Posts tagged ‘risorgimento socialista’

aprile 15, 2021

Intitolare una via a Bettino Craxi!

di Beppe Sarno

Questa mattina ho depositato al protocollo del Comune di Avellino la richiesta di intitolare una via a Bettino Craxi sono sicuro che il sindaco della mia città avrà la sensibilità di accogliere la mia motivata richiesta.

Ill.mo sig. Sindaco del Comune di Avellino

Il sottoscritto Avv. Giuseppe Sarno, nato ad Avellino l 25 giugno 1947 ed ivi residente alla c/da Serroni 4/B in qualità di coordinatore regionale del Partito Risorgimento Socialista  

Chiede

All’amministrazione di cui lei è il rappresentate affinché si avvii, nel più breve tempo possibile la procedura necessaria e nei confronti degli organi amministrativi preposti, per l’intitolazione di una piazza o di una via della nostra città a Bettino Craxi.

Da 21 anni Bettino Craxi riposa nel cimitero cristiano di Hammamet e a distanza di tanti anni sono poche  le Amministrazioni che  hanno intitolato un luogo pubblico a Benedetto (Bettino) Craxi. Abbiamo strade dedicate a Lenin,  a Che Guevara,  a Ho Chi Min,  a Mao Tse Tung.

 La nostra strada principale il corso di Avellino  è intitolato ad un re, laddove la monarchia non esiste più e l’intera casa Savoia oltre ad aver affamato e distrutto il popolo meridionale dovette vergognosamente fuggire lasciando un’Italia piena di macerie, abbandonando il popolo che diceva di amare e rappresentare. Abbiamo una piazza intitolata a Giuseppe Garibaldi, conquistatore e predatore dell’intero meridione, che conquistò  il Regno delle Due Sicilie corrompendo i generali borbonici con l’aiuto determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli e con il sostegno della massoneria, depredando  i depositi e i risparmi del Banco di Sicilia e di Napoli.

L’ Italia ha il  dovere di ricordare uno statista  che è stato il rappresentante coraggioso  del socialismo democratico e riformista in Europa e nel mondo.

Con Craxi, grazie alla collaborazione virtuosa di un grande partito democratico quale fu la Democrazia Cristiana divenne fra i primi paesi  d’Europa  ad avere un tasso di sviluppo  di circa il 3% annuo e ottenne per la prima (ed unica) volta il massimo di affidabilità da parte delle maggiori agenzie di “rating” internazionale che attribuirono all’Italia la valutazione massima, la cosiddetta  tripla A, facendo entrare il nostro Paese nel gruppo dei Sette grandi paesi industrializzati del mondo.

Non va dimenticato che Craxi gettò le basi per l’ Europa dei Popoli e che, pur convinto filo-americano, non si fece  umiliare dal presidente americano  Reagan  per rivendicare la sovranità territoriale italiana.

Craxi arrivò alla guida del Paese in un momento di gravissima crisi strutturale e seppe proporre  gli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione.

Craxi fu uno dei pochi che assieme al grande Pontefice Paolo VI° tentò disperatamente di salvare la vita ad un altro grande statista: Aldo Moro.  

Il 19 gennaio 2000 Bettino Craxi è morto ad Hammamet suscitando il cordoglio di tutto il mondo democratico ed  il governo dell’epoca – presieduto dall’on. D’Alema –  propose di tributare a Bettino Craxi i funerali di Stato in Italia che la Legge prevede solamente per le più alte cariche istituzionali e per quelle personalità “che abbiano reso particolari servizi alla Patria, nonché per quei cittadini che abbiano illustrato la nazione italiana”. Non furono celebrati perché la famiglia Craxi si oppose!

La Corte di Giustizia Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per violazione dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo sull’equo processo. Il Procuratore Capo del Tribunale di Milano Gerardo D’Ambrosio (poi Senatore della Repubblica eletto nelle liste del PD e prima con i DS) che condusse le indagini che portarono alla condanna del Presidente Craxi  fu il primo a riconoscere che l’ex segretario del PSI non aveva mai intascato soldi a titolo personale e in un’intervista al “Foglio” del 22 febbraio 1996 affermava: “…La molla di Bettino non era il suo arricchimento ma la politica”.  

La difesa della libertà dei popoli oppressi è stata per Bettino Craxi una ragione di vita. Non ebbe paura di accusare le multinazionali per l’aiuto dato al golpe cileno di Pinochet, così come aiutò i socialisti portoghesi a combattere  la dittatura di Salazar. Craxi ha servito le ragioni della libertà, oltre ogni convenienza ed opportunità tanto che il suo epitaffio dice:

‘La mia libertà equivale alla mia vita’.

Con la stima di sempre

Suo affezionatissimo

Giuseppe Sarno

settembre 15, 2020

Amatissimo Appulo

Gaetano è un compagno prezioso perchè ha dimostrato quanto la dedizione ad una idea e ai compagni di viaggio che ha scelto in questa tormentata campagna elettorale possa pagare in termini di consenso. Da solo novello Davide si è fatto carico di un lavoro massacrante con il solo obbiettivo di far conoscere il simbolo del nostro partito.

Avrei dovuto essere a Bari venerdi ma motivi di salute me lo impediscono.

Pubblichiamo questa sua intervista utile a far conoscere l’uomo, l’amico e il compagno.

GAETANO COLANTUONO – CANDIDATO PER LE CIRCOSCRIZIONI DI BARI E BARLETTA-ANDRIA-TRANI

Nato a Grumo Appula nel 1977 e fra gli animatori di un social forum degli Appuli dopo Genova, molto legato alla sua terra, forse per questo ribattezzatosi “Appulo”, padre di due figli, docente di lettere e storico con numerose pubblicazioni, inoltre attivista politico almeno dai tempi del liceo “Orazio Flacco” di Bari (dove ha avuto – ci tiene a sottolineare – ha avuto come maestro il classicista Salvatore Lugarà e dove ha maturato la scelta per la sinistra socialista): questo in sintesi il curriculum del nostro Gaetano Colantuono. 

Iniziamo con lui una conversazione.  

Gaetano, perché mai Risorgimento socialista aderisce alla lista Lavoro, Ambiente, Costituzione? 

È una scelta coerente con il dettato del congresso di fondazione del giugno dell’anno scorso: rifiuto di ogni formula moderata e ulivista, di neoliberismo temperato e di sommatoria di ceto dirigente responsabile della crisi del movimento dei lavoratori in Italia, apertura a alleanze coerenti con organizzazioni di ciò che resta della sinistra di classe (d’ispirazione marxista) con una programma di difesa e attuazione della Costituzione. Prima dell’emergenza sanitaria, una riunione regionale diede mandato di provare a presentarci col nostro simbolo alle elezioni. Così è avvenuto. Missione compiuta, si potrebbe dire: non per una improvvisa passione elettoralistica, peraltro difficile da reggere, ma per una scelta tutta politico-culturale. Determinati temi e modi qualificanti saranno promossi – durante questo mese scarso di campagna elettorale – solo da noi, socialisti e comunisti di sinistra, non da altri, sicuramente non dai tre poli principali col loro caravanserraglio di liste, alcune anche artificiali o sorte dal nulla. 

Hai parlato di temi qualificanti: quali?

Con una frase latina medievale, si potrebbe dire in breve: “non nova ut audiantur, sed vetera ut faciantur”. In altre parole, noi socialisti autentici riproponiamo ai lavoratori e alle lavoratrici, oltre che alla parte più responsabile del ceto medio, alcune antiche nostre proposte di decenni fa – del partito demartiniano, della riflessione critica di Lombardi, della visione etica di Lelio Basso, delle lotte per i diritti sociali e civili non disgiunti fra loro ma convergenti: la correlazione fra lavoro e salute che nel caso emblematico dell’ex Ilva solo lo stato può assicurare tramite una nazionalizzazione che proceda senza alcun indugio alla riconversione ambientale e alla tutela della salute di chi in quell’impianto ci lavora e di chi vive in quelle aree martoriate da un’epidemia silenziosa, le neoplasie. A sua volta, abbiamo in animo una regione che non appalta la prevenzione e la cura delle neoplasie infantili ai privati o che costringa a viaggi di cento km da Taranto all’ospedale Giovanni XXIII di Bari. Parliamo di nazionalizzazione, di gestione dei lavoratori nei processi produttivi e di monitoraggio della salute. Trasformare una bomba in un residuato bellico – della guerra che l’industrializzazione pesante prima e la corsa al profitto privato poi hanno arrecato alla popolazione dell’intera area tarantina – e poi rovesciare il degrado in progresso. 

Sei candidato per la seconda volta in quota Risorgimento socialista: quali obiettivi?

Dopo l’esperienza davvero difficile di candidatura alla Camera con Potere al Popolo, quando raccogliemmo poco meno di mille voti nel collegio murgiano, mi sono dedicato ad iniziative tese al radicamento di Risorgimento socialista come dirigente di partito e all’azione sindacale, risultando eletto nel direttivo provinciale barese FLC per il documento 2, dopo esser stato attivo nei movimenti contro la “buona scuola”. La regione ha, come noto, poteri rilevanti nella gestione di progetti tanto per la scuola pubblica (e nel finanziamento, ahinoi, degli istituti privati: uno dei temi trasversali ai due poli) quanto per la ricerca: soprattutto in questo campo, i bandi di concorso regionali – che suppliscono di fatto al blocco del reclutamento accademico – presentano profili di dubbia legalità sostanziale, di fatto presentando i medesimi limiti etici e procedurali dei famigerati bandi già profilati. Su questo ho cercato di smuovere le acque anche a livello sindacale ma, finora, con scarso risultato. Per le scuole alla regione spettano importanti competenze per la riapertura in sicurezza proprio a settembre. La nostra proposta, inascoltata, è la requisizione di spazi pubblici dimessi. 

Un altro tema centrale sul piano economico? 

Il lavoro agricolo: difesa delle piccole aziende dalle logiche di oligopolio e difesa dei diritti di chi lavora la terra. Agricoltura di qualità, nuovi modelli di sviluppo, salute alimentare e questione meridionale sono temi fra loro strettamente collegati, al punto da essere indivisibili: occorre pertanto pensare a politiche organiche e sistemiche anziché campanilistiche e estemporanee, come spesso è avvenuto. Il contrario di quanto fatto in questi decenni: è per noi eloquente che lo stesso assessore uscente all’agricoltura abbia scelto di candidarsi a destra, ossia da dove si criticava aspramente le politiche agricole della regione. Segno del fatto che tali polemiche erano pretestuose e che le politiche neoliberiste e sciatte anche sull’agricoltura sono condivise dai due poli. Invece per noi lo svuotamento delle campagne del Sud è uno dei punti critici della odierna questione meridionale: è questo un destino di declino cui non bisogna rassegnarsi. Il rilancio della produzione agricola deve assumere valenza strategica per il conseguimento di una piena sovranità alimentare e per la creazione di filiere produttive controllate da punto di vista tanto dei diritti di chi ci lavora quanto della salute dei consumatori. A sua volta, il rilancio dell’occupazione nella produzione agricola rientra nel piano occupazionale rivolto in particolare ai giovani meridionali. L’agricoltura e il paesaggio sono al crocevia, quindi, di lavoro, ambiente e salute. 

Una politica agricola opposta, quindi, alla PAC e al liberismo come si declina?

Uno dei problemi che ha afflitto l’agricoltura meridionale, accanto al mancato sostegno delle istituzioni locali e alla scarsa frequenza di accordi cooperativistici, è rappresentato da accordi commerciali di libero scambio non rispettosi dei dritti del lavoro e degli standard ambientali: se riteniamo opportuna la presenza di accordi commerciali con paesi del Sud del mondo per favorirne esportazioni e sviluppo endogeno, nell’ottica di una cooperazione Sud-Sud, tuttavia, a maggior ragione, riteniamo inopportuna una massiccia importazione di prodotti agricoli da alcuni paesi del Nord Europa e America. In tal senso ribadiamo la nostra opposizione a tutti quei trattati economici (TTIP, CETA, TISA) che, in nome di un neoliberismo quasi postumo, costituiscono ulteriori attacchi alle residue speranze di rilancio della produzione agricola nazionale. Insomma, noi siamo ostili alle politiche promosse dalla Coldiretti e da chi vuole un’agricoltura tesa prevalentemente all’esportazione e ai processi industriali, così come alla devastazione delle colture autoctone pugliesi, mediante la strumentalizzazione di emergenze (il disseccamento degli ulivi). 

Quale cornice politica di questa posizione neosocialista?

La pandemia ha messo in crisi il commercio globale asimmetrico, cioè la seconda fase della globalizzazione. Pensare di crescere puntando sulle esportazioni in questo momento è sbagliato.

Ci dirigiamo verso un mondo in cui la domanda interna sarà necessariamente più importante, a partire proprio dalla sovranità alimentare e idrica, quella che i popoli del Sud del mondo ci indicano come prima forma di indipendenza. Per questo abbiamo bisogno di aumentare l’occupazione, gli standard di vita della popolazione e migliorare le infrastrutture e il sistema produttivo del nostro paese. E nel caso publico ottenere ora ciò che non si è voluto fare nel corso di questi 15 anni di neoliberismo di sinistra: la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese. 

Nel prossimo futuro sarà vitale saper contare più sulla spesa interna che su quella estera, più sul commercio locale e interno che non sugli scambi transcontinentali.

Altro tema rimosso: quello dei giovani.

L’Italia è da vent’anni (dati Istat) un Paese sempre più anziano, con in quasi tutto il Meridione un decremento demografico e con una diffusa emigrazione giovanile – in particolare dei giovani più qualificati – come alternativa ad un destino di marginalità sociale (e politica). I risparmi accumulati dalla generazione nei precedenti decenni (quelli del boom economico) servono a mantenere giovani o ex giovani (categoria sfuggente) senza reali prospettive di scorrimento sociale e di futuro. 

Eppure si è radicata una retorica delle politiche “per i giovani” contro “i vecchi”. C’è da dubitare della giustezza di questa contrapposizione. Per aiutare giovani e meno giovani (si pensi alle varie categorie di “esodati”, non più impiegati né ancora pensionati) servono una politica a sostegno dei redditi, lo sviluppo educativo ed i servizi alla persona; per tutti questi obiettivi servono gli investimenti. Con un capitalismo, come quello italico e meridionale, fatto di prenditori e rentier, servono i soldi pubblici, anzi, per evitare una spesa improduttiva, serve un ruolo statale nella programmazione e nell’intervento diretto. 

Il contorno narrativo di luoghi comuni fatto proprio da certi sindacati, dal padronato e ovviamente rimestato da una informazione eterodiretta e prostituita intellettualmente (la flessibilità, la decontribuzione, la sburocratizzazione, l’elogio delle start up…) è aria fritta. 

Occorre uno Stato che eroghi i servizi di supporto alle famiglie con una pianificazione condivisa e valutata a livello democratico. Si tratta di questioni che non riguardano la questione generazionale, ma quella di classe. I giovani figli dei borghesi che vivono di rendita o nei gangli del potere pubblico o privato stanno benissimo. L’endogamia socio-economica – il figlio del notabile o del rentier che sposa la figlia di un omologo – preserva tali privilegi di casta, salvo poi prendersela con quei poveri che hanno scelto di percepire il reddito di cittadinanza, piuttosto che accettare orari e salari da sfruttati in edilizia o nel turismo. Siamo all’assurdo etico. 

Che cosa attende Risorgimento socialista dopo le elezioni regionali? 

Continuare l’opera di radicamento che a macchie di leopardo siamo riusciti a portare avanti. Anche in tal senso si collocano le nostre candidature e biografie. Avvicinare vecchi compagni che non si riconoscono da tempo nei vari gruppi sedicenti socialisti (compreso quello che sta a destra in Puglia). Coinvolgere nuove energie con le loro pratiche e urgenze. Demistificare le narrazioni razziste e fataliste. Contrastare il voto clientelare fra le classi subalterne, il muro di gomma contro di noi nella sinistra borghese (da “il manifesto” a “Repubblica”, passando per sinistra italiana) ma anche l’astioso settarismo di estremisti attivi solo sul web. Infine, riscoprire pienamente il nostro orgoglio di essere socialisti nel XXI secolo, con i nostri simboli e con i nostri alleati. Noi ci siamo. 

Infine, a chi dedichi questa campagna elettorale?

Al poeta e sindaco socialista di un comune lucano dell’immediato Dopoguerra, Rocco Scotellaro, e a mio nonno, bracciante analfabeta socialista morto nel’ ’86.   

Maggio 14, 2020

Contro la Lagarde e contro il MES

di Franco Bartolomei, coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista.

Questo e’ il documento base su cui sta lavorando il tavolo telematico tra le forze politiche che hanno aderito all’appello contro la Lagarde e contro il MES .
II tentativo e’ farne un vero e proprio manifesto di contestazione radicale del sistema Euro Maastricht, e di conseguente definizione di un piano di uscita dal sistema attraverso il pieno recupero della nostra sovranita’ costituzionale .
Le forze politiche che partecipano al Tavolo sono :
Risorgimento Socialista, Parti…

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Maggio 6, 2020

Assemblea iscritti Risorgimento socialista in Puglia.

SABATO PROSSIMO 9 MAGGIO, ORE 18

https://i2.wp.com/www.avantionline.it/magazine/wp-content/uploads/2020/03/rosselli.jpg
è indetta l’assemblea dei compagni iscritti e simpatizzanti di Risorgimento socialista in Puglia. Essa si terrà in modalità telematica tramite la piattaforma Meet.
Quanti sono interessati – oltre agli iscritti e alle iscritte –
sono invitati a contattare i compagni referenti del partito o a scrivere una e-lettera a gae.colantuono@gmail.com (fino a 15 minuti prima dell’inizio) per ricevere il codice di accesso.

Ordine del giorno.

1. Stato del partito nazionale e regionale; ultime iniziative, fra cui la nomina dell’esecutivo e l’avvio della collana di studi (G. Colantuono).
2. Crisi dell’UE e posizione di RS (S. Prontera).
3. Testimonianze e Proposte del e per il mondo del lavoro e del risparmio (interventi dei partecipanti).
4. Elaborazione di un documento politico regionale e calendario di iniziative sui territori.

Maggio 1, 2020

FANTOZZI NON FA PIÙ RIDERE

di Ferdinando Pastore

Oggi siamo tutti “manager di qualcosa” : dai social network alla raccolta differenziata.

Distrutta la centralità del lavoro di fabbrica, ridicolizzata l’immagine del lavoro da impiegati, I nati dagli anni ’70 in poi vivono in un incubo in cui nel nome della “creatività” vengono colpevolizzati nel nome della produttività.

E allora, Fantozzi, l’impiegato a posto fisso parassita e imbranato, non fa più ridere come prima: era lui, quello davvero fortunato.

Per questo Primo Maggio atipico, una riflessione tra cinema e critica sociale di Ferdinando Pastore:

https://www.risorgimentosocialista.it/…/fantozzi-non-fa-pi…/

Il Virus ha costretto parte della popolazione a confrontarsi con il pericolo della morte dopo anni in cui è stata propagandata un’esistenza dedita alla ricerca di un eterno presente. La speranza è che possa sedimentarsi una nuova consapevolezza capace di mettere finalmente in dubbio determinati …

Il Virus ha costretto parte della popolazione a confrontarsi con il pericolo della morte dopo anni in cui è stata propagandata un’esistenza dedita alla ricerca di un eterno presente. La speranza è che possa sedimentarsi una nuova consapevolezza capace di mettere finalmente in dubbio determinati …
aprile 29, 2020

SOCIALISTI AL CAPOLINEA; COME RIPARTIRE

di Alberto Benzoni.

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Chi scrive, dopo 63 anni vissuti all’interno di una comunità socialista, è oggi senza fissa dimora. Una situazione, credetemi, soggettivamente e oggettivamente intollerabile. Soggettivamente perché coinvolge tanti altri compagni, “rimasti fuori” o chiamatisi fuori nell’arco di una generazione; insieme ad un universo che penso assai ampio di persone che, fuori dal nostro piccolo recinto, hanno bisogno del socialismo democratico ma non sanno a chi o a che cosa rivolgersi.

Oggettivamente perché le, diciamo così, strategie perseguite dal socialismo politicamente organizzato sono tutte arrivate al capolinea. Non so quante sigle, tutte chiuse nella loro piccola dimensione e totalmente insensibili, per varie ragioni, a qualsiasi richiamo unitario; la principale delle quali e titolare del nome raccoglie lo 0.2% dei consensi e appare caudataria di un partito, Italia viva, che con il socialismo non ha e non vuole avere nulla a che fare.

Quando e dove abbiamo sbagliato? Per chiunque voglia ripartire, una domanda cui dobbiamo una risposta.

La mia ipotesi (frutto, beninteso, del senno del poi) è che abbiamo sbagliato all’inizio; ma che non potevamo non sbagliare.

Avremmo potuto, come i tre partiti minori, scioglierci; affidando le fortune personali di questo o di quel dirigente a chi l’avesse adottato. Una scelta forse corretta ma, nelle circostanze date, improponibile.

Avremmo dovuto, come la Dc, riciclarci in una nuova veste e con un gruppo dirigente di ricambio; ma, come sappiamo, non esistevano, nel nostro caso, le condizioni necessarie per portare avanti, con successo, questa operazione.

E però, avremmo potuto e dovuto, a questo punto, prendere campo; leggi chiamarci fuori, come suggeriva Craxi, dal falso bipolarismo della seconda repubblica, un ambiente, peraltro, per noi del tutto inospitale; presentandoci, nel 1994, solo nel proporzionale. Una scelta che avrebbe tenuto insieme compagni, ansiosi di fuggire nelle più diverse direzioni, e che ci avrebbe gradualmente collocato (ma questa è una mio giudizio personale) a sinistra del Pds/Pd sia sulle questioni economico-sociali sia su quelle di libertà e di rispetto dello stato di diritto.

Avremmo dovuto però pagare il prezzo di una non breve traversata nel deserto. Ipotesi che però era vista con orrore da diecine e diecine di migliaia di compagni, di quadri, di eletti di un partito allo sbando e assolutamente dominati, questo è il punto centrale, dalla duplice ansia di protezione e di vendetta. Una duplice aspirazione che, ci piaccia o no, sarebbe stata la stella cometa del popolo socialista nei decenni successivi.

Protezione e vendetta. Due pulsioni, inestinguibili anche perché mai veramente soddisfatte; e comunque incompatibili con l’esistenza stessa di un partito socialista degno di questo nome. Se tu affidi totalmente a Berlusconi la tua vendetta, puoi garantire il tuo contributo personale alla bisogna; ma scompari fatalmente come collettivo, oltre che nella tua stessa ragion d’essere. Se poi, nelle vesti di partito socialista, ti affidi, per essere prima riammesso in società e poi come protettore di ultima istanza, ad un partito che ha applaudito alla tua distruzione e che ha cancellato il socialismo dal suo passato e dal suo presente, finisci col perdere qualsiasi identità. Trasformando il desiderio di rivalsa dei tuoi iscritti in rancore impotente e autodistruttivo.

Alla fine della storia, c’è stato qualcuno che ha pensato bene, dando per scontato che il socialismo fosse un relitto del passato, di assicurare, insieme, ansia di protezione e ansia di vendetta, affidandosi al più grande rottamatore oggi in circolazione. Un binario morto; ma anche la fine, ingloriosa, della nostra storia.

Da dove ripartire allora? Per prima cosa, dalla liquidazione di questo mefitico retaggio. Il miglior modo per fare i conti con quelli che ci hanno distrutto è, semplicemente, di tornare a esistere; e per esistere e operare non abbiamo bisogno di alcuna protezione né di chiusure rancorose e impotenti.

Per tornare a esistere dobbiamo, per prima cosa, riscoprire e recuperare il socialismo: e non solo e non tanto nella sua dimensione partitica (quella verrà da sé, ma in un secondo momento) ma piuttosto come eredità del passato e come parte essenziale del nostro futuro. E, nel primo caso come nel secondo un socialismo democratico; con mille aggettivi ma anche, in proiezione futura, senza bisogno di averne qualcuno. Oggi, l’aggiunta automatica di “riformista” e “liberale” vale soltanto, come avviene di solito, a sminuire il valore del sostantivo; segnalando, al nostro interno, un richiamo al nostro passato riassumibile in una versione, per giunta edulcorata, del messaggio di Craxi.

Ora, il socialismo italiano, e in questo sta la sua capacità di risorgere, non comincia e, quindi, non finisce con Craxi. Perché ha mille fonti di cui nutrirsi; e quindi mille aggettivi. Mentre quello del presente e del futuro non ha bisogno di aggettivi; perché potrà e dovrà riassumersi in un messaggio che travalica le sue stesse frontiere – solidarietà, pace, lotta alle disuguaglianze, recupero, a tutti i livelli, dei valori e delle istituzioni della democrazia, internazionalismo – e intorno al quale si articolerà, durante e dopo la grande crisi della pandemia, lo schieramento alternativo al ritorno della barbarie.

Riscoprire il socialismo. Oggi e nell’oggi. Abbiamo gli strumenti per farlo. Riviste prestigiose, come Mondoperaio; ma non solo. Giornali come l’Avanti! non più soltanto organi di un partito ma appartenenti a tutti. Associazioni ed esperienze comuni a ogni livello; espressione, in particolare, di quanti, in nome della democrazia, si sono battuti, ieri, contro il referendum costituzionale e oggi contro la riduzione del numero dei parlamentari.

Per riscoprire, per far nascere tra di noi e soprattutto al di fuori di noi, la cultura anzi la civiltà socialista non possiamo, purtroppo, riferirci al nostro passato prossimo o a eventi esterni dell’oggi (sto parlando dell’Italia). Dovremo allora, riportare alla luce (con lo spirito del minatore non dell’archeologo) gli eventi e le parole; di ieri e di sempre. Ottima cosa, allora, uscire, periodicamente (mi riferisco al nuovo Avanti!), in relazione a grandi eventi del nostro passato nazionale: Primo maggio, 2 giugno, nascita del Psi, 20 settembre, 25 aprile, tanto per fare alcuni esempi.

E poi, i grandi appuntamenti che hanno segnato la nostra storia: dal 14 luglio alla formazione della seconda internazionale, dalla rivoluzione russa di febbraio, alle tante rivoluzioni condotte in nome di un’ansia di riscatto nei suoi più diversi aspetti.

Dovranno esserci da guida in questo percorso le tre parole lanciate al mondo dalla rivoluzione francese. E soprattutto una, la prima ad essere brutalmente cancellata e soppressa, l’unica che ci appartiene totalmente e in tutti sensi: fraternità.

aprile 18, 2020

“Sovranità alimentare, ambiente e agricoltura”

Dalle tesi congressuali di Risorgimento socialista (primavera 2019) su

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Agricoltura di qualità, nuovi modelli di sviluppo, salute alimentare e questione meridionale sono temi fra loro strettamente collegati, al punto
da essere indivisibili: occorre pertanto pensare a politiche organiche e sistemiche anziché campanilistiche e estemporanee, come spesso è avvenuto.
Lo svuotamento delle campagne del Sud è uno dei punti critici della odierna questione meridionale: è questo un destino di declino cui non bisogna rassegnarsi.

Rilanciare la produzione agricola deve assumere valenza
strategica per il conseguimento di una piena sovranità
alimentare e per la creazione di filiere produttive controllate da
punto di vista tanto dei diritti di chi ci lavora quanto della salute
dei consumatori. A sua volta, il rilancio dell’occupazione nella
produzione agricola rientra nel piano occupazionale rivolto in particolare ai giovani meridionali.
Un’agricoltura di qualità, rispondente alla crescente richiesta di cibo di qualità e che salvaguardi l’ottima reputazione delle produzioni italiane e meridionali, ha bisogno di nuovi modelli di sviluppo fortemente integrati con tutto il resto delle attività economiche del settore, a partire dalla filiera agroalimentare nel suo complesso, nei legami con i settori del
turismo, della ristorazione, dell’energia per essere davvero in grado di garantire occupazione e reddito.
La crescente attenzione dei cittadini-consumatori nei confronti della qualità e sicurezza si salda alla necessità di una tutela delle aree rurali anche dal punto di vista sociale e culturale.
Alla base vi è una rinnovata consapevolezza del ruolo strategico che il produttore agricolo può assolvere nella salvaguardia del territorio e dell’ambiente di fronte alle questioni rilevanti poste dai cambiamenti climatici e dalle necessità di diversificare le fonti energetiche ed il risparmio nel suo consumo.
Il mondo agricolo italiano versa in uno stato di grave crisi: non è un problema settoriale ma assume carattere politico collettivo per l’intera economia del paese e carattere strategico per la delineazione di un diverso modello di sviluppo.
Serve una netta scelta politica di tutte le istituzioni che offra risposte alle comunità rurali, in particolare del Mezzogiorno. La presenza degli agricoltori sul territorio è da ritenersi una garanzia per la gestione dell’ambiente.
Senza un’agricoltura italiana diffusa e di qualità non vi è un sostanziale aspetto della nostra sicurezza e sovranità, quella alimentare, poiché non siamo più autosufficienti in quasi tutte le filiere, con effetti deleteri per i lavoratori dei settori e per la salute dei consumatori. Pertanto le coperture per la tutela e lo sviluppo delle aziende agricole sono da
considerarsi investimenti strategici irrinunciabili.

Durante la “seconda repubblica” la politica agricola italiana è
stata sempre più diretta dalle industrie di trasformazione e dalle
centrali di vendita piuttosto che dalle imprese, spesso a
conduzione familiare, e dai lavoratori del settore.

Non è un caso che finora nessuna autorità abbia multato le industrie agroalimentari per gli evidenti cartelli a danno degli agricoltori di base.
Analogamente contestiamo la norma doganale, ancora in vigore, che consente di definire nazionale un prodotto straniero la cui ultima lavorazione utile sia fatta in Italia. Chiediamo con forza l’obbligo di indicazione di residui tossicologici in etichetta e l’unico blocco dei porti che riteniamo opportuno, quello delle navi che importano grano al glifosate, nonostante le evidenti prove scientifiche di nocività e evidenti divieti normativi. Chiediamo infine il rispetto diffuso della norma sul
divieto di vendita sottocosto dei prodotti agricoli.
Il tema della frutta e verdura vendute a costi bassissimi va affrontato: crediamo che l’istituzione di un consorzio o una cooperativa di agricoltori locali potrebbe aiutare gli stessi a liberarsi dalle imposizioni dettate la logiche di mercato verticistiche che non rispettano il loro duro
lavoro.

La necessità quindi è quella di tutelare, a livello nazionale, le
nostre produzioni, e combattere i trattati economici trasnazionali
che li penalizzerebbero ulteriormente.
È necessario il rispetto della legge che istituisce il principio di
trasparenza, mentre constatiamo l’assenza di trasparenza sulla xylella (che non esitiamo a definire un ecocidio), sull’importazione di grano estero e sull’annosa questione delle quote latte.
Risorgimento socialista è attenta a quanto da tempo emerge nel mondo agricolo sul ruolo dell’agricoltura nell’attivazione di altri settori produttivi e nella tutela di funzioni pubbliche, quali la conservazione/ricostituzione del paesaggio rurale, il recupero delle aree soggette a fenomeni tellurici o di erosione del suolo; pratiche agricole eco-sostenibili; presidio e salvaguardia del territorio anche attraverso il contenimento dei processi
di trasformazione del suolo agricolo in aree di insediamento urbano, specie in aree marginali, dove la presenza di un’agricoltura in grado di garantire reddito e occupazione è essenziale per mantenere la
popolazione sul territorio e con essa le tradizioni e la cultura rurale.

Un’agricoltura di qualità è inoltre anche un’efficace risposta al
falso dilemma fra sviluppo e salute: in tal senso facciamo nostre le campagne per una riduzione e soppressione di pesticidi, con
particolare attenzione al glifosato, di cui ormai sono acclarati i danni per la salute umana. Il ripopolamento delle campagne deve assumere anche il ruolo di controllo del territorio rispetto a utilizzi illeciti (discariche di ogni tipo) o legate ad un modello di sviluppo ormai sorpassato (cementificazione compulsiva). L’agricoltura di qualità, con la promozione dei prodotti tipici e la difesa dei paesaggi naturali e storici,
si collega così a nuove forme di sviluppo turistico non invasivo ma responsabile.
Il lavoro agricolo si è spesso associato al ritorno a inaccettabili
forme di lavoro sottopagato, privo di diritti e paraschiavile con
numerose vicende tragiche di sottomissione, di deprivazione e di lutti. Per noi il contrasto effettivo al caporalato in ogni sua tappa si accompagna a forme dignitose di vita e di lavoro per quanti, italiani e migranti, lavorano nei campi.
Ci impegniamo in misure incisive per la sicurezza sul lavoro, con l’aumento dei fondi e del personale per i controlli.
È del tutto fallace pensare di poter assolvere a queste funzioni
strategiche di sviluppo soltanto attraverso una condizione di
sfruttamento del lavoro ed una condizione di salari bassi e precari anche attraverso l’utilizzo, occasionale e non, del serbatoio di manodopera del l’immigrazione comunitaria o migrante, con l’osceno ricorso al caporalato ed al lavoro illegale: sono anzi questi fenomeni
alcuni dei punti più critici della odierna questione meridionale.
Il continuo utilizzo del caporalato e delle forme
semi-schiavistiche a cui sono ultimamente approdate molte fasi del lavoro agricolo (dalla raccolta al confezionamento) – nonostante le prime leggi a contrasto – è un presupposto falso e fuorviante che rischia di accelerare ancora più velocemente il declino dell’agricoltura e la sua distanza dalle produzioni del Centro-Nord Italia. Occorre invece promuovere quelle buone pratiche, fatte di esperienze di miglioramento qualitativo e quantitativo della produzione e dell’occupazione trainate dal
ruolo sempre più importante che vi svolgono i giovani.
Uno dei problemi che ha afflitto l’agricoltura meridionale, accanto al mancato sostegno delle istituzioni locali e alla scarsa frequenza di accordi cooperativistici, è rappresentato dalla concorrenza estera: se riteniamo opportuna la presenza di accordi commerciali con paesi del Sud del mondo per favorirne esportazioni e sviluppo endogeno, nell’ottica di una cooperazione Sud-Sud, tuttavia, a maggior ragione, riteniamo inopportuna una massiccia importazione di prodotti agricoli da
alcuni paesi del Nord Europa e America. In tal senso ribadiamo la nostra opposizione a tutti quei trattati economici (TTIP, CETA, TISA) che, in nome di un neoliberismo quasi postumo,
costituiscono ulteriori attacchi alle residue speranze di rilancio
della produzione agricola nazionale.

Per noi socialisti di sinistra sono questi i temi di una questione agricola (soprattutto meridionale) antica ed irrisolta.
Nessuna ipotesi di evoluzione produttiva e di trasformazioni
dell’agricoltura meridionale può essere disgiunta da percorsi territoriali anche specifici di riaffermazione di percorsi qualitativi e di difesa della biodiversità nelle produzioni agroalimentari.

aprile 16, 2020

Fare squadra.

Di Gaetano Colantuono.

Abbiamo bisogno non di un leader mediatico, ossia funzionale ai media per vendere o vendersi, ma di un gruppo dirigente all’altezza dei compiti sul piano politico e anche umano.

Una squadra, insomma, non un leader. Fare squadra, non assumere leadership che per lo più hanno portato alla deriva. Assenza di settarismo interno ma collaborazione entro regole chiare.
Dare continuità al progetto negli enti locali, nel sindacato, nei movimenti e nelle auspicabili mobilitazioni popolari, senza delle quali noi siamo inutili, anzi siamo fritti.

Noi storicamente le congiure di palazzo le subiamo soltanto. Noi conoscemmo conquiste solo col binomio lotte popolari-lavoro nelle istituzioni.

1. NESSUNA VOCE PREVALGA SULLA DIFESA E ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE.
2. Casse di resistenza.
3. ABROGAZIONE DEI DECRETI SICUREZZA E RIPRISTINO DELL’ART. 18.
4. ABROGAZIONE DELLA REVISIONE DEL TITOLO V NEL 2001.
5. MULTIPOLARISMO COERENTE.

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aprile 8, 2020

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO PER LA PREDISPOSIZIONE DI UN PIANO B PER SALVARE IL PAESE DALL’ESITO NEGATIVO DELLA TRATTATIVA IN ATTO NELLA UE .

di Franco bartolomei coordinatore nazionale di Risorgimento socialista.

La ferma risposta negativa data dalla Germania ed i suoi stati vassalli – in ossequio alle stringenti regole europee – alla richiesta Italiana di una diretta emissione di Eurobond da parte della BCE , i cui ricavi siano ripartiti proporzionalmente tra gli stati della UE ,per far fronte alle spese straordinarie ed ingenti necessarie ad uscrire dall’emergenza ed a rilanciare le economie nazionali , rende sempre più difficile e densa di rischi per il nostro paese la trattativa in atto nel gruppo decisionale della Eurozona.

E’ evidente il gioco della Germania e dei suoi alleati, e degli organi esecutivi della UE – edificata proprio per attuare politiche ispirate al contenimento dei bilanci e della spesa sociale – di allungare i tempi della trattativa per volgerla a proprio favore e ridurre i margini di manovra dell’Italia e della Spagna .
E’ evidente il disegno: strozzare il nostro paese, alle prese con tutte le emergenze connesse con la crisi epidemica in atto, in una situazione in cui le difficoltà di liquidità e la pressione speculativa esercitata sugli spread, finiscano per piegare le ginocchia al nostro tentativo di resistenza sulle richieste avanzate dalla Governance europea e sul nostro diniego alla utilizzazione del Meccanismo Europeo di Stabilità( MES). Meccanismo che se attuato produrrebbe il commissariamento economico, finanziario e normativo della nostra residua autonomia decisionale.

L’attacco – massiccio e continuativo – da parte della BCE sullo Spread diventerebbe uno strumento formidabile di pressione sul Governo italiano per fargli accettare in condizioni di piena emergenza, il progetto originario della UE sponsorizzato dai paesi del Nord, quello di far transitare ogni possibile via di erogazione di liquidità straordinaria attraverso le forche caudine di un nuovo MES. Anche se esso fosse potenziato finanziariamente e solo lievemente attenuato nei suoi tempi e nei suoi poteri di commissariamento del paese, sarebbe comunque finalizzato a distruggere definitivamente la nostra autonomia economica. L’Italia è ancora fondata su un sistema manifatturiero molto esteso, completo in tutte le filiere , di forte spessore tecnologico e di alta qualità progettuale e commerciale. La nostra forza finanziaria, fondata sia sul risparmio privato più ampio tra tutte le economie sviluppate che sulle nostre tecnostrutture bancarie e finanziarie in possesso di fortissime competenze operative, si troverebbe immediatamente sotto attacco. Inoltre senza attuare serie politiche di espansione della domanda interna e di nuova liquidità si imporrebbe al paese una politica forzata di restituzioni e sacrifici a danno delle classe popolari e del mondo del lavoro .
E’ necessario che il governo prepari un piano di uscita e di emergenza per evitare di essere posto in una situazione di fatto ricattatoria.

Un piano articolato, da attuare nel momento in cui l’attacco della UE – governato dalla Germania – dovesse scattare in modo irreversibile, diretto a consentire al Paese di riacquistare immediatamente la propria autonomia finanziaria e monetaria .

Un piano di uscita unilaterale dal sistema Maastricht/Lisbona per consentire all’Italia di far fronte con mezzi autonomi o autonomamente reperiti a ogni possibile crisi di liquidità che paralizzerebbe tutta l’attività amministrativa ed esecutiva dello Stato e che porterebbe al collasso tutto il nostro sistema paese. Per far fronte a ogni altra aggressione sugli spread che porterebbe in prima battuta tutto il nostro sistema bancario e finanziario a un default immediato.

Un piano di emergenza che preveda:
L’immediata introduzione sul mercato di una nostra nuova ed indipendente circolazione monetaria.
L’immediato ingresso con partecipazioni pubbliche di controllo o condizionamento in tutte le imprese strategiche per il paese.
L’adozione di tutti gli strumenti operativi necessari a impedire flussi speculativi contro il nostro sistema azionario ed obbligazionario.
L’emissione di nuovi titoli di debito pubblico internazionalmente contrattati e riservati ai Paesi legati all’Italia da continuative relazioni di scambio commerciale.

aprile 8, 2020

UNA TASK FORCE PER L’AGRICOLTURA.

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RS – Risorgimento Socialista – Emilia RomagnaMi piace

7 h

 

E’ di questi giorni la notizia che la filiera agricola sconta una preoccupante mancanza di manodopera su tutto il territorio nazionale. La chiusura delle frontiere, per contenere la Pandemia, impedirà nei prossimi mesi l’arrivo dai paesi esteri di tantissimi lavoratori stranieri che annualmente coprono la richiesta di manodopera agricola.
In occasione della carenza di personale medico in un settore strategico come quello della Sanità, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di concerto con altri enti statali, ha deciso di creare una task force di circa 300 medici provenienti da ogni parte d’Italia da poter inviare nei territori con le maggiori criticità sanitarie. Alla chiamata hanno risposto in oltre 7000 !!
A questo punto, come Risorgimento Socialista E-R, avanziamo la proposta, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per la creazione di una task force per risolvere il problema di carenza di manodopera in un altro settore strategico del paese, quello dell’Agricoltura.
In un momento di crisi economica, con un bacino di disoccupazione che certamente, ahinoi, si andrà a gonfiare nei prossimi mesi, il Governo potrebbe mettere mano alla creazione di una task force mediante una chiamata diretta anche nel campo dell’agricoltura, magari con specializzazioni diverse, gruppi di volontari, esperti e meno esperti, da inviare e gestire direttamente, mediante il Ministero, lavoratori assunti con un apposito contratto nazionale, laddove vi sia necessità e carenza di manodopera. Tale intervento statale, oltre a risolvere il problema primario, permetterebbe il controllo della sicurezza e delle condizioni di lavoro, andrebbe a dare un duro colpo al caporalato, allo sfruttamento dei lavoratori e farebbe venire a galla una fetta di economia sommersa in questo importantissimo settore. Lo Stato potrebbe inoltre partecipare con una quota al pagamento degli stipendi di tali lavoratori investendo così, direttamente gli eventuali aiuti ed incentivi stanziati per le imprese agricole a causa della crisi. Certo la nostra è una proposta che andrebbe perfezionata, discussa, smontata e rimontata, ma intende incoraggiare il Governo a proseguire quel percorso di intervento diretto, di attenzione per il territorio, di stretta collaborazione con Comuni e Regioni che ci sembra andare nella direzione giusta per una riappropriazione completa della capacità di uno Stato Sovrano di incidere in maniera positiva sulla vita dei propri cittadini e sull’Economia reale del proprio territorio. Un doveroso ritorno alla fase progettuale di un paese, una visione d’insieme che per troppo tempo si è accantonata perchè ritenuta antistorica a causa di una visione liberista e globalizzata dell’economia e della società, visione che evidentemente, come dimostra la lunga crisi economica che ci attanaglia dal 2008, è risultata del tutto fallimentare. La cosa pubblica, lo Stato, torni insomma a guidare gli importanti processi di sviluppo del paese.