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marzo 31, 2020

A che cosa (non) è servita Sinistra Italiana

di Gaetano Colantuono,

Risorgimento Socialista Puglia

A che cosa (non) è servita sinistra italiana

Quando, nel biennio 2016-2017, il lungo processo costituente della sinistra socialista che avrebbe portato a Risorgimento socialista (RS) era ancora ai suoi primi (e complicati) passi, il gruppo più cospicuo – appena fuoruscito da un partito satellite del PD e partecipe della maggioranza in sostegno dei governi Monti e Renzi – fu invitato a partecipare alla costruzione di un nuovo e composito raggruppamento, sinistra italiana (SI), che nasceva sostanzialmente per la convergenza di ciò che restava di SEL (dopo il fallimento, anche in Puglia, del progetto di egemonia di Vendola sul mondo dei movimenti e della sinistra comunista) e di vari parlamentari, fra cui soprattutto Stefano Fassina, appena usciti anch’essi dal PD ormai divenuto Partito di Renzi, in opposizione alle sue politiche marcatamente neoliberiste.

Dopo vari mesi di dibattito interno il grosso dei compagni aderenti a RS fecero la scelta di non confluire in SI ma di mantenere una propria autonomia organizzativa e politica. La posizione coraggiosa, vista la relativa fragilità del gruppo promotore di RS, fu così motivata dal coordinatore nazionale, Franco Bartolomei: « [C’è] il rischio di una nuova piccola Sel, indebolita e subalterna.
Purtroppo da questo congresso fondativo di Rimini di Sinistra Italiana, oltre ad una genericità estrema di proposta politica, esce come suo logico corollario anche una leadership assolutamente inadeguata ai compiti ambiziosi che il nuovo partito dichiara di voler svolgere. In particolare assume la massima direzione di quel partito un esponente che è espressione stretta del gruppo dirigente che ha condiviso appieno le responsabilità del fallimento della leadership politica rappresentata da Vendola
. Il candidato naturale e logico che avrebbe dovuto guidare la nuova formazione avrebbe dovuto essere naturalmente il compagno Fassina […]. Il nuovo partito rischia quindi seriamente di mantenere i suoi consensi elettorali attorno ad una soglia di consensi elettorali assolutamente insufficiente a consentirgli di divenire il fulcro di quel processo aggregativo a sinistra, di cui tutti sentiamo la necessità, e una inevitabile logica di sopravvivenza, difficilmente aggirabile alla luce della situazione scaturita da Rimini, porterà con molta probabilità alla riproposizione di cartelli elettorali confusi e deboli, quando invece un autentico processo costituente per la ricostruzione di una sinistra alternativa avrebbe necessitato di tutt’altro spessore politico e culturale. Il rischio concreto che emerge da Rimini è che il nuovo partito a causa della sua debolezza rischia di rimanere impigliato da subito in una sostanziale subalternità politica alla nuova formazione che i fuoriusciti dal PD andranno a costruire nell’ottica di una ricostruzione di un nuovo ulivo allargato in grado di ricostruire un quadro di rinnovata stabilità di governo dopo la crisi del progetto egemonico renziano [, quindi] assolutamente non in grado di ridare forza e rappresentanza al grande campo politico , culturale e sociale, di quella nuova sinistra di alternativa di modello sociale ed economico e di difesa costituzionale, che cresce sempre più nel profondo della coscienza del paese reale».

In effetti, molte delle ipotesi paventate nella nota si sono rivelate corrette. SI è sopravvissuta all’ombra di una irrisolta ambiguità, fra “partito degli eletti” (a livello locale e parlamentare) e una parte della base degli iscritti: la prima in generale pervicacemente (e comprensibilmente) legata all’idea di centrosinistra più o meno largo o di ulivismo fuori tempo massimo, se non satellitare rispetto al PD, cui doveva l’elezione e le nomine; la seconda impegnata in lotte locali e generali encomiabili e radicali, portate avanti da generosi attivisti provenienti da varie esperienze, fra cui quadri della Cgil.

Tale ambiguità ha portato a un’inesorabile diminuzione delle iscrizioni, delusioni e conflitti interni, mentre una continua emorragia di eletti raggiungeva il PD o altre formazioni moderate (fino al recente movimento renziano), capaci di meglio assicurare rielezioni e migliori posizioni. Neppure l’esperienza di Liberi e Uguali ha avuto sorte migliore: se ha superato la soglia del 3% alle elezioni di marzo 2018 (a differenza del tentativo generoso ma fragile di Potere al Popolo, di cui RS era stato uno dei promotori), è finito poco dopo, sopravvivendo solo a livello parlamentare. Il che dimostrava che solo di un contenitore elettorale si trattava.

Le “macerie vendoliane”

Merita solo un cenno la genesi di SEL, fondato su quattro microscissioni, fra cui quella che ha provocato la sostanziale paralisi di Rifondazione, che fino ad allora (2006) aveva avuto, nel bene e nel male, un ruolo di opposizione politica, e sul leaderismo mal celato delle “fabbriche di Vendola”, su cui affondò ben presto il bisturi sociologico di Onofrio Romano (La Fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, 2011) e la sua strutturale configurazione ondivaga, ad esempio post-marxista sul piano culturale, in analogia con l’evoluzione del quotidiano “il manifesto” che di quell’area (la sinistra del centrosinistra) è organo. Dal mio osservatorio pugliese  ho maturato l’idea che, al di là delle evidenti difficoltà in cui Vendola si è trovato a gestire il potere regionale per dieci anni, è proprio sui fallimenti sui tre temi centrali (lavoro, ambiente, sanità) su cui aveva mobilitato numerose energie e sul lascito pressoché dannoso sul piano etico-politico che vada impostato un giudizio sostanzialmente negativo: le cosiddette “macerie vendoliane”. 

Le quali colpiscono non solo quanti a quella esperienza di governo si rifanno (i residui gruppi dirigenti pugliesi di SI) ma impietosamente anche su quanti si affannano a costruire una sinistra per l’alternativa. Ricordo il caso di un volantinaggio nel mercato settimanale ad Altamura, città principale del collegio in cui ero candidato alla Camera; mentre ero da solo, nell’indifferenza generale verso i volantini che spiegavano le nostre proposte politiche radicalmente favorevoli alle classi popolari, mi si avvicina una signora di mezza età e mi dice senza particolare astio: Ma cosa avete fatto quando avevate il potere?”. “Noi, chi?”, le risposi. 

Coerentemente su queste premesse, i 5 stelle vinsero largamente il collegio.

Il socialismo rimosso: a che è servito e serve il gruppo dirigente di sinistra italiana (per il PD)

Vi è un ulteriore motivo che giustificasse la cautela di RS verso il gruppo dirigente di SI. Infatti, metodologicamente le assenze, i lapsus, i rimossi sono indicativi molto più delle cose esplicitate.

Agli inizi del 2020, mentre SI fa parte della maggioranza del secondo governo Conte, si è tenuto un congresso per il rilancio di SI, che ancora una volta si è risolto in un “evento”, una sommatoria di personalità dotate di una certa notorietà a livello nazionale, fra cui la pur apprezzabile Elly Schlein (dichiaratamente interessata ad un nuovo centrosinistra e ad una collocazione liberale).

Tuttavia è una lettura del  documento preparatorio ad assumere carattere sintomatico. Quel documento è in sintesi una proposta di gestione progressista della situazione data, con alcuni spunti o proposte anche interessanti (il che dimostra l’intervento di competenze significative, che sarebbe un grave peccato si disperdessero).

A una lettura critica si noterà che esso menziona 22 volte la parola “sinistra” variamente aggettivata, quasi 2 menzioni per pagina. MAI la parola SOCIALISMO, SOCIALISTA.

Una lacuna che non è casuale ma che parla di una consapevole rimozione: non solo terminologica, si badi, ma di valori, tradizioni e prospettive. Il tutto accade (o meglio: è assente), mentre si manifesta un scivolamento a destra, frutto di una trasformazione antropologica indotta da dosi sempre più massicce di neoliberismo e fenomeni correlati: lo conferma il radicamento meridionale e nelle isole della lega, capace di imbarcare il peggio della vecchia destra e delle consorterie locali immortalate dal genio comico di Albanese.

Di tutto, di più pur di non parlare di socialismo. Ciò va detto senza polemica personale ma con chiarezza verso chi continua a pensare a alleanze tattiche con ceto dirigente di tal fatta. Si è detto più volte che i “post-comunisti ulivisti” (la destra del fu PCI) non possono diventare socialisti per due motivi: mantengono il loro ostracismo antisocialista e approdano subito a posizioni liberaldemocratiche, che spesso diventano propriamente liberiste pur temperate. 

Sempre nella bozza di documento per il congresso c’è scritto: “portare i sindacati nei consigli di amministrazione delle grandi imprese“. Ossia concertazione al quadrato. Inutile aggiungere che il modello di cogestione ha mostrato i suoi limiti in Germania, figuriamoci in Italia. Si snaturerebbe il ruolo dei sindacati che devono fare vertenze, conflitto, non litigare per chi deve partecipare – remunerato e coccolato (cfr. scandali Volkswagen) – ai tavoli del padronato. I luoghi di mediazione e (eventuale) controllo o contropotere sono altri. È inoltre significativo che nelle 25 pagine non si ricorda mai che gran parte delle conquiste sociali ora da difendere o aggiornare siano avvenute negli anni Sessanta-Settanta (e che molti dei dirigenti di SI hanno sostenuto governi o amministrazioni locali che quelle conquiste hanno contribuito a sopprimere).

Terza via, ulivismo, coalizione rossoverde, centrosinistra… tutto fuorché parlare di socialismo, ricostruire un partito socialista di sinistra, presentare una alternativa di società e economia. Anzi impedire tutto questo. In questa cornice va letto, lo ripeto, in Italia il recente tentativo di rilancio di SI.

Al netto delle narrazioni e delle personalità, si sta semplicemente riproponendo il solito schema del centrosinistra imperniato sul PD, con una appendice che si propone di “spostarne a sinistra l’asse”. Come se ciò che è tondo può diventare quadrato. Le recenti regionali in Emilia-Romagna sono state l’apripista di un nuovo bipolarismo, a condizioni peggiorate rispetto al precedente, per via dell’autoaffossamento dei 5stelle. Il problema è il circolo vizioso. Si vota il pd o alleati per non far vincere la destra, il pd fa politiche che rafforzano la destra che quindi rischia di vincere. Allora si vota il pd per non far vincere la destra etc. I contenuti di questa alleanza progressista restano sistematicamente sullo sfondo, buoni solo per qualche evocazione suggestiva. Perché, in definitiva, SI è e resta un equivoco politico.

Non stupisce che quasi nessuno dei dirigenti di Risorgimento socialista provenga da quella esperienza (SEL-SI) o che l’abbia abbandonata prima delle elezioni del 2018.

Il ruolo dei socialisti di sinistra: dalla maledizione di Sisifo al viaggio di Telemaco

Non è questa la sede per chiarire se tale rimozione del socialismo sia il lascito di un consapevole antisocialismo (pur non dichiarato) e quanto durerà ancora questa “conventio ad excludendum” che riguarda il socialismo in Italia.

È piuttosto tempo di lavorare altrove e per altri obiettivi. Dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici. A noi la sfida di un partito o fronte socialista di sinistra, se ne saremo in grado.

In assenza di un partito socialista di sinistra (ossia radicalmente antiliberista) in Italia, siamo costretti a esultare per i gruppi socialisti di altri paesi (che siano latinoamericani, nordeuropei o finanche negli USA con la seconda campagna di Bernie Sanders), siamo costretti a formulare solo auspici generosi, riflessioni talvolta molto acute, progetti che trovano il loro limite nell’assenza di quel partito, di una massa critica sufficiente per essere attivi nel mondo del lavoro e della cultura, mentre monta da tempo un’ondata reazionaria che si esprime nel razzismo, nella repressione delle residue lotte dei lavoratori, nei continui tentativi di manomissione della Costituzione (tentativi bipartisan, si ricordi sempre), nella depressione economica di vaste aree del Meridione.

Da qui per me un forte senso di impotenza, frustrazione e autentica voglia di dismettere un impegno che sa di fatica di Sisifo (o di maledizione di Cassandra), quando piuttosto il mito generativo è quello positivo di Telemaco: siamo alla ricerca di un senso che vada oltre noi stessi. Uscire dal labirinto in cui siamo stati sospinti e guardare la realtà e provarla a modificarne i rapporti di forza che ci vedono da tempo non tanto soccombenti quanto imbelli. Promuovere una migliore formazione di compagni-e in vista della costituzione di un gruppo che sappia essere capace di farsi classe dirigente potenziale. Potenziale: nel senso che non è scontato che ci riusciremo né che ci sarà data l’opportunità storica di essere messi alla prova.
In questi quattro anni e mezzo di lavoro intenso dentro il principale (non unico né forse migliore) tentativo in controtendenza – il partito Risorgimento socialista – ho più volte ribadito che non sarà una ricostruzione facile né breve, sarà piuttosto una lunga marcia: si tratta di ricostruire una comunità di dirigenti a livello nazionale e locale, una koinè (lingua comune), un metodo di stare in un partito organizzato, dove si prova a costruire insieme (il NOI scomparso) un qualcosa di più grande della semplice somma di persone o reti relazionali.

È sulle lunghe e articolate tesi congressuali che chiediamo l’adesione, la cui cifra comune è la scelta di contestare l’attuale sistema neoliberista da sinistra e sulla base dei principi costituzionali.

La nostra, allora, si configura come operazione si direbbe di pulizia delle macerie anche linguistiche. Il problema resta il nodo dell’organizzazione, radicamento, ritorno nelle istituzioni. Per fortuna sono nel frattempo sorti alcuni gruppi, talvolta ridotti talaltra anche in contrapposizione fra loro, che invece – pur avendo provenienze differenti – hanno riscoperto in parallelo tre temi: la difesa e l’attuazione della Costituzione; l’opposizione al neoliberismo e al sistema Maastricht; la riscoperta di una prospettiva neosocialista. È con loro che dovrà avvenire la costituzione di una terza forza politica, dichiaratamente socialista: percorso lungo ma necessario.

Nel frattempo, un nostro compito è riassunto dalle parole di Max Horkheimer:
«La teoria critica, che è una teoria pessimistica, ha sempre seguito una regola fondamentale: attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio».

marzo 13, 2014

Craxi, Berlinguer e la sinistra.

Sono passati 30 anni dalla prematura scomparsa di Enrico Berlinguer e 14 dalla altrettanto prematura scomparsa di Craxi. Io quest’anno commemorerò il tentennale della scomparsa di Riccardo Lombardi ed il 90 anniversario dell’assassinio di Matteotti. Ma non mi unirò alla commemorazione di Berlinguer. Non lo farò fino a quando i dirigenti postcomunisti non diranno le cose che hanno detto  BFabrizioarca e Nichi Vendola. Vale a dire che la storia del Psi dal 1976 in poi non può essere ridotta a “romanzo criminale” ma che anzi ha contenuto la ultima e profonda elaborazione culturale ed ideologica fatta dalla sinistra italiana. Poi vanno fatte le critiche che vanno fatte a Craxi, legittimamente , ma non buttando insieme bambino ed acqua sporca. E le critiche sono critiche politiche e concernono la gestione del partito (come ben hanno messo in rilievo Rino Formica e Giorgio Ruffolo) che poi ha prodotto una condizione per la quale il PSI si trovò disarmato quando montò quella ondata antipolitica che ha poi prodotto il disastro della II Repubblica . E che fu abilmente guidata da poteri forti interni ed internazionali. Beninteso anche con Berlnguer occorre far attenzione a non buttare insieme acqua sporca e bambino. In lui vi sono aspetti positivi ma anche regressioni e ricadute verso forme di settarismo ed integralismo che non hanno giovato alla sinistra , e si sono esposte a strumentalizzazioni postume (ma qui Berlinguer non c’entra) da parte di personaggi che poi. la storia ha dimostrato essere un pulpito inaffidabile per fare lezioni di morale ad altri. Insomma il manicheismo da II Repubblica per cui Craxi era un gangster e Berlinguer una sorta di Padre Pio non esiste. Del resto credo che lo stesso Berlinguer si rivolta nella tomba nell’essere strumentalizzato da un Travaglio, ad esempio. Naturalmente, pur se non parteciperò alle celebrazioni, personalmente resta in me un profondo senso di ammirazione per una figura che comunque merita rispetto e deferenza, pur nel dissenso su temi importanti. Vedete la critica al pensiero di Berlinguer non fu fatta solo da Craxi. Lombardi, Mancini e Giolitti erano altrettanto critici. Anzi quest’ultimo fu più profondo di Craxi nel criticare il concetto di III Via che si fondava su basi molto fragili e dava adito a elementi di ambiguità seri. Sul piano ideologico , dal mio punto di vista, ebbe certamente ragione il gruppo dirigente socialista del congresso di Torino del 1978 (Craxi, Giolitti, Lombardi, Signorile) rispetto a Berlinguer sul tema dell’Eurosocialismo e della critica radicale al socialismo reale. Pur evidenziando la necessità di andare oltre le esperienze socialdemocratiche tradizionali (Lombardi soprattutto) questo oltrepassamento era tutto all’interno della cultura del socialismo democratico e della contestazione delle stesse radici ideologiche del comunismo del 900 (e non solo della sua prassi) poichè anche in quelle radici si celava il presupposto della evoluzione totalitaria del comunismo reale. Insomma per Berlinguer l’URSS era un paese socialista “con tratti illiberali”. ERa un passo in avanti rispetto a Togliatti (che però appartiene ad altra epoca) ma restava in mezzo al guado. I socialisti ritenevano invece che l’URSS non era un paese socialista, perchè non è possibile un socialismo senza democrazia (lo diceva già Kautsky nel 1919 – non è poi una cosa nuova) e quindi un socialismo tra tratti illiberali era un non senso. La critica dei socialisti non era affatto rivolta contro Marx (qui si fece grande confusione) ma contro Lenin e le sue derivazioni dallo stalinismo al togliattismo. C’è tutta una grande tradizione di marxismo socialista democratico (che è molto più profonda delle teorie schematiche di Lenin e Trotzky) e che comprende il già citato Kautsky, l’austromaxismo di Hilferding, Bauer, Adler, del belga Vanderverlde, di Mondolfo, Turati, Saragat, Basso in Italia. Una tradizione che il Psi del dopo 1976 rivalorizzò. Insieme a Rosselli, Capitini. Per evidenziare che a sinistra non c’era il solo pensiero unico gramsciano-togliattiano. Le egemonie serie non si costruiscono per esclusione degli altri. Berlinguer fece una importante affermazione circa la natura pluralista del socialismo (un passo decisamente più avanzato delle “vie nazionali” di Togliatti) ma mantenne il modello di centralismo democratico del partito che contraddiceva il resto. Proprio Riccardo Lombardi disse che il punto di discrimine fondamentale tra socialisti e comunisti non era la dialettica riforme-rivoluzione , ma la concezione del partito depositario di una filosofia della storia. E quindi delle chiavi della verità. Per cui il partito non è uno strumento, così come lo è nel socialismo democratico, ma diviene quasi una entità mistico-metafisica. il “corpo mistico della Chiesa” di San Paolo laicizzato. Una entità a cui sottomettersi pena di essere un “individualista piccolo borghese” . Una entità che ha i suoi sacerdoti, l’apparato. Certo poi Berlinguer cercò di spostare questa caratteristica dal piano ideologico a quello morale-antropologico, la “diversità comunista”. Ma l’integralismo resta. NOn sappiamo se Berlnguer avesse o meno , in seguito, modificato questa posizione. Certo i suoi epigoni hanno utilizzato spesso il concetto di “diversità” come sacchi di sabbia a protezione di se stessi e della loro progressiva tendenza all’autoreferenzialità gestita in modo sempre più opportunistico e trasformista. Per cui si cambia spesso nome ma i dirigenti e l’apparato restano quelli. Fino a causare la liquidazione della sinistra. Quando il soggetto precede il progetto e si emancipa anche dalla sua rappresentanza sociale, si cade nel politicismo più negativo ed in una concezione manovriera della politica atta a conservare il potere. Punto. Natualmente la sinistra di oggi ha bisogno invece di recuperare progetto di trasformazione sociale ed idealità su cui costruire la rappresentanza sociale del mondo del lavoro, dei più deboli di tutti coloro che soffroni diseguaglianze ed esclusione. Ed evitare che si ricreino nomenclature autoreferenziali ….che degradano la politica. Ma di questo ne abbiamo parlato a lungo quando abbiamo affrontato il tema del recupero di una soggettività socialista.

Giuseppe Giudice

maggio 31, 2012

Luciano Lama. Noi non ti dimentichiamo.

Il 31 maggio del 96 moriva Luciano Lama. Leader sindacale e politico, un gigante nella lotta al terrorismo in difesa della democrazia.