Posts tagged ‘covid 19’

dicembre 15, 2021

Si è interrotta la catena dei rifornimenti, ma non quella degli speculatori.

Di Alberto Angela

Ricorrere alla metafora Smithiana della mano invisibile quale colpevole della interruzione della catena degli approvvigionamenti, costituirebbe una semplificazione della crisi che sta investendo il mondo ancora alle prese con la pandemia COVID 19. Nessuno, men che meno gli economisti di rito classico avevano presagito quale sarebbe stato il disastro sulla logistica nella fase centrale della pandemia. Ora lo sappiamo, perché abbiamo appreso quale sia la portata dell’interruzione della catena di approvvigionamento globale. I media ci hanno messo di fronte a un docufilm attraverso cui abbiamo potuto vedere navi portacontainer attraccate ai più grandi porti o file di autotreni in attesa di svolgere il proprio lavoro di trasporto delle merci. Manca di tutto, chip per computer, attrezzature per esercizi, cereali per la colazione, medicinali, materie varie per le attività industriale. Dai giornali e dalla TV abbiamo appreso che il mondo è a corto di moltissimi prodotti. Sorprende questa notizia, visto che viviamo in un epoca in cui ci siamo abituati a fare clic e ad aspettare che tutto ciò che desideriamo arrivi alle nostre porte. So di molti miei amici che da mesi aspettano di ricevere lo smartphone o di altri che devono rinunciare alla pretesa di avere l’auto nuova, da lungo tempo ordinata, con il colore preferito. La pandemia fin dai suoi inizi è stata una lezione terribile a causa dalla mancata disponibilità e ritardi nei rifornimenti dei dispositivi medici. La pandemia ha quasi interrotto ogni procedura della catena di approvvigionamento globale; cioè il percorso solitamente invisibile di produzione, trasporto e logistica che porta le merci da dove sono fabbricate, estratte o coltivate fino al luogo del deposito o dell’ordinazione, e poi nelle vicinanze della nostra abitazione. Alla fine della catena c’è un’altra azienda o un consumatore che ha pagato per il prodotto finito e la scarsità ha fatto aumentare i prezzi di molte cose, da cui, come l’Araba Fenice, riprende a padroneggiare la speculazione. Quindi, i segnali c’erano già nella fase iniziale della pandemia.  Le fabbriche in alcune parti del mondo in cui si trova gran parte della capacità produttiva mondiale, paesi come Cina, Corea del Sud e Taiwan, nonché nazioni del sud-est asiatico come il Vietnam e giganti industriali europei come la Germania,  sono state duramente colpite dalla diffusione dei casi di coronavirus. Molte fabbriche hanno chiuso o sono state costrette a ridurre la produzione perché i lavoratori erano malati o in isolamento. In risposta, le compagnie di navigazione hanno ridotto i loro impegni in previsione di un calo della domanda di merci in movimento in tutto il mondo. La spiegazione che viene data è che con il lockdown il cittadino ha fatto più acquisti, per cui la quantità e la tempistica degli  acquisti dei consumatori hanno sommerso il sistema. Le fabbriche, la cui produzione tende ad essere predefinita mediante un  processo di programmazione abbastanza prevedibile, si sono impegnate ad aumenta tali processi per soddisfare un’ondata imprevista di ordini e questo ha prodotto i suoi problemi organizzativi. Le fabbriche generalmente hanno bisogno di introdurre componenti, programmare i tempi e la logistica per realizzare le cose che esportano. Ad esempio, un computer assemblato in Cina potrebbe richiedere un chip prodotto a Taiwan o in Malesia, un display a schermo piatto dalla Corea del Sud e dozzine di altri dispositivi elettronici provenienti da tutto il mondo, che richiedono prodotti chimici specializzati da altre parti della Cina o dell’Europa. Il drammatico aumento della domanda ha intasato il sistema di trasporto delle merci alle fabbriche che ne avevano bisogno. Allo stesso tempo, i prodotti finiti, molti dei quali realizzati in Cina, si accumulavano nei magazzini e nei porti di tutta l’Asia a causa di una profonda carenza di container.

In parole povere, i prodotti sono rimasti bloccati nei posti sbagliati. Nella prima fase della pandemia, poiché la Cina ha spedito enormi volumi di dispositivi di protezione come maschere per il viso e camici ospedalieri in tutto il mondo, i container sono stati scaricati in regioni come l’Africa occidentale e l’Asia meridionale, che generalmente non rimandano in Cina altri prodotti diversi  e di cui  il Paese ha necessità. In quei luoghi, allora, i container vuoti si accumulavano proprio mentre le fabbriche cinesi stavano producendo una potente ondata di altri beni destinati ai ricchi mercati del Nord America e dell’Europa. Poiché i container erano scarsi e la domanda di spedizione intensa, il costo del trasporto delle merci è salito alle stelle. Prima della pandemia, spedire un container da Shanghai a Los Angeles costava forse 2.000 dollari. All’inizio del 2021, lo stesso viaggio costava fino a  25.000 dollari. E molti container venivano buttati giù dalle navi e costretti ad aspettare, aggiungendo ritardi lungo tutta la catena di approvvigionamento. Persino grandi aziende come Target e Home Depot hanno dovuto aspettare settimane e persino mesi per portare i loro prodotti di fabbrica finiti sulle navi.

Nel frattempo, nei porti del Nord America e dell’Europa, dove arrivavano i container, il pesante afflusso di navi ha travolto la disponibilità delle banchine. Allo stesso tempo, camionisti e lavoratori portuali sono rimasti bloccati in quarantena, riducendo la disponibilità delle persone per scaricare le merci e rallentando ulteriormente il processo. Questa situazione è stata aggravata dalla chiusura del Canale di Suez dopo che una gigantesca nave portacontainer vi è rimasta bloccata, e poi dalle chiusure dei principali porti cinesi in risposta ai nuovi casi di Covid. Molte aziende hanno risposto alle carenze iniziali ordinando articoli extra, aumentando le tensioni sui porti e riempiendo i magazzini . Con i magazzini pieni, i container, che improvvisamente fungono da aree di stoccaggio e si accumulano nei porti, il risultato è stato la madre di tutti gli ingorghi. Quasi tutto ciò che viene prodotto o fabbricato, dai prodotti chimici all’elettronica alle scarpe da corsa. Le carenze generano altre carenze. Un produttore di vernici che ha bisogno di 27 sostanze chimiche per realizzare i propri prodotti potrebbe essere in grado di acquistarne tutte tranne una, ma quella, forse bloccata su una nave portacontainer al largo del porto di Trieste, potrebbe essere sufficiente per fermare la produzione. Si consideri la domanda delle nuove auto, che beneficiano di contributi governativi, usano chip per computer, molti di loro, e la carenza di chip ha reso più difficile la produzione di veicoli. A sua volta, ciò ha reso più difficile e costoso acquistare automobili.

Se stiamo a quanto scrivono alcuni politici ed economisti la carenza nella catena di approvvigionamento globale sembra potersi spiegare e giustificare ricorrendo alla pandemia, che ha sicuramente reso l’offerta e la domanda estremamente volatili, spostandosi più velocemente di quanto la catena di approvvigionamento possa adattarsi. Ma si può anche spiegare dal comportamento speculativo delle aziende produttrici, le quali per decenni hanno mantenuto e accumulato le scorte a livelli scarsi per limitare i loro costi, cosicchè all’accrescersi della domanda è stato per loro redditizio spostare sui prezzi dei prodotti resi carenti ulteriori incrementi dei loro profitti. Poi ci sono i gruppi di monopolio esercitato sulle materie prime, cioè delle terre rare a cui si associa il ricatto, non solo economico, esercitato dai paesi che controllano queste aree e i flussi di petrolio e gas naturale. La risposta a questi problemi non può essere data da un solo paese, qui occorre che sia l’Europa a costruire in fretta una sua iniziativa per impedire che i deboli segnali di ripresa dell’economia dell’area europea non siano soffocati da politiche speculative e monopolistiche, mettendo in atto tutte le difese che il momento difficile richiede per non compromettere quanto costruito in questi anni. Nell’ultimo Consiglio dell’Europa la questione strategica dello stoccaggio europeo del gas è stata posta con forza da Draghi, con l’invito ad assumere una più responsabile linea di chiarezza verso i paesi fornitori, in primis la Russia. Nello stesso tempo è stata affrontata la difficile materia della transizione energetica, che richiederà tempo e investimenti, nonché costi rilevanti prevedibilmente a carico dei consumatori, per cui, anche su questa condizionalità Draghi ha richiamato l’attenzione del Consiglio, confidando che alla fine l’Europa si mobiliti più rapidamente, superando i diversi interessi che tra i 27 sembrano ancora prevalere e ritardare una risposta. Singolare situazione politica quella del nostro Paese, che deve affidarsi ad un ex Banchiere per uscire da una crisi economica e sociale terribile, cogliendo l’opportunità di ingenti risorse finanziarie concesse dall’Europa contro la quale una parte della maggioranza di governo dell’emergenza cannoneggiava proponendosi financo l’obiettivo di uscire dall’Euro. Il momento è difficile e le alternative non sono all’orizzonte. Dobbiamo solo sperare che quando residua dei partiti della sinistra sappia trovare un’idea miracolosa sulla quale ricostruire l’identità della sinistra in una visione moderna e all’altezza dei compiti che il presente c’impone di affrontare per un futuro diverso.

settembre 19, 2021

La lotta di classe delle multinazionali.

Di Beppe Sarno

Sabato 18 settembre a Firenze  una grande giornata di lotta ha visto protagonisti i lavoratori della GKN per protestare contro i 422 licenziamenti comunicati a luglio dalla multinazionale britannica, oggi proprietà di un fondo americano.

Niente sarà come prima!  Così si diceva all’inizio della pandemia e “insieme ce la faremo.” Tutti i lavoratori italiani, soprattutto quelli impiegati nella sanità hanno dato prova di solidarietà, salvando vite umane, facendo funzionare fabbriche, negozi, supermercati.  

Passata l’emergenza, però tutto è tornato come prima, perchè Matteo Draghi capo del governo  ha scelto di privilegiare un sistema produttivo finalizzato esclusivamente al massimo profitto gestito dalle multinazionali finanziarie.

Oltre trentamila persone hanno aderito alla manifestazione di Firenze; erano presenti oltre quaranta sigle di sinistra fra cui socialisti e comunisti per una volta uniti, rappresentanze sindacali, l’ANPI.

Esiste un progetto politico degli imprenditori che tende a  dare il colpo di grazia ai lavoratori. La guerra contro i lavoratori è  iniziata da oltre trent’anni per distruggere un sistema di diritti sociali, politici ed economici conquistati con oltre mezzo secolo di lotte. La pandemia ha rappresentato per gli imprenditori il volano per intensificare questa guerra con delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti, licenziamenti, uso di manodopera a basso costo e senza protezioni.  Si parla di bene pubblico, di interessi generali del paese, ma sono proprio questi che vengono aggrediti dai padroni e dalle multinazionali. La democrazia non è mai entrata nelle fabbriche che sono  terra di nessuno dove gli imprenditori sono liberi di fare ogni prepotenza, ogni attentato ai diritti costituzionalmente garantiti.

Firenze non è la prima manifestazione operaia e non sarà l’ultima di fronte all’attacco padronale. E’ successo a Napoli con la Whirpool, a Roma e  in tante altre piazze d’Italia, ma la manifestazione di Firenze ha assunto un tono politico mai registrato fino ad ora. A Firenze i lavoratori hanno dimostrato di voler resistere all’attacco padronale difendendo il diritto al  lavoro indipendentemente dagli interessi degli imprenditori. I lavoratori della GKN non sono stati soli. La solidarietà  è giunta da ogni parte d’ Italia e da tutti i settori produttivi. Si sta risvegliando nei lavoratori quella coscienza in base alla quale vince il concetto che  Il lavoro non è una merce bensì uno strumento di utilità collettiva che crea ricchezza per tutti. 

I lavoratori di Firenze, la città di Firenze  e le oltre trentamila persone hanno gridato che il principio della proprietà privata senza regole non è più sacro ed inviolabile, e che i tradizionali schemi delle gerarchie sociali vanno spezzati.

A Firenze si è dimostrato che si può  attuare la Costituzione indicando le nuove via da seguire e ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

Si pone il problema urgente ed ineludibile di ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemici Ha prodotto.

Una giornata di lotta se si qualifica politicamente per come essa si è svolta ed indica il grado di debolezza delle forze politiche che governano il paese, non per questo produce in sé alcuna nuova posizione definitiva. Il potere economico politico, sociale, rimane in mano al capitale. L’amministrazione pubblica, le banche, l’apparato commerciale le forze di polizia sono in mano alle forze reazionarie. i lavoratori non hanno nessun mezzo coercitivo per rispondere agli attacchi della finanza internazionale. Ciò non significa che non c’è via d’uscita.  Solo la forza di una classe lavoratrice unita è capace di dare risposte come quella di ieri.

Nel 1920 i lavoratori italiani condussero una battaglia che è rimasta nella storia del movimento operaio italiano occupando le fabbriche garantendo responsabilmente la continuità della produzione.  Quella battaglia fu possibile solo perché i lavoratori si presentarono uniti e coesi dall’inizio alla fine. Difendere una fabbrica che chiude è diritto dei lavoratori.  Occuparla per garantire la continuità non è un delitto.

Trenta  anni di liberismo ci hanno insegnato che non c’è più garanzia di libertà e di sviluppo economico autonomo. Il rispetto delle leggi non conta più nulla.  esiste all’interno dello Stato uno stato nascosto che vive attraverso un’organizzazione privata in mano a pochissime grandi imprese sovranazionali che possono decidere della sorta di milioni di lavoratori, impiegati, tecnici, specialisti. Questa organizzazione sovranazionale per il fatto di amministrare senza alcun controllo tutta la ricchezza industriale dispone di mezzi superiori degli stati nazionali. Queste multinazionali sono liberi di violare ogni legge. Esse privano i lavoratori del lavoro, le donne e i loro i figli dal sostentamento. La nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici disciplina  in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà.

Gli uomini di Governo sono impotenti. L’unica forza che può spezzare questa organizzazione criminale sovranazionale, l’unica forza che può restaurare le garanzie di libertà e di sviluppo  sono i lavoratori uniti, sono i consigli di fabbrica, sono i sindacati che debbono dismettere il loro ruolo di mediatori. Cambiando il paradigma dei rapporti con il capitale i lavoratori diventando protagonisti della guerra che li vede   aggrediti e non aggressori. Si deve rimettere il lavoro al centro dell’attività politica per rimettere in funzione il sistema produttivo italiano affinché anche lo Stato torni ad essere strumento di garanzia costituzionale per la libertà dei lavoratori di ogni ordine e grado che rispettano le leggi e lavorino per il bene comune. Alla dichiarazione di guerra della finanza internazionale bisogna rispondere con altrettanta fermezza. Le fabbriche che vengono chiuse debbono essere occupate impedendo lo spostamento dei macchinari e possibilmente non fermando la produzione. Unità dei lavoratori, collegamento dei consigli di fabbrica, solidarietà dei sindacati; tutto questo è necessario per invertire la lotta e per mutare i rapporti di produzione industriale all’interno delle fabbriche. L’obbiettivo deve essere quello di far entrare la democrazia nelle fabbriche consentendo ai lavoratori di gestirle direttamente laddove  predoni che hanno sottratto finanziamenti pubblici fuggono; la cogestione laddove l’imprenditore in difficoltà chiede l’aiuto dello Stato; la nazionalizzazione laddove come nel caso della ex ILVA imprenditori incapaci hanno instaurato una dittatura all’interno delle fabbriche.  Il sistema produttivo nazionale deve essere liberato dallo sfruttamento delle finanziarie internazionali, ma per fare questo i lavoratori uniti sotto un’unica bandiera  debbono prepararsi ad una lotta dura, non sarà facile e non succederà subito ma questa è la via da seguire  per la costituzione di un nuovo rapporto di potere per i lavoratori.

aprile 11, 2021

LA PROTERVIA DEI COMPETENTI!

di ferdinando pastore

Ho atteso volutamente qualche giorno prima di commentare la conferenza stampa di Mario Draghi. Dovevo far fronte a una sensazione di fastidio morale e fisico di non semplice decodificazione. Una repulsione che non era strettamente connessa alle indicazioni di indirizzo politico espresse dal Presidente del Consiglio. Un’indigeribilità legata a un’atmosfera, a un atteggiamento. Ciò che rimaneva nell’ombra nell’immediatezza delle sue parole ha preso pian piano limpidezza. Draghi si rivolgeva alla popolazione con un’aria di rassegnata sufficienza. Ha riproposto semplicemente con lo sguardo quella predisposizione mentale tipica della managerialità. La realtà è troppo complessa per essere spiegata. Le interconnessioni tra mercati, decisioni economiche, reti della globalizzazione non possono essere oggetto di interpretazioni politiche. Attraverso quel contegno paternalistico si ammoniva l’intera comunità dell’infruttuosa perdita di tempo che determinate convenzioni comportano. L’utilizzo di questa retorica ha permesso al capitalismo concorrenziale di abbattere dall’immaginario collettivo in primo luogo l’interesse dei singoli alla partecipazione politica cosicché si andassero a deperire in una lenta agonia i corpi intermedi all’interno dei quali si sviluppava un tempo la conflittualità sociale che configurava la democrazia sostanziale e in secondo luogo di rendere le forme della democrazia formale desuete forme di discussione che non potranno in alcun modo reggere il passo con lo spirito della competizione educativa che necessita di interventi di rapida sottomissione alle tendenze dei mercati.Per assecondare questa visione ideologica e irrazionale della realtà la conferenza stampa è andata avanti per forza d’inerzia in un veloce susseguirsi di banali luoghi comuni ormai in voga da almeno tre decenni. La colpevolizzazione dei singoli e del sistema pubblico per le inefficienze per esempio. I giovani che indebitamente si vaccinano non rispettando il turno in un groviglio di clientelarismo e furbizia malandrina tipica dell’italianità da sempre così poco incline alla disciplina frugale del protestantesimo. L’abbandono dei falliti al proprio destino. Non al passo con la creatività necessaria per sopravvivere nel virtuoso percorso formativo dell’imprenditorialità. Quell’inclinazione all’impresa che proprio i governi dei competenti in questi anni hanno promosso con politiche attive – specchio dell’interventismo liberale – dando corpo al sistema degli incentivi, degli sgravi fiscali per confuse categorie di soggetti. I quali non dovevano in nessun modo rivendicare un’occupazione pubblica ma sfoderando coraggio e innovazione cimentarsi nella costruzione auto-disciplinante dell’uomo/impresa. Modo come un altro per celare i dati sulla disoccupazione. La famosa disoccupazione strutturale. Lo stesso meccanismo si deve applicare a questi costosi carrozzoni pubblici. Affezionarsi a una compagnia di bandiera è frutto di un arcaico sentimentalismo novecentesco. Tutto si deve misurare con lo spirito della concorrenza. Ce lo chiedono i trattati. Ce lo chiede l’Europa. A maggior ragione se la stessa oggi si sacrifica in modo così commovente nell’elargizione dello strozzinaggio caritatevole denominato Recovery Plan. Le famose condizionalità che non esistevano. L’Italia si genuflette ai suoi padroni. Nell’osservanza dei due vincoli esterni. Adempimenti acritici dei precetti morali impartiti dalla superiorità genetica tedesca e dei consigli portati dai venti di una nuova guerra fredda. Perturbazioni messe in circolo dal sempreverde imperialismo americano. Si dia un fermo e deciso stop a questa folle simpatia per Cina, Russia e Cuba. Lì ci sono i dittatori, qui una sana e civile oligarchia.

febbraio 28, 2021

La scuola negata.

Di Beppe Sarno

L’immaginifico Governatore della Campania Vincenzo De Luca, ha deciso di sospendere l’attività didattica in presenza per tutte le scuole di ogni ordine e grado e delle Università dal 1° marzo al 14 marzo.

Da quando è iniziata la pandemia, cioè da oltre un anno, gli studenti campani hanno sostanzialmente dimenticato la strada che porta alla scuola. Didattica a distanza  e altri palliativi che di fatto sottintendono la rinuncia da parte del nostro Governatore alla funzione educativa che è compito fondamentale dello stato. Una società civile  consapevole della funzione prioritaria della scuola e della cultura dovrebbe porsi il problema di come risolvere il problema di garantire ad inseganti e ad alunni la frequenza all’attività didattica senza correre il rischio di contrarre il contagio. Assistiamo invece al fenomeno opposto: in attesa dei vaccini che camminano a rilento si continua a negare il diritto allo studio. Questa battuta d’arresto, questa rinuncia dello Stato ad assolvere uno dei compiti fondamentali che una società civile è chiamata a risolvere ha prodotto e produrrà nel tempo danni incalcolabili non solo ai giovani cui viene negato il diritto allo studio ma anche alla intera collettività. A insegnati malpagati, per lo più qualunquisti, distratti ed arrabbiati aggiungiamo questo deficit di cultura che peserà molto sulla maturazione dei giovani che stanno vivendo questa allucinante esperienza.

Il comportamento  di de Luca fa il paio con le dichiarazioni di Draghi che ha ipotizzato una scuola di classe. La didattica a distanza è stato sottolineato dai più che non è una soluzione come non è la soluzione la proposta di allungare il calendario scolastico. Il problema è invece come restituire ai giovani quest’anno di mancata conoscenza perché quest’analfabetismo di ritorno si tradurrà negli anni a venire in un analfabetismo civico. La cosa è ancora più grave perché ciò avviene in una regione del mezzogiorno e che determinerà un ulteriore allontanamento dalle prospettive che hanno i giovani del Nord dell’Italia rispetto ai giovani del sud del nostro paese.

Le scelte del nostro governatore di chiudere le scuole invece di provvedere ad una vaccinazione di massa determinerà quell’analfabetismo pericolosissimo di cui lui soltanto  sarà il responsabile senza pagarne però il prezzo, che invece si abbatterà sui soggetti passivi di queste scelte. Basta accendere un televisore o andare sui social per rendersi conto che i giovani vivono coperti da una fitta nebbia che determina quel populismo che mette in dubbio la stessa democrazia.  Forse uno dei più gravi problemi che viviamo  è proprio quello di diradare quella nebbia che ha trasformato i cittadini in sudditi inconsapevoli e la classe politica in una oligarchia infallibile.

Gli studenti di oggi saranno i cittadini di domani, ma per  buona parte dei cittadini della Campania grazie ai disastri del populismo di De Luca saranno lasciati indietro ed a loro sarà più difficile se non impossibile prendere quello che viene definito l’ascensore sociale.

In un bel libro di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “L’aula vuota” vengono denunciati i mali della scuola italiana sempre riformata da una classe politica indifferente se non ostile alla scuola, ma che di fatto ha distrutto la scuola vista unicamente come un serbatoio d’occupazione per sé e di promozioni a buon mercato per i suoi figli.

Se a questa scuola così disastrata aggiungiamo la criminale  ostilità del governatore  De Luca alla scuola ed all’insegnamento quelli che oggi chiamiamo i  cittadini di domani andranno ad allargare schiere di disoccupati osannanti del Salvini o della Meloni di turno perché, come disse Emma Goldman: «L’elemento più violento della società è l’ignoranza».

gennaio 19, 2021

DISSOCIAZIONE E “MEDIO-EGO”

di Luca Massimo Climati

Voglio ringraziare il rapper Ballarin per questa stupenda sintesi riassuntiva che è il “MEDIO-EGO e descriverò in poche righe lo stato di globale DISSOCIAZIONE.Vedo che aldilà degli “interessati soliti”, sia allo spolpamento del “Recovery” alla faccia dell’interesse generale che alla colonizzazione atlantica del nostro Paese, prevalga una diffusa CONFUSIONE-DISSOCIAZIONE LOGICA. Essa caratterizza soprattutto i sedicenti intellettuali, spesso blasonati, dal giornale unico padronale, quello che intervista Renzi h24, e si materializza in evidenti contraddizioni logiche.Basterebbe produrre un esempio sul come affrontare il COVID19,ovvero la PESTE ODIERNA.I “critici dissociati” dell’operato governativo, incuranti del fatto che in quasi tutti i paesi del mondo, tranne 5 o 6 ( Cina, Vietnam ,Coree, Cuba, Nuova Zelanda) la Peste sia passata in 2-3 ondate devastanti, (con esiti peggiori in rapporto alla età della popolazione e dei sistemi sanitari), sostengono tesi platealmente contraddittorie.Essi gridano allo scandalo per il fatto che il governo italianonon abbia applicato chiusure più nette ed abbia differenziato per aree regionali i provvedimenti.Non si considera minimamente il problema dei vari equilibri da rispettare ma soprattutto la rete da una parte di interessi economici che si contrappone strumentalmente a qualsiasi provvedimento severo e quindi efficace. Ma ci sta anche il problema della Scuola, dei giovani che non ce la fanno a vivere in uno stato d’assedio che dura da quasi un anno ed abbisogna probabilmente di un altro trimestre di somma attenzione. Ma soprattutto la disperazione di milioni di lavoratori allo stremo e non garantiti o parzialmente garantitiNon si può accontentare tutti, materializzare medici ed infermieri dopo quattro decine di anni di smantellamento del sistema sanitario Pubblico e di validi ed organizzati presidi locali che avrebbero ancor meglio prevenuto i problemi posti dal covid.Il governo in democrazia ,dove le regioni fanno come gli pare o addirittura creano impaccio alle decisioni centrali, almeno non goda di una autorevolezza plebiscitaria o una maturità compatta che solo popolazioni estremo-orientali posseggono per profonda cultura, diventa OVUNQUE COMPLICATO E DA SVOLGERE CON DIPLOMAZIA, PAZIENZA E SAGGEZZA: NON SI POSSONO ACCONTENTARE TUTTI.Invece i media bombardano spesso notizie infondate, allarmi o stati d’ansia 24 ore al giorno, remando contro il governo per chiari interessi economico-strategici diparte: la parte dei loro padroni .Ma su tutto, prevale una CONFUSIONE-DISSOCIAZIONE, spesso egoica e primitiva: si ha paura della Peste, ma si vorrebbe guadagnare uguale, si desidera ogni libertà, ma poi si pretenderebbe uno Stato pronto ed efficiente a far fronte a tutto.Lo stato confusionale e dissociato raggiunge vette inenarrabili nel caso di chi, da pulviscolari fazioni estremiste a sinistra o sovranisti immaginari ( sono la stessa cartata di roba) auspica la caduta del governo noncurante del fatto che i settori della popolazione più precari verrebbero ancor meglio danneggiati, nel nome del profitto e degli interessi particolari.Conclusione: in questa grande DISSOCAZIONE , spesso dei ceti pseudo-colti, è ora che il BUON-SENSO SILENZIOSO di una gran parte della Popolazione si faccia sentire. Ora o mai più…o nel caso alle prossime possibili elezioni.

Maggio 21, 2020

Non chiamateli eroi.

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Potere al Popolo

I NOSTRI EROI GIA’ DIMENTICATI: GLI INFERMIERI NON CI STANNO! AL FIANCO DELLE/DEGLI INFERMIERE/I!

👩‍⚕️👨‍⚕️ Questa mattina, A Torino, sotto il palazzo della Regione si sono dati appuntamento gli infermieri del Piemonte per protestare contro le ennesime promesse non mantenute.

Durante la fase 1 dell’emergenza li abbiamo sentiti etichettare come “eroi” dalle istituzioni di ogni livello, compresi coloro che negli anni avevano concorso a smantellare il servizio pubblico e precarizzare proprio il personale medico ed infermieristico.

“A marzo dicevano che avrebbero aumentato i nostri stipendi e invece a maggio gli eroi sono già dimenticati. Non ci avete fatto i tamponi – ha detto il sindacalista – abbiamo indossato sacchi della spazzatura e pannoloni sotto le tute, perdendo la nostra dignità. A noi è toccato disinfettare i morti, a volte fare i sacerdoti. Siamo stati lontani dalle nostre famiglie, molti di noi sono stati abbandonati, ma nonostante tutto abbiamo continuato a lavorare, in prima linea tirando l’Italia fuori da questo pantano”.

Gli/le infermieri/e del Piemonte hanno deciso di farsi sentire per pretendere che le promesse vengano rispettate: un bonus per il lavoro svolto in questi mesi e che ha causato la morte di 40 colleghi in regione, la garanzia di investimenti per garantire maggiore sicurezza sul lavoro, la stabilizzazione dell’enorme personale precario.

Non chiamateli eroi se poi li abbandonate.

Maggio 10, 2020

PROFEZIE

Anziani fissati. Una categoria che non è prevista né dai politici né dai pubblicitari. Per i primi siamo autosufficienti: e quindi privileg…

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Maggio 9, 2020

Giù le mani dal fiume Sarno.

Buongiorno a tutti i membri del gruppo, ripropongo un mio post di qualche giorno fa.

PERCHÉ NON HANNO MAI CONTATO I MORTI PER Il TUMORE?

La curva è peggio di quella del COVID 19 e la CAMPANIA è al primo posto eppure nessuno ha mai fatto nulla per salvarci. Menomale che il coronavirus era contagioso altrimenti, ci avrebbero fatto morire come per il cancro.

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Maggio 9, 2020

QUALE MONDO DOPO TRUMP?

 

Possibile che il presidente americano riesca a superare la crisi di rigetto determinata dal “virus di Wuhan”. O, più esattamente, dalla sua pretesa di addossare alla Cina, per colpa o, detto tra le righe, per dolo, la responsabilità per lo scoppio e la diffusione della pandemia. Così da essere sconfitto nell’appuntamento di novembre (a meno di rinviarlo o di affrontarlo con regole tali da scoraggiare l’afflusso degli elettori democratici).

Oggi, la sua…

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Maggio 3, 2020

Nuova autodichiarazione, fase due: guida al modulo da compilare dal 4 maggio 2020

di  Antonio Cosenza

Nuova autodichiarazione, fase due: guida al modulo da compilare dal 4 maggio 2020

Ricordiamo che compilare e firmare il modello di autocertificazione è necessario quando si esce da casa; ecco perché è importante sapere cosa scrivere, in modo da non avere problemi con le autorità in caso di controllo.

Come noto dal 4 maggio 2020 si potrà uscire di casa con una maggiore elasticità; sono diverse, infatti, le casistiche che giustificano una semplice passeggiata, ma anche l’uscita dal Comune di residenza. Resta, invece, il divieto di uscire dalla Regione, salvo casi di “assoluta urgenza” (che deve essere dichiarata nell’autocertificazione).

Qui la nuova autodichiarazione rilasciata in queste ore dal Viminale; di seguito, invece, ecco una guida su come compilarla nella maniera corretta.

Autodichiarazione editabile: modello da utilizzare dal 4 maggio 2020
Clicca qui per scaricare il nuovo modello di autodichiarazione da utilizzare a partire dal 4 maggio 2020 per giustificare ogni spostamento.

Nuovo modello di autodichiarazione per gli spostamenti dal 4 maggio 2020

A partire dalla giornata di domani, inizio della fase due, il modello per l’autocertificazione sarà quello allegato in precedenza. Come avrete notato, la prima parte è molto semplice da compilare, visto che è qui che vanno indicati i propri dati personali.

È successivamente che dovete fare attenzione a quello che dichiarate, anche perché vi ricordiamo che in caso di falsa dichiarazione scattano le conseguenze penali previste dall’articolo 495 del codice penale, dove si legge che “chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni”.

La prima voce è quella in cui dichiarate di non essere sottoposti alla misura della quarantena, ovvero di non essere positivi al COVID-19 (in caso contrario, infatti, non potreste uscire di casa salvo gli spostamenti disposti dalle Autorità sanitarie). A tal proposito, vale la pena ricordare che anche i soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (maggiore di 37,5° C) devono rimanere presso il proprio domicilio e limitare al massimo i contatti sociali.

Nella parte successiva dovete indicare da dove è iniziato lo spostamento, specificando l’indirizzo, nonché la destinazione finale. Ricordate che gli spostamenti dentro Regione sono sempre consentiti per motivi lavorativi, di salute e per altre necessità, mentre quelli fuori Regione solo per lavoro, motivi di salute o assoluta urgenza.

Dopo ancora dichiarate di essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio riguardanti le limitazioni alle possibilità di spostamento delle persone fisiche all’interno di tutto il territorio nazionale.

Nel punto 4 dichiarate di essere a conoscenza delle ulteriori limitazioni disposte con provvedimenti del Presidente della Regione. Nel dettaglio, se lo spostamento è dentro i confini regionali dovete indicare solo quello della Regione di partenza, se invece dovete spostarvi da una Regione all’altra allora dovrete indicare anche quella di arrivo. Sempre qui dovete specificare il motivo dello spostamento, come ad esempio il ritorno presso il proprio domicilio o residenza.

Nel quinto punto, invece, dichiarate di essere a conoscenza delle sanzioni previste dall’articolo 4 del decreto 19 del 25 marzo 2020, mentre in quello successivo che lo spostamento è determinato da uno tra i seguenti motivi:

  • comprovate esigenze lavorative;
  • assoluta urgenza (in caso di spostamento fuori Regione)
  • situazione di necessità (andare a trovare i congiunti è una situazione di necessità, così come l’attività motoria);
  • motivi di salute.

Se avete altro da dichiarare allora dovrete indicarlo nella parte finale dell’autodichiarazione, aggiungendo, se necessari, altri dettagli al motivo che comporta lo spostamento. Nel modulo va indicata la data e il luogo e va firmato sia dal dichiarante che – in caso di controllo – dall’operatore di Polizia.

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