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agosto 24, 2020

Una buona notizia?

di Beppe Sarno

La Commissione Europea ha approvato un pacchetto da 81 miliardi per il Programma Sure. Di questi 81 miliardi se il Consiglio Europeo dovesse dare il via libera, come sembra, 27,4 miliardi andranno all’Italia.

Si tratta di un prestito di cui beneficerà l’Italia, con tassi circa 8 volte inferiori a quelli dei mercati.

Da questo punto di vista è una buona notizia. Ma quando arriveranno? Non si sa!

Doveva essere operativo a giugno scorso, ma siamo già a settembre e ci sono una serie di regole da rispettare perché i prestiti concessi saranno sostenuti dal bilancio UE e quindi garantiti da tutti gli stati membri in proporzione della loro quota PIL nell’unione, quindi non si prevedono tempi  brevissimi.

I finanziamenti del Sure hanno lo scopo di finanziare regimi di riduzione dell’orario lavorativo per i lavoratori dipendenti o misure analoghe per i lavoratori autonomi. Aiutare i lavoratori dovrebbe essere l’obbiettivo prioritario da raggiungere con questo prestito.

Le regole stabilite dalla Commissione Europea non sono né negoziabili né modificabili, non avendo avuto il parlamento Europeo nessuna voce, a riprova, laddove ce ne fosse bisogno, della mancanza di strumenti democratici  della UE.

La Commissione quindi negozierà con i singoli stati le condizioni da rispettare per ottenere i fondi. Condizioni che ovviamente oggi non si conoscono e potrebbero essere anche gravi e pesanti. Ma tant’è!

Quando questi soldi arriveranno dall’UE all’Italia, il governo Conte dovrà dire come intende utilizzarli. Occorre, però,  sottolineare che data la finalità per cui vengono erogati è essenziale che la nostra classe politica dia una specifica concretezza e soprattutto una funzionale organicità al sostegno ai lavoratori ed alle imprese mediante un nuovo modello di sviluppo in modo da  trovare un coordinamento interventi di politiche mirate a breve e  non breve termine sulla base di un progetto di reindustrializzazione dell’Italia. Deve emergere da parte di chi oggi governa l’Italia la necessità di riabilitare l’importanza e la priorità del dominio collettivo e del senso della collettività tutta, mortificata da decenni di austerità ancora prima del coronavirus. Insomma questi soldi non dovranno andare ai soliti noti non dovranno essere merce di scambio fra governo e Confindustria. Bisogna far riemergere da parte del governo la consapevolezza che l’economia pubblica (a cominciare da una pianificazione degli investimenti anche sotto il profilo territoriale con particolare riguardo alle aree più depresse economicamente) deve assumere una funzione dinamica portante di tutto il complesso economico nazionale. Deve emergere il riconoscimento che sullo Stato deve ricadere la funzione e la responsabilità dei piani per la mobilitazione delle essenziali risorse economiche e lavorative. La finanza internazionale non ha il diritto e non dovrà averlo più di dettare le regole del gioco.

Abbiamo assistito, in questa prima fase dell’emergenza coronavirus  ad interventi  senza un piano di intervento organico dello stato volto ad assicurar la ripresa economica del paese. Ci accorgiamo ora dopo venti anni di economia regolata dal mercato delle deficienze della trascuratezza della sottovalutazione della funzione economica dell’intervento dello Stato che possa permettere una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato, nell’interesse del bene comune a  tutela del lavoro e dei lavoratori, delle piccole e medie industrie castigate da una politica che cancellato  l’attività produttiva nazionale a favore di un polo industriale sovranazionale. Questi soldi che arriveranno dovranno essere funzionali allo scopo per cui verranno erogati creando strumenti per evitare manovre speculative, funzionalizzazione ad esclusivo uso e consumo dell’industri privata. Un nuovo modello di sviluppo presuppone che la stretta connessione che esiste fra politica ed economia, fra principi ideali e interessi concreti trovi un punto di equilibrio per evitare che ancora una volta l’Italia subisca le conseguenze di scelte altrui laddove queste scelte competono alla collettività nazionale sulla base di un’approfondita analisi della situazione e degli obbiettivi che deve prefiggersi il nostro paese.

aprile 3, 2020

Cassa integrazione europea: ecco a chi spetta e come funziona

 Teresa Maddonni

Cassa integrazione europea: ecco a chi spetta e come funziona

Una cassa integrazione che varrebbe 100 miliardi e andrebbe ad aiutare i Paesi membri tra i quali i più colpiti da COVID-19 come l’Italia. Anticipato dal Financial Times già nella giornata di mercoledì, si è continuato a parlate della cassa integrazione europea dopo l’annuncio della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e poi, dopo il colloquio con la stessa, del presidente del Consiglio Conte anche sulla sua pagina Facebook ufficiale.

Intanto il documento proposto dalla Commissione deve ancora ricevere l’ok dell’Eurogruppo che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei paesi membri. Vediamo quindi cos’è SUREa chi spetta la cassa integrazione europea e come funziona.

Cassa integrazione europea: a chi spetta e come funziona

Vediamo la cassa integrazione europea a chi spetta e come funziona dopo le prime affermazioni giunte da Ursula von der Leyen già nella giornata di mercoledì. La cassa integrazione europea, che sembra essere stata accettata dai paesi membri, spetterà alle imprese più colpite nei Paesi in difficoltà per il coronavirus.

SURE, la cassa integrazione europea, sarebbe finanziata fino a un massimo di 100 miliardi presi dalla Commissione sui mercati azionari emettendo titoli.

Ogni Paese membro dell’Unione, compresa l’Italia, dovrà dare garanzie per un totale di 25 miliardi. Il contributo di ciascuno Stato sarà proporzionato al Pil. Ogni Paese che abbia bisogno di accedere alla cassa integrazione europea potrà prendere in prestito la cifra di cui ha bisogno senza interessi.

La cifra servirà ad aiutare le aziende maggiormente in difficoltà usando la cassa integrazione europea per pagare gli stipendi dei lavoratori, cosa che avviene già con le misure messe in campo dal governo con il decreto Cura Italia.

Al termine dell’emergenza, essendo un prestito, i Paesi che ne avranno beneficiato dovranno restituire la cifra. Le garanzie potranno poi essere ritirate. Secondo le prime informazioni che giungono in merito dei fondi della cassa integrazione europea il 60%, quindi fino a un massimo che non potrà superare i 60 miliardi, andrà ai Paesi più in difficoltà come Spagna e Italia.

SURE permetterebbe a un Paese come il nostro, martoriato da questa emergenza, di avere subito liquidità e poterla restituire senza interessi. Allo stesso tempo per qualcuno resta qualche dubbio come la possibilità di alcuni Paesi di ritirare le proprie garanzie.

La proposta della cassa integrazione europea dovrà essere discussa nella riunione dell’Eurogruppo il prossimo 7 aprile.