Archive for maggio 6th, 2020

maggio 6, 2020

Basta con gli agguati!

di Anna Falcone

Il nostro appello “Basta con gli agguati” (che trovate pubblicato su questo profilo in un post del 1°Maggio) ha raggiunto in soli tre giorni 16.500 firme! E continua a crescere. Ciò dimostra che, lungi dal voler limitare il diritto di critica al governo e il pluralismo delle idee – come chiaramente scritto nell’appello – mai come adesso è inaccettabile che dietro la strumentale propalazione di sedicenti moti “libertisti” si tentino evidenti manovre di potere, volte a sovvertire gli assetti politici nel Paese. Tantissimi cittadini italiani non ne possono più della politica urlata, delle palesi menzogne e degli slogan che solleticano la rabbia, ma non offrono alcuna reale soluzione ai gravissimi e inediti problemi posti dalla pandemia, che aggravano ulteriormente la crisi economica già in atto e le diseguaglianze che affliggono la nostra società. In un momento di tale gravità, tutto ciò è inammissibile. Basta con i regolamenti di conti sulla pelle delle persone: i più deboli in primis! Mai come adesso è necessario cambiare passo e far fare alla politica (tutta) e alla classe dirigente quel salto di qualità che metta il futuro dei cittadini, i loro diritti, la necessaria riorganizzazione del lavoro e dell’economia in senso più innovativo ed equitativo, la riconversione ambientale e tecnologica, la protezione dei più fragili, al primo posto. In quella che è – e sarà – la più grave crisi sociale, economica e democratica dal dopoguerra, trasparenza, competenza, responsabilità e costruttività devono essere prerogative non solo del governo, ma anche delle opposizioni! Che nessuno mai più approfitti di crisi di portata epocale, per lucrare crisi democratiche. Sono sempre i cittadini che ci vanno di mezzo. Dipende anche da noi fare in modo che, questa volta, si reagisca non con la “rottamazione” di fatto della democrazia, ma con una maggiore richiesta di partecipazione. condizione essenziale per il compimento e l’evoluzione del progetto democratico già scritto in Costituzione. E’ l’unico vero “vaccino” contro il virus del populismo e dell’uomo solo al comando. La Storia ci insegna: non funziona e finisce sempre male.. Scrive Antonio Antonio Floridia, uno dei promotori dell’appello:”Un grande insegnamento viene da questa vicenda ed emerge da tante mail: “basta” con una politica urlata e divisiva, riconquistiamo la civiltà di una discussione democratica aperta e pluralista. Puntiamo sulle cospicue risorse di mobilitazione politica e civica che ancora esistono nel nostro paese e che si sono manifestate in questi giorni. Ne avremo molto bisogno per il “dopo”. Un dopo che sia pensato dal basso, a partire delle diseguaglianze e dalle contraddizioni sociali”. Su questo obiettivo andiamo avanti.

Partiamo da una premessa: si è trattato di un testo promosso da un gruppo di intellettuali, condiviso da migliaia di cittadini “comuni”, un testo che ha rivelato una profonda consonanza con le idee e i sentimenti di una fetta importante dell’opinione pubblica (certo non tutta, ma forse propri…

ILMANIFESTO.IT
Partiamo da una premessa: si è trattato di un testo promosso da un gruppo di intellettuali, condiviso da migliaia di cittadini “comuni”, un testo che ha rivelato una profonda consonanza con le idee e i sentimenti di una fetta importante dell’opinione pubblica (certo non tutta, ma forse propri…
Partiamo
maggio 6, 2020

Assemblea iscritti Risorgimento socialista in Puglia.

SABATO PROSSIMO 9 MAGGIO, ORE 18

https://i2.wp.com/www.avantionline.it/magazine/wp-content/uploads/2020/03/rosselli.jpg
è indetta l’assemblea dei compagni iscritti e simpatizzanti di Risorgimento socialista in Puglia. Essa si terrà in modalità telematica tramite la piattaforma Meet.
Quanti sono interessati – oltre agli iscritti e alle iscritte –
sono invitati a contattare i compagni referenti del partito o a scrivere una e-lettera a gae.colantuono@gmail.com (fino a 15 minuti prima dell’inizio) per ricevere il codice di accesso.

Ordine del giorno.

1. Stato del partito nazionale e regionale; ultime iniziative, fra cui la nomina dell’esecutivo e l’avvio della collana di studi (G. Colantuono).
2. Crisi dell’UE e posizione di RS (S. Prontera).
3. Testimonianze e Proposte del e per il mondo del lavoro e del risparmio (interventi dei partecipanti).
4. Elaborazione di un documento politico regionale e calendario di iniziative sui territori.

maggio 6, 2020

Sarà un futuro d’inferno!

 

di Beppe Sarno

Mentre l’inps provvede ad erogare il bonus di 600 euro che a maggio forse diventeranno mille, proviamo a fare un po’ di conti per capire quanti soldi servono per fronteggiare l’emergenza, dove si potranno prenderli e a che prezzo e quali sono le prospettive per  il futuro per l’Italia e per la maggior parte degli italiani.

Per ciò che riguarda i seicento euro l’INPS pagherà 2,7 miliardi di euro  ed altrettanti ne pagherà nel mese di maggio anche se per effetto di una selezione che verrà fatta diminuiranno gli aventi diritto ed aumenterà il bonus che potrebbe arrivare fino a mille euro però  con  dei paletti.

Siamo già a quattro cinque miliardi. Se tale misura dovesse continuare fino alla fine dell’anno si potrebbe arrivare a spendere 18 miliardi di euro. A questa cifra bisogna aggiungere i soldi che serviranno per i buoni spesa che saranno erogati dai Comuni che integreranno il bonus dei 600 euro.

Ma lo Stato avrà bisogno di altri soldi per pagare la cassa integrazione. Al  momento si parla di un fondo di dotazione  di 38 milioni di euro per fronteggiare le ricadute economiche provocate dall’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. questi soldi dovrebbero essere finanziati dal “Sure” un prestito apparentemente senza condizioni che vengono trasferiti ai paesi membri ma che comunque sono prestiti  che peseranno sul loro futuro bilancio pubblico, fino a quando non saranno restituiti.

A questa enorme cifra andranno aggiunti gli aiuti alle imprese e agli artigiani, il cui ammontare attualmente non è quantificabile; sappiamo però che grazie al via libera della Commissione europea lo Stato tramite la Sace garantirà le banche per prestiti  fino a 400 miliardi da queste concesse ad imprenditori in difficoltà.

Inoltre sono state già alo studio tre misure di politica economica, differenti sia per l’onere a carico dello Stato sia per la tempistica della loro attuazione:

  • nel breve termine: trasferimenti diretti alle imprese da parte del governo per compensare la perdita di fatturato e coprire i costi operativi. Trasferimenti aggiuntivi a fondo perduto eviterebbero o ridurrebbero la necessità delle imprese di far ricorso al credito bancario, ma comporterebbero un aggravio dei conti pubblici;
  • nel medio termine: creazione di un veicolo speciale per la ristrutturazione dei debiti delle imprese medio-grandi, finanziato con risorse pubbliche e con l’emissione di titoli a lungo termine collocati sul mercato;
  • nel medio termine: introduzione di incentivi fiscali per la ricapitalizzazione delle imprese.

E’ presumibile immaginare che si arrivi ad una spesa di cento miliardi.

A questa somma bisognerà aggiungere il mancato introito da parte delle stato di tasse che non saranno pagate per effetto della contrazione del prodotto interno lordo.

Il Fondo Monetario Internazionale  prevede che “«Il bilancio della maggior parte delle economie dell’eurozona si deteriorerà a causa delle ricadute di Covid-19 e delle misure di emergenza annunciate»e che il deficit italiano salirà all’8,3% nel 2020  del prodotto interno lordo.

l’Istat ha certificato che nel primo trimestre del 2020 la variazione acquisita per il 2020 rispetto all’anno precedete è pari a -4,9%., quindi appare credibile una riduzione del prodotto interno lordo nelle misura prevista dal Fondo monetario internazionale del 10% circa.

Oltre agli esborsi che andrà a fare lo Stato si indebiterà per ulteriori  cento miliardi per  minori entrate per imposte e tasse che non riscuoterà ed inoltre sarà indebitato con la BCE o con gli investitori istituzionale che gli avranno prestato i soldi per una somma di valore almeno equivalente.

Siamo già a duecento miliardi di euro.

Un girone infernale!

Questa seconda parte di mancato incassi lo Stato dovrà chiedergli agli italiani attraverso il pagamento delle tasse. Ma cento miliardi sono tanti e altri cento da restituire alla BCE sono tantissimi.

Bisogna tener presente che nella rilevazione relativa al mese di febbraio 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una crescita. Secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia al 29 febbraio 2020 il debito pubblico era risalito a quota 2.447 miliardi di euro. Il debito pubblico, come tutti sanno (o debito delle amministrazioni pubbliche) è rappresentato dall’esposizione di uno Stato e di altri soggetti pubblici nei confronti di altri soggetti economici. I creditori possono essere nazionali o esteri. Ma lo stato siamo noi.

A questo debito di 2.447 miliardi bisognerà aggiungere ulteriori 200 miliardi. Non a caso l’ agenzia di rating Fitch ha declassato l’Italia da BBB a BBB-, che vuol dire  che siamo  un solo gradino sopra il livello spazzatura. Questo significa che in caso di emissione di BPT lo stato dovrà prevedere interessi maggiori per rendere più appetibili i titoli che metterà in vendita.

Ma quanto incassa lo stato normalmente ogni anno? Secondo le fonti ufficiali lo stato incassa annualmente 471 miliardi fra imposte dirette e imposte indirette.  Non è pensabile quindi che nel  2021, posto che il 2021 si torni alla normalità, lo stato possa chiedere agli italiani la restituzione di 200 miliardi o 400 come dicono alcuni,  per intero mediante applicazioni di nuove tasse o aumento di  quelle esistenti.

Certamente non si potrà incrementare le tasse di circa il 50% in un solo anno. Significherebbe chiedere a tutti o di chiudere bottega o  di trasformarsi in evasori totali. Se prevedessimo il rientro di questo debito in cinque  anni saremmo pure di fronte ad una massa enorme di soldi da recuperare e cioè un aumento del  20%  di quanto incassa lo Stato fra imposte dirette e imposte indirette. E possibile? e come?

Se lo Stato potesse  decidere da solo  potrebbe fare un ritocco delle aliquote ma quanto recupererebbe? Poco. Alzare il cuneo fiscale? Difficile.  penalizzare i redditi sopra gli 80.000 euro. magari” però avremmo come reazione un trasferimento di massa in paesi a bassa fiscalità.

Si potrebbe reintrodurre l’imu sulla prima casa recuperando circa 4 miliardi ne mancano sedici, questa misura però metterebbe ulteriormente in crisi il mercato immobiliare già fortemente indebolito. Giuliano Amato  risolse il problema facendo un prelievo forzoso sui conti correnti, ma questa misura potrebbe durare un anno, perchè l’anno successivo i correntisti si guarderebbero bene dal versare i propri soldi sui conti correnti bancari.

Ma lo Stato non potrà decidere da solo perchè queste ipotesi non tengono conto che sarà l’Europa a dirci che fare, con o senza Mes.

Cosa significa tutto questo in termini di occupazione? Gli analisti hanno formulato due ipotesi una ottimistica che prevede il fallimento di 98.000 imprese con la perdita di 2.200.000 posti di lavoro, l’ipotesi pessimistica prevede il fallimento di 180.000 imprese nel caso la crisi dovesse durare fono alla fine dell’anno.

Ciò significa che  arriveremmo alla perdita di  circa quattromilioni di posti di lavoro. stiamo parlando di persone, di operai, di giovani che rimarranno senza niente da dare alle proprie famiglie, senza diritti.

Come ricaviamo da una analisi di Claudio Negro del Centro Studi e Ricerche Itinerari previdenziali e Fondazione Anna Kuliscioff  “ una prospettiva più profonda della crisi si può ricavare dai freschissimi dati INPS sulla Cassa Integrazione, aggiornati al 29 aprile: i lavoratori interessati da Cassa Integrazione Ordinaria (la Straordinaria per ovvi motivi non riguarda la crisi da lockdown) sono 5.086.000, cui si aggiungono quelli che percepiscono l’Assegno Ordinario (il corrispondente della CIG per le aziende che hanno costituto fondi di solidarietà), per un totale di 7.903.000. Ci sono poi le Casse Integrazioni in Deroga per le aziende che non hanno né l’uno né l’altro ammortizzatore, che non possono ancora essere quantificate con precisione perchè il loro iter autorizzativo passa per le regioni: per ora le domande decretate dalle Regioni sono 140.000, per un numero di dipendenti che dovrebbe superare i 500.000. Si tratta in totale di circa 8.500.000 lavoratori sospesi interamente o parzialmente dal lavoro: il 45% di tutti i lavoratori dipendenti! Nel comparto turismo-ristorazione la percentuale tocca l’85%, nei tessili il 96%, nella filiera dell’automotive il 93%, ecc. (dati INAPP).”

Concludendo la crisi del coronavirus indebiterà lo Stato solo per l’anno in corso di circa duecento miliardi di euro; falliranno circa duecentomila imprese   e potremo arrivare ad un numero di disoccupati dai quattromilioni agli ottomilioni.

Sicuramente questi dati, per me che non sono un economista, non sono esatti del tutto, ma purtroppo temo che siano sbagliati in difetto.

quale la soluzione? Per ciò che riguarda il nuovo debito va osservato che se lo stato emettesse buoni BPT speciali chi li comprerà? In questa situazione solo la BCE potrebbe darci una mano, con le riserve che deriverebbero dalla Sentenza della Corte costituzionale Tedesca che ha ridotto l’Italia e tutta l’Europa una provincia della Germania. poco più di un “land”.

Secondo Francesco Forte, illustre economista, che ha pubblicato un’attenta e puntuale analisi su critica sociale per risolvere il problema ” urge un piano di medio e lungo termine, basato su 5 punti, come quello che è stato  esposto dall’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Carlo Messina.

Cominciando dal quinto per Forte occorre  che lo Stato promuova  ” lo sblocco degli investimenti in infrastrutture  e grandi opere attualmente bloccati, che riguardano  150 miliardi già contabilizzati, nei pubblici bilanci, per i quali  è necessario sveltire le procedure, onde passare dai documenti ai fatti.” Secondo Forte queste opere bloccate potrebbero essere finanziate da privati o enti pubblici che non graverebbero sul bilancio dello stato perchè “si tratta non di debiti pubblici ma di debiti privati, in quanto fatti da imprese, private o pubbliche e non dal governo” Per questo motivo Forte auspica  che l’Italia acceda al MES ma facendo in modo ” anche questo debito non sia effettuato dal governo, ma da un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo” ed indica enti sanitari o un consorzio di enti sanitari regionali che “possono finanziarsi sia con i ticket sanitari, e sia con unna eventuale tassa sanitaria regionale dello 1,5%”

Certamente  sbloccare gli investimenti in infrastrutture e grandi opere porterebbe un grande beneficio sia per l’occupazione che per le casse dello Stato. Ma la cifra indicata da Forte non è quella che si ricava dalle fonti ufficiali. In fatti la ministra delle infrastrutture Paola De Micheli parla di 80 miliardi da spendere e non 150 in opere pubbliche, per la messa in sicurezza della rete viaria, dei ponti e dei viadotti, nonché per la realizzazione di programmi innovativi per la qualità dell’abitare.

Qualunque sia la cifra lo sblocco della grandi opere darebbe lavoro a circa ottocentomila lavoratori. Una bella boccata di ossigeno, ma non risolutiva perchè mancherebbero all’appello 3.200.000 posti di lavoro. Cassa integrazione in meno da pagare e imposte dirette ed in dirette non coprirebbero il fabbisogno dell’emergenza coronavirus.

Ma in quanto tempo si potrebbero sbloccare effettivamente queste grandi opere se lo “sblocca cantieri” non ha sbloccato un bel nulla? Commissariare tutto? la vedo difficile con la classe politica che abbiamo e non sono d’accordo sul sistema proposto da Forte sul controllo ex post dei lavori effettuati. Mi piacerebbe domandare al prof. Forte perchè “l’appaltante non gradiva essere controllato”

Piuttosto io sposerei la proposta ipotizzata dal  presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, che vorrebbe valorizzare l’esperienza della «vigilanza collaborativa» Con questo sistema si esce  dalle deroghe disegnando un modello di regole snelle per semplificate le procedure di realizzazione dei grandi eventi, accompagnando il modello con strumenti di controllo collaborativo in corso d’opera. In buona sostanza il controllo avviene in progress, cioè man mano ch e le opere avanzano nella realizzazione. Si arriva alla fine dll’opera con i controlli eseguiti e l’opera pronta alla consegna.

Questa proposta è stata accolta con favore anche dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri che a sua volta ha proposto l’idea di una legge quadro per i grandi eventi.

Forte ritiene che invece dello Stato a contrarre il debito sia ” un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo“. Non ritengo che da nessuna parte stia scritto che un ente pubblico economico possa accedere ai finanziamenti del MES, ma ammesso che questo fosse possibile difficilmente Il MES ammetterebbe ai suoi finanziamenti veicoli finanziari che non sia uno stato. Anche perchè le regole per accedere al Mes presuppongono la firma di un memorandum in cui vengono stabilite le regole del gioco, se gioco si può chiamare. A questo proposito resta assolutamente incomprensibile il meccanismo di restituzione del debito posto che vengono ipotizzati una serie di passaggi che data la nostra burocrazia e gli eventuali conflitti di interessi difficilmente sul piano pratico appaiono realizzabili. T

troppe ipotesi in conflitto fra di loro.

Forte poi ipotizza ” la emissione di debito pubblico italiani a lungo termine, riservato a italiani, garantito da collaterali consistenti in beni del demanio e del patrimonio pubblico” Questo perchè a dire di Forte al’elevato risparmio degli italiani non fa riscontro un pari investimento da parte di questi nel debito pubblico italiano.  Anche in questo caso non riesco ad essere pienamente d’accordo perchè se è vero che ufficialmente solo il 4% del debito pubblico italiano è in mano a risparmiatori italiani è pur vero che gli italiani che hanno soldi difficilmente compreranno titoli del debito italiano dopo che S & Poor ha detto che i titoli italiani sono spazzatura.

Certamente un investitore attento italiano o di qualsiasi altra nazione preferirà acquistare titoli tedeschi a zero rendimento piuttosto che titoli italiani con rendimenti appetitosi, perchè con i titoli tedeschi alla scadenza si è certi di recuperare almeno il capitale investito, mentre con i titoli italiani si corre  il rischio di non trovare nemmeno quello.

Mettiamo per ipotesi che lo Stato Italiano emettesse buoni del debito pubblico a lunga scadenza appare improbabile che gli italiani lo acquistino considerato che  nel 1988 i titoli di stato italiano in mano ai privati ammontavano al 58% del debito pubblico mentre ora siamo scesi a poco più del 3%. Perchè si dovrebbe invertire la tendenza  in un periodo di crisi come quella attuale.

Italiani brava gente ma non fessi.

Infine il prof. Forte ipotizza l’incentivazione al rientro in Italia delle aziende che sono andate all’estero con misure fiscali appropriate  e benefici legali come quelli che vengono dati all’estero. Anche qui l’esperienza insegna che le aziende fuggono in Olanda e in altri paradisi fiscali e vedo difficile il loro rientro in Italia anche perchè una legislazione premiale ridurrebbe le entrate fiscali per lo Stato e allora che senso avrebbe farle rientrare?

la realtà brutale dei fatti è un’altra: la gente non paga più l’affitto, h chiesto di sospendere il pagamento della rate di mutuo, il banco dei pegni è preso d’assalto alle sette del mattino. Le attività commerciali non riaprono e quando riapriranno solo la metà lo farà, mentre gli altri resteranno chiusi. Licenziamenti e cassa integrazione non si conteranno. Intanto la stagione turistica e quasi del tutto bruciata.

Nel settore dell’automotive bisognerà far fronte ad un invenduto pari a circa il 90%. Si prevede che circa il 50% delle compagnie petrolifere fallirà e a ruota seguiranno le banche e i risparmiatori perderanno i loro risparmi. La conclusione è che la povertà colpirà fasce intere di popolazione.

Ii pochi ricchi saranno certamente più ricchi, ma  in compenso i poveri saranno sempre di più e sempre più poveri.

E’ vero niente sarà come prima perchè dovrà cambiare il nostro modo di vivere in peggio ovviamente. Ristoranti, bar, discoteche, palestre, hotel, cinema e teatri, centri commerciali, compagnie di trasporti e tante altre dovranno fare i conti con incassi più che dimezzati.

Alla fine in una maniera o nell’altra l’Europa ci presterà i soldi che ci servono per far fronte all’emergenza. probabilmente  l”Italia emetterà BPT speciali come suggerisce il prof Forte con un costo stimato di circa 600 milioni all’anno per interessi, che andrà ad aumentare il nostro debito pubblico, ammesso che l’Europa ci conceda di farlo.

Appare difficile che però questi prestiti possano avvenire senza condizioni come chiede il governo italiano tenuto conto elle dichiarazioni del primo ministro olandese che ha dichiarato ai suoi parlamantari che  “gli Stati che chiedono il prestito del Mes devono sottoscrivere un “memorandum in cui si impegnano a utilizzare la linea di credito per sostegno al finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta, guarigione e i costi relativi alla prevenzione a seguito della crisi Covid-19” e poi ha aggiunto ” la linea di credito sarà disponibile solo per la durata della crisi COVID-19. Terzo, la linea di credito per Stato membro sarà del 2% del prodotto interno lordo come punto di partenza “  ed inoltre  Quarto – si legge – è importante che le procedure per la concessione di finanziamenti da parte del Mes, come previsto dal trattato Mes, vengano adeguatamente monitorate” infine ultima condizione “le linee di credito siano più brevi” rispetto alla storia passata del Mes

Dopo aver accettato queste forche caudine, Il prossimo anno saremo richiamati a rientrare nei termini previsti dal patto di  stabilità e l’Europa ci imporrà ulteriori regole draconiane che prevedranno ancora e più stringenti sacrifici.

Insomma sarà un futuro d’inferno.

Ma da questo inferno bisognerà pur uscire. Come?

La risposta a mio avviso sta scritta nella nostra Carta Costituzionale che come diceva Aldo Moro ai padri costituenti  deve avere un carattere pedagogico nel senso che  ad essa bisognava ed ora bisogna riferirsi alla Costituzione per indirizzare un progetto di ricostruzione dello stato nelle sue molteplici funzioni.

la società moderna è stata contrassegnata da un assalto del capitale finanziario ai diritti dei lavoratori. si è immaginato che il mercato poteva essere regolatore della società e l’Europa è stata costruita seguendo questo principio, dimenticando che bisognava privilegiare come ha fatto la nostra Carta Costituzionale uno sviluppo della società sulla base di principi di libertà di democrazia, di giustizia sociale e di solidarietà internazionale.

Ma si sà la politica è costruita sui rapporti di forza fra le varie componenti della società ed in Italia ed in Europa  il capitale ha avuto la meglio sul lavoro almeno negli ultimi venti anni.

Ripartendo dalla Costituzione questa è impostata sulla solidarietà fra capitale e lavoro; negli ultimi venti anni la globalizzazione ha prodotto un liberismo assoluto che va fermato; lo Stato, con gli strumenti democratici che ha a disposizione, deve essere il protagonista della   ricostruzione economica della nazione ponendo rimedio non solo alla devastazione del coronavirus ma a venti anni di economia basata sull’egoismo e sulla voracità  dei grossi gruppi finanziari internazionali.

Il lavoro deve diventare protagonista dell’agenda politica. L’art. 35 della costituzione recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.”  E’ scritto “La Repubblica” non “la legge” e la Repubblica cioè lo stato, cioè noi, dobbiamo trasformare radicalmente le condizioni attuali e promuoverne altre che garantiscano lavoro per tutti i lavoratori. Ma come deve essere il lavoro?

Ce lo spiega l’art. 36 che ci ricorda  “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.“Esiste oggi questa condizione? Certamente no!

Come non esiste la previsione dell’art. 37 “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” E che dire dell’art. 46? “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.” La cogestione presente nella legislazione di molti stati non ha trovato simpatizzanti in Italia, primi fra tutti i sindacati preoccupati della commistione dei ruoli che si genererebbe. ma la cogestione è l’unica arma per portare la democrazia nei luoghi di lavoro.

Gli imprenditori italiani hanno dimostrato di non essere capaci di essere classe dirigente perchè hanno dato prova che la loro opera era finalizzata al loro egoismo assoluto senza tener conto di quello che oggi viene chiamato bene comune.

I lavoratori che anche in questa drammatica situazione di emergenza sanitaria hanno dato prova di essere capaci da soli di sostenere il peso di un momento così drammatico, parlo di tutti quelli che negli ospedali a costo della propria vita hanno affrontato il male e si apprestano a sconfiggerlo, parlo dei sindaci,  dei pompieri, delle forze dell’ordine, degli operai  che non hanno fermato la produzione e che il 4 maggio in quattromilioni si sono recati al lavoro mettendosi sulle spalle il gravoso fardello della ripresa,  questi sono e devono diventare classe dirigente perchè solo essi hanno dimostrato sono capaci di creare una permanente  solidarietà fra il bene proprio e il bene comune.

Se riusciremo a portare questo anche nelle istituzioni europee rovesciandole nella loro attuale formulazione l’Europa avrà un motivi per sopravvivere, altrimenti sarà meglio combattere per la sua dissoluzione.

maggio 6, 2020

LA NUOVA LINEA DI CONFINDUSTRIA

di Alberto Benzoni

In altri tempi, il terremoto ai vertici della stampa italiana, in coincidenza non casuale con l’elezione di Bonomi al vertice di Confindustria avrebbe suscitato un’ondata di commenti e di proteste, in particolare da parte della categoria. Questa volta solo un vagito di contestazione. Al minimo sindacale. E subito spento.

Questione di sensibilità al problema. Ai tempi della prima repubblica, questa era molto alta. E si accentuò con l’avvento di Berlusconi. Dopo è andata via via scemando. Per il progressivo disinteresse ai problemi delle regole e a quello che accadeva nel mondo dei media. E, corrispondentemente, con il “chiamarsi fuori” di quelle èlites democratico-liberali titolari della causa e progressivamente indebolite e in tutt’altre faccende affaccendate.

Tutto ciò premesso, la vicenda ha certamente a che fare con gli equilibri interni al settore. Ma non è questo il suo aspetto più importante. Perché quello che si manifesta in queste settimane è un nuovo protagonismo del potere economico nel nostro paese. E, insieme, la ricerca di un suo più equilibrato posizionamento e rispetto alla politica italiana e al suo governo e in relazione alle possibili evoluzioni dello scontro in atto a livello mondiale.

Sinora la Confindustria, e gli organi di stampa che ne riflettevano i diversi umori, si erano mossi in ordine sparso. In una cacofonia di richieste e di proteste; alla ricerca confusa di sempre nuovi e magari opposti referenti politici; e comunque con toni variamente ostili al governo, anche in vista di crisi destinate potenzialmente a esplodere in ogni momento.

Oggi, il quadro è diventato più chiaro. E su diversi fronti. I sondaggi d’opinione rafforzano lo schieramento di governo a danno di quello di opposizione, punendo, all’interno dei due schieramenti, quelli che giocano in modo più spericolato e irresponsabile su ipotesi di rottura. Per altro verso, non sembrano esistere, anche per la tenuta del M5S, combinazioni ministeriali suscettibili di ottenere la maggioranza in Parlamento e soprattutto padri della patria disposti ad assumerne la guida.

Per altro verso, viviamo un periodo in cui tutti ci amano, che dico, si precipitano per aiutarci. Dalla Cina, miliardi di mascherine e di messaggi di simpatia. Dalla Russia, materiale sanitario, accompagnato da militari per impedire che venga trafugato. In arrivo e con parole di ringraziamento per i nostri aiuti passati, gli albanesi. Medici da Cuba. La von der Leyen che si scusa. L’Oms che ci pone ad esempio. La Bce che acquista con avidità i nostri titoli di stato. Altri centinaia di miliardi in arrivo dalla Ue. I soldi del Mes, con l’unica condizione di essere effettivamente spesi. E, siccome a Trump piace sempre Giuseppi, una bella commessa per l’acquisto di fregate lanciamissili: una subito e le altre a scalare.

Allo stesso modo, il nostro governo si dichiara amico di tutti; con particolare riferimento all’America ma senza escludere nessuno.

Il senso di queste convergenze amorose non sfugge affatto né alla nuova Confindustria né di riflesso alla grande stampa italiana. Come non sfugge affatto che il progetto salviniano – un populismo di destra, ostile all’Europa e perfettamente in linea con l’avventurismo di Trump – è non solo pericoloso ma sta anche andando in confusione.

E allora, sotto la guida del nuovo presidente Bonomi, la Confindustria, “farà da sé”. Niente rapporti promiscui e senza avvenire con questo e con quello ma un fronte compatto (in rappresentanza, anche, degli interessi delle piccole e medie imprese) nei confronti dell’esecutivo. E in un confronto in cui non si tratta di rivendicare questo o quel provvedimento; perché è in gioco, qui e oggi, il ruolo delle imprese private nel futuro assetto del paese.

Il primo e fondamentale rischio è che lo stato interpreti in modo estensivo il suo ruolo nel salvataggio delle imprese: o nel senso di una loro nazionalizzazione o più in generale come premessa di un rilancio di “politiche industriali”. Ora, Confindustria farà, d’intesa con i sindacati, tutto ciò che le compete per favorire l’uscita del paese dalla crisi; ma in piena indipendenza e senza accettare intromissioni “stataliste”. Su questo ha già avuto, da subito ampie assicurazione da Gualtieri: se lo stato entra nel capitale delle imprese è per salvarle dal fallimento o dalle brame predatorie dello straniero; non per nazionalizzarle o senza alcuna pretesa di “governante”. Sani principi; che poi questi possano essere rispettati nel caso di Alitalia o di Taranto (e annessi) è tutto da vedere.

Insomma, è bene che lo stato ritorni al suo posto. Anzi, che si faccia un po’ più da parte. Oggi bisogna correre; e per correre bisogna essere liberi di farlo: e, allora, via il codice degli appalti, via i controlli antimafia, via la malfamata “burocrazia”. Siamo al “meno stato più mercato”; anche se, di questi tempi, lo slogan non suscita più i consensi di una volta.

C’è poi la tentazione redistributiva. Insomma le varie ipotesi di mettere i soldi in tasca alla gente perché ne ha bisogno; magari perché ha perso il lavoro e non ha speranze di trovarne un altro. Anche su questo l’altolà del padronato è chiaro. I soldi sono pochi; e allora è meglio darli, nell’interesse generale del paese, a coloro che vogliono lavorare e soprattutto che il lavoro sono in grado di darlo. Aggiungendo, a buon bisogno, che chi pensa, anche per un attimo, a tassare patrimoni o rendite deve essere “silenziato”.

Alla fine, un velato avvertimento. Vada pure il “dopo nulla sarà più come prima”. Ma, mi raccomando, senza crederci troppo. E soprattutto, senza pensare, che in questo dopo, il ruolo e il peso dell’iniziativa privata possa essere ridimensionato. Questo è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità anzi a svolgere un ruolo “nazionale”nell’individuare le vie della ripresa; a patto però che questo ruolo vada riconosciuto, valorizzato e soprattutto premiato.

Abbiamo fin qui parlato dell’ideologo del nuovo corso e cioè di Bonomi. Dimenticandoci del controllore dei suoi diffusori; e cioè di Agnelli. Nella sua veste di cittadino del mondo: il fisco in Olanda, le auto negli Stati uniti. E, non a caso, attraverso La Stampa, di capofila dell’atlantismo, anzi del partito americano.

Non ce ne siamo affatto dimenticati. Ma prendiamo atto che lo schieramento atlantico e occidentale nel nostro paese non coincide più o coincide sempre di meno con il “partito americano” che, attualmente è quello di Trump. E per il semplice motivo che i suoi interessi e i suoi ideali non possono essere garantiti – nell’attuale scontro tra America e Cina – né dalla vittoria di una delle due parti né dall’inacerbirsi, sino a livelli incompatibili con la permanenza di qualsivoglia ordine mondiale; ma piuttosto dalla ricerca di un modus vivendi, con le sue regole del gioco, analogo a quello costruito ai tempi della guerra fredda.

Un’opinione, in questo, condivisibile da qualsiasi persona ragionevole.

maggio 6, 2020

Verso il decreto Maggio: misure per lavoro e imprese

Nel decreto Maggio, ci saranno «ulteriori misure a sostegno della liquidità», la proroga e il «rafforzamento delle misure già prese di sostegno al lavoro e ai redditi», sostegni alle imprese «anche sotto forma di contributi a fondo perduto e di sostegno alla capitalizzazione, agli investimenti, all’innovazione»: le anticipazioni sono del ministero dell’Economia, Roberto Gualtieri, in sede di audizioni alle Camere sul dl Liquidità, e confermano molte delle attese relative al prossimo decreto economico del Governo. Che, in base a quanto dichiarato dal premier, Giuseppe Conte, nelle scorse settimane, dovrebbe prevedere interventi specifici per le PMI per 15 miliardi di euro, anche con interventi di finanziamento a fondo perduto. Vediamo come si configura questo provvedimento, atteso ormai a giorni.

=> Conte: due nuovi decreti, 15 miliardi solo per le PMI

Misure per le imprese

Per quanto riguarda la liquidità delle imprese, si attendono contributi a fondo perduto e interventi per la ricapitalizzazione. E’ uno dei capitoli più delicati, al centro di un ampio dibattito all’interno della maggioranza di Governo, con il coinvolgimento delle parti sociali. Nella giornata del 6 maggio, incontro in videoconferenza fra esecutivo (Gualtieri e il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli) e le imprese (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).

Secondo anticipazioni di stampa, gli interventi a fondo perduto potrebbero essere destinati a imprese, artigiani e commercianti con fatturato fino a 5 milioni. Conte aveva invece spiegato che gli interventi del capitale sono allo studio per medie imprese, di dimensioni quindi maggiori. In realtà, ci potrebbe essere una differenziazione: per le medie imprese, da 5 a 50 milioni di fatturato, agevolazioni fiscali per potenziare la capitalizzazione (sull’esempio dell’Ace). Per le imprese più grandi, interventi diretti dello Stato nel capitale, probabilmente per un tempo limitato.In arrivo, per le piccole imprese, anche agevolazioni su affitti e bollette.

Indennizzi autonomi

Lavoratori dipendenti

Sicuramente viene prorogata la cassa integrazione con causale Covid 19, attualmente prevista (dal Cura Italia) per nove settimane: è ancora aperto il dibattito sul numero di settimane aggiuntive da riconoscere. In vista anche la proroga della NASpI, il sussidio di disoccupazione per i lavoratori dipendenti.

Non si escludono poi misure innovative, come la riduzione di orario a parità di stipendio, con la trasformazione delle ore in meno in attività di formazione.

Si attendono le proroghe delle varie misure di conciliazione lavoro famiglia, dai congedi per i genitori che hanno i figli a casa da scuola al bonus baby sitter, che potrebbe essere potenziato. Proseguirà il blocco dei licenziamenti (per altri tre mesi, fino a metà agosto).Infine, dibattito aperto su badanti e colf: si parla o di accesso alla cassa integrazione anche per questo categorie, o di un meccanismo di indennizzi simile a quello previsto per gli autonomi.

Agricoltura

Altro capitolo caldissimo, con tanto di minaccia di dimissioni da parte della ministra, Teresa Bellanova, che insiste su una sanatoria per i migranti che lavorano alla raccolta nei campi: permessi di soggiorno di sei mesi, rinnovabili di altri sei mesi.

Allo studio anche assunzioni agevolate, con contratti a termine in agricoltura, per i lavoratori in cassa integrazione a zero ore o che percepiscono ammortizzatori sociali, che manterrebbero però il diritto ai sussidio, cumulandolo con la retribuzione, fino a un tetto di 2mila euro.

Reddito di emergenza

Sarà una misura temporanea (non strutturale, come il reddito di cittadinanza), si parla di un contributo per due o tre mesi, da 440 a 800 euro, destinato alle famiglie in difficoltà, modulato in base all’ISEE.

=> Reddito di emergenza nel prossimo Decreto

Incentivi fiscali

La misura di cui si parla di più è l’innalzamento al 120% dell’ecobonus per i lavori di riqualificazione energetica e del sisma bonus.

maggio 6, 2020

L’Italia non vuole più l’Unione Europea, lo rivela uno studio

 Violetta Silvestri

L'Italia non vuole più l'Unione Europea, lo rivela uno studio

Gli italiani sempre più euroscettici: è quanto si osserva in un approfondito sondaggio del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali dell’Università Luiss) effettuato nel nostro Paese in questo particolare tempo dominato dal coronavirus.

Una rappresentazione dell’Italia a 360° quella emersa dall’istituto, con lo scopo di testare il sentiment della popolazione nei confronti dell’appartenenza all’Unione Europea. Un tema sempre attuale, che richiama l’irrisolta questione della costruzione politica dell’UE e, di conseguenza, dell’incompiuto processo di creazione di un’identità europea.

In Italia, durante l’epidemia, il dibattito sull’Europa resta intenso e dai toni aspri e critici, tanto da esacerbare gli stessi rapporti tra maggioranza, opposizione e i componenti del Governo. Dal MES agli aiuti economici europei fino alla solidarietà dei Paesi comunitari, la percezione sull’UE è di ostilità, lontananza e poca soddisfazione.

Tutti i dati emersi dallo studio CISE su italiani ed Europa nel pieno dell’emergenza coronavirus.

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Il dato che stupisce maggiormente leggendo il report è la netta svolta anti-europea degli italiani.

Sebbene il risultato del sondaggio sia strettamente legato alla cornice della pandemia, in grado di influenzare la percezione sull’Europa a causa dei forti disagi economici, sanitari e sociali, il crescente sentimento contro le istituzioni comunitarie è un fatto evidente.

Innanzitutto, tale direzione si evince dal seguente quesito e dalle sue risposte:

Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea?

  • Negativo42%
  • Né positivo né negativo: 23%
  • Positivo: 35%

Chi ha un’opinione negativa piuttosto convinta e consapevole sull’UE supera di gran lunga gli italiani più europeisti. Da sottolineare anche la percentuale degli indecisi su un giudizio: segno, quest’ultima, di evidenti titubanze sulla positività di istituzioni che prima non sarebbero state messe in discussione.

Azzardare soluzioni estreme, quindi, non è poi così assurdo, come emerso nella domanda seguente:

Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe…

  • Uscire dall’UE: 35%
  • Uscire dall’Euro ma non dall’UE: 18%
  • Restare nell’UE: 47%

Un ripensamento della visione europeista fondante la storia del nostro Paese, quindi, è in atto. Galvanizzata dalla frustrazione della grave crisi economica da coronavirus e dalle spinte anti-europeiste di partiti politici quali Lega e Fratelli d’Italia, la questione di uscire completamente dal sistema UE non è più così assurda.

Questo andamento spiega anche la quasi totale percezione di scarsa solidarietà verso l’Italia da parte dei Paesi europei. Un sentimento, quest’ultimo, che sembra non tenere conto di differenze nelle idee politiche e nell’appartenenza partitica, come si legge nel quesito:

Secondo lei, in questo momento gli altri Paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro Paese…

  • No: 85%
  • Si: 15%

Chi sono i più euroscettici in Italia? La fotografia socio-economica

Sebbene, in generale, in Italia si legge un incremento del sentimento di ostilità verso l’Europa e le sue istituzioni, la percezione dell’UE non è uguale nelle varie classi socio-economiche del Paese.

Lo studio, infatti, ha messo in evidenza differenze indicative tra le categorie della nazione e il loro sentimento europeista.

La divisione più netta è quella in base alla ricchezza personale: chi ha maggiori disponibilità economiche prova ancora un sentimento piuttosto positivo verso le istituzioni comunitarie e l’appartenenza nell’UE.

Al contrario, operai e italiani disoccupati sono i più insoddisfatti e quelli maggiormente propensi ad azioni anche estreme contro l’Unione Europea.

Anche i giovani e gli studenti, solitamente legati al sogno dell’integrazione europea, iniziano a mostrare un certo scetticismo.

Imprenditori e dirigenti i più europeisti
Imprenditori e dirigenti sono tra le categorie che più si sentono legate all’Europa: il 52% considera ancora positivo per l’Italia essere nell’UE e il 63% è convinto che occorre restare nelle istituzioni comunitarie.

Anche i professionisti socioculturali mantengono un sentiment generalmente a favore dell’Europa: per il 43% l’Italia in UE è un fatto positivo e per l’83% bisogna rimanere Paese membro.

Operai e commercianti: cresce la rabbia contro l’UE
Operai, disoccupati, commercianti: sono loro i più arrabbiati verso l’Unione Europea. Non a caso, rappresentano le categorie sociali ed economiche che più stanno subendo l’impatto della grave crisi del coronavirus.

La frustrazione del lockdown e delle troppe incertezze per la ripresa del lavoro e per le finanze domestiche si sta traducendo in un sentimento anti-europeista molto marcato.

Commercianti, operai e disoccupati valutano come negativa la permanenza dell’Italia in UE alla luce del coronavirus rispettivamente per il 50%, 57% e 58%.

In questa ottica, uscire completamente dall’UE è auspicabile per il 49% degli operai e per il 48% dei disoccupati. I commercianti restano sul 26%, ma il 38% vorrebbe abbandonare l’euro.

Ne consegue che l’Europa è sempre più valutata come un’entità nemica delle categorie deboli, quasi un ostacolo all’emancipazione economica. Una sconfitta, questa, per l’UE, fondata proprio per la prosperità e l’integrazione innanzitutto dell’economia.

E un campanello d’allarme per gli europeisti: la crescita della rabbia contro le istituzioni comunitarie da parte di una fetta importante del Paese alimenta il nazionalismo, anche il più estremo.

I giovani non sognano più l’Europa?
Interessante, inoltre, i dati sugli studenti. Da sempre considerati i più vicini al sogno europeo e dell’integrazione delle nazioni del Vecchio Continente, anche i giovani sembrano turbati dalla crisi da coronavirus e dall’atteggiamento delle istituzioni comunitarie.

Per il 46% di loro è negativo restare in UE ora. Una percentuale maggiore del 43% di chi ha una visione positiva al riguardo.

Uscire dall’Unione, inoltre, è un desiderio espresso dal 36% degli studenti, che sommato al 13% di chi vorrebbe addirittura lasciare l’euro, si avvicina molto al 53% dei giovani ancora convinti del progetto europeo.

Euroscetticismo e partiti politici

Sui partiti politici, i dati non sorprendono molto. L’euroscetticismo è più evidente nelle formazioni di destra, quali Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Non è un segreto che questo schieramento si stia battendo per un’Europa diversa a suon di aspre polemiche e di proposte anche estreme, come l’uscita dall’euro e dalle istituzioni UE non disdegnata da Matteo Salvini.

Il giudizio sulla permanenza dell’Italia in UE, quindi, è negativo per il 79% degli elettori Lega, 71% dei sostenitori di Fratelli d’Italia e 30% di quelli di Forza Italia.

I più europeisti sono i democratici del PD e i seguaci di Italia Viva: positivi su appartenenza europea per, rispettivamente, l’84% e il 69%.

Non stupisce, quindi, che il 65% dei leghisti e il 60% dei sostenitori di Fratelli d’Italia voglia uscire dall’Europa, contro il 96% e il 60% degli elettori di PD e Italia Viva che desiderano restare in UE.

In posizione meno certa c’è il Movimento 5 Stelle, diviso sul sentiment europeista. Il 37% degli elettori ha una visione negativa sull’Italia in UE contro il 29% dei più positivi al riguardo.

Uscire dall’Europa sarebbe auspicabile per il 28% dei grillini, mentre il 32% vorrebbe eliminare l’euro e il 40% preferisce restare in UE.

Proiezioni, quest’ultime, che mettono in evidenza una certa confusione del Movimento sull’argomento Europa.