Posts tagged ‘TRUMP’

maggio 9, 2020

QUALE MONDO DOPO TRUMP?

 

Possibile che il presidente americano riesca a superare la crisi di rigetto determinata dal “virus di Wuhan”. O, più esattamente, dalla sua pretesa di addossare alla Cina, per colpa o, detto tra le righe, per dolo, la responsabilità per lo scoppio e la diffusione della pandemia. Così da essere sconfitto nell’appuntamento di novembre (a meno di rinviarlo o di affrontarlo con regole tali da scoraggiare l’afflusso degli elettori democratici).

Oggi, la sua…

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maggio 6, 2020

LA NUOVA LINEA DI CONFINDUSTRIA

di Alberto Benzoni

In altri tempi, il terremoto ai vertici della stampa italiana, in coincidenza non casuale con l’elezione di Bonomi al vertice di Confindustria avrebbe suscitato un’ondata di commenti e di proteste, in particolare da parte della categoria. Questa volta solo un vagito di contestazione. Al minimo sindacale. E subito spento.

Questione di sensibilità al problema. Ai tempi della prima repubblica, questa era molto alta. E si accentuò con l’avvento di Berlusconi. Dopo è andata via via scemando. Per il progressivo disinteresse ai problemi delle regole e a quello che accadeva nel mondo dei media. E, corrispondentemente, con il “chiamarsi fuori” di quelle èlites democratico-liberali titolari della causa e progressivamente indebolite e in tutt’altre faccende affaccendate.

Tutto ciò premesso, la vicenda ha certamente a che fare con gli equilibri interni al settore. Ma non è questo il suo aspetto più importante. Perché quello che si manifesta in queste settimane è un nuovo protagonismo del potere economico nel nostro paese. E, insieme, la ricerca di un suo più equilibrato posizionamento e rispetto alla politica italiana e al suo governo e in relazione alle possibili evoluzioni dello scontro in atto a livello mondiale.

Sinora la Confindustria, e gli organi di stampa che ne riflettevano i diversi umori, si erano mossi in ordine sparso. In una cacofonia di richieste e di proteste; alla ricerca confusa di sempre nuovi e magari opposti referenti politici; e comunque con toni variamente ostili al governo, anche in vista di crisi destinate potenzialmente a esplodere in ogni momento.

Oggi, il quadro è diventato più chiaro. E su diversi fronti. I sondaggi d’opinione rafforzano lo schieramento di governo a danno di quello di opposizione, punendo, all’interno dei due schieramenti, quelli che giocano in modo più spericolato e irresponsabile su ipotesi di rottura. Per altro verso, non sembrano esistere, anche per la tenuta del M5S, combinazioni ministeriali suscettibili di ottenere la maggioranza in Parlamento e soprattutto padri della patria disposti ad assumerne la guida.

Per altro verso, viviamo un periodo in cui tutti ci amano, che dico, si precipitano per aiutarci. Dalla Cina, miliardi di mascherine e di messaggi di simpatia. Dalla Russia, materiale sanitario, accompagnato da militari per impedire che venga trafugato. In arrivo e con parole di ringraziamento per i nostri aiuti passati, gli albanesi. Medici da Cuba. La von der Leyen che si scusa. L’Oms che ci pone ad esempio. La Bce che acquista con avidità i nostri titoli di stato. Altri centinaia di miliardi in arrivo dalla Ue. I soldi del Mes, con l’unica condizione di essere effettivamente spesi. E, siccome a Trump piace sempre Giuseppi, una bella commessa per l’acquisto di fregate lanciamissili: una subito e le altre a scalare.

Allo stesso modo, il nostro governo si dichiara amico di tutti; con particolare riferimento all’America ma senza escludere nessuno.

Il senso di queste convergenze amorose non sfugge affatto né alla nuova Confindustria né di riflesso alla grande stampa italiana. Come non sfugge affatto che il progetto salviniano – un populismo di destra, ostile all’Europa e perfettamente in linea con l’avventurismo di Trump – è non solo pericoloso ma sta anche andando in confusione.

E allora, sotto la guida del nuovo presidente Bonomi, la Confindustria, “farà da sé”. Niente rapporti promiscui e senza avvenire con questo e con quello ma un fronte compatto (in rappresentanza, anche, degli interessi delle piccole e medie imprese) nei confronti dell’esecutivo. E in un confronto in cui non si tratta di rivendicare questo o quel provvedimento; perché è in gioco, qui e oggi, il ruolo delle imprese private nel futuro assetto del paese.

Il primo e fondamentale rischio è che lo stato interpreti in modo estensivo il suo ruolo nel salvataggio delle imprese: o nel senso di una loro nazionalizzazione o più in generale come premessa di un rilancio di “politiche industriali”. Ora, Confindustria farà, d’intesa con i sindacati, tutto ciò che le compete per favorire l’uscita del paese dalla crisi; ma in piena indipendenza e senza accettare intromissioni “stataliste”. Su questo ha già avuto, da subito ampie assicurazione da Gualtieri: se lo stato entra nel capitale delle imprese è per salvarle dal fallimento o dalle brame predatorie dello straniero; non per nazionalizzarle o senza alcuna pretesa di “governante”. Sani principi; che poi questi possano essere rispettati nel caso di Alitalia o di Taranto (e annessi) è tutto da vedere.

Insomma, è bene che lo stato ritorni al suo posto. Anzi, che si faccia un po’ più da parte. Oggi bisogna correre; e per correre bisogna essere liberi di farlo: e, allora, via il codice degli appalti, via i controlli antimafia, via la malfamata “burocrazia”. Siamo al “meno stato più mercato”; anche se, di questi tempi, lo slogan non suscita più i consensi di una volta.

C’è poi la tentazione redistributiva. Insomma le varie ipotesi di mettere i soldi in tasca alla gente perché ne ha bisogno; magari perché ha perso il lavoro e non ha speranze di trovarne un altro. Anche su questo l’altolà del padronato è chiaro. I soldi sono pochi; e allora è meglio darli, nell’interesse generale del paese, a coloro che vogliono lavorare e soprattutto che il lavoro sono in grado di darlo. Aggiungendo, a buon bisogno, che chi pensa, anche per un attimo, a tassare patrimoni o rendite deve essere “silenziato”.

Alla fine, un velato avvertimento. Vada pure il “dopo nulla sarà più come prima”. Ma, mi raccomando, senza crederci troppo. E soprattutto, senza pensare, che in questo dopo, il ruolo e il peso dell’iniziativa privata possa essere ridimensionato. Questo è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità anzi a svolgere un ruolo “nazionale”nell’individuare le vie della ripresa; a patto però che questo ruolo vada riconosciuto, valorizzato e soprattutto premiato.

Abbiamo fin qui parlato dell’ideologo del nuovo corso e cioè di Bonomi. Dimenticandoci del controllore dei suoi diffusori; e cioè di Agnelli. Nella sua veste di cittadino del mondo: il fisco in Olanda, le auto negli Stati uniti. E, non a caso, attraverso La Stampa, di capofila dell’atlantismo, anzi del partito americano.

Non ce ne siamo affatto dimenticati. Ma prendiamo atto che lo schieramento atlantico e occidentale nel nostro paese non coincide più o coincide sempre di meno con il “partito americano” che, attualmente è quello di Trump. E per il semplice motivo che i suoi interessi e i suoi ideali non possono essere garantiti – nell’attuale scontro tra America e Cina – né dalla vittoria di una delle due parti né dall’inacerbirsi, sino a livelli incompatibili con la permanenza di qualsivoglia ordine mondiale; ma piuttosto dalla ricerca di un modus vivendi, con le sue regole del gioco, analogo a quello costruito ai tempi della guerra fredda.

Un’opinione, in questo, condivisibile da qualsiasi persona ragionevole.

aprile 17, 2020

Negli Usa durante il coronavirus le vendite di marijuana hanno superato tutti i record

Durante la quarantena gli americani stanno consumando più erba che mai, tanto da aver portato le vendite di cannabis legale al nuovo record assoluto nel marzo 2020. E’ quanto rivela il quotidiano economico Bloomberg, secondo il quale durante il mese scorso le vendite di marijuana hanno toccato aumenti da capogiro, fino al 64% su base settimanale.

Dati confermati anche da un sondaggio che ha rivelato come il numero degli statunitensi che abbiano dichiarato di aver consumato almeno una volta marijuana nel corso del mese di marzo si sia attestato al 12,8%, anche questo un record rispetto al precedente del 12,5%.

I primi dati ufficiali che arrivano dagli stati confermano la tendenza: durante l’emergenza del coronavirus gli americani si stanno rivolgendo alla cannabis per riempire le giornate casalinghe e probabilmente per cercare di superare le ansie date da una situazione lavorativa che desta preoccupazione.

In Oregon durante il mese di marzo si è venduta cannabis per 84,5 milioni di dollari, addirittura il 38% in più rispetto ai 61,2 milioni fatturati dal settore nello stesso periodo del 2019. Curioso notare come anche le vendite di alcolici siano notevolmente cresciute, seppur a livello inferiore rispetto all’erba, registrano un + 17% su base mensile.

Passando dalla costa al profondo midwest americano i dati non cambiano e confermano la validità dell’analisi prodotta da Bloomberg. In Illinois la legalizzazione è entrata in vigore solamente dal primo gennaio scorso, e quindi i dati non sono consolidati. Nello stato è in vigore una norma secondo la quale i cittadini possono uscire di casa solo per motivi di salute, di lavoro, o per acquistare una lista ristretta di beni essenziali, tra i quali è stata inserita anche la cannabis. A marzo 2020 le vendite hanno raggiunto i 38 milioni di dollari, superando i 35 milioni raggiunti a febbraio.

 

aprile 16, 2020

Coronavirus: per gli USA è calamità in tutti gli Stati. La situazione

di Violetta Silvestri

Coronavirus: per gli USA è calamità in tutti gli Stati. La situazione

La situazione è grave e di assoluta emergenza. Con la dichiarazione dello stato di calamità nel Wyoming, la potenza statunitense si trova in una situazione inedita, mai successa nella sua storia: tutto il territorio è dichiarato in calamità.

Il Senato ha approvato un piano di interventi economici fondamentale per la nazione.

Nel mirino delle critiche resta il presidente Trump, che ha appena deciso di sospendere i finanziamenti all’OMS, incolpando l’organizzazione per i ritardi su informazioni e interventi contro la pandemia.

La Casa Bianca, però, è stata accusata nuovamente di sottovalutazione del coronavirus e Trump ha mostrato molto nervosismo anche contro i governatoriminacciando “poteri assoluti” che, in realtà, la Costituzione non gli concede.

Intanto, il presidente degli Stati Uniti continua a ripetere che presto si potrà riaprire. Secondo la sua analisi, infatti, il picco è stato raggiunto e alcuni territori potrebbero allentare le misure già entro maggio.

Molti dubbi, però, restano da sciogliere, soprattutto quelli legati alla gestione sanitaria e dei tamponi.

Il coronavirus ha destabilizzato gli USA, non solo da un punto di vista economico e sanitario, ma anche sociale. La popolazione, infatti, ha reagito con [paure incontrollate, aumentando gli acquisti di armi.>/coronavirus-usa-armano-contro-epidemia-con-pistole].

aprile 12, 2020

Coronavirus: che mondo ci aspetta?

di Alberto Benzoni

Che tipo di mondo, che tipo di società avremo, quando il coronavirus (scusate la battuta; nei momenti difficili e dolorosi il cazzeggio può servire) “avrà esaurito la sua spinta propulsiva”? Una nuova, e terribile, era dei torbidi, come quella che seguì la prima guerra mondiale? Oppure un nuovo e più avanzato ordine mondiale; quello costruito e durato per decenni all’indomani della seconda?

Proviamo un po’ tutti a rifletterci sopra. Un esercizio che consiglio anche a chi, come me, è un anziano a rischio e quindi confinato in casa e con tutto il tempo possibile a sua disposizione.

Cominciamo a dire che non ci sarà nessun ritorno al vecchio ordine. Il famoso “ordoliberismo” è morto. E non risorgerà. Hanno cominciato a ucciderlo la crisi economica, quella dei migranti, Trump e il relativo grande disordine internazionale, l’ossessione securitaria unita alla tentazione militarista. Lo colpirà definitivamente, e al cuore, la pandemia. Mentre le classi dirigenti preposte alla sua difesa, leggi essenzialmente quelle europee, stanno annaspando in una specie di terra di nessuno incapaci sia di difendere il vecchio che di vedere il nuovo.

Chi abbiamo, a questo punto, al suo capezzale? Medici riuniti a consulto? Direi proprio di no. Piuttosto, come nei romanzi dell’ottocento, eredi che si guardano in cagnesco, ognun contro l’altro armati.

Politicamente parlando tra di loro non c’è partita. Almeno qui e ora. A dominare la scena la destra populista; quella che ha costruito tutte le sue fortune sulla filosofia della quarantena e sulla costruzione del nemico esterno. E che oggi constata (per non dire auspica…) che il coronavirus giochi definitivamente a favore della sua visione del mondo: non foss’altro perché ha colpito, divina sorpresa, tre paesi considerati, per diversi motivi, pericolosi per sé e per gli altri, come Cina, Iran e Italia.

Sul campo per ora, c’è solo lei. Almeno in Europa. Classi dirigenti impotenti e in stato confusionale. Una sinistra socialista che non ha ancora finito di vergognarsi di esserlo.

All’interno delle nostre società la partita è, invece, tutta aperta. E ci può portare nelle più diverse direzioni. Varianti dell’era dei torbidi che seguì la prima guerra mondiale, come abbiamo ricordato all’inizio; oppure, in riferimento agli esiti della seconda, nuove e più avanzate forme di organizzazione della vita collettiva, e a ogni livello.

A favore della prima ipotesi il fatto che il flagello, così come accadde nel 1914, ci abbia colto completamente di sorpresa, ponendoci di fronte a problemi che pensavamo di aver risolto una volta per tutte. E, forse ancora di più, il fatto che la cultura dominante – individualismo, privatismo, competizione, conflitti a somma zero, totale asservimento ( caso tipico di servitù volontaria…) al pensiero unico, pigrizia intellettuale – ci rende del tutto incapaci di gestire la crisi.

Però, la nostra situazione non è quella del 1914. E, se è per questo, nemmeno a quella del 1945. Le classi dirigenti della cosiddetta “belle èpoque” non riuscivano neanche a concepire un mondo in cui il capitalismo potesse, anzi dovesse venire a patti con la democrazia e in cui le classi subalterne potessero essere protagoniste della vita politica e non più chiuse nell’alternativa perdente tra subalternità e rivolta. Così come non erano nemmeno sfiorate dall’idea che lo stato e il pubblico diventassero centrali per lo sviluppo dell’economia e della società.

Per altro verso, per i partigiani sulle nostre montagne come per la classe dirigente rooseveltiana (i protagonisti estremi di una lunga gamma di figure), il futuro faceva già parte del presente; insomma delle ragioni e delle speranze in nome delle quali la guerra al fascismo era stata combattuta e vinta. Al punto di aprire la strada alla costruzione di quel mondo che appena trent’anni prima non si riusciva nemmeno a immaginare.

Noi viviamo una situazione intermedia. Perché quel mondo fa parte del passato; di più di un passato che, con una sorta di criminale stupidità, abbiamo pensato di cancellare e senza pagare dazio. In un processo distruttivo che sembrava non avere mai fine: portando gli autoproclamati vincitori della storia in una sorta di cieco autocompiacimento; e confinando gli sconfitti in un ghetto di disfattismo paralizzante.

Ma, con l’arrivo del cavaliere dell’Apocalisse, questo passato torna d’attualità; e non per merito di qualcuno ma per forza propria. E con esso, un futuro diverso dall’attuale: il pubblico, il ruolo dello stato e la sua autorità, la solidarietà, la società, la spesa pubblica e le sue priorità, la cooperazione tra i popoli e le nazioni, il dialogo, l’immagine di un comune destino.

Tutti squarci di luce. A identificare una via d’uscita. E una prospettiva di reazione individuale e collettiva, politica e civile alla barbarie che rischia di travolgerci.

La partita è aperta. In tutti i sensi. E in una corsa drammatica tra diffusione del morbo (accompagnata dalla distruzione della società) e la capacità di quest’ultima di combatterlo e di rinnovarsi.

Per vincerla occorrerà reinventare tutto: schieramenti, alleanze, politiche, idee forza strumenti. E non sarà affatto facile.

Ma questa è l’unica partita che meriti di essere condotta. Tutto il resto è noia.

marzo 28, 2020

CORONAVIRUS, STATISTICHE.

di Alberto Benzoni

Churchill diceva che ci sono tre tipi di bugie: le bugie pure e semplici, le bugie “efferate” e le statistiche; aggiungendo che, torturando a sufficienza i numeri, ognuno poteva ottenere il responso che desiderava.
Considerazioni più che pertinenti per quanto riguarda i numeri che compaiono, giorno dopo giorno, forniti dai governi, per tutti i paesi del mondo; viziati, tra l’altro, da metodi di rilevazione del tutto diversi. Ma che dobbiamo però tenere per buoni: perché è sulla base di questi numeri che i governi scelgono le loro strategie di contenimento e i cittadini le accettano; e, ancora, e soprattutto, perché contestarli avrebbe il solo effetto di alimentare un clima di isterismo, di sfiducia e di complottismo, pronto ad esplodere in ogni momento, travolgendo tutto e tutti.
Fatta questa doverosa premessa, gli ultimi dati forniti dai nostri giornali ci danno un quadro nuovo e per molti aspetti preoccupante.
Scompaiono dalla corsa o la rallentano i tre Grandi colpevoli di inizio anno: Cina, Iran e Italia; i paesi d’Europa occidentale seguono a una/due settimane di distanza il percorso e i numeri italiani; gli Stati uniti si apprestano a raggiungere il primo posto e a mantenerlo nel futuro prevedibile; e, infine e anche soprattutto, la pandemia è entrata, con effetti potenzialmente esplosivi, nell’Asia meridionale, in Africa e in America latina.
Ciò avrà una serie di conseguenze. Prendiamole in esame nel modo più sintetico possibile. Prima in riferimento al quadro generale; poi in relazione a specifiche aree e in particolare all’Europa e all’Italia.
Al primo posto, la presa d’atto che la crisi è destinata a durare e che avrà effetti talmente distruttivi da rendere assolutamente impossibile il ritorno al mondo di prima (anche se molti, come avremo modo di vedere, sognano il contrario: a dimostrazione non della loro malvagità ma della loro stupidità).
Non più settimane, ma mesi e forse anno. Insomma, fino a quando non disporremo dell’unico possibile strumento di contenimento, il vaccino. E, allora, ecco il “durante” che, nella mentalità delle persone e nelle politiche dei governi prende il posto del “dopo”, sino a condizionarlo in modo decisivo; ma che può portarci nelle direzioni più opposte.
In questo “durante” c’è il collasso del sistema economico: offerta, domanda, reti. E, ancora, la centralità di istituzioni e di condizioni che prima del diluvio erano considerate superate o abominevoli: gli stati sovrani e il Debito (ce lo ha spiegato, meglio di chiunque altro, Mario Draghi). Il che si accompagna alla assenza o, comunque all’estrema debolezza delle istituzioni internazionali e dei meccanismi di solidarietà.
In questo “durante” c’è, di conseguenza, la fine del vecchio ordine: che si tratti di ordoliberismo o di austerità.
In questo “durante” si consoliderà la pratica e la mentalità della quarantena: magari ridotta all’interno dei singoli paesi ma sempre valida per quanto riguarda il mondo esterno.
In questo “durante” sono in gioco beni necessari: credibilità dei governi e fiducia dei cittadini nei loro confronti, coesione sociale, rapporti tra stato e cittadini. Basta un nulla – lo capite vero? – perché lo strato sottile si spezzi: fake news, esplosioni di panico, caccia all’untore di turno, lotta di tutti contro tutti; per tacere di quelle “unità nazionali”, giustamente invocate ma sempre meno praticate.
In questo “durante” c’è, infine e, probabilmente soprattutto, l’esplodere di un dato che tutti, chissà perché, erano interessati a occultare: il coronavirus come acceleratore delle disuguaglianze. Colpito il mondo della produzione; ma non quello della speculazione e della finanza. Colpiti i percettori di salari e stipendi ma non i titolari di patrimoni e i percettori di rendite (se n’è accorto, in Italia quel tardo bolscevico di Onida che ha proposto una patrimoniale). Colpiti i più deboli e i più esposti: i vecchi negli ospizi, quelli fuori da ogni sistema sanitario (perché troppo costoso o inesistente), i lavoratori, i giovani che per mesi non potranno avere accesso all’istruzione. E ,da oggi in poi, gli abitanti delle megalopoli/bidonville di quello che una volta si chiamava terzo mondo.
Ma veniamo, ora, al alcune vicende specifiche, o, almeno a quelle più significative..

USA, USA/CINA, USA/MONDO

Secondo l’OMS gli Stati uniti sono diventati – e presumibilmente rimarranno – l”epicentro mondiale della crisi del coronavirus”. Il tutto in un contesto in cui l’attuale amministrazione è, diciamo così, in scadenza. E vive in un clima di scontro a somma zero. E in cui non si fanno prigionieri.
Ciò la porta a estremizzare al massimo le sue posizioni e la sua precedente linea di condotta. Vediamo come, dove e perché.
Tempo fa, ne discutevamo con gli amici di Alganews, il segretario al commercio Usa Ross si fregava le mani per l’epidemia, allora tutta cinese; e sperava che durasse il tempo necessario per garantire agli Stati uniti nuove quote di mercato. Ma forse non sapeva che è proprio delle epidemie di diffondersi fino a colpire drammaticamente gli stessi Stati uniti; e proprio quando la Cina, chiusa l’epidemia, si sta riprendendo, produce e vende e si pavoneggia distribuendo a destra e manca medici, “expertise” e apparecchiature sanitarie.
Una sfida intollerabile. Cui Trump risponde lungo due linee; la prima oggettivamente spregevole ma forse pagante. La seconda, obbligata ma rischiosissima.
Nel primo caso, si gioca sulla ricerca ossessiva del nemico. C’è il virus che è “killer” Pnon in sé e per sé ma perché si manifesta in Cina; ci sono coloro che lo diffondono da fuori, cinesi, migranti o europei che siano, che lo diffondono; e, guarda caso, in fondo alla lista, coloro (democratici, membri della comunità scientifica, istituzioni locali) che denunciano la gravità della pandemia e la necessità di misure straordinarie per combatterla; mentre dovrebbe essere ovvio a tutti che il virus, mortale, nelle intenzioni di chi l’ha fatto nascere, diventa una comune febbriciattola una volta approdato in territorio americano. Al punto di pensare di chiudere l’emergenza in un paio di settimane.
Però, c’è del metodo in questa follia. E sta nella necessità di chiudere il mandato con un bilancio positivo sul terreno economico: più occupati, più soldi per tutti, borse che volano e così via. Per questo occorre sacrificare la vita delle persone al successo dell’economia; un’opzione (che è poi in definitiva quella del gregge) presente in tutta la sfera anglosassone e nel suo avamposto europeo, l’Olanda. Ma anche una scommessa che sarà sottoposta al vaglio del popolo americano: da ora in poi, sino alle presidenziali di novembre.

BIDEN

La sua è oramai una marcia trionfale. Al punto di spingere Sanders a rallentare la sua campagna (e non solo per colpa del coronavirus). Circolano voci di un suo ritiro; si moltiplicano le aperture, personali ma anche programmatiche, di Biden nei suoi confronti. L’esatto contrario di quanto avvenne quattro anni fa.
E, qui forse, la politica politicante non c’entra. E nemmeno la tradizionale distinzione tra moderati e radicali. C’entra la sensazione sempre più diffusa che quello tra Biden e Trump e Biden sia uno scontro di civiltà; e che elezioni del 3 novembre siano una specie di giudizio di Dio, decisivo per le sorti del paese e del mondo.

UE

Le ultime riunioni degli organismi europei sono segnate da profonde fratture. E, a differenza del passato, non suscettibili di occultamento, magari grazie alla vaghezza dei comunicati conclusivi. Chiarissimi i nomi e cognomi dei due partiti in contrasto: da una parte i paesi latini e mediterranei, con l’aggiunta della Slovenia. Dall’altra il blocco anseatico (dall’Olanda ai baltici), e quello di Visegrad con l’aggiunta dell’Austria; ma, a differenza delle altre volte, con la Germania non più giudice inflessibile ma non ancora mediatore neutrale.
A definire la materia del contendere lo scontro tra esigenze di fatto e obiezioni di principio. Scontro già definitivamente risolto, con la vittoria dei primi, a livello di politiche economiche e di bilancio dei singoli stati. Qui, in linea di fatto il cosiddetto “sistema di Maastricht” era già completamente franato. Via libera alla spesa pubblica e in tutti i maggiori paesi; e in dimensioni così gigantesche da ritenere provocatoria e del tutto impraticabile qualsiasi pretesa di ritorno alle regole e alle discipline dell’altro giorno. E via anche alle nazionalizzazioni e alle politiche industriali meglio se presentate con gli opportuni mascheramenti semantici. E via libera in nome di “circostanze eccezionali” che giustificavano la sua “sospensione”. Una sospensione che, come tutti sanno, è, in questo caso, per sempre.
La discussione rimane invece accesa, e con toni espliciti e violenti (vedi lettera di Conte) sul Mes e sui corona bond. Anche qui la logica delle cose e forse anche i rapporti di forza sono a favore dei fautori del cambiamento. Perché è non solo ridicolo ma anche provocatorio che chi chiede di accedere al fondo salva stati debba essere sottoposto a condizioni che richiamano il trattamento subito dalla Grecia e che tutti sanno essere del tutto insostenibili. In realtà l’opposizione si basa, qui come altrove, su questioni di principio dai sottintesi razziali (nordici onesti e latini imbroglioni per natura); e basterebbe, per soddisfarla, che il principio delle condizioni sia mantenuto magari come semplice foglia di fico. Una trincea destinata a franare; anche perché il suo principale sostenitore, la Germania, sta anch’essa franando.
Sugli eurobond, invece, almeno per ora, niente da fare. Perché qui si chiede ai paladini della virtù di unire le proprie sorti e di sostenere con i propri soldi con i praticanti del vizio; e questo è troppo.
Se ne riparlerà tra pochi giorni. In un contesto in cui i sostenitori del cambiamento non sembrano disposti al compromesso (la loro linea del Piave è fondo salva stati senza condizioni e introduzione, in tempi certi anche se in modo graduale, degli coravirus bond). E il probabile mancato accordo avrà come conseguenza lontana, l’instaurazione del principio del voto di maggioranza nelle istituzioni europee e la rinuncia di queste istituzioni a svolgere un ruolo attivo nella soluzione della crisi. Un colpo all’Europa di ieri; ma anche a quella di domani.

MIRACOLI E MIRACOLATI: ITALIA

L’Italia, anzi lo stato italiano, è, indubbiamente, uno dei più grandi miracolati di questo specifico momento storico. Le sue istituzioni, dallo stato al pubblico, fino a oggi oggetto del pubblico ludibrio fino ad essere demolite pezzo a pezzo, riacquistano un ruolo centrale, oggetto dell’attenzione e dell’aspettativa di tutti e con poteri, sulle cose e sulle persone, impensabili anche nei sogni più folli. Tutti i tabù che lo paralizzavano sono improvvisamente caduti. E lo status di libertà vigilata che lo segnava a dito in Europa è stato cancellato.
Questo miracolo va rispettato e apprezzato. Da laici perché riparatore di un’ingiustizia storica e ritorno di antichi valori. Dai cristiani, laici o meno, perché ogni miracolo contiene in sé un vincolo e una prmessa cui tenere fede.
Ma, allo stesso tempo, questo miracolo non abbiamo fatto nulla per meritarlo; né disponiamo ancora delle risorse necessarie per metterlo a frutto. Mentre saremo, anzi siamo sottoposti alle pressioni più diverse: regione contro regione, piccole contro grandi imprese, sindacati contro Confindustria; e, più in generale sostenitori delle pratiche del passato ampiamente dotati di truppe e anticipatori del futuro ancora del tutto disarmati. Scelte da compiere tra opzioni diverse se non opposte tra loro.
Un caso da manuale. Lo seguiremo insieme.

JOHNSON/TRUMP/BOLSONARO

Tre personaggi che hanno affrontato impavidamente il coronavirus. E il prezzo che questo poteva comportare per altri. Il primo con il “perderete i vostri cari”; il secondo con la “febbriciattola destinata a scomparire”; il terzo con il più marziale “chi si chiude in casa è un codardo”.
Per ora nessun segnale da Lassù: tre tamponi, uno positivo ma senza conseguenze.
Nemmeno una febbriciattola, magari per qualche collaboratore? Non chiediamo di più. E attendiamo fiduciosi.

SONDAGGI IN ITALIA

Tutti i sondaggi danno Salvini tra il 30 e il 25% e in calo; il Pd a tre/quattro punti di distanza e in crescita; alti valori per Conte; stazionario il M5S, la Meloni in ascesa e Renzi irrimediabilmente irrilevante. E’ vero che le elezioni sono ormai fuori dai nostri schermi; ma prima o poi si dovranno tenere. E allora sarebbe il caso di cominciare a riflettere su questi dati.

marzo 10, 2020

IL CORONAVIRUS, UNA PROVA DECISIVA

 

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Che tipo di mondo, che tipo di società avremo, quando il coronavirus (scusate la battuta; nei momenti difficili e dolorosi il cazzeggio può servire) “avrà esaurito la sua spinta propulsiva”? Una nuova, e terribile, era dei torbidi, come quella che seguì la prima guerra mondiale? Oppure un nuovo e più avanzato ordine mondiale; quello costruito e durato per decenni all’indomani della seconda?

Proviamo un po’ tutti a rifletterci sopra. Un esercizio che consiglio anche a chi, come me, è un anziano a rischio e quindi confinato in casa e con tutto il tempo possibile a sua disposizione.

Cominciamo a dire che non ci sarà nessun ritorno al vecchio ordine. Il famoso “ordoliberismo” è morto. E non risorgerà. Hanno cominciato a ucciderlo la crisi economica, quella dei migranti, Trump e il relativo grande disordine internazionale, l’ossessione sicuritaria unita alla tentazione militarista. Lo colpirà definitivamente, e al cuore, la pandemia. Mentre le classi dirigenti preposte alla sua difesa, leggi essenzialmente quelle europee, stanno annaspando in una specie di terra di nessuno incapaci sia di difendere il vecchio che di vedere il nuovo.

Chi abbiamo, a questo punto, al suo capezzale? Medici riuniti a consulto? Direi proprio di no. Piuttosto, come nei romanzi dell’ottocento, eredi che si guardano in cagnesco, ognun contro l’altro armati.

Politicamente parlando tra di loro non c’è partita. Almeno qui e ora. A dominare la scena la destra populista; quella che ha costruito tutte le sue fortune sulla filosofia della quarantena e sulla costruzione del nemico esterno. E che oggi constata (per non dire auspica…) che il coronavirus giochi definitivamente a favore della sua visione del mondo: non foss’altro perché ha colpito, divina sorpresa, tre paesi considerati, per diversi motivi, pericolosi per sé e per gli altri: Cina, Iran e Italia.

Sul campo per ora, c’è solo lei. Almeno in Europa. Classi dirigenti impotenti e in stato confusionale. Una sinistra socialista che non ha ancora finito di vergognarsi di esserlo.

All’interno delle nostre società la partita è, invece, tutta aperta. E ci può portare nelle più diverse direzioni. Varianti dell’era dei torbidi che seguì la prima guerra mondiale, come abbiamo ricordato all’inizio; oppure, in riferimento agli esiti della seconda, nuove e più avanzate forme di organizzazione della vita collettiva, e a ogni livello.

A favore della prima ipotesi il fatto che il flagello, così come accadde nel 1914, ci abbia colto completamente di sorpresa, ponendoci di fronte a problemi che pensavamo di aver risolto una volta per tutte. E, forse ancora di più, il fatto che la cultura dominante – individualismo, privatismo, competizione, conflitti a somma zero, totale asservimento ( caso tipico di servitù volontaria…) al pensiero unico, pigrizia intellettuale – ci rende del tutto incapaci di gestire la crisi.

Però, la nostra situazione non è quella del 1914. E, se è per questo, nemmeno a quella del 1945. Le classi dirigenti della cosiddetta “belle èpoque” non riuscivano neanche a concepire un mondo in cui il capitalismo potesse, anzi dovesse venire a patti con la democrazia e in cui le classi subalterne potessero essere protagoniste della vita politica e non più chiuse nell’alternativa perdente tra subalternità e rivolta. Così come non erano nemmeno sfiorate dall’idea che lo stato e il pubblico diventassero centrali per lo sviluppo dell’economia e della società.

Per altro verso, per i partigiani sulle nostre montagne come per la classe dirigente rooseveltiana (i protagonisti estremi di una lunga gamma di figure), il futuro faceva già parte del presente; insomma delle ragioni e delle speranze in nome delle quali la guerra al fascismo era stata combattuta e vinta. Al punto di aprire la strada alla costruzione di quel mondo che appena trent’anni prima non si riusciva nemmeno a immaginare.

Noi viviamo una situazione intermedia. Perché quel mondo fa parte del passato; di più di un passato che, con una sorta di criminale stupidità, abbiamo pensato di cancellare e senza pagare dazio. In un processo distruttivo che sembrava non avere mai fine: portando gli autoproclamati vincitori della storia in una sorta di cieco autocompiacimento; e confinando gli sconfitti in un ghetto di disfattismo paralizzante.

Ma, con l’arrivo del cavaliere dell’Apocalisse, questo passato torna d’attualità; e non per merito di qualcuno ma per forza propria. E con esso, un futuro diverso dall’attuale: il pubblico, il ruolo dello stato e la sua autorità, la solidarietà, la società, la spesa pubblica e le sue priorità, la cooperazione tra i popoli e le nazioni, il dialogo, l’immagine di un comune destino.

Tutti squarci di luce. A identificare una via d’uscita. E una prospettiva di reazione individuale e collettiva, politica e civile alla barbarie che rischia di travolgerci.

La partita è aperta. In tutti i sensi. E in una corsa drammatica tra diffusione del morbo (accompagnata dalla distruzione della società) e la capacità di quest’ultima di combatterlo e di rinnovarsi.

Per vincerla occorrerà reinventare tutto: schieramenti, alleanze, politiche, idee forza strumenti. E non sarà affatto facile.

Ma questa è l’unica partita che meriti di essere condotta. Tutto il resto è noia.

ALBERTO BENZONI