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dicembre 15, 2021

l 20 GIUGNO 1976: INIZIAVA IL DECLINO DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI

I

di Franco Astengo

Quarantacinque anni fa, 20 giugno 1976, le elezioni politiche anticipate, seguenti il “terremoto” (l’Unità: “l’Italia è cambiata davvero”) verificatosi con i risultati delle amministrative svoltesi 12 mesi prima, registrava il massimo consolidamento del sistema imperniato sui grandi partiti di massa.

Quel sistema che aveva egemonizzato la scena politica italiana dal dopoguerra in avanti.

Verifichiamo alcune cifre.

In quel 20 giugno 1976:

Gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all’estero).

I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalla elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).

I voti ritenuti validi assommarono a : 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.

I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.

Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all’interno del partito con l’avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all’82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.

Un risultato che poteva davvero far pensare all’egemonia incontrastata di quella che Pietro Scoppola avrebbe poi definito “La Repubblica dei Partiti”.

Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.

Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975 ,grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza.

Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un’ondata “lunga” di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell’autunno caldo del 1969, il progredire dell’estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale, la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell’Algeria.

Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista.

Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l’avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all’1,5%.

Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della “zona grigia” presente nell’intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della “prima linea” militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito “movimento del ’77”).

La DC aveva invece attraversato l’inizio degli anni’70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da “legge e ordine” dopo l’attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l’esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull’Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell’occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli “turatevi il naso e votate DC”, la “maggioranza silenziosa” di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).

Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di “terza fase” in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d’avvicinamento verso il PCI.

Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d’ordine anticomuniste.

Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di “bipartitismo imperfetto” coniata da Giorgio Galli: una DC di centro – destra e un PCI egemone a sinistra, con “l’imperfetto” a significare l’impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d’alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell’arco costituzionale espressione diretta della linea del “compromesso storico” elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell’impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all’interno del PSI anche se non completamente e contestata all’interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto.

Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista.

Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall’astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).

Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.

Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa .

La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.

La “politica” aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall’esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post – rapimento Moro, con l’esito del referendum dell’11 giugno 1978 su”legge Reale” e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell’elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).

Alle elezioni anticipate del 1979 l’afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti.

L’esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa .

Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all’esplosione definitiva avvenuta all’inizio del anni’90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.

Un declino, in quel momento, non avvertito a livello sistemico.

I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una “logica della governabilità” e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.

Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni ’60 – ’70.

Ci si avviava così alla drammatica “festa” degli anni’80: quelli dei cancelli della Fiat e della “Milano da bere”.

gennaio 19, 2021

DISSOCIAZIONE E “MEDIO-EGO”

di Luca Massimo Climati

Voglio ringraziare il rapper Ballarin per questa stupenda sintesi riassuntiva che è il “MEDIO-EGO e descriverò in poche righe lo stato di globale DISSOCIAZIONE.Vedo che aldilà degli “interessati soliti”, sia allo spolpamento del “Recovery” alla faccia dell’interesse generale che alla colonizzazione atlantica del nostro Paese, prevalga una diffusa CONFUSIONE-DISSOCIAZIONE LOGICA. Essa caratterizza soprattutto i sedicenti intellettuali, spesso blasonati, dal giornale unico padronale, quello che intervista Renzi h24, e si materializza in evidenti contraddizioni logiche.Basterebbe produrre un esempio sul come affrontare il COVID19,ovvero la PESTE ODIERNA.I “critici dissociati” dell’operato governativo, incuranti del fatto che in quasi tutti i paesi del mondo, tranne 5 o 6 ( Cina, Vietnam ,Coree, Cuba, Nuova Zelanda) la Peste sia passata in 2-3 ondate devastanti, (con esiti peggiori in rapporto alla età della popolazione e dei sistemi sanitari), sostengono tesi platealmente contraddittorie.Essi gridano allo scandalo per il fatto che il governo italianonon abbia applicato chiusure più nette ed abbia differenziato per aree regionali i provvedimenti.Non si considera minimamente il problema dei vari equilibri da rispettare ma soprattutto la rete da una parte di interessi economici che si contrappone strumentalmente a qualsiasi provvedimento severo e quindi efficace. Ma ci sta anche il problema della Scuola, dei giovani che non ce la fanno a vivere in uno stato d’assedio che dura da quasi un anno ed abbisogna probabilmente di un altro trimestre di somma attenzione. Ma soprattutto la disperazione di milioni di lavoratori allo stremo e non garantiti o parzialmente garantitiNon si può accontentare tutti, materializzare medici ed infermieri dopo quattro decine di anni di smantellamento del sistema sanitario Pubblico e di validi ed organizzati presidi locali che avrebbero ancor meglio prevenuto i problemi posti dal covid.Il governo in democrazia ,dove le regioni fanno come gli pare o addirittura creano impaccio alle decisioni centrali, almeno non goda di una autorevolezza plebiscitaria o una maturità compatta che solo popolazioni estremo-orientali posseggono per profonda cultura, diventa OVUNQUE COMPLICATO E DA SVOLGERE CON DIPLOMAZIA, PAZIENZA E SAGGEZZA: NON SI POSSONO ACCONTENTARE TUTTI.Invece i media bombardano spesso notizie infondate, allarmi o stati d’ansia 24 ore al giorno, remando contro il governo per chiari interessi economico-strategici diparte: la parte dei loro padroni .Ma su tutto, prevale una CONFUSIONE-DISSOCIAZIONE, spesso egoica e primitiva: si ha paura della Peste, ma si vorrebbe guadagnare uguale, si desidera ogni libertà, ma poi si pretenderebbe uno Stato pronto ed efficiente a far fronte a tutto.Lo stato confusionale e dissociato raggiunge vette inenarrabili nel caso di chi, da pulviscolari fazioni estremiste a sinistra o sovranisti immaginari ( sono la stessa cartata di roba) auspica la caduta del governo noncurante del fatto che i settori della popolazione più precari verrebbero ancor meglio danneggiati, nel nome del profitto e degli interessi particolari.Conclusione: in questa grande DISSOCAZIONE , spesso dei ceti pseudo-colti, è ora che il BUON-SENSO SILENZIOSO di una gran parte della Popolazione si faccia sentire. Ora o mai più…o nel caso alle prossime possibili elezioni.

aprile 30, 2012

30 Aprile, la Liberazione del Vietnam.

oggi ricorre il 33esimo anniversario della liberazione del Vietnam! La fine di una delle guerre più immotivate e sanguinose della storia.

Da una parte il Vietnam del Nord, comunista, che vuole riunire in un’unica nazione i “due Vietnam” (Nord e Sud). Dalla sua parte Cina, Russia e Corea del Nord molto interessati ad allargare la presenza comunista nell’area strategica indocinese.

Dall’altra il Vietnam del Sud, con un governo-fantoccio filo occidentale, filo statunitense. Appoggiato dagli USA (e in parte molto minore da Australia, Nuova Zelanda, Thailandia, Corea del Sud e Filippine), spaventati dall’idea di una vittoria comunista, si avvarrà della forza di fuoco statunitense (che sgancerà un volume di ordigni e bombe, superiore persino a quello di tutta la seconda guerra mondiale). Gli USA manderanno al macello intere generazioni di giovani e giovanissimi che dalle aule scolastiche si troveranno catapultati nella folta giungla vietnamita. Molti di loro (circa 58.000) non torneranno mai più; il resto sarà orribilmente mutilato nel fisico e nella mente.

Molti di loro perderanno la testa e diverranno autori di atroci stragi nei confronti della popolazione civile. Uno di questi, il Massacro di My Lai (16/03/1968), passerà alla storia come il più orribile di tutti i tempi: un intero villaggio sterminato (donne e bambini soprattutto) da un plotone che aveva perso la testa.

gennaio 24, 2012

Commissione Ue e Fao per agricoltura ‘intelligente’.

Fao e Commissione Ue hanno unito le forze per aiutare Malawi, Vietnam e Zambia ad adottare un approccio ”intelligente” nel campo dell’agricoltura, di fronte al fenomeno dei cambiamenti climatici. Il progetto, che vale 5,3 milioni di euro, cerca di cambiare i sistemi di produzione, per dare un contributo nella lotta contro la fame e la poverta’, rendere questi paesi piu’ capaci di reagire all’impatto dei cambiamenti climatici, ridurre le emissioni e aumentare il potenziale di cattura e stoccaggio del carbonio dell’agricoltura.

gennaio 8, 2012

Troppi insetticidi nelle risaie, il Vietnam corre ai ripari.

fulgoridi riso

L’International Rice Research Institute ha riunito i principali leader asiatici nella produzione di riso il 16 dicembre scorso ad Hanoi in Vietnam, nell’ambito della conferenza Threats of insecticide misuse in rice ecosystems. Exploring options for mitigation. Oggetto dell’incontro i danni per milioni di dollari provocati dall’abuso di insetticidi nelle piantagioni di riso.

I coltivatori di riso utilizzano troppi insetticidi per contrastare i Fulgoridi, parassiti che rappresentano il flagello più grande per le piantagioni. Questi insetti succhiano infatti linfa dalle piante di riso, facendole seccare e morire. Inoltre trasmettono tre malattie virali alla pianta.

Il problema è che sono mancati in questi anni dei piani di prevenzione e gestione dell’epidemia sostenibili. Ci si limita, per evitare che il raccolto venga compromesso, a distruggerli abusando degli insetticidi.

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ottobre 10, 2010

Afghanistan: Di Pietro, e’ nostro Vietnam, quattro militari uccisi film gia’ visto.

”Quattro militari italiani sono stati uccisi stamattina in Afghanistan, vittime di un’imboscata a Farah. Quattro ragazzi che torneranno in Italia all’interno di una cassa mortuaria e saranno salutati, per l’ultima volta, con i funerali di Stato. Un film gia’ visto”. E’ quanto scrive il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, sul suo blog www.antoniodipietro.it.

”Di loro -continua Di Pietro- non si parlera’ piu’ nel giro di una settimana. Restera’ il dolore delle famiglie, le foto attaccate ai muri. Sono gia’ 34 i nostri soldati uccisi in questa guerra senza senso. Illogica. Il nostro Vietnam, questo e’ oggi l’Afghanistan. A nome mio e dell’Italia dei Valori esprimo profondo cordoglio alle famiglie delle vittime. Siamo sempre stati vicini a tutti quei soldati impegnati in missione e che quotidianamente mettono a repentaglio la propria incolumita’. E lo siamo ancora. Oggi e’ il giorno del lutto, e dovremmo stare in silenzio, ma sono stati troppi i silenzi su questa guerra. Credo sia giunto il momento che il governo si assuma le proprie responsabilita’ e richiami immediatamente il nostro contingente”.

”L’Italia dei valori in Parlamento ha chiesto il ritiro dei nostri militari. La missione -prosegue il leader Idv- che avrebbe dovuto essere di pace ha cambiato i suoi connotati, trasformandosi in missione di guerra. Non ha piu’ senso ne’ logica rimanere in Afghanistan in queste condizioni. Ma poi, chi stiamo difendendo? Qual e’ il reale scenario politico di quel Paese? Che ci facciamo ancora in un posto dove i nostri soldati sono esposti al rischio della morte un giorno si’ e l’altro pure? E fino a quando dobbiamo restarci? Dal governo continuano a dirci che dobbiamo rimanere in Afghanistan perche’ bisogna rispettare gli impegni presi. Quali impegni? Quelli di continuare a prelevare dalle casse dello stato circa 500 milioni di euro all’anno? O quelli di lasciare piu’ vittime italiane possibili sul territorio afghano?”, conclude Di Pietro.