Posts tagged ‘Merkel’

aprile 22, 2020

Cos’è veramente la UE

Di Franco Bartolomei – coordinatore nazionale di Risorgimento socialista

Risultato immagine per risorgimento socialista

LA UE e’ una superstruttura finanziaria , monetaria , e normativa , finalizzata ad imporre in modo vincolante ed autocratico a tutti gli stati che la compongono un ordinamento sociale rigorosamente liberista e totalmente funzionale ai processi di globalizzazione finanziaria .

,attraverso la soppressione della loro sovranita’ costituzionale .

Lo strumento principale di garanzia e di tenuta di questo processo di omologazione sociale e’ l’EURO ,come moneta comune agli stati trai…

Continua a leggere

aprile 17, 2020

L’Europa e la fine della democrazia.

di Franco Bartolomei

Visualizza immagine di origine

NOI CONSIDERIAMO LA UE UNA GABBIA CHE PORTA ALLA FINE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA ,ALLA DISTRUZIONE DEL NOSTRO TESSUTO ECONOMICO , ED AL COLLASSO DELLA NOSTRA SOCIETA’ CIVILE .

LA RITENIAMO ASSOLUTAMENTE IRRIFORMABILE

RITENIAMO che La rottura unilaterale da parte del nostro paese del sistema Euro /Maastricht, sia la condizione base per la rinascita della nostra economia ,e per la ricostruzione della nostra Democrazia , a partire dalla affermazione una nuova CENTRALITA’ DEL LAVORO…

Continua a leggere

aprile 13, 2020

Italexit!

By Lucia Gallo (per ith24)

Chi di spada ferisce di spada perisce. La girata di spalle dei burocrati europeisti in un momento difficile come l’emergenza coronavirus, non è piaciuto affatto agli italiani che in maniera esponenziale hanno risposto con un arrivederci.

Secondo un sondaggio realizzato da Tecnè Poll, il 49% degli italiani, uno su due, sarebbe pronto ad uscire dall’UE. Ed il numero tende a salire.

Infatti se su considera l’ultima proiezione del 2018 i favorevoli ad uscire dall’unione Europea erano il 29%, rispetto al 49% di oggi.

aprile 13, 2020

Il caso Germania: 1.000 miliardi a imprese e lavoratori subito (e tutto funziona)

Flavia Provenzani

 Lo stimolo della Merkel per combattere la crisi del coronavirus sta già impattando positivamente sulle imprese tedesche e sui lavoratori dipendenti e non.
Il caso Germania: 1.000 miliardi a imprese e lavoratori subito (e tutto funziona)

Il ministro tedesco dell’Economia, Peter Altmaier, lo scorso 6 aprile ha presentato un programma di emissione di prestiti rapidi a beneficio delle piccole e medie imprese in Germania, la spina dorsale dell’economia più grande d’Europa, con garanzie illimitate che coprono il 100% del rischio di credito.

La Germania, che ha sorpreso tutti con il suo aver quasi azzerato la burocrazia per cui è ben nota, mostra così un approccio pratico nel tentativo di proteggere la crescita economica in un contesto in cui il coronavirus ha portato alla chiusura di negozi, aziende e fabbriche in tutto il mondo.

Come riporta Bloomberg, il governo della cancelliera Angela Merkel ha promesso aiuti per un valore di oltre 1.000 miliardi di euro in garanzie statali, prestiti e capitale diretto alle imprese, e ha anche semplificato l’accesso al sostegno salariale per i lavoratori da parte dello Stato.

L’aiuto della Germania alle sue aziende sta funzionando

Nel resto del mondo sviluppato la situazione è ben diversa: secondo un sondaggio inglese solo l’1% delle aziende nel Regno Unito si è visto accettare un prestito di emergenza, mentre in Italia sono assai diffuse le lamentele tra esborsi lenti e tanta burocrazia. Negli Stati Uniti, il Paycheck Protection Program (“programma di protezione dello stipendio”) del governo, che mira a erogare prestiti destinati ad aiutare le piccole imprese, è oggetto di confusione e ritardi sin dalla sua introduzione.

Eppure l’emergenza esiste ed è reale. L’economia tedesca si ridurrà di quasi il 10% nel secondo trimestre del 2020, una contrazione grande di più del doppio di quella subita al culmine dell’ultima crisi finanziaria, stando a quanto riportano gli istituti di ricerca in Germania.

Ben consapevoli dell’estrema necessità di agire in fretta, le autorità di Berlino hanno reso disponibili 1,3 miliardi di euro da dedicare a lavoratori indipendenti e piccole aziende, elaborando 140.000 domande in pochi giorni. Il denaro è arrivato nei conti bancari di alcune aziende solo dopo 24 ore.

La Germania ormai da anni è abituata a mettere a disposizione delle misure piuttosto generose in risposta alle crisi ed è forse questo che giustifica la sua prontezza ad affrontare quanto sta succedendo oggi a causa del coronavirus. Il sostegno statale agli stipendi dei dipendenti, ad esempio, ha salvato centinaia di migliaia di posti di lavoro durante la crisi finanziaria del 2008. Ai tedeschi è bastato perfezionare un programma che esiste già dagli anni ’50.

Il supporto alla liquidità erogato dalla banca statale del paese, KfW, esisteva anche prima ed oggi è oggetto di espansione. Un portavoce del governo ha affermato che sono già stati approvati prestiti per un valore di diversi miliardi di euro e che le domande (fino a un massimo di 3 milioni di euro) vengono elaborate praticamente all’istante.

I nodi (ancora) da sciogliere

Non tutto però va a gonfie vele, è il caso di ammetterlo. Le banche stanno sofferendo e resta da vedere con quale rapidità verrà erogato il sostegno agli stipendi da parte del Governo (e aziende lo anticipano con la promessa di essere rimborsati dallo Stato quanto prima).

Le piccole e medie imprese tedesche temono che la Germania sarà comunque troppo lenta nell’uscita dalla crisi e richiedono indicazione su un possibile orizzonte temporale così da poter pianificare il riavvio della produzione.

Attenzione però, i programmi di aiuto in Germania non sono certo una panacea.

Alcune società più piccole potrebbero avere difficoltà a rimborsare i prestiti e un sondaggio condotto alla fine di marzo dall’Associazione tedesca dell’industria e del commercio (DIHK) ha mostrato che una PMI su cinque riscontra rischio di insolvenza. Oltre due terzi hanno affermato che gli aiuti sotto forma di iniezioni di denaro sono i più efficaci e dovrebbero essere ampliati.

aprile 12, 2020

Il Portogallo attacca l’Olanda: “Dica se vuole restare in Europa o no”

Per il premier Antonio Costa, la questione non è finanziaria ma politica: “Non possiamo essere tutti ostaggi di populismi elettorali”

portogallo contro olanda coronabond ue
© PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP – Antonio Costa

Il premier portoghese, Antonio Costa, non usa mezzi termini nella richiesta di chiarimento sul futuro dell’Ue rivolgendosi in particolare ai Paesi Bassi a cui chiede di decidere “se restare o andarsene”. “Più che una questione economica o finanziaria, è una questione politica che viene posta. Dobbiamo sapere se possiamo passare a 27 nell’Unione europea, a 19 nella zona euro o se c’è qualcuno che vuole essere lasciato fuori. Mi riferisco ai Paesi Bassi”, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia stampa portoghese Lusa.

Il primo ministro sottolinea che “questo è il momento del chiarimento politico in Europa”. “Personalmente, forse perché sono un irritante ottimista, mi piacerebbe credere che l’Europa sia possibile a 27 e che la zona euro sia possibile a 19, ma per questo è necessario che tutti abbiano la capacità politica e che non possiamo essere tutti ostaggi di populismi elettorali”, ha dichiarato Costa.

aprile 8, 2020

I veri motivi per cui Germania e Olanda non vogliono aiutare l’Italia

L’Italia chiede all’Europa a gran voce – per quanto riesce, si intende – un’emissione di eurobond per trovare fresca liquidità necessaria a far fronte alla crisi portata dal coronavirus. Ad opporsi con maggior forza all’idea sono Germania e Olanda.

Per quale motivo questi due Paesi non accettano di procedere con una mutualizzazione del debito, impedendo così aiuti immediati a Italia, Francia e Spagna, tra i più duramente colpiti a livello economico da COVID-19?

Germani e Olanda i “cattivi” d’Europa

Dopo il niente di fatto dell’Eurogruppo di ieri – il cui prossimo incontro è previsto per giovedì – l’Europa si conferma essere visceralmente divisa sulla possibilità di una mutualizzazione del debito che tanto aiuterebbe Italia & Co.

Tra chi si oppone maggiormente ai cosiddetti “eurobond” spiccano Olanda e Germania, nonostante l’ampio appoggio già dato a tale iniziativa da altri 9 Stati membri dell’UE, ritenuta una necessità nella strategia di mitigazione dell’impatto della pandemia da coronavirus a livello economico e finanziario.

Da italiani potremmo essere di parte, ma l’opposizione tedesca e olandese dà non poco fastidio a Conte e agli altri leader della cosiddetta “Europa meridionale”, con conti pubblici di difficile gestione già da prima che il coronavirus facesse il suo arrivo.

Perché Germania e Olanda non vogliono aiutare Italia & Co

Per quali motivi Olanda e Germania si rifiutano di dare il loro sostegno agli eurobond?

1) C’è già il QE della BCE

Come sottolineato da CNBC, il piano massiccio di Quantitative Easing messo in campo in risposta al coronavirus da parte della BCE rappresenta agli occhi di Olanda e Germania un aiuto più che sufficiente da parte dell’Unione Europea. Tedeschi e olandesi ritengono che tale stimolo, che contribuisce a creare un ambiente di mercato piuttosto buono, si muove a beneficio di tutti i Paesi che utilizzano l’euro, non rendendo così necessario il ricorso agli eurobond.

La Banca Centrale Europea ha provveduto a lanciare un QE da 750 miliardi di euro nel corso del 2020 ai fini di abbassare i tassi di interesse di ciascun Stato membro dell’Eurozona.

LEGGI ANCHE 

BCE, riunione d’emergenza: una novità da 750 miliardi contro il coronavirus

2) La stabilità del governo tedesco e olandese è a rischio

A livello di stabilità politica, entrambi i Paesi non se la passano molto bene al momento, i rispettivi governi sono entrambi aggrappati ad alleanze politiche piuttosto fragili.

In Germania, Angela Merkel si è vista costretta a unire le forze con il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) a seguito delle ultime elezioni datate 2017. La coalizione tra il CDU della Merkel e l’SPD è già stata messa a dura prova e una divisione intestina a tema eurobond potrebbe portare ad una rottura definitiva.

In Olanda il primo ministro Mark Rutte, liberale, sempre nel 2017 si è visto costretto a creare una coalizione con altri tre partiti, i cui rapporti sono esacerbati dalle attività di opposizione in Parlamento ad opera della crescente contrarietà all’UE. Il Partito per la libertà, guidato da Geert Wilders, è il secondo gruppo più forte all’interno del Parlamento olandese in termini di numeri.

Sul fronte anti-Europa, la Merkel sta avendo a che fare con Alternativa per la Germania (AfD), che rappresenta il terzo gruppo più numeroso all’interno del Parlamento tedesco. Il partito si è detto subito contrario agli eurobond – un suo portavoce ha dichiarato che né il coronavirus né l’euro “giustificano il fatto che i contribuenti tedeschi siano dissanguati per il debito dell’intera UE”.

aprile 8, 2020

Solidarietà!

di Alberto Benzoni!

Avvento di fraternità - per incontrare Cristo povero | Caritas ...

Come usciremo da questa crisi? Non come una persona guarita da una polmonite o da un cancro che, riaperta la porta di casa, ricomincia la sua vita normale, con tutte le sue facoltà intatte. Ma piuttosto come una persona colpita da un ictus o da una rottura del femore, che deve recuperare faticosamente le sue facoltà e che non riesce a trovare accanto a sé persone che l’assistano.

Questa persona, noi, sarà certo più sobria e più attenta. Meno viaggi in paesi esotici e più attenzione alle infinite bellezze del proprio paese; meno pubblicità e più realtà; meno illusioni individuali e più attenzione ai beni collettivi; meno domeniche nei supermercati e più visite nei negozi sotto casa. Meno oggetti rutilanti; più oggetti duraturi. E, per dirla più in generale, meno consumo e sciupio e più risparmio e conservazione.

Ma sarà anche, attenzione, più chiusa. In generale, a un mondo esterno da cui sono apparsi molti pericoli ma pochi soccorsi. Ma anche agli estranei; anche perchè avremo sempre qualche avvelenatore di pozzi ad alimentare i nostri sospetti. Faremo molta fatica a recuperare i nostri spazi pubblici e i luoghi dei nostri incontri collettivi: stadi, cinema, teatri, discoteche ma anche le sedi e le manifestazioni della politica. Ascolteremo di più (non abbiamo fatto altro ai tempi della crisi) ma in quanto a esercitare il nostro di parola, la vedo dura. E, per dirla più in generale, seguiremo a chiuderci in noi stessi; e, quando riapriremo, lo faremo con molta difficoltà.

Vivremo più poveri in un mondo più povero. In genere i paesi poveri sono anche più giusti. Ma non è affatto detto che questo lo sia.

Sono tornati in campo è vero, a salvarci dal disastro, gli stati e la spesa pubblica; e, per nostra fortuna, non si ritireranno certo in buon ordine a missione compiuta. Ma è anche vero che la crisi ha fatto esplodere ogni tipo di disuguaglianza; e che questo tema non sembra al centro dell’attenzione dei governi. Un eufemismo per dire che non lo è affatto nemmeno nel discorso politico.

Saremo perciò, tendenzialmente, non solo più poveri, ma anche più disuguali.

Ma, alla stessa stregua, saremo anche meno liberi.

Impazzano, anche nelle democrazie, gli uomini soli al comando, nell’assenza dei parlamenti e del dibattito politico (a proposito, tanti auguri di pronta guarigione a Boris Johnson; anche perché il suo sostituto è un disastro…). Ma crescono anche i paesi dove, in nome della lotta al coronavirus il Salvatore o il vecchio autocrate di turno è autorizzato a cancellare libertà pubbliche e private. Mentre la scoperta della possibilità di “tracciare” le persone – dove sono, dove vanno, con chi hanno contatti – appare sì, per ora, un frutto proibito ma costituisce anche una tentazione permanente; e un colpo decisivo per le nostre libertà.

Come, allora, risalire la china? Come contrastare collettivamente una tendenza oggettivamente inarrestabile?

Le prime parole che ci vengono in mente sono “solidarietà” e “internazionale” (mi raccomando, da scrivere con la minuscola N.d.A) . E, a primo acchito, ci suonano bene. Constatiamo però, immediatamente dopo, che queste parole ce le sentiamo ripetere da mesi; ma come invocazione. E accoppiate, in forme diverse con “Europa”. E constatiamo ancora, immediatamente dopo, che queste parole hanno il doppio (dis) valore di funzionare nel corso di una seduta spiritica (leggi evocazione dei morti) e, insieme, di un esorcismo (cacciata dei demoni). Intendendo per tali da una parte le istituzioni e le regole internazionali e, dall’altra, gli stati nazionali e le pulsioni nazionaliste (oltre che “populiste”).

La realtà è che, nella battaglia contro il coronavirus, non c’è spazio per istituzioni, regole e iniziative comuni. Fino al punto che la manifestazione delle solidarietà più elementari – come l’invio di mascherine e altro materiale sanitario – è visto con sospetto e consentito solo dopo negoziati “al più alto livello”(“io Trump non dirò più che il virus è cinese”; “tu Cina, mandami le mascherine di cui ho un grandissimo bisogno”; testuale).

Tutti intenti, invece, a gestire singolarmente il presente per essere più forti, oggi e quindi anche domani, rispetto ai propri nemici, ai lacci e lacciuoli della democrazia e ai propri concorrenti internazionali. Non a caso, a guidare il percorso, l’America di Trump (consensi in forte crescita per la sua gestione della crisi):”far ripartire a qualsiasi costo l’economia” per poi “fargliela vedere”; a russi, cinesi, iraniani, europei e via elencando.

C’è dunque da essere pessimisti sul futuro. Meno liberi. Meno uguali. E, ora, almeno collettivamente, meno buoni e cioè meno solidali. Perché, in un ordine internazionale in cui i buoni esortano e i cattivi agiscono, vincono i secondi.

La partita, però, non è persa. Perché abbiamo ancora risorse a nostra disposizione.

E’ vero. Il vecchio antagonista socialista è scomparso dalla scena. Ma non è morto. Giace invece addormentato, come il Federico Barbarossa della leggenda, in qualche caverna dell’Asia minore; ma pronto a ritornare in campo, sempre come dice la leggenda, se richiamato da mille e mille voci a soccorso.

E queste voci diventano più forti giorno dopo giorno. Sono quelle della protesta e della rivolta momentaneamente sospese o soppresse ma non tutte e non definitivamente. Sono quelli di tanti esponenti dell’establishment che ne denunciano la debolezza e il fallimento: imprenditori, economisti, specialisti, opinionisti, politici di ordine e grado. E ci sono soprattutto i tanti che hanno riscoperto, nel giudizio di Dio cui stiamo sottoposti, ciascuno a suo modo, il dono della profezia: rivivere il passato per immaginare il futuro. E cioè riscoprire esistenzialmente i valori della libertà e dell’uguaglianza, oggi gravemente minacciati e il ruolo decisivo della fraternità nell’affermarli e nel difenderli. Per ripartire da questa; nella teoria e nella pratica. La prima a morire nel macello della prima guerra e nell’uso strumentale e tutto interno degli eredi di Lenin; ma per risorgere oggi più forte che mai.

Immaginate, allora, di riunire questi “tanti” in una stanza. E di fargli ascoltare l’Internazionale. Una musica che ti commuove, sempre, e in qualunque circostanza; e non solo per la sua trascinante bellezza ma perché ha il dono di farti sentire come parte di un tutto. E le sue parole finali: “e l’Internazionale sarà il genere umano”.

Non è un esperimento per “vedere l’effetto che fa”. Perché li c’è tutto, ma proprio tutto. Un impegno politico ed etico, ma anche un movimento, una fiamma che sentiamo ricrescere in ogni angolo e che nessuno potrà mai spegnere o soffocare.

Almeno per ora, un argine nei confronti del dilagare del male. Almeno per ora, quanto basta per farci sperare nel futuro.

aprile 5, 2020

Tremonti avvisa gli italiani: “Non facciamoci fregare: il Mes è un enorme raggiro”

“Poi tutto saltò con la crisi greca e con la Troika appunto: Bce, Fmi e Commissione che salvarono, con i nostri capitali e calpestando la nostra democrazia, le banche tedesche e francesi”. Draghi, Lagarde e Juncker… “Ripeto che la proposta degli eurobond era per creare debito veramente europeo, non debito nazionale controllato dall’Europa. Ora sento sigle dalla sinistra semantica sanitaria. Il punto è: chi emette i titoli per cui si inventa varia nomenclatura? L’ambiguità sprigionata dal detto-non-detto suggerisce l’uso bizantino della formula ‘quasi’: quasi eurobond. Oggi come oggi i nuovi titoli non può emetterli a statuto vigente la Banca europea degli investimenti. Per statuto va esclusa la Bce, in teoria potrebbe farlo la Commissione, ma in realtà in questo senso c’è solo un precedente, remoto e marginale. Ecco che arriviamo al Mes. La situazione oggi è questa: devi capitalizzarlo per attivarlo, e per capitalizzarlo devi sottoscrivere nel nostro caso circa 100 miliardi. Ovviamente facendo altro debito”.

Ma che senso ha se dobbiamo mettere soldi in un veicolo che poi ce li restituisce, se la Bce si è sostanzialmente impegnata a sottoscrivere i titoli di tutti? – chiede Cervo. E Tremonti spiega: “Assumendo che il Mes cubi 700 miliardi, e che all’Italia venga data solo la sua quota di competenza, nel dare e nell’avere mettere 100 vorrebbe dire avere solo qualcosa in più in termini finanziari. Ma pagando un altissimo prezzo politico. Sarebbe una partita di giro, anzi in realtà è una partita di raggiro. Possono raccontarcela come vogliono: avvio soft, finalità virtuose, eccetera. Ma l’ingresso del veicolo in Italia presuppone comunque fortissime condizionalità. Può essere che la partenza sia soft, ma l’evoluzione sarà hard. Anche perché c’è un punto che tutti hanno ignorato: il ministro tedesco deve riferire al Bundestag ogni minimo elemento dell’attività del Mes. Noi abbiamo costituzionalizzato l’Ue, la Germania l’ha germanizzata. Possono dire quello che vogliono, ma la disciplina del Mes spinge verso una direzione diversa da quella che ci viene raccontata”.

Continua Tremonti: “Nei palazzi e dintorni c’è in giro troppa gente che pensa di utilizzare il programma Mes per restare al governo come ha fatto Tsipras, il ventriloquo della Troika. Considerando quello che sta succedendo, e prevedendo quello che succederà a livello sociale nel Paese, il problema non sarà avere la fiducia dei mercati ma avere un governo che abbia la fiducia del popolo. Non tanto adesso, ma quando ci sarà la vera crisi economica in tutte le sue manifestazioni (posti di lavoro persi, aziende chiuse, disordini, mali tipici di queste fasi)”. Condivide la necessità di non bypassare il Parlamento in una circostanza del genere?

Conclude Tremonti: “Quella del Mes è una partita di raggiro, dato che la cifra economica è marginale, mentre quella politica è enorme. La chiamata dello straniero è un film che gli italiani hanno già visto nel 2011, effetti disastrosi compresi. Qualche tempo fa, prima della pandemia, a Londra ho avuto una conversazione con un importantissimo politico laburista inglese che mi ha detto: ‘L’errore fatto dal Regno Unito nel 2011 fu quello di non contrastare Merkel e Sarkozy che attaccavano l’Italia. È vero che il tuo era un governo proto-populista, ma allora fu consentito alla Germania di dominare sull’Italia e sull’Europa’. Quindi certo, come minimo bisogna passare dal Parlamento. Non è una idea mia peraltro: sta scritto in Costituzione”.

 

luglio 26, 2018

Sei punti per uscire dall’austerità, non dall’euro.

(fonte keynes blog)

di Giovanni Dosi, Marco Leonardi, Tommaso Nannicini e Andrea Roventini

Caro direttore,

questa lettera aperta è sottoscritta da economisti di tendenze politiche molto diverse, accomunati però dalla preoccupazione riguardante le politiche macroeconomiche in Italia e i nostri rapporti con l’Unione Europea, la discussione dei quali sembra polarizzata tra chi invoca l’inevitabilità dell’obbedienza a regole di rigore che paiono di provenienza divina e chi sconsideratamente invoca l’uscita dall’euro come soluzione di ogni male.

Continua a leggere »

luglio 27, 2016

Brexit, euro, Europa: facciamo chiarezza.

brexit-flag

Posata la polvere sul referendum inglese, è utile smontare alcune perniciose illusioni e infondati luoghi comuni che si stanno affacciando sul dopo voto. Ne abbiamo selezionati alcuni.

Continua a leggere »

(fonte Keynes Blog)