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maggio 4, 2020

Tremonti: ‘’l’Europa vuole per l’ Italia la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie’’

L’ex ministro delle finanze Giulio Tremonti, nel corso della trasmissione In Mezz’ora condotto da Lucia Annunziata, ha criticato espressamente l’Unione Europea, rea secondo l’accademico italiano di aver tradito il suo spirito originario e di viaggiare a due velocità danneggiando in questo modo il nostro Paese.

La polemica che impazza soprattutto sul web e nei confini campani riguarda la frase che Tremonti avrebbe rivolto all’Annunziata per spiegare il ruolo che la Germania e la Francia avrebbero all’interno dell’Unione ed i loro futuri intenti:

“Noi abbiamo perso sovranità, quando con una violentissima torsione politica, che Habermas definisce un dolce colpo di Stato, ci siamo sottomessi al dominio della Germania e della Francia.

Quello che sta avvenendo è la schiavizzazione del Paese e sa cosa vorrebbero farci fare questi amici? Vogliono farci fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie”.

Questa affermazione ha scatenato un mare di polemiche ed è stata a più riprese analizzata socio-politicamente; anche la nota trasmissione radiofonica “La Radiazza” condotta da Gianni Simioli ha affrontato l’argomento con un’ ospitata di Angelo Forgione, scrittore, giornalista ed opinionista.

maggio 4, 2020

SOCIALISMO E COMUNISMO

di Alberto Benzoni

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Agli inizi, fu il socialismo. Anzi no. Agli inizi, fu la rivoluzione francese. O, più esattamente, le infinite rivolte che, anche in suo nome, percorsero tutta la storia dell’ottocento. Barricate, manifestazioni oceaniche, in nome di un proletariato, rappresentativo di diverse condizioni di miseria e di oppressione e di comuni esigenze di giustizia e di fratellanza, regolarmente oppresse nel sangue. E con ferocia sempre maggiore. Poi vennero le “unioni”: gli organismi di mutuo soccorso, le cooperative, le leghe, i sindacati, i fasci e le fratellanze; e in ultimo, ma solo in ultimo, il partito. Con il compito di sostenere il processo di emancipazione del mondo del lavoro contro gli attacchi di cui era quotidianamente oggetto e magari, nei passaggi importanti, di indirizzarlo (o, come disse Turati a un amico di mio padre, nel 1924, di “difendere i lavoratori anche quando sbagliano”); con una legittimazione che non veniva dall’alto essendo, semmai, sottoposta a una costante verifica dal basso.

Poi venne la guerra. Un suicidio collettivo delle classi dirigenti. E, come sua nemesi, l’incombere della rivoluzione. E questa venne, là dove il sistema era più debole e screditato, quella di febbraio; quella delle grandi folle che, con le donne alla loro testa, sfilavano, a mani nude, per le vie di Pietrogrado, chiedendo pane e giustizia, fino a indurre i cosacchi a fraternizzare con loro; quella dei consigli e di ogni possibile forma di protagonismo popolare; quella dei mille sogni di mille profeti disarmati ma tutti sotto il segno della fraternità: la pace, il pane e il governo dei soviet alla fine del percorso. Una rivoluzione di cui è stato cancellato persino il ricordo; perché confiscata e uccisa da un regime che, fin dal suo nascere spaccò la sinistra, soppresse i soviet e massacrò i marinai di Kronstadt; aprendo una guerra, contro il nemico capitalista, ma anche contro le altre forze di sinistra, che avrebbe bloccato qualsiasi possibilità di cammino comune per gli anni a venire.

Al suo centro il partito e lo stato guida: l’intellettuale collettivo a illuminare le masse; il partito dei rivoluzionari di professione a preparare l’Evento; l’interprete autorizzato della storia ad anticiparne il futuro.

Un modello e un progetto che affascinò stuoli di intellettuali e a cui dedicarono la loro vita centinaia di migliaia di straordinari militanti. Ma che mancò il suo obbiettivo principale; quella rivoluzione in occidente; diventando anzi maestro nello spiegare perché non andava fatta.

Poi venne la caduta del muro e l’autodissoluzione pacifica del socialismo reale. E con essa non solo la resa ma anche l’abiura; o almeno quella che all’osservatore esterno appariva tale. Mentre, agli occhi dei suoi autori era l’ennesima manifestazione della capacità di interpretare il corso della storia: l’America, l’Europa, il mercato avevano vinto; e allora, alé, tutti in sella a galoppare al loro fianco.

Poi, la scena diventò improvvisamente vuota. Nessun socialismo, nessun comunismo, nessun proletariato, niente più masse da emancipare o da dirigere. Tutto sarebbe andato avanti, da allora in poi, nella giusta direzione: al capitale di guidare il percorso, agli epigoni del socialismo e del comunismo, di soccorrere, ma senza esagerare, chi fosse, probabilmente per sua colpa, rimasto indietro.

Poi, i primi segnale d’allarme e di protesta. Relativamente forti ma non fino al punto di essere ascoltati. Dopo tutto il sistema aveva prontamente trovato i giusti rimedi; mentre la protesta era, chissà mai perché, guidata da “populisti”; il che portava a squalificarla in partenza.

Poi, alla fine, la catastrofe del coronavirus. Il cui effetto, inevitabile, sarà quello di far crescere in modo esponenziale il livello delle disuguaglianze e, soprattutto, il numero dei “perdenti”, certamente più di metà della popolazione della terra. Ciò ci riporta, sia pure in un contesto affatto diverso, agli inizi della nostra storia. A un nuovo proletariato, oscillante tra la ribellione e la rassegnazione e alla ricerca affannosa di risorse, strutture, solidarietà collettive, suscettibili di difenderlo.

Un terreno su cui non c’è nessuno spazio per il “partito”. E tanto meno per il “partito guida”. Il partito, se ci sarà, verrà alla fine. E dovrà tornare a essere, esattamente come il socialismo della seconda internazionale, al servizio del riscatto della sua gente.

E quindi, ancora una volta, esattamente come avvenne nell’ottocento, il movimento verrà prima del partito. E sta nascendo e crescerà, ne sono convinto, in mille forme: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università e nelle comunità scientifiche e intellettuali, nelle città e in tanti “luoghi di assembramento pubblico”; non foss’altro come reazione all’imbarbarimento che avanza e ai pericoli che ci minacciano. E che tutti sono in grado di toccare con mano, ogni giorno che passa. “Ricostruire solidarietà collettive”, questo l’obbiettivo unificante di oggi; simile, in tutto e per tutto, a quello che accompagnò la nascita delle civiltà socialista. E che segnerà la sua capacità di risorgere; a dispetto di tutto e di tutti e anche di noi stessi…

maggio 4, 2020

Morire per la libertà: l’estrema protesta contro il regime di un gruppo di musicisti in Turchia

in Contro-informazione  4 Maggio 2020

La straziante lettera di Ibrahim Gökçek, 318 giorni di sciopero della fame contro la persecuzione politica da parte del regime di Erdogan. Nel 2919, insieme ad altri componenti della band Group Yorum, ha iniziato lo sciopero in seguito al quale sono morti l’attivista e cantante turca Helin Bölek e Mustafa Kocak, ambedue di 28 anni. Ormai stremato, Ibrahim Gökçek ha trovato la forza di scrivere ancora una lettera al giornale Humanité, che l’ha pubblicata domenica scorsa e di cui riproponiamo un estratto.

“Dalla mia camera da letto, in una delle baraccopoli di Istanbul, guardo fuori dalla finestra il giardino. Uscendo, potevo vedere il Bosforo un po’ più lontano. Ma ora sono a letto e peso solo 40 chili. Le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. Al momento, posso solo immaginare il Bosforo.

Mi chiamo Ibrahim Gökçek, per 15 anni ho suonato il basso nel Grup Yorum. Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. 23 album venduti in totale per oltre 2 milioni di copie. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. In questo paese, tutto ciò che vivevano coloro che combattevano per i loro diritti, gli oppositori, coloro che sognavano un paese libero e democratico e anche noi che cantavamo le loro canzoni, vivevamo le stesse cose: eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti erano proibiti, la polizia ha invaso il nostro centro culturale e fracassato i nostri strumenti. E per la prima volta con l’AKP al governo della Turchia, siamo stati inseriti nella lista dei “ricercati terroristi”.
Nonostante la qualifica che mi è stata data, non mi sento assolutamente un terrorista. Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo elenco è perché nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”.

Nel febbraio 2019 sono stato arrestato e nel maggio 2019 abbiamo iniziato lo sciopero della fame per fare revocare il divieto dei nostri concerti, fermare le aggressioni al nostro centro culturale, per fare rilasciare tutti i membri incarcerati del nostro gruppo e cancellare i processi avviati contro di loro e perché venissero cancellati i nostri nomi dall’elenco dei terroristi. Successivamente, con Helin Bölek, abbiamo trasformato la nostra azione in uno sciopero della fame illimitato: non avremmo rinunciato a questo sciopero fino a quando le nostre richieste non fossero state accettate. Al prezzo, se necessario, della nostra stessa morte.

Helin Bölek è morta il 3 aprile, al 288° giorno di sciopero della fame illimitato. Quanto a me, che da qualche tempo vivo dentro un letto, non so come finirà il mio viaggio. La battaglia che si sta impegnando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?
Quel che so con maggior forza in questa lotta, è che, fino alla soddisfazione delle nostre rivendicazioni, mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte.”

maggio 4, 2020

Maledetto Pannella!

Di Gaetano Colantuono

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Sono contrarissimo a ogni rivalutazione postuma di Pannella.

su Pannella e in generale sul partito radicale nutro da sempre fortissime riserve (non lo voterei mai): è un partito di opinione, con esplicita connotazione antimarxista (perché contrari alla lotta fra classi) e con tendenze personalistiche: loro sono espressione di una borghesia contraria a vincoli comunitari e diritti sociali conquistati negli anni Sessanta-Settanta, infatti negli ultimi decenni Pannella e Bonino hanno sostenuto le guerre imperialistiche yankee, hanno promosso un referendum contro l’articolo 18 (fallito nonostante il sostegno di Confindustria), hanno approvato le politiche di austerità dell’UE. Basterebbero questi dati per disprezzarli e considerarli avversari politici e sociali per sempre. Che poi su singoli temi ci siano consonanze (cfr. NO al referendum per il taglio dei parlamentari), vale il monito di Fortini: lasciamo loro credere che la stessa posizione abbia lo stesso significato per noi e per loro.

Mai con loro. Vi è infatti incompatibilità fra quel partito ultraliberista, pro-Nato e filo-austerità e noi socialisti.

PS: era De Martino il leader da seguire a metà anni Settanta con la sua politica tesa a una alternativa delle sinistre. Punto e basta. Coloro che vi si opposero (dentro e fuori il suo partito) siano maledetti.

https://www.risorgimentosocialista.it/…/pannella-ed-mondo-…/