febbraio 13, 2020

Taranto città martire!

di Beppe Sarno Critica Sociale |

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.”

Non credo che il maestro con il passare degli anni abbia mutato parere, anche se espresse oggi queste idee lo farebbero mettere al bando da chi invece vede nel liberismo economico spinto e nel libero mercato la soluzione di tutti i problemi economici e politici.
Le parole di Forte, però, possono illuminarci ed indicare una possibile via d’uscita dal groviglio dell’ex Ilva di Taranto. Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe che ci  hanno portato all’attuale situazione.

Con la legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale” ciò perché doveva essere assicurata la “continuità produttiva dello stabilimento in considerazione dei prevalenti profili di protezione dell’ambiente e della salute, di ordine pubblico, di salvaguardia dei livelli occupazionali.”  La legge aveva quindi il compito di trovare soluzioni che ponessero in atto misure per risanare l’ambiente contaminato dalle scorie e dai fumi dello stabilimento; di impedire che diecimila persone andassero in mezzo ad una strada, creando  non solo problemi di miseria, ma soprattutto problemi di sicurezza che una disoccupazione così spinta avrebbe creato.

Il decreto legge 4 giugno 2013 autorizzava il Presidente del Consiglio dei Ministri a nominare Commissari per la gestione di stabilimenti di interessi strategici nazionali in caso di oggettivi “pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute a causa della inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale.”. L’art. 2 del decreto fa espresso riferimento allo stabilimento di Taranto.
Lo  Stato con inusitata sensibilità, con questi due strumenti legislativi aveva preso atto della gravità della situazione di Taranto  ed è intervenuto in prima persona perché le vicende dell’ILVA  incidono in modo grave sull’economia nazionale, affidando ai commissari la gestione  dello stabilimento.

Successivamente il ministro dell’ ambiente nominò un comitato di tre esperti che hanno realizzato il Piano Ambientale dell’ILVA per risolvere il problema dell’inquinamento dell’area intorno agli altiforni.
Accade però che nel 2015 c’è una prima inversione di tendenza il “Pubblico” si fa da parte e con il Decreto legge 5 gennaio 2015 il governo dà disposizioni ali Commissari di trovare un affittuario o un acquirente  “tra i soggetti che garantiscono la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale”.

Di fronte alla gravità del problema di Taranto qualcuno non ha avuto il coraggio di intraprendere una via difficile e tortuosa e piena di incognite e sicuri insuccessi. E’ cosi che lo “stabilimento di interesse strategico nazionale” scala di rango.
Il 15 gennaio 2016 i Commissari Straordinari bandiscono la gara per l’affitto o la vendita dello stabilimento di Taranto. Di 29 soggetti interessati  vengono ammesse alla gara solo la Arcelor Mittal e Acciaitalia s.p.a. Siam o al 30 giugno 2016.

La Arcelor Mittal nella gara era in cordata con la Marcegaglia Carbon Steel s.p.a., ma la Commissaria Europea alla Concorrenza impone l’esclusione della Marcegaglia da gruppo d’acquisto e  la vendita da parte della Mittal di sei stabilimenti di proprietà. Allo stato non risulta che questa seconda condizione sia stata rispettata.
La società Acciaiatalia era invece in partenariato con Cassa Depositi e Prestiti, Delfin, Arvedi acciai, Jsw Limited. In questo secondo gruppo è da evidenziare la presenza della Cassa depositi e prestiti società per azioni il cui capitale sociale per l’80% è di proprietà del Ministero del Tesoro e la restante è detenuta da Fondazioni bancarie che a loro volta son a gestione sia pubblica che privata, inoltre Presidente e Amministratore Delegato sono nominati dallo stesso Ministero e gestiscono di fatto un patrimonio economico e finanziario che si aggira intorno ai 230-250 miliardi di euro – oltre a decine di miliardi in obbligazioni e alla totalità delle azioni SACE – destinati sostanzialmente alla crescita economica del Paese.

Inoltre  l’Arvedi, società tutta italiana, ha una tecnologia produttiva che la Mittal non possiede. A prima vista sembrerebbe che la seconda dia maggiori garanzie da ogni punto di vista, ma per il governo non è così.
Il 5 giugno 2017 Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda autorizza l’aggiudicazione in favore dell’Alcelor Mittal in maniera del tutto apodittica tenuto conto che gli stessi tecnici nominati dai commissari definiscono il piano della Mittal “Incoerente” e che la società Acciai Italia pare abbia offerto migliori garanzie della Mittal.
Gentiloni e Calenda tirano dritto.

In data 28 giugno 2017 viene sottoscritto il contratto fra i Commissari e la Alcelor Mittal e successivamente il 14 settembre 2018 viene sottoscritto un accordo modificativo e in data 31 ottobre 2018 venivano sottoscritti i contratti attuativi con decorrenza degli affitti aziendali dal primo novembre 2018. Ad oggi dei 180 milioni di affitto da pagare non c’è traccia.
Nel frattempo  i sindacati approvano l’accordo intervenuto fra i commissari e l’Alcelor Mittal. Il 92% dei lavoratori dice “sì” all’accordo e i capi sindacali parlano di autentico plebiscito.

Cosa prevedeva l’accordo?

Il versamento di 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione del gruppo ILVA; la garanzia di una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, con l’impegno ad arrivare al 2023  a dieci tonnellate, in cambio si chiedevano  ingenti tagli occupazionali 9.440 con un taglio di 4.880 unità lavorative, per poi scendere nel 2023 a 8.400. Sotto il profilo ambientale la Mittal si impegnava a impiegare nuove tecnologie, a bassa emissione di anidrite carbonica, che poi si è scoperto non avere, la copertura dei parchi minerari, e investimenti per il risanamento ambientale paria euro 1,15 miliardi. Dal punto di vista industriale la Mittal si impegnava al rifacimento del forno “5” per una spesa di 1,25 miliardi.

Passa un anno e la Mittal introduce presso il Tribunale di Milano una citazione per ottenere la risoluzione del Contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1467 e contestualmente il 4 novembre 2018 viene inviata dall’amministratore delegato una lettera ai Commissari Straordinari in cui si comunica che entro trenta giorni si procederà alla restituzione degli impianti ed allo spegnimento graduale dei forni entro la di gennaio.

Ma che cosa è successo nel frattempo dalla sottoscrizione del contratto e la sua richiesta di risoluzione.
Ce lo spiegano i commissari straordinari nel ricorso ex art 700 c.p.c. depositato preso il Tribunale di Milano in corso di causa.
Mentre in perfetta buonafede i Commissari consegnavano uno stabilimento in grado di funzionare la Mittal fin da subito, come si legge nel ricorso depositato presso il Tribunale di Milano: “ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del piano ambientale  sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti.)

I commissari, nel ricorso ci spiegano anche che al momento della presa di consegna dello stabilimento il magazzino aveva un valore di 500.000,00 euro “l’azienda non ha al momento alcuna giacenza e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto.”
Sorge spontanea la domanda: che fine hanno fatto queste giacenze visto che non sono state utilizzate e non esiste più un magazzino ricambi?

La risposta arriverà dalle Procure di Milano e Taranto che stanno indagando.
Dal punto di vista politico il premier Conte afferma che lo stabilimento di Taranto non deve in nessun caso chiudere. Nel frattempo la triplice sindacale viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Mattarella a riprova dell’importanza strategica dello stabilimento di Taranto per l’economia nazionale.
Facendo seguito alle dichiarazioni del Governo i Commissari introducono un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale contestando le pretese della Mittal chiedono al Tribunale di Milano di ordinare alla Mittal di astenersi dal procedere allo spegnimento dei forni mantenendoli ad un livello di temperatura che ne garantisca la funzionalità; mantenere la continuità produttiva; adempiere alle obbligazioni assunte nel contratto a su tempo sottoscritto.

Nel giudizio sono intervenute la Procura della Repubblica di Milano e la Procura della Repubblica di Taranto oltre la Regione Puglia. Non si comprende perché non siano intervenuti i sindacati che sono quelli che avevano maggior interesse a contestare le pretese della Mittal.
La Procura di Milano ha giustificato il suo intervento “come portatrice di un Pubblico interesse”. Contemporaneamente il Procuratore Francesco Greco ha delegato la Guardia di Finanza a svolgere accertamenti preliminari per verificare l’eventuale sussistenza di reati.

La Procura di Taranto d’intesa con quella di Milano sempre con l’ausilio della Guardia di Finanza ipotizza la violazione dell’art.499 del Codice penale: ‘”Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione.” Si tratta dello stesso reato avanzato dai commissari Ilva nell’esposto presentato oggi in Procura a Taranto dopo il disimpegno di Arcelor Mittal. L’articolo punisce con la reclusione da 3 a 12 anni e con una multa non inferiore circa 2.065 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale, o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

In buona sostanza costituendosi nel giudizio iniziato dalla Mittal a Milano i Commissari nel contestare le pretese della Mittal ipotizzano che la crisi che la Mittal denuncia, sia una crisi pilotata dalla stessa con i comportamenti messi in atto fin dalla presa di possesso dello stabilimento.
Si legge nel ricorso infatti “ Il perfetto coordinamento temporale della iniziativa (il comunicato nd.r.) con l’azione giudiziaria notificata il giorno successivo ben dimostra come tale condotta fosse il frutto di una accurata e programmata pianificazione..le vere ragioni dell’iniziativa della Arcelor Mittal nulla hanno a che fare con le questioni formalmente sollevate: esse sono evidentemente da ascrivere ..alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”

I Commissari a mezzo dei propri avvocati sostengono che le condizioni poste dalla Mittal e che sono il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare 5.000 operai, ridurre la produzione da sei a 4 milioni di tonnellate e l’autorizzazione a tenere aperti i forni sotto esame della magistratura per altri 14-16 mesi sono condizioni irricevibili e che dimostrano “ in se il reale fine di rendere impraticabile qualsiasi trattativa concreta e portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta”

A riprova di questo intento fraudolento nel ricorso viene indicato l’esempio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania acquistato dalla Alcelor Mittal, in cui “ successivamente all’acquisizione del 2003, Arcelor Mittal ha posto in essere una progressiva cancellazione del centro siderurgico, procedendo gradualmente al licenziamento di due terzi del personale rimanente ad una precedente riduzione nel 2011 a meno di 700 dipendenti.” Inizialmente i dipendenti erano 20.000 e fatte le debite proporzioni a Taranto i dipendenti alla fine dovrebbero ridursi a 350 unità.
Un bel successo!

Su richiesta delle parti dal sei novembre ad oggi ci sono stato una serie di rinvii di cui l’ultimo il 7 febbraio fino al 6 marzo per definire un ulteriore accordo fra il governo e la MIttal.
Le richieste della Mittal per riprendere la conduzione dello stabilimento di Taranto sono tre: la reintroduzione dello scudo penale per completare il piano di risanamento ambientale. Lucia Morselli Ad. della Mittal ha dichiarato: «Senza scudo lavorare a Taranto è diventato un crimine».

La seconda condizione di Arcelor Mittal riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2. Tale condizione è stata superata dalla decisione del Tribunale del riesame di sospendere le procedure di spegnimento del  cd. “Afo 2”
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale. E qui entra in gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy (la società del gruppo franco-indiano che gestisce gli ex impianti Ilva) di Cassa depositi e prestiti.

Ingresso che i Mittal sono pronti ad accogliere, anche perché permetterebbe all’azienda franco-indiana di abbassare i costi di gestione e di affitto e sarebbe il segnale (atteso) di garanzie solide e di interesse concreto nell’acciaieria da parte di investitori pubblici. Vi sono però in questa soluzione problemi operativi perché la Cassa depositi e Prestiti non può entrare in società in perdita.
Da parte sua Il Presidente Conte non accetta la richiesta di riduzione del personale e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha messo  a punto una contro-proposta, per realizzare a Taranto uno stabilimento siderurgico all’avanguardia in Europa.

Strana ipotesi se si considera che con gli attuali dipendenti si può arrivare a sei milioni di tonnellate e riducendo ulteriormente il personale Patuanelli dovrebbe spiegare come potrebbe arrivare ad una produzione di dieci milioni di tonnellate.
Ci stanno prendendo in giro.

I rumori circa l’accordo definitivo fra Commissari e Mittal  parlano di un’accettazione da parte dei primi dei tagli all’occupazione con il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’ingresso in qualche modo della Cassa depositi e Prestiti o comunque del Capitale pubblico, la reintroduzione dello scudo penale ed infine una clausola che definisce le condizioni del disimpegno della Mittal.
Questa ultima proposta, se è vera, dimostra che le intenzioni della Mittal non sono cambiate da quelle che aveva all’inizio e che i Commissari nel loro ricorso hanno efficacemente denunziato e cioè approfittare della  situazione di favore offerta dal Governo Conte, portare un po’ di soldi a casa e distruggere definitivamente l’industria siderurgica italiana, lasciandosi alle spalle solo macerie.

E Taranto e gli operai e i sindacati!

Non rappresentano nulla né per la Mittal nè per il Governo Conte, solo un fastidioso orpello.
Nell’articolo citato all’inizio Francesco Forte scrive “Vi sono però sfere ove il cordone ombelicale non è stato ancora reciso e l’impresa pubblica è spesso costretta ad un’azione difensiva rispetto alle pressioni che i poteri economici privati, nazionali ed internazionali esercitano o cercano di esercitare sul governo, sui partiti, sulla stampa, su forze di vario genere. A volte viene abilmente sfruttato l’argomento “programmazione” per cercare di tagliare le unghie alle imprese pubbliche e per dare una veste progressista a questa azione.”

Nel nostro caso più che di pressioni si tratta di un vero e proprio ricatto.
Ma può l’Italia accettare questo ricatto sulla base del quale la Mittal resta ma a spese dello Stato, dei lavoratori dei cittadini di Taranto e dell’intera comunità nazionale per poi alla fine lasciarla andare via come ha già fatto in altre situazioni?
Bagnoli di Napoli che era una piccola realtà rispetto a Taranto, quando fu chiusa i politici dell’epoca promisero risanamento ambientale, rilancio della zona, investimenti, lavoro. Rimangono solo spazi vuoti e scheletri di capannoni dove una volta il lavoro c’era.

La Mittal a detta dei commissari ha posto in essere fin dal suo insediamento a Taranto un piano preordinato creando i presupposti di per una crisi  tesa ad “eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale.”
La Mittal potrebbe essere imputata di reati gravissimi di vario genere.
La Mittal potrebbe aver sottratto beni per cinquecentomila euro.
La Mittal vuole pervicacemente portare a termine la iniziativa distruttiva illegittimamente assunta” .
Dovunque è stata ha prodotto disoccupazione e disastri ambientali.
Cosa fa pensare a Conte che la Mittal in Italia si possa comportare in maniere diversa?
Non ci si può affidare ai privati per la soluzione del problema di Taranto perché il governo ha chiarito fin da subito che il problema della siderurgia in Italia si risolve solo con l’intervento dello Stato, perché come opportunamente sancito dalla legge 3 dicembre 2012 lo stabilimento dell’ILVA viene qualificato come “stabilimento di interesse strategico nazionale”. Perché il Presidente della Repubblica con la sensibilità che gli è consueta ha sottolineato la gravità del problema sia dal punto di vista industriale, occupazionale e ambientale.

La risposta c’è! Basta guardarsi attorno. Se Il governo si è reso conto che senza l’intervento dello Stato non si può risolvere il problema della siderurgia italiana che è un problema economico rilevante e che secondo stime del Sole 24 ore, la sua perdita farebbe perdere un punto virgola sei di PIL perché invece di regalare soldi ad una multinazionale vampira che ha dimostrato di voler fare esclusivamente una rapina ai danni dell’Italia non ci si rivolge agli attori silenti di questa tragedia e cioè agli operai delle acciaierie e con esse ai sindacati che in questa occasione stanno dimostrando di avere senso delle istituzioni?

Qui non si tratta di avviare una anacronistica operazione in cui lo Stato sostituendosi al privato si comporta in maniera simile. Un operazione in cui lo Stato si sostituisca al privato sic et simpliciter  non avrebbe senso come non ha senso l’opzione ventilata da Conte di entrare in società con la Mittal. I cinque stelle che tanto parlano di democrazia diretta perché non affrontano il problema da questo punto di vista?
La cogestione, perché è di questo che parliamo, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania.

Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate.
Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia.

A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo.
Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.

La Germania non è un paese comunista né un paese in crisi. Allora perché invece di regalare soldi ai briganti venuti dall’India non si pone in essere un modello che ha dimostrato di funzionare da più di ottanta anni, introducendo nel nostro ordinamento principi di democrazia industriale che porterebbero dare più frutti di quanti ne possa portare la Mittal. Gli operai di Taranto non possono delocalizzare e gli stessi in quanto vittime dell’inquinamento ambientale avrebbero sicuramente interesse ad risolvere il problema del risanamento ambientale.
Peraltro la cogestione in Italia divenne legge all’indomani della Liberazione poi gli alleati imposero la revoca. Uno dei fautori della cogestione furono Rodolfo Morandi.

In Italia paradossalmente la cogestione non ha mai preso piede per l’ostilità dei comunisti verso questo strumento considerato da lor antitetico agli interessi degli operai. Chissà perché? Eppure l’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.”
Cogestione nel senso indicato dalla Carta Costituzionale non significa quindi collaborazione. Perché la collaborazione di fatto cristallizza i rapporti di forza all’interno della fabbrica dove il padrone è padrone e l’operaio resta tale. Cogestione invece significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso.

In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte alla processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.
In un saggio pubblicato nella Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2014, n. 1, parte I Pietro Ichino dopo aver chiarito che la responsabilità della mancata introduzione di elementi di cogestione aziendale sia da ascriversi alla opposizione del PCI e della CGIL afferma l’autore “La partecipazione dei lavoratori in azienda viene bollata come una “mistificazione”, funzionale alla cultura della pace sociale, al depotenziamento delle lotte operaie, quindi fondamentalmente agli interessi della classe imprenditoriale.”

Inoltre La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato  dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi.

Pur senza farmi eccessive illusioni ritengo che solo avendo il coraggio di intraprendere la strada della cogestione aziendale si può risolvere il problema di Taranto. I Produttori cioè gli operai e gli impiegati prendono in mano il processo produttivo ed il risanamento ambientale godendo di ampi poteri condivisi all’interno dell’azienda. E’ chiaro che una opzione del genere fa paura perchè essa costituisce il fondamento di una democrazia effettivamente funzionante in campo economico così come previsto dall’art. 46 della Carta Costituzionale.

Qualcuno potrebbe dire che gli operai di Taranto non sono maturi per affrontare un problema così grande.
Creto il problema e grave e la siderurgia è assai complicata come materia che presuppone conoscenze specialistiche. Ma siamo sicuri che la Mittal sia all’altezza del compito? Per i disastri che ha provocato nel resto del mondo sembra che sia solo un vampiro che produce devastazioni ovunque vada sottraendo ricchezze e lasciando dietro di sé solo macerie.

Quante aziende in Italia fallite si si sarebbero potute salvare dal fallimento, se la direzione avesse prestato ascolto alle proposte concrete dei consigli d’azienda del lavoratori.
Certo ci sarebbe una fase transitoria di preparazione e di acquisizione di esperienza. Tuttavia, neppure il migliore degli insegnamenti può sostituire la scuola dell’esperienza pratica. Bisogna smetterla di ritenere i lavoratori come una massa amorfa senza nessuna competenza buona solo ad eseguire ordini impartiti dall’alto. Questa leggenda non merita di essere presa sul serio perché esprime solamente l’arroganza di coloro che si immaginano di essere nati per comandare.

Al posto di riconoscere il diritto di disposizione dello stabilimento di Taranto in capo alla Mittal, macon i soldi dei contribuenti, il Governo deve aver il coraggio di riconoscere a Taranto ai suoi operai ai suoi cittadini il diritto collettivo di disposizione dello stabilimento, nel quale il “fattore lavoro” rappresentato da organi democratici dei produttori e delle vittime dell’inquinamento ambientale in condizione di parità di diritti diventa motore della rinascita dello stabilimento e del risanamento ambientale della città.
Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di  governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Si lasci andare al suo destino la Mittal e si faccia entrare in questa nuova società il Comune di Taranto, tutti i paesi della provincia di Taranto, si riservi gratuitamente un terzo del capitale sociale agli operai in forza allo stabilimento di Taranto e delle altre aziende siderurgiche coinvolte e si crei un consiglio di amministrazione con una rappresentanza paritetica degli azionisti introducendo il principio della cogestione aziendale.

Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultra-capitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia.
Ritengo che ogni altra soluzione cosi come affermato dai Commissari nel ricorso presentato davanti ai giudici di Milano “comporterebbe la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea.”

maggio 23, 2020

GILLES MARTINET

di Giuseppe Giudice

Doveroso ricordo di uno degli esponenti più interessanti del socialismo francese. Lo ricordo perché le sue riflessioni ed i suoi libri hanno avuto una importante impronta sulla mia formazione politica. In particolare il suo libro “La Conquista dei Poteri” che è del 1968 (ma fu pubblicato in italiano qualche anno dopo con prefazione di Riccardo LOmbardi). In quel libro , per la prima volta emerse quel felice ossimoro “Riformismo Rivoluzionario” con riferimento al pensiero di diversi esponenti della sinistra italiana sia socialista che comunista: LOmbardi , Basso, Foa fino a TRentin ed Ingrao. Riccardo Lombardi fece proprio questo termine e lo sviluppò. Del pensiero di Martinet ne ho parlato in altri post. Voglio solo ricordare il suo percorso politico. Inizialmente iscritto alla gioventù comunista, uscì dal PCF , dopo le “purghe ” staliniane e nel 1938 aderì alla SFIO. Uscì dalla SFIO alla fine degli anni 50 per protesta contro il sostanziale sostegno del partito alla guerra d’Algeria. E fu tra i fondatori del PSU (partito socialista unificato) con Rocard ed altri fuoriusciti dalla SFIO, e con l’ex Trotzkista Jean Poperen. Del resto proprio la lotta alla guerra d’Algeria fu uno dei tratti caratteristici del PSU. Partito della sinistra socialista , ma più vicino alle posizioni di LOmbardi che del Psiup (mantenendo comunque rapporti con i settori non filosovietici di quel partito. Il PSU era fortemente critico verso la SFIO, ma anche verso il “socialismo reale”, autonomista nei confronti del PCF (pur nella disponibilità alla collaborazione). Ed a cui aderirono molti cattolici di sinistra. Era teorico di un socialismo autogestionario. Comunque Martinet , dopo lo scioglimento della SFIO e la formazione ad Epinay nel nuovo PS di Mitterrand ,vi aderì (anche se pare che non avesse grandi simpatie per Mitterrand stesso) e contribuì il modo determinante al programma ed al progetto del nuovo partito. Nel 1981 Mitterrand lo nominò ambasciatore in Italia. Dopo gradualmente abbandonò l’attività politica diretta. Era sposato con la figlia di Bruno Buozzi (ed aveva un discreta conoscenza dell’italiano) che fu esule per molti anni in Francia.

maggio 22, 2020

Richard Wagner.

22 maggio 1813, nasce il grande compositore anarchico RICHARD WAGNER, grande amico di BAKUNIN

La partecipazione attiva di Wagner ai moti rivoluzionari di Dresda è sicuramente la più palese manifestazione della sua ideologia, che trova un’ampia formulazione teorica in tre importanti scritti: Arte e Rivoluzione (Kunst und Revolution) e L’opera d’arte dell’avvenire (Das Kunstwerk der Zukunft), entrambi del 1849, e Opera e dramma (Oper und Drama), del 1851.
In quest’ultimo tratt…Continua a leggere

maggio 21, 2020

Non chiamateli eroi.

L'immagine può contenere: una o più persone, scarpe e spazio all'aperto
Potere al Popolo

I NOSTRI EROI GIA’ DIMENTICATI: GLI INFERMIERI NON CI STANNO! AL FIANCO DELLE/DEGLI INFERMIERE/I!

👩‍⚕️👨‍⚕️ Questa mattina, A Torino, sotto il palazzo della Regione si sono dati appuntamento gli infermieri del Piemonte per protestare contro le ennesime promesse non mantenute.

Durante la fase 1 dell’emergenza li abbiamo sentiti etichettare come “eroi” dalle istituzioni di ogni livello, compresi coloro che negli anni avevano concorso a smantellare il servizio pubblico e precarizzare proprio il personale medico ed infermieristico.

“A marzo dicevano che avrebbero aumentato i nostri stipendi e invece a maggio gli eroi sono già dimenticati. Non ci avete fatto i tamponi – ha detto il sindacalista – abbiamo indossato sacchi della spazzatura e pannoloni sotto le tute, perdendo la nostra dignità. A noi è toccato disinfettare i morti, a volte fare i sacerdoti. Siamo stati lontani dalle nostre famiglie, molti di noi sono stati abbandonati, ma nonostante tutto abbiamo continuato a lavorare, in prima linea tirando l’Italia fuori da questo pantano”.

Gli/le infermieri/e del Piemonte hanno deciso di farsi sentire per pretendere che le promesse vengano rispettate: un bonus per il lavoro svolto in questi mesi e che ha causato la morte di 40 colleghi in regione, la garanzia di investimenti per garantire maggiore sicurezza sul lavoro, la stabilizzazione dell’enorme personale precario.

Non chiamateli eroi se poi li abbandonate.

maggio 20, 2020

Lagane e ceci del Cilento.

Descrizione e storia della ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Le lagane e ceci sono una tradizionale ricetta molto diffusa a Castellabate e nel Cilento. Le lagane sono una tipologia di pasta a striscioline larghe composta semplicemente da acqua e farina. Le sue origini sono antichissime, risalgono infatti ai tempi dei greci, i quali cucinavano le lagane sulle pietre roventi e le condivano con i ceci. Il Cilento poi è la patria dei ceci di Cicerale, una di una particolare tipologia di ceci rotondi, dal sapore intenso, di dimensioni leggermente più piccole e dal colore lievemente più dorato di quelli comuni. I ceci di Cicerale si sposano perfettamente con le lagane, creando così un primo piatto dal sapore antico, che nel Cilento per rievocare la tradizione viene servito nelle classiche scodelle di terracotta.

Advertisement

Lagane e ceci del Cilento

Ingredienti ricetta delle lagane e ceci del Cilento

Gli ingredienti necessari per la preparazione della ricetta sono:

  • 200 g di farina di semola
  • 200 g di farina integrale
  • 300 g di ceci secchi
  • 10 pomodorini
  • olio EVO del Cilento
  • acqua tiepida
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cipolla di Vatolla
  • sedano
  • alloro
  • peperoncino
  • sale

Preparazione ricetta delle lagane e ceci del Cilento

La preparazione delle lagane e ceci inizia mettendo i ceci secchi in ammollo in acqua fredda per un giorno intero.

Scolate poi i ceci e metteteli a bollire in acqua abbondante per almeno un paio di ore in una pentola insieme a una cipolla, del sedano, l’alloro e un pizzico di sale.

Impastate in un recipiente o su una spianatoia le farine, un pizzico di sale e l’acqua tiepida fino ad ottenere un composto omogeneo.

Lasciatelo riposare coperto da un panno per circa mezz’ora.

Tirate la sfoglia con una macchina per la sfoglia o con più un tradizionale matterello e con una rotella tagliate le striscioline di pasta (spesse un paio di millimetri e più larghe delle comuni tagliatelle).

In una padella mettete a soffriggere l’olio del Cilento e uno spicchio di aglio intero. Aggiungete i pomodorini e lasciate cuocere qualche minuto. Dopodiché versate il tutto nella pentola con i ceci.

Mettete la pentola con i ceci sul fuoco e versate dentro le lagane quando l’acqua bolle. Aggiungete un pizzico di sale e fate cuocere per 5-6 minuti.

A cottura ultimata aggiungente l’olio del Cilento, il prezzemolo e il peperoncino, mescolate per bene il tutto e servite in delle scodelle di terracotta dopo aver fatto riposare le lagane e ceci qualche istante.

maggio 20, 2020

il fallimento dell’Unione Europea.

di france Bartolomei

L’emergenza sanitaria in cui versa il pianeta e il conseguente approfondirsi di una già pesante crisi economica e sociale hanno posto in ulteriore evidenza la totale inadeguatezza dell’Unione europea e il fallimento delle sue ricette di integrazione (sociale e non solo monetaria e finanziaria). Ci si riferisce con il termine fallimento alle conseguenze che esse hanno sulle classi popolari e non sugli intendimenti dei trattati che sono apertamente ispirati a quelle politiche.

Continua a leggere

maggio 19, 2020

Vivaldi: un genio scoperto da un altro genio

  

Non si sono mai incontrati, il primo, Vivaldi, veneziano, il secondo tedesco, Bach: entrambi della prima metà del Settecento. E Bach ammirò tanto Vivaldi, da trascriverne  alcuni concerti per altro tipo di strumenti solisti. E va detto che fu solo grazie a tali trascrizioni se Vivaldi fu sottratto all’oblio: perché a sua volta anche Bach fu tratto dal silenzio in cui era caduto grazie all’entusiasmo di Mendelssohn nell’Ottocento, che nel 1829 ne diresse la Passione secondo Matteo con un successo strepitoso.

Vogliamo capire che cosa Bach abbia trovato di così straordinario in Vivaldi? Conviene iniziare con l’ascolto di un brano scelto come esempio per un confronto: si trova anche su Youtube. Penso ad un concerto che dura una decina di minuti, ma assicuro che non tireremo il fiato finché non si sarà spenta l’ultima nota. Basterà digitare il concerto per quattro violini solisti e violoncello di Vivaldi (Opera 3, ‘Estro armonico’ ) e saremo travolti subito da uno splendido flusso musicale dal  ritmo infernale che non dà tregua e ci terrà incredibilmente sospesi dentro un impetuoso vitalismo, in una  gara tra solisti e orchestra. Poi, per pochi istanti la musica si acquieterà brevemente nel ‘lento’  del secondo tempo, per sollevarsi e riprendere a correre all’impazzata verso un finale di fuoco. E noi ci dichiareremo vinti: la musica ci avrà conquistati e quasi ci spingerà a gridare: la musica è vita! Verissimo. Temi e ritornelli, ‘soli’ e ‘ tutti’, (quattro violini solisti e orchestrina), si sorpassano, si fondono, si scavalcano precipitosamente in un  dialogo fitto fitto, e poi altri temi e ritornelli si afferrano, si divincolano e ripartono senza dare respiro. E forse, ascoltando successivamente la trascrizione bachiana per quattro clavicembali e archi  (sarà avvenuta per qualche commissione?) viene da chiedersi se non si sia perso qualcosa di quella italianissima solarità vivaldiana… di quei violini così audaci e sfrenati rispetto al… si potrà dire? molto ‘settecentesco’  timbro clavicembalistico… E poi, le sfumature…! A un violinista basta spostare leggermente le dita della sinistra sulle corde per ottenere una gamma infinita di possibilità: per non dire del variabile tocco dell’archetto. Nel clavicembalo, invece, le corde interne, attraverso la tastiera, emettono un suono ‘pizzicato’ e monotòno, che in confronto appare più freddo. Ma vediamo anche la funzione del basso continuo, molto distinto, penetrante, al di sotto dei violini solisti. E…. che effetto emotivo crea! Come  di un dramma incessante, che contraddice all’esplosiva gioia delle ondate melodiche. E viene da interrogarsi su che cosa succeda nel crescendo dell’esecuzione di così coinvolgente da emozionarci tanto. Forse un insostenibile scontro tra entusiasmo, vitalismo e… angoscia? E’ possibile? Come se un basso continuo venisse evocato dall’intimo? Paralizzante e assieme incalzante,  irrefrenabile? E comprendiamo come Vivaldi abbia trasfuso in quelle volate una sua percezione vitalistica della natura, cangiante e dionisiaca, che arriva a noi a distanza di secoli. Vitalismo ben rispondente a quel contesto culturale, enigmatico, indefinibile, come l’anima delle maschere veneziane. E nulla si potrebbe aggiungere a tutto quanto, mi sia consentito un timido riferimento anche a Bach, perché la trascrizione per altri strumenti dà esiti sostanzialmente diversi, a nostro avviso, come accade anche nelle traduzioni da una lingua all’altra. La sensibilità di due autori non può coincidere. E così il timbro di strumenti differenti.

Esistono anche altre esecuzioni dello stesso concerto, ad esempio per organo… ma vale lo stesso discorso dei clavicembali. E’ anche vero che l’organo, da solo, con le sue  tre o più tastiere dominate da due sole mani, consente un’alternanza di combinazioni che corrispondono alle quattro voci soliste, e l’uso dei pedali e dell’effetto di ‘ripieno’ simulano il ‘basso continuo’ e il dialogo con l’orchestrina. Ma… il risultato perde quella frivola, svolazzante e compiaciuta leggerezza che ci ha ormai sedotti grazie ai violini! No, anche l’organo è un grande strumento, ma pare voler dominare dall’alto, senza la sottile capacità di penetrare nell’anima. Bisogna ascoltarlo per rendersi conto, e youtube ce l’offre senza problemi. E la resa con ben quattro pianoforti? Se l’ascoltiamo è fantastica, perché ne viene fuori una gara… di nobiltà con inchini e piroette tra uguali, e confesso che la suggestione è forte e bellissima, anche se il senso si sposta verso un vibrante, più moderno Ottocento… ma qualche volta un’alternativa si può anche accettare!

Ci siamo incuriositi abbastanza a saltare da strumenti a strumenti… ma vogliamo un po’ conoscere qualcosa del vissuto di quel gran ‘demonio’ di un Vivaldi? Poche le notizie su di lui, ma comunque sufficienti a farsene un’idea. Sacerdote,  fu denominato il ‘prete rosso’ dal colore dei capelli… ma ben presto fu sospeso a divinis: le male lingue non mancavano… Una volta nel bel mezzo di una celebrazione liturgica gli sarebbe passato per la testa un tema musicale… e sarebbe corso a scriverlo in sagrestia abbandonando l’altare! Ma no, niente affatto, lui sosteneva! I ricorrenti ‘malori’ nel corso di celebrazioni erano dovuti a forti attacchi d’asma, da cui era notoriamente afflitto fin dall’infanzia. Tutta Venezia lo vedeva talvolta, tutto intabarrato, in gondola coperta, sembra anche in piena estate… Certo, gli attacchi non si presentavano mai durante i concerti o le tournées con allieve dalla voce incantevole, ospitate per carità dall’Ospedale della Pietà di Venezia: questa struttura raccoglieva  orfani, trovatelli… e donne, spesso deformi, o sfigurate dal vaiolo, ma che cantavano con voci d’angelo da dietro una grata. Eppure tali giovani donne diedero adito a chiacchiere…

Non si sa molto, effettivamente, della vita . Abbiamo un giudizio su lui di Goldoni, che però dispiace:il nostro Vivaldi sarebbe stato un eccellente violinista, ma un compositore ‘mediocre’. E nei ‘Mémoires il commediografo ne ha lasciato un buffo ritratto: recatosi  Goldoni, ancora giovane alle prime armi,  dal ‘prete rosso’ per chiedere un supporto musicale, e, vedendosi snobbato, lo sbalordì riscrivendo su due piedi una scena, con una prontezza fuori del comune, sicché Vivaldi, impetuoso per temperamento, per poco non avrebbe gridato al miracolo per quel genio della penna!

In sostanza, Vivaldi fu esaltato e ignorato, amato e avversato: e purtroppo morì nella miseria e nella dimenticanza. Ma giustizia ha voluto che sia lui che Bach siano stati sottratti alla polvere e abbiano ottenuto quella meritata fama che tutto il mondo riconosce loro.

maggio 19, 2020

L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE

L'immagine può contenere: 13 persone, spazio all'aperto
Cannibali e ReMi piace

L’ANARCHICO GIUSEPPE MESSINESE PRESE A SCHIAFFI IL DIRETTORE FASCISTA CHE VOLEVA IMPORGLI DI FARE IL SALUTO ROMANO SANCENDO LA VITTORIA DELLA RIVOLTA DELLE TREMITI; QUANDO GLI ANTIFASCISTI AL CONFINO PREFERIRONO MORIRE CHE ACCETTARE IL SALUTO FASCISTA

Correva l’anno 1938 e le isole Tremiti venivano riaperte ai confinati politici. La recente vittoria di Franco nella guerra civile spagnola e alcuni duri colpi che il fascismo aveva inferto alle organizzazioni clandestine avevano fatto cadere nuovi antifascisti nelle maglie del regime.
A Ponza, Ventotene e alle Tremiti venivano mandati gli antifascisti cosiddetti “recidivi”, ovvero i fuggitivi, le figure di spicco e gli irriducibili. Non erano passate che poche settimane dal loro arrivo nell’arcipelago che il direttore, tale Fusco, decise che tutti i detenuti avrebbero dovuto rivolgere il saluto fascista durante l’appello e incrociando le autorità. Non era la prima volta che venivano emessi bandi del genere, e non era la prima volta che i confinati facevano resistenza. Già ad Ustica il coraggioso Antonio Sicilia aveva rifiutato sdegnosamente, finendo confinato nel “fosso”, una cella sotterranea, che gli avrebbe provocato danni irreparabili alla salute.
Ma alle Tremiti gli eventi presero una piega diversa, perché l’opposizione fu di massa.
Il giorno seguente alla diramazione del bando, durante l’appello delle ore 9, come precedentemente pattuito nessuno fece il saluto. Giunti al nome del detenuto “Andrini”, questi disse che non sapeva salutare romanamente. La guardia addetta alla chiamata si alzò dal tavolo e lo aggredì. Fu l’inizio della rivolta. In pochi attimi il piazzale dell’appello divenne teatro di una zuffa furibonda durante la quale gli antifascisti risposero con la forza alla violenza delle guardie, resistendo per varie ore ai tentativi di riportare l’ordine. Cedettero solo dinnanzi alla promessa di Fusco che non ci sarebbero state rappresaglie. Promessa falsa, visto che vennero immediatamente ridotti acqua e cibo, mentre molti venivano arrestati e tradotti nelle carceri più vicine. Coloro che continuarono a rifiutare il saluto vennero uno ad uno mandati nelle celle di isolamento e poi destinati ad altre località. Ma per ogni trasferito, qualcun altro rifiutava.
In questa fase della protesta, il comunista Perencin e l’anarchico Ferrari morirono per complicazioni dovute alla durezza dell’internamento.
Nonostante ciò proseguì la protesta, e proseguirono le vessazioni fino alla metà del 1939, quando l’anarchico tarantino Giuseppe Messinese, confinato dal ’26, arrivò alle Tremiti. Il direttore lo accolse pretendendo il saluto romano e lui, d’istinto, gli mollò un ceffone. Tutto fu nuovamente sul punto di degenerare, ma alla fine le autorità centrali decisero che Fusco andava sostituito. Con la sua partenza terminò anche l’imposizione del saluto.
I confinati avevano vinto.

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

maggio 19, 2020

Al Sud nasce un centro di ricerca sulla ‘Street Art’: è il primo in Italia

Quello appena nato a Napoli è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo

Da alcuni anni si parla sempre più spesso, in Italia, di “Street Art”, la creatività urbana che ottiene sempre più apprezzamenti e riconoscimenti. I fautori di questa arte molto particolare sono sostanzialmente artisti controversi e molto interessanti, come Bansky,  MR Brainwash, e nel nostro Paese sicuramente l’amatissimo partenopeo Jorit.

Proprio a Napoli, infatti, da sempre sostenitrice di ogni forma d’arte e di cultura, è nato un centro che punta a studiare e sostenere “l’arte da strada”, che soprattutto nel capoluogo campano sta avendo un notevole impatto.

Il progetto, denominato “Inopinatum”, prende vita al Suor Orsola Benincasa. Il suo titolo, “imprevista impertinenza”, fa riferimento probabilmente al tema principale della Street Art, ossia la provocazione e la sorpresa.

Questo progetto nasce da un accordo tra l’Ateneo partenopeo ed “Inward” (Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana, urban design e tutti i linguaggi della creatività urbana emergente), ed è il primo e quindi unico centro di ricerca accademica d’Italia dedicato a questo ramo.

La sede del Centro Studi sulla Creatività Urbana sarà nell’antico claustro della cittadella monastica di Suor Orsola, e rappresenterà un luogo di incontro per discutere della nascita di progetti e convegni nazionali e internazionali.

La città partenopea, quindi, è perfetta per un’iniziativa di questo tipo, avendo un terreno fertilissimo per ogni forma d’arte.

Ricordiamo, infatti, che la Street Art partenopea è arrivata anche alla Bit di Milano per la presentazione del Maggio dei Monumenti. Alla recente Borsa internazionale del Turismo, infatti, era stato allestito uno stand del comune di Napoli per realizzare il volto di Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno. Il murale di Jorit dedicato al filosofo napoletano e all’attore milanese rimarrà nella città lombarda per evidenziare la vicinanza tra Nord e Sud.

Ma non è l’unico murale di Jorit ad essere stato chiacchieratissimo: indimenticabile, e tra i più recenti, il dipinto dedicato al cestista statunitense Kobe Bryant, scomparso pochi mesi fa.

maggio 19, 2020

RANIERO PANZIERI.

 

venne definito come un “revisionista di sinistra” da Paolo Spriano. In realtà il suo neo-marxismo si muoveva lungo i sentieri inesplorati del pensiero di Marx. A partire dal Marx dei Grundrisse e di diversi passi del Capitale poco approfonditi. Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP, conservando fino alla sua morte prematura a soli 41 anni , nel 1964 la tessera del PSI. A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine, meritandosi l’elogio di Nenni. A Matera , nel 1955, concluse un convegno su Rocco Scotellaro, organizzato dalla fed prov. Mio zio , che andò , mi raccontò di aver ascoltato un compagno di una cultura straordinaria. La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’hegelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idea sono certo da collocarsi in certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro. Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto dalla morte prematura, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta
maggio 19, 2020

Sondaggi politici: vola il PD, giù Salvini e la Meloni

di  Alessandro Cipolla

Sondaggi politici: vola il PD, giù Salvini e la Meloni

Questo è il responso del consueto sondaggio politico, diramato in data 18 maggio proprio il giorno in cui ha preso veramente il via la cosiddetta Fase 2, realizzato dall’istituto Swg per conto del Tg La7 di Enrico Mentana.

Oltre al PD, tra i partiti di governo sorridono anche La Sinistra e Italia Viva che se così stessero le cose sarebbero di un soffio oltre la soglia di sbarramento del 3%, mentre il Movimento 5 Stelle subirebbe stando al sondaggio un brusco stop arrestando così la crescita fatta registrare negli ultimi tempi.

Male tutto il centrodestra in blocco, compresa Giorgia Meloni che tanto sarebbe cresciuta da un anno a questa parte, ma la coalizione adesso grazie alla mozione di sfiducia ad Alfonso Bonafede ha l’occasione non solo di ricompattarsi, ma anche di fare uno sgambetto al governo nel caso in cui Matteo Renzi decidesse di votare a favore.

Sondaggi politici: male Salvini e i 5 Stelle

Quest’ultimo sondaggio di Swg ci consegna uno scenario inedito per quello che è stato l’andazzo della politica italiana negli ultimi tempi, con tutti i partiti di centrodestra dati in calo con la sola eccezione di Cambiamo del governatore ligure Giovanni Toti che sarebbe stabile.

Il primo dato che balza all’occhio è il marcato calo attribuito alla Lega, segno di come Matteo Salvini dovrà rivedere qualcosa in quella che è stata la sua strategia comunicativa da quando è iniziata l’emergenza coronavirus.

Se il Carroccio piange non ridono di certo neanche Fratelli d’Italia e Forza Italia, con Giorgia Meloni che dopo un periodo di grande crescita nei sondaggi adesso starebbe vivendo un momento di assestamento.

Chi invece sembrerebbe essersi scosso è il Partito Democratico, che grazie a questo balzo adesso viene dato più vicino alla Lega, mentre per il Movimento 5 Stelle ci sarebbe un brusco passo indietro nonostante il licenziamento da parte del governo del decreto Rilancio.

Tra i partiti di governo buone notizie per Matteo Renzi, visto che la sua Italia Viva stando a questi numeri raggiungerebbe di un soffio la soglia di sbarramento del 3%, con anche La Sinistra che si andrebbe a migliorare di molto rispetto la scorsa settimana.

Se però alle prossime elezioni si dovesse votare con il Germanicum, l’asticella per poter entrare in Parlamento verrebbe alzata almeno al 4%, rendendo le cose più difficili a questi partiti così come ad Azione e +Europa.

Mercoledì 20 maggio al Senato si voterà una mozione di sfiducia “garantista” nei confronti del ministro pentastellato Alfonso Bonafede, presentata da Emma Bonino e appoggiata da Carlo Calenda.

Se oltre a quella del centrodestra la mozione dovesse trovare la sponda anche di Italia Viva, allora la maggioranza di governo potrebbe andare sotto aprendo così una crisi di governo in piena emergenza sanitaria ed economica.

Guardando il sondaggio, a Matteo Renzi converrebbe poco andare al voto visto che rischierebbe seriamente di non superare la soglia di sbarramento, con l’ex premier che potrebbe decidere di andare fino in fondo soltanto se ci fosse già pronta una maggioranza alternativa, magari per realizzare quel governo di unità nazionale avallato anche da parte del centrodestra.