febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

dicembre 31, 2021

“Abbiamo visto”

Documento elaborato da Beppe Sarno e Santo Prontera.      

L’ultimo documento del collettivo di fabbrica della GKN è un grido di dolore che commuove e nello stesso tempo invita a riflettere. La prima considerazione che il documento suscita è il fatto che gli operai del collettivo della GKN dimostrano di rigettare il pensiero unico dominante, che fa di loro una merce a disposizione del capitale e come qualsiasi altra merce sostituibile con merce a meno prezzo o con altri strumenti per creare plusvalore.

Il capitale, superata la fase della meccanizzazione, affronta adesso un nuovo meccanismo per la creazione del plusvalore di marxiana memoria: la delocalizzazione serve a sostituire operai qualificati con operai il cui minor costo dell’ora lavoro e le minori tutele sindacali serviranno ad aumentare il plusvalore, a farlo crescere ad un ritmo sempre più alto, servendosi di un esercito industriale di riserva rappresentato dagli operai dei Paesi terzi.

Ai detrattori del sindacato ricordo che Maurizio Landini ha detto che è necessario «ricostruire una cultura politica che rimetta al centro il ruolo del lavoro e il significato di ciò che attraverso il lavoro si fa». Sono parole importanti. Sono ovvie e centrali per la nostra prospettiva. È auspicabile che siano vincolanti ed effettivamente programmatiche per il sindacato, che deve riscattarsi per comportamenti non sempre i linea con il suo ruolo.

Gli operai della GKN, con i loro documenti e con la loro lotta, si ribellano al fatto di essere considerati merce ed esprimono, con dolore e fermezza, la dignità di chi si dichiara disponibile a ricominciare con rinnovato impegno quella lotta che è stata finora contrastata e sopita da decenni di liberismo.

Il lavoro non è merce; il lavoro è dignità, è l’essenza della democrazia!

Come ha detto Papa Francesco, “Il lavoro […] è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità”; e ancora: “il profitto non sia l’unico criterio-guida”.

Nel documento della GKN si scorge quello che dovrà essere il progetto politico per una sinistra socialista che si proponga di essere avanguardia di questo rinnovato senso della politica: intendere, cioè, il lavoro e i suoi diritti come elementi unificanti di una comunità.

Per merito della GKN è accaduto qualcosa di antico e nello stesso di nuovo: nella società è tornato a scorrere il sangue della solidarietà. Accanto ai lavoratori ci sono infatti le istituzioni di base, la città di Firenze, gli intellettuali. La collettività è diventata solidale con i lavoratori perché ha voluto rompere la frammentazione sociale imposta dal pensiero neoliberista. L’isolamento e la frammentazione sono stati sostituiti con la solidarietà e con la condivisione della lotta per difendere la fabbrica, imponendo concetti che sembravano dimenticati: “solidarietà, comunità, lotta”.

Gli operai della GKN dicono: “Stupiteci. Portateci ancora in piazze piene ubriache di dignità. Dopo quello che abbiamo visto, non abbiamo più voglia di stare soli”. Sono parole che ripropongono e rinnovano un antico spirito socialista, solidaristico e pienamente umano, che richiama e reclama il bisogno di stare insieme per combattere contro le aride forze antisociali del puro profitto, che vedono l’uomo come un semplice mezzo da sfruttare.

Una politica di austerità, dettata dall’Europa neoliberista, e i fenomeni di delocalizzazione industriale hanno ridotto il nostro Paese alla condizione di area con risorse decrescenti, facendolo ridiventare un’economia povera, con un sempre minor numero di grandi industrie.

E’ sotto gli occhi di tutti che il punto vero di criticità, che tutto condiziona in negativo, rimane il sistema politico, che ha generato la grave crisi istituzionale con cui, ormai da anni, siamo alle prese.

Può la nostra democrazia reggere a lungo se è consentito a chiunque di commettere atti di pirateria economica e politica, come nel caso dell’Ilva di Taranto o della Wirlpool e oggi della GKN, senza che, da parte di chi governa, ci siano controlli o sanzioni, al solo scopo di non compromettere equilibri politici che sono frutto di compromessi non sempre nobili?

In questo scenario, il grande assente è lo Stato. La sua mancanza si sente ovunque. Ma il posto in cui si sente di più il peso di questa intollerabile situazione è nei posti di lavoro.

Pietro Calamandrei diceva: «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare»

Non c’è dubbio che l’aria, nelle fabbriche italiane, manchi ormai da tempo. La sospensione delle libertà è iniziata nelle imprese dove sempre più spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate, senza rispetto dei diritti sindacali, con i lavoratori ridotti letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà, per non parlare del terziario, della grande distribuzione e dell’agricoltura.

Dagli operai della GKN e della Whirlpool ci viene indicato da dove bisogna partire per ricostruire una coscienza politica che combatta l’alienazione per poter vivere in modo autentico la democrazia. Dal loro esempio viene l’indicazione a non rassegnarsi ad una deriva autoritaria al servizio della finanza internazionale.

Gli operai della GKN ci dicono con dolore, ma anche con forza, che è dalle fabbriche, dal posto di lavoro, che deve partire l’iniziativa per combattere una battaglia politica generalizzata, che comprenda l’impegno per una sanità pubblica efficiente e non sotto attacco dei privati, i diritti dei lavoratori –con il giusto rifiuto di vedere i loro corpi ridotti a merce-, i diritti di chi non ha una casa né i soldi per vivere con dignità, il diritto alla vita degli anziani, il diritto all’istruzione e alla libertà di insegnamento, il finanziamento della ricerca pubblica.

Non si tratta di chimere, fantasie, desideri senza basi. Sono alcuni degli obiettivi che la Costituzione impone allo Stato. Un tempo, anche per merito dell’impegno socialista, erano in buona parte pratica corrente. Poi, con l’avvento del neoliberismo, la Costituzione è stata tacitamente svuotata di tante funzioni. Tutto ciò significa che lo Stato va ricostruito dalle sue fondamenta secondo il progetto della Costituzione. È questo il fine che deve unire le nuove lotte operaie e i soggetti effettivamente democratici del Paese. Risorgimento Socialista è una di questi soggetti.

Per ricostruire la democrazia bisogna disporre delle forze necessarie. Le lotte di cui sopra dimostrano che esiste un importante nucleo di tali forze. La democrazia va ricostruita partendo da lì, dai posti di lavoro, dove esistono forze organizzate e consapevoli dei bisogni propri e del Paese. La ricostruzione va fatta secondo un paradigma che c’è già: è costituito dai principi che ispirano la Carta Costituzionale. Per obbedire alla Carta, traducendone gli impegni in effettivi fatti sociali, occorre invertire la rotta neoliberista e andare nelle seguenti direzioni: nazionalizzazione delle industrie strategiche, revoca delle concessioni ai privati di attività economicamente produttive di proprietà dello Stato, cogestione nelle industrie a prevalente partecipazione statale, programmazione economica fondata su quello che in America è stato chiamato il “Il Green New Deal”. Tutto ciò significa realizzazione di un nuovo sistema produttivo nazionale, cambiando quello attuale, fondato sullo sfruttamento sull’uomo e delle risorse naturali.

Si tratta dunque di individuare con chiarezza gli scopi fondamentali di una politica effettivamente democratica e di sinistra, di trovare le soluzioni per portare la democrazia nei posti di lavoro, di ripristinarla in termini effettivi nella società.

Tre sono le strade da percorrere, non in contrasto fra di loro, per costruire un progetto politico che, sulla base delle leggi esistenti, possa riportare l’economia nazionale e quella europea in un coretto equilibrio fra capitale e lavoro e sul concetto di produzione non più come sfruttamento dell’uomo sull’uomo e distruzione delle risorse naturali, ma come  un’economia pensata per affrontare la sfida delle disuguaglianze e del cambiamento climatico, che invece continuano a crescere nel modello esistente.

La cogestione nelle fabbriche in cui è presente lo Stato attraverso il Ministero dell’economia e Finanze e altro.

Lo Stato Italiano è presente in alcune società attraverso la detenzione di quote azionarie. Si tratta di società quotate in borsa, di cui tiene il controllo azionario, di società con strumenti finanziari quotati e società non quotate. Fra le più importanti ricordiamo il MPS, Enel, Eni, Leonardo, RAI, Cinecittà, Poste e Ferrovie dello Stato.

E’ assolutamente indispensabile che in queste società lo Stato applichi il criterio della cogestione. In queste aziende la cogestione non deve essere uno strumento per massimizzare la produttività e quindi per allineare il più possibile senza contrasti i lavoratori con gli interessi dell’impresa. Questo equivoco stravolgerebbe il senso che si vuole dare alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. Lo scopo della cogestione, cioè l’intervento dei lavoratori nella conduzione dell’impresa, dovrà servire a creare strumenti di democrazia all’interno del sistema produttivo per meglio realizzare gli interessi dei lavoratori.

Fra la direzione dell’impresa e i lavoratori dovrà sempre esistere contrapposizione, ma il mutamento del paradigma presuppone sempre l’esistenza di un progetto diverso, teso non ad una accumulazione di plusvalore e di incremento di profitto a favore di pochi, ma ad assicurare libertà e dignità umana a tutti.

Con la cogestione si può raggiungere un equilibrio virtuoso: se da una parte i lavoratori sono interessati al successo economico dell’azienda, gli imprenditori -in questo caso lo stato- debbono essere interessati ad una condizione libera e dignitosa dei lavoratori.

Impossibile? Certamente no! Grandi multinazionali hanno adottato la cogestione come elemento fondante della gestione aziendale. Dunque è un obiettivo raggiungibile. Questa interazione significa che, da una parte, c’è una razionalizzazione dei sistemi produttivi posta in essere da chi la produzione la fa materialmente; dall’altra parte, c’è la creazione di ricchezza a favore non solo dell’azienda, ma anche dall’ambiente che la circonda. Le acciaierie Krupp furono salvate grazie alla cogestione.

In Italia un’imprenditoria conservatrice ha preferito vendere le proprie imprese. Con l’appoggio interessato di una classe politica subalterna, è stata sempre contraria alla cogestione, perché timorosa di vedere compromessa l’efficienza dell’azienda. Dal lato opposto, i sindacati hanno sempre cercato di impedire l’attuazione della cogestione, perché questo avrebbe ridimensionato il loro ruolo, che acquista valore solo in un rapporto conflittuale con l’impresa.

Eppure in Italia è esistita l’Olivetti, azienda leader nel settore dell’elettronica, che vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: i dipendenti ricevevano salari più alti, godevano di convenzioni e, per iniziativa dell’azienda, usufruivano di asili e abitazioni vicino alla fabbrica. Essa, inoltre, era ecologicamente responsabile: rispettava infatti la bellezza dell’ambiente (fonte Wikipedia).

Se guardiamo alla ricca Germania, possiamo rilevare che la cogestione non solo viene praticata da sempre, ma trova il suo fondamento nella Legge Fondamentale (che ha il valore più a meno della nostra carta Costituzionale). L’art. 14 recita: “La proprietà privata è garantita nei limiti dell’interesse generale” (Eigentum verpflichtet); ”la proprietà obbliga”. L’art.15 (mai applicato) rende possibile la collettivizzazione del suolo, di risorse naturali e di mezzi di produzione. La Cogestione (Mitbestimmung), fu resa stabile al termine della seconda guerra mondiale con la promulgazione di una serie di leggi federali, sebbene le sue radici affondino ai tempi della Repubblica di Weimar (1919-1933), periodo in cui si realizzò, dal punto di vista politico, l’uguaglianza fra capitale e lavoro nell’economia nazionale.

Il principio trova la sua genesi storica in un congresso dei lavoratori a Berlino, avvenuto alla fine dell’Ottocento. A seguito di tale congresso, fu concesso il diritto di ottenere in fabbrica un capofabbrica. Dopo il periodo della repubblica di Weimar, passi concreti verso la cogestione furono compiuti dopo il 1945. In questo periodo, gli imprenditori del settore minerario e dell’acciaio chiesero ed ottennero la collaborazione del movimento sindacale e nel 1951 si giunse al consolidamento di un modello “paritario” di rappresentanza dei lavoratori all’interno del consiglio di sorveglianza (grazie all’approvazione della Legge sulla Cogestione da parte dei Lavoratori dei Membri degli Organi di Amministrazione e Controllo delle Imprese del Settore Minerario, del Ferro e dell’Acciaio -Montan-Mitbestimmungsgestz – MontanMitbestG-).

Nel sistema cd. “duale”, affermatosi in Germania, in cui operano il consiglio di gestione e il consiglio di rappresentanza, fondamentale è il ruolo dei lavoratori. Per la legge tedesca essi hanno lo stesso potere degli azionisti: hanno infatti poteri decisionali ed interdittori e rispetto agli azionisti hanno gli stessi diritti ed obblighi ed il diritto di voto.

Grazie al modello della cogestione, nessuna delle operazioni di delocalizzazione che hanno portato alla fine delle imprese di tutta Europa sono state possibili in Germania.

La giuslavorista Roberta Caragnano ha affermato che “la partecipazione si pone come strumento di redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico sostenibile per gli effetti positivi che produce sulla qualità del lavoro, sulla conoscenza e sulla professionalità del dipendente, ma, al tempo stesso, è anche elemento di coesione sociale divenendo strumento di gestione aziendale”

Certo, i tempi sono cambiati e anche in Germania si tende a ridimensionare la presenza dei lavoratori nella partecipazione alle decisioni aziendali, al fine di creare un equilibrio fra i diritti dell’imprenditore e quello dei lavoratori.

Sta di fatto che nella Volkswagen il sistema della cogestione funziona perfettamente, tanto che l’industria automobilistica ha istituito nel 1990 il Consiglio europeo del Gruppo Volkswagen, per dare ai dipendenti il diritto di scambiarsi informazioni e per garantire azioni comuni. Successivamente è stato creata la “Carta dei rapporti di lavoro per le società e per gli stabilimenti del Gruppo Volkswagen”.

Ovviamente, il capitalismo finanziario internazionale non vede di buon occhio questo sistema di relazioni. In Germania, però, gli imprenditori accettano giocoforza il principio della cogestione perché, comunque, garantisce una serie di vantaggi, che derivano dall’equilibrio degli interessi delle parti coinvolte: gestione aziendale corresponsabile, risultati positivi in relazione alla crescita della produttività e dei salari, diminuzione del tasso di turnover, maggiore motivazione e formazione dei dipendenti.

La cogestione garantisce una mediazione non conflittuale fra proprietà e lavoro, il raggiungimento di obiettivi capitalistici e maggiore giustizia sociale, ottimizzazione del profitto e protezione dei dipendenti.

In Italia, l’art. 46 della Costituzione resta di fatto inattuato. Da una parte gli imprenditori non amano interferenze nell’ambito delle proprie aziende e dall’altra i sindacati sono contrari a forme di collaborazione. Il mondo politico, d’altronde, è di fatto storicamente schierato dalla parte degli imprenditori.

Storicamente possiamo riferire che, seppur la sua approvazione si ebbe nel 1947, l’articolo non venne attuato a causa dell’opposizione della maggior parte degli esponenti della Democrazia Cristiana (e soprattutto di Alcide De Gasperi).

Nel 1938, in Francia vennero istituiti -tramite un decreto legislativo- dei delegati operai eletti dai propri colleghi, anche se le radici storiche del tema della rappresentanza sembrano doversi rinvenire nella Carta del Lavoro della Repubblica di Vichy relativamente alla presenza delle figure dei comitati sociali.

Per quanto riguarda il Regno Unito, possiamo dire che solo più tardi (nel 1947) sarebbe stata emanata una legge volta alla costituzione di organismi consultivi (l’Industrial Organization and Development Act)

Altra tappa del processo di armonizzazione è quella relativa al “Programma di azione sociale” del 1974, fondato sulla convinzione che una forma di società vincente sarebbe dovuta essere basata sulla cogestione, accompagnata dagli imprescindibili diritti di informazione e consultazione.

Per concludere, merita un cenno il Libro Verde del 1975 sulla “partecipazione dei lavoratori e sulla struttura delle società nella Comunità Europea”

In Europa, dopo un lungo iter -a volte contradditorio- di progetti e risoluzioni, il 23 ottobre 2018 l’Europarlamento ha approvato, quasi all’unanimità, una risoluzione favorevole alla partecipazione finanziaria dei lavoratori e di una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali aziendali. In questa risoluzione si afferma che gli Stati membri debbono “collaborare con le parti sociali al fine di definire gli schemi di partecipazione finanziaria dei dipendenti e a negoziarli”. Esiste quindi un’altra Europa, che i nostri governanti fingono di ignorare. Una maggiore comprensione e attenzione potrebbe cambiare il sistema produttivo ormai agonizzante e ridare una speranza.

Purtroppo, però, il capitalismo nostrano ha adottato di fatto un sistema “amerikano”, rendendo impotenti sia i lavoratori che i sindacati. Qualcuno ricorderà che, a fronte dell’approvazione del referendum con il quale Marchionne chiedeva l’approvazione del suo piano aziendale, pena la chiusura degli stabilimenti, in cambio si promettevano 20 miliardi di investimenti nel nostro Paese.

Autogestione

In Italia non mancano esempi virtuosi di autogestione. Si sono verificati casi in cui i lavoratori hanno rilevato l’azienda fallita e l’hanno rimessa in piedi. È il caso della Italcable di Cairano, acquistata dal curatore fallimentare e dagli operai con il contributo di Cooperazione Finanza Impresa, Coopfond e Banca Etica. In questo modo, l’azienda è rimasta collegata al territorio, riuscendo allo stesso tempo a promuovere uno sviluppo sia dal punto di vista economico che sociale.

Per citare altri esempi, va ricordata la Manfrotto prevede che uno dei 350 dipendenti sieda nel C.d.A. (a ciò vanno aggiunte anche altre misure di welfare aziendale); il regolamento RAI prevede che un membro del CDA sia scelto fra i dipendenti RAI; alla rinnovata attualmente “Sider Alloy” è prevista una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione, con in più il 5% della nuova società in proprietà dei lavoratori. Inoltre, la cd. “legge Marcora” permette che i dipendenti delle aziende in crisi ne possano prendere le redini; ripartendo sgravati dai debiti, ma accollandosi sia tutte le responsabilità di gestione sia i costi d’investimento.

Tra i casi più famosi c’è la Greslab, realtà con 68 operai nel settore della ceramica; è nata a Scandiano sulle ceneri della Ceramica Magica. Un caso di questo genere si trova in Lombardia: la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio.

E’ chiaro, pertanto, che tanti presupposti per esperienze di co-gestione e autogestione ci sono già. Ciò che manca è la volontà politica di impegnarsi ad approfondire le reali possibilità che questo nuovo orizzonte potrebbe delineare. A tale riguardo, va detto che i principali ostacoli all’attuazione dell’art. 46 della Costituzione sono stati i sindacati confederali, da una parte,e la Confindustria dall’altra. I primi cercavano di impedirne la realizzazione poiché avrebbe portato alla chiusura del rapporto classista vigente tra gli imprenditori e gli operai e quindi, avrebbero visto venir meno la loro figura politica e sociale. La Confindustria, invece, è stata da sempre contraria perché si sarebbe compromessa l’efficienza economica dell’impresa.

Ricordiamo, però, che recentemente -con decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 4 gennaio 2021- è stato istituito un nuovo regime di aiuto volto a rafforzare il sostegno alla nascita, allo sviluppo e al consolidamento delle società cooperative, prevedendo la concessione di un finanziamento agevolato alle società cooperative nelle quali le società finanziarie – partecipate dal Ministero dello sviluppo economico – assumano, ovvero abbiano assunto, delle partecipazioni ai sensi della predetta legge Marcora. (Cooperative – Nuova Marcora (mise.gov.it)

La Cogestione, come equiparazione fra capitale e lavoro, introduce la democrazia nei posti di lavoro, rendendo concreto il precetto dell’art. 46 della nostra Carta Costituzionale.

Nazionalizzazione delle industrie strategiche.

Il ministro federale dell’Economia della Germania Altmaier ha presentato il 29 novembre 2019 la sua “Strategia industriale nazionale 2030”.

Obiettivo della “Strategia Industriale Nazionale 2030”, secondo il ministro, è collaborare con gli attori economici per dare un contributo al recupero della competenza economica e tecnologica, della competitività e della leadership industriale a livello nazionale, europeo e mondiale.

La strategia industriale presentata è la prima a sviluppare una coerente strategia industriale nazionale ed europea basata su considerazioni fondamentali. Definisce i casi in cui l’azione dello Stato può essere giustificata -o addirittura necessaria in casi eccezionali-: a) evitare gravi svantaggi per l’economia nazionale; b) il benessere generale dello Stato. È allo stesso tempo un contributo alla formazione di un’economia di mercato a prova di futuro e la base per un dibattito normativo.

Altemaier ha dichiarato: ““La Germania è una delle realtà industriali più competitive al mondo e dovrebbe rimanere tale. Raggiungere questo obiettivo è responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato. È un punto di vista unilaterale. Ciò porta infatti vantaggi solo alla Germania. Il proposito, infatti, rientra nell’aggressiva ideologia “mercantilista” tedesca, che rende quel Paese strutturalmente incapace di “cooperazione” secondo i criteri keynesiani (non a caso Keynes è da sempre detestato dagli economisti e dai politici tedeschi).

Resta il fatto che la Germania si pone il problema del ruolo dello Stato nell’economia (libera da condizionamenti sociali, non è sostenibile e non genera ricchezza per la collettività). Ne consegue che in quell’ottica il ruolo dello Stato non può essere marginale, ma deve viceversa svolgere un ruolo attivo, indirizzando e talvolta assumendo in prima persona le scelte economiche. Non a caso Altemeier parla di responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato. Il tema di un ritorno dello Stato in economia, sia pure fuori dall’orizzonte mercantilistico tedesco, deve diventare centrale anche in Italia. C’è dunque bisogno di Stato.

Se ciò è vero per la Germania, a maggior ragione è vero per l’Italia, dove, per le congiunte dinamiche neoliberiste interne ed europee, da troppo tempo assistiamo ad un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno del Paese e ad un generale pessimismo su un futuro apparentemente senza prospettive. Lo Stato dovrebbe svolgere azione di sviluppo generale e di riequilibrio di una situazione nettamente sbilanciata a favore del capitale, che lascia ai lavoratori solo la prospettiva di salari magri oppure quella di rimanere senza lavoro, quindi destinati a far parte dell’esercito “industriale di riserva”, che da sempre ha la funzione di schiacciare i salari a vantaggio dei profitti.  In strema sintesi più stato e meno mercato.

dicembre 31, 2021

Democrazia assediata.

Di Beppe Sarno

L’art. 135, comma 1 della Costituzione afferma che la Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati:


• per un terzo dal Presidente della Repubblica;
• per un terzo dal Parlamento in seduta comune;
• per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa»;

I giudici della Corte costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati. Alla scadenza del termine il giudice costituzionale cessa dalla carica e dall’esercizio delle funzioni.

I giudici che attualmente compongono la Corte costituzionale e sono alla scadenza del mandato sono:

Giancarlo Coraggio, che attualmente riveste la carica di Presidente e dovrà essere sostituito dopo il 28 gennaio 2022. la sua nomina spetterà alla magistratura ordinaria e amministrativa.

Giuliano Amato e stato nominato dal presidente della Repubblica ed è in scadenza di mandato il 12 settembre 2022;

Daria de Pretis è stata nominata dal presidente della Repubblica ed è in scadenza di mandato al 18 ottobre 2023;

Nicolò Zanon e stato nominato dal presidente della Repubblica ed è in scadenza di mandato il 18 ottobre 2023.

Quindi il nuovo presidente della Repubblica nel biennio 2022 e 2023 dovrà nominare tre giudici costituzionali.

sono inoltre in scadenza Silvana Sciarra il cui mandato scade il 6 novembre 2023, Franco Modugno il cui mandato scade il 16 dicembre 2024, Giulio Prosperetti il cui mandato scade il 15 dicembre 2024 ed infine Augusto Antonio Barbera il cui mandato scade il 21 dicembre 2024.

Ciò significa che nei prossimi tre anni scadono otto giudici costituzionali e di questi tre saranno nominati dal presidente della Repubblica quattro dal Parlamento in seduta comune e soltanto uno dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

se Silvio Berlusconi dovesse essere eletto presidente della Repubblica avrebbe il diritto di nominare mentre componenti Della Corte costituzionale altri quattro verrebbero eletti dal Parlamento in seduta comune e soltanto uno dalla magistratura ordinaria.

Il capo dello Stato viene eletto dai cd. grandi elettori che in base alle regole vigenti saranno 1009(di fatto saranno1006): 630 deputati, 321 senatori (inclusi i senatori a vita) e 58 delegati regionali.

Nelle prime tre votazioni sarà necessario un quorum qualificato di due terzi dell’assemblea parlamentare, equivalente a 673 elettori su 1009 (il numero dei Grandi elettori). 

Dal quarto scrutinio pertanto  saranno sufficienti 504 voti per essere eletto presidente e non parteciperanno al voto i Presidenti di Camera e Senato.

Il centrodestra può contare su una base teorica di 452 voti in parlamento mentre il centrosinistra (PD,5stelle, leu e altri) contano su 436 grandi elettori. Determinanti saranno i voti dei parlamentari che non sono ascrivibili a nessuno dei due fronti.

Il quadro politico della Corte Costituzionale sarebbe completamente stravolto se Berlusconi e forse anche Draghi, venissero  eletti Presidente della Repubblica. Dei quindici membri infatti tre di nomina presidenziale verrebbero scelti fra le file del centrodestra, come pure i quattro in scadenza di mandato che dovranno essere eletti dal parlamento in seduta comune: Se dovesse vincere il centrodestra alle elezioni del 2023 avremmo altri quattro componenti scelti fra le file del centrodestra, in sostituzione di quattro eletti dal PD e dai 5 stelle; ciò significa che sette su quindici giudici costituzionale saranno di orientamento conservatore a cui si aggiunge Luca Antonini eletto in quota Lega Nord e quindi si può affermare con un certo grado di sicurezza che nei prossimi tre anni la Corte Costituzionale avrà fra i suoi componenti otto giudici sicuramente orientati a destra.   

E’ stato opportunamente detto “ la previsione di un organo investito del potere di incidenza sulla legge delinea un tipo di controllo che è politico nella sostanza, in quanto diretto a eliminare atti del potere politico quali sono le leggi, ma giurisdizionale della forma, in quanto esercitato attraverso lo strumento del processo che si svolge davanti a un giudice imparziale”.

Ora il potere della Corte Costituzionale è enorme perché se è vero che il suo ruolo fondamentale e quello di mantenere un equilibrio fra giudice e legislatore per garantire l’osservanza della Costituzione, chi ci garantisce che una Corte Costituzionale politicamente sbilanciata  “scriva” un precetto normativo in via sostitutiva del Parlamento?

Già per il passato la nostra Corte Costituzionale si è assunta la responsabilità di svolgere una sorta di potere costituente, fondato sull’estrapolazione dei nuovi diritti dalla norma costituzionale attraverso tecniche interpretative. Si pensi, tra gli altri, al diritto alla riservatezza, al diritto all’ambiente, al diritto all’identità sessuale: tutti diritti non previsti e disciplinati in Costituzione ma ritenuti diritti fondamentali costituzionali in virtù di pronunciamenti della Corte. E che dire del giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo? E’ stato detto che “Di fatto la  Corte ha riscritto l’art. 75 della Costituzione, introducendo nuovi limiti – ben oltre cioè quelli già disciplinati in Costituzione – alla promovibilità del referendum abrogativo, suscettibili di essere, di volta in volta, integrati, modificati, ampliati.” Non a caso, ed è questo il pericolo di una Corte Costituzionale orientata a destra, in  una sentenza che non è stata l’ultima (la n. 1146 del 1988), è stato detto «la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o altre leggi costituzionali […]. Non si può negare che la Corte sia competente a giudicare sulla conformità delle leggi di revisione costituzionale e delle altre leggi costituzionali anche nei confronti dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale».

Ciò significa che la Corte Costituzionale può di fatto arrogarsi il diritto di  rovesciare la Costituzione, irrigidendola oltremodo, integrandola con interventi paracostituenti, dilatandola per consentire di fare entrare nel testo diritti fondamentali, ovvero processi sovranazionali.

Che la Corte Costituzionale abbia svolto un ruolo politico a volte anche di supplenza è cosa nota. Esiste però il pericolo che una Corte non politicamente equilibrata, come quella che verrà, attraverso sentenze politicamente eterodirette stravolga la  democrazia rendendo sempre più precaria la difesa dei diritti costituzionalmente garantiti.

dicembre 15, 2021

l 20 GIUGNO 1976: INIZIAVA IL DECLINO DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI

I

di Franco Astengo

Quarantacinque anni fa, 20 giugno 1976, le elezioni politiche anticipate, seguenti il “terremoto” (l’Unità: “l’Italia è cambiata davvero”) verificatosi con i risultati delle amministrative svoltesi 12 mesi prima, registrava il massimo consolidamento del sistema imperniato sui grandi partiti di massa.

Quel sistema che aveva egemonizzato la scena politica italiana dal dopoguerra in avanti.

Verifichiamo alcune cifre.

In quel 20 giugno 1976:

Gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all’estero).

I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalla elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).

I voti ritenuti validi assommarono a : 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.

I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.

Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all’interno del partito con l’avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all’82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.

Un risultato che poteva davvero far pensare all’egemonia incontrastata di quella che Pietro Scoppola avrebbe poi definito “La Repubblica dei Partiti”.

Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.

Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975 ,grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza.

Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un’ondata “lunga” di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell’autunno caldo del 1969, il progredire dell’estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale, la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell’Algeria.

Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista.

Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l’avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all’1,5%.

Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della “zona grigia” presente nell’intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della “prima linea” militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito “movimento del ’77”).

La DC aveva invece attraversato l’inizio degli anni’70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da “legge e ordine” dopo l’attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l’esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull’Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell’occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli “turatevi il naso e votate DC”, la “maggioranza silenziosa” di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).

Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di “terza fase” in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d’avvicinamento verso il PCI.

Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d’ordine anticomuniste.

Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di “bipartitismo imperfetto” coniata da Giorgio Galli: una DC di centro – destra e un PCI egemone a sinistra, con “l’imperfetto” a significare l’impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d’alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell’arco costituzionale espressione diretta della linea del “compromesso storico” elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell’impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all’interno del PSI anche se non completamente e contestata all’interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto.

Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista.

Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall’astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).

Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.

Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa .

La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.

La “politica” aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall’esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post – rapimento Moro, con l’esito del referendum dell’11 giugno 1978 su”legge Reale” e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell’elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).

Alle elezioni anticipate del 1979 l’afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti.

L’esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa .

Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all’esplosione definitiva avvenuta all’inizio del anni’90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.

Un declino, in quel momento, non avvertito a livello sistemico.

I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una “logica della governabilità” e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.

Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni ’60 – ’70.

Ci si avviava così alla drammatica “festa” degli anni’80: quelli dei cancelli della Fiat e della “Milano da bere”.

dicembre 15, 2021

Si è interrotta la catena dei rifornimenti, ma non quella degli speculatori.

Di Alberto Angela

Ricorrere alla metafora Smithiana della mano invisibile quale colpevole della interruzione della catena degli approvvigionamenti, costituirebbe una semplificazione della crisi che sta investendo il mondo ancora alle prese con la pandemia COVID 19. Nessuno, men che meno gli economisti di rito classico avevano presagito quale sarebbe stato il disastro sulla logistica nella fase centrale della pandemia. Ora lo sappiamo, perché abbiamo appreso quale sia la portata dell’interruzione della catena di approvvigionamento globale. I media ci hanno messo di fronte a un docufilm attraverso cui abbiamo potuto vedere navi portacontainer attraccate ai più grandi porti o file di autotreni in attesa di svolgere il proprio lavoro di trasporto delle merci. Manca di tutto, chip per computer, attrezzature per esercizi, cereali per la colazione, medicinali, materie varie per le attività industriale. Dai giornali e dalla TV abbiamo appreso che il mondo è a corto di moltissimi prodotti. Sorprende questa notizia, visto che viviamo in un epoca in cui ci siamo abituati a fare clic e ad aspettare che tutto ciò che desideriamo arrivi alle nostre porte. So di molti miei amici che da mesi aspettano di ricevere lo smartphone o di altri che devono rinunciare alla pretesa di avere l’auto nuova, da lungo tempo ordinata, con il colore preferito. La pandemia fin dai suoi inizi è stata una lezione terribile a causa dalla mancata disponibilità e ritardi nei rifornimenti dei dispositivi medici. La pandemia ha quasi interrotto ogni procedura della catena di approvvigionamento globale; cioè il percorso solitamente invisibile di produzione, trasporto e logistica che porta le merci da dove sono fabbricate, estratte o coltivate fino al luogo del deposito o dell’ordinazione, e poi nelle vicinanze della nostra abitazione. Alla fine della catena c’è un’altra azienda o un consumatore che ha pagato per il prodotto finito e la scarsità ha fatto aumentare i prezzi di molte cose, da cui, come l’Araba Fenice, riprende a padroneggiare la speculazione. Quindi, i segnali c’erano già nella fase iniziale della pandemia.  Le fabbriche in alcune parti del mondo in cui si trova gran parte della capacità produttiva mondiale, paesi come Cina, Corea del Sud e Taiwan, nonché nazioni del sud-est asiatico come il Vietnam e giganti industriali europei come la Germania,  sono state duramente colpite dalla diffusione dei casi di coronavirus. Molte fabbriche hanno chiuso o sono state costrette a ridurre la produzione perché i lavoratori erano malati o in isolamento. In risposta, le compagnie di navigazione hanno ridotto i loro impegni in previsione di un calo della domanda di merci in movimento in tutto il mondo. La spiegazione che viene data è che con il lockdown il cittadino ha fatto più acquisti, per cui la quantità e la tempistica degli  acquisti dei consumatori hanno sommerso il sistema. Le fabbriche, la cui produzione tende ad essere predefinita mediante un  processo di programmazione abbastanza prevedibile, si sono impegnate ad aumenta tali processi per soddisfare un’ondata imprevista di ordini e questo ha prodotto i suoi problemi organizzativi. Le fabbriche generalmente hanno bisogno di introdurre componenti, programmare i tempi e la logistica per realizzare le cose che esportano. Ad esempio, un computer assemblato in Cina potrebbe richiedere un chip prodotto a Taiwan o in Malesia, un display a schermo piatto dalla Corea del Sud e dozzine di altri dispositivi elettronici provenienti da tutto il mondo, che richiedono prodotti chimici specializzati da altre parti della Cina o dell’Europa. Il drammatico aumento della domanda ha intasato il sistema di trasporto delle merci alle fabbriche che ne avevano bisogno. Allo stesso tempo, i prodotti finiti, molti dei quali realizzati in Cina, si accumulavano nei magazzini e nei porti di tutta l’Asia a causa di una profonda carenza di container.

In parole povere, i prodotti sono rimasti bloccati nei posti sbagliati. Nella prima fase della pandemia, poiché la Cina ha spedito enormi volumi di dispositivi di protezione come maschere per il viso e camici ospedalieri in tutto il mondo, i container sono stati scaricati in regioni come l’Africa occidentale e l’Asia meridionale, che generalmente non rimandano in Cina altri prodotti diversi  e di cui  il Paese ha necessità. In quei luoghi, allora, i container vuoti si accumulavano proprio mentre le fabbriche cinesi stavano producendo una potente ondata di altri beni destinati ai ricchi mercati del Nord America e dell’Europa. Poiché i container erano scarsi e la domanda di spedizione intensa, il costo del trasporto delle merci è salito alle stelle. Prima della pandemia, spedire un container da Shanghai a Los Angeles costava forse 2.000 dollari. All’inizio del 2021, lo stesso viaggio costava fino a  25.000 dollari. E molti container venivano buttati giù dalle navi e costretti ad aspettare, aggiungendo ritardi lungo tutta la catena di approvvigionamento. Persino grandi aziende come Target e Home Depot hanno dovuto aspettare settimane e persino mesi per portare i loro prodotti di fabbrica finiti sulle navi.

Nel frattempo, nei porti del Nord America e dell’Europa, dove arrivavano i container, il pesante afflusso di navi ha travolto la disponibilità delle banchine. Allo stesso tempo, camionisti e lavoratori portuali sono rimasti bloccati in quarantena, riducendo la disponibilità delle persone per scaricare le merci e rallentando ulteriormente il processo. Questa situazione è stata aggravata dalla chiusura del Canale di Suez dopo che una gigantesca nave portacontainer vi è rimasta bloccata, e poi dalle chiusure dei principali porti cinesi in risposta ai nuovi casi di Covid. Molte aziende hanno risposto alle carenze iniziali ordinando articoli extra, aumentando le tensioni sui porti e riempiendo i magazzini . Con i magazzini pieni, i container, che improvvisamente fungono da aree di stoccaggio e si accumulano nei porti, il risultato è stato la madre di tutti gli ingorghi. Quasi tutto ciò che viene prodotto o fabbricato, dai prodotti chimici all’elettronica alle scarpe da corsa. Le carenze generano altre carenze. Un produttore di vernici che ha bisogno di 27 sostanze chimiche per realizzare i propri prodotti potrebbe essere in grado di acquistarne tutte tranne una, ma quella, forse bloccata su una nave portacontainer al largo del porto di Trieste, potrebbe essere sufficiente per fermare la produzione. Si consideri la domanda delle nuove auto, che beneficiano di contributi governativi, usano chip per computer, molti di loro, e la carenza di chip ha reso più difficile la produzione di veicoli. A sua volta, ciò ha reso più difficile e costoso acquistare automobili.

Se stiamo a quanto scrivono alcuni politici ed economisti la carenza nella catena di approvvigionamento globale sembra potersi spiegare e giustificare ricorrendo alla pandemia, che ha sicuramente reso l’offerta e la domanda estremamente volatili, spostandosi più velocemente di quanto la catena di approvvigionamento possa adattarsi. Ma si può anche spiegare dal comportamento speculativo delle aziende produttrici, le quali per decenni hanno mantenuto e accumulato le scorte a livelli scarsi per limitare i loro costi, cosicchè all’accrescersi della domanda è stato per loro redditizio spostare sui prezzi dei prodotti resi carenti ulteriori incrementi dei loro profitti. Poi ci sono i gruppi di monopolio esercitato sulle materie prime, cioè delle terre rare a cui si associa il ricatto, non solo economico, esercitato dai paesi che controllano queste aree e i flussi di petrolio e gas naturale. La risposta a questi problemi non può essere data da un solo paese, qui occorre che sia l’Europa a costruire in fretta una sua iniziativa per impedire che i deboli segnali di ripresa dell’economia dell’area europea non siano soffocati da politiche speculative e monopolistiche, mettendo in atto tutte le difese che il momento difficile richiede per non compromettere quanto costruito in questi anni. Nell’ultimo Consiglio dell’Europa la questione strategica dello stoccaggio europeo del gas è stata posta con forza da Draghi, con l’invito ad assumere una più responsabile linea di chiarezza verso i paesi fornitori, in primis la Russia. Nello stesso tempo è stata affrontata la difficile materia della transizione energetica, che richiederà tempo e investimenti, nonché costi rilevanti prevedibilmente a carico dei consumatori, per cui, anche su questa condizionalità Draghi ha richiamato l’attenzione del Consiglio, confidando che alla fine l’Europa si mobiliti più rapidamente, superando i diversi interessi che tra i 27 sembrano ancora prevalere e ritardare una risposta. Singolare situazione politica quella del nostro Paese, che deve affidarsi ad un ex Banchiere per uscire da una crisi economica e sociale terribile, cogliendo l’opportunità di ingenti risorse finanziarie concesse dall’Europa contro la quale una parte della maggioranza di governo dell’emergenza cannoneggiava proponendosi financo l’obiettivo di uscire dall’Euro. Il momento è difficile e le alternative non sono all’orizzonte. Dobbiamo solo sperare che quando residua dei partiti della sinistra sappia trovare un’idea miracolosa sulla quale ricostruire l’identità della sinistra in una visione moderna e all’altezza dei compiti che il presente c’impone di affrontare per un futuro diverso.

novembre 9, 2021

Fare economia seguendo nuovi modelli Teorici. ( da uno scritto di Paul Krugman.

di Alberto Angela

Ormai dovremmo avere compreso che i premi Nobel per l’economia vengono assegnati per la ricerca sostenuta con studi condotti su diverse discipline e su lungo termine, premi assolutamente non assegnabili a quella parte di economisti che preferisce i dibattiti dei talk show per esporre le proprie tesi, le quali non hanno necessariamente molta attinenza con il momento politico. Per questo ci si potrebbe aspettare che la disconnessione tra i due momenti sia particolarmente qualificante quando il premio viene assegnato principalmente per lo sviluppo di nuovi metodi di ricerca e determinano nuove discipline di pensiero. Il riferimento è all’ultimo premio Nobel, assegnato a David Card, Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens, leader nella ” rivoluzione della credibilità ” – un cambiamento nel modo in cui gli economisti usano i dati per valutare le teorie che hanno travolto il modo di condurre ricerche ed elaborare tesi sull’economia lontane dalla generazione passata. Seguendo questo metodo si scopre, nondimeno, che la rivoluzione della credibilità è estremamente rilevante per i dibattiti attuali. Gli studi che utilizzano il nuovo approccio hanno, in molti casi, anche Fare se non in tutti, rafforzato l’argomento per un ruolo dei Governi più attivo nell’affrontare la disuguaglianza.

Gli economisti generalmente, per la naturale caratteristica del loro lavoro teorico esclusivamente di ricerca, non possono fare esperimenti controllati: tutto ciò che possono fare è osservare. E il problema con il tentativo di trarre conclusioni dalle osservazioni economiche è che in un dato momento e luogo possono accadere molte cose sulle quali essi devo indagare e studiare. Prima della “rivoluzione della credibilità”, gli economisti cercavano fondamentalmente di isolare gli effetti di particolari politiche o altri cambiamenti utilizzando elaborati metodi statistici per controllare altri fattori. In molti casi è tutto ciò che gli economisti possono fare. Ma qualsiasi tentativo del genere è valido solo quanto lo possono essere i controlli sui risultati, e in genere c’è spazio infinito per la disputa sui risultati stessi per le diverse modalità di raccolta ed elaborazione e per la messa a punto di una tesi.

Negli anni ’90, tuttavia, alcuni economisti si sono resi conto che esisteva un approccio alternativo, quello di sfruttare gli “esperimenti naturali”, cioè situazioni in cui i capricci della storia forniscono qualcosa di simile al tipo di sperimentazione controllata che i ricercatori potrebbero voler condurre ma non possono. L’esempio più famoso è la ricerca che David Card ( economista Canadese ) ha condotto insieme al compianto Alan Krueger sugli effetti del salario minimo . La maggior parte degli economisti credeva che l’aumento del salario minimo riducesse l’occupazione. Ma questo è vero? Nel 1992 lo stato del New Jersey deliberò di aumentare il suo salario minimo, mentre la vicina Pennsylvania no. Card e Krueger si resero conto che potevano valutare l’effetto di questo cambiamento di politica confrontando la crescita dell’occupazione nei due stati dopo l’aumento dei salari, essenzialmente usando la Pennsylvania come controllo per l’esperimento del New Jersey. Il risultato della scoperta fu che l’aumento del salario minimo ebbe un effetto negativo molto scarso o nullo sul numero di posti di lavoro, un risultato confermato poi da molti altri casi . Questi risultati giustificano non solo l’aumento dei salari minimi, ma a sono irrilevanti. Nel complesso, quindi, la moderna economia basata sui dati tende a sostenere politiche economiche più attive: aumentare i salari, aiutare i bambini e aiutare i disoccupati sono tutte idee migliori di quanto molti politici sembrino credere. Ma perché i fatti sembrano supportare un’agenda progressista? La risposta principale è che in passato molte persone influenti si sono servite di argomenti economici che potrebbero essere usati per giustificare un’elevata disuguaglianza. Non possiamo aumentare il salario minimo, perché ciò ucciderebbe i posti di lavoro; non possiamo aiutare i disoccupati, perché ciò danneggerebbe i loro incentivi a lavorare; e così via. In altre parole, l’uso politico della teoria economica tende ad avere un pregiudizio di destra, sicuramente politicamente conservatrice. Ma ora abbiamo prove che possono essere utilizzate per verificare questi argomenti, e alcuni di quelli contrari a queste tesi non reggono. Quindi la rivoluzione empirica in economia mina la saggezza convenzionale di destra che aveva dominato il discorso. In questo senso, le prove risultano avere un pregiudizio liberale e conservatore. Ancora una volta, la ricerca onorata da questo Nobel non è politica, ma ha importanti implicazioni politiche. E la maggior parte di queste implicazioni favorisce uno spostamento politico a sinistra.

ottobre 24, 2021

La terza via.

Di Beppe Sarno

Karl Kautsy è stato sempre definito dai comunisti un “revisionista” e anche un “opportunista” traditore della causa dei lavoratori che introduceva nell’ortodossia comunista intransigente le “le idee borghesi”.

Per i comunisti ortodossi il presupposto di questa condanna nei confronti del grande teorico della seconda internazionale era che l’unica teoria possibile per interpretare gli interessi del proletariato era quella marxista-leninista. Tutte le altre teorie, ovviamente, erano espressione degli intellettuali borghesi.

Va osservato, però, che lo stesso Lenin in “Che fare?” riconosceva che le idee socialiste erano frutto dell’elaborazione teorica di intellettuali borghesi. Lenin, in maniera arbitraria, invece di concludere che,  dati i presupposti,  per la costruzione del socialismo sarebbe stata necessaria la collaborazione ed il contributo culturale proveniente da ogni parte della società, concludeva invece che solo la filosofia marxista  esprimeva gli interessi dei lavoratori. Secondo questa visione solo il partito comunista era quella istituzione privilegiata che aveva il diritto di definire quali fossero gli interessi per i lavoratori. Questa singolare elaborazione teorica fu definita  da Ignazio Silone “L’oppio del proletariato” Cioè quella droga ideologica che  consentiva ai comunisti duri e puri di esercitare la loro personale dittatura sui lavoratori.

Si sono visti i risultati!

L a  situazione che stiamo vivendo vede da una parte una destra arrogante e prevaricatrice che accettando l’idea liberista ne accentua i caratteri eversivi e illiberali dall’altra parte, invece, una sinistra sedicente socialdemocratica che utilizzando in maniera scorretta le idee socialdemocratiche  accetta il liberismo e se ne fa alfiere.

Karl Kautsy fu un sincero democratico e un grande socialista. Per chi, come una parte del movimento socialista, si richiama ai principi espressi dalla nostra Carta Costituzionale e la difende e ne chiede l’attuazione, opponendosi ad un governo che invece ogni giorno ne calpesta i principi e cerca di imporre scelte antidemocratiche, Karl Kautsy può diventare un riferimento ideologico e morale (perché no?).

Nei suoi libri Karl Kautsy, In polemica con il bolscevismo, afferma che il proletariato è pronto per il potere “quando coloro che vogliono il socialismo sono diventati più forti di coloro che non lo vogliono”. Ovviamente perché ciò avvenga non si può non tener conto dello sviluppo economico “cioè dall’aumento del numero dei proletari, di coloro che hanno interesse al socialismo e dalla diminuzione dei capitalisti.” Karl Kautsy si schiera contro la violenza affermando che se il socialismo “ha profonde radici nelle masse” perché queste dovrebbero far uso della violenza dal momento che  l’uso della violenza sarà necessaria “unicamente per tutelare la democrazia e non per sopprimerla.?” l’ostilità nei confronti del socialismo e perché interessi oggettivi non trovano un riconoscimento. “Quando ci sono liberi parlamenti- osserva Kautsy- ogni classe o partito può esercitare la più libera critica su ogni proposta di legge, indicarne le debolezze e anche farne conoscere l’ampiezza dell’ ostilità che eventualmente incontra tra il popolo”. Ecco perché la democrazia e nel nostro caso la Costituzione,  va difesa come il metodo per affermare una società più giusta e solidale. Il governo Draghi appoggiato dalla Confindustria sta andando nella direzione opposta. All’indomani nelle recenti elezioni amministrative Draghi ha affermato che “ il Governo va avanti: l’azione del governo non può seguire il calendario elettorale” Come dire: gli strumenti della democrazia hanno solo  la funzione notarile di certificare l’operato del governo senza per questo poter intervenire per discutere o controbattere alle decisioni del governo. D’altro canto quando la piazza si muove giustamente o meno il governo non esita a mandare in piazza la polizia con gli idranti e i manganelli. n questo quadro è  chiaro che la destra eversiva trova spazio per aggredire la CGIL  quale simbolo del mondo del lavoro. Ritornando a Kautsy e alla necessità di una terza via, ora più che mai è indispensabile e necessario stare attenti a non identificare il pensiero di Kautsy con  la teoria e con la prassi di quei partiti che si definiscono socialisti o di  derivazione socialdemocratica. infatti Kautsy “riconosce che la rivoluzione sociale alla quale aspira il proletariato non può essere condotta a compimento se esso non arriva a conquistare il potere politico” e Kautsy aggiunge “il proletariato non può arrivare al potere politico senza rivoluzione, senza un grosso cambiamento dei rapporti di forza nello Stato, ma semplicemente grazie a una tattica intelligente di collaborazione con i partiti borghesi vicini al proletariato, insieme ai quali si possa formare un governo di coalizione che nessuno dei partiti che compongono la coalizione potrebbe costituire da solo” e continua “il potere statale e soprattutto un organo del dominio di classe” e ancora “un partito proletario in un governo di coalizione borghese diventerà inevitabilmente complice delle azioni di repressione contro il proletario, la complicità in queste azioni lo farà disprezzare dal proletariato, ma al tempo stesso non gli servirà a conquistarsi la fiducia dei suoi alleati borghesi e gli impedirà di svolgere qualsiasi attività utile” .

Kautsky a differenza dei socialisti nostrani complici di governi ultraliberisti chiarisce che per lui la borghesia man mano che il proletariato aumenta “è tentata di provocare la guerra civile per paura della rivoluzione” e non è lontano il tempo che “ il borghese sarà capace di tutto e quanto maggiore sarà la sua paura, tanto più selvaggiamente esigerà del sangue.” in riferimento all’imperialismo Kautsy ammonisce” l’imperialismo non può essere condotto avanti senza forti armamenti, senza flotte che siano in grado di ingaggiare battaglie nei mari più lontani.” la realtà dei nostri giorni ha dato ragione al teorico della seconda internazionale.

Secondo Kautsky le riforme sociali e le misure di protezione del lavoro non sono più possibili e gli unici obiettivi che i lavoratori debbano tenere di mira sono la conquista dei diritti politici e un regime parlamentare effettivo suscettibile di essere usato un giorno dal proletariato come strumento per il suo dominio democratico di classe. “Finché questi compiti non saranno realizzati, esso non potrà sperare in alcun progresso riformistico di una certa importanza tenuto conto della crescita delle associazioni di imprenditori, dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dell’afflusso di strati più arretrati di operai, del ristagno generale della legislazione per le riforme sociali, del crescere degli oneri dello Stato, che in gran parte vengono accollati al proletariato.” Sembra la fotografia di quello che sta accadendo ai giorni nostri grazie governo Draghi, che le due vie: la destra  e la  sinistra unite insieme in un abbraccio mortale, portano avanti sotto l’occhio benevolo della Confindustria. in questa situazione ogni alleanza con i partiti della borghesia, diventa una pura illusione.

Rileggendo Kautsky si può capire quanto diversa sia l’impostazione ideologica e politica dell’autore rispetto a quelle sinistre contemporanee che ne rivendicano l’eredità. Di fronte a un imperialismo sfrenato e dissennato che stiamo vivendo nella fase attuale certamente il pensiero di Kautsky non può risolvere tutti i problemi che si presentano ma nonostante ciò “la terza via” non può e non deve essere una utopia riservata a pochi intellettuali; dobbiamo invece domandarci se esiste ancora una terza via o non vi sono più alternative alla compromissione borghese.

Occorre cioè non rimettere in discussione il pensiero di Kautsky, ma integrare e attualizzare le sue analisi storico sociali. Occorre, cioè, liberarsi di quelle teorie che attribuiscono l’imperialismo e la guerra unicamente alle contraddizioni del capitalismo, sicché basta che i lavoratori mandino al governo i propri rappresentanti perché vengono eliminati tutti i contrasti. Rinunciare a percorrere la terza via e comportarsi e lavorare diversamente significherebbe intraprendere una via senza uscita che ci condannerebbe all’irrilevanza politica e a ricoprire il ruolo di compagni visionari e generosi destinati a gridare alla luna senza che ci sia nessuno che ci ascolti.

settembre 21, 2021

Salvare l’alto calore Servizi s.p.a. si può. Basta volerlo.

Beppe Sarno coordinatore  regionale di Risorgimento Socialista.

 Il tribunale non può dichiarare il fallimento del debitore che abbia depositato la domanda di concordato con riserva ai sensi dell’art. 161 comma 6 l.fall..

Questo un principio ormai consolidato dalla giurisprudenza di merito e della Suprema Corte di Cassazione.

La sezione fallimentare del Tribunale di Avellino vista l’istanza della Procura della Repubblica di Avellino  ha fissato per il giorno 19 ottobre p.v. l’udienza di comparizione del legale rappresentante della società Alto calore Servizi s.p.a. 

Prima dell’udienza L’Alto calore servizi s.p.a dovrà depositare gli ultimi tre bilanci, una situazione patrimoniale economica e finanziaria aggiornata al 30 agosto; l’esistenza di eventuali procedure esecutive.

Sulla base delle deduzioni della società il tribunale dovrà decidere se dichiarare o meno il fallimento della società Alto calore Servizi s.p.a.

Il risultato, a parte eventi o interventi straordinari, appare scontato il Tribunale di Avellino sarà obbligato a dichiarare il fallimento della società, considerando i 150 milioni di euro di debito risultanti dall’ultimo bilancio, verificando altresì che i crediti che il presidente Ciarcia ha dichiarato esigibili per un importo di oltre 80 milioni di euro per  ben  72 milioni di euro sono inesigibili perché caduti in prescrizione e considerando infine che i piani di rateizzazione richiesti dagli utenti morosi sono rimasti lettera morta.

Infine a quanto risulta gli istituti di credito non concedono più alcuna elasticità alla società Alto Calore e sembra che siano stati congelati due mutui da un totale di 12 milioni di euro.

Come pensa il presidente Ciarcia i convincere la Sezione fallimentare del tribunale di Avellino a non dichiarare il fallimento della società da lui amministrata resta un mistero. Dice Ciarcia “faremo valere le nostre ragioni”. Peccato per lui, però, che anche la Procura della Repubblica farà valere le sue ragioni all’esito di un’indagine durata quattro anni. Vedremo. Sta in fatto che nel 2018 il Presidente Ciarcia nel chiedere i soci la ricapitalizzazione della società dichiarò pubblicamente che quello strumento era l’unica soluzione per evitare il fallimento dell’azienda. “La pesante situazione debitoria dell’Alto Calore non ci consente di andare avanti in questo modo”, aveva affermato Ciarcia ammattendo implicitamente lo stato di insolvenza della società.

Speriamo che il presidente dell’alto calore servizi SPA sia in grado di spiegare alla sezione fallimentare del tribunale di Avellino quale miracolo abbia compiuto per far cambiare la situazione disastrosa in cui  nel 2018 versava la società da lui amministrata.

Se dovesse essere dichiarato il fallimento della società Alto calore Servizi spa si verificherebbero una serie di conseguenze previste dagli articoli 42 e segg. Della legge fallimentare.

Il primo comma dell’art. 42 della L.F. dispone:“la sentenza che dichiara il fallimento, priva dalla sua data il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento”.

Nominato il Curatore, questo entro trenta giorni dovrà depositare una relazione da inviare alla competente Procura della repubblica per verificare la sussistenza di eventuali reati.

Si aprirà quindi, presumibilmente anche la fase penale della vicenda con l’incriminazione degli amministratori attuali e precedenti per il reato di bancarotta.

Il delitto di bancarotta fraudolenta è previsto attualmente dall’art. 322 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, il quale punisce con la pena della reclusione da tre a dieci anni, l’imprenditore che, dichiarato in liquidazione giudiziale, abbia distrutto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni, ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, abbia esposto o riconosciuto passività inesistenti (comma 1, lett. a), oppure abbia sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li abbia tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (comma 1, lett. b).

Oltre alla pena principale vi sono una serie di pene accessorie quali ad esempio l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”.

Inoltre gli amministratori della società presenti e passati in base all’art. 12 del T.U. 19 agosto 2016, n. 175, che nel  riordinare la materia delle società a partecipazione pubblica, prevede “azioni civili di responsabilità previste dalla disciplina ordinaria di società di capitali”,  fa espressamente “salva la giurisdizione della Corte dei conti per il danno erariale causato dagli amministratori e dai dipendenti delle società in house”, possono avanzarsi notevoli dubbi sulla concorrenza nei confronti degli stessi soggetti di azioni in sede civile e contabile per i medesimi atti di mala gestio.

Il fallimento manderà a casa i dipendenti, farà saltare tutte le aziende affidatarie di lavori, i creditori perderanno i loro crediti fino all’ultimo euro. Forse i creditori privilegiati prenderanno qualche cosa ma solo alla chiusura del fallimento la cui durata media in Campania si attesta sugli 8,7 anni, secondo gli indici ISTAT.

Mi auguro per il Presidente Ciarcia e per tutti noi, che questa ipotesi da incubo non abbia a verificarsi.

Temo però per lui e gli altri amministratori che questa speranza sia vana.

Morta l’Alto calore Servizi s.p.a. la Regione Campania dovrà procedere ai sensi dell’art. 29 dal regolamento regionale 6 marzo 2018, n. 2 e 18 maggio 2020, n. 6 a evocare la concessione della distruzione delle acque.

Molto probabilmente si procederà temporaneamente alla nomina di un commissario per poi ridefinire la concessione concedendola ad altro soggetto giuridico  pubblico o privato.

Ecco perché molti fanno il tifo perché venga dichiarato il fallimento dell’alto calore SPA in modo tale da poter far diventare realtà il sogno di alcuni politici di cui coraggiosamente il direttore di Orticalab Marco Staglianò ha fatto i nomi, a cui ha fatto eco l’ex presidente dell’Alto calore, ingegnere Maselli il quale ha rivendicato la sua gestione virtuosa dell’ente.

Esiste però una soluzione alternativa al fallimento e cioè che l’organo amministrativo della società alto calore servizi SPA il 19 ottobre si presenti in tribunale e  depositi istanza di concordato con riserva ai sensi dell’articolo 161 comma sei della legge fallimentare.

il primo effetto di questa domanda sarebbe l’impossibilita del tribunale fallimentare di dichiarare il fallimento avendo l’obbligo di concedere un termine di 60 giorni per il deposito del piano del concordato. Tale termine può essere ulteriormente prorogato per altri 60 giorni. Nelle more il tribunale deve nominare un commissario per controllare l’attività della società in questo periodo intermedio. Depositato il piano del concordato entro il 120 esimo giorno i i creditori chirografari saranno chiamati a votare il piano del concordato in continuità e una volta approvato la società Alto Calore servizi SPA potrebbe continuare a gestire il servizio di distribuzione alle acque sotto il controllo del tribunale attraverso i commissari. Nel frattempo i debiti antecedenti all’apertura del concordato rimarrebbero congelati e ogni azione esecutiva per crediti anteriori non potrebbe essere avanzata. Nel piano così concordato la società sarebbe chiamata a pagare i propri debiti non garantiti da privilegio per un importo non superiore al 20%, dovendo invece pagare i debiti privilegiati per l’intero. Questo significa che i 150 milioni di debito di cui si parla potrebbero essere ridotti in maniera esponenziale e pagati con i tempi della durata del concordato. Si eviterebbe così il fallimento e tutte le conseguenze negative soprattutto in merito ai reati fallimentari, si salverebbero centinaia di posti di lavoro, le ditte sub fornitrici potrebbero continuare a lavorare e soprattutto l’acqua rimarrebbe nelle mani nella società alto calore servizi SPA e non ai privati. Il presidente Ciarcia dovrebbe avere il coraggio di assumere l’iniziativa per far deliberare agli amministratori la volontà di depositare la domanda di concordato preventivo con riserva ai sensi dell’art. 161 comma 6 l.fall. ma per fare questo prima del 19 ottobre dovrebbe convocare il consiglio di amministrazione per prendere atto della situazione di insolvenza della società. Alternativamente i soci che rappresentano almeno il 10% del capitale sociale potrebbero chiedere la convocazione dell’assemblea dei soci per deliberare in ordine alle misure da adottare per salvare dal fallimento la società. Anche il sindaco di Avellino da solo, poiché rappresenta il 10% del capitale sociale, può invitare Ciarcia a convocare l’assemblea dei soci. Il  tempo stringe e il tempo delle decisioni è arrivato, chi ha le responsabilità se le assuma prima che sia troppo tardi.

settembre 19, 2021

La lotta di classe delle multinazionali.

Di Beppe Sarno

Sabato 18 settembre a Firenze  una grande giornata di lotta ha visto protagonisti i lavoratori della GKN per protestare contro i 422 licenziamenti comunicati a luglio dalla multinazionale britannica, oggi proprietà di un fondo americano.

Niente sarà come prima!  Così si diceva all’inizio della pandemia e “insieme ce la faremo.” Tutti i lavoratori italiani, soprattutto quelli impiegati nella sanità hanno dato prova di solidarietà, salvando vite umane, facendo funzionare fabbriche, negozi, supermercati.  

Passata l’emergenza, però tutto è tornato come prima, perchè Matteo Draghi capo del governo  ha scelto di privilegiare un sistema produttivo finalizzato esclusivamente al massimo profitto gestito dalle multinazionali finanziarie.

Oltre trentamila persone hanno aderito alla manifestazione di Firenze; erano presenti oltre quaranta sigle di sinistra fra cui socialisti e comunisti per una volta uniti, rappresentanze sindacali, l’ANPI.

Esiste un progetto politico degli imprenditori che tende a  dare il colpo di grazia ai lavoratori. La guerra contro i lavoratori è  iniziata da oltre trent’anni per distruggere un sistema di diritti sociali, politici ed economici conquistati con oltre mezzo secolo di lotte. La pandemia ha rappresentato per gli imprenditori il volano per intensificare questa guerra con delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti, licenziamenti, uso di manodopera a basso costo e senza protezioni.  Si parla di bene pubblico, di interessi generali del paese, ma sono proprio questi che vengono aggrediti dai padroni e dalle multinazionali. La democrazia non è mai entrata nelle fabbriche che sono  terra di nessuno dove gli imprenditori sono liberi di fare ogni prepotenza, ogni attentato ai diritti costituzionalmente garantiti.

Firenze non è la prima manifestazione operaia e non sarà l’ultima di fronte all’attacco padronale. E’ successo a Napoli con la Whirpool, a Roma e  in tante altre piazze d’Italia, ma la manifestazione di Firenze ha assunto un tono politico mai registrato fino ad ora. A Firenze i lavoratori hanno dimostrato di voler resistere all’attacco padronale difendendo il diritto al  lavoro indipendentemente dagli interessi degli imprenditori. I lavoratori della GKN non sono stati soli. La solidarietà  è giunta da ogni parte d’ Italia e da tutti i settori produttivi. Si sta risvegliando nei lavoratori quella coscienza in base alla quale vince il concetto che  Il lavoro non è una merce bensì uno strumento di utilità collettiva che crea ricchezza per tutti. 

I lavoratori di Firenze, la città di Firenze  e le oltre trentamila persone hanno gridato che il principio della proprietà privata senza regole non è più sacro ed inviolabile, e che i tradizionali schemi delle gerarchie sociali vanno spezzati.

A Firenze si è dimostrato che si può  attuare la Costituzione indicando le nuove via da seguire e ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

Si pone il problema urgente ed ineludibile di ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemici Ha prodotto.

Una giornata di lotta se si qualifica politicamente per come essa si è svolta ed indica il grado di debolezza delle forze politiche che governano il paese, non per questo produce in sé alcuna nuova posizione definitiva. Il potere economico politico, sociale, rimane in mano al capitale. L’amministrazione pubblica, le banche, l’apparato commerciale le forze di polizia sono in mano alle forze reazionarie. i lavoratori non hanno nessun mezzo coercitivo per rispondere agli attacchi della finanza internazionale. Ciò non significa che non c’è via d’uscita.  Solo la forza di una classe lavoratrice unita è capace di dare risposte come quella di ieri.

Nel 1920 i lavoratori italiani condussero una battaglia che è rimasta nella storia del movimento operaio italiano occupando le fabbriche garantendo responsabilmente la continuità della produzione.  Quella battaglia fu possibile solo perché i lavoratori si presentarono uniti e coesi dall’inizio alla fine. Difendere una fabbrica che chiude è diritto dei lavoratori.  Occuparla per garantire la continuità non è un delitto.

Trenta  anni di liberismo ci hanno insegnato che non c’è più garanzia di libertà e di sviluppo economico autonomo. Il rispetto delle leggi non conta più nulla.  esiste all’interno dello Stato uno stato nascosto che vive attraverso un’organizzazione privata in mano a pochissime grandi imprese sovranazionali che possono decidere della sorta di milioni di lavoratori, impiegati, tecnici, specialisti. Questa organizzazione sovranazionale per il fatto di amministrare senza alcun controllo tutta la ricchezza industriale dispone di mezzi superiori degli stati nazionali. Queste multinazionali sono liberi di violare ogni legge. Esse privano i lavoratori del lavoro, le donne e i loro i figli dal sostentamento. La nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici disciplina  in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà.

Gli uomini di Governo sono impotenti. L’unica forza che può spezzare questa organizzazione criminale sovranazionale, l’unica forza che può restaurare le garanzie di libertà e di sviluppo  sono i lavoratori uniti, sono i consigli di fabbrica, sono i sindacati che debbono dismettere il loro ruolo di mediatori. Cambiando il paradigma dei rapporti con il capitale i lavoratori diventando protagonisti della guerra che li vede   aggrediti e non aggressori. Si deve rimettere il lavoro al centro dell’attività politica per rimettere in funzione il sistema produttivo italiano affinché anche lo Stato torni ad essere strumento di garanzia costituzionale per la libertà dei lavoratori di ogni ordine e grado che rispettano le leggi e lavorino per il bene comune. Alla dichiarazione di guerra della finanza internazionale bisogna rispondere con altrettanta fermezza. Le fabbriche che vengono chiuse debbono essere occupate impedendo lo spostamento dei macchinari e possibilmente non fermando la produzione. Unità dei lavoratori, collegamento dei consigli di fabbrica, solidarietà dei sindacati; tutto questo è necessario per invertire la lotta e per mutare i rapporti di produzione industriale all’interno delle fabbriche. L’obbiettivo deve essere quello di far entrare la democrazia nelle fabbriche consentendo ai lavoratori di gestirle direttamente laddove  predoni che hanno sottratto finanziamenti pubblici fuggono; la cogestione laddove l’imprenditore in difficoltà chiede l’aiuto dello Stato; la nazionalizzazione laddove come nel caso della ex ILVA imprenditori incapaci hanno instaurato una dittatura all’interno delle fabbriche.  Il sistema produttivo nazionale deve essere liberato dallo sfruttamento delle finanziarie internazionali, ma per fare questo i lavoratori uniti sotto un’unica bandiera  debbono prepararsi ad una lotta dura, non sarà facile e non succederà subito ma questa è la via da seguire  per la costituzione di un nuovo rapporto di potere per i lavoratori.

agosto 16, 2021

AFGHANISTAN!

di Alberto Benzoni.

Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.

agosto 7, 2021

RICORDO DI OTTO BAUER.

di Giuseppe Giudice

Un grande militante , intellettuale e dirigente socialista austriaco. Uno dei principali esponenti di quell’Austromarxismo (il nome fu dato loro , se non erro, dal socialista americano Boudin – loro non si definirono come tali). Che poi fu la maggiore espressione teorica e politica di quella “socialdemocrazia di sinistra” che ebbe notevole influenza su tutte le correnti di sinistra dei partiti socialisti. Marcando una posizione di critica radicale alla socialdemocrazia di destra tedesca (quella di Ebert e Noske, per intenderci), e nel contempo contestando la deriva burocratica, dittatoriale ed autoritaria del bolscevismo. Ma di questo abbiamo già parlato. Otto Bauer fu indubbiamente un grande leader politico, di vastissima cultura. Cresciuto con gli altri suoi compagni Fritz e Max Adler, nella Vienna dei primi del 900. Uno straordinario crogiuolo di culture , movimenti artistici , nuove scienze e filosofie. Basti pensare all’empiriocriticismo, alla Psicanalisi (da Freud ed Alfred Adler), alle avanguardie artirtische nella musica , nella pittura , nella letteratura. In questo brodo di cultura emerge la peculiarità del marxismo dei socialisti austriaci. Che rifiutarono sia una lettura positivista sia quella hegeliana, del marxismo stesso. Ciò non va confuso con il “revisionismo” di Berstein (verso cui Bauer fu sempre critico) , ma il rifiuto del marxismo come concezione del mondo; no un marxismo evolutivo e ripensato come “sociologia” o per usare le parole di Max Adler : il materialismo storico come “scienza sociale mediante esperienza”. Insomma il marxismo come strumenti di analisi critica delle contraddizioni del capitalismo come base per un socialismo come progetto etico-politico. Una chiara “terza posizione ” tra il doppio determinismo , sia della II che della III Internazionale. E comunque gli austromarxisti ebbero una influenza importante anche in molti intellettuali e politici socialisti italiani negli anni dell’esilio o della prigione. Addirittura in personaggi diversissimi come Morandi e Saragat. Del resto il Saragat degli anni Trenta, attento lettore di Marx (lesse tutte le sue opere in tedesco) ebbe una forte influenza da parte di Bauer (che conosceva personalmente) essendo stato in esilio a Vienna dal 1924 al 1930. Era il Saragat che contstava le derive parlamentaristiche dei riformisti e il velleitarismo astratto dei massimalisti. Un nuovo socialismo sarebbe dovuto andare oltre riformismo e massimalismo. Ma era il Saragat che , con Nenni , firmò il Patto di Unità D’Azione con i comunisti. Non certo certo il Saragat ultratlanitista del dopo 1948 e totalmente subalterno a De Gasperi. Irriconoscibile rispetto a quello di di dieci anni prima, Ma non mi interessa parlare di Saragat. Torniamo a Bauer. Merito suo e dei suoi compagni fu quello di aver costruito un partito fortemente radicato nella classe operaia e nei ceti popolari. Con un rappoprto fecondo con il sindacato e le altre forme di autorganizzazione sociale. A Vienna (che era città land) costruirono uno dei progetti più arditi ed ampi di edilizia popolare (la Karl Marx Offe) negli anni 20. Organizzavano concerti per gli operai. Un grande partito socialista. Ma in un piccolo paese , dove la parte occidentale (Tirolo, Carinzia) era ultra reazionaria. E dopo la crisi del 29, venne alla ribalta un personaggio come Dolfuss, un clerico-fascista, che attuò un colpo di stato e fece bambardare la “Karl Marx Hoffe dove gli operai socialisti si rivoltarono contro il colpo di stato, e diedero un grande tributo di sangue. I dirigenti del partito andarono in larga parte in esilio. Bauer andò in Cecoslovacchia e poi a Parigi dove morì nel 1938. Inchiniamoci alla memoria di questo grande compagno.