Archive for ‘economia’

maggio 13, 2020

ACCORDO SUL MES/ Per soli 37 mld l’Italia finisce in mano a una banca del Lussemburgo

 – int. Alessandro Mangia
L’Eurogruppo ha trovato l’accordo sul Mes. Ma la lettera Gentiloni-Dombrovskis non è vincolante: il trattato continua a prevedere sorveglianza rafforzata e Troika
mes eurogruppo
Olaf Scholz, Christine Lagarde, Paolo Gentiloni e Bruno Le Maire (LAPresse)

ministri delle finanze dell’eurozona hanno trovato l’accordo sul Meccanismo europeo di stabilità. I paesi europei potranno ricorrere al Mes per finanziare le spese sanitarie “per importi fino al 2% del Pil (…) alla fine del 2019”, recita il comunicato. ECCL (Enhanced Conditions Credit Line) è il nome della “linea di credito” alla quale si potrà accedere per sopperire alle spese straordinarie causate dalla crisi pandemica. All’Italia andrebbero 37 miliardi. Tanto o poco? Per dare un’idea, in aprile Bankitalia ha calcolato che il lockdown ci è costato circa 9 mld a settimana.

Salutano con favore l’accordo, tra gli altri, Gentiloni, Lagarde, Sassoli, Gualteri; Conte dice che il Mes non basterà e chiede che i trilioni – per ora solo virtuali – del Recovery Fund vengano messi a disposizione il prima possibile.

Abbiamo fatto il punto con Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale alla Cattolica di Milano.

Con Mangia abbiamo detto e ripetuto che il Mes prevede strette condizionalità; eppure, chi chiederà l’accesso ai fondi Mes non sarà sottoposto a programmi di aggiustamento dei conti pubblici: lo ha fatto presente giovedì la Commissione, con una lettera dei commissari Dombrovskis e Gentiloni al presidente dell’Eurogruppo Mário Centeno. E ieri l’Eurogruppo ha detto sì.

“Il problema sta nel fatto che tutto questo è estremamente approssimativo” spiega il giurista.

Cosa non la convince?

Pubblicità

L’ottima lettera di Gentiloni e Dombrovskis esprime solo la posizione della Commissione al presidente dell’Eurogruppo. E non ha nessun valore formale. Si dice che, secondo la Commissione, il Regolamento 472/2013 non dovrebbe “essere attivato” nelle parti che lei richiama. Ma questo non ha nessun valore giuridico.

Allora che valore ha?

È solo un auspicio e un indirizzo politico. Che pone enormi problemi giuridici. Se il Reg. 472/2013 è in vigore – e prevede sorveglianza rafforzata prima, e troika poi – cambia qualcosa la lettera di Dombrovskis e Gentiloni? È un segnale ed un atto di intelligenza, se l’ho ben capita. Ma giuridicamente non vuol dire niente. E quindi, al momento, non è niente.

Ci faccia capire: cosa obietta lei alla lettera dei due commissari?

Pubblicità

Dico che quella lettera avrà un senso se si riterrà di sospendere il Reg. 472, che prevede tutto quello che lei ha richiamato. O, in alternativa, di introdurre una disciplina in deroga, destinata a valere una tantum, per i finanziamenti legati alla pandemia. Gli strumenti non mancano.

Quali alternative ci sono?

Si può usare il 122, che prevede il decreto legge dell’Unione. Si può delegare alla Commissione il compito di derogare sulla base dell’art. 290 TFUE. Si può fare persino una decisione, visto che sarebbe una disciplina speciale per alcuni membri dell’Ue, quelli dell’area euro, e non per tutti. Insomma, le forme giuridiche per formalizzare questa cosa ci sono.

A che cosa è dovuta questa “libertà”?

Al fatto che il diritto dell’Ue è un diritto senza categorie, che vive dell’ossequio alle decisioni della Corte di giustizia. Quando questo ossequio viene meno, come è successo solo due giorni fa in Germania, si vede quanto fragile e approssimativa sia tutta questa impalcatura. E come ci voglia poco a smontarla.

Il Mes ha una nuova “linea di credito”. Banalizzo: “linea di credito” vuol dire che io vado in banca – il Mes – e la banca mi fa un prestito. Dove sta il problema?

Ma il Mes non è una banca e basta. Quello che non si vuole capire è che il Mes è una banca, ma è una banca che può intervenire solo a tre condizioni: che ci sia un rischio per la stabilità dell’euro; che non ci sia altro strumento per intervenire; e che l’intervento sia posto sotto stretta condizionalità. Questo sta scritto nel Trattato Mes (art. 3).

Dunque è questa la realtà.

Sì. E il resto sono chiacchiere approssimative. Spiace dirlo ma è così. Il problema è che ogni tanto la realtà presenta il conto. Lei crede che chi ha già portato con successo il Mes davanti alla Corte tedesca nel 2012 non impugnerebbe anche la “linea Covid-19” di cui si chiacchiera tanto? Con il precedente del 2012 e del 2020? Io ci vedo un’autostrada. Per questo, se si vuole fare seriamente, ci vuole una disciplina speciale di copertura. Se no, si tratta di parole e basta.   

Torniamo al nostro prestito. Avviene condizioni agevolate, come dice il punto 6 del comunicato dell’Eurogruppo, che si avvicina molto a quanto twittato dal ministro Gualtieri: “L’Eurogruppo conferma che il Mes potrà offrire finanziamenti per il 2% del Pil a tasso quasi zero per spese sanitarie e di prevenzione dirette e indirette legate al Covid-19. La Commissione verificherà solo questo requisito. Non potranno essere introdotte condizioni aggiuntive”.

Infatti non c’è bisogno di condizioni aggiuntive. Basta quel che c’è scritto nel Regolamento. Capisce che è imbarazzante commentare queste dichiarazioni: da una parte si dice una cosa, dall’altra sta scritto qualcos’altro. È come andare in banca e sentirsi dire una cosa dal cassiere di turno, sapendo che nel Codice Civile e nelle condizioni di contratto c’è scritto qualcos’altro.

Un bel guaio…

Il che non vuol dire che il cassiere sia necessariamente in malafede. In genere il cassiere non sa bene quel che sta nel Codice Civile e nelle condizioni del contratto che ti propone. E probabilmente pensa anche di fare il tuo bene. Poi, un bel giorno, scopre, magari assieme al cliente, che le cose stavano diversamente. In quel momento il cassiere in buona fede si può anche dispiacere, ma i problemi sono tutti del cliente.

Lei come spiega l’evidente sproporzione tra gli importi messi a disposizione dal Mes e la corsa – mediatica, politica, governativa – nelle braccia del “nuovo Mes” scatenata dalla pandemia?

Non la spiego se non in termini politici da una parte, e in termini di burocrazia autosufficiente dall’altra.

Veniamo ai primi.

Il Mes non è un organo dell’Ue. Anzi, ha una sua indipendenza nei confronti della stessa Commissione, tant’è vero che stipula intese con la Commissione. L’ideologia dell’indipendenza della Bce, che non ha eguali al mondo, ed è un’anomalia anche rispetto all’indipendenza della vecchia Bundesbank della Germania Ovest, è penetrata anche nel Mes. Che è un’istituzione inutile dai tempi della crisi di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, e che da allora non ha fatto altro se non la banca lussemburghese, però con le immunità di una rappresentanza diplomatica. E senza rispondere a nessuno se non a sé stessa.

Insomma è un’anomalia istituzionale e finanziaria priva di controlli esterni.

Precisamente. E che è in grado di contrattare da pari a pari con la Commissione perché è fuori dall’ordinamento dell’Unione.

E la burocrazia autosufficiente che diceva?

Al Mes credono di essere il Fmi, ma sono qualcosa di molto diverso. Ma non hanno problemi perché nessuno li può controllare e in questo il Mes è molto simile al Fmi e ai suoi funzionari.

Le cifre le conosciamo. Si tratta di un prestito decennale di 36-37 mld. Molto poco.

Direi niente, soprattutto per uno Stato con un Pil di oltre 1.600 mld con depositi e attività finanziarie per 6.200. Come se fossimo poveri in canna. Di quei 36 mld non ce ne facciamo niente a fronte di quel che si potrebbe mobilizzare con le risorse interne. Che non stanno in nessuna parte d’Europa. È che non c’è nessuno in grado di mobilizzare quelle risorse. E questa è la vera tragedia. Da qui viene tutta la questione Mes o non Mes. E quello che rischia di venirne, a legislazione europea invariata.

Lei ha curato un libro appena uscito dedicato al Fondo salva-Stati: Mes. L’Europa e il Trattato impossibile. Perché impossibile?

Perché il Mes è stato approvato in fretta e male. Perché il Mes in vigore in Germania è diverso dal Mes in vigore in Italia e in tutti i paesi della zona euro. Perché il Mes in vigore in Germania funziona sulla base di due correzioni della Corte tedesca sul segreto professionale dei ministri che partecipano all’Eurogruppo, e sul potere del Bundestag di bloccare ogni singola erogazione del Mes.

Com’è possibile?

La sentenza sul Mes della Corte tedesca è del 12 settembre 2012. Nella Gazzetta Ufficiale tedesca del giorno dopo – e cioè del 13 settembre 2012 – viene pubblicata la legge tedesca sulla procedura di contribuzione al Mes della Repubblica Federale. Le sembra casuale?

E in Italia?

In Italia le dichiarazioni interpretative che correggono il Trattato approvato dal Parlamento italiano il 23 luglio 2012 non sono mai passate in Parlamento, perché sono state depositate dal Governo nel settembre 2012. In Germania la legge sulle contribuzioni al Mes era già scritta prima della sentenza ed è stata pubblicata il giorno dopo. Difficile che l’abbiano scritta, approvata e pubblicata in 24 ore.

Questo che cosa comporta?

Il risultato è che quella legge per il diritto tedesco è costituzionalmente coperta. E per il diritto tedesco il Mes non può muoversi senza un voto del Bundestag. Mi sembra un eccellente esempio di “sistema paese”, come si dice in Italia. Per questo bisognerebbe ringraziare il prof. Kerber per tutto quello che ha fatto in questi 12 anni, da Lisbona in poi.

Che cos’ha fatto, secondo lei?

Ci ha messo sotto gli occhi le falle di progettazione di un sistema che viene presentato come se fosse uno Stato federale. Ma che di uno Stato federale è solo una replica funzionale. A suo modo il prof. Kerber è un grande europeista.

(Federico Ferraù)

maggio 11, 2020

Contributi a fondo perduto, Decreto Rilancio: esclusi i beneficiari del bonus 600 euro

di Antonio Cosenza

Contributi a fondo perduto, Decreto Rilancio: esclusi i beneficiari del bonus 600 euro

Decreto Rilancio, nel testo dell’ultima bozza del provvedimento ecco un aiuto molto importante per le imprese: i contributi a fondo perduto, un sostegno a favore dei soggetti titolari di reddito d’impresa e di lavoro autonomo, nonché titolari di P.IVA, con ricavi non superiori ai 5 milioni di euro.

Un aiuto importante per ripartire dopo mesi di difficoltà, ma attenzione perché – almeno secondo quanto si legge dall’ultima bozza del Decreto Rilancio (che sembra essere quella definitiva) ci sono molte imprese, ma anche lavoratori autonomi e professionisti, che potrebbero essere escluse dalla possibilità di poter beneficiare dei contributi a fondo perduto.

Il testo del provvedimento esclude, infatti, tutti coloro che hanno beneficiato dell’indennità di 600,00€ riconosciuta ai lavoratori autonomi titolari di P.IVA nel mese di marzo (e che verrà erogata automaticamente anche ad aprile).

I contributi a fondo perduto, quindi, non sono cumulabili con il bonus 600 euro; a tal proposito ci chiediamo cosa dovrebbe fare un lavoratore autonomo che non sapendo della possibilità di poter beneficiare del contributo a fondo perduto a marzo scorso ha fatto richiesta – e ha percepito – dell’indennità una tantum di 600 euro. Dovrà rinunciarci e restituire quanto ricevuto per poter accedere a questo nuovo strumento qualora lo ritenesse più vantaggioso per la sua situazione?

D’altronde in questi giorni nell’area personale del sito INPS era già comparso un tasto “rinuncia” nella parte riguardante l’indennità di 600,00€, quindi sembra che paradossalmente la via da seguire sarà proprio questa.

Ma per capire quale tra le due misure è maggiormente conveniente è bene prima fare chiarezza sul contributo a fondo perduto e su quanto previsto in merito dal nuovo Decreto Rilancio (che dovrebbe essere approvato, senza ulteriori modifiche, nelle prossime ore).

Contributi a fondo perduto nel Decreto Rilancio

Una delle novità più attese previste dal Decreto Rilancio rischia anche di diventare la più dibattuta data l’esclusione dei percettori dell’indennità di 600 euro dalla platea dei beneficiari.

Nel dettaglio, la misura – così come presentata nella bozza del decreto – prevede un sostegno a fondo perduto in favore dei soggetti titolari di reddito d’impresa e di lavoro autonomotitolari di P.IVA, con ricavi non superiori a 5 milioni di euro. Quindi un prestito di denaro – legato esclusivamente al rilancio dell’impresa dopo la crisi causata dalle restrizioni adottate per l’emergenza sanitaria – che non prevede l’obbligo di restituzione né tantomeno interessi.

Tra i requisiti per beneficiarne, come abbiamo anticipato, c’è quello per cui l’azienda non superi i 5 milioni di ricavi. Inoltre, nel testo del Decreto Rilancio si legge un’altra condizione, ossia che il fatturato e i corrispettivi relativi al mese di aprile 2020 siano inferiori ai due terzi dell’ammontare degli stessi nel mese di aprile 2019. Questo requisito non vale per i soggetti che hanno iniziato l’attività a partire dal 1° gennaio 2019.

Contributi a fondo perduto: quanto spetta?

Per quantificare l’importo spettante tramite il contributo a fondo perduto è stato previsto un particolare sistema. Questo, infatti, è determinato applicando una “percentuale alla differenza tra l’ammontare del fatturato di aprile 2020 e quello di aprile 2019”. La percentuale da applicare varia a seconda dei ricavi e compensi annui (relativi al periodo d’imposta 2019):

  • 25% per soggetti con ricavi o compensi non superiori a 100.000€;
  • 20% per soggetti con ricavi o compensi compresi tra 100.000€ e 400.000€;
  • 15% per soggetti con ricavi o compensi compresi tra 400.000€ e 5.000.000€.

Prendiamo ad esempio un’azienda che ha fatturato ad aprile 2019 circa 10.000€ mentre quest’anno appena 2.000€. Questa nel 2019 ha avuto ricavi e compensi inferiori ai 100.000€, quindi gli spetterebbe il 25% di 8.000€, ovvero 2.000 euro.

In ogni caso viene stabilito che per le persone fisiche il minimo erogabile è 1.000,00€, mentre per gli altri soggetti si tratta di 2.000,00€. Il contributo non concorre alla formazione della base imponibile delle imposte sui redditi.

La domanda andrà presentata in via telematica all’Agenzia delle Entrate. A tal proposito, sarà un provvedimento del Direttore dell’Agenzia a stabilire le modalità di effettuazione dell’istanza, il suo contenuto informativo, i termini di presentazione della stessa e ogni altro elemento necessario all’attuazione.

maggio 10, 2020

MES, BCE E FUTURO DELL’EUROPA

La prima è chiaramente una battaglia di retroguardia, oltre tutto promossa dalla Afd e non dalla Cdu, e men che meno del governo tedesco. Possiamo dunque ritenere, anche in base alla reazione negativa di tutto il quadro politico e istituzionale, tedesco ed europeo, che la cosa morirà lì e che la Bce potrà continuare a sv

Altro…

maggio 10, 2020

Oro alla patria!

di Beppe Sarno

Visualizza immagine di origine

Ancora una volta  Salvini ci stupisce con una delle sue invenzioni apodittiche per salvare l’Italia dal disastro economico e dalla morsa del MES e della BCE.

Salvini fa sua una vecchia idea di Tremonti che il prof. Francesco Forte recentemente ha riproposto su “Critica Sociale” rivista del socialismo italiano fra le più antiche ed autorevoli.

La ricetta teoricamente è ineccepibile perchè consiste nell’offrire “titoli di Stato pensati esclusivamente per i cittadini italiani, come mezzo di finanziamento per raccogliere le risorse necessarie a coprire l’enorme deficit pubblico, creatosi per fronteggiare i costi della crisi economica e finanziaria conseguente alla pandemia.“(Fonte Brunetta in HP)

Ai due campioni della destra risponde efficacemente Renato Brunetta su Huffington Post, che non rinnegando una volta tanto la sua matrice socialista critica fortemente la proposta di Salvini e Tremonti definendolo efficacemente “Oro alla  patria” Molto più modestamente anche io  su un articolo in risposta ad una proposta analoga di Francesco Forte avevo  espresso le mie riserve affermando ” “Certamente un investitore attento italiano o di qualsiasi altra nazione preferirà acquistare titoli tedeschi a zero rendimento piuttosto che titoli italiani con rendimenti appetitosi, perchè con i titoli tedeschi alla scadenza si è certi di recuperare almeno il capitale investito, mentre con i titoli italiani si corre  il rischio di non trovare nemmeno quello.” Molto più efficacemente Brunetta critica la proposta definendola un rimedio peggiore del male per una serie di motivi: primo la dimostrazione di debolezza dello Stato che arriverebbe ai mercati finanziari; secondo diventerebbe uno strumento di destabilizzazione dei mercati finanziari che nulla porterebbe alla causa; infine un maggior costo per lo stato sicuramente non compensato dai mercati finanziari.

Mi dispiace per Tremonti di cui sono un estimatore,   il quale si appoggia a Salvini nella sua ricerca di una “casa” politica dopo aver lasciato Forza Italia. Peccato, Tremonti è stato un buon  ministro delle finanze, rispettato negli ambienti della finanza internazionale ma evidentemente, le sue ambizioni politiche lo hanno fatto rinunciare alla serietà e all’onestà scientifica (destino, purtroppo, comune nella storia a tanti intellettuali) ma il disegno del salvinismo è – dopo la grande crisi, e tenuto conto del consenso politico di cui gode – ben più pericoloso ed eversivo e pertanto le critiche di Brunetta, tenuto conto la schieramento politico di riferimento di brunetta appaiono quanto mai opportune e significative.

Beppe Sarno

maggio 9, 2020

LA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO

di Giuseppe Giudice

Visualizza immagine di origine

E’ da sempre una rivendicazione del movimento operaio e socialista. Già Marx parlava della riduzione della giornata lavorativa. E comunque fu un liberale progressista come Keynes, forse il Keynes meno conosciuto , che nel 1930 , in una conferenza tenuta a Madrid , disse che presupponendo costante il ritmo dello sviluppo tecnologico e quindi dell’incremento della produttività del lavoro, nel 2000 l’orario settimanale di lavoro sarebbe potuto 

Altro…

maggio 6, 2020

Sarà un futuro d’inferno!

 

di Beppe Sarno

Mentre l’inps provvede ad erogare il bonus di 600 euro che a maggio forse diventeranno mille, proviamo a fare un po’ di conti per capire quanti soldi servono per fronteggiare l’emergenza, dove si potranno prenderli e a che prezzo e quali sono le prospettive per  il futuro per l’Italia e per la maggior parte degli italiani.

Per ciò che riguarda i seicento euro l’INPS pagherà 2,7 miliardi di euro  ed altrettanti ne pagherà nel mese di maggio anche se per effetto di una selezione che verrà fatta diminuiranno gli aventi diritto ed aumenterà il bonus che potrebbe arrivare fino a mille euro però  con  dei paletti.

Siamo già a quattro cinque miliardi. Se tale misura dovesse continuare fino alla fine dell’anno si potrebbe arrivare a spendere 18 miliardi di euro. A questa cifra bisogna aggiungere i soldi che serviranno per i buoni spesa che saranno erogati dai Comuni che integreranno il bonus dei 600 euro.

Ma lo Stato avrà bisogno di altri soldi per pagare la cassa integrazione. Al  momento si parla di un fondo di dotazione  di 38 milioni di euro per fronteggiare le ricadute economiche provocate dall’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. questi soldi dovrebbero essere finanziati dal “Sure” un prestito apparentemente senza condizioni che vengono trasferiti ai paesi membri ma che comunque sono prestiti  che peseranno sul loro futuro bilancio pubblico, fino a quando non saranno restituiti.

A questa enorme cifra andranno aggiunti gli aiuti alle imprese e agli artigiani, il cui ammontare attualmente non è quantificabile; sappiamo però che grazie al via libera della Commissione europea lo Stato tramite la Sace garantirà le banche per prestiti  fino a 400 miliardi da queste concesse ad imprenditori in difficoltà.

Inoltre sono state già alo studio tre misure di politica economica, differenti sia per l’onere a carico dello Stato sia per la tempistica della loro attuazione:

  • nel breve termine: trasferimenti diretti alle imprese da parte del governo per compensare la perdita di fatturato e coprire i costi operativi. Trasferimenti aggiuntivi a fondo perduto eviterebbero o ridurrebbero la necessità delle imprese di far ricorso al credito bancario, ma comporterebbero un aggravio dei conti pubblici;
  • nel medio termine: creazione di un veicolo speciale per la ristrutturazione dei debiti delle imprese medio-grandi, finanziato con risorse pubbliche e con l’emissione di titoli a lungo termine collocati sul mercato;
  • nel medio termine: introduzione di incentivi fiscali per la ricapitalizzazione delle imprese.

E’ presumibile immaginare che si arrivi ad una spesa di cento miliardi.

A questa somma bisognerà aggiungere il mancato introito da parte delle stato di tasse che non saranno pagate per effetto della contrazione del prodotto interno lordo.

Il Fondo Monetario Internazionale  prevede che “«Il bilancio della maggior parte delle economie dell’eurozona si deteriorerà a causa delle ricadute di Covid-19 e delle misure di emergenza annunciate»e che il deficit italiano salirà all’8,3% nel 2020  del prodotto interno lordo.

l’Istat ha certificato che nel primo trimestre del 2020 la variazione acquisita per il 2020 rispetto all’anno precedete è pari a -4,9%., quindi appare credibile una riduzione del prodotto interno lordo nelle misura prevista dal Fondo monetario internazionale del 10% circa.

Oltre agli esborsi che andrà a fare lo Stato si indebiterà per ulteriori  cento miliardi per  minori entrate per imposte e tasse che non riscuoterà ed inoltre sarà indebitato con la BCE o con gli investitori istituzionale che gli avranno prestato i soldi per una somma di valore almeno equivalente.

Siamo già a duecento miliardi di euro.

Un girone infernale!

Questa seconda parte di mancato incassi lo Stato dovrà chiedergli agli italiani attraverso il pagamento delle tasse. Ma cento miliardi sono tanti e altri cento da restituire alla BCE sono tantissimi.

Bisogna tener presente che nella rilevazione relativa al mese di febbraio 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una crescita. Secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia al 29 febbraio 2020 il debito pubblico era risalito a quota 2.447 miliardi di euro. Il debito pubblico, come tutti sanno (o debito delle amministrazioni pubbliche) è rappresentato dall’esposizione di uno Stato e di altri soggetti pubblici nei confronti di altri soggetti economici. I creditori possono essere nazionali o esteri. Ma lo stato siamo noi.

A questo debito di 2.447 miliardi bisognerà aggiungere ulteriori 200 miliardi. Non a caso l’ agenzia di rating Fitch ha declassato l’Italia da BBB a BBB-, che vuol dire  che siamo  un solo gradino sopra il livello spazzatura. Questo significa che in caso di emissione di BPT lo stato dovrà prevedere interessi maggiori per rendere più appetibili i titoli che metterà in vendita.

Ma quanto incassa lo stato normalmente ogni anno? Secondo le fonti ufficiali lo stato incassa annualmente 471 miliardi fra imposte dirette e imposte indirette.  Non è pensabile quindi che nel  2021, posto che il 2021 si torni alla normalità, lo stato possa chiedere agli italiani la restituzione di 200 miliardi o 400 come dicono alcuni,  per intero mediante applicazioni di nuove tasse o aumento di  quelle esistenti.

Certamente non si potrà incrementare le tasse di circa il 50% in un solo anno. Significherebbe chiedere a tutti o di chiudere bottega o  di trasformarsi in evasori totali. Se prevedessimo il rientro di questo debito in cinque  anni saremmo pure di fronte ad una massa enorme di soldi da recuperare e cioè un aumento del  20%  di quanto incassa lo Stato fra imposte dirette e imposte indirette. E possibile? e come?

Se lo Stato potesse  decidere da solo  potrebbe fare un ritocco delle aliquote ma quanto recupererebbe? Poco. Alzare il cuneo fiscale? Difficile.  penalizzare i redditi sopra gli 80.000 euro. magari” però avremmo come reazione un trasferimento di massa in paesi a bassa fiscalità.

Si potrebbe reintrodurre l’imu sulla prima casa recuperando circa 4 miliardi ne mancano sedici, questa misura però metterebbe ulteriormente in crisi il mercato immobiliare già fortemente indebolito. Giuliano Amato  risolse il problema facendo un prelievo forzoso sui conti correnti, ma questa misura potrebbe durare un anno, perchè l’anno successivo i correntisti si guarderebbero bene dal versare i propri soldi sui conti correnti bancari.

Ma lo Stato non potrà decidere da solo perchè queste ipotesi non tengono conto che sarà l’Europa a dirci che fare, con o senza Mes.

Cosa significa tutto questo in termini di occupazione? Gli analisti hanno formulato due ipotesi una ottimistica che prevede il fallimento di 98.000 imprese con la perdita di 2.200.000 posti di lavoro, l’ipotesi pessimistica prevede il fallimento di 180.000 imprese nel caso la crisi dovesse durare fono alla fine dell’anno.

Ciò significa che  arriveremmo alla perdita di  circa quattromilioni di posti di lavoro. stiamo parlando di persone, di operai, di giovani che rimarranno senza niente da dare alle proprie famiglie, senza diritti.

Come ricaviamo da una analisi di Claudio Negro del Centro Studi e Ricerche Itinerari previdenziali e Fondazione Anna Kuliscioff  “ una prospettiva più profonda della crisi si può ricavare dai freschissimi dati INPS sulla Cassa Integrazione, aggiornati al 29 aprile: i lavoratori interessati da Cassa Integrazione Ordinaria (la Straordinaria per ovvi motivi non riguarda la crisi da lockdown) sono 5.086.000, cui si aggiungono quelli che percepiscono l’Assegno Ordinario (il corrispondente della CIG per le aziende che hanno costituto fondi di solidarietà), per un totale di 7.903.000. Ci sono poi le Casse Integrazioni in Deroga per le aziende che non hanno né l’uno né l’altro ammortizzatore, che non possono ancora essere quantificate con precisione perchè il loro iter autorizzativo passa per le regioni: per ora le domande decretate dalle Regioni sono 140.000, per un numero di dipendenti che dovrebbe superare i 500.000. Si tratta in totale di circa 8.500.000 lavoratori sospesi interamente o parzialmente dal lavoro: il 45% di tutti i lavoratori dipendenti! Nel comparto turismo-ristorazione la percentuale tocca l’85%, nei tessili il 96%, nella filiera dell’automotive il 93%, ecc. (dati INAPP).”

Concludendo la crisi del coronavirus indebiterà lo Stato solo per l’anno in corso di circa duecento miliardi di euro; falliranno circa duecentomila imprese   e potremo arrivare ad un numero di disoccupati dai quattromilioni agli ottomilioni.

Sicuramente questi dati, per me che non sono un economista, non sono esatti del tutto, ma purtroppo temo che siano sbagliati in difetto.

quale la soluzione? Per ciò che riguarda il nuovo debito va osservato che se lo stato emettesse buoni BPT speciali chi li comprerà? In questa situazione solo la BCE potrebbe darci una mano, con le riserve che deriverebbero dalla Sentenza della Corte costituzionale Tedesca che ha ridotto l’Italia e tutta l’Europa una provincia della Germania. poco più di un “land”.

Secondo Francesco Forte, illustre economista, che ha pubblicato un’attenta e puntuale analisi su critica sociale per risolvere il problema ” urge un piano di medio e lungo termine, basato su 5 punti, come quello che è stato  esposto dall’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Carlo Messina.

Cominciando dal quinto per Forte occorre  che lo Stato promuova  ” lo sblocco degli investimenti in infrastrutture  e grandi opere attualmente bloccati, che riguardano  150 miliardi già contabilizzati, nei pubblici bilanci, per i quali  è necessario sveltire le procedure, onde passare dai documenti ai fatti.” Secondo Forte queste opere bloccate potrebbero essere finanziate da privati o enti pubblici che non graverebbero sul bilancio dello stato perchè “si tratta non di debiti pubblici ma di debiti privati, in quanto fatti da imprese, private o pubbliche e non dal governo” Per questo motivo Forte auspica  che l’Italia acceda al MES ma facendo in modo ” anche questo debito non sia effettuato dal governo, ma da un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo” ed indica enti sanitari o un consorzio di enti sanitari regionali che “possono finanziarsi sia con i ticket sanitari, e sia con unna eventuale tassa sanitaria regionale dello 1,5%”

Certamente  sbloccare gli investimenti in infrastrutture e grandi opere porterebbe un grande beneficio sia per l’occupazione che per le casse dello Stato. Ma la cifra indicata da Forte non è quella che si ricava dalle fonti ufficiali. In fatti la ministra delle infrastrutture Paola De Micheli parla di 80 miliardi da spendere e non 150 in opere pubbliche, per la messa in sicurezza della rete viaria, dei ponti e dei viadotti, nonché per la realizzazione di programmi innovativi per la qualità dell’abitare.

Qualunque sia la cifra lo sblocco della grandi opere darebbe lavoro a circa ottocentomila lavoratori. Una bella boccata di ossigeno, ma non risolutiva perchè mancherebbero all’appello 3.200.000 posti di lavoro. Cassa integrazione in meno da pagare e imposte dirette ed in dirette non coprirebbero il fabbisogno dell’emergenza coronavirus.

Ma in quanto tempo si potrebbero sbloccare effettivamente queste grandi opere se lo “sblocca cantieri” non ha sbloccato un bel nulla? Commissariare tutto? la vedo difficile con la classe politica che abbiamo e non sono d’accordo sul sistema proposto da Forte sul controllo ex post dei lavori effettuati. Mi piacerebbe domandare al prof. Forte perchè “l’appaltante non gradiva essere controllato”

Piuttosto io sposerei la proposta ipotizzata dal  presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, che vorrebbe valorizzare l’esperienza della «vigilanza collaborativa» Con questo sistema si esce  dalle deroghe disegnando un modello di regole snelle per semplificate le procedure di realizzazione dei grandi eventi, accompagnando il modello con strumenti di controllo collaborativo in corso d’opera. In buona sostanza il controllo avviene in progress, cioè man mano ch e le opere avanzano nella realizzazione. Si arriva alla fine dll’opera con i controlli eseguiti e l’opera pronta alla consegna.

Questa proposta è stata accolta con favore anche dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri che a sua volta ha proposto l’idea di una legge quadro per i grandi eventi.

Forte ritiene che invece dello Stato a contrarre il debito sia ” un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo“. Non ritengo che da nessuna parte stia scritto che un ente pubblico economico possa accedere ai finanziamenti del MES, ma ammesso che questo fosse possibile difficilmente Il MES ammetterebbe ai suoi finanziamenti veicoli finanziari che non sia uno stato. Anche perchè le regole per accedere al Mes presuppongono la firma di un memorandum in cui vengono stabilite le regole del gioco, se gioco si può chiamare. A questo proposito resta assolutamente incomprensibile il meccanismo di restituzione del debito posto che vengono ipotizzati una serie di passaggi che data la nostra burocrazia e gli eventuali conflitti di interessi difficilmente sul piano pratico appaiono realizzabili. T

troppe ipotesi in conflitto fra di loro.

Forte poi ipotizza ” la emissione di debito pubblico italiani a lungo termine, riservato a italiani, garantito da collaterali consistenti in beni del demanio e del patrimonio pubblico” Questo perchè a dire di Forte al’elevato risparmio degli italiani non fa riscontro un pari investimento da parte di questi nel debito pubblico italiano.  Anche in questo caso non riesco ad essere pienamente d’accordo perchè se è vero che ufficialmente solo il 4% del debito pubblico italiano è in mano a risparmiatori italiani è pur vero che gli italiani che hanno soldi difficilmente compreranno titoli del debito italiano dopo che S & Poor ha detto che i titoli italiani sono spazzatura.

Certamente un investitore attento italiano o di qualsiasi altra nazione preferirà acquistare titoli tedeschi a zero rendimento piuttosto che titoli italiani con rendimenti appetitosi, perchè con i titoli tedeschi alla scadenza si è certi di recuperare almeno il capitale investito, mentre con i titoli italiani si corre  il rischio di non trovare nemmeno quello.

Mettiamo per ipotesi che lo Stato Italiano emettesse buoni del debito pubblico a lunga scadenza appare improbabile che gli italiani lo acquistino considerato che  nel 1988 i titoli di stato italiano in mano ai privati ammontavano al 58% del debito pubblico mentre ora siamo scesi a poco più del 3%. Perchè si dovrebbe invertire la tendenza  in un periodo di crisi come quella attuale.

Italiani brava gente ma non fessi.

Infine il prof. Forte ipotizza l’incentivazione al rientro in Italia delle aziende che sono andate all’estero con misure fiscali appropriate  e benefici legali come quelli che vengono dati all’estero. Anche qui l’esperienza insegna che le aziende fuggono in Olanda e in altri paradisi fiscali e vedo difficile il loro rientro in Italia anche perchè una legislazione premiale ridurrebbe le entrate fiscali per lo Stato e allora che senso avrebbe farle rientrare?

la realtà brutale dei fatti è un’altra: la gente non paga più l’affitto, h chiesto di sospendere il pagamento della rate di mutuo, il banco dei pegni è preso d’assalto alle sette del mattino. Le attività commerciali non riaprono e quando riapriranno solo la metà lo farà, mentre gli altri resteranno chiusi. Licenziamenti e cassa integrazione non si conteranno. Intanto la stagione turistica e quasi del tutto bruciata.

Nel settore dell’automotive bisognerà far fronte ad un invenduto pari a circa il 90%. Si prevede che circa il 50% delle compagnie petrolifere fallirà e a ruota seguiranno le banche e i risparmiatori perderanno i loro risparmi. La conclusione è che la povertà colpirà fasce intere di popolazione.

Ii pochi ricchi saranno certamente più ricchi, ma  in compenso i poveri saranno sempre di più e sempre più poveri.

E’ vero niente sarà come prima perchè dovrà cambiare il nostro modo di vivere in peggio ovviamente. Ristoranti, bar, discoteche, palestre, hotel, cinema e teatri, centri commerciali, compagnie di trasporti e tante altre dovranno fare i conti con incassi più che dimezzati.

Alla fine in una maniera o nell’altra l’Europa ci presterà i soldi che ci servono per far fronte all’emergenza. probabilmente  l”Italia emetterà BPT speciali come suggerisce il prof Forte con un costo stimato di circa 600 milioni all’anno per interessi, che andrà ad aumentare il nostro debito pubblico, ammesso che l’Europa ci conceda di farlo.

Appare difficile che però questi prestiti possano avvenire senza condizioni come chiede il governo italiano tenuto conto elle dichiarazioni del primo ministro olandese che ha dichiarato ai suoi parlamantari che  “gli Stati che chiedono il prestito del Mes devono sottoscrivere un “memorandum in cui si impegnano a utilizzare la linea di credito per sostegno al finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta, guarigione e i costi relativi alla prevenzione a seguito della crisi Covid-19” e poi ha aggiunto ” la linea di credito sarà disponibile solo per la durata della crisi COVID-19. Terzo, la linea di credito per Stato membro sarà del 2% del prodotto interno lordo come punto di partenza “  ed inoltre  Quarto – si legge – è importante che le procedure per la concessione di finanziamenti da parte del Mes, come previsto dal trattato Mes, vengano adeguatamente monitorate” infine ultima condizione “le linee di credito siano più brevi” rispetto alla storia passata del Mes

Dopo aver accettato queste forche caudine, Il prossimo anno saremo richiamati a rientrare nei termini previsti dal patto di  stabilità e l’Europa ci imporrà ulteriori regole draconiane che prevedranno ancora e più stringenti sacrifici.

Insomma sarà un futuro d’inferno.

Ma da questo inferno bisognerà pur uscire. Come?

La risposta a mio avviso sta scritta nella nostra Carta Costituzionale che come diceva Aldo Moro ai padri costituenti  deve avere un carattere pedagogico nel senso che  ad essa bisognava ed ora bisogna riferirsi alla Costituzione per indirizzare un progetto di ricostruzione dello stato nelle sue molteplici funzioni.

la società moderna è stata contrassegnata da un assalto del capitale finanziario ai diritti dei lavoratori. si è immaginato che il mercato poteva essere regolatore della società e l’Europa è stata costruita seguendo questo principio, dimenticando che bisognava privilegiare come ha fatto la nostra Carta Costituzionale uno sviluppo della società sulla base di principi di libertà di democrazia, di giustizia sociale e di solidarietà internazionale.

Ma si sà la politica è costruita sui rapporti di forza fra le varie componenti della società ed in Italia ed in Europa  il capitale ha avuto la meglio sul lavoro almeno negli ultimi venti anni.

Ripartendo dalla Costituzione questa è impostata sulla solidarietà fra capitale e lavoro; negli ultimi venti anni la globalizzazione ha prodotto un liberismo assoluto che va fermato; lo Stato, con gli strumenti democratici che ha a disposizione, deve essere il protagonista della   ricostruzione economica della nazione ponendo rimedio non solo alla devastazione del coronavirus ma a venti anni di economia basata sull’egoismo e sulla voracità  dei grossi gruppi finanziari internazionali.

Il lavoro deve diventare protagonista dell’agenda politica. L’art. 35 della costituzione recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.”  E’ scritto “La Repubblica” non “la legge” e la Repubblica cioè lo stato, cioè noi, dobbiamo trasformare radicalmente le condizioni attuali e promuoverne altre che garantiscano lavoro per tutti i lavoratori. Ma come deve essere il lavoro?

Ce lo spiega l’art. 36 che ci ricorda  “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.“Esiste oggi questa condizione? Certamente no!

Come non esiste la previsione dell’art. 37 “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” E che dire dell’art. 46? “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.” La cogestione presente nella legislazione di molti stati non ha trovato simpatizzanti in Italia, primi fra tutti i sindacati preoccupati della commistione dei ruoli che si genererebbe. ma la cogestione è l’unica arma per portare la democrazia nei luoghi di lavoro.

Gli imprenditori italiani hanno dimostrato di non essere capaci di essere classe dirigente perchè hanno dato prova che la loro opera era finalizzata al loro egoismo assoluto senza tener conto di quello che oggi viene chiamato bene comune.

I lavoratori che anche in questa drammatica situazione di emergenza sanitaria hanno dato prova di essere capaci da soli di sostenere il peso di un momento così drammatico, parlo di tutti quelli che negli ospedali a costo della propria vita hanno affrontato il male e si apprestano a sconfiggerlo, parlo dei sindaci,  dei pompieri, delle forze dell’ordine, degli operai  che non hanno fermato la produzione e che il 4 maggio in quattromilioni si sono recati al lavoro mettendosi sulle spalle il gravoso fardello della ripresa,  questi sono e devono diventare classe dirigente perchè solo essi hanno dimostrato sono capaci di creare una permanente  solidarietà fra il bene proprio e il bene comune.

Se riusciremo a portare questo anche nelle istituzioni europee rovesciandole nella loro attuale formulazione l’Europa avrà un motivi per sopravvivere, altrimenti sarà meglio combattere per la sua dissoluzione.

maggio 6, 2020

LA NUOVA LINEA DI CONFINDUSTRIA

di Alberto Benzoni

In altri tempi, il terremoto ai vertici della stampa italiana, in coincidenza non casuale con l’elezione di Bonomi al vertice di Confindustria avrebbe suscitato un’ondata di commenti e di proteste, in particolare da parte della categoria. Questa volta solo un vagito di contestazione. Al minimo sindacale. E subito spento.

Questione di sensibilità al problema. Ai tempi della prima repubblica, questa era molto alta. E si accentuò con l’avvento di Berlusconi. Dopo è andata via via scemando. Per il progressivo disinteresse ai problemi delle regole e a quello che accadeva nel mondo dei media. E, corrispondentemente, con il “chiamarsi fuori” di quelle èlites democratico-liberali titolari della causa e progressivamente indebolite e in tutt’altre faccende affaccendate.

Tutto ciò premesso, la vicenda ha certamente a che fare con gli equilibri interni al settore. Ma non è questo il suo aspetto più importante. Perché quello che si manifesta in queste settimane è un nuovo protagonismo del potere economico nel nostro paese. E, insieme, la ricerca di un suo più equilibrato posizionamento e rispetto alla politica italiana e al suo governo e in relazione alle possibili evoluzioni dello scontro in atto a livello mondiale.

Sinora la Confindustria, e gli organi di stampa che ne riflettevano i diversi umori, si erano mossi in ordine sparso. In una cacofonia di richieste e di proteste; alla ricerca confusa di sempre nuovi e magari opposti referenti politici; e comunque con toni variamente ostili al governo, anche in vista di crisi destinate potenzialmente a esplodere in ogni momento.

Oggi, il quadro è diventato più chiaro. E su diversi fronti. I sondaggi d’opinione rafforzano lo schieramento di governo a danno di quello di opposizione, punendo, all’interno dei due schieramenti, quelli che giocano in modo più spericolato e irresponsabile su ipotesi di rottura. Per altro verso, non sembrano esistere, anche per la tenuta del M5S, combinazioni ministeriali suscettibili di ottenere la maggioranza in Parlamento e soprattutto padri della patria disposti ad assumerne la guida.

Per altro verso, viviamo un periodo in cui tutti ci amano, che dico, si precipitano per aiutarci. Dalla Cina, miliardi di mascherine e di messaggi di simpatia. Dalla Russia, materiale sanitario, accompagnato da militari per impedire che venga trafugato. In arrivo e con parole di ringraziamento per i nostri aiuti passati, gli albanesi. Medici da Cuba. La von der Leyen che si scusa. L’Oms che ci pone ad esempio. La Bce che acquista con avidità i nostri titoli di stato. Altri centinaia di miliardi in arrivo dalla Ue. I soldi del Mes, con l’unica condizione di essere effettivamente spesi. E, siccome a Trump piace sempre Giuseppi, una bella commessa per l’acquisto di fregate lanciamissili: una subito e le altre a scalare.

Allo stesso modo, il nostro governo si dichiara amico di tutti; con particolare riferimento all’America ma senza escludere nessuno.

Il senso di queste convergenze amorose non sfugge affatto né alla nuova Confindustria né di riflesso alla grande stampa italiana. Come non sfugge affatto che il progetto salviniano – un populismo di destra, ostile all’Europa e perfettamente in linea con l’avventurismo di Trump – è non solo pericoloso ma sta anche andando in confusione.

E allora, sotto la guida del nuovo presidente Bonomi, la Confindustria, “farà da sé”. Niente rapporti promiscui e senza avvenire con questo e con quello ma un fronte compatto (in rappresentanza, anche, degli interessi delle piccole e medie imprese) nei confronti dell’esecutivo. E in un confronto in cui non si tratta di rivendicare questo o quel provvedimento; perché è in gioco, qui e oggi, il ruolo delle imprese private nel futuro assetto del paese.

Il primo e fondamentale rischio è che lo stato interpreti in modo estensivo il suo ruolo nel salvataggio delle imprese: o nel senso di una loro nazionalizzazione o più in generale come premessa di un rilancio di “politiche industriali”. Ora, Confindustria farà, d’intesa con i sindacati, tutto ciò che le compete per favorire l’uscita del paese dalla crisi; ma in piena indipendenza e senza accettare intromissioni “stataliste”. Su questo ha già avuto, da subito ampie assicurazione da Gualtieri: se lo stato entra nel capitale delle imprese è per salvarle dal fallimento o dalle brame predatorie dello straniero; non per nazionalizzarle o senza alcuna pretesa di “governante”. Sani principi; che poi questi possano essere rispettati nel caso di Alitalia o di Taranto (e annessi) è tutto da vedere.

Insomma, è bene che lo stato ritorni al suo posto. Anzi, che si faccia un po’ più da parte. Oggi bisogna correre; e per correre bisogna essere liberi di farlo: e, allora, via il codice degli appalti, via i controlli antimafia, via la malfamata “burocrazia”. Siamo al “meno stato più mercato”; anche se, di questi tempi, lo slogan non suscita più i consensi di una volta.

C’è poi la tentazione redistributiva. Insomma le varie ipotesi di mettere i soldi in tasca alla gente perché ne ha bisogno; magari perché ha perso il lavoro e non ha speranze di trovarne un altro. Anche su questo l’altolà del padronato è chiaro. I soldi sono pochi; e allora è meglio darli, nell’interesse generale del paese, a coloro che vogliono lavorare e soprattutto che il lavoro sono in grado di darlo. Aggiungendo, a buon bisogno, che chi pensa, anche per un attimo, a tassare patrimoni o rendite deve essere “silenziato”.

Alla fine, un velato avvertimento. Vada pure il “dopo nulla sarà più come prima”. Ma, mi raccomando, senza crederci troppo. E soprattutto, senza pensare, che in questo dopo, il ruolo e il peso dell’iniziativa privata possa essere ridimensionato. Questo è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità anzi a svolgere un ruolo “nazionale”nell’individuare le vie della ripresa; a patto però che questo ruolo vada riconosciuto, valorizzato e soprattutto premiato.

Abbiamo fin qui parlato dell’ideologo del nuovo corso e cioè di Bonomi. Dimenticandoci del controllore dei suoi diffusori; e cioè di Agnelli. Nella sua veste di cittadino del mondo: il fisco in Olanda, le auto negli Stati uniti. E, non a caso, attraverso La Stampa, di capofila dell’atlantismo, anzi del partito americano.

Non ce ne siamo affatto dimenticati. Ma prendiamo atto che lo schieramento atlantico e occidentale nel nostro paese non coincide più o coincide sempre di meno con il “partito americano” che, attualmente è quello di Trump. E per il semplice motivo che i suoi interessi e i suoi ideali non possono essere garantiti – nell’attuale scontro tra America e Cina – né dalla vittoria di una delle due parti né dall’inacerbirsi, sino a livelli incompatibili con la permanenza di qualsivoglia ordine mondiale; ma piuttosto dalla ricerca di un modus vivendi, con le sue regole del gioco, analogo a quello costruito ai tempi della guerra fredda.

Un’opinione, in questo, condivisibile da qualsiasi persona ragionevole.

maggio 6, 2020

Verso il decreto Maggio: misure per lavoro e imprese

Nel decreto Maggio, ci saranno «ulteriori misure a sostegno della liquidità», la proroga e il «rafforzamento delle misure già prese di sostegno al lavoro e ai redditi», sostegni alle imprese «anche sotto forma di contributi a fondo perduto e di sostegno alla capitalizzazione, agli investimenti, all’innovazione»: le anticipazioni sono del ministero dell’Economia, Roberto Gualtieri, in sede di audizioni alle Camere sul dl Liquidità, e confermano molte delle attese relative al prossimo decreto economico del Governo. Che, in base a quanto dichiarato dal premier, Giuseppe Conte, nelle scorse settimane, dovrebbe prevedere interventi specifici per le PMI per 15 miliardi di euro, anche con interventi di finanziamento a fondo perduto. Vediamo come si configura questo provvedimento, atteso ormai a giorni.

=> Conte: due nuovi decreti, 15 miliardi solo per le PMI

Misure per le imprese

Per quanto riguarda la liquidità delle imprese, si attendono contributi a fondo perduto e interventi per la ricapitalizzazione. E’ uno dei capitoli più delicati, al centro di un ampio dibattito all’interno della maggioranza di Governo, con il coinvolgimento delle parti sociali. Nella giornata del 6 maggio, incontro in videoconferenza fra esecutivo (Gualtieri e il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli) e le imprese (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).

Secondo anticipazioni di stampa, gli interventi a fondo perduto potrebbero essere destinati a imprese, artigiani e commercianti con fatturato fino a 5 milioni. Conte aveva invece spiegato che gli interventi del capitale sono allo studio per medie imprese, di dimensioni quindi maggiori. In realtà, ci potrebbe essere una differenziazione: per le medie imprese, da 5 a 50 milioni di fatturato, agevolazioni fiscali per potenziare la capitalizzazione (sull’esempio dell’Ace). Per le imprese più grandi, interventi diretti dello Stato nel capitale, probabilmente per un tempo limitato.In arrivo, per le piccole imprese, anche agevolazioni su affitti e bollette.

Indennizzi autonomi

Lavoratori dipendenti

Sicuramente viene prorogata la cassa integrazione con causale Covid 19, attualmente prevista (dal Cura Italia) per nove settimane: è ancora aperto il dibattito sul numero di settimane aggiuntive da riconoscere. In vista anche la proroga della NASpI, il sussidio di disoccupazione per i lavoratori dipendenti.

Non si escludono poi misure innovative, come la riduzione di orario a parità di stipendio, con la trasformazione delle ore in meno in attività di formazione.

Si attendono le proroghe delle varie misure di conciliazione lavoro famiglia, dai congedi per i genitori che hanno i figli a casa da scuola al bonus baby sitter, che potrebbe essere potenziato. Proseguirà il blocco dei licenziamenti (per altri tre mesi, fino a metà agosto).Infine, dibattito aperto su badanti e colf: si parla o di accesso alla cassa integrazione anche per questo categorie, o di un meccanismo di indennizzi simile a quello previsto per gli autonomi.

Agricoltura

Altro capitolo caldissimo, con tanto di minaccia di dimissioni da parte della ministra, Teresa Bellanova, che insiste su una sanatoria per i migranti che lavorano alla raccolta nei campi: permessi di soggiorno di sei mesi, rinnovabili di altri sei mesi.

Allo studio anche assunzioni agevolate, con contratti a termine in agricoltura, per i lavoratori in cassa integrazione a zero ore o che percepiscono ammortizzatori sociali, che manterrebbero però il diritto ai sussidio, cumulandolo con la retribuzione, fino a un tetto di 2mila euro.

Reddito di emergenza

Sarà una misura temporanea (non strutturale, come il reddito di cittadinanza), si parla di un contributo per due o tre mesi, da 440 a 800 euro, destinato alle famiglie in difficoltà, modulato in base all’ISEE.

=> Reddito di emergenza nel prossimo Decreto

Incentivi fiscali

La misura di cui si parla di più è l’innalzamento al 120% dell’ecobonus per i lavori di riqualificazione energetica e del sisma bonus.

maggio 6, 2020

L’Italia non vuole più l’Unione Europea, lo rivela uno studio

 Violetta Silvestri

L'Italia non vuole più l'Unione Europea, lo rivela uno studio

Gli italiani sempre più euroscettici: è quanto si osserva in un approfondito sondaggio del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali dell’Università Luiss) effettuato nel nostro Paese in questo particolare tempo dominato dal coronavirus.

Una rappresentazione dell’Italia a 360° quella emersa dall’istituto, con lo scopo di testare il sentiment della popolazione nei confronti dell’appartenenza all’Unione Europea. Un tema sempre attuale, che richiama l’irrisolta questione della costruzione politica dell’UE e, di conseguenza, dell’incompiuto processo di creazione di un’identità europea.

In Italia, durante l’epidemia, il dibattito sull’Europa resta intenso e dai toni aspri e critici, tanto da esacerbare gli stessi rapporti tra maggioranza, opposizione e i componenti del Governo. Dal MES agli aiuti economici europei fino alla solidarietà dei Paesi comunitari, la percezione sull’UE è di ostilità, lontananza e poca soddisfazione.

Tutti i dati emersi dallo studio CISE su italiani ed Europa nel pieno dell’emergenza coronavirus.

LEGGI ANCHE 

Sondaggio: crolla la fiducia degli italiani nell’Unione Europea, mai così in basso

Euroscetticismo cresce. E avanza il desiderio di Italexit

Il dato che stupisce maggiormente leggendo il report è la netta svolta anti-europea degli italiani.

Sebbene il risultato del sondaggio sia strettamente legato alla cornice della pandemia, in grado di influenzare la percezione sull’Europa a causa dei forti disagi economici, sanitari e sociali, il crescente sentimento contro le istituzioni comunitarie è un fatto evidente.

Innanzitutto, tale direzione si evince dal seguente quesito e dalle sue risposte:

Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea?

  • Negativo42%
  • Né positivo né negativo: 23%
  • Positivo: 35%

Chi ha un’opinione negativa piuttosto convinta e consapevole sull’UE supera di gran lunga gli italiani più europeisti. Da sottolineare anche la percentuale degli indecisi su un giudizio: segno, quest’ultima, di evidenti titubanze sulla positività di istituzioni che prima non sarebbero state messe in discussione.

Azzardare soluzioni estreme, quindi, non è poi così assurdo, come emerso nella domanda seguente:

Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe…

  • Uscire dall’UE: 35%
  • Uscire dall’Euro ma non dall’UE: 18%
  • Restare nell’UE: 47%

Un ripensamento della visione europeista fondante la storia del nostro Paese, quindi, è in atto. Galvanizzata dalla frustrazione della grave crisi economica da coronavirus e dalle spinte anti-europeiste di partiti politici quali Lega e Fratelli d’Italia, la questione di uscire completamente dal sistema UE non è più così assurda.

Questo andamento spiega anche la quasi totale percezione di scarsa solidarietà verso l’Italia da parte dei Paesi europei. Un sentimento, quest’ultimo, che sembra non tenere conto di differenze nelle idee politiche e nell’appartenenza partitica, come si legge nel quesito:

Secondo lei, in questo momento gli altri Paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro Paese…

  • No: 85%
  • Si: 15%

Chi sono i più euroscettici in Italia? La fotografia socio-economica

Sebbene, in generale, in Italia si legge un incremento del sentimento di ostilità verso l’Europa e le sue istituzioni, la percezione dell’UE non è uguale nelle varie classi socio-economiche del Paese.

Lo studio, infatti, ha messo in evidenza differenze indicative tra le categorie della nazione e il loro sentimento europeista.

La divisione più netta è quella in base alla ricchezza personale: chi ha maggiori disponibilità economiche prova ancora un sentimento piuttosto positivo verso le istituzioni comunitarie e l’appartenenza nell’UE.

Al contrario, operai e italiani disoccupati sono i più insoddisfatti e quelli maggiormente propensi ad azioni anche estreme contro l’Unione Europea.

Anche i giovani e gli studenti, solitamente legati al sogno dell’integrazione europea, iniziano a mostrare un certo scetticismo.

Imprenditori e dirigenti i più europeisti
Imprenditori e dirigenti sono tra le categorie che più si sentono legate all’Europa: il 52% considera ancora positivo per l’Italia essere nell’UE e il 63% è convinto che occorre restare nelle istituzioni comunitarie.

Anche i professionisti socioculturali mantengono un sentiment generalmente a favore dell’Europa: per il 43% l’Italia in UE è un fatto positivo e per l’83% bisogna rimanere Paese membro.

Operai e commercianti: cresce la rabbia contro l’UE
Operai, disoccupati, commercianti: sono loro i più arrabbiati verso l’Unione Europea. Non a caso, rappresentano le categorie sociali ed economiche che più stanno subendo l’impatto della grave crisi del coronavirus.

La frustrazione del lockdown e delle troppe incertezze per la ripresa del lavoro e per le finanze domestiche si sta traducendo in un sentimento anti-europeista molto marcato.

Commercianti, operai e disoccupati valutano come negativa la permanenza dell’Italia in UE alla luce del coronavirus rispettivamente per il 50%, 57% e 58%.

In questa ottica, uscire completamente dall’UE è auspicabile per il 49% degli operai e per il 48% dei disoccupati. I commercianti restano sul 26%, ma il 38% vorrebbe abbandonare l’euro.

Ne consegue che l’Europa è sempre più valutata come un’entità nemica delle categorie deboli, quasi un ostacolo all’emancipazione economica. Una sconfitta, questa, per l’UE, fondata proprio per la prosperità e l’integrazione innanzitutto dell’economia.

E un campanello d’allarme per gli europeisti: la crescita della rabbia contro le istituzioni comunitarie da parte di una fetta importante del Paese alimenta il nazionalismo, anche il più estremo.

I giovani non sognano più l’Europa?
Interessante, inoltre, i dati sugli studenti. Da sempre considerati i più vicini al sogno europeo e dell’integrazione delle nazioni del Vecchio Continente, anche i giovani sembrano turbati dalla crisi da coronavirus e dall’atteggiamento delle istituzioni comunitarie.

Per il 46% di loro è negativo restare in UE ora. Una percentuale maggiore del 43% di chi ha una visione positiva al riguardo.

Uscire dall’Unione, inoltre, è un desiderio espresso dal 36% degli studenti, che sommato al 13% di chi vorrebbe addirittura lasciare l’euro, si avvicina molto al 53% dei giovani ancora convinti del progetto europeo.

Euroscetticismo e partiti politici

Sui partiti politici, i dati non sorprendono molto. L’euroscetticismo è più evidente nelle formazioni di destra, quali Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Non è un segreto che questo schieramento si stia battendo per un’Europa diversa a suon di aspre polemiche e di proposte anche estreme, come l’uscita dall’euro e dalle istituzioni UE non disdegnata da Matteo Salvini.

Il giudizio sulla permanenza dell’Italia in UE, quindi, è negativo per il 79% degli elettori Lega, 71% dei sostenitori di Fratelli d’Italia e 30% di quelli di Forza Italia.

I più europeisti sono i democratici del PD e i seguaci di Italia Viva: positivi su appartenenza europea per, rispettivamente, l’84% e il 69%.

Non stupisce, quindi, che il 65% dei leghisti e il 60% dei sostenitori di Fratelli d’Italia voglia uscire dall’Europa, contro il 96% e il 60% degli elettori di PD e Italia Viva che desiderano restare in UE.

In posizione meno certa c’è il Movimento 5 Stelle, diviso sul sentiment europeista. Il 37% degli elettori ha una visione negativa sull’Italia in UE contro il 29% dei più positivi al riguardo.

Uscire dall’Europa sarebbe auspicabile per il 28% dei grillini, mentre il 32% vorrebbe eliminare l’euro e il 40% preferisce restare in UE.

Proiezioni, quest’ultime, che mettono in evidenza una certa confusione del Movimento sull’argomento Europa.

maggio 4, 2020

Tremonti: ‘’l’Europa vuole per l’ Italia la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie’’

L’ex ministro delle finanze Giulio Tremonti, nel corso della trasmissione In Mezz’ora condotto da Lucia Annunziata, ha criticato espressamente l’Unione Europea, rea secondo l’accademico italiano di aver tradito il suo spirito originario e di viaggiare a due velocità danneggiando in questo modo il nostro Paese.

La polemica che impazza soprattutto sul web e nei confini campani riguarda la frase che Tremonti avrebbe rivolto all’Annunziata per spiegare il ruolo che la Germania e la Francia avrebbero all’interno dell’Unione ed i loro futuri intenti:

“Noi abbiamo perso sovranità, quando con una violentissima torsione politica, che Habermas definisce un dolce colpo di Stato, ci siamo sottomessi al dominio della Germania e della Francia.

Quello che sta avvenendo è la schiavizzazione del Paese e sa cosa vorrebbero farci fare questi amici? Vogliono farci fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie”.

Questa affermazione ha scatenato un mare di polemiche ed è stata a più riprese analizzata socio-politicamente; anche la nota trasmissione radiofonica “La Radiazza” condotta da Gianni Simioli ha affrontato l’argomento con un’ ospitata di Angelo Forgione, scrittore, giornalista ed opinionista.