Posts tagged ‘salari’

giugno 25, 2013

Salari, austerità e squilibri commerciali.

 

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di Gennaro Zezza da gennaro.zezza.it

Uno dei meccanismi di riequilibrio della zona euro, nelle intenzioni della Troika (FMI, Commissione Europea, BCE) consiste nel ripristino della competitività esterna tramite la riduzione del costo unitario del lavoro nei Paesi periferici. Il costo del lavoro per unità prodotta si riduce tagliando i salari o aumentando la produttività, ma se un Paese non è in grado di fare investimenti o ricerca, la seconda strada – l’aumento della produttività – è difficilmente raggiungibile. Rimane quindi il taglio dei salari nominali. Che è efficace sulla competitività se le imprese fanno calare i prezzi in modo corrispondente, cosa che non segue necessariamente, come risulta alla Commissione europea per la Grecia nel suo recente rapporto.
E se i prezzi non scendono, il taglio dei salari, come dicono gli economisti, “riduce la domanda interna”, ossia i lavoratori non arrivano a fine mese (e le vendite calano, e le imprese chiudono, e i disoccupati aumentano…)

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aprile 5, 2013

La “regola di piombo” sui salari di Mario Draghi.

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La BCE suggerisce che le retribuzioni nominali del lavoro debbano crescere in linea con la produttività dei lavoratori, e non oltre questa. I Paesi “viziosi” che non rispettano questa regola perdono progressivamente competitività. Questa è la “regola di piombo” per la distribuzione del reddito, contrapposta alla “regola d’oro” che lascia invariate le quote distributive tra lavoro e capitale. La “regola di piombo” significa svalutazioni competitive interne, a carico del lavoro e del reddito dei lavoratori, ed una distribuzione del reddito sempre più diseguale.

di Paolo Pini, Università di Ferrara

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gennaio 17, 2013

Fassina fuori tempo massimo.

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Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico, in una recente intervista al Financial Times ha avanzato la proposta di fermare gli aumenti salariali in cambio di maggiori investimenti, che porterebbero maggiore occupazione. Si scambierebbe cioè una possibile riduzione del potere d’acquisto in cambio di maggiore occupazione. Tenendo poi conto del fatto che i salari sono una delle componenti che guidano l’inflazione, in realtà i lavoratori andrebbero a perderci, in termini reali, molto poco, se non nulla.

Se questa ipotesi fosse plausibile i sindacati farebbero probabilmente bene ad accettarla. Il problema è che essa appare, a seconda di come la si interpreta, contraddittoria o fuori tempo massimo.

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maggio 12, 2011

aumentano le tasse sui salari dei lavoratori italiani, nonostante restino tra i più bassi in Europa.

In Italia continua a crescere il peso delle tasse sugli stipendi, mentre resta in fondo alla classifica OCSE sui salari. Secondo quanto rilevato dall’OCSE, il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, in Italia è al 46,9%.

L’onere del fisco nel nostro Paese, secondo quanto diffuso dall’Istituto parigino nel rapporto ‘Taxing Wages’ per il 2010, è aumentato dello 0,4% rispetto al 2009, quando si attestava al 46,5%. Nella classifica dei Paesi membri dell’OCSE, aggiornata alla fine dello scorso anno, l’Italia sale dal sesto al quinto posto per peso fiscale sugli stipendi, sorpassando l’Ungheria (46,4%), ma restando dietro a Belgio (55,4%), Francia (49,3%), Germania (49,1%) e Austria (47,9%).

Per quanto riguarda i salari l’Italia resta in fondo alla classifica OCSE, ma sale dal 23° al 22° posto, superando la Grecia. Il salario netto medio di un single senza figli a carico in Italia è stato di 25.155 dollari nel 2010. La cifra è inferiore sia alla media OCSE (26.436 dollari), che a quella dell’UE a 15 (30.089). Il salario lordo è stato invece di 35.847 dollari, lievemente superiore alla media OCSE (35.576), ma inferiore a quella europea (42.755). In questa classifica l’Italia è al 19° posto.

settembre 28, 2010

Salari: Cgil, potere d’acquisto sceso di 5.500€ in dieci anni.

 Il dato emerge dal V rapporto Ires-Cgil 2000-2010. Il segretario generale Epifani: “Serve un intervento immediato per diminuire la pressione fiscale sul reddito da lavoro dipendente”

Salari: Cgil, potere d'acquisto sceso di quasi 5.500 in 10 anni

I lavoratori dipendenti italiani hanno perso in dieci anni oltre 5 mila euro di potere d’acquisto. Lo sostiene la Cgil nel suo rapporto sulla crisi dei salari presentato oggi: nel decennio 2000-2010 le retribuzioni hanno avuto, a causa dell’inflazione effettiva più alta di quella prevista, una perdita cumulata del potere di acquisto di 3.384 euro ai quali si aggiungono oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag che porta la perdita nel complesso a 5.453 euro. 
Secondo l’Ires-Cgil, l’incremento medio reale del biennio 2009-2010 risulta di appena 16,4 euro mensili. Calcolando la crescita delle retribuzioni includendo anche l’abbattimento del reddito dovuto al massiccio ricorso alla cassa integrazione, invece, si legge nel rapporto, l’aumento netto reale in busta paga, per tutti i lavoratori dipendenti, risulta solamente di 5,9 euro al mese. Inoltre, la perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate complessivamente sottratte al potere di acquisto dei salari. E questo – prosegue il rapporto  – spiega perché nel decennio 2000-2010, le entrate del lavoro dipendente abbiano registrato una crescita reale del 13,1% a fronte di una flessione reale di tutte le altre entrate del -7,1%(repubblica.it)