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gennaio 3, 2021

Covid e disoccupazione nel mezzogiorno.

Di Beppe Sarno

Gli effetti del Covid 19 in Campania e sul Mezzogiorno più in generale sull’occupazione e sul sistema produttivo si inseriscono in un quadro già drammatico che è conseguenza delle politiche governative ossequienti alle politiche monetarie europee.

Le politiche europee che pure hanno sviluppato misure a sostegno dell’occupazione, non tengono conto  della circostanza che nel Mezzogiorno la situazione occupazionale è resa ancora più drammatica a causa dell’elevata disoccupazione giovanile, la bassa partecipazione femminile, la lunga durata nella ricerca di impiego e da quelli che il lavoro non lo cercano più.  Per ciò che riguarda i giovani a fronte di  nove regioni nell’UE in cui il tasso di disoccupazione giovanile era inferiore al 5,0%, in Italia “Più di un membro della forza lavoro di età compresa tra 15 e 24 anni su cinque era disoccupato in ogni regione della Grecia e della Spagna, nonché in ogni regione del sud Italia. All’estremità superiore dell’intervallo, c’erano sei regioni – in gran parte periferiche – in cui il tasso di disoccupazione giovanile è salito a oltre il 50,0%: Ciudades Autónomas de Ceuta y Melilla (Spagna), Mayotte, Guadalupa (Francia), Dytiki Makedonia (Grecia) e Sicilia (Italia).”(fonte Eurostat)

E l’occupazione, già in calo nel 2019, si è contratta nel primo trimestre del 2020 ed è destinata a contrarsi ancor più per il perdurare degli effetti della pandemia.

 “Le regioni rurali, scarsamente popolate e periferiche hanno registrato alcuni dei tassi di occupazione regionale più bassi nell’UE. Questo modello era evidente nella Spagna meridionale e nell’Italia meridionale, nelle regioni ultrapériphériques della Francia e in molte aree rurali dell’Europa orientale (alcune delle quali rimangono caratterizzate da un’agricoltura di semisussistenza).”

Accanto ai poveri diventati tali  a seguito della crisi del 2008 e delle politiche restrittive messe in atto si vanno ad aggiungere nuovi poveri, quelli cioè che hanno perso il lavoro a causa del Covid, quei commercianti, ristoratori, baristi, albergatori, che hanno deciso e decideranno nell’immediato futuro di non riaprire i battenti.

A questi si aggiungeranno i lavoratori stagionali quelli “a nero” e quelli che per un motivo o per un altro non hanno ricevuto alcun sostegno né lo riceveranno in futuro, i migranti che vivono alla giornata senza diritti, tutele in condizioni di semi.schiavitù.

Secondo i dati forniti da Eurostat “più della metà (129 su 240) di tutte le regioni dell’UE ha registrato tassi di occupazione inferiori al livello di riferimento del 75% nel 2019. Tra queste, c’erano quattro regioni – Sicilia, Campania e Calabria (nell’Italia meridionale) e Mayotte (Francia) – dove era occupata meno della metà della popolazione in età lavorativa.”

Tutte le imprese campane nel 2020 hanno ridotto il loro fatturato di circa il 30%.  Quando finirà il blocco dei licenziamenti una massa di disoccupati si troverà a doversi inventare il sostentamento.

Nessuno investe in settori dove manca la domanda: sono le regole del mercato, che invece avrebbe dovuto salvare il mondo.

Nel settore delle costruzioni finché non si avvierà il “bonus del 110%”  c’è un calo di fatturato del 30% secondo le stime della Banca d’Italia.

Quanto alla finanza pubblica, si calcola che i bilanci dei Comuni campani, già diffusamente caratterizzati da condizioni di criticità finanziaria, saranno sempre più in rosso.

Secondo i dati forniti da Eurostat la Campania è la regione con maggior tasso di disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 50%. Questo primato è condiviso con la Calabria e la Sicilia.

Il 53,6% dei giovani della Campania è disoccupato mentre  solo il 15,2% nel resto d’Europa. In Baviera, la disoccupazione giovanile è appena il 4% (record positivo d’Europa) (dati Eurostat). Questo dato fino a qualche tempo fa favoriva l’emigrazione verso altri paesi. Ma ora?

In compenso la Grecia sta messa meno peggio con un tasso del 51,1 % di media.

In Campania oltre al dato della disoccupazione giovanile emerge una grave situazione generale di disoccupazione. Prima della pandemia alla fine del 219 il tasso di disoccupazione si attestava sul 21% in provincia di Caserta, 13,6% in provincia di Benevento,  22,8% in Provincia di Napoli, 14,6 in provincia di Avellino e 17,5% in provincia di Salerno. Sarà importante verificare questi dati alla fine della pandemia.

In termini numerici ciò significa che “Nel primo trimestre del 2020 gli occupati del mercato del Lavoro della Campania sono risultati 1.615.331 con un decremento di 15.520 unità rispetto al IV trimestre del 2019.

Il 17,6% degli occupati ha trovato lavoro nel settore dell’istruzione, della sanità e dei servizi sociali, il 16,7% nel settore del commercio, il 15,2% nell’industria, 10,5 nel settore delle attività immobiliari e dei servizi alle imprese, il 7,7%negli altri servizi personale e collettivi, il 7% nelle costruzioni, il 6,1% nella pubblica Amministrazione e Difesa, il 6,1% nel Trasporto e immagazzinaggio, il 5,8% negli Alberghi e ristoranti, il 4% nell’ Agricoltura caccia e pesca, il 2% nei Servizi di comunicazione e informazione, il 1,4% in attività finanziarie ed assicurative.

Gli occupati per professione sono stati prevalentemente Dirigenti (33%), impiegati (32%) lavoratori manuali specializzati 21,3% lavoratori manuali non qualificati (13%).

I disoccupati  (379.314) risultano in calo rispetto all’ultimo trimestre del 2019 (417.484).Il tasso di disoccupazione resta ancora elevato attestandosi  al 19% ma in diminuzione rispetto al 2019 (21,6%).”

Secondo i dati delle camere di commercio ad inizio 2020 hanno cessato l’attività ben 137 imprese al giorno. Scendendo ancor più nel dettaglio, soltanto nella provincia di Napoli la «mattanza» delle imprese ha cancellato, sempre nel periodo gennaio-marzo 2020, quasi settanta realtà produttive ogni 24 ore. Ventotto al giorno, invece, le aziende che hanno alzato bandiera bianca nell’area salernitana. Ventidue al dì, invece, le società che hanno chiuso nella provincia di Caserta. Dal 2018 all’inizio del 2020 sono morte 21.659 imprese.

Sempre secondo i dati delle camere di Commercio al 31 marzo 2020 avevano cessato l’attività rispetto all’anno precedente 10.473 piccole imprese. Numeri impressionati e drammatici.

Non cambia il quadro nel settore agroalimentare: mentre i pastori sardi scioperavano perché il latte viene pagato 60 centesimi al litro in Campania il latte viene pagato 30 centesimi al litro e la carne viene pagata due euro al chilo. Ciò ha determinato la chiusura di 900 aziende nel settore.

Per non parlare del commercio della ristorazione e del turismo tenuto conto che in Campania il Terziario vale il 70% del PIL e l’85% dell’occupazione, appare chiaro quali saranno le devastanti conseguenze della tempesta perfetta che stiamo vivendo. Insomma prima della seconda ondata del coronavirus la Campania contava circa 500.000 disoccupati. Questo numero cresce di giorno in giorno e il blocco dei licenziamenti fino al marzo2021 serve solo a procrastinare l’agonia.

La Campania è la regione nell’eurozona con la percentuale più alta di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale. Il 41,4% dei suoi abitanti vive in condizioni ben al di sotto della media continentale ferma al 16,8%, sono i dati evidenziati dall’Eurostat Regional Yearbook 2020. Non se la passano meglio le altre aree del Mezzogiorno con la Sicilia al 40,7% e la Calabria al 37,7%.

Ad Avellino la Novolegno società specializzata nella costruzione di pannelli in MDF ha chiuso licenziando in tronco i propri operai senza chiedere la cassa integrazione.

La Fiat di Pratola Serra (Av) che prima produceva motori per Fiat e Ford adesso ha iniziato a produrre mascherine anticovid, ma quando finirà la pandemia cosa farà? Chiuderà! Dove sono i miliardi di investimenti che la Fiat d Marchionne aveva promesso?

A Flumeri l’ex stabilimento Irisbus lavora a scartamento ridotto.

Per ciò che riguarda l’agricoltura al crisi riguarda il  latte bufalino, bovino e del comparto florovivaistico. Intanto, nel mese di marzo è stato firmato l’accordo tra Coldiretti Campania e Parmalat per il ritiro di latte vaccino alla stalla che dovrebbe mettere in sicurezza le produzioni degli allevamenti bovini in Campania. Parmalat acquisterebbe  180.000 litri al giorno per dodici mesi, al prezzo alla stalla di 0,43 euro al litro più Iva, per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro. Le principali aree produttive coinvolte sono le province di Caserta, Benevento, Salerno e il Basso Molise.

Quali aziende alla fine di questa tragedia economica e sociale avrà la forza di rialzarsi ed investire in nuove attività produttive? con quali capitali?  Quale sarà il ruolo delle banche? Ed il mercato come reagirà? Lo stato avrà il coraggio e la forza di intervenire con misure adeguate che non siano mero assistenzialismo?

Nell’ultimo ventennio, in particolare, la frattura tra le due aree del Paese si è ulteriormente dilatata contribuendo all’impoverimento anche della zona industriale del Nord che nel Mezzogiorno d’Italia dispone di un florido mercato interno.

Se a fronte di questa realtà qualcuno si illude di poter risolvere la situazione con i soldi che l’Europa ci darà attraverso il meccanismo del recovery fund, non c’è molto da stare allegri perché i 209 miliardi di euro che ci sono stati assegnati non potranno essere assegnati prima del 1° gennaio 2021, ma questa data è solo teorica perché in primis l’Italia dovrà presentare un piano di ripresa nazionale per far capire come intende spendere i soldi che riceverà. Inoltre i soldi saranno spesi un organo tecnico costituito da 6 super manager, coadiuvati da una task force di ben 300 persone.  Non ci sarà pertanto nessun controllo dal basso su come saranno spesi questi soldi a riprova della distruzione della rappresentanza, come antefatto di distruzione della democrazia.

Sul piano pratico  i soldi del recovery fund arriveranno solo in piccola parte nel 2021 nel 2022 e nel 2023 periodo in cui verrebbero erogati soldi fino a poco più del 50% ed il resto negli anni successivi fino al 2026 secondo una nota del NADEF. L’anno prossimo, infatti, l’Europa darà all’Italia 10 miliardi di euro in sovvenzioni e altri 11 in prestiti, per un totale di 21 miliardi. Nel 2022, arriveranno 33,5 miliardi, l’anno successivo 41. Le sovvenzioni supereranno i prestiti soltanto nel 2023, mentre nel 2026 le sovvenzioni saranno ormai esaurite. Il totale alla fine sarà di 65,4 miliardi di sovvenzioni e 127,6 miliardi di prestiti, che fa in totale 193 milioni di euro. I conti non tornano. E dal 2027 dovremo impegnaci a restituire i soldi ricevuti a titolo di prestito. E’ vero che c’è una proposta di per consentire a ciascuno stato di ottenere un anticipo del 10% della somma spettante, ma la proposta non è stata ancora accettata e comunque per incassare questi soldi si dovrà aspettare aprile 2021, ma molto probabilmente concretamente si dovrà aspettare almeno fino all’autunno 2021.

I soldi del recovery fund per ciò che riguarda la Campania, come del resto in tutta il Mezzogiorno e forse in Italia tout court, non serviranno a superare l’emergenza sociale ed economica che esiste, perché anzi se è vero come è vero che i soldi dati a fondo perduto verranno spalmati su cinque anni a partire dal 2021 viceversa i soldi dati in prestito imporranno ai paesi che vi accederanno, tra cui l’Italia “chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi… finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”(Van Der Leyen).

Ciò vuol dire che la condizione per accedere ai prestiti del recovery Fund imporranno  la pedissequa e cieca condivisione del progetto politico europeo. Già si parla di una stretta del sistema pensionistico in parallelo alla scadenza di quota 100 e di una possibile revisione del Reddito di Cittadinanza. Un vero disastro per tutti coloro che sono schiacciati tra disoccupazione e precarietà.

Il fenomeno dello spopolamento meridionale.

Di Filomeno Viscido

Sono molti i giornali che hanno lanciato l’allarme dell’emigrazione dalle zone meridionali.

Un’emigrazione della popolazione, specie in un Paese a basso tasso di nascite come quello italiano, comporta difficoltà di varia natura a cominciare dall’assenza di massa critica per impiantare attività economica, alla mancata innovazione tecnologica e culturale che una presenza giovanile forte porta sempre.

Ritornando ai dati, farò una veloce citazione di parti di articoli che hanno citato il problema:

Negli ultimi dieci anni la Campania ha perso quasi 50mila giovani con un alto livello d’istruzione che hanno deciso di trasferirsi in un’altra Regione, preferendo quelle del Nord e del Centro a quelle del Sud. Questo dato va sommato agli oltre 50mila ragazzi di età compresa tra i 20 e i 34 anni e un livello d’istruzione medio o basso che hanno lasciato la Campania per trasferirsi altrove in Italia e ai 10mila giovani che hanno scelto l’estero, per un totale di oltre 100mila persone. È la fotografia dell’emigrazione giovanile regionale scattata dall’Istat nel rapporto annuale 2019 presentato oggi a Montecitorio. Nel periodo 2008-2017, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, le regioni italiane con il peggiore saldo migratorio giovanile interregionale, hanno perso complessivamente 282mila giovani, l’80% dei quali con un livello d’istruzione medio o alto.(fonte:https://www.ildenaro.it/fuga-dalla-campania-listat-dieci-100-mila-giovani-emigrati-al-nord-allestero/ )

La Campania perde altri 20 mila abitanti circa, a fine 2018. Cala da 5 milioni e 827 mila a poco meno di 5 milioni 808 mila. Il dato più preoccupante è quello che riguarda le migrazioni interne, dalla regione verso il Nord, soprattutto verso i territori più ricchi, quali la Lombardia e l’Emilia Romagna, dove, invece, la popolazione cresce, con percentuali in Veneto dell’1,1 per mille, in Lombardia del 2,1 e in Emilia addirittura del 2,4.(fonte:https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/19_febbraio_08/campania-rischio-spopolamento-nel-1413b0ea-2b72-11e9-8185-f12b2209c708.shtml )

Lo spopolamento dei comuni appenninici

Dall’analisi delle elaborazioni effettuate su dati censuari ed intercensuari Istat dal 1971 al2014, si perviene alla valutazione dei trend demografici nei 975 comuni considerati. Qui vivono, secondo i dati dell’ultimo censimento, 2.805.476 abitanti, il 5,2% della popolazione italiana, con una suddivisione di genere in linea con le percentuali nazionali. La caratteristica evidente della regione appenninica, in particolare dei comuni periferici e ultraperiferici, si riflette nelle analisi demografiche, da cui emerge che circa il 77% dei comuni è interessato da fenomeni di spopolamento. Nel corso degli ultimi quarant’anni, la popolazione dei comuni montani degli Appennini ha continuato a calare, con una diminuzione dell’8%, aumentando la forbice con il resto d’Italia dove, invece, la popolazione è cresciuta del 10% nello stesso periodo.

Dall’analisi delle fasce d’età della popolazione, arrivano conferme sulle dinamiche della popolazione appenninica che, oltre a diminuire, invecchia sempre di più. L’indice di dipendenza strutturale medio, che prende in considerazione la percentuale di abitanti in età non attiva (minore di 14 e maggiore di 65) rispetto a quelli in età attiva, è superiore alla media comunale nazionale (62,3% nei comuni Appenninici e 55,6% nel resto d’Italia). Il dato, considerando anche la percentuale della componente anziana appenninica (intorno al 27% nel 2011 contro una media nazionale del 23%), evidenzia un forte calo nella popolazione under 14, ad ulteriore conferma del ben noto fenomeno dell’invecchiamento demografico, una delle maggiori cause del progressivo spopolamento di queste aree. (fonte testo e foto: https://www.slowfood.it/wp-content/uploads/2015/10/Studio-Appennini-2015.pdf)

Il caso irpino

Traggo l’analisi dei dati del caso irpino da: “Spopolamento e desertificazione nell’Appennino meridionale: il caso dell’Alta Irpinia” di Toni Ricciardi (fonte : https://archive-ouverte.unige.ch/unige:126656)

Restringendo il campo d’analisi, un dato che colpisce in tal senso è dovuto al fatto che, in Campania, ben 370 Comuni sui 550 complessivi (l’indice a livello nazionale più alto dopo quello del Piemonte) sono a rischio spopolamento: – 154 Comuni registrano un basso reddito, livello d’istruzione e una contrazione demografica (Avellino 45, Benevento 34, Caserta 55, Napoli 20); – 60 Comuni registrano ancor meno istruzione, produttività e servizi (Avellino 13, Benevento 7, Caserta 17, Napoli 23); – 81 Comuni rischiano di rientrare nei prossimi anni, per la staticità dei propri indicatori, nella categoria dei più disagiati (Avellino 36, Benevento 29, Caserta 16) (Confcommercio & Legambiente, 2008). Riepilogando, nel censimento del 1951 l’età media della popolazione italiana era di circa 30 anni, con una struttura demografica simile a Albania, Tunisia o Turchia di oggi. Al contrario, l’Italia attuale ha una struttura demografica che supera per invecchiamento il Giappone e la Germania. La provincia di Avellino, insieme a quella di Benevento, è tra le più anziane della Regione Campania e al di sopra della media nazionale. Se l’indice di vecchiaia in Italia è pari al 161,4% (117% in Campania), in Irpinia raggiunge il 164,2 (testo elaborato dal Compagno Filomeno Viscido.)

la situazione in Puglia.

Nel 2019 l’economia pugliese non era altrettanto disastrata quanto quella campana. Secondo i dati della Eures il settore industriale cresceva a” ritmi contenuti”, bene l’industria meccanica, l’alimentare ed il settore turistico; bene sempre secondo i dati forniti da EURES “Il tasso di occupazione della popolazione attiva (età compresa tra 15 e 64 anni) è pari al 46,8% di cui 33,2% donne e 60.7% uomini (dato del primo trimestre 2019), suddiviso, rispettivamente tra agricoltura, industria, costruzione e servizi (tra cui ristorazione)” Il numero di occupati è invece calato in misura marcata nell’agricoltura e nelle costruzioni.

In Puglia però pesa gravemente la situazione dello stabilimento siderurgico di Taranto dove il governo ha dato carta bianca alla multinazionale Arcelor Mittal che porterà inevitabilmente lo stabilimento alla chiusura e tutti gli operai con le loro famiglie per strada. La Mittal cosi come affermato dai Commissari nel ricorso ex art. 700 c.p.c., presentato a suo tempo, davanti ai giudici di Milano “comporterà la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea”.Oltre all’Ilva rimane aperta la questione di numerosissime aziende presenti su tutto il territorio regionale fra cui TCT  quella ex dipendenti GSE di Brindisi ex GSE (DCM srl /DAR), la Santa Teresa di Brindisi, lo Stabilimento Bosch Bari, dove l’azienda ha dichiarato che 600 lavoratori sono in esubero. Infine c’è la questione Marcegaglia dove l’ambizione di reindustrializzazione del sito produttivo, presuppone un sostanzioso impegno di risorse private che non arriverà mai conoscendo l’ex presidente della Confindustria vera saccheggiatrice di risorse di Stato.

Allo stato in Puglia sono giunte all’INPS oltre 26 mila domande di imprese per concedere la Cassa Integrazione in deroga, rifinanziata dalla Regione con una seconda tranche di 120 milioni che si aggiungono ai 106 precedenti, a poco meno di 90 mila lavoratori. In Puglia l’emergenza coronavirus ha prodotto un calo del Pil, nel primo trimestre del 2020, del 4% circa.

Per ciò che riguarda l’agricoltura la seconda ondata della pandemia ha causato il crollo delle attività di 20.000 bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e 876 agriturismi. In Puglia la pandemia ha un effetto negativo a valanga sull’agroalimentare con una perdita di fatturato di oltre 680 milioni di euro per i mancati acquisti in cibi e bevande nel 2020.

Per la Puglia si stima una perdita di oltre il 5,6% del Pil solo nei due mesi di lockdown e addirittura 20 mila imprese in meno a fine 2021, con la conseguenza drammatica di almeno di 70 mila posti di lavoro cancellati. Per concludere secondo un rapporto della regione Puglia relativo al 2018 a quella data i disoccupati della regione Puglia ammontavano a circa315.000. il tasso di disoccupazione cresce sino a raggiungere il 18,8% nel 2017. Il Pil pugliese ammonta a circa 73 miliardi di euro e rappresenta il 4,2% del Pil nazionale (pari al 19% del Pil dell’intero Mezzogiorno). Pwer fare un raffronto la Lombardia rappresenta il 22,2% del Pil italiano.

La situazione in Basilicata

La cessazione negli ultimi sei mesi del 2020 in Basilicata di 378 imprese artigiane, di cui 243 in provincia di Potenza e 135. La Basilicata è al 19° posto su 20 regioni per Indice di reddito;  è al 19° posto su 20 regioni per Indice di Consumo; è al 17° posto su 20 regioni per Tasso di Occupazione. Il settore più in crisi dal punto di vista dell’occupazione e quello relativo alle costruzioni con una diminuzione del 76% seguito dall’agricoltura e dall’informatica ed editoria  e delle attività finanziarie che registrano un -40%.

Da non dimenticare il dramma della Ferrosud, azienda lucana specializzata nel settore metalmeccanico rotabile. Sono 80 i lavoratori trascinati in un limbo, causato da un concordato preventivo nato  nel 2010.

La Lucania conta 72.00 disoccupati (dato ISTAT 2019) con un tasso di disoccupazione giovanile  del 38,7%.Per non parlare della situazione occupazionale delle donne che è drammatica tanto da far dire al  segretario generale della Cgil Basilicata, Angelo Summa e al  presidente Ires Cgil Basilicata, Giovanni Casaletto la Basilicata non è una regione per donne.” Le aziende produttive Lucane son legate soprattutto alla Fiat in quanto una delle autovetture in produzione la Jeep Kompass sta avendo grandi successi di vendite.

E’ del tutto evidente che se si ferma lo stabilimento di Melfi si ferma tutto l’indotto che soprattutto in Basilicata ha un buon numero di addetti. 

La situazione in Calabria

L a Regione Calabria può contare un tasso di disoccupazione che riguarda soprattutto la componente più giovane di forza lavoro. Come già detto la  Campania (53,6%), Sicilia (53,6%) e Calabria (52,7%) sono fra le regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile fra i 15 e i 24 anni. Secondo i dati  Eurostat, che inserisce le tre regioni del Mezzogiorno negli ultimi 10 posti su 280 regioni monitorate nel 2018 in tutta l’Unione, dove la media è del 15,2%. La Calabria (21,6%) ha anche l’undicesima percentuale più alta fra i territori europei per quanto riguarda la disoccupazione della popolazione fra i 15 e i 74 anni. La media europea è del 6,9%.Il totale complessivo dei disoccupati in Calabria ammonta a 105.000 unità. Questo significa che in Calabria un giovane su due non ha lavoro.

Dal punto di vista delle imprese  la sospensione delle attività ha comportato la paralisi del tessuto produttivo calabrese. Novemila imprese calabresi del terziario rischiano di scomparire, con una conseguente perdita di oltre 23 mila posti di lavoro.

Per ciò che riguarda il settore agricolol’attività è crollata di circa il 41% delle aziende agricole.

La situazione in Sicilia

in Sicilia La disoccupazione ha raggiunto il 20%. Secondo i dati dell’Istat in 346 mila non hanno un lavoro (la media nazionale è del  9,8%).

Secondo uno studio dell’Università di Catania “Se c’è un dato che non ha mai smesso di crescere, negli ultimi dieci anni, in Sicilia, è quello della disoccupazione; come se ciò non bastasse, assieme alla preoccupante percentuale di disoccupati siciliani, va ad aggiungersi quella dei giovani, che sempre di più non riescono a trovare un impiego.”

Sempre secondo questo studio “chiudono le imprese, calano i consumi per famiglia, cresce in modo smisurato la disoccupazione, specialmente quella giovanile.” e “si pone la drammatica soppressione di 4.571 altre imprese, “solo” 1400 a Palermo in un anno. In particolare, in tutto il territorio dell’isola, hanno chiuso 3582 esercizi commerciali al dettaglio, 946 aziende nel campo dell’alloggio e della ristorazione, e infine 754 ditte specializzate dalla comunicazione ai trasporti, dagli immobiliari ai viaggi, dal supporto imprese all’intrattenimento. Chiuse altresì 1948 ditte industriali, e 342 imprese agricole tra le province siciliane, quelle più preoccupanti sono Trapani, Agrigento e Messina, con un tasso di disoccupazione, rispettivamente, di 23,6%, 27,6% e 25,5%. Dato più preoccupante, inoltre, è quello giovanile: al 2018, i giovani siciliani che non lavorano sono il 53,6%, circa 1,5 milioni, dunque un giovane su due non lavora.” Unica  soluzione: l’emigrazione.

In Sicilia c’è il dramma sociale dell’ex stabilimento Fca di termini Imerese. Dopo l’abbandono della Fiat che aveva occupato fino a 3800 unità La società Blutec  aveva rilevato lo stabilimento ex Fiat. Lo Stato regalando,  con un ricco pacchetto di soldi,  la fabbrica ad avventurieri che si sono improvvisati costruttori di auto elettriche, motocicli e quant’altro è stata fermata dalla magistratura che ha arresto i vertici della società e sequestrato lo stabilimento. Ora si profila all’orizzonte l’ennesimo bluff,  giocato sulla pelle dei quasi 700 operai che da anni ormai vivono solo di ammortizzatori sociali. 

Intanto a nord di Siracusa l’inquinamento industriale si insinua da decenni nel suolo e nelle falde acquifere, si diffonde nell’aria e contamina il mare. Fabbriche, ciminiere e cisterne di greggio si estendono a macchia d’olio. Il polo petrolchimico a nord di Siracusa rappresenta venti chilometri di costa, un territorio e una baia imbottiti di sostanze contaminanti e nocive. Dall’insediamento negli anni cinquanta della prima raffineria, la zona è oggi stravolta dall’inquinamento. Sembra di vivere il dramma di Taranto.

Nel settore agricolo vi è come in tutte le regioni meridionali e non solo l’azzeramento del canale Horeca (hotel, ristoranti e catering) e delle mense scolastiche e universitarie; la chiusura di agriturismi, enoturismi, mercati storici e rionali, nonché di quelli dell’agricoltore e del pescatore; l’azzeramento della domanda di cibo da parte dei turisti in Sicilia; la difficoltà lungo tutta la filiera alimentare, in termini di approvvigionamento di materie prime e di spedizione e consegna dei prodotti; il ridotto funzionamento dei servizi di logistica, soprattutto internazionali, che ha già messo in difficoltà le imprese per il reperimento di materiali di consumo, di servizi e i prezzi di ricambio dei macchinari.

Concludendo prima della pandemia da coronavirus secondo una ricerca condotta  nel Mezzogiorno d’Italia ci sono circa 1,5 milioni di disoccupati, mentre molti di più sono gli inattivi.

Partiamo da un dato: il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’87% della ricchezza e il restante 60% più povero il 13%,  Il 5% più ricco della popolazione italiana detiene una ricchezza superiore all’80% più povero; l’1% più ricco detiene il 22% della ricchezza nazionalei 3 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 10% più povero della popolazione, circa 6 milioni di persone.

Questo è il risultato di trent’anni di liberismo di  e della famosa formula imposta dal Governo Monti inserito nella Costituzione sul pareggio di bilancio  imposto dall’UE. Fin dall’inizio molti economisti e giuristi hanno spiegato perché il pareggio in bilancio configurava un vero suicidio economico. Grazie a questo sistema le nazioni europee più deboli fra cui l’Italia sono satte costrette  ad accettare ogni tipo di riforma richiesta dalla BCE che di fatto ha assunto il controllo delle economie nazionali e ha ridotto di fatto i poteri degli stati ed un indebolimento della democrazia.

L’economista Salvatore Morelli, ha detto:“L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito. […] Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro”.

Il World Inequality Report pubblicato nel 2018 suggerisce che una delle più influenti cause dell’aumento delle disuguaglianze sia dato dal passaggio della ricchezza pubblica in mani private. Negli ultimi venti anni, vi è stata una forte spinta alla privatizzazione del patrimonio dello Stato e questo ha portato una diminuzione di risorse in mano ai governi per combattere le criticità che portano alla disuguaglianza.

Da Prodi in poi è successo questo in Italia con la dismissione del patrimonio pubblico la distruzione dell’IRI e la privatizzazione di industrie strategiche.

Inoltre l’emergenza determinata dalle misure restrittive a seguito della seconda ondata del lockdown evidenzia le conseguenze dei tagli al sistema sanitario raccomandato dall’Europa e messo in atto con solerzia da tutti i governatori regionali. La chiusura di aziende fa emergere in maniera drammatica la  povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze. Ma non sembra che la politica italiana voglia cambiare approccio.

A livello politico le forze in campo non sembrano aver compreso che senza un progetto che abbia come fondamento una vera programmazione non sarà in grado di trovare le linee di una indispensabile espansione economica e sociale e che è destinata nel migliore dei casi a recepire le linee guida imposte dell’Europa che ci farà ancor più affondare nella crisi in maniera irreversibile.

Accettando supinamente i diktat di Bruxelles l’Italia subisce gli effetti di una mancata trasformazione dell’ economia al servizio dei mercati in un’economia programmata per l’utilizzazione delle risorse in funzione di obbiettivi globali che tengano conto dell’uso sociale dell’economia e della ricchezza.

Senza un intervento dello Stato che mettendo radicalmente in discussione le politiche economiche neoliberiste, investa sulla riqualificazione della spesa pubblica e rilancio di investimenti pubblici (in ambiente, territorio, ricerca, innovazione, scuola, salute) gettando così le basi per un’alternativa in cui la piena occupazione torni ad essere un obiettivo sociale e politico.

Ciò significherebbe il mancato rispetto dei i vincoli di bilancio dettati dai trattati europei (Trattato di Maastricht, Fiscal Compact). E’ la stessa architettura dell’Unione europea, che impedisce agli stati unici di stimolare l’economia per sostenere produzione e occupazione. 

Una mancata presa d’atto da parte del governo di questa situazione con una decisione di intervenire in maniera radicale nel mezzogiorno può portare al definitivo impoverimento del Mezzogiorno. Se, però, affonda il Sud, tutto il Nord sarà trainato alla deriva.

Perché siamo arrivati a questo? Che cosa significa? che fare?

L’approccio economico dei governi che si sono succeduti nel tempo in Italia negli ultimi venti anni sono stati indirizzati da una scelta neoliberista, mai messa in discussione ma anzi seguita ciecamente che ha determinato l’aumento delle diseguaglianze, della povertà, della disoccupazione soprattutto giovanile e delle donne. Il mercato è stato ritenuto l’unica leva di progresso generalizzato che avrebbe dovuto funzionare come regolatore della vita sociale. In questo senso l’impresa e gli imprenditori ricoprivano un ruolo privilegiato mentre i lavoratori era un’appendice di questi senza diritti da utilizzare in base alle convenienze, dimenticando che queste scelte contraddicevano con lo spirito della nostra Carta Costituzionale.

L’Europa e la BCE fedeli al dettato neoliberista si sono impegnate con appositi strumenti ricattatori ad imporre programmi basati su privatizzazioni, liberalizzazioni, abolizione sistematica del welfare, austerità,   limitazione della spesa pubblica, obbligo di pareggio di bilancio. Parallelamente la sovranità dello Stato veniva messa in discussione si è dato così il via ad una lunga sequela di liberalizzazioni, protezione delle multinazionali finanziare, consentendo delocalizzazioni con conseguente sfruttamento della manodopera  con la mortificazione dei diritti sociali e sfruttamento senza limiti dell’ambiente. La finanziarizzazione dell’economia è un  progetto globale che toglie forza ai poteri dello Stato e conferisce questi poteri ad organismi non elettivi quali la BCE o la banca Mondiale e il WTO.

Mentre la sinistra in Italia non è riuscita a coalizzarsi per dare una risposta democratica e a proporre un modello alternativo, la destra Italiana al seguito di una destra europea xenofoba e razzista senza contestare il modello neoliberista propongono con successo modelli in cui i si chiede nel recinto nazionale sulla base della legge del più forte, della e xenofobia del rancore verso chi governa. Questa destra lungi dal mettere in discussione  alcunchè diventa strumento di quei poteri che a parole contestano. La guerra tra poveri ne è la conseguenza.  Ferraioli a proposito di Matteo Salvini afferma ” Salvini sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Non si limita a interpretare la xenofobia, la alimenta La sua politica sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo” (Ferrajoli: «Salvini fa un uso demagogico del diritto. Il suo è populismo penale», intervista a cura di Roberto Ciccarelli, “il manifesto”, 5 luglio 2019).

Malgrado il governo Conte emetta decreti a ripetizione per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica  quello che risulta è la mancanza di un progetto di sviluppo  della nostra società. Quante leggi non sono state fatte per paura di perdere voti. Ricordiamo la vergogna di un PD, che non ha avuto il coraggio di emanare la legge sullo ius soli, il silenzio della classe politica rispetto ai moniti del Pontefice sul dovere dell’accoglienza dei migranti; per non dimenticare l’imbarazzo del governo rispetto alle richieste che da più parti si levavano per l’abolizione dei decreti sicurezza.

Chiara Saraceno ha affermato che “un crescente potere del capitale sul lavoro, che include favori quali lo sviluppo della flessibilizzazione, gli effetti delle tecnologie e la debolezza dei sindacati; l’affermarsi di un “capitalismo oligarchico”, con la concentrazione di reddito e ricchezza nel 10 dei più ricchi e nell1 degli ultraricchi; l’individualizzazione delle condizioni economiche, la frammentazione dei contra e la relativa incapacità dei lavoratori a fare fronte comune per una tenuta di salari e spendi; infine ma non ultimo, il ritrarsi della politica, nazionale e comunitaria, o meglio il suo consegnare quello che fu un ruolo di regolazione dei mercati nelle mani dei mercati stessi, in ciò depotenziando (anche e non solo) le politiche di redistribuzione Quest’ultimo aspetto, sottolinea Saraceno, non solo è un rischio per lo sviluppo e l’uguaglianza, ma lo è per la democrazia stessa, come l’esplosione dei populismi autoritari dimostra (Saraceno, 2019) La crisi del 2008, sottolinea la sociologa, ha enfatizzato questa situazione, segnando anche asimmetrie e differenze profonde tra i Paesi membri della UE, che ha dismesso la sua immagine di “opportunità” e assunto quella di portatore d’acqua del grande capitale.

Il paradigma attualmente vigente per il governo dell’economia in Europa è quello delle politiche neoliberiste e di austerity e del pareggio di bilancio. Queste politiche hanno determinato in Europa e nel mondo un aumento delle disuguaglianze economiche e sociali. Il mercato non è il regolatore della vita sociale e non genera ricchezza per tutti, anzi al contrario,  ha determinato  una polarizzazione delle ricchezze e le condizioni di chi lavora sono peggiorate. La commissione Europea in accordo con il FMI al netto della tregua concessa per l’emergenza Coronavirus riprenderanno a chiedere riforme strutturali, cioè ancora austerity.

Eppure è sotto gli occhi di tutti che non il coronavirus, ma le politiche  di austerity tenacemente messe in campo da tutti i governi che si sono succeduti hanno determinato la catastrofe economica e sociale italiana e soprattutto del mezzogiorno straccione e ladrone. Il sud sta diventando un deserto in mano alle mafie ed ad una classe politica corrotto ed autoreferenziale.  Oggi i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri.

Il mercato del lavoro è governato dall’incertezza, mentre si continuano a stanziare sgravi contributivi per le imprese. Lavoro nero ed economia illegale sono diventate una costante nell’attuale sistema produttivo. Lo Stato non è più garante dei diritti dei lavoratori che pone un limite al privato, ma assiste alla violazione sistematica dei diritti dei lavoratori. In questa ottica viene giustificato il caporalato e lo sfruttamento disumano dei migranti nel lavoro agricolo.

Come possiamo immaginare che alla fine dell’emergenza coronavirus quell’esercito di disoccupati del Mezzogiorno d’Italia trovino da un giorno all’altro un’occupazione stabile laddove da circa quarant’anni i governi che si sono succeduti hanno messo da parte ogni politica industriale limitandosi a gestire il quotidiano senza investire sul futuro?

Per comprendere la strada da intraprendere bisogna cambiare paradigma e appare illuminante e la dichiarazione di Papa Francesco” Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale” (Papa Francesco in Madagascar, 7 settembre 2019).

Partendo da questa considerazione sorge spontanea la considerazione che per pensare di affrontare seriamente il problema del Mezzogiorno d’Italia  occorre cambiare modello di sviluppo  occorre che lo Stato diventi motore regolatore e protagonista dell’economia, non più un’economia governata dal mercato come regolatore e costruttore della società ma lo Stato che ritorni ad essere tale e che svolga un ruolo chiave nell’economia per contrastare le multinazionali ed il modello di sviluppo che esse portano avanti distruggendo ogni regola del vivere civile e sfruttando l’ambiente fino all’esaurimento delle risorse naturali.

Oltre  a risolvere la crisi sociale d il dramma della disoccupazione reinventando il ruolo dello Stato esso non può porsi l’obbiettivo di sostituirsi alla imprenditorialità privata adottando il medesimo modello di sviluppo. La risposta dello Stato deve essere quella di uno Stato visionario che va ad inventare i posti di lavoro rivoluzionando  il sistema produttivo per non correre  il rischio di sostituire al capitalismo finanziario il capitalismo di Stato. Per fare questo sarà necessario ritornare al passato laddove l’energia era in mano pubblica perché mai le grandi imprese che detengono il mercato dell’energia e dei combustibili  investirebbero in un progetto a lungo termine che ponga al centro del suo obbiettivo la sostituzione delle attuali fonti energetiche con quelle totalmente rinnovabili.

Per fare ciò è necessaria una  pianificazione centralizzata dove il fine ultimo sia il bene comune e non il profitto di pochi a danno della collettività.

Deve cambiare il rapporto fra Stato, il mercato e un’economia che non pensi al mercato. Può sembrare paradossale ma è così. La BCE e il FMI per porre al centro della propria agenda il rispetto delle regole del mercato sono fino ad oggi stati promotori di povertà e precarietà, ma prima o poi i lavoratori e non solo, ma anche il ceto medio impoverito si ribelleranno. Lo Stato e L’Europa ognuno per la sua parte debbono dare un segnale forte e coraggioso sul fronte degli investimenti, rafforzando le politiche sociali.

In questo senso la pandemia da covid è stato il terremoto che deve seppellire sotto le sue macerie le politiche di austerità. Creare un progetto unico e  centralizzato governato da un ente economico alle dipendenze del Ministero dell’economia che porti alla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio.

Ciò significa entrare in competizione con le grandi compagnie di petrolio ed energia, mettere in crisi la loro avidità costringendole a inseguire lo Stato imprenditore sul piano di una nuova economia verde.  

Lo Stato dovrà porsi l’obbiettivo di creare ricchezza recuperando i disoccupati e nello stesso tempo di diminuire il costo della vita  con sistemi gratuiti di trasporto urbano, universitaria gratuita, Internet in fibra totalmente gratuito. Come fare ciò? Recuperando quei settori generosamente regalati ai privati: autostrade, telefonia, settore agroalimentare, industria automobilistica e dell’acciaio, banche. Fare investimenti che servano a creare occupazione e impiegare tutta la forza lavoro. Gli economisti affermano che un punto di PIL di investimenti pubblici generano tre punti di PIL.

Bisogna partire dai bisogni per creare un modello economico alternativo che sia ecologicamente sostenibile, che privilegi la crescita, lo sviluppo economico e la giustizia sociale mortificata da anni di disinvestimenti. Il sistema finanziario internazionale ha creato ricchezza solo per se stesso impoverendo milioni di persone. Lo stato deve dare una risposta alle disuguaglianze generate da questo sistema che non ha dato alcun contributo al benessere della collettività. Nessun imprenditore privato ha interesse a promuovere un processo di trasformazione dell’economia nel senso prospettato perché questo presuppone governare un difficile  processo che riguarda l’energia, la mobilità, i nuovi prodotti, l’innovazione e significa intervenire in un processo che richiede grandi investimenti che tengano insieme la tutela del lavoro e nuove opportunità di lavoro e il rispetto per l’ambiente.

Il petrolio dell’Italia si chiama sole, vento, mare, energia vulcanica bisogna investire in questo, bisogna investire nel rendere il patrimonio pubblico autosufficiente dal punto di vista energetico. Lo Stato deve investire per proteggere il  territorio dalle frequenti occasioni di dissesto. Basti pensare quanto lavoro generebbe un simile progetto solo in termini di riqualificazione e formazione dei lavoratori.

Per assecondare la Fiat, ormai non più italiana si è rinunciato ad investire in un settore in cui il nostro paese è sato sempre all’avanguardia. Perché attraverso questo ente economico auspicato lo stato non torna ad essere produttore di auto alimentate con combustibili diversi? L’alfa Romeo industria auto di primo livello fu regalata alla Fiata da Prodi nella fase di liquidazione del patrimonio pubblico dello stato, ma oggi lo Stato potrebbe sostenere un progetto di riconversione dell’automobile come già in Germania e anche altrove sta avvenendo che rimetta al centro i lavoratori aumentando diritti e salari. Oggi in Italia si producono meno auto della Spagna o della Slovenia. Lo Stato deve avere il coraggio di investire  sugli studi sui veicoli elettrici recuperando Termini Imerese, Torino, Napoli. Costruire auto elettriche, motori elettrici e lavorare su tutte le tecnologie connesse accettare la sfida delle evoluzioni dei motori a idrogeno. Investire nella ricerca di nuove batterie per auto elettriche. La commissione europea  ha varato un progetto chiamato  European Battery Alliance (EBA) che si pone l’obiettivo di sviluppare «le batterie sostenibili del futuro e consentire all’Europa di raggiungere gli obiettivi previsti dall’European Green Deal». Quindi la partita della transizione energetica si gioca anche sulla gestione dell’energia, sulla possibilità di accumularla e usarla quando necessario. Le batterie sono quindi al centro di un mercato stimato da 250 miliardi di euro da qui al 2025, oggi monopolizzato dai produttori asiatici. La richiesta proviene soprattutto dall’automotive, impegnata sulla nuova frontiera dell’auto elettrica. Nessun imprenditore privato ha la forza ed il coraggio di investire capitali nell’economia verde ma lo Stato ha i mezzi per farlo. Honda, Toyota, Hyundai e General Motors – hanno già realizzato veicoli a idrogeno con tecnologia fuel cell, finora solo a scopo di ricerca o per vendite limitate, ma forse, una volta completata la transizione verso l’elettrico, spinta anche dall’aumento delle tasse sui combustibili fossili, comincerà la transizione – definitiva – verso i motori a idrogeno.

La Germania si rivolge all’indotto italiano per la componentistica dell’industria meccanico e dell’auto: Torino Milano Napoli, Termini Imerese, il Nord Est sono pieni di piccole e medie aziende ad alto livello di qualificazione nel settore della componentistica. Perché non sfruttare questo patrimonio a rimorchio di un’industria di Stato che punti all’innovazione tecnologica ecocompatibile.  La Tesla nata appositamente 16 anni fa per costruire solo auto alimentate a energia elettrica ha previsto fatturazioni da capogiro fino al 2030, con guadagni “da 1,2 trilioni all’anno” provenienti solo dal comparto software.

Un Ente Pubblico Economico gestito direttamente dal ministro dell’Economia che si doti dei mezzi finanziari sufficienti potrebbe fare quello che non è fantascienza perché sta avvenendo già in Germania, laddove questo paese ha come suo punto di forza una cultura della coesione della società e la pratica del coinvolgimento permanente degli attori sociali nella vita pubblica e nelle scelte fondamentali della nazione.

Ma quello che avviene in Germania può avvenire anche in Italia. Creare un ente pubblico economico che guidi il cambiamento del paradigma produttivo provvedendo alle nazionalizzazione di industrie strategiche, coinvolgendo i lavoratori in questo processo attraverso il meccanismo della cogestione che dia ai lavoratori il diritto di sedere nei consigli di sorveglianza delle imprese e di discutere delle scelte strategiche e delle decisioni industriali rilevanti.

La cogestione, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania. Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate. Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia. A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo. Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese. Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali. L’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.” Cogestione quindi significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso. In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte ala processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda. La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi. Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultracapitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia. Uno dei principali obiettivi che come Socialisti dobbiamo porci nel modo più conveniente e realista possibile, ma con fermezza è la trasformazione della crisi pandemica e delle sue immediate conseguenze occupazionali ed economiche in una grande occasione di rilancio di uno sviluppo pianificato che veda lo Stato nel ruolo di stimolo e rinnovata partecipazione.

La vertenza della Whirlpool in Campania, che coinvolge la vita di circa 350 famiglie di lavoratori, quella della Meribullon a Castellammare di Stabia, un ago di fatto nel pagliaio della crisi e delle dismissioni di tanti stabilimenti italiani, può essere il pretesto per superare la semplice solidarietà e tentare una soluzione pilota.

Le risorse che il governo dovrebbe impegnare in regalie ad una indegna multinazionale pronta sempre a delocalizzare ovunque, per non far chiudere, potrebbero per la prima volta in Italia essere utilizzate per riequilibrare i rapporti  di forza all’interno del sistema capitalistico nazionale.

Senza la tenuta dei lavoratori nei settori strategici, questo paese veramente sarebbe entrato in crisi in modo strutturale.  Il paese produttivo reale non ha conosciuto chiusure e tregue: ha costituito la continuazione delle fatiche ospedaliere e curative…con altri mezzi. Salute e produzione sono strettamente correlate e tutte e due hanno bisogno dell’intervento dello Stato e della Programmazione statale.

A Napoli si potrebbe partire con lo Stato che crea un ente pubblico economico alle dirette dipendenze del ministero dell’economia che avoca a se l’investimento finanziario e la copertura di partenza, scongiurando la chiusura, chiedendo a tutti i Lavoratori di partecipare attraverso quote figurative di partecipazione progressive parte fissa e variabile concordate nel capitale sociale dell’azienda. La nuova azienda potrebbe continuare a costruire elettrodomestici, (lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi, televisori) ma seguendo le nuove misure adottate dalla Commissione europea che dettano regole più stringenti in materia di maggiore efficacia energetica, che prevedono. “esigenze di riparabilità e riciclo”, indispensabili per gli obiettivi dell’economia circolare perché “miglioreranno la durata, la manutenzione, il riutilizzo, l’aggiornamento e il riciclaggio degli elettrodomestici, nonché lo smaltimento”

Si andrebbe ad una gestione di tecnici, operai, e dallo Stato che avrà accortezza di promuovere particolari condizioni di stimolo, protezione e programmazione e verifica puntuale.

I diritti acquisiti sarebbero comunque garantiti e la quota di investimento figurativa di partenza, non andrebbe ad incidere sulla quota pensionistica o sul TFR; anzi creerebbe una di  fatto fonte alternativa assai più lungimirante delle pensioni integrative poggianti sui fondi finanziari .

La domanda collegata si fonda sulle produzioni effettive…non sulle bolle finanziarie  tendenzialmente limitate e destinate a caduta inevitabile ciclica e strutturale.

Lo Stato deve fare da GARANTE ASSOLUTO  e la partecipazione agli utili di impresa da parte delle maestranze creerebbe le condizioni di forte partecipazione alla riuscita della iniziativa, avendo anche un peso rilevante nelle decisioni strategiche, produttive e gestionali. (il 25% delle aziende in Europa già adottano schemi di profit Sharing).

Oggi nelle aziende difficilmente si riesce ad individuare il capitalista imprenditore, quello che prima veniva chiamato “il padrone” non esiste più, sostituito ormai da centri decisionali lontani, da una burocrazia dirigente lontana. Il dettato costituzionale secondo cui “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dei cittadini non è mai entrato nelle fabbriche. 

Lo Stato è stato grande assente nei processi produttivi da sempre perché vi era la convinzione che lo Stato non poteva che essere espressione degli interessi della classe dominante, nell’attualità i grandi colosi finanziari hanno di fatto più potere dello Stato impedendo di fatto che lo stesso possa intervenire nei rapporti fra finanza e lavoratori. L’Italia sconta l’abbandono da perte della classe politica degli obbiettivi di sviluppo economico e sociale.

E’ avvenuto così che un senso di impotenza da parte dei lavoratori facesse venir meno la voglia di lottare perché la lotta non paga più. I lavoratori, la società civile in genere si è distaccata dalla società politica perché gli istituti democratici sono stati svuotati della loro sovranità in nome di un’Europa sempre pi lontana sempre più disinteressata. La società civile ed i lavoratori in genere si sentono sempre meno rappresentati dai partiti ridotti a meri comitati elettorali e ci sia per il sempre meno potereffettivo del parlamento; ciò ha generato qualunquismo, apatia, frustrazione. Se lo Stato non si riappropria del suo ruolo anche in contrasto con le scelte sovranazionali si corre il rischio che la distruzione della Stato come riferimento istituzionale, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.

E questa in estrema sintesi è la strada da seguire.

Beppe Sarno

maggio 10, 2020

MES, BCE E FUTURO DELL’EUROPA

La prima è chiaramente una battaglia di retroguardia, oltre tutto promossa dalla Afd e non dalla Cdu, e men che meno del governo tedesco. Possiamo dunque ritenere, anche in base alla reazione negativa di tutto il quadro politico e istituzionale, tedesco ed europeo, che la cosa morirà lì e che la Bce potrà continuare a sv

Altro…

maggio 10, 2020

Oro alla patria!

di Beppe Sarno

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Ancora una volta  Salvini ci stupisce con una delle sue invenzioni apodittiche per salvare l’Italia dal disastro economico e dalla morsa del MES e della BCE.

Salvini fa sua una vecchia idea di Tremonti che il prof. Francesco Forte recentemente ha riproposto su “Critica Sociale” rivista del socialismo italiano fra le più antiche ed autorevoli.

La ricetta teoricamente è ineccepibile perchè consiste nell’offrire “titoli di Stato pensati esclusivamente per i cittadini italiani, come mezzo di finanziamento per raccogliere le risorse necessarie a coprire l’enorme deficit pubblico, creatosi per fronteggiare i costi della crisi economica e finanziaria conseguente alla pandemia.“(Fonte Brunetta in HP)

Ai due campioni della destra risponde efficacemente Renato Brunetta su Huffington Post, che non rinnegando una volta tanto la sua matrice socialista critica fortemente la proposta di Salvini e Tremonti definendolo efficacemente “Oro alla  patria” Molto più modestamente anche io  su un articolo in risposta ad una proposta analoga di Francesco Forte avevo  espresso le mie riserve affermando ” “Certamente un investitore attento italiano o di qualsiasi altra nazione preferirà acquistare titoli tedeschi a zero rendimento piuttosto che titoli italiani con rendimenti appetitosi, perchè con i titoli tedeschi alla scadenza si è certi di recuperare almeno il capitale investito, mentre con i titoli italiani si corre  il rischio di non trovare nemmeno quello.” Molto più efficacemente Brunetta critica la proposta definendola un rimedio peggiore del male per una serie di motivi: primo la dimostrazione di debolezza dello Stato che arriverebbe ai mercati finanziari; secondo diventerebbe uno strumento di destabilizzazione dei mercati finanziari che nulla porterebbe alla causa; infine un maggior costo per lo stato sicuramente non compensato dai mercati finanziari.

Mi dispiace per Tremonti di cui sono un estimatore,   il quale si appoggia a Salvini nella sua ricerca di una “casa” politica dopo aver lasciato Forza Italia. Peccato, Tremonti è stato un buon  ministro delle finanze, rispettato negli ambienti della finanza internazionale ma evidentemente, le sue ambizioni politiche lo hanno fatto rinunciare alla serietà e all’onestà scientifica (destino, purtroppo, comune nella storia a tanti intellettuali) ma il disegno del salvinismo è – dopo la grande crisi, e tenuto conto del consenso politico di cui gode – ben più pericoloso ed eversivo e pertanto le critiche di Brunetta, tenuto conto la schieramento politico di riferimento di brunetta appaiono quanto mai opportune e significative.

Beppe Sarno

maggio 7, 2020

Risorgimento Socialista

di Franco Bartolomei

RISORGIMENTO SOCIALISTA si è costituito nel 2015 per lavorare ad una ristrutturazione di tutta la Sinistra Italiana quale parte attiva di una radicale rifondazione di tutto il Socialismo Europeo, ormai distrutto dalla sua illusione tragica, e fallimentare , di poter gestire in positivo lo sviluppo neoliberista delle economie sviluppate,assecondandone l’affermazione attraverso le proprie esperienze concrete di governo , e soprattutto attraverso la determinante adozione acritica ,e addirittura piu’ che convinta ,dello stesso trattato di Maastricht , che ha costituito ,il nuovo inarrestabile asse strutturale attorno a cui e’ avvenuta la omologazione assoluta delle societa’ continentali al modello liberista nei rapporti produttivi , ed ai parametri culturali ed ai moduli di consumo e di vita civile della societa’ di mercato di tipo americano , la finanziarizzazione dei processi di costruzione della ricchezza e la conseguente trasformazione della natura del credito e del ruolo del sistema bancario, e la traslazione completa alle elites tecnocratiche e monetarie sovranazionali dei centri decisionali principali degli indirizzi dello sviluppo sociale collettivo .

Il trattato di Maastricht che ha istituito l’attuale assetto della UE, non e’ riformabile secondo gli obiettivi democratici e sociali che costituiscono la ragione del nostro essere politico, e pertanto la lotta contro di esso diviene il punto centrale di ogni autentico progetto di trasformazione democratica delle societa’ europee e di ricostruzione di un tessuto di relazioni sociali in cui il lavoro riassuma centralita’ sociale, economica, e decisionale.

I due Trattati di Maastricht e Lisbona sono sicuramente modificabili solo all’interno dei loro stessi fondamenti strutturali , costituiti dalla prederminazione del modello neoliberista come unico modello di riferimento della configurazione strutturale dell’Unione , e dalla distruzione reale della sovranita’ costituzionale degli stati partecipi, ottenuta con l’ azzeramento delle politiche economiche di ciascuno conseguente all’azzeramento delle loro autonome potesta’ monetarie, indispensabile ad evitare il risorgere di possibili alternative di modello a livello degli stati nazionali. all’interno dello spazio finanziario e monetario, certo, vincolato, e condizionante ,che cementa la nuova unione ,posto nelle mani della BCE e governato da una elite’ tecnocratica,

Il Sistema Maastricht e’ strutturato per evitare in radice che si determinino assetti economici e sociali in grado di minare le ragioni strategiche dell’unione ,costruita in questo modo come elemento centrale e garante del nuovo assetto finanziario globale ed integrato che avrebbe caratterizzato il futuro indirizzo dello sviluppo del sistema economico delle economie capitalistiche sviluppate ,dopo la fine della divisione del mercato mondiale nel 1990.

Questa specifica strutturalita’ finanziaria e neo -liberista della UE di Maastricht la renda una costruzione istituzionale , finanziaria ed amministrativa ,incompatibile con qualsiasi scelta di modello ad essa inversa ed alternativa, e la rende conflittuale con tutte le strutture e gli istituti sociali ed economici che hanno costituito dal dopoguerra il modello sociale moderno degli stati costituzionali europei, condizionato dalla centralita’ assunta dal movimento dei lavoratori nella loro dialettica democratica : Le partecipazioni publiche negli apparati produttivi e nel sistema creditizio , La proprieta’ pubblica delle infrastrutture di base , La autonomia contrattuale delle parti sociali , Le rigidita’ normative a tutela del mercato del lavoro , e Le politiche pubbliche anticicliche fondate sulla disponibilita’ di spesa dei governi .

E’ petanto la stessa incondizionata finalita’ di imposizione assoluta di un modello liberista ,omogeneo alla finanziarizzazione delle economie sviluppate, propria del trattato di Maasstricht , il cui obbiettivo primo era l’azzeramento della potesta’ monetaria degli stati al fine di costruire un sistema istituzionale totalmente chiuso nella sua impostazione originaria di modello , ad indurci alla convinzione che solo una preliminare totale ripresa di forza Costituzionale degli Stati della UE, compresa anche la possibile eventualita’di una nostra uscita unilaterale dalla moneta unica, rappresenta l’unica condizione che puo’ rendere possibile una ricostruzione democratica di una nuova comunita’ politica continentale tra di essi sulla base di una ridefinizione di un accordo ampio e contrattuale , fondato sul criterio chiave per cui ogni cessione di poteri , funzioni e quote di sovranita’ ad una struttura politica , di rappresentativa ed esecutiva ,centrale e sovraordinata , puo’ avvenire solo nel pieno rispetto , garanzia e tutela, degli standard sociali ed ecomici liberamente determinati in base alle rispettive costituzioni materiali degli stati partecipanti .

La Sovranita’ Costituzionale degli Stati rappresenta quindi per noi il mezzo necessario per innescare un processo di collaborazione ed integrazione tra i popoli d’europa di ben altra natura democratica e di ben altro livello di qualita’ sociale dell’attuale Unione ,tecnocratica ed autoritaria , che impoverisce i popoli . li espropria di ogni potere decisionale, e assoggetta ogni scelta d’indirizzo generale agli interessi dell’equilibrio finanziario complessivo al cui servizio e’posto il suo ricattatorio sistema monetario .

Questa riarticolazione di una nuova unione tra i paesi d’europa dovra’ trovare la sua espressione strutturale complessiva attraverso un sistema finanziario del tutto diverso dall’attuale, molto piu’ articolato e collegato in modo flessibile al suo interno , fondato su monete nazionali sovrane ,coordinate nei rispettivi rapporti di cambio da un sistema di bande di oscillazione predeterminate tra le rispettive autorieta’ monetarie nazionali,, in grado di consentire politiche nazionali antirecessive e socialmente riequilibratrici , all’interno di un nuovo patto costituzionale comune contrattato liberamente tra paesi che hanno recuperato la dimensione piena della propria capacita’ di autonoma determinazione , superando l’assetto autocratico ,forzato e verticistico che venne codificato a Maastricht e Lisbona .

Noi vogliamo un diverso assetto monetario tra i paesi d’europa , in cui Il debito degli stati possa essere gestito con la flessibilta’ tipica delle monete sovrane , espressione naturali di sistemi economico-produttivi omogenei e di realta’ istituzionali ed amministrative definite a livello nazionale ,governabili anche attraverso una politica dei cambi , e con la possibilita’ ,che un sistema di questo tipo consente, di recuperare un significativo livello di spesa pubblica per interventi anticiclici e antirecessivi

Il nostro progetto politico di fondo è collegare tutte le piattaforme antimaastricht che pongono il recupero pieno della sovranita’ costituzionale come momento centrale di un programma politico anticrisi, e come premessa ineludibile per un mutamento radicale del modello di sviluppo , attorno ad un programma di governo sufficientemente definito negli obiettivi e nella misure da adottare, per costruire attraverso un lavoro di confronto e chiarimento un fronte politico alternativo al programma recessivo dei fiscal compact , al sistema liberista imposto e definito delle circolari della commissione europea elaborate dalle tecnocrazie che reggono i gangli decisionali dell’unione, ed alla distruzione delle politiche sociali ed industriali dei paesi d’europa imposto dalla sottrazione della sovranita’ monetaria .

All’interno di questo fronte, netto, ed alternativo ai governi della II Repubblica ,pensiamo di poter radicare il processo di ricostruzione della sinistra a cui vogliamo lavorare ., in modo di sottrarlo ad ogni possibile subalternita’ alle logiche di stabilizzazione di sistema del centro-sinistra

maggio 6, 2020

LA NUOVA LINEA DI CONFINDUSTRIA

di Alberto Benzoni

In altri tempi, il terremoto ai vertici della stampa italiana, in coincidenza non casuale con l’elezione di Bonomi al vertice di Confindustria avrebbe suscitato un’ondata di commenti e di proteste, in particolare da parte della categoria. Questa volta solo un vagito di contestazione. Al minimo sindacale. E subito spento.

Questione di sensibilità al problema. Ai tempi della prima repubblica, questa era molto alta. E si accentuò con l’avvento di Berlusconi. Dopo è andata via via scemando. Per il progressivo disinteresse ai problemi delle regole e a quello che accadeva nel mondo dei media. E, corrispondentemente, con il “chiamarsi fuori” di quelle èlites democratico-liberali titolari della causa e progressivamente indebolite e in tutt’altre faccende affaccendate.

Tutto ciò premesso, la vicenda ha certamente a che fare con gli equilibri interni al settore. Ma non è questo il suo aspetto più importante. Perché quello che si manifesta in queste settimane è un nuovo protagonismo del potere economico nel nostro paese. E, insieme, la ricerca di un suo più equilibrato posizionamento e rispetto alla politica italiana e al suo governo e in relazione alle possibili evoluzioni dello scontro in atto a livello mondiale.

Sinora la Confindustria, e gli organi di stampa che ne riflettevano i diversi umori, si erano mossi in ordine sparso. In una cacofonia di richieste e di proteste; alla ricerca confusa di sempre nuovi e magari opposti referenti politici; e comunque con toni variamente ostili al governo, anche in vista di crisi destinate potenzialmente a esplodere in ogni momento.

Oggi, il quadro è diventato più chiaro. E su diversi fronti. I sondaggi d’opinione rafforzano lo schieramento di governo a danno di quello di opposizione, punendo, all’interno dei due schieramenti, quelli che giocano in modo più spericolato e irresponsabile su ipotesi di rottura. Per altro verso, non sembrano esistere, anche per la tenuta del M5S, combinazioni ministeriali suscettibili di ottenere la maggioranza in Parlamento e soprattutto padri della patria disposti ad assumerne la guida.

Per altro verso, viviamo un periodo in cui tutti ci amano, che dico, si precipitano per aiutarci. Dalla Cina, miliardi di mascherine e di messaggi di simpatia. Dalla Russia, materiale sanitario, accompagnato da militari per impedire che venga trafugato. In arrivo e con parole di ringraziamento per i nostri aiuti passati, gli albanesi. Medici da Cuba. La von der Leyen che si scusa. L’Oms che ci pone ad esempio. La Bce che acquista con avidità i nostri titoli di stato. Altri centinaia di miliardi in arrivo dalla Ue. I soldi del Mes, con l’unica condizione di essere effettivamente spesi. E, siccome a Trump piace sempre Giuseppi, una bella commessa per l’acquisto di fregate lanciamissili: una subito e le altre a scalare.

Allo stesso modo, il nostro governo si dichiara amico di tutti; con particolare riferimento all’America ma senza escludere nessuno.

Il senso di queste convergenze amorose non sfugge affatto né alla nuova Confindustria né di riflesso alla grande stampa italiana. Come non sfugge affatto che il progetto salviniano – un populismo di destra, ostile all’Europa e perfettamente in linea con l’avventurismo di Trump – è non solo pericoloso ma sta anche andando in confusione.

E allora, sotto la guida del nuovo presidente Bonomi, la Confindustria, “farà da sé”. Niente rapporti promiscui e senza avvenire con questo e con quello ma un fronte compatto (in rappresentanza, anche, degli interessi delle piccole e medie imprese) nei confronti dell’esecutivo. E in un confronto in cui non si tratta di rivendicare questo o quel provvedimento; perché è in gioco, qui e oggi, il ruolo delle imprese private nel futuro assetto del paese.

Il primo e fondamentale rischio è che lo stato interpreti in modo estensivo il suo ruolo nel salvataggio delle imprese: o nel senso di una loro nazionalizzazione o più in generale come premessa di un rilancio di “politiche industriali”. Ora, Confindustria farà, d’intesa con i sindacati, tutto ciò che le compete per favorire l’uscita del paese dalla crisi; ma in piena indipendenza e senza accettare intromissioni “stataliste”. Su questo ha già avuto, da subito ampie assicurazione da Gualtieri: se lo stato entra nel capitale delle imprese è per salvarle dal fallimento o dalle brame predatorie dello straniero; non per nazionalizzarle o senza alcuna pretesa di “governante”. Sani principi; che poi questi possano essere rispettati nel caso di Alitalia o di Taranto (e annessi) è tutto da vedere.

Insomma, è bene che lo stato ritorni al suo posto. Anzi, che si faccia un po’ più da parte. Oggi bisogna correre; e per correre bisogna essere liberi di farlo: e, allora, via il codice degli appalti, via i controlli antimafia, via la malfamata “burocrazia”. Siamo al “meno stato più mercato”; anche se, di questi tempi, lo slogan non suscita più i consensi di una volta.

C’è poi la tentazione redistributiva. Insomma le varie ipotesi di mettere i soldi in tasca alla gente perché ne ha bisogno; magari perché ha perso il lavoro e non ha speranze di trovarne un altro. Anche su questo l’altolà del padronato è chiaro. I soldi sono pochi; e allora è meglio darli, nell’interesse generale del paese, a coloro che vogliono lavorare e soprattutto che il lavoro sono in grado di darlo. Aggiungendo, a buon bisogno, che chi pensa, anche per un attimo, a tassare patrimoni o rendite deve essere “silenziato”.

Alla fine, un velato avvertimento. Vada pure il “dopo nulla sarà più come prima”. Ma, mi raccomando, senza crederci troppo. E soprattutto, senza pensare, che in questo dopo, il ruolo e il peso dell’iniziativa privata possa essere ridimensionato. Questo è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità anzi a svolgere un ruolo “nazionale”nell’individuare le vie della ripresa; a patto però che questo ruolo vada riconosciuto, valorizzato e soprattutto premiato.

Abbiamo fin qui parlato dell’ideologo del nuovo corso e cioè di Bonomi. Dimenticandoci del controllore dei suoi diffusori; e cioè di Agnelli. Nella sua veste di cittadino del mondo: il fisco in Olanda, le auto negli Stati uniti. E, non a caso, attraverso La Stampa, di capofila dell’atlantismo, anzi del partito americano.

Non ce ne siamo affatto dimenticati. Ma prendiamo atto che lo schieramento atlantico e occidentale nel nostro paese non coincide più o coincide sempre di meno con il “partito americano” che, attualmente è quello di Trump. E per il semplice motivo che i suoi interessi e i suoi ideali non possono essere garantiti – nell’attuale scontro tra America e Cina – né dalla vittoria di una delle due parti né dall’inacerbirsi, sino a livelli incompatibili con la permanenza di qualsivoglia ordine mondiale; ma piuttosto dalla ricerca di un modus vivendi, con le sue regole del gioco, analogo a quello costruito ai tempi della guerra fredda.

Un’opinione, in questo, condivisibile da qualsiasi persona ragionevole.

maggio 3, 2020

 DER SPIEGEL CONTRO LA MERKEL

di Giuseppe Giudice

Il Der Spiegel, il più importante periodico tedesco , con ben due articoli ha attaccato con forza , la politica del governo tedesco contrario agli eurobond. Del resto uno dei padri della Ue Jacques Delors , a 94 anni ha detto: “senza di eurobond, la mutualizzazione del debito , e il cambio dello statuto della BCE, L’ europa rischia sul serio la disintegrazione”. E torniamo allo Spiegel . Che contesta radicalmente, l’immagine dell’Italia come paese di spendaccioni irresponsabili (diffusa da molta stampa popolare) , il paese delle cicale contro le “formiche tedesche” . Lo Spiegel dimostra bene come l’Italia si sia fortemente indebolita economicamente, a causa delle politiche di austerità (imposte dalla Trojka) , con i tagli alla spesa sociale , con la precarizzazione del lavoro , con la crescita della povertà ….insomma altro che cicale! E non solo. Lo Spiegel mette in evidenza come la crescita del debito pubblico sia dovuto alla crescita degli interessi seguito al divorzio tra tesoro e Banca d’Italia . Fra l’altro c’è anche un attacco al governo Monti! Lo Spiegel è parte integrante dell’establishment tedesco. Probabilmente è un segnale che in questo establishment stanno emergendo forti contraddizioni. Credo che vi sia una preoccupazione molto realistica in settori del capitalismo tedesco che la forte crisi economica (fortemente aggravata dalla pandemia) , connessa al rallentamento dell’economia cinese, avrà effetti molto negativi sulla economia tedesca. Questo è il quadro. Ma voglio aggiungere un’altra considerazione. Si parla spesso di “piano A e Piano b”. Beh l’Italia non ha mai avuto neanche il “piano A” Si è sviluppata da molto tempo , un forte servilismo (e su questo rimpiango Craxi) verso la Germania. Un servilismo che è alimentato anche da una parte consistente della stampa : quella legata a John Elkann ed alla FCA. Che ha sede fiscale in Olanda (capite bene!) . Questo gruppo editoriale comprende , la Repubblica, la Stampa, l’Espresso, Radio Capital ecc . E sono apparsi articoli in cui addirittura si giustificava l’atteggiamento inqualificabile olandese contro l’Italia (e contro gli eurobond). E poi ci sono i soliti che emergono in queste fasi: i Prodi, i Monti. Dopo che Conte aveva annunziato che l’Italia non avrebbe utilizzato i fondi del MeS, due giorni dopo c’è l’intervento di Prodi che sconfessa Conte. Una vera coltellata politica ed anche un richiamo al PD. Conte oggi non solo deve affrontare le sbruffonate dell’estrema destra, ma anche gli attacchi infidi (all’interno della maggioranza) da parte di Renzi. Ma quello che più mi preoccupa è il ruolo di Prodi e Monti. Credo che questo governo abbia diversi limiti. Ma io oggi difendo Conte, da tutte queste manovre condotte da personaggi che hanno molto contribuito alla profonda crisi del ns paese.

aprile 22, 2020

Italexit: l’uscita dall’euro non è da escludere – Financial Times

 Cristiana Gagliarducci

 Il rischio Italexit torna a far discutere. L’analisi del Financial Times
Italexit: l'uscita dall'euro non è da escludere - Financial Times

Attraverso la penna dell’editorialista Wolfang Munchau, il quotidiano ha dipinto tre scenari differenti, alcuni meno probabili di altri, che potrebbero delinearsi nei prossimi mesi.

Tra questi come non citare l’Italexit, ossia la possibilità di uscire dall’euro, rispolverata negli ultimi anni con la progressiva avanzata dei partiti euroscettici. La domanda sorge spontanea: il rischio esiste ancora?

Rischio Italexit: i tre scenari del FT

I tre scenari del Financial Times sono partiti da due considerazioni ormai assodate: nel 2020 il Prodotto Interno Lordo dell’Italia crollerà (come confermato dal FMI e da altri illustri analisti) mentre il debito pubblico decollerà.

Scenario 1 – L’intervento della BCE

In questo primo caso, nel Consiglio europeo di domani gli Stati membri troveranno un compromesso su un fondo di ristrutturazione.

“Una volta che gli applausi svaniranno e le persone inizieranno a concentrarsi sui dettagli, esse si renderanno conto che (il fondo, ndr) non avrà alcuna rilevanza macroeconomica. Ciò lascerà la BCE, ancora una volta, come l’unica istituzione dell’UE che conta. Quest’anno il suo programma sulla pandemia farà il necessario.”

Nel primo scenario non ci sarà il rischio Italexit. Ad agire sarà nuovamente l’istituto centrale magari con le OMT, Outright Monetary Transactions mai davvero lanciate. Come ricordato dal FT, il programma permetterebbe a Francoforte di acquistare direttamente titoli di Stato dei Paesi più colpiti dalla crisi ma soltanto in caso di accettazione del MES.

Una strada poco probabile viste le opposizioni dell’Italia nei confronti del fondo salva-Stati e le incertezze sulle reali possibilità di attivare le OMT.

Scenario 2 – Default/Ristrutturazione debito

Questa ipotesi richiederebbe comunque l’intervento della BCE che permetterebbe al debito del Belpaese di non perdere il suo status. Allo stesso tempo, però, uno scenario del genere metterebbe in difficoltà gli istituti bancari che, viste le grandi quantità di BTP detenute, potrebbero fallire.

Una possibile soluzione? Quella di “tagliare” i bond nazionalizzando i depositi e “spazzando via gli investitori”.

Scenario 3 – Italexit

Uno scenario poco probabile, secondo il Financial Times, ma non da escludere.

“Come accaduto nel Regno Unito, gli italiani stanno iniziando ad accusare l’UE di qualsiasi cosa vada storta.”

In questo contesto il Movimento 5 stelle potrebbe tornare a guadagnare consensi cavalcando politiche anti-UE. L’euroscetticismo, ha tuonato il quotidiano, non finirà neanche dopo il lockdown.

In linea di massima, comunque, il rischio Italexit appare al momento molto basso. Certamente l’argomento continuerà ad essere dibattuto anche alla luce delle prossime decisioni dell’UE.

aprile 13, 2020

Per un Fronte Popolare di Liberazione Nazionale

Il Risorgimento Socialista per la costruzione di un grande Fronte Popolare di Liberazione Nazionale


Il governo ha ceduto alla UE, e ,a meno di improbabili ripensamenti, ha sottoscritto un accordo che prevede la esistenza del Mes come strumento anticrisi, anche se in una forma apparentemente più morbida.


Questo esito finale della trattativa dimostra la validità del nostro Appello per il Piano B, e conferma le ragioni che ci hanno spinto a farlo.


Abbiamo parlato in modo netto, mettendo in chiaro che la Germania ed i suoi vassalli, e le autorità monetarie di Bruxelles, avrebbero in assenza di un piano alternativo di uscita dal sistema Maastricht costretto alla fine il governo ad accettare il Mes, magari in una forma un po’ più attenuata, ma pur sempre pericolosissima per noi.


E’ evidente che Il governo, non avendo organizzato nessuna linea di uscita in direzione della uscita dal quadro euro/ Maastricht / BCE, si dovrà assumere tutta la propria responsabilità per le politiche di austerità forzata che inevitabilmente seguirebbero alla attivazione dei flussi di finanziamento UE che verranno erogati fuori da ogni condivisione di debito da parte della BCE.
La situazione che si profila sara’ pesantissima.


La fondatezza del nostro Appello ci mette ora in una posizione di forza, perché nello scontro abbiamo affermato il punto centrale di tutta la questione :
La rottura unilaterale da parte del nostro paese del sistema Euro /Maastricht, come condizione base per la rinascita della nostra economia e per la ricostruzione della nostra Democrazia Costituzionale.

Questo Appello, non seguito dal Governo , costituisce la base programmatica per la costruzione di un grande FRONTE POPOLARE di LIBERAZIONE NAZIONALE contro il potere autocratico del sistema finanziario globale e delle autorità monetarie di Bruxelles , e contro tutto il sistema Euro/Maastricht , che dopo aver distrutto la nostra costituzione materiale, punta a smantellare il tessuto economico del paese e ad imporre alle fasce più deboli del popolo ed ai lavoratori politiche di ulteriori tagli ai loro diritti sociali ed alle loro condizioni di vita.

Di fronte al tradimento di questa intera classe politica, il compito del Movimento dei Lavoratori e’ salvare la nostra Democrazia dal nuovo fascismo tecnocratico e finanziario che porterà al disastro economico e sociale il nostro paese.

aprile 6, 2020

Se il MES arriva in Italia ecco cosa succederà

 Flavia Provenzani

Se il MES arriva in Italia ecco cosa succederà

Il ricorso al MES per trovare i soldi necessari a salvare l’Italia e altri Paesi dell’Eurozona in crisi nera a causa del coronavirus sembra ormai scontato. Fonti europee riferiscono che, in vista dell’Eurogruppo di domani, sarebbe già stata trovata un’intesa – anche con il nostro Paese – per agire attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità.

Cosa succederà all’Italia una volta che saranno arrivati i prestiti dal MES? In che modo potremo ripagare il nostro debito? Un piano di riforme lacrime e sangue (tra aumento tasse, IVA, privatizzazioni e diminuzione di bonus e agevolazioni) si fa sempre più una concreta possibilità. D’altronde, l’Europa trova sempre un modo per far tornare i soldi prestati nelle sue tasche.

E alla fine arriva il MES

Nonostante l’impatto della pandemia da coronavirus stia accennando una diminuzione in Italia – il bilancio delle vittime è in via di rallentamento secondo i dati degli ultimi giorni – è innegabile la portata del collasso della sua economia, come di tanti altri, esacerbato dalla chiusura di numerose attività commerciali e dall’isolamento della popolazione.

Non è ancora confermato in via ufficiale – dovremo aspettare che l’Eurogruppo si pronunci nella giornata di domani, martedì 7 aprile – ma l’arrivo del MES in Italia e negli altri Paesi più in difficoltà a causa della crisi generata dal coronavirus sembra ormai scontato. Tra poche ore, quindi, potrebbe essere annunciato un accordo quadro con l’obiettivo di sostenere a livello finanziario i Paesi più colpiti dalla pandemia.

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La soluzione già pensata sarebbe il MES, strumento che sarà mobilitato per elargire delle linee di credito di importo massimo pari al 2% del PIL dell’Eurozona (a fine 2019 ammontava a 11.905 miliardi di euro).
I ministri hanno già lavorato per ridurre (o forse anche annullare) le condizioni necessarie per accedere ai prestiti. Il ricorso al MES, si ricorda, apre le porte alla BCE affinché proceda con un massiccio acquisto di titoli di Stato dei Paesi membri attraverso le OMT (Outright Monetary Transactions).

Il futuro dell’Italia, in modo o nell’altro, interessa a tutta l’Unione Europea. Le preoccupazioni che la nostra economia genera in quel di Bruxelles sono ormai di vecchia data. C’è poi ampio dibattito su come e “quanto” salvare il Belpaese.
L’Italia, che è la terza economia più grande dell’UE, ha conti pubblici disastrati da ben prima dell’arrivo del coronavirus, ed oggi è quasi totalmente dipendente dalla BCE nel contenimento dei tassi di interesse.

Cosa succederà all’Italia dopo l’arrivo del MES

L’arrivo del MES in Italia, nell’immediato, si tradurrà in 39 miliardi di euro circa per poter sostenere la nostra economia, come sottolineato dal ministro delle finanze tedesco Scholz.

La liquidità derivante dal prestito del MES dovrà essere utilizzata per sostenere il sistema sanitario e le misure implementate in risposta alla crisi legata al coronavirus. L’importo sarà parametrato fino a un massimo del 2% PIL dei Paesi che faranno richiesta del MES.

Il debito dovrà essere estinto entro massimo 10 anni. Le condizioni di accesso saranno uguali per tutti o, possibilmente, addirittura annullate. Ciò non toglie che questi soldi l’Italia dovrà restituirli, prima o poi.

E il problema è proprio questo, il “dopo”: bene l’arrivo di fresca liquidità per far fronte alle stringenti necessità del momento, ma il MES ci tiene ad essere ripagato, un vizietto che hanno tutti i creditori. Ed è proprio per questo che può imporre un programma ai fini di raggiungere tale scopo, contenente riforme, possibili privatizzazioniaumenti delle tasse e molto altro, così da trovare i soldi e farli tornare nelle sue tasche.

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Per non rimanere sul vago e capire cosa effettivamente potrebbe accadere in Italia dopo l’attivazione del MES, è utile guardare una delle tante versioni del piano di salvataggio della Grecia datato 2015. Nel suo caso i creditori erano BCE, FMI e Commissione UE e non il MES in sé, ma l’impronta del Meccanismo in Italia potrebbe, potenzialmente, essere molto simile:

  • aumento delle tasse sulle società di spedizione;
  • tutta l’IVA al 23%, anche su servizi come ristorazione e catering;
  • eliminazione della pensione di solidarietà;
  • taglio di 300 milioni di euro della spesa militare;
  • privatizzazione dei porti e vendita della partecipazione della società di telecomunicazione OTE.

L’Italia sarà costretta ad adottare le stesse misure? La risposta, spero scontata, è che non si sa ancora. Tuttavia è ingenuo pensare che i soldi che arriveranno dal MES siano gratis, da qualche parte il governo la liquidità per ripagare il suo debito dovrà trovarla.

Cosa succede se l’Italia non può ripagare il debito

Come riferito dallo stesso Meccanismo, secondo il Trattato UE, sono la Commissione e i rappresentanti dei governi membri ad essere i responsabili del controllo post-programma dei Paesi che ricevono tali aiuti.

Il MES si giustifica dicendo che “se un Paese dovesse mancare un pagamento programmato, potrebbe mettere in discussione la capacità del MES di agire in una crisi futura influenzando la capacità finanziaria e l’affidabilità creditizia”.

Per individuare eventuali problemi con il rimborso del debito da parte di un Paese – e non è difficile immaginare l’Italia in tale scenario – il MES tiene costantemente traccia delle scadenze di interessi, commissioni e rimborsi principali con almeno 12 mesi di anticipo. Allo stesso tempo, analizza con un anno di anticipo il bilancio dello Stato e alle prospettive di crescita economica in base alle analisi compiute dalla Commissione UE.

Se la Commissione incaricata di valutare i rischi interni al MES dovesse determinare che possano esserci dei dubbi sulla capacità di ripagare il debito da parte dell’Italia o di altro Paese che ne farà richiesta, il Meccanismo consulta la Commissione UE e la BCE per valutare la situazione e le sue potenziali conseguenze in modo più approfondito. Come picco dell’escalation, il MES informerebbe i suoi membri, attraverso il consiglio di amministrazione, del rischio.

In “soldoni”: il MES trova sempre un modo per essere ripagato, sempre. Quanto costerà all’Italia in termini di indipendenza e impatto sui cittadini questo sarà apprezzabile tra pochi mesi.

aprile 2, 2020

SOCIALISMO O BARBARIE .

d franco bartolomei, coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista.
LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA NEL DOPOGUERRA -

Il Risorgimento Socialista riafferma tutte le ragioni della propria opposizione radicale al governo , fondate su una una concezione del modello sociale e dei rapporti economici del tutto alternativa allo stato di cose esistente , e sulla convinzione che il paese debba assolutamente recuperare la propria sovranita’ Costituzionale e rompere la sua sottoposizione ad un quadro normativo e ad un sistema finanziario e monetario ad esso esterno, costituito dal complessivo sistema Euro / Maastricht Lisbona /BCE ), che distrugge il suo equilibrio sociale , la sua coesione civile , il suo tessuto produttivo , e la sua vita democratica .

In questo momento drammatico le istituzioni europee hanno tentato di distruggere il nostro sistema economico per sottoporre il paese ad un nuovo commissariamento politico , che porterebbe il paese ad uno stato di gravissimo ulteriore impoverimento , ed alla distruzione della nostra democrazia .

Il Governo pur nella sua estrema diversita’ della sua visione sociale ed economica , fondata sulla condivisione del modello liberista , e su un progetto di sostanziale conservazione del sistema, mostra di voler resistere a questo attacco esterno , che approfitta della difficilissima situazione di emergenza che il nostro popolo sta affrontando con sacrificio , generosita’ e coraggio , cercando di contestare il patto di stabilità ed il pareggio obbligato di bilancio ,per poter utilizzare in deficit spending risorse consistenti per la ricostruzione del paese senza dover subire commissariamenti di sorta .

Se riuscira’ in questo tentativo , indubbiamente segnera’ una soluzione di continuita’ rispetto alla precedente prassi consolidata’ di vassallaggio e subalternita’ che finora hanno tenuto tutti i governi della II repubblica .

A maggior ragione questo accadra’ se sara’ in grado di riaffermare la centralità dello stato nella incentivazione delle attività economiche , nella riconversione del nostro sistema produttivo verso economia reale , attraverso il rafforzamento del settore manifatturiero e delle nostre filiere produttive strutturali, e ricostruendo una presenza pubblica nei settori strategici , puntando ad utilizzare utilizzando una rete di relazioni commerciali economiche e politiche che rispondono ad una nuova logica internazionale di natura multipolare ,

Se questo tentativo , ad oggi solo abbozzato , dovesse tradursi in realta’ il problema a quel punto sarà per noi del Risorgimento Socialista quello di costruire un nuovo tipo di contrapposizione con il governo , sulla qualità delle scelte e sul tipo di modello che si sceglierà , e sul ruolo e la centralità che il lavoro assumera’ nei processi decisionali collettivi che determinano le scelte sociali ed economiche nel nuovo sistema .

Se questo non avverrà continueremo il nostro ruolo di opposizione frontale , con ancora maggior determinazione , sapendo che se l’Italia perde la partita con l’Europa la situazione diverrà drammatica per i lavoratori e tutte le classi subalterne , perché il paese subirà una stretta micidiale in termini di impoverimento ulteriore e di repressione

Per noi la scelta sara’ drammaticamente molto lineare , e definiremo le nostre scelte di fase in base a ciò che si produrrà nei rapporti con l ‘Europa , li sapremo se la nostra dovrà essere una lotta per la libertà e la democrazia contro la barbarie ed il nuovo fascismo ,o potrà essere una grande lotta democratica per le riforme socialiste all’ ‘interno di un quadro costituzionale rinnovato .

Faremo in ogni caso sempre quello che sarà utile ai Lavoratori ,ed alla difesa estrema della nostra Democrazia Repubblicana.

Viva il Socialismo

  • Franco Bartolomei Se Il Governo resistera’ ai Dicktat di Bruxelles faremo la nostra parte .