febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

settembre 21, 2021

Salvare l’alto calore Servizi s.p.a. si può. Basta volerlo.

Beppe Sarno coordinatore  regionale di Risorgimento Socialista.

 Il tribunale non può dichiarare il fallimento del debitore che abbia depositato la domanda di concordato con riserva ai sensi dell’art. 161 comma 6 l.fall..

Questo un principio ormai consolidato dalla giurisprudenza di merito e della Suprema Corte di Cassazione.

La sezione fallimentare del Tribunale di Avellino vista l’istanza della Procura della Repubblica di Avellino  ha fissato per il giorno 19 ottobre p.v. l’udienza di comparizione del legale rappresentante della società Alto calore Servizi s.p.a. 

Prima dell’udienza L’Alto calore servizi s.p.a dovrà depositare gli ultimi tre bilanci, una situazione patrimoniale economica e finanziaria aggiornata al 30 agosto; l’esistenza di eventuali procedure esecutive.

Sulla base delle deduzioni della società il tribunale dovrà decidere se dichiarare o meno il fallimento della società Alto calore Servizi s.p.a.

Il risultato, a parte eventi o interventi straordinari, appare scontato il Tribunale di Avellino sarà obbligato a dichiarare il fallimento della società, considerando i 150 milioni di euro di debito risultanti dall’ultimo bilancio, verificando altresì che i crediti che il presidente Ciarcia ha dichiarato esigibili per un importo di oltre 80 milioni di euro per  ben  72 milioni di euro sono inesigibili perché caduti in prescrizione e considerando infine che i piani di rateizzazione richiesti dagli utenti morosi sono rimasti lettera morta.

Infine a quanto risulta gli istituti di credito non concedono più alcuna elasticità alla società Alto Calore e sembra che siano stati congelati due mutui da un totale di 12 milioni di euro.

Come pensa il presidente Ciarcia i convincere la Sezione fallimentare del tribunale di Avellino a non dichiarare il fallimento della società da lui amministrata resta un mistero. Dice Ciarcia “faremo valere le nostre ragioni”. Peccato per lui, però, che anche la Procura della Repubblica farà valere le sue ragioni all’esito di un’indagine durata quattro anni. Vedremo. Sta in fatto che nel 2018 il Presidente Ciarcia nel chiedere i soci la ricapitalizzazione della società dichiarò pubblicamente che quello strumento era l’unica soluzione per evitare il fallimento dell’azienda. “La pesante situazione debitoria dell’Alto Calore non ci consente di andare avanti in questo modo”, aveva affermato Ciarcia ammattendo implicitamente lo stato di insolvenza della società.

Speriamo che il presidente dell’alto calore servizi SPA sia in grado di spiegare alla sezione fallimentare del tribunale di Avellino quale miracolo abbia compiuto per far cambiare la situazione disastrosa in cui  nel 2018 versava la società da lui amministrata.

Se dovesse essere dichiarato il fallimento della società Alto calore Servizi spa si verificherebbero una serie di conseguenze previste dagli articoli 42 e segg. Della legge fallimentare.

Il primo comma dell’art. 42 della L.F. dispone:“la sentenza che dichiara il fallimento, priva dalla sua data il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento”.

Nominato il Curatore, questo entro trenta giorni dovrà depositare una relazione da inviare alla competente Procura della repubblica per verificare la sussistenza di eventuali reati.

Si aprirà quindi, presumibilmente anche la fase penale della vicenda con l’incriminazione degli amministratori attuali e precedenti per il reato di bancarotta.

Il delitto di bancarotta fraudolenta è previsto attualmente dall’art. 322 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, il quale punisce con la pena della reclusione da tre a dieci anni, l’imprenditore che, dichiarato in liquidazione giudiziale, abbia distrutto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni, ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, abbia esposto o riconosciuto passività inesistenti (comma 1, lett. a), oppure abbia sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li abbia tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (comma 1, lett. b).

Oltre alla pena principale vi sono una serie di pene accessorie quali ad esempio l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”.

Inoltre gli amministratori della società presenti e passati in base all’art. 12 del T.U. 19 agosto 2016, n. 175, che nel  riordinare la materia delle società a partecipazione pubblica, prevede “azioni civili di responsabilità previste dalla disciplina ordinaria di società di capitali”,  fa espressamente “salva la giurisdizione della Corte dei conti per il danno erariale causato dagli amministratori e dai dipendenti delle società in house”, possono avanzarsi notevoli dubbi sulla concorrenza nei confronti degli stessi soggetti di azioni in sede civile e contabile per i medesimi atti di mala gestio.

Il fallimento manderà a casa i dipendenti, farà saltare tutte le aziende affidatarie di lavori, i creditori perderanno i loro crediti fino all’ultimo euro. Forse i creditori privilegiati prenderanno qualche cosa ma solo alla chiusura del fallimento la cui durata media in Campania si attesta sugli 8,7 anni, secondo gli indici ISTAT.

Mi auguro per il Presidente Ciarcia e per tutti noi, che questa ipotesi da incubo non abbia a verificarsi.

Temo però per lui e gli altri amministratori che questa speranza sia vana.

Morta l’Alto calore Servizi s.p.a. la Regione Campania dovrà procedere ai sensi dell’art. 29 dal regolamento regionale 6 marzo 2018, n. 2 e 18 maggio 2020, n. 6 a evocare la concessione della distruzione delle acque.

Molto probabilmente si procederà temporaneamente alla nomina di un commissario per poi ridefinire la concessione concedendola ad altro soggetto giuridico  pubblico o privato.

Ecco perché molti fanno il tifo perché venga dichiarato il fallimento dell’alto calore SPA in modo tale da poter far diventare realtà il sogno di alcuni politici di cui coraggiosamente il direttore di Orticalab Marco Staglianò ha fatto i nomi, a cui ha fatto eco l’ex presidente dell’Alto calore, ingegnere Maselli il quale ha rivendicato la sua gestione virtuosa dell’ente.

Esiste però una soluzione alternativa al fallimento e cioè che l’organo amministrativo della società alto calore servizi SPA il 19 ottobre si presenti in tribunale e  depositi istanza di concordato con riserva ai sensi dell’articolo 161 comma sei della legge fallimentare.

il primo effetto di questa domanda sarebbe l’impossibilita del tribunale fallimentare di dichiarare il fallimento avendo l’obbligo di concedere un termine di 60 giorni per il deposito del piano del concordato. Tale termine può essere ulteriormente prorogato per altri 60 giorni. Nelle more il tribunale deve nominare un commissario per controllare l’attività della società in questo periodo intermedio. Depositato il piano del concordato entro il 120 esimo giorno i i creditori chirografari saranno chiamati a votare il piano del concordato in continuità e una volta approvato la società Alto Calore servizi SPA potrebbe continuare a gestire il servizio di distribuzione alle acque sotto il controllo del tribunale attraverso i commissari. Nel frattempo i debiti antecedenti all’apertura del concordato rimarrebbero congelati e ogni azione esecutiva per crediti anteriori non potrebbe essere avanzata. Nel piano così concordato la società sarebbe chiamata a pagare i propri debiti non garantiti da privilegio per un importo non superiore al 20%, dovendo invece pagare i debiti privilegiati per l’intero. Questo significa che i 150 milioni di debito di cui si parla potrebbero essere ridotti in maniera esponenziale e pagati con i tempi della durata del concordato. Si eviterebbe così il fallimento e tutte le conseguenze negative soprattutto in merito ai reati fallimentari, si salverebbero centinaia di posti di lavoro, le ditte sub fornitrici potrebbero continuare a lavorare e soprattutto l’acqua rimarrebbe nelle mani nella società alto calore servizi SPA e non ai privati. Il presidente Ciarcia dovrebbe avere il coraggio di assumere l’iniziativa per far deliberare agli amministratori la volontà di depositare la domanda di concordato preventivo con riserva ai sensi dell’art. 161 comma 6 l.fall. ma per fare questo prima del 19 ottobre dovrebbe convocare il consiglio di amministrazione per prendere atto della situazione di insolvenza della società. Alternativamente i soci che rappresentano almeno il 10% del capitale sociale potrebbero chiedere la convocazione dell’assemblea dei soci per deliberare in ordine alle misure da adottare per salvare dal fallimento la società. Anche il sindaco di Avellino da solo, poiché rappresenta il 10% del capitale sociale, può invitare Ciarcia a convocare l’assemblea dei soci. Il  tempo stringe e il tempo delle decisioni è arrivato, chi ha le responsabilità se le assuma prima che sia troppo tardi.

settembre 19, 2021

La lotta di classe delle multinazionali.

Di Beppe Sarno

Sabato 18 settembre a Firenze  una grande giornata di lotta ha visto protagonisti i lavoratori della GKN per protestare contro i 422 licenziamenti comunicati a luglio dalla multinazionale britannica, oggi proprietà di un fondo americano.

Niente sarà come prima!  Così si diceva all’inizio della pandemia e “insieme ce la faremo.” Tutti i lavoratori italiani, soprattutto quelli impiegati nella sanità hanno dato prova di solidarietà, salvando vite umane, facendo funzionare fabbriche, negozi, supermercati.  

Passata l’emergenza, però tutto è tornato come prima, perchè Matteo Draghi capo del governo  ha scelto di privilegiare un sistema produttivo finalizzato esclusivamente al massimo profitto gestito dalle multinazionali finanziarie.

Oltre trentamila persone hanno aderito alla manifestazione di Firenze; erano presenti oltre quaranta sigle di sinistra fra cui socialisti e comunisti per una volta uniti, rappresentanze sindacali, l’ANPI.

Esiste un progetto politico degli imprenditori che tende a  dare il colpo di grazia ai lavoratori. La guerra contro i lavoratori è  iniziata da oltre trent’anni per distruggere un sistema di diritti sociali, politici ed economici conquistati con oltre mezzo secolo di lotte. La pandemia ha rappresentato per gli imprenditori il volano per intensificare questa guerra con delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti, licenziamenti, uso di manodopera a basso costo e senza protezioni.  Si parla di bene pubblico, di interessi generali del paese, ma sono proprio questi che vengono aggrediti dai padroni e dalle multinazionali. La democrazia non è mai entrata nelle fabbriche che sono  terra di nessuno dove gli imprenditori sono liberi di fare ogni prepotenza, ogni attentato ai diritti costituzionalmente garantiti.

Firenze non è la prima manifestazione operaia e non sarà l’ultima di fronte all’attacco padronale. E’ successo a Napoli con la Whirpool, a Roma e  in tante altre piazze d’Italia, ma la manifestazione di Firenze ha assunto un tono politico mai registrato fino ad ora. A Firenze i lavoratori hanno dimostrato di voler resistere all’attacco padronale difendendo il diritto al  lavoro indipendentemente dagli interessi degli imprenditori. I lavoratori della GKN non sono stati soli. La solidarietà  è giunta da ogni parte d’ Italia e da tutti i settori produttivi. Si sta risvegliando nei lavoratori quella coscienza in base alla quale vince il concetto che  Il lavoro non è una merce bensì uno strumento di utilità collettiva che crea ricchezza per tutti. 

I lavoratori di Firenze, la città di Firenze  e le oltre trentamila persone hanno gridato che il principio della proprietà privata senza regole non è più sacro ed inviolabile, e che i tradizionali schemi delle gerarchie sociali vanno spezzati.

A Firenze si è dimostrato che si può  attuare la Costituzione indicando le nuove via da seguire e ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

Si pone il problema urgente ed ineludibile di ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemici Ha prodotto.

Una giornata di lotta se si qualifica politicamente per come essa si è svolta ed indica il grado di debolezza delle forze politiche che governano il paese, non per questo produce in sé alcuna nuova posizione definitiva. Il potere economico politico, sociale, rimane in mano al capitale. L’amministrazione pubblica, le banche, l’apparato commerciale le forze di polizia sono in mano alle forze reazionarie. i lavoratori non hanno nessun mezzo coercitivo per rispondere agli attacchi della finanza internazionale. Ciò non significa che non c’è via d’uscita.  Solo la forza di una classe lavoratrice unita è capace di dare risposte come quella di ieri.

Nel 1920 i lavoratori italiani condussero una battaglia che è rimasta nella storia del movimento operaio italiano occupando le fabbriche garantendo responsabilmente la continuità della produzione.  Quella battaglia fu possibile solo perché i lavoratori si presentarono uniti e coesi dall’inizio alla fine. Difendere una fabbrica che chiude è diritto dei lavoratori.  Occuparla per garantire la continuità non è un delitto.

Trenta  anni di liberismo ci hanno insegnato che non c’è più garanzia di libertà e di sviluppo economico autonomo. Il rispetto delle leggi non conta più nulla.  esiste all’interno dello Stato uno stato nascosto che vive attraverso un’organizzazione privata in mano a pochissime grandi imprese sovranazionali che possono decidere della sorta di milioni di lavoratori, impiegati, tecnici, specialisti. Questa organizzazione sovranazionale per il fatto di amministrare senza alcun controllo tutta la ricchezza industriale dispone di mezzi superiori degli stati nazionali. Queste multinazionali sono liberi di violare ogni legge. Esse privano i lavoratori del lavoro, le donne e i loro i figli dal sostentamento. La nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici disciplina  in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà.

Gli uomini di Governo sono impotenti. L’unica forza che può spezzare questa organizzazione criminale sovranazionale, l’unica forza che può restaurare le garanzie di libertà e di sviluppo  sono i lavoratori uniti, sono i consigli di fabbrica, sono i sindacati che debbono dismettere il loro ruolo di mediatori. Cambiando il paradigma dei rapporti con il capitale i lavoratori diventando protagonisti della guerra che li vede   aggrediti e non aggressori. Si deve rimettere il lavoro al centro dell’attività politica per rimettere in funzione il sistema produttivo italiano affinché anche lo Stato torni ad essere strumento di garanzia costituzionale per la libertà dei lavoratori di ogni ordine e grado che rispettano le leggi e lavorino per il bene comune. Alla dichiarazione di guerra della finanza internazionale bisogna rispondere con altrettanta fermezza. Le fabbriche che vengono chiuse debbono essere occupate impedendo lo spostamento dei macchinari e possibilmente non fermando la produzione. Unità dei lavoratori, collegamento dei consigli di fabbrica, solidarietà dei sindacati; tutto questo è necessario per invertire la lotta e per mutare i rapporti di produzione industriale all’interno delle fabbriche. L’obbiettivo deve essere quello di far entrare la democrazia nelle fabbriche consentendo ai lavoratori di gestirle direttamente laddove  predoni che hanno sottratto finanziamenti pubblici fuggono; la cogestione laddove l’imprenditore in difficoltà chiede l’aiuto dello Stato; la nazionalizzazione laddove come nel caso della ex ILVA imprenditori incapaci hanno instaurato una dittatura all’interno delle fabbriche.  Il sistema produttivo nazionale deve essere liberato dallo sfruttamento delle finanziarie internazionali, ma per fare questo i lavoratori uniti sotto un’unica bandiera  debbono prepararsi ad una lotta dura, non sarà facile e non succederà subito ma questa è la via da seguire  per la costituzione di un nuovo rapporto di potere per i lavoratori.

agosto 16, 2021

AFGHANISTAN!

di Alberto Benzoni.

Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.

agosto 7, 2021

RICORDO DI OTTO BAUER.

di Giuseppe Giudice

Un grande militante , intellettuale e dirigente socialista austriaco. Uno dei principali esponenti di quell’Austromarxismo (il nome fu dato loro , se non erro, dal socialista americano Boudin – loro non si definirono come tali). Che poi fu la maggiore espressione teorica e politica di quella “socialdemocrazia di sinistra” che ebbe notevole influenza su tutte le correnti di sinistra dei partiti socialisti. Marcando una posizione di critica radicale alla socialdemocrazia di destra tedesca (quella di Ebert e Noske, per intenderci), e nel contempo contestando la deriva burocratica, dittatoriale ed autoritaria del bolscevismo. Ma di questo abbiamo già parlato. Otto Bauer fu indubbiamente un grande leader politico, di vastissima cultura. Cresciuto con gli altri suoi compagni Fritz e Max Adler, nella Vienna dei primi del 900. Uno straordinario crogiuolo di culture , movimenti artistici , nuove scienze e filosofie. Basti pensare all’empiriocriticismo, alla Psicanalisi (da Freud ed Alfred Adler), alle avanguardie artirtische nella musica , nella pittura , nella letteratura. In questo brodo di cultura emerge la peculiarità del marxismo dei socialisti austriaci. Che rifiutarono sia una lettura positivista sia quella hegeliana, del marxismo stesso. Ciò non va confuso con il “revisionismo” di Berstein (verso cui Bauer fu sempre critico) , ma il rifiuto del marxismo come concezione del mondo; no un marxismo evolutivo e ripensato come “sociologia” o per usare le parole di Max Adler : il materialismo storico come “scienza sociale mediante esperienza”. Insomma il marxismo come strumenti di analisi critica delle contraddizioni del capitalismo come base per un socialismo come progetto etico-politico. Una chiara “terza posizione ” tra il doppio determinismo , sia della II che della III Internazionale. E comunque gli austromarxisti ebbero una influenza importante anche in molti intellettuali e politici socialisti italiani negli anni dell’esilio o della prigione. Addirittura in personaggi diversissimi come Morandi e Saragat. Del resto il Saragat degli anni Trenta, attento lettore di Marx (lesse tutte le sue opere in tedesco) ebbe una forte influenza da parte di Bauer (che conosceva personalmente) essendo stato in esilio a Vienna dal 1924 al 1930. Era il Saragat che contstava le derive parlamentaristiche dei riformisti e il velleitarismo astratto dei massimalisti. Un nuovo socialismo sarebbe dovuto andare oltre riformismo e massimalismo. Ma era il Saragat che , con Nenni , firmò il Patto di Unità D’Azione con i comunisti. Non certo certo il Saragat ultratlanitista del dopo 1948 e totalmente subalterno a De Gasperi. Irriconoscibile rispetto a quello di di dieci anni prima, Ma non mi interessa parlare di Saragat. Torniamo a Bauer. Merito suo e dei suoi compagni fu quello di aver costruito un partito fortemente radicato nella classe operaia e nei ceti popolari. Con un rappoprto fecondo con il sindacato e le altre forme di autorganizzazione sociale. A Vienna (che era città land) costruirono uno dei progetti più arditi ed ampi di edilizia popolare (la Karl Marx Offe) negli anni 20. Organizzavano concerti per gli operai. Un grande partito socialista. Ma in un piccolo paese , dove la parte occidentale (Tirolo, Carinzia) era ultra reazionaria. E dopo la crisi del 29, venne alla ribalta un personaggio come Dolfuss, un clerico-fascista, che attuò un colpo di stato e fece bambardare la “Karl Marx Hoffe dove gli operai socialisti si rivoltarono contro il colpo di stato, e diedero un grande tributo di sangue. I dirigenti del partito andarono in larga parte in esilio. Bauer andò in Cecoslovacchia e poi a Parigi dove morì nel 1938. Inchiniamoci alla memoria di questo grande compagno.

agosto 7, 2021

La malavita non porta niente di buono!

Di Antonella Ricciardi.

Intervista a Maria Morabito

Maria Morabito, moglie dell’ex boss della ‘ndrangheta, Pasquale Condello, torna a esprimere un intenso appello contro le faide, ed a favore dello Stato di Diritto. In particolare, Maria considera scorretta la non precisazione, sul giornale “Domani”, che ampie parti del libro dedicato al marito, “Il supremo-storia di un comandante del male”, siano state romanzate ed in parte non rispondenti a verità, per esplicita ammissione degli autori, che, però, a loro volta, non chiariscono quali siano le parti di cronaca vera rispetto a quelle frammiste di pura fantasia e di verità solo parziali. Pasquale Condello non ha più contatti con la devianza, nella sua vita ha cercato anche il bene ed il suo non avere denunciato altri è da inquadrare nella contrarietà alla delazione e nel desiderio di proteggere la famiglia La sua vita, assieme a quella dei familiari, si svolge alla ricerca della legalità ad Archi, quartiere di Reggio Calabria, dove non mancano disagi, e sono presenti molte povere case: perfino baracche dell’epoca del terremoto del 1908, di Reggio di Calabria e  Messina.   

L’appello di Maria Morabito contro la violenza e gli assassinii, oltre che per la legalità, include anche l’appello per il diritto alla salute, e quindi alla vita, per i detenuti, che, condannati ad una pena detentiva, non sono però stati condannati a morte ed alla mancanza di cure, ed in quanto tali devono essere trattati. In particolare, Pasquale Condello è da tempo gravemente malato psichiatrico: la patologia lo porta ad isolarsi rispetto anche ad avvocati e familiari; inoltre, non tutto è chiaro sul trattamento ricevuto, e sul modo in cui lo ha vissuto: anni fa, fu ritrovato con strani ematomi, nel carcere di Parma, mai del tutto spiegati. La sua situazione di salute, che neanche la direzione sanitaria del carcere di Novara, dove attualmente si trova, è riuscita a migliorare, fa propendere per una possibile collocazione in struttura detentiva esterna al carcere: anche eventualmente in una delle REMS, cioè struttura sanitaria di accoglienza per autori di reati con problemi mentali… Un tempo, Pasquale Condello era sano, ma la sua mente non ha retto l’impatto con le misure del regime di 41 bis, applicate anche in modo particolarmente drastico. Del resto, la percentuale di persone che escono mentalmente non integre dalla reiterazione continua di questo regime è elevata e non viene considerata casuale da organizzazioni impegnate nei diritti umani, che denunciano le condizioni di carcerati ridotti in uno stato impressionante: simili a zombies, depressi, e che parlano con gli insetti, e rimuovono, per non soffrire,  il mondo esterno, che gli richiama quello su cui non hanno più potere, e non gli appartiene più. La realtà vera è comunque, che per Pasquale Condello la   priorità sia l’essere curato stabilmente all’esterno del carcere, anche a prescindere dal futuro regime detentivo, data la condizione di contrastato tra il regime carcerario e la sua salute.

Ricciardi: “Il giornale Domani per una settimana pubblica alcuni stralci dal libro “Il Supremo-ascesa e caduta di un comandante del male”, dedicato alla vicenda di cronaca legata a tuo marito, Pasquale Condello. Il volume, pubblicato quest’anno, scritto dal giornalista del Corriere della Sera Andrea Galli, e dall’ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, Giuseppe Lumia, fonde, però, cronaca vera e parti romanzate, da non prendere alla lettera, per loro stessa ammissione. Tuttavia, sulla testata giornalistica on line ciò non è precisato. Puoi spiegare meglio, ad esempio, perchè non risponde a verità il fatto che Pasquale Condello sia stato responsabile dell’assassinio del boss Antonio Macrì?

Morabito: “Quando ho saputo dell’uscita del libro “Il supremo”, ho voluto leggerlo anche se non amo questo genere. Parlava di mio marito, quindi ero molto interessata a ciò che avevano scritto gli autori. Già dalle prime pagine sono rimasta esterrefatta, leggendo questa storia  molto romanzata, dove si racconta che mio marito è stato l’autore dell’omicidio di Antonio Macrì. Io all’epoca non conoscevo mio marito, ma non è stato mai accusato di questo omicidio. Mi è dispiaciuto molto che venga aggravata la figura di mio marito, con cose che non ha mai fatto.”

Ricciardi: “Tuo marito, pur avendo commesso degli errori, in una situazione sociale esplosiva, dove la ‘ndrangheta aveva a tratti sostituito uno Stato poco presente, si è sempre dichiarato contrario al traffico di droga. Nell’estratto dal libro, pubblicato, ciò non viene considerato, viene piuttosto detto il contrario, pur divergendo dalla realtà. Inoltre, nell’opera, romanzata esplicitamente, Pasquale Condello viene indicato anche in quanto responsabile di sequestri di persone. Eppure, dagli atti processuali Pasquale Condello non risulta essere stato condannato per droga e sequestri. Puoi spiegare meglio la situazione al riguardo?”

Morabito: “Ho letto di mio marito che ha fatto traffico di droga sequestri di persona. Mio marito non ha mai fatto queste cose, nè tantomeno ha avuto mai accuse o processi per tali cose. Non mi sembra giusto accreditare a Pasquale Condello cose che non gli sono mai state contestate, è scritto come un romanzo tutta la prima parte, ma bisogna rispettare la realtà, perché si sta parlando di una persona reale.”

Ricciardi: “Tra gli altri aspetti non rispondenti alla realtà, c’è anche il fatto che il padre di tuo marito viene descritto morto di malattia; invece, suo padre morì per un incidente sul lavoro, in un periodo di scarse tutele sociali. Puoi raccontare ulteriormente la realtà effettiva, su questo drammatico evento?

Morabito: “Certo se si vuole scrivere un romanzo la storia può essere inventata, semi inventata come si vuole, ma se si sta parlando di una persona, bisogna rispettare la realtà, perchè non è affatto giusto peggiorare la figura di una persona. Ho notato tante incongruenze, tra cui pure dove si parla della morte di mio suocero, avvenuta per incidente sul lavoro e non per malattia.”

Ricciardi: “Ci sono altre parti del libro su tuo marito differenti dalla verità effettiva? Se sì, quali?

Morabito: “Io non ho mai saputo che mio marito è stato arrestato all’hotel “Commodore. Nè farò indagini su questo. Io so che era stato arrestato per la prima volta al ristorante “Il fungo”, da cui poi nacque il processo “I sessanta”, dove fu condannato per associazione mafiosa. Tra la bomba a villa S.  Giovanni e la morte di Paolo De Stefano mio marito non ha avuto nessun messaggio in carcere, come viene detto nel libro. Infatti proprio per questo è stato assolto allora per la morte di Paolo de Stefano. Io avrei preferito che gli autori di questo libro fossero venuti a conoscerci, a parlare con noi: molte cose inesatte si sarebbero potute evitare. Avrei avuto un cordiale colloquio con loro.”

Ricciardi: “Attualmente, tuo marito non ha alcun ruolo di comando, ed è in condizione di grave malattia in carcere, dove addirittura non riuscite a vederlo da ottobre (e da anni, per quanto riguarda tuo figlio); puoi raccontare meglio questa realtà?”

Morabito: “Sì ad oggi mio marito non sta bene; è un malato psichiatrico, che ha bisogno di essere curato. Noi ottobre non lo vediamo. Respinge il colloquio anche con gli avvocati. Io spero che possa essere curato, come tanti altri detenuti malati, perché sono esseri umani e hanno diritto come tutti a ricevere cure appropriate. È un diritto questo che non deve essere negato a nessun detenuto, chiunque egli sia e qualunque cosa abbia fatto. Sì mio figlio è un bravo ragazzo, lavora onestamente, non ha mai avuto processi per associazione mafiosa. Per una condanna di favoreggiamento nei riguardi del padre gli era stata affibbiata la sorveglianza speciale, ma all’appello gli è stata tolta, perché ritenuto ragazzo che lavora onestamente, che mantiene la famiglia e conduce una vita congrua al suo guadagno. Questa per me è stata veramente una grande vittoria, perché giustizia era stata fatta. La verità era venuta fuori.

Siamo una famiglia che aspira alla legalità. Io ho cresciuto i miei figli, con questi valori e sentimenti. Ho inculcato loro l’onestà, il lavoro e ne sono fiera. Dobbiamo essere noi donne, noi madri, mogli a essere le prime a voler un cambiamento. La malavita non porta niente di buono. Vivere una vita onesta non ha prezzo, di fronte a qualsiasi ricchezza illegale.”

luglio 22, 2021

Una inutile passerella!

 di Antonella Ricciardi

Le violenze a sangue freddo sui detenuti di Santa Maria Capua Vetere suscitano più di una riflessione: stupiscono, ma non troppo, coloro che seguono le vicende delle prigioni in generale, e di quel carcere in particolare. La rappresaglia, che ricorda film dei filoni da “horror carcerari”, che sembrano appartenere ad altri tempi ed altri luoghi, è stata l’ultimo tassello di anni di sopraffazioni, ed illegalità: dal sovraffollamento alla mancanza di un allaccio all’acqua decente; da anni, manca acqua pulita dai rubinetti, che esce di un colore tra l’arancione ed il marrone. Le condizioni igieniche erano state denunciate, invano,  ma lodevolmente, soprattutto da organizzazioni di volontariato, tra cui “Antigone”, oltre che esponenti radicali… Diversi lavoratori nel carcere, provenienti dall’esterno, avevano rinunciato all’incarico, per condizioni sanitarie troppo avverse: c’era chi aveva commentato che in paesi più poveri forse i detenuti erano nel fango… ma l’acqua gliela davano; più di una persona aveva testimoniato quanto dovesse subire commenti sprezzanti e volgari di una parte del personale del carcere, quando parlava di riabilitazione dei detenuti, come se fosse stata una strana novità, senza tener conto dell’articolo 27 della Costituzione Italiana.  La visita di Draghi e della Cartabria offre maggiore ribalta, quindi, a vicende simili a quelle di altre carceri, ma meglio documentate: anche a Santa Maria Capua Vetere si era verificata una disperata rivolta contro le condizioni igienico-sanitarie indegne, aggravate dalla pandemia. In tali rivolte, dei penitenziari di più parti d’ Italia, c’erano stati morti e feriti, oltre che violenze degli agenti, documentate in più di un caso. Nel caso di Santa Maria Capua Vetere, va detto, la Procura si è mossa molto correttamente, salvando i filmati della videosorveglianza, che dimostrano le raccapriccianti violenze: emerge che, partendo da perquisizioni estreme, in cui anche parti intime vengono ispezionate, si è passati pestaggi sfociati in vere e proprie torture: barbarie proprio da parte di chi avrebbe dovuto tutelare la legge.: Perfino un prigioniero in sedia a rotelle è stato malmenato, mentre qualche detenuto ha denunciato che, durante una delle ispezioni corporali, ufficialmente per appurare che non si nasconda qualcosa di illecito all’interno di parti intime del proprio stesso corpo, sia stato addirittura violentato con un manganello. Del resto, le troppo reiterate e gratuite perquisizioni estreme, senza motivi seri, erano già state condannate dalla Cassazione, pur non arrivando al fare violenza nel senso fisico: il confine tra ricerca della sicurezza, legittimo, ed umiliazione gratuita, purtroppo, spesso nei fatti si perdeva.  Umiliazioni che lasciano un sapore amaro, e di disgusto, aggiungendo solo male al male, e degradando anche chi le compia. Per questo, gli abusi ulteriori, ed estremi, perpetrati nel carcere “Uccella” di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020 stupiscono, ma, appunto, non troppo. In nuce, le gratuite mortificazioni erano già presenti, per quanto in grado minore. Del resto, il carcere è come un “sottosuolo” della nostra società, in cui, sotto-traccia, si riflette la violenza della società di fuori: sono proprio parti della società di fuori che andrebbero, per prime, aiutate a riorientarsi in un migliore ordine mentale, quando s’invocano reati contro chi abbia compiuto dei reati (e neanche sempre colpevoli, dati i casi di detenzione preventiva, di presunti innocenti); un incattivimento in cui ce la si prende, in modo non nobile, con chi ce la si possa prendere:.. un’onda cavalcata da politici cui fa comodo dimenticare che la violenza verso gli inermi sia tale anche quando colpisca persone che in passato abbiano sbagliato, ma che erano in condizione di particolare afflizione… La tendenza a giudicare troppo facilmente, del resto, già di per sè è presunzione, perchè ci si pone come se si conoscesse tutto, quando non è possibile: ci si pone come nel ruolo di Dio, quindi del Tutto, quando tutt’alpiù si può essere solo un frammento di una totalità. A suo tempo, peraltro, l’invito ad usare il pugno di ferro, contro rivolte nei confronti di condizioni igienico-sanitarie inaccettabili (ed illegali) era venuto proprio dal ministro della Giustizia, Alfredo Bonafede, supportato da trasmissioni televisive estremiste ed acritiche in questo senso, tra cui quella di Massimo Giletti. Responsabilità, dirette ed indirette, sono quindi non solo di una parte delle guardie e di una parte della direzione del carcere su tali eventi drammatici, che, però, offrono occasione per un nuovo inizio di consapevolezza, per una maggiore costruzione dello Stato di Diritto. Del resto, chi chiede legalità la deve dare, anche per rendere possibile maggiore rispetto per uno Stato che non si regga solo sulla forza…e non sia quindi debole, di fatto.

luglio 14, 2021

U tiempo d’è buone azioni è finito!

Di Beppe Sarno

Questo il grido delle guardie carcerarie convenute a Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Poi cominciò la mattanza da parte dei reparti speciali delle guardie carcerarie.

A seguito delle denunce dei parenti dei detenuti la magistratura ha preso severi provvedimenti disponendo ben 52 misure cautelari. La notizia ha fatto il giro del mondo e la classe politica si è variamente schierata. Matteo Salvini si è schierato subito dalla parte delle guardie affermando “sono venuto qui per dare solidarietà a tutte le forze dell’ordine.” Giorgia Meloni, a sua volta ha espresso fiducia e solidarietà nei confronti degli agenti.

Questi due personaggi sono oggi quelli che volano nei sondaggi e ricevono maggior consenso politico da parte degli elettori.  Certo la Lega e fratelli d’Italia non rappresentano altrettante coscienze e convinzioni, ma non possiamo negare che questi sondaggi non rappresentino la stato d’animo del paese in cui viviamo.

S. Maria Capua Vetere non è solo un problema carcerario ma è il frutto di un sentimento di paura che per molteplici circostanze circola nel paese.

Per questo motivo vengono approvate leggi che la coscienza collettiva in altri periodi non avrebbe accettato e siamo diventati succubi di scelte in politica estera quasi mai  in linea con gli interessi della collettività.

La democrazia esce sconfitta e si consegna alla prevalenza delle forze reazionarie le quali hanno già preso in mano il governo della nazione e si apprestano a farlo in maniera definitiva alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento e del Senato.

S. Maria Capua Vetere rappresenta la  metafora di una situazione generalizzata di degrado delle istituzioni che suscitano preoccupazione quando vediamo i mass media( giornali, televisioni, giornali on-line) e organi politici che non solo non contrastano questa mentalità ma anzi la riprendono, la avvalorano e la diffondono, a volte, col pretesto della difesa della democrazia.

Senza questo retroterra i fatti di S. Maria Capua Vetere non si sarebbero potuti verificare.

Filippo Turati in un discorso tenuto a Montecitorio il 18 marzo 1904 disse che “Sovente ci gonfiamo le gote a parlare di emenda di colpevoli e le nostre carceri  sono fabbriche di delinquenti” che “ le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta.”

Il successo del discorso di Turati convinse l’opinione pubblica che era giunto il momento per porre mano ad una radicale trasformazione del sistema penitenziario italiano. Ci pensò Alfredo Rocco a smentire Turati affermando nel 1930 che “ le pene concorrono con le misure di sicurezza nella lotta contro il reo” e che “l’emenda e la rieducazione del reo non sono le funzioni principali delle pene, si tratta invece di scopi secondari ed accessori.”

Fu l’Assemblea Costituente a mettere le cose a posto approvando l’art. 27 della Costituzione che stabilisce “ che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Tutti tentativi di riforma e le riforme avvenute dal 1947 ad oggi hanno di fatto conservato il principio punitivo come cardine di comportamento da tenere nei confronti del condannato, per non parlare del regolamento degli istituti di Prevenzione e pena che conserva nel suo corpo il principio generale punitivo della pena. In questa maniera la Costituzione viene di fatto  calpestata nella pratica quotidiana.

E’ inutile parlare di riforme ogni qual volta succedono fatti come quelli di S. Maria Capua Vetere o più in generale quando si constata che qualche male tormenta la nostra società e che occorre porvi rimedio se poi questo rimedio rimane nelle dichiarazioni indignate del ministro della Giustizia di turno, rispettabilissime ma destinate a rimanere come pura dichiarazione di sdegno.

Questa riforma che da più parti viene invocata spaventa se sono i governanti in carica a doverla promuovere ed approvare.

Per la riforma del codice di diritto canonico la Chiesa cattolica ha impiegato decenni coinvolgendo studiosi di tutto il mondo.

Per la riforma della giustizia, del codice penale e delle sue regole, del sistema carcerario occorrerebbe un serio studio da parte di professori universitari, magistrati, avvocati, sociologi, criminologi, pedagogisti, enti e associazioni degli stessi detenuti che si interessano concretamente della vita dei detenuti, delle guardie carcerarie  e, perchè no?, degli stessi detenuti, con il compito di offrire agli organi legislativi il frutto del loro lavoro collegiale. Questo metodo esprimerebbe correttamente la forma d’azione e il modo di vita di una società democratica in cui pur affidandosi al potere costituito le funzioni che le sono proprie, i cittadini vengono chiamati a contribuire alla soluzione dei problemi che interessa l’intera collettività.

Nel caso dei fatti di S. Maria Capua Vetere si tratta di un problema particolarmente grave per la nostra collettività che non si sente più oggi sufficientemente garantita dall’esistenza di quelle sbarre che dividono le cosiddette persone per bene dai cosiddetti delinquenti quando coloro che dovrebbero garantire il rispetto delle regole lo fanno con la violenza sistematica convinti dell’impunità e di un problema estremamente doloroso per quegli uomini che la società, senza troppo indagare sulla causa dei loro errori e sulle responsabilità della intera collettività, manda in quelle carceri dalle quali vengono restituiti alla comunità quasi sempre peggiori di quello che erano al momento della condanna.

luglio 8, 2021

HOLLANDE E LETTA.

Ovvero: errare humanum est, perseverare diabolicum

di Alberto Benzoni

Scrivo queste righe mentre, rotte, che dico rifiutate le trattative sul Ddl Zan, siamo arrivati alla vigilia della guerra. E già vedo Qualcuno che, salito sul podio, ci invita ad arruolarci. Ascoltiamo, distrattamente le sue parole (siamo, un gruppo di amici, tutti decisi a restarsene a casa). Ma, quando arriva, inevitabilmente, alla “scelta di civiltà”, con gli, altrettanto inevitabili, annessi e connessi, vedo uno di noi alzarsi e interromperlo. E, attenzione, non per discutere con lui nel merito del ddl Zan – sarebbe fiato sprecato – ma per dirgli che sta andando a sbattere e che è suo elementare dovere di cittadino non dico di impedirglielo ma di metterlo sull’avviso.Ecco, allora, le sue parole; sempre nella speranza che qualcuno sia ancora disposto ad ascoltarle.“La vostra legge, vedete, è la tipica “legge manifesto”. E cioè una proposta che non punta soltanto a risolvere un problema. Ma anche a chiarire “urbi et orbi” i propositi e la natura di chi la propone. Con il rischio permanente di disinteressarsi completamente delle sue sorti, leggi della possibilità concreta che la riforma venga svuotata in sede di attuazione.Ma non è questo il pericolo che ci preoccupa. Perché, nel nostro caso, fare una legge manifesto non era affatto necessario. Se aveste pensato alle persone da proteggere contro i reati di omofobia, avreste dovuto semplicemente tutelarli con una legge, cui nessuno avrebbe potuto dire no. E, invece, consapevolmente o, peggio, inconsapevolmente, avete partorito un testo che contiene in sé tutto il messaggio ideologico Lgbt: con il rischio di non farla passare. Ma con la assoluta certezza di porre al centro delle elezioni prossime venture uno scontro da cui rischiamo di uscire con le ossa rotte.Abbiamo detto “rischiamo”; non “rischiate”. Perché una cosa deve esservi ben chiara: che, in questo caso, continuare a sbagliare non vi è più consentito. Perché la più che probabile sconfitta del Pd porterebbe al disastro l’intera sinistra. Non stiamo lanciando profezie a casaccio. Vi stiamo avvertendo. Stiamo per raccontarvi, con la speranza di essere ascoltati, quello che è successo alla sinistra francese durante il trascorso decennio. E lo facciamo perché, qui da noi, siamo ancora nelle fase iniziale di un processo che in Francia si è concluso con un totale disastro mentre, in Italia, può ancora essere fermato.In Francia il dramma inizia nel 2012. E procede, inizialmente, in modo lento; e a tentoni. Ma, a partire da una certa data, accelera in modo incontrollabile, fino a portare la macchina a sbattere, ad altissima velocità, contro un muro.Il suo protagonista, Hollande è, in tutto e per tutto, compreso il suo aspetto fisico (come diceva un mio carissimo amico : “a partire da una certa età, ognuno ha la faccia che si merita”), la quintessenza della mediocrità. Mentre, come mestierante politico (è stato, per moltissimi anni segretario del partito socialista), è bravissimo. Il che lo porta a capire che, per battere Sarkozy, non c’è nessun bisogno di voli pindarici: basta far capire di essere diversi da lui (diciamo meno avventurosi e avventurieri) e garantirsi al ballottaggio il concorso della sinistra radicale e dei comunisti. Voti certi in cambio di impegni simbolici. Contestare l’austerity di Bruxelles; tassare i superricchi, difendere i posti di lavoro, cose così.Il fatto è che su ognuno di questi fronti viene respinto con perdite; all’insegna, esplicita, del “non se parla proprio”. Per ripiegare immantinenti, sul “matrimonio gay”. Anch’esso una misura fortemente simbolica. Perché il diritto di vivere insieme, con i relativi impegni diritti e doveri, l’avevano avuto, assieme alle coppie eterosessuali, nei patti di solidarietà della fine del secolo scorso. Mentre il matrimonio gay vi aggiungeva soltanto il diritto alla sua esibizione.Ora, il “combinato diposto” della rinuncia totale sul fronte economico e sociale e dell’esibizione di parata de matrimonio gay innescò un vero e proprio processo autodistruttivo.Prima, la rottura a sinistra. Poi, il trovare rifugio e consolazione nella braccia degli imprenditori. E, ancora, l’abbandono della zattera da parte prima di Valls poi di Macron. Nel giro di pochi anni, dalle stelle alle stalle. Con il partito socialista ridotto ad una delle tante sette che passano il loro tempo a litigare tra di loro.In quel periodo Enrico Letta era li’. Alla Sorbona. Ma non si è accorto di nulla. Affetto, evidentemente, da quella tendenza a guardare dall’altra parte, malattia professionale dei dirigenti Pd.Pure, il Nostro, tornato in Italia per salvare la baracca, era partito più che bene. Sottolineando il fatto che il Pd non era un partito alternativo; e che avrebbe dovuto diventarlo rapidamente, pena l’irrilevanza. E, ancora, che a tal fine fosse necessario porre al centro dell’agenda politica temi suscettibili di modificare, a proprio vantaggio, un senso comune e un immaginario collettivo oggi governati dalla destra.Candidati a questo ruolo, il riconoscimento dello jus soli, il ripristino dell’imposta di successione e, infine, il voto ai sedicenni.Tre appuntamenti perfetti per ricordare alla gente che il buon senso deve far premio sul senso comune. Mostrando a tutti che nel nostro paese vivono centinaia di migliaia se non milioni di persone che sono e si sentono italiani a tutti gli effetti; e che è assolutamente ignominioso pretendere di sottoporgli a qualsivoglia esame di ammissione. E ancora, che, da tempo immemorabile, le tasse di successione sono state strumento essenziale per una fiscalità redistributiva. E, infine, che non è vero affatto che i giovani schifino in linea di principio la politica; mentre spetta a noi il compito di coinvolgerli.Da allora, sono passate diverse settimane. E su questi temi è calato il silenzio. E non perché siano arrivati veti; più probabile che i vostri dirigenti se li siano posti da soli.Questo mentre la legge contro l’omofobia, che sino ad allora era andata avanti a fari spenti, appariva in una luce accecante. Trasformandosi da strumento di difesa delle persone in manipolazione ideologica; e, appunto, da proposta in legge manifesto.Una legge manifesto, ve lo diciamo subito che non possiamo proprio sottoscrivere. Perché trasforma i diritti in valori. E perché propone o suggerisce una visione della società in cui non ci possiamo proprio riconoscere. E ve lo diciamo a nome non solo nostro ma anche di quel popolo che avete il dovere di rappresentare.Modificare una legge o vedersela bocciare sarebbe uno smacco, ce ne rendiamo conto. Ma solo per voi. Mentre arrivare allo scontro, politico e culturale, con la destra su questo tema o, peggio, solo su questo , sarebbe una catastrofe per tutti. Tenetelo a mente.

luglio 6, 2021

Lorenzo Milani, uno di noi.

Di Beppe Sarno

Don Lorenzo Milani moriva a Firenze il 26 giugno 1967 stroncato da un tumore.

Per chi vuole capire l’atmosfera che si respirava negli anni sessanta i quei luoghi dove ha vissuto la sua esperienza di vita, dovrebbe uscire al casello di Barberino Mugello e ripercorrendo  belle strade di campagna  arrivare  sul monte Giovi e qui  percorrere il “sentiero della Costituzione” così chiamato perché vi sono 45 cartelli che illustrano la nostra Costituzione.

Un pellegrinaggio laico per provare l’emozione di visitare i luoghi dove visse un uomo incomparabilmente  forte artefice di una rivoluzione gentile, la cui eco viaggia nel tempo.

Don Lorenzo era una coscienza attenta, tormentatore dei pigri e degli indifferenti. Da giovane era stato socialista, nato ebreo divenne cattolico e da studente di architettura si fece prete. Fu parroco di Barbiana in Mugello che all’epoca contava quarantadue parrocchiani.

I primi dispiaceri alle gerarchie ecclesiastiche  li diede quando era Parroco di S. Donato in Calenzano con il libro “Esperienze Pastorali” prima autorizzato, poi vietato e poi tollerato dalle autorità ecclesiastiche.

La sua protesta più violenta  fu contrassegnata da due episodi significativi della sua esistenza: il processo per antimilitarismo e la scuola di Barbiana.

Un gruppo di cappellani militari in congedo, l’11 febbraio 1965 si riunirono a Firenze e redassero un documento per condannare l’obiezione di coscienza perché “estranea al comandamento cristiano dell’amore, espressione di viltà.” I cappellani rivendicavano i privilegi persi: disoccupati, senza attendenti, senza stipendio senza l’onore che la carico loro competeva. Una rivendicazione dal loro punto di vista giusta. Don Lorenzo Milani letto il comunicato rispose con una lettera “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato e privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente, squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere fare orfani e vedove; le uniche armi che io approvo sono nobili e incruente:   lo sciopero e il voto”  Parole profetiche. Conclude  don Milani “Per grazia di dio la nostra patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato; le patrie aggredite riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli: erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio , si sono scarificati per il solo malinteso ideale di Patria, calpestando senza avvedersene ogni altro  nobile ideale umano.” Per queste parole i “salvini” dell’epoca lo denunciarono alla Procura della Repubblica leggendo “nel  proditorio attacco gli estremi inconfutabili dell’incitamento alla diserzione e del vilipendio delle forze armate.” La rivista Comunista “Rinascita” riportò solidarizzando la lettera di don Milani, il quale si sentì in dovere di precisare ai giudici “che la rivista che aveva solidarizzato con lui  che la lettera “non meritava l’onore di essere fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza” Sistemati i comunisti don Milani chiarisce ai giudici “ per voi vale la legge stabilita,” mentre per i suoi alunni  deve prendere il sopravvento “la volontà di leggi migliori” per questo spiega don Milani “la scuola è fuori dal vostro ordinamento giuridico” le leggi ingiuste vanno cambiate con il voto, con lo sciopero ed anche violando la legge cattiva. Così chi viene punito“ paga di persona e testimonia che vuole la legge migliore, che ama la legge più degli altri” Questa era appunto l’obiezione di coscienza.

Don Milani andò assolto.  In riferimento alla guerra don Milani fece una scelta chiara “Nella guerra futura l’inadeguatezza dei termini nella nostra teologia e nella vostra legislazione  è ancora più evidente …..la guerra difensiva non esiste più…..non esiste più una guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione. A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza delle specie umana.” Per don Milani la disubbidienza è necessaria per ubbidire ad una legge che può essere chiamata legge di Dio o legge della Coscienza. Per don Milani, infatti,  l’obbedienza cieca  è “ la più subdola delle tentazioni”

In quell’angolo del Mugello un prete insegnava a quarantadue parrocchiani ed ai giovani della sua scuola la forza della disubbidienza.

“Su una parete della nostra scuola – scrive don Milani – c’è scritto I care. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. E’ il contrario del motto fascista me ne frego.

La scuola di don Milani divenne una stella cometa perché quei giovani che frequentavano la scuola di Barbiana impararono che la scuola durava tutto l’anno, senza bocciature, con la lettura del quotidiano ad alta voce da cima a fondo per “ comprendere le sofferenze degli altri”.

Il senso di quella scuola era avere lo scopo di liberazione sociale perchè nella scuola  si instaura la prima base della dittatura di classe – la dittatura degli alfabeti sugli analfabeti dei promossi sui ripetenti  dei viziati Pierini sui poveri Gianni. Dalla scuola, concludeva don Milani, deve partire la riscossa.

Tanto più importante è il discorso di don Milani perché la sua protesta è una protesta contadina che è alla base del suo discorso che diventa scopo principale della sua scuola: dare la parola, la virtù della parola scritta e parlata ai poveri, perché essi possono farsi sentire nei sindacati, nel posto di lavoro, nei partiti nelle assemblee politiche,  senza bisogno di affidarsi a mediatori truffaldini.  La Lettera ad una professoressa è un libro scritto da don Milani con uno stile asciutto aggressivo e pieno di quell’ironia sottile da toscanaccio quale era, ma sbaglia che ritiene che sia solo opera sua; il libro infatti è un’invenzione  di quei ragazzi della scuola che a suo tempo gli raccolsero e ordinarono il materiale per questa testimonianza che egli, malato inviava agli amici come il frutto più prezioso della sua esperienza didattica ed umana.

Il popolo russo ha fatto di Jasnaja  Poljania il luogo della memoria di uno dei suoi più grandi scrittori: Lev Nikolaevič Tolstoj. Barbiana  per tutti noi è diventato il luogo della memoria di questo irriverente e disubbidiente prete.

giugno 23, 2021

l’ex Ilva non si ferma.

TARANTO 23 giugno 2021: Il Consiglio di Stato annulla sentenza del Tar di Lecce: l’ex Ilva non si ferma. Ancora una volta lo stato non si smentisce: il profitto prima di tutto, prima della salute dei lavoratori e dei cittadini.Accolto il ricorso dell’azienda contro lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Gli impianti vanno avanti. Il Consiglio di Stato ha deciso l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce. Viene accolto il ricorso dell’azienda contro lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. “Vengono dunque a decadere le ipotesi di spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia e di fermata degli impianti connessi, la cui attività produttiva proseguirà con regolarità”, spiega la società in una nota con riferimento alla pronuncia del Consiglio di Stato che, all’esito dell’udienza del 13 maggio 2021, ha pubblicato oggi la decisione con cui è stato disposto l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce dello scorso febbraio. I giudici del Tar avevano riconosciuto la legittimità dell’ordinanza del sindaco di Taranto di spegnimento dell’area a caldo. Il Consiglio di Stato si è espresso su ricorso di ArcelorMittal.”Questa sezione ritiene che gli elementi emersi dall’istruttoria processuale abbiano fornito un quadro tutt’altro che univoco sui fatti dai quali è scaturita l’ordinanza contingibile e urgente. Anzi, quanto è emerso è più incline a escludere il rischio concreto di un’eventuale ripetizione degli eventi e la sussistenza di un possibile pericolo per la comunità tarantina”, si legge nelle motivazioni della sentenza.Ora i programmi del governo per avviare la transizione green dell’acciaieria possono andare avanti. “Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone”. afferma il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. “L’obiettivo – aggiunge il ministro – è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del PNRR recentemente approvato”.I LAVORATORI E I CITTADINI POSSONO CONTINUARE A MORIRE PER I PROFITTI DEI PADRONI