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novembre 22, 2020

Un socialismo possibile!


di Felice Besostri

I destini politici, come le strade son destinati ad incrociarsi, se, quale che sia il punto di partenza vi sia un punto d’arrivo in comune. Le vecchie strade dei pellegrini ne sono l’esempio. A partire da quella per Santiago de Compostela, dove sarebbe il corpo dell’apostolo Giacomo il Maggiore o per stare in italia la Francigena o la Romea. Ci sono anche esempi non religiosi come le vie delle transumanze, nazionali o transnazionali come quelle tracciate nei Balcani dagli Aromani, un popolo senza Stato, che non ha mai voluto, o quelli tracciati dai costruttori di orologi a cucù della Selva Nera, gli Uhrenträger, per vendere i loro  prodotti in Europa. Tuttavia le analogie, che son spesso ingannevoli finiscono qua: un pellegrino sapeva dove arrivare, ma il suo era uno spostamento nello spazio, anche se poteva durare mesi, se non anni. Franco  e Rino li ho conosciuti nel mio percorso da socialista, un tempi e modi diversi, anche in contesti politici diversi con lo scioglimento., quasi una liquefazione, del PSI. il viaggio verso la società socialista è un viaggio soprattutto nel tempo dove si incrociano passato, presente e futuro e il punto di arrivo non è un luogo, ma un’idea di società diversa, da quella di cui viviamo, più libera e più giusta. Alla fine del XIX° secolo si sapeva cosa fosse e in cosa consistesse, semmai ci si divideva su come arrivarci, con quale tipo di lotta politica. Paradossalmente il successo della conquista del potere politico con gli strumenti della democrazia o delle rivoluzioni, ha complicato e confuso le idee, perché le conquiste sociali per via parlamentare sono state rese possibili dallo sfruttamento imperialista e colonialista del resto del mondo e la conquista del potere politico con la rivoluzione hanno prodotto una nuova classe e una soppressione delle libertà. Insieme con le speranze sono venute meno le illusioni che fosse possibile un miglioramento progressivo e lineare, e che i sacrifici di oggi erano solo temporanei, contingenti, ma necessari. Non avrebbero impedito albe radiose, ”  les lendemains  qui  chantent” o il sorgere del tradizionale sole dell’avvenire. Infatti, persino nei paesi, culla della socialdemocrazia più avanzata c’è stata la strage dei giovani socialisti a Utøya e la conquista del potere della destra e dove c’era  “il socialismo realmente esistente” la vittoria di un capitalismo selvaggio, e dei peggiori “ismi” (nazionalismi, clericalismi, autoritarismi: Polonia e Ungheria: bastano come esempio?). L’abolizione della proprietà privata non aveva comportato una maggiore preservazione dell’ambiente e delle risorse naturali e l’uguaglianza garantita in tutte le costituzioni democratiche, che crescessero le diseguaglianze economiche e sociali, aumentate con le crisi finanziarie e la pandemia.  Si voleva estendere la democrazia, invece, siamo al punto che, già la sua pura e semplice salvaguardia è una necessità ,e il successo non è sicuro, forse nemmeno possibile, nel quadro nazionale e statuale, in cui la democrazia e le leggi sociali, si sono contestualmente estese e consolidate. Una volta i nemici erano forti e potenti, ma nazionali o stranieri, espressione delle potenze imperialiste e colonialiste, ci si poteva opporre, perché identificabili. Le multinazionali e i giganti del web, a mio avviso, non si identificano con lo straniero con le sue bandiere, inni nazionali e i suoi eserciti, anche se hanno il centro di comando in uno Stato. Nella loro azione per trarre, comunque, profitti, conquistare mercati e controllo dell’informazione non si distinguono se a capo c’è un cittadino statunitense, russo, saudita, brasiliano o cinese e se personalmente il capo persegua l’arricchimento personale o sia un benefattore compassionevole o un mecenate delle arti. Tutti non vogliono controlli in assoluto, men che meno da parte di autorità democraticamente legittimate, e  last but not least non pagare tasse sui loro profitti, quindi far pagare i costi al popolo, cioè al resto dell’umanità o con la riduzione delle garanzie sociali o mantenendo elevata la pressione fiscale tradizionale sui beni visibili e i consumi. Si crea ricchezza finanziaria anche senza vendere prodotti, con bolle speculative, che periodicamente tosano i risparmi, spesso di una vita.
La denuncia delle condizioni di vita e dello sfruttamento o di fatti repressivi sono stato un fattore di motivazione forte per il socialismo, pensiamo su piani diversi a “La situazione della classe operaia in Inghilterra” di Federico Engels o a “Germinal” di Emile Zola. Ora non basta più, come i profughi morti affogati nel Mediterranei, anche se bambini di pochi mesi, o arenati su una spiaggia di un’isola greca, a influire sull’opinione pubblica e sui suoi comportamenti elettorali. Bisogna saper indicare una via d’uscita praticabile e le nostalgie non servono, nemmeno quelle di un futuro, che ci eravamo immaginati e che sembrava a portata di mano. i partiti, in cui ci siamo formati, pieni di difetti, ma comunque meglio di quelli esistenti, non ci sono più, ma soprattutto non possono tornare. Per questo concordo con Formica essere nella società e nelle lotte concrete, se non come protagonisti almeno come attenti ascoltatori, conoscere almeno cosa si sta muovendo in movimenti, come quelli ambientali e nel resto del mondo come negli Stati Uniti con un riferimento al socialismo assolutamente estraneo alle loro tradizioni politiche, con l’intelligenza dello studioso del proprio intorno e la determinazione dettata daI propri valori. E’ un progetto che deve coinvolgere tutti, quale che sia la nostra origine e matrice culturale e politica, perché è più importante chiarire dove si voglia andare insieme, piuttosto che da dove si viene. Quando ho parlato, non da solo, di dialogo Gramsci Matteotti, non ignoravo la totale incomprensione tra di loro, ben rappresentata dalla sprezzante e ingiusta definizione di ” Cavaliere del nulla“:un giudizio non condiviso da un comunista come Terracini. Li ho presi  a simbolo di una sinistra sconfitta dal fascismo, di cui sono state vittime, Matteotti assassinato  a 39 anni e Gramsci lasciato morire 46. La sinistra  storica, socialista e comunista, non sono un’alternativa credibile in Europa, il continente in cui sono nate. Come nel 1892 si tratta di fondarne una nuova, larga, plurale ed inclusiva e senza l’ascolto e la conoscenza della nostra società e l’opposizione intransigente alle sue ingiustizie non è possibile. Ognuno faccia la sua parte.

marzo 13, 2014

Craxi, Berlinguer e la sinistra.

Sono passati 30 anni dalla prematura scomparsa di Enrico Berlinguer e 14 dalla altrettanto prematura scomparsa di Craxi. Io quest’anno commemorerò il tentennale della scomparsa di Riccardo Lombardi ed il 90 anniversario dell’assassinio di Matteotti. Ma non mi unirò alla commemorazione di Berlinguer. Non lo farò fino a quando i dirigenti postcomunisti non diranno le cose che hanno detto  BFabrizioarca e Nichi Vendola. Vale a dire che la storia del Psi dal 1976 in poi non può essere ridotta a “romanzo criminale” ma che anzi ha contenuto la ultima e profonda elaborazione culturale ed ideologica fatta dalla sinistra italiana. Poi vanno fatte le critiche che vanno fatte a Craxi, legittimamente , ma non buttando insieme bambino ed acqua sporca. E le critiche sono critiche politiche e concernono la gestione del partito (come ben hanno messo in rilievo Rino Formica e Giorgio Ruffolo) che poi ha prodotto una condizione per la quale il PSI si trovò disarmato quando montò quella ondata antipolitica che ha poi prodotto il disastro della II Repubblica . E che fu abilmente guidata da poteri forti interni ed internazionali. Beninteso anche con Berlnguer occorre far attenzione a non buttare insieme acqua sporca e bambino. In lui vi sono aspetti positivi ma anche regressioni e ricadute verso forme di settarismo ed integralismo che non hanno giovato alla sinistra , e si sono esposte a strumentalizzazioni postume (ma qui Berlinguer non c’entra) da parte di personaggi che poi. la storia ha dimostrato essere un pulpito inaffidabile per fare lezioni di morale ad altri. Insomma il manicheismo da II Repubblica per cui Craxi era un gangster e Berlinguer una sorta di Padre Pio non esiste. Del resto credo che lo stesso Berlinguer si rivolta nella tomba nell’essere strumentalizzato da un Travaglio, ad esempio. Naturalmente, pur se non parteciperò alle celebrazioni, personalmente resta in me un profondo senso di ammirazione per una figura che comunque merita rispetto e deferenza, pur nel dissenso su temi importanti. Vedete la critica al pensiero di Berlinguer non fu fatta solo da Craxi. Lombardi, Mancini e Giolitti erano altrettanto critici. Anzi quest’ultimo fu più profondo di Craxi nel criticare il concetto di III Via che si fondava su basi molto fragili e dava adito a elementi di ambiguità seri. Sul piano ideologico , dal mio punto di vista, ebbe certamente ragione il gruppo dirigente socialista del congresso di Torino del 1978 (Craxi, Giolitti, Lombardi, Signorile) rispetto a Berlinguer sul tema dell’Eurosocialismo e della critica radicale al socialismo reale. Pur evidenziando la necessità di andare oltre le esperienze socialdemocratiche tradizionali (Lombardi soprattutto) questo oltrepassamento era tutto all’interno della cultura del socialismo democratico e della contestazione delle stesse radici ideologiche del comunismo del 900 (e non solo della sua prassi) poichè anche in quelle radici si celava il presupposto della evoluzione totalitaria del comunismo reale. Insomma per Berlinguer l’URSS era un paese socialista “con tratti illiberali”. ERa un passo in avanti rispetto a Togliatti (che però appartiene ad altra epoca) ma restava in mezzo al guado. I socialisti ritenevano invece che l’URSS non era un paese socialista, perchè non è possibile un socialismo senza democrazia (lo diceva già Kautsky nel 1919 – non è poi una cosa nuova) e quindi un socialismo tra tratti illiberali era un non senso. La critica dei socialisti non era affatto rivolta contro Marx (qui si fece grande confusione) ma contro Lenin e le sue derivazioni dallo stalinismo al togliattismo. C’è tutta una grande tradizione di marxismo socialista democratico (che è molto più profonda delle teorie schematiche di Lenin e Trotzky) e che comprende il già citato Kautsky, l’austromaxismo di Hilferding, Bauer, Adler, del belga Vanderverlde, di Mondolfo, Turati, Saragat, Basso in Italia. Una tradizione che il Psi del dopo 1976 rivalorizzò. Insieme a Rosselli, Capitini. Per evidenziare che a sinistra non c’era il solo pensiero unico gramsciano-togliattiano. Le egemonie serie non si costruiscono per esclusione degli altri. Berlinguer fece una importante affermazione circa la natura pluralista del socialismo (un passo decisamente più avanzato delle “vie nazionali” di Togliatti) ma mantenne il modello di centralismo democratico del partito che contraddiceva il resto. Proprio Riccardo Lombardi disse che il punto di discrimine fondamentale tra socialisti e comunisti non era la dialettica riforme-rivoluzione , ma la concezione del partito depositario di una filosofia della storia. E quindi delle chiavi della verità. Per cui il partito non è uno strumento, così come lo è nel socialismo democratico, ma diviene quasi una entità mistico-metafisica. il “corpo mistico della Chiesa” di San Paolo laicizzato. Una entità a cui sottomettersi pena di essere un “individualista piccolo borghese” . Una entità che ha i suoi sacerdoti, l’apparato. Certo poi Berlinguer cercò di spostare questa caratteristica dal piano ideologico a quello morale-antropologico, la “diversità comunista”. Ma l’integralismo resta. NOn sappiamo se Berlnguer avesse o meno , in seguito, modificato questa posizione. Certo i suoi epigoni hanno utilizzato spesso il concetto di “diversità” come sacchi di sabbia a protezione di se stessi e della loro progressiva tendenza all’autoreferenzialità gestita in modo sempre più opportunistico e trasformista. Per cui si cambia spesso nome ma i dirigenti e l’apparato restano quelli. Fino a causare la liquidazione della sinistra. Quando il soggetto precede il progetto e si emancipa anche dalla sua rappresentanza sociale, si cade nel politicismo più negativo ed in una concezione manovriera della politica atta a conservare il potere. Punto. Natualmente la sinistra di oggi ha bisogno invece di recuperare progetto di trasformazione sociale ed idealità su cui costruire la rappresentanza sociale del mondo del lavoro, dei più deboli di tutti coloro che soffroni diseguaglianze ed esclusione. Ed evitare che si ricreino nomenclature autoreferenziali ….che degradano la politica. Ma di questo ne abbiamo parlato a lungo quando abbiamo affrontato il tema del recupero di una soggettività socialista.

Giuseppe Giudice

novembre 14, 2010

Chi è Fini!

Rino Formica intervistato dall’Espresso definisce in maniera perfetta  Fini:

“Il partito di Berlusconi sente la disgrazia di doversi tenere Silvio. Il partito di Fini mostra gli umori profondi dell’Msi. Penso sia nato un antiberlusconismo ostacolo a un capo provvisorio e un po’ macchietta ma desideroso di un capo vero. Cosa c’è nel discorso di Fini salvo una spruzzatina di laicismo? Il nazionalismo di Luigi Federzoni, il volontarismo di D’Annunzio, l’avvenirismo di Marinetti, la sbrodolatura del futurismo. Ha dovuto anche concedere qualcosa alla prima Repubblica. Così: quanto era bella ‘sta prima Repubblica che teneva Berlinguer, Moro, La Malfa e poi ha aggiunnto, anche Almirante. Ma Almirante era anti prima Repubblica. Non può far parte del Pantheon. Fino al 1992 da tutto l’arco costituzionale l’Msi era considerato fuori dall’arco costituzionale. E poi, via, si è mai visto un presidente del parlamento che evoca una crisi extraparlamentare? Sa che le dico? Berlusconi e Fini sono del tutto speculari”.

Gente d’altri tempi. Grazie Rino.