Archive for ‘arte’

marzo 29, 2020

Musica, maestro!

di Gina Ascolese

Il romanzo storico ‘La fontana di Bellerofonte’ dello scrittore C. Genovese contiene , tra i tanti episodi che potrebbero vivere anche di vita autonoma, questo che segue, particolarmente esilarante. Ambientazione: Avellino, centro storico, la pittoresca cantina di Andrea Ficca, 1820. E’ sera: donne a casa, uomini in cantina a farsi compagnia davanti a qualche allegra sorsata di vino. Tra gente semplice non c’è da aspettare il carnevale per immaginarsi seduti nel grande teatro imperiale di Vienna, tra re, regine e diplomatici. Lì il compaesano Michele ebbe pochi anni addietro l’occasione di ascoltare, di nascosto, nientedimeno che la Settima di Beethoven diretta dal compositore in persona. A grande richiesta Michele impersonerà per gli amici di bevuta ‘Beethoven’ tutto braccia e bacchetta in mano. E il pubblico di ‘raffinati intenditori avvinazzati’ ordinerà il ‘crescendo’ nei momenti di maggior impeto orchestrale!

Celestino Genovese è scrittore di origine irpina, di grande forza espressiva e immaginazione, psicoanalista ed ex docente universitario, autore di molti saggi scientifici.

Ed ecco qui la narrazione del brano, a cui abbiamo dato un titolo indicativo:

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ (un buonissimo piatto di tagliatelle larghe e corte, bianche, ovviamente fatte in casa, e ceci: piatto della tradizione irpina) e  attorno alla pietanza una schiera di vispi cucchiai di stagno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: si è detto il perché. Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, tenendo banco con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alle spalle

di Talleyrand e teste coronate d’Europa: si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. Il nipote, bella però la moglie del nipote,e  i faticosi viaggi di andata e ritorno, che cosa non si fa per una bella donna? Tutto vero! Tutti pettegolezzi di cucina…! (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: cercherà di descrivere a suo modo tutta la Settima beethoveniana, trasportandola  dalla sala magnifica e regale del teatro imperiale, lui analfabeta o quasi, nella modesta cantina avellinese del Regno delle due Sicilie.  E con una magica bilocazione del compositore in persona!  ‘Ludwigh, se ci sei batti un colpo!’ verrebbe da suggerire… Ma non ce n’è bisogno: Eccolo qua il maestro, non si vede? E’ Crescendo!  ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….” e il parlottio continua, ma…

si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’.E a un cenno del ‘maestro’  gli amici comandano in coro: ‘Crescendo!’ e il volume dell’orchestra sale… Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

 

 

 

marzo 28, 2020

  La fontana di Bellerofonte 1820

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

 

 

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ e  attorno una schiera di cucchiai di legno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: perché? Ora ci arriviamo… Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, a far ridere tutti con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alla volta di Talleyrand e teste coronate : si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: nella sala magnifica e regale del teatro imperiale ha ascoltato, lui analfabeta o quasi, l’esecuzione esclusiva  della Settima beethoveniana . E con la direzione del compositore in persona! ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….”

Si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’. Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

Gina Ascolese

Celestino Genovese, scrittore di origine irpina, psicoanalista ed ex docente universitario, già autore di molti saggi nel suo campo. Il romanzo, documentato sulla base di approfondite ricerche, appare come opera di indubbio significato tra letteratura e storia, ambientata al tempo dei moti carbonari del 1820: esattamente duecento anni fa, data di cui celebriamo quest’anno il Bicentenario.

Romanzo storico di Celestino Genovese  ,                                                                               

                                               Pironti editore, Napoli 2014

 

 

 

marzo 18, 2020

E ora l’amore!

Risultato immagini per scene di seduzione

Passiamo ad un episodio diverso, e di tutt’altro genere. Un corteggiamento amoroso, in cui il dialogo è pressoché muto, la parola sarebbe un’intrusa: parla il silenzio. Forse solo le parole della poesia, da Saffo e Alceo a Catullo e Orazio, da Leopardi a Montale, hanno saputo connotarsi nella loro incomparabile intraducibilità. Vediamo se tale magia può essersi ripetuta qua, nella prosa.

Segue allora un brano splendido: un dialogo inter-umano che fa trattenere il respiro e dilata l’immaginazione.Una scena assolutamente perfetta di seduzione. Lei una quasi bambina, ma già donna: la quindicenne Nennella, eccezionalmente sola in una casa appartata, la stessa notte della diserzione di Morelli e Silvati. Lui un giovane impegnato e colto, don Luigino, da un po’ incuriosito dalla procacità civettuola, ma acerba e inesperta, di lei. E’ un’ora molto tarda, lui non dovrebbe essere all’uscio di lei a notte fonda e in assenza del nonno: ma sa bene che la fanciulla è sola in casa. C’è un divieto atavico sull’ora, sul luogo, sugl’incontri uomo-donna. Lui audace e abilissimo, insinua il dubbio che sia lecita una via di mezzo: non lasciarlo entrare, che sarebbe troppa profanazione! ma accostare la porta e andare a fare assieme una passeggiatina incolpevole là vicino, senza una meta, tra la magnolia odorosa e la siepe di mortella, senza una scoperta intenzione di sgarrare. E proprio con questo inganno dolce, comincia la trasgressione del divieto atavico. Complice il profumo penetrante dei fiori di magnolia, il buio tiepido della notte, l’ascolto del silenzio nell’assoluto isolamento dal mondo abitato… Nell’incedere dei due mano nella mano, il non detto che ciascuno può intuire nella dinamica sensuale della giovinetta: una piacevolezza diffusa, un arrendevole abbandono dell’io al buio che tutto riveste di complice naturalezza, e la percezione di essere la sola persona in quel momento importante per l’altro, la sola in tutto il mondo: la sola! Poche frasi, un tentato abbraccio, uno sfogo di pianto della bambina che sta per scomparire dentro la sensualità della donna . E sullo sfondo la sagoma rassicurante della montagna protettiva che domina la vallata di Avellino, il profilo di Montevergine umanizzato come un divino archetipo che è lì da sempre, che acconsente, dalla sua lontananza che tutto scorge e tutto copre, e che non può mentire. E la siepe di mortella altrettanto viva: con centinaia di lucciole accese: una divinità femminile, una Magna Mater che si distende a circondare, a celare, ad accogliere. Tutta la cornice di sapore simbolico-antropologico allude descrittivamente al rituale dell’amore. Il dialogo tra i due giovani è il non dire, il comunicare ascoltando forti i battiti del cuore e l’indebolirsi della volontà. E si inoltrano carichi di emozione verso un ‘altrove’ del qui ed ora che non ha uguale e che non si ripeterà più.

Citò tempo fa in un’intervista l’autore della ‘Fontana di Bellerofonte’ la famosa frase di Flaubert: ‘Madame Bovary c’est moi!’ Vorremmo rispondergli da qui che se non ci fosse circolarità comunicativa autore-scrittore- piano del racconto-lettore nessuno sarebbe capace di forzare le parole intime e riservate del narrato e farle riecheggiare in un commento interpretativo come questo. Ecco, Flaubert fu davvero geniale ad anticipare una realtà che la scienza della comunicazione oggi pone sotto gli occhi di tutti. Bisogna solo avere occhi per vedere, orecchie per udire, sentimenti per esprimere.

18\3\2020 Gina

febbraio 29, 2020

Chiediamo troppo?

Interno_chiesa_San_Lazzaro_Faenza“…e se ne vanno gli uomini ad ammirare le alte vette dei monti e i maestosi flutti dei mari e gl’immensi corsi dei fiumi e l’ampiezza dell’oceano e le enormi distanze delle stelle, e si dimenticano di se stessi….” : meditazione agostiniana, su cui casualmente cade l’attenzione di Francesco Petrarca, in preda ad un forte e autentico tormento spirituale per l’innegabile sua incapacità di non amare ciò che la mente gli dice di non amare… la gloria…l’amore….Laura! Gli si è appena svelata la grandezza dell’animo umano e della sua propria interiorità, che è in lui, e non ha necessità di essere cercata all’esterno! Perché cercare al di fuori di sé una bellezza che è da sempre e per sempre dentro di noi? E tale certezza acquieta l’angoscia del poeta, pur se momentaneamente. Mi viene in mente, per analogia, un Santuario dedicato a San Michele Arcangelo, in Piemonte, prodigiosamente innestato su uno sperone di roccia. Vi ascesi vari anni addietro, in tempi ahimé lontani dall’oggi e…dalla fede, ed esso fin dalla gradinata di accesso m’ispirò una prepotente, seduttiva, idea di ‘altrove’. Per la sua posizione elevatissima? Per la musica sublime che m’inondò? Che le eteree orbite celesti, ruotanti intorno al mondo, esistano davvero? e producano veramente un suono impercettibile ad orecchio umano, e che lì, e solo lì, l’immensità dell’etere si sia condensato anche per me, per me! in ‘musica mundi’ udibile?

Di esperienze analoghe ciascuno ne ha e ne ha avute. Ce le offre Qualcuno? Magari…! Saremmo già belli e appagati tutti! La musica, fino a prova contraria, nasce dall’uomo e nell’uomo. Ed essa si espande su un corpo: corpo che coincide con l’aritmetica dei ritmi, con le regolari alternanze di note e pause, con la successione di suoni secondo precise consonanze armoniche: tutto nasce dall’armonia, ma tutto va al di là dell’apparato tecnico e inventivo per creare… armonia! Come uno slancio vitale, sempre diverso e imprevedibile, infinito, la sua essenza, quella che ci cattura, che muove il nostro essere, è forse tutta qui: nel mistero della vita e della morte, o forse solo, esistenzialmente, nel ‘nonsenso’ della morte. Ed ecco l’interazione tra musica e fede. Ecco le domande fondamentali di cui vorremmo sentire dire: perché si muore? Da dove veniamo e dove siamo diretti? Esiste un fine in tutto questo vagare dell’universo? Altrimenti ci avrà detto più dei successori di Cristo il nostro Leopardi! Ma noi non vogliamo questo, in onore di quel Dio che continua a darci se stesso nel pane e nel vino. Basterebbe una liturgia veramente partecipata per sottrarci alla dispersione, alla frammentazione di vita persa dietro ai ‘fatti’ , alle ‘funzioni’, alla ‘chiacchiera’. Dispersione abbastanza alienante! Ah!… ecco forse la salvezza! Non abbiamo un rito settimanale, la Messa? Forse questa ci potrebbe aiutare!…. Ahi ahi! Ma perché spesso si è presi da un senso di insufficienza, teologicamente erronea, e di freddezza, durante la celebrazione? E frattanto siamo disturbati da canti a dir poco ‘parlati’, e chitarre a tutto spiano con tanto di microfono, che non hanno il potere di sollevarci di un solo palmo da terra! E così finiamo per chiederci perché quel Dio lì presente e vivo non abbia nulla da dirci! E magari ce ne usciamo di chiesa poi carichi di ulteriori sensi di colpa e di inadeguatezza personale. Forse dovremmo ripartire daccapo e cambiare qualcosa. Quanto sarebbe diversa la partecipazione personale, se nelle chiese non si fosse accantonata la tradizione della musica di qualità! Basterebbe riservare a strumenti come l’organo, o altro di serio, o a dei cori veri, professionali, qualche momento finalmente introspettivo. Forse non riusciamo a tornare dentro di noi al cospetto di Dio e non possiamo esprimergli i nostri lamenti, come Giobbe, certi di essere ascoltati… Perché mai Giobbe avrebbe gridato a Dio, se non avesse avuto la certezza dell’ascolto? Macché! Si sente solo il silenzio di Dio e quella stretta di mano che ci scambiamo tra vicini di panca non allude a riconciliazione alcuna, a nessuna ‘reductio ad unum’. Eppure non può essere tutto una formalità. E forse potremmo come S.Agostino desiderare di esporci allo sguardo dell’Altro non per vergognarcene, come Adamo ed Eva, ma per poterci a nostra volta guardare, guardare dentro di noi! con amore e perdono…perché forse ci sentiremo anche appagati dalla vita, ma non sapremo mai che cosa sia guardarsi con amore e rispetto di sé. E invece? In assenza di momenti interiorizzanti, veniamo invitati a ‘partecipare’ (!) aprendo e chiudendo le labbra, per cantare ‘in playback’ a volte amene canzoncine. Quanto sarebbe recuperato della nostra vita spirituale e culturale se, invece di ricorrere a giulivi musicanti, assordanti chitarre e festosi tamburelli, ci si attrezzasse a restaurare organi antichi facendo suonare e cantare chi abbia studiato musica! E se potessimo entrare in noi, e al contempo uscire da noi, su flussi di armonie….! Viene da chiedersi quali privilegiati percorsi spirituali avranno condotto ad opere spesso così ispirate. Altro che ritornelli e strofette pensate a tavolino…! Tanto per fare un nome, crediamo che il compositore che meriti il primato tra Sei e Settecento, se è lecito fare confronti tra diversi, tra i suoi contemporanei Couperin, Daquin, Clerambault, il nostro Corelli… è certamente Bach, capace di toccare le note più intime del nostro animo, come gli slanci più festosi e lieti, o grandiosi e alti. Si potrebbe, a questo punto, segnalare agli interessati qualche brano veramente significativo, nonché semplice, eseguibile in chiesa, ma anche per un ascolto privato. Nel periodo di Avvento, ad esempio, e Natalizio, è indicata, ed appropriata, l’esecuzione di Pastorali, caratterizzate da un ritmo ternario, e ne abbiamo di famosissime, come il corale di Bach: Wachet Auf BWV 645, compreso negli Schubler-Corale; o la pastorale di A. Corelli, dal Concerto Grosso op.6, n.8; il Noel X di C. Daquin (dal Grand Jeu et Duo) ; il Corale di Bach ‘In Dulci Iubilo’.. .. Invece, nel periodo quaresimale, che va dal mercoledì delle Ceneri alla Pasqua, la musica dovrebbe essere adeguata al tempo penitenziale ed escludere i momenti gioiosi delle Introduzioni e dei Finali, per conservare un tono più raccolto e sommesso. Ma, a parte le indicazioni ufficiali e no della Chiesa,comunque la musica liturgica è finalizzata sempre alla gloria di Dio e ad avvicinare la nostra creaturalità al Creatore, perché i nostri sensi ahimé sono deboli e necessitano di aiuto. E allora non resta che concludere che la musica è contemporaneamente ben più, e altrettanto meno, di una gratificante esecuzione concertistica, cosa che non avrebbe senso in quel contesto (per questo non è appropriato applaudire neanche alla fine della messa), né può apparire come una parentesi estetizzante per ‘alleggerire’ la ritualità. Certamente, invece, i brani sono sottomessi ai tempi e alle sonorità adatte per la liturgia, con preferenza per i bordoni e i flauti, registri bellissimi, che hanno un suono evocativo e intimo, con esclusione di trombe barocche, nazardo e simili dal timbro salottiero o stridulo, o rimbombante… E’ sempre non sottovalutabile, poi, tutt’altro, l’uso dei pedali, tipica peculiarità dello strumento in questione, che si inseriscono equilibratamente in un sapiente uso dei registri, già indicati negli spartiti, ma soggettivamente rielaborabili anche in ottemperanza all’organo di cui si dispone. (Gli organi, a differenza del piano, degli strumenti a corde, a fiato ecc. sono gli unici strumenti effettivamente diversi l’uno dall’altro per grandezza, numero di tastiere, estensione, registri, sonorità) Né il suono, per intensità, se accompagna il canto assembleare, può mai coprire le voci. Le sonorità spiegate in tutta la potenza dell’organo vanno riservate agli ‘a solo’ dell’inizio e della fine, e comunque usate con buon senso.

Ci aiuterà la musica ‘instrumentalis’a far fluire dentro di noi la musica ‘mundi’? Cioè la musica umana ci condurrà a quella musica che Dante immaginò prodotta dalla rotazione dei cieli eterei del Paradiso e dai cori degli Angeli? Chiediamo troppo? Noi suoniamo per Lui, ma la musica in compenso farà fluire dentro di noi il grande Assente-Presente rendendolo vivo e, chissà perché e come, rendendo anche noi stessi delle persone vive.

Gina Ascolese

 

luglio 28, 2018

Alla stupidità non c’è limite!

Nudi di artisti ma sempre troppo nudi per Facebook, i suoi algoritmi e io suoi “cleanars”, gli addetti alla censura delle immagini ritenute sconvenienti. Una follia.
Giù le mani però dai nudi di Peter Paul Rubens. I musei del nord del Belgio sono sul piede di guerra dopo che Facebook ha messo il bollino rosso ad un’opera del celebre pittore fiammingo, escludendola di fatto dalla piattaforma social perché troppo spinta.

Come dire: Alla stupidità non c’è limite!

gennaio 30, 2015

Bramante a Milano, dal 4 dicembre 2014 al 22 Marzo 2015.

Una delle cose positive dell’Expo 2015 a Milano, è stata la ricchezza culturale, c’è un continuo di mostre d’arte, in particolare al ricerca su quei personaggi storici che sono legati alla città di Milano e alla Lombardia.
Uno di questi è il Bramante, a cinquecento anni dalla morte la Pinacoteca di Brera ricorda l’artista con una mostra, che ne valorizza la poliedrica personalità artistica ne ricostruisce il soggiorno in Lombardia e a Milano dal 1477 fino al 1499.
Inizialmente ebbe incarichi da pittore ma lavorò prevalentemente come architetto per Ludovico il Moro, Il Bramate arrivò a Milano già maturo, aveva accumulato una vasta e singolare cultura artistica con un bagaglio culturale che li permise d’esercitare una grande influenza ed autorità sulla cultura lombarda, nello stesso periodo in cui Milano ospitava Leonardo da Vinci.
Fu uno dei periodi più ricchi per Milano la fine del XV secolo, fu centro di cultura, dove l’arte locale di impronta gotica si incontrò con architetti ed artisti pienamente rinascimentali, provenienti dall’Italia centrale, di cui Bramante fu quello che lasciò l’impronta più importante.
Si può ammirare oggi ancora a Milano la trasformazione della basilica di Sant’Ambrogio, la Tribuna di Santa Maria delle grazie, Duomo di Pavia.
Un weekend a Milano prima dell’Expo può essere un idea interessante, il giorno per vagabondare tra le vetrine dei negozi del centro, prendere un caffè alla Pasticceria Marchesi in via Santa Maria alla Porta e la sera consiglio qualche ristorante sui navigli come Osteria dei Binari, con specialità tipiche lombarde dal risotto alla milanese con lo zafferano, ai modeghili, tortelli di zucca mantovana, torta sbrisolona.
Pinacoteca di Brera, Via Brera 28 – Milano
Orari: Da Martedì a Domenica: 08.30-19.15
gennaio 1, 2015

…e domenica al museo.

Musei gratis domenica 4 gennaio 2015 DomenicalMuseo
 

Torna il 4 gennaio 2015 #DomenicalMuseo, l’iniziativa del Mibac il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, che prevede l’apertura gratuita di tutti i musei e le aree archeologiche statali la prima domenica del mese. Di seguito troverete un elenco dei siti di Napoli che rimarranno aperti, ma, se volete visitare le tante altre aree museali e archeologiche della Campania, potete consultare l’elenco sul sito del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Come abbiamo già fatto nei mesi scorsi in questa occasione vi parleremo brevemente, a fine articolo, di uno dei musei visitabili: dunque un museo al mese con la presentazione del Museo del Novecento. 

Per domenica 4 gennaio (e perMartedi’ 6 Gennaio 2015) si potranno anche effettuare delle  “Visite guidate al Teatro di San Carlo” previste tra le iniziative natalizie della Camera di Commercio di Napoli con appuntamento la domenica dalle ore 10:30 alle ore 16:00. Telefonare per conferma al San Carlo al n. 081 797 2111.

Musei statali Gratis a Napoli domenica 4 gennaio 2015

  • Appartamento Storico – piazza Plebiscito, 1 – Telefono: 0815808111 – 081400547
  • Area archeologica di Carminiello ai Mannesi – Vico I Carminiello ai Mannesi – Telefono: 081440942
  • Castel Sant’Elmo – via Tito Angelini, 22 – Telefono: 0812294401 848800288
  • Certosa di San Martino – largo San Martino, 5 – Telefono: 0039.081.2294541
  • Complesso termale di via Terracina – Via Terracina – Telefono: +39.081.4422220 (Ufficio Archeologi della Soprintendenza)
  • Crypta Neapolitana – Salita della grotta, 20 – Telefono: 081/669390 e 081/2301030
  • Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Piazza Museo Nazionale, 19 – Telefono: +39.081.4422149 (Punto informazioni del Museo); +39.081.4422111 (centralino)
  • Museo del Novecento – via Tito Angelini, 22 – Telefono: 0039.081.2294401 (breve descrizione a fine articolo)
  • Museo della Ceramica Duca di Martina – via Cimarosa, 77 / via Aniello Falcone, 171 – Telefono: 0039.081.5788418
  • Museo di Capodimonte – via Miano 2 – Telefono: 0817499111 – 081749915 – 848800288
  • Museo di San Martino – largo San Martino, 5 – Telefono: 0039.081.2294541
  • Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes – Riviera di Chiaia, 200 – Telefono: 0039.081.76123560039.081.669675
  • Palazzo Reale di Napoli – Piazza del Plebiscito, 1 – Telefono: 0815808111 081 400547 biglietteria numero verde 848800288
  • Parco di Capodimonte – Via Miano, 4 – Telefono: 0817410080 0815808278
  • Parco e Tomba di Virgilio – Salita della grotta, 20 – Telefono: 081669390
  • Villa Floridiana – via Cimarosa, 77 / via Aniello Falcone, 171 – Telefono: 0039.081.5788418
  • Villa Pignatelli – Riviera di Chiaia, 200 – Telefono: 0039.081.7612356 0039.081.669675
dicembre 28, 2014

Cesare Pavese? I remember!


Hai mai conosciuto una persona che fosse molte cose in una, le portasse con sè, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze, e un’altra terra e un altro cielo che non ti è dato possedere?

Cesare Pavese.

dicembre 27, 2014

Per animare le pause pranzo, ricreano famosi dipinti

Per animare le pause pranzo, ricreano famosi dipinti

Per  superare la noia delle pause pranzo, una coppia di dipendenti di una web agency di New York hanno iniziato a ricreare i dipinti più famosi, utilizzando esclusivamente quello che trovano in ufficio, e loro stessi (e qualche volta dei colleghi) come modelli. Una ulteriore regola che si sono dati è che ogni eventuale editing […]

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marzo 22, 2014

Benarrivata primavera.

Le rose di Eliogabalo – Alma Tadema, 1888