esperienza si dimostrò breve e tormentata. Il proporzionalismo venne abolito nel 1923 dalla Legge Acerbo.

In Italia, la dottrina proporzionalista della “giusta rappresentanza” fu inizialmente divulgata dall’Associazione per lo studio della rappresentanza proporzionale, fondata, il 16 maggio 1872, da esponenti del mondo liberalconservatore. Del Comitato promotore facevano parte, tra gli altri, Una rivoluzione promessa!e Attilio Murialti. Successivamente il proporzionalismo “partitico” fu sostenuto dall’’Associazione Proporzionalista, fondata a Milano nel 1911 da socialista Alessandro Schiavi, socialista. L’Associazione era diretta, oltre che dallo stesso Alessandro Schiavi, da Filippo Turati e Emilio Caldara, dai cattolici Filippo Meda, Leone Scolari, Stefano Cavazzoni e dal radicale Arnaldo Agnelli.

l’Associazione Proporzionalista Milanese affermava tra l’altro  “La Rappresentanza Proporzionale deve essere prima di tutto una rappresentanza per partiti che, adeguando l’origine alla funzione del deputato, garantisca il carattere politico dell’elezione e trasformi organicamente l’atomismo inorganico ed apolitico del localismo elettorale. Topografia politica e non politica topografica“.

Luigi Sturzo in un famoso articolo del 1925 dal titolo “La proporzionale risorgerà” affermò che “ Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l’influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultati politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l’Europa Centrale.” Pietro Gobetti dedicò un intero numero del suo giornale “La Rivoluzione Liberale” alla causa proporzionalista.  Affermò Gobetti nel 1923  “Voglio la proporzionale come strumento rivoluzionario di formazione delle nuove classi dirigenti.” Ed anche “la proporzionale obbliga gli individui a battersi per una idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l’economia sia elaborata dalla politica“.

Non c’è da illudersi la legge elettorale che verrà conterrà poco o nulla di proporzionale e molto di maggioritario ed  uninominale. Evidentemente, il sistema proporzionale è refrattario, non è utilizzabile contro la democrazia. Il difetto del proporzionale per i nostri governanti è quello di dare voce a tutti perché tende ad essere quanto più aderente al numero dei voti espressi. La natura del proporzionale implica uno sforzo affinché tutte le forze in campo presenti fra gli elettori possano trovare sbocco politico e una adeguata rappresentanza. È quindi la tecnica per tradurre il numero dei voti espressi dagli elettori in un numero proporzionale di eletti. Per essere rappresentato, un gruppo politico  deve raggiungere soltanto un numero minimo di voti. Se si pretende che la rappresentanza sia espressione delle opinioni individuali liberamente espresse e non già di una entità territoriale, di un ceto o di uno stato; se si desidera che il soggetto dell’atto elettorale siano gli elettori, suddivisi secondo le opinioni e non già appartenenti a un territorio arbitrariamente circoscritto; il proporzionalismo è il solo sistema elettorale in grado di supportare un tale diritto.  Quindi non illudiamoci la sinistra divisa e frammentata com’è,  assisterà impotente allo scempio della democrazia che Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e infine Draghi hanno messo in atto giorno per giorno negli ultimi trent’anni. Le politiche antidemocratiche consentiranno ad uomini politici espressione della finanza internazionale di mantenere il proprio potere  privando le persone dei diritti civili e dei diritti economici, del diritto di scegliere il proprio destino. La legge Acerbo fu il primo passo del primo governo Mussolini non a caso scrutinio di lista con premio di maggioranza, poi il 17 gennaio 1925 legge elettorale uninominale con un turno. Il 17 maggio 1928 fu poi la volta della legge elettorale plebiscitaria ed infine nel 1924 e nel 34 gli elettori votarono per il listone predisposto dal Magnifico Duce.

Non c’è da stare tranquilli!