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maggio 27, 2020

RICORDO DI WALTER TOBAGI


di UGO FINETTI

“Stiamo dando l’addio a un uomo buono, a un lavoratore serio, mite e giusto”: così l’arcivescovo Carlo Maria Martini al funerale di Walter Tobagi il 30 maggio 1980. L’omelia proseguiva citando la Passione: “Mi hanno odiato senza ragione”. Come poteva un “uomo buono” aver provocato un tale odio da sfociare nell’assassinio? Nell’odio per Tobagi vi era anche invidia. A 33 anni era già un promettente storico alla Statale, il più giovane inviato del “Corriere della Sera”, un leader sindacale vincente che aveva rovesciato la maggioranza nel cdr del “Corriere” e poi nell’Associazione lombarda.
Sin dalla “Zanzara” era andato controcorrente bollando “il conformismo dell’anticonformismo” tra i giovani “figli di papà” del liceo Parini e poi nei suoi libri di storia, come “La rivoluzione impossibile” sull’attentato a Togliatti, irridendo la “storiografia sessantottesca” che faceva entrare gli avvenimenti “nella mitologia senza passare dalla storia”.
L’opposizione nel sindacato dei giornalisti, a quello che Eugenio Montale aveva definito “soviet di redazione”, fu quindi naturale. Ricordiamo alcuni esempi del cdr retto dai comunisti alleati con estrema sinistra: processo in mensa e comunicato di condanna di un articolo critico del “pansindacalismo” (caso Zappulli), e nel 1975 blocco di un editoriale di critica al regime militare filocomunista in Portogallo (caso Ronchey) e censura del titolo sulla chiusura del quotidiano socialista a Lisbona, trasformato da “I comunisti occupano il giornale socialista” in “Tensione tra Pc e socialisti” (caso Carnevali): nel 1976 fermo delle rotative con in stampa un articolo su un’assemblea all’Alfa (caso Passanisi).
Contro questo sindacalismo-soviet Tobagi animò una opposizione vincente in nome di professionalità e libertà del redattore: mettendo insieme non solo socialisti, cattolici e liberaldemocratici, ma anche chi aveva idee anarchiche o comuniste.
Non si tratta di criminalizzare gli avversari di Tobagi, che guidò in campo nazionale l’opposizione alla maggioranza della Fnsi (tra cui c’erano anche molti socialisti che la pensavano diversamente): ma di ricordare il fatto che soprattutto a Milano si era lasciata creare una “zona grigia” in pieno terrorismo e ci si era abbandonati ad attacchi esagerati contro Tobagi, tanto che le registrazioni degli animati dibattiti in “Lombarda” furono fatte sparire dopo il delitto.
Ma è sul fronte di inviato sui fatti di terrorismo che Tobagi si distinse per spessore di analisi. Era all’epoca prevalente il riflesso condizionato secondo cui se il terrorismo è di destra si allarga il possibile coinvolgimento – “strage di Stato”, “doppio Stato” – mentre di fronte al terrorismo di sinistra si restringe al massimo e si nega il minimo coinvolgimento: i terroristi sono isolati, sbandati e semmai manovrati in realtà da destra. Tobagi – sulla scorta anche della sua formazione di storico – approfondiva invece le idee e la cultura del terrorismo: quelle che Robert Conquest definì “le idee assassine”.
A Tobagi si deve in quegli anni la seria messa a fuoco del piano inclinato da estremismo a violenza, a “zona grigia” e a lotta armata. Proprio nelle settimane precedenti era stato oggetto per questo di violenti attacchi dall’”Unità” per aver segnalato l’esistenza di “proselitismo Br in fabbrica”. Nell’aprile 1980 il quotidiano del Pci lo definì “corvo della conservazione”, “anima antioperaia e antipopolare”. E’ da ricordare che le parole di Tobagi rispecchiavano quanto sostenuto all’epoca con tono anche più forte da Giorgio Amendola, che nel novembre 1979 aveva denunciato “un rapporto diretto tra violenza in fabbrica e il terrore”.
Tobagi aveva anche in questo caso animato un giornalismo di denuncia della “zona grigia” e si era esposto nel contestare apertamente i terroristi sostenendo l’azione di magistrati come Emilio Alessandrini e di Dalla Chiesa. Ed è appunto il generale Dalla Chiesa che parlando alla Commissione Moro – in luglio, quando aveva già messo sotto controllo gli assassini – evidenzia il carattere “mafioso” della sua uccisione. Secondo Dalla Chiesa i giornalisti fiancheggiatori delle Br agli inizi del 1980 rischiavano di essere isolati e individuati: “I pochi che erano riusciti fino ad allora a rimanere mimetizzati nella massa hanno corso il rischio di restare in evidenza”.
L’assassinio aveva avuto l’effetto intimidatorio di riportarli al coperto: “Il fatto del Tobagi ha riportato tutti a un livello inferiore, mimetizzando anche quei pochi che temevano di rimanere in vista”. Il testo di rivendicazione ebbe un ruolo determinante per questo effetto intimidatorio proprio per la sua “professionalità”. Che il documento – almeno “per il 90 per cento” del testo- non fosse opera dei giovani assassini è soprattutto la conclusione a cui arrivò il procuratore generale di Milano, Adolfo Beria d’Argentine, dopo averlo diviso in 14 brani e raffrontato le versioni su di essi date da Barbone a Dalla Chiesa, al Pm, al giudice istruttore e infine in Tribunale (con l’aiuto di un nucleo specializzato dei carabinieri e usando anche “l’analisi Psi” consegnata da Craxi agli inquirenti).
Anche la polemica di Craxi sull’informativa del dicembre 1979 è meno rilevante di quanto è stato sostenuto dal giudice Guido Salvini, secondo cui vi furono altre informative “successive”, “più esplicite”, poi “scomparse”. A ciò si aggiunge la Corte europea, che ha condannato l’Italia per la condanna dei giornalisti Magosso e Brindani che se ne sono occupati. Sono quindi autorevoli magistrati che in modo argomentato mettono in discussione la spontaneità e la completezza del “pentimento”.
Va anche ricordato che un “processo Tobagi” non vi fu: nel senso che nel 1983 si celebrò un maxi processo, frutto di nove istruttorie separate, in cui l’omicidio di Tobagi era uno degli oltre 800 capi di imputazione e l’assassino uno dei 164 imputati: nel ruolo – per di più – di testimone dell’accusa.
Al termine il tribunale riconobbe l’imputato colpevole, e dopo averlo condannato a solo 8 anni e 9 mesi ne ordinò l’immediata scarcerazione (affidandolo ancora per un anno ai domiciliari). Il processo si concludeva così con il padre della vittima in lacrime e l’assassino raggiante.