Archive for ‘Un libro a sera’

marzo 18, 2020

Il lutto ai tempi del coronavirus.

Le cronache ci raccontano che ai cimiteri delle zone del Paese più colpite dalla pandemia da Covid-19 giunge una salma ogni mezz’ora circa. Nessuno è autorizzato ad accompagnarla e l’inumazione avviene appena possibile in completa solitudine. La base sulla quale l’homo sapiens cominciò a sviluppare quella convivenza che sarebbe diventata il seme delle civiltà, il culto dei morti, viene così soffocata per necessità.
Il dolore per la perdita dell’oggetto d’amore e la consapevolezza della sua ineluttabilità costituiscono infatti la vera nascita della storia, delle organizzazioni sociali e della creazione di una ritualità che favorisca l’elaborazione del lutto. Le religioni ne sono le depositarie elettive, ma, anche quando prevale il pensiero laico, il supporto di una procedura rituale non è evitabile. E allora queste inumazioni senza lacrime, ormai a migliaia, sono tollerabili, per chi quotidianamente legge o ascolta le notizie, soltanto attivando la difesa psichica che si adotta sempre al cospetto delle grandi tragedie come guerre, terremoti o, appunto, epidemie: la de-umanizzazione delle vittime che, più sono numerose, più diventano soltanto dei numeri, vittime senza nome e, quindi, senza identità, senza storie, senz’anima. E’ il motivo per il quale nel suo bellissimo film Schindler’s list Steve Spielberg nelle scene riprese completamente in bianco e nero fra i tanti deportati nei campi di sterminio colloca una sola piccola deportata con il cappottino rosso fiamma, che attira l’attenzione dello spettatore sul destino individuale di una bambina e quindi riumanizza tutte le vittime attraverso la messa in evidenza di una sola di esse.
Ma prima di Spielberg ci sono delle pagine scritte ormai due secoli fa, che tutti coloro che hanno frequentato le scuole superiori hanno letto. Alessandro Manzoni descrive magistralmente la peste di Milano del XVII secolo con tutti i meccanismi che si mobilitano

Gustave Le Bon
nelle masse anticipando letterariamente alcune osservazioni antropologiche e di psicologia sociale di Gustave Le Bon (Psychologie des foules, 1895), per non parlare dell’approccio psicoanalitico di Sigmund Freud (Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1920). Quel che qui c’interessa è però il contrasto, che riteniamo intenzionale, che l’autore mette in evidenza, allorché, dopo aver descritto il triste lavoro dei monatti, che trasportano mucchi di cadaveri anonimi accatastati su

Sigmund Freud
delle carrette come carogne di animali, in una sequenza quasi cinematografica ante litteram sposta il focus su una precisa figura che riumanizza la morte.
Riportiamo degli stralci di questa famosissima pagina:
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa […] Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così» […] La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa […]” (A. Manzoni, I promessi sposi, Cap. XXXIV, 1827)
Rubato a Celestino il Genovese
maggio 31, 2012

Luciano gallino : La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino

Se uno scrive un saggio per spiegare che il lavoro non è una merce, mettendosi di traverso rispetto all’onda lunga dei sostenitori della flessibilità, se racconta una per una le storie attraverso le quale si è assistito negli anni alla scomparsa dell’Italia industriale, se dimostra lucidamente che nel tempo ha preso corpo un sistema capitalistico, il finanzcapitalismo (che è riuscito a prosperare con i soldi degli altri), se prende di petto la più feroce crisi dopo quella del 1929 per spiegarla riconducendola alla crisi della società del danaro: ebbene, se uno si colloca su questa frequenza d’onda, allora o è un bastian contrario dichiarato oppure è uno che ha scelto una strada non in discesa per dimostrare ciò che dovrebbe essere facile capire (e, forse, con qualche guaio in meno per tutti). Chi conosce non superficialmente Luciano Gallino non ha difficoltà, dunque, a collocarlo in questa seconda categoria di uomini che, com’è facile immaginare, non è gradita al potere, ma è apprezzata dagli “altri”.
http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3729576
gennaio 19, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

Storie di ordinaria follia

Charles Bukowski

La biografia di Bukowscki include due tentativi di lavorare come impiegato, dimissioni dal “posto fisso” a cinquant’anni suonati, “per non uscire di senno del tutto” e vari divorzi. Questi scarsi elementi ricorrono con ossessiva insistenza nella narrativa di Bukowski, più un romanzo a disordinate puntate che non racconti a sé, dove si alternano e si mischiano a personaggi e eventi di fantasia. “Rispetto alla tradizione letteraria americana si sente che Bukowski realizza uno scarto, ed è uno scarto significativo”, ha scritto Beniamino Placido su “La Repubblica”, aggiungenso: “in questa scrittura molto ‘letteraria’, ripetitiva, sostanzialmente prevedibile, Bukowski fa irruzione con una cosa nuova. La cosa nuova è lui stesso, Charles Bukowski. Lui che ha cinquant’anni (al tempo in cui scrive questi racconti, attorno al ’70), le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore; lui che soffre di emorragie e di insonnia; lui che ama il vecchio Hemingway; lui che passa le giornate cercando di racimolare qualche vincita alle corse dei cavalli; lui che ci sta per salutare adesso perché ha visto una gonna sollevarsi sulle gambe di una donna, lì su quella panchina del parco…Lui, Charles Bukowski, ‘forse un genio, forse un barbone’. Anzi, ‘io Charles Bukowski, detto gambe d’elefante, il fallito’, perché questi racconti sono sempre, rigorosamente in prima persona. E in presa diretta.” Un pazzo innamorato beffardo, tenero, candido, cinico, i cui racconti scaturiscono da esperienze dure, pagate tutte di persona, senza comodi alibi sociali e senza falsi pudori.
gennaio 14, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

LA NAUSEA

Jean-Paul Sarte

La Nausea è un romanzo senza trama, incentrato sulle riflessioni del protagonista: quest’ultimo finisce con il non accettare la mentalità degli abitanti di Bouville. Roquentin/Sartre disprezza l’ottimismo della borghesia provinciale, che tenta di nascondere la gratuità e l’assurdità dell’esistenza. Gli abitanti di Bouville sono convinti di dare un senso alto e nobile alla propria vita ritenendo che il mondo sia retto da Dio, ma Roquentin/Sartre ritiene tutto ciò una menzogna: solo con un impegno filosofico-letterario militante il protagonista potrà esistere veramente

gennaio 13, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

Un giorno della mia vita

Bobby Sands

Il libro, introdotto dalla prefazione di Sean MacBride, Premio Nobel per la Pace, raccoglie gran parte dei messaggi che Sands scrisse su pezzetti di carta igienica, fatti uscire clandestinamente dalla prigione. Era il periodo in cui, alla fine degli anni Settanta, assieme ad altri trecento prigionieri, stava conducendo la blanket protest : una protesta che consisteva nel rifiutarsi di indossare l’uniforme del carcere, che avrebbe equiparato a criminali comuni coloro che invece si ritenevano prigionieri politici, combattenti per la libertà del proprio paese. Per questa ragione Sands e i suoi compagni scelsero di vivere per anni nudi, con solo delle coperte per coprirsi, in celle senza vetri e con i pavimenti ed i muri coperti di escrementi, spazzatura e rifiuti, che i secondini si rifiutavano di rimuovere. Anni di quotidiani e brutali pestaggi, brutalità e violenze, perpetrate su quelle che Sands definisce «carni martoriate».
Da essa tragicamente traspare che la morte di Sands e dei suoi nove compagni non furono altro che la punta di un iceberg, rappresentato dalla «macchina di repressione e di tortura» messa in atto nelle Sei Contee nord-irlandesi dal governo inglese fin dall’invio delle sue truppe in Irlanda del Nord nel 1969. Come denunciato da Amnesty International, a farne le spese furono in quegli anni (ed ancora oggi) centinaia e centinaia di civili finiti in carcere senza processo, dopo essere passati nelle mani di vere e proprie squadre di torturatori, alla stregua di quelli presentati nel film In nome del padre del regista Jim Sheridan.
gennaio 11, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

IL LIBRAIO DI SELINTUTE

Roberto Vecchioni

Un ragazzo esce nottetempo di casa, eludendo la sorveglianza dei genitori, per recarsi nella bottega di un librario che passa le notti a leggere. Il ragazzo s’innamora di questa figura e grazie a lui assorbe le mille storie che nei libri sono custodite. Quando un giorno gli abitanti del villaggio, mossi dall’odio e dall’invidia, bruciano la libreria, si accorgono con terrore che con le parole spariscono anche le cose che queste nominavano. Il librario è introvabile, forse morto nel rogo. Sarà il ragazzo a scoprire dentro di sé la sua voce perduta e quando vicino al tempio vede le proprie parole farsi pagina sul mare, capisce che queste sono ancora vive e che le cose si salveranno. La storia è ispirata al testo di una sua nuova canzone.

gennaio 10, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

In nome della Madre    

Erri De Luca                                                      

L’adolescenza di Miriam/Maria smette da un’ora all’altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c’è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. L’amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutt’altro. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la perfetta schiusa del suo grembo. La storia resta misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille.

gennaio 9, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

 

Gli anni della nostalgia
di kenzaburo Oe

Gli anni della nostalgia ruota intorno a Gii, un personaggio affascinante e misterioso, saggio e folle, acuto lettore di Dante e profondamente innamorato della valle selvaggia in cui è nato. Agli occhi del giovane Kei, Gii è da sempre un maestro e un demone, fin dagli anni drammatici della guerra e della sconfitta del Giappone. Da allora le loro esistenze corrono intrecciate. Con il suo esempio e le sue parole, Gii sarà guida e testimone dell’iniziazione di Kei alla vita, alla poesia e alla sensualità, alla politica e all’utopia.
Tra romanzo e autobiografia, Gli anni della nostalgia racconta una ricchissima educazione sentimentale.
Kenzaburō Ōe intreccia con assoluta maestria molteplici temi: la città e la foresta, il Giappone e la tradizione occidentale, l’arte e la sofferenza umana, la realtà e la visione di un altro mondo. Le luci e le ombre di quei lontani pomeriggi d’estate, il vincolo appassionato e tormentato che lega Kei e Gii, segneranno per sempre questa ricerca di un’osmosi tra passato, presente e futuro che ci liberi dai gironi infernali in cui ha rinchiuso la nostra umana follia.

gennaio 8, 2010

Un libro a sera dalla mia biblioteca

L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.
Una riflessione su musica colta e modernità

Alessandro Baricco

” A volte azzardare ipotesi è solo un modo di chiarirsi certe domande. È il caso, ad esempio, di questo libro. A leggerlo può sembrare soprattutto una collezione di certezze: ma scriverlo è stato soprattutto un modo di mettere a fuoco dei dubbi. Interrogativi che dovrebbero sorgere spontanei in chi frequenta per amore o per mestiere la musica colta: che senso ha ancor oggi parlare di un suo primato culturale e morale? Il modo in cui la si consuma replica anacronistici riti o ha qualcosa a che vedere con il nostro tempo? E la Nuova Musica – totem indiscusso e scomodo – è stata un’avventura intellettuale della modernità o solo una sofisticata truffa? E continuare a scrivere musica oggi, è una cosa che ha un senso o è un esercizio gratuito per pochi eletti stabilitisi fuori dal mondo?” (Dalla Nota introduttiva)”