Posts tagged ‘Roberto Saviano’

gennaio 9, 2021

Tre noterelle gramsciane

Per la ripresa di un dialogo

di Gaetano Colantuono

Riscoprire da socialisti la lezione di Gramsci

A Gaetano Arfé, indimenticato e indispensabile

  1. Rileggendo Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria.

Libri su Antonio Gramsci ce ne sono tanti – si potrebbe dire. E una nuova, terza, fase della fortuna del suo pensiero è stata registrata da Giorgio Baratta: fase che ha una dimensione mondiale, camminando anche a fianco dei movimenti di contestazione verso la globalizzazione neoliberista, in tanti paesi e in differenti culture. Un Gramsci meticciato e diasporico (per utilizzare due categorie molto in voga nel lessico postcoloniale), i cui Quaderni divengono una preziosa “cassetta di attrezzi” (magari non sempre criticamente vagliata) del pensiero critico e per l’interpretazione di vicende storiche impensate dal comunista sardo. Ciò basti a confutare l’immagine, di matrice accademico-erudita, di un Gramsci come monumento letterario, tipo Madame Bovary o il Canzoniere petrarchesco, e perciò museificato e mummificato. Neutralizzato.

Parallelamente si sono diffusi proprio in Italia non pochi luoghi comuni sul suo pensiero, interpretazioni capziose e fuorvianti, estranee a corretti principi metodologici, insieme a continue illazioni sulla sua vita ed in particolare (c’era da attenderselo) sulla fase della sua carcerazione: così è divenuta merce corrente sentire o leggere che Gramsci fu sì imprigionato dal regime fascista, ma che gli venne riservato un trattamento di favore, che comunque non morì in carcere e che ad ucciderlo – o meglio a volerlo morto – furono proprio i compagni del suo partito. Sinteticamente un Indro Montanelli (figura incredibilmente rivalutata come testimone storico) poteva scrivere: «Togliatti non mosse un dito e anzi ostacolò il trasferimento a Mosca di Gramsci». Altri si sono “limitati” a esporre giudizi tranchant sull’opera gramsciana: un documento censurato da Togliatti e dal suo partito, ovvero un testo sopravvalutato nel quadro di quel (presunto) controllo della cultura attuato dalla Sinistra in Italia per quaranta anni (giova rammentare: di opposizione parlamentare). Nuove, ardite proposte sono venute su (o sono tornate) negli anni ’90: un Gramsci “socialista” degli ultimi tempi (secondo un’amena affermazione di Craxi: quindi con tutto ciò che tale qualifica in quel momento poteva significare); un Gramsci liberale e liberista; immancabile una sorta di “Codice da Turi”, ovviamente inteso come Gramsci versus Togliatti e l’URSS.

Solo da questa rapida rassegna è possibile constatare una costante – un’ossessione (anti)togliattiana – e due possibili operazioni su Gramsci uomo politico e teorico.

Si tratta di un’alternativa secca per vulgate ansiose di legittimazione: annettere o liquidare Gramsci. Tertium non datur. Occorre rinunciare preliminarmente ad entrambe le opzioni e riprendere le fila di un dialogo, per noi impegnati nell’arduo compito di ricostruire in Italia una presenza per il socialismo di sinistra, senza trascurare i punti di attrito fra gli assunti gramsciani (con particolare rilievo della sua produzione carceraria) e le elaborazioni dei dirigenti e studiosi socialisti [a mo’ di esempio il ripensamento critico delle categorie gramsciane per la storia meridionale moderna in Gaetano Cingari, uno studioso indubbiamente da recuperare, su cfr. Gaetano Cingari. L’uomo, lo storico, Manduria 1996].

Gaetano Cingari

È tuttavia confortante che il quadro degli studi gramsciani italiani non sia segnato dalla nota dominante della ruffianeria, assenza di scrupoli deontologici e filologici, sostanziale funzionalità rispetto al vigente status quo. E forse si può sostenere che, anche in questo caso, “non tutto il mal vien per nuocere”, poiché tali ricorrenti, persistenti luoghi comuni fallaci, teorie inverificabili e campagne di stampa hanno comportato una rinnovata lettura critica del corpus gramsciano, nei suoi vari passaggi diacronici, nelle sue parole tematiche (vedi Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere, Roma 2004), nei condizionamenti terribili della sua situazione di prigioniero e delle ricadute sulle condizioni psico-fisiche, nella verifica storica dei suoi assunti. È stata così messa alla prova una nuova generazione di studiosi/e, che ha dovuto riverificare e rileggere i testi nel fuoco di un’altra, non trascurabile, battaglia delle idee. Quella di resistenza al discorso egemonico (è il caso di dirlo) neoliberista e di costruzione di efficaci alternative.

Fra le varie opere comparse nel corso del precedente anniversario gramsciano (2007), particolare rilievo va attribuito al volume di Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti, Roma 2007, pp. 206), per il nesso fra ricerca storico-filologica sui testi gramsciani e l’impegno storico-politico dello studioso attraverso gli stessi. Una dote non comune se si pensa alle tendenze di certa dirigenza dell’Istituto Fondazione Gramsci in Italia, legata organicamente alle trasformazioni che hanno condotto dal PCI al Partito Democratico. E chissà poi. È noto che in reazione a questa situazione si registra un crescente interesse verso le iniziative dell’International Gramsci Society (IGS) con le sue sezioni nazionali.

L’opera di Mordenti, in realtà, si presenta come una raccolta di precedenti lavori, cinque in particolare, rifusi a mo’ di sintesi organica in cui l’opera gramsciana viene analizzata ora sul piano filologico ed esegetico ora in relazione al proprio Fortleben. Ben chiare su entrambi i versanti le posizioni dello studioso, con una forte polemica contro alcuni degli stereotipi sopra accennati, mentre rigoroso è il suo procedere critico, alla ricerca di una rinnovata interpretazione iuxta sua principia di Gramsci, che se intende superare la vulgata genericamente denominabile come “togliattiana”, non per questo rinuncia agli ineliminabili fondamenti (i.e. comunisti) di quella ricerca politica e vicenda umana (su cui si veda il capitolo 2 La rivoluzione necessaria). Questi elementi, assieme a molti altri, rendono il testo al contempo un documento dell’attuale fioritura di studi, un’introduzione agli stessi e un saggio in cui convergono numerosi spunti di metodo, ipotesi di lavoro ulteriore, risultanze assodate e interessanti aperture al mondo variegato degli studi culturali.

Tuttavia, in questa sua cifra lo studio mostra alcuni elementi limitanti. L’aver insistito su una dicotomia (lettura togliattiana versus quella antitogliattiana) ha come effetto la sostanziale trascuranza di altri settori in cui si è in passato esercitata la lettura gramsciana, a partire, e.g., dalla variegata sinistra socialista, soprattutto durante la fase autonomista del PSI (1956-1963): Panzieri non è menzionato, Bosio solo di sfuggita e così via. La stessa cultura socialista legata al corso nenniano non fu estranea a studi e categorie gramsciani, per cui leggendo l’ampia citazione da una lettera del 2 maggio 1932 (a p. 46) sovviene al lettore accorto la ripresa di Antonio Giolitti [cfr. il suo Riforme e rivoluzione, Torino 1957] dei medesimi temi negli anni Cinquanta, quando maturò il suo passaggio dal PCI al PSI.

Antonio Giolitti

Conviene rileggere in forma estesa quanto Gramsci scriveva in quella lettera in cui si fondano critica anticrociana (ma anche antibordighiana) e formulazione di nuove proposte aderenti ad un contesto complesso come quello nazionale: «Si può dire concretamente che il Croce, nell’attività storico-politica, fa battere l’accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell’“egemonia”, del consenso, della direzione culturale, per distinguerlo dal momento della forza, della costrizione, dell’intervento legislativo e statale o poliziesco […] è avvenuto proprio nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava, la filosofia della praxis [scil. la dottrina marxista], nei suoi più grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e in momento dell’“egemonia” o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della più moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di “egemonia”».

È tuttavia chiaro che come ogni epoca, così ogni tradizione politico-culturale della Sinistra ha il proprio Gramsci. D’altra parte, se lo stesso politico sardo realizzò un crescente distacco dal Psi e fu anzi uno dei promotori della scissione di Livorno, non bisogna dimenticare che è davvero disagevole pensare l’elaborazione del suo pensiero al di fuori della precedente esperienza politica accumulata dal partito del proletariato italiano e senza riferimento al patrimonio di sacrifici (si pensi alla scelta neutralista per oltre tre lunghissimi anni), resistenze e costruzioni di alternative (cooperative, mutue, sindacato, organi di stampa). La critica più feroce di Gramsci al Psi acquista così un senso di prospettiva, al di là delle mere contingenze polemiche e di taluni giudizi incresciosi. Una proposta interessante potrebbe essere una ricerca collettiva e aperta (cioè anche bidirezionale) sul tema Gramsci e la cultura politica dei socialisti, contemporanei e successivi.

Una sinistra, non indegna del patrimonio gramsciano, ancorché minoritaria, deve certamente comprendere (come annota l’autore, p. 21 e passim) l’importanza delle partite, a più livelli, giocate attorno alla memoria, alle tradizioni, alla storia – quella narrata e quella agita – come anche a temi attualmente assenti dal dibattito pubblico o degradati ad argomenti da chiacchiera da “bar dello sport”: fra questi, il folclore, la storia ai margini della storia stessa (ovvero la storia dei gruppi sociali subalterni), la quistione degli intellettuali – temi ai quali il volume dedica pagine molto impegnative e suggestive. Inevitabilmente alcuni temi, pur significativi (è il caso delle riflessioni sulle religioni e sul cattolicesimo), non sono affrontati nel volume in modo diretto.

Un approccio allo studio dell’opera gramsciana che ne possa garantire vitalità e forza (piuttosto che un pregiudizio di “attualità”) deve coniugare metodo filologico e rilettura collettiva e corale, aperta e rigorosa. Mi è francamente difficile ed al contempo spiacevole immaginare una futura trasmissione dell’opera gramsciana in assenza di pratiche di liberazione e di progetti di rivoluzione (necessaria). Qualunque cosa ciò possa significare nei diversi contesti? – è questa una domanda da non eludere.

2. La riflessione gramsciana sull’Azione Cattolica

L’ipotesi di lavoro gramsciana (Q.20) è in analogia con quanto sostenuto da uno storico sulle vicende politiche francesi post-napoleoniche: «pare che Luigi XVIII non riuscisse a persuadersi che nella Francia dopo il 1815 la monarchia dovesse avere un partito politico specifico per sostenersi». In altre parole l’intuizione dell’Azione Cattolica come partito politico specifico della Chiesa nella società, dopo la crisi europea culminata nel 1848, quando decade il monopolio delle istanze religioso-ecclesiastiche come elemento ordinatore, l’unico consentito, delle masse. L’AC ha assunto con il mutare dei tempi diverse funzioni, tuttavia resta l’espressione di una nuova fase (Gramsci lo dice più chiaramente in Q.2 confrontando AC con i terziari francescani) nella storia del cattolicesimo, quando le sue concezioni da insieme totalitario («nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale») si fa parziale (ancora nel duplice senso); ovvero come «la reazione contro l’apostasia di intere masse». Insomma, questo quadro dimostra che «non è più la Chiesa che fissa il terreno i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa)». Pertanto Gramsci può concludere che la nascita dell’AC, al di là dei risultati ottenuti, è prova del fatto che «la Chiesa è sulla difensiva», avendo perduto non solo il monopolio della formazione delle coscienze (come diremmo noi oggi) ma anche la scelta del terreno e delle armi (fuor di metafora: temi, forme, strumenti) dello scontro per il controllo delle masse. Ha perduto quindi la sua capacità di indirizzo culturale, sociale, morale – quello che potremmo chiamare egemonia.

Un altro strumento di presenza-controllo sulle masse è poi costituito dal sindacalismo operaio cattolico – e qui Gramsci nota come, ai suoi tempi, non fosse avvertita l’esigenza di un corrispondente sindacato confessionale degli imprenditori.

  1. Turati e Gramsci: una polemica mal posta.

Le seguenti brevi note nascono come commento sul dibattito innescato dall’articolo di Roberto Saviano “Elogio dei riformisti” apparso su “la Repubblica” (28.02.2012).

È un errore identificare l’articolo del Saviano col libro di A. Orsini [Gramsci e Turati. Le due sinistre], che meriterebbe di essere letto in sé, anche se credo che sin dalla intitolazione l’autore abbia voluto insistere sulla dicotomia fra Turati e Gramsci (ragioni non meramente cronologiche impongono che si stabilisca un ordine fra i due leader diverso da quello del titolo). Il Saviano evidentemente ne fa una lettura personale, scegliendo passi e temi funzionali alla propria linea.

Il tema, ossia la dicotomia di cui sopra, era nient’affatto inedito, direi anzi abituale in larga parte della storiografia. Ne esistono però due varianti opposte: quella anti-riformista e quella anti-comunista. Per fortuna già la migliore storiografia – in genere di sinistra – dagli anni Sessanta in poi aveva lentamente superato questa polarizzazione. Alcuni nostri colleghi – ed alcuni incauti loro lettori-recensori – sembrano ricaderci: è un segno dei tempi, del “nuovismo” fatto politica (PD ma non solo) e dominante in cultura. Il cui pendant, per curioso che possa apparire, è la generale marginalizzazione di una larga fetta di generazione dai venti ai quaranta anni.

Il riproporre la polarità Turati-Gramsci in termini così radicali appare nient’altro che il traboccare di antiche e insopite contrapposizioni che, in tempi di neoliberismo trionfante e di crisi indefinita, appaiono anacronistiche. Ogni santo anno, in occasione dell’anniversario del congresso-scissione di Livorno, debbo assistere al rinnovarsi del derby: aveva ragione Turati profeticamente e su tutta la linea, si affannano gli uni; il partito comunista, “luce che rischiara nelle tenebre”, nasce dal fallimento storico del partito riformista, celebrano gli altri. I nomi delle due “curve” si sprecherebbero e le loro analisi a dir poco condizionate da un forte senso identitario sono equivalenti: ed è un dato eloquente che non pochi di loro abbiano dato miglior prova dei loro studi in altri temi. Peccato che queste fazioni disconoscano che entrambi i tronconi fossero divisi al loro interno e non solo per ragioni di leadership. Ricordo a me stesso che le medesime fazioni fra loro accanite sono poi generalmente unanimi nel condannare (o obliterare) Serrati, nonostante già un Natta, purtroppo postumo, ne avesse composto una riabilitazione con tanto di duro giudizio sull’atteggiamento di Gramsci verso lo stesso Serrati nella celebre lettera di fondazione dell’Unità [ora si vedano gli studi di Marco Scavino].

In realtà, la canonizzazione di Turati presenta vari elementi di perplessità, primo fra tutti l’autocritica dello stesso politico nei suoi anni di amaro esilio parigino, quando si rimproverò l’ingenua fede nel metodo gradualistico-legalitario e di non aver compreso la forza della violenza, quella fascista (quella della parte estremistica del suo partito egli l’aveva già opportunamente contestata, anche per ragioni di lotta politica interna, in quel di Livorno). Turati, anche se idealizzato, va letto anche nelle sue pagine dell’esilio. Inoltre, lo stesso percorso politico-culturale di Turati appare tutt’altro che lineare ed esprimibile soltanto col nome “riformismo”. Sulla questione vale la pena riprendere gli studi del principale storico del socialismo italiano, Gaetano Arfé, nostro indimenticato maestro (cfr. in part. la sua Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi). I classici giacciono quasi inerti nelle biblioteche, mentre testi nuovisti occupano le pagine dei giornali. Ci si può chiedere se quest’ultimi faranno storia o non piuttosto cronaca, secondo il nostro parere, su quotidiani e social network.

Lo studio storico del movimento operaio e dei suoi partiti soffre in Italia di alcune lacune. Su due vorrei brevemente soffermarmi. La prima è la sostanziale assenza o la mancata fruizione di luoghi deputati all’archiviazione e allo studio dell’imponente massa documentaria prodotta in quasi 150 anni di movimento dei lavoratori. Ciò spiega anche il successo, spesso effimero, di determinate vulgate e metodologie. La seconda è la mancanza di quei partiti e della loro multiforme attività (case editrici, centri studi e fondazioni, attività didattica e divulgativa e così via). Un imponente processo di dissipazione, non c’è che dire.

Perché non possiamo dirci riformisti” – è questo il titolo di uno degli ultimi interventi di Arfé (“Il ponte” 2005). E forse lo sforzo di una società di studiosi/e che faccia filologia e divulgazione della tradizione socialista andrà ripreso nei prossimi mesi in un apposito progetto. Studuisse oportebat.

Gaetano Arfè

PS: le tre note sono state composte rispettivamente nel gennaio 2008, dicembre 2006 e aprile 2012. L’autore non sommessamente ricorda come tutti e tre i pensatori socialisti citati (Arfé, Giolitti, Cingari) abbiano abbandonato il PSI negli anni Ottanta in polemica con la leadership di allora.

luglio 29, 2018

Ladri di democrazia

Beppe Grillo si domanda “che cos’è la democrazia quando meno del 50% va a votare?” gli fa eco il presidente dell’Associazione Rousseau, Davide Casaleggio, che sostiene “il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”, poi il tragicomico Grillo aggiunge “oggi sono le minoranze che gestiscono i Paesi” e “probabilmente la democrazia deve essere sostituita con qualcos’altro, magari con un’estrazione casuale”. Queste parole non sono constatazioni ma un programma politico e Grillo ha dimostrato, purtroppo, che i suoi programmi riesce a realizzarli. Un programma non meno pericoloso delle esternazioni e dei comportamenti di Matteo Salvini ministro della malavita.
Perchè questo accade? e perchè queste parole e questi progetti debbono essere presi molto seriamente da chi crede ancore nel bene della democrazia?
La democrazia è un dono prezioso che ci hanno consegnato i nostri padri e i nostri nonni opponendosi al fascismo e cacciando i nazifascisti e la monarchia dall’Italia. Ci hanno regalato la Repubblica, la Costituzione, detta anche la legge delle leggi. Tutto questo oggi viene messo in discussione.
Chi ha a cuore le sorti del nostro sistema democratico ha il dovere di interrogarsi a seconda delle proprie origini culturali e politiche in modi molto diversi e contradditori ma con lo scopo di impedire questa pericolosa deriva. Ci sono in questi momenti drammatici due grandi protagonisti: da una parte il paese, cioè la gente comune confusa e indebolita da una crisi economica senza fine che si dibatte nei problemi di ogni giorno che si trincera dietro la promesse di avere un reddito senza lavoro, con la paura del diverso sia esso rom, extracomunitario e perchè no omosessuale. C’è poi la classe politica che cerca di orientare il cammino del paese secondo le proprie strategie e i propri programmi. Una classe politica priva di unità politica e legata dal servilismo verso i cd. poteri forti interni ed esterni per niente interessata al bene comune. Oggi in Italia non esiste un vuoto temporaneo di potere, ma un vuoto ideologico e politico assai più pauroso e oscuro. Questo vuoto va colmato. ma come e con chi? Purtroppo il paese reale è oggi incapace, senza più riferimenti certi, di prefigurare e di preordinare da solo il proprio futuro e si dibatte fra la paura e la conseguente richiesta di ordine poliziesco di caccia al diverso, cosicché i migliori frutti di questa retorica li sta raccogliendo il qualunquismo dei cinque stelle e la peggiore e più retorica reazione di destra.
I partiti, o quello che ne resta, giunti al limite della inefficienza ideologica ed operativa non sono più in grado di proporre al paese un progetto politico serio ed accettabile, ripetendo in modo stanco e monotono le ricette imposte da una burocrazia europea senza anima e senza consapevolezza dei problemi reali. Partiti ormai ridotti a stracci di quello che furono non solo non sono in grado di proporre riforme teoriche ed astratte, ma neppure una gestione positiva dell’ordinario della nostra società. Si vive alla giornata.
Al vuoto di potere governativo ed amministrativo si somma il vuoto ideologico e politico al quale ha fatto sempre seguito nella storia un mutamento di regime con la conseguente perdita di libertà.
Ci si illude che l’uomo solo al comando possa risolvere il problema. L’Italia si è illusa con Berlusconi e la sua rivoluzione liberale, con il risultato che abbiamo visto, poi si è affidata a Monti ed alla sua ricetta di austerità, a Letta e il suo perbenismo, a Renzi il rottamatore e adesso a Salvini e di Maio. Illusione dannosa e pericolosa che ricopiano il periodo di inefficienza e di inconsistenza politica che precedette il 28 ottobre 1922 anche se il fascismo di oggi è ancora soltanto strisciante. Non nascondiamoci, perchè l’Aventino non ha mai portato fortuna.
Eppure prove di democrazia ne abbiamo dato in questi anni, malgrado tutto. Abbiamo vinto senza capi e senza partiti la lotta per l’acqua bene comune, abbiamo sconfitto il referendum antidemocratico di Renzi, gli eroici abitanti della Val di Susa son ancora li a combattere, il movimento No tap vive e resiste, la lotta degli avvocati democratici ha fatto dichiarare anticostituzionali ben due leggi elettorali ed esistono tante sacche di resistenza democratica che non si arrendono al conformismo dilagante. per non parlare di Roberto Saviano che dice no al ministro della malavita e a tutti quegli oscuri eroi che salvano vita in mare di tanti disperati che fuggono arrivando in un paese che non li vuole se non come schiavo o manodopera a basso costo.
In un paese dove l’amministrazione è tutto e dove l’opposizione senza potere non conta nulla, le situazioni precipitano rapidamente e il contagio della mentalità reazionaria che cova in molti ambienti democraticamente immaturi, può infettare, come di è visto, in poco tempo largi strati della polizia, della magistratura, e della opinione pubblica drogata dai mass media, che si dimostra piccola e timorosa e perciò reazionaria. Sono fenomeni a sviluppo veloce e i sintomi più preoccupanti stanno davanti ai nostri occhi. Tutto questo sta dietro alle parole di grillo ed alle iniziative di Salvini.
Ma non tutto è perduto l’Italia può cambiare strada che ha a cuore la democrazia deve trovare la forza di parlare, oggi non si può fare altro. Basta promesse che non si possono mantenere, ma cominciamo a parlar ad aprire un dibattito sulla democrazia e sul suo insostituibile valore. Anche non andare a votare è l’ esercizio di un diritto. Esiste ancora una massa con la quale si può dialogare, che crede ancora che lottando si può invertire la rotta di questa orribile deriva, senza proporre programmi ma costruendo insieme un dibattito politico che trova da solo le soluzioni e fa le scelte miglior in funzione de bene comune, laddove questo non è un ideale astratto ma la soluzione collettiva degli interessi particolari. Se per esempio proponiamo ai giovani, invece di fare promesse irrealizzabili, di riscoprire la mutualità e proponiamo a questi di rimboccarsi le maniche e a costruire da soli il proprio futuro, senza fuggire ma trovando nelle proprie radici gli strumenti per inventare il lavoro ed un salario. Se diciamo che il reddito di cittadinanza è un inganno perchè dividendo il salario dal lavoro si fanno gli interessi del capitale che così con una mancetta mette a tacere tanta gente che invece potrebbe ribellarsi.
C’è una massa di giovani che dal 2008 ha vissuto la crisi economica e questa crisi è pesata sulla loro pelle, scorticandola, amareggiandoli, umiliandoli. Questi giovani in parte fuggono all’estero, in parte fanno lavori sottopagati, in parte vivono alla giornata sostenuti dalle famiglie finchè possono. Questi giovani non hanno conosciuto la politica, non sanno chi sia Moro, Saragat, Pertini, e perchè no Almirante. Questi giovani che vivono di nulla hanno bisogno di capire. Con questi giovani noi che abbiamo a cuore la democrazia dobbiamo parlare, raccontare le nostre storie, le lotte dei nostri genitori per costruire e difendere la democrazia, parlare di diritti, spiegare che la nostra Costituzione dice che siamo una repubblica democratica fondata sul lavoro. Diventiamo partigiani della democrazia e dei diritti e andiamo a dirlo nelle scuole, nelle fabbriche, nelle strade. Se faremo questo ci accorgeremo con sorpresa quanto gente è disposta ad ascoltarci ed a fare qualcosa per cambiare l’attuale situazione politica. Difendiamo la democrazia ed impediamo a Grillo a Salvini ed ai loro scherani di rubarci il ben più prezioso che abbiamo.
Beppe Sarno

gennaio 13, 2015

Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández

Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández

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di Francesco Musolino Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The […]

settembre 23, 2013

Bentornata Mehari.

Siani: a 28 anni da omicidio riparte sua auto-simbolo,Mehari Siani: a 28 anni da omicidio riparte sua auto-simbolo,Mehari

Era il 23 settembre 1985 quando la camorra uccise Giancarlo Siani. Ed oggi, in quello stesso punto di Napoli dove fu ucciso il giornalista del Mattino, l’auto-simbolo delle sue lotte, la verde Mehari è ripartita. È stato Roberto Saviano a metterla in moto in una staffetta che vuole lanciare un messaggio ben preciso: la camorra non è affatto più forte della voglia di raccontare la verità. Siani, la verità di clan come Gionta e i Nuvoletta la raccontò e come, tanto da essere giustiziato 28 anni fa.

Una storia, quella di Siani che si è ripetuta: in Italia negli ultimi 50 anni sono stati uccisi 26 tra giornalisti e operatori dell’informazione. ”In viaggio con la Mehari”, iniziativa che parte oggi vuole fare proprio questo: riconnettere le storie a volte dimenticate di giornalisti, fotoreporter, operatori dell’informazione, donne e uomini della società civile uccisi, spesso anche solo per stare nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La Mehari riprende, dunque, il suo cammino da dove si è fermata.

 

aprile 14, 2011

Verità e diffamazione.

 Già fin dal suo primo giorno, il Festival del Giornalismo di Perugia traccia il percorso che accompagnerà i visitatori fino al 17. Ci sono delle parole chiave su cui gli organizzatori hanno voluto mettere l’accento. Parole che accostate tra di loro creano frizione e cortocircuiti in grado di descrivere bene l’Italia del nuovo millennio. Verità e diffamazione, per esempio, al centro del monologo inaugurale di Roberto Saviano. Informazione e potere, temi declinati nell’incontro con Alessandro Campi, direttore di Rivista Politica, Peter Gomez del Fatto, Rachel Donadio del New York Times e la nostra Claudia Fusani. Cronaca e criminalità, raccontate dal pm di Catanzaro Pierpaolo Bruni, e dai giornalisti esperti di ‘ndrangheta Andrea Gerli, Riccardo Giacoia, Lucio Musolino e Roberto Rossi. Verità e marchette, al centro dalla tavola rotonda tra i direttori del TGCom Paolo Liguori, quello dell’Espresso Bruno Manfellotto, e professionisti delle pubbliche relazioni come Gianluca Comin (Enel).

gennaio 27, 2011

Con questo PD non si va da nessuna parte.

Era stata per qualche ora una consultazione-festa con affluenza record – 44mila votanti -. Si è trasformata in un triste psicodramma a colpi di accuse di brogli e “assalti” alla sede del partito. La parabola delle primarie del Pd a Napoli. Delle quali Roberto Saviano ora dice: rifatele!

gennaio 23, 2011

Il vero “orrore” è isolare i magistrati.

Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è stata conferita dall’Università di Genova; è stata una giornata per me indimenticabile. Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall’importanza che il racconto della realtà ha nell’affermazione del diritto.

Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali. Senza racconto non esiste diritto. Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano. Marina Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di battermi. Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della lotta alle mafie, perché difendere magistrati che da anni espongono loro stessi nel contrasto all’imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire affatto rinnegare.(Roberto saviano – Repubblica.it)

novembre 23, 2010

Roberto SAVIANO: rifiuti e veleni – “Vieni via con me”

novembre 16, 2010

ROBERTO SAVIANO come nascono le mafie in vieni via con me

novembre 9, 2010

Roberto BENIGNI: Sconfiggere il male – “Vieni via con me” di Fabio FAZIO e Roberto SAVIANO

Come parlare alla camorra.