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dicembre 28, 2020

Ritrovare la via.

di Beppe Sarno

L’Italia è oggi un paese più povero, meno produttivo e con più disoccupazione in special modo nell’area del Mezzogiorno d’Italia dove la disoccupazione conta un milione e mezzo di disoccupati e la disoccupazione giovanile supera di gran lunga il 50%.

 La caduta del Pil, il calo della produzione industriale, l’incertezza politica, il generale rallentamento dell’economia a livello mondiale (e in particolare in Europa) descrivono un paese in marcia verso una nuova crisi economico-finanziaria, che il  fermo obbligato per la pandemia da covid sicuramente aggraverà, ma mentre le multinazionali grazie alle loro speculazioni finanziarie continuano ad arricchirsi il ceto medio e  i lavoratori continuano ad impoverirsi.

Le risorse messe in campo per affrontare la pandemia sebbene indispensabili, non risolvono la crisi in cui ci si dibatte ormai da troppo tempo. Una politica di austerità dettata dall’Europa ha ridotto il nostro paese senza risorse con un’economia povera dove fenomeni di delocalizzazione industriale l’hanno resa senza risorse e con poche industrie produttive. Le provvidenze del “recovery fund” arriveranno in parte nel 2021 per un 10% e il resto spalmato negli anni successivi fino al 2026.   Dal 2027 saremo impegnati a restituire buona parte dei soldi ricevuti e con nuovi obblighi di austerità soprattutto se passa l’accettazione del MES da parte del nostro governo.

Dall’altro canto la classe politica si è ridotta a fare pura comunicazione alla ricerca esasperata di un consenso elettorale dal momento che a primavera 2021 si vota per sindaci di prima importanza (Roma, Napoli, Milano), nel 2023 si dovrà eleggere il presidente della Repubblica e sempre durante l’anno 2023 si dovrà rinnovare il Parlamento ed il Senato con una nuova legge elettorale ancora da approvare.

E’ sotto gli occhi di tutti  che  il punto vero di criticità rimane il sistema politico e la sua crisi istituzionale. Può la nostra democrazia reggere a lungo laddove è consentito a chiunque di commettere atti di pirateria economica e politica come nel caso dell’Ilva di Taranto o della Wirlpool  e di tante altre realtà senza che da parte di chi governa non ci sia alcun controllo o sanzione solo per non compromettere equilibri politici frutto di compromessi non sempre nobili?

In questo scenario il grande assente è lo Stato.

Partito democratico e il partito dei   Cinque Stelle stanno dando una mano alla significativa crisi del nostro sistema politico. Non a caso per l’approvazione del documento di programmazione economica e finanziaria vi è stato  l’appoggio interessato di una destra responsabile di venti anni di fallimenti. L’arretramento politico dei partiti al governo ha causato una spirale involutiva che si riflette automaticamente sul loro arretramento elettorale che li vede in minoranza di fronte ad una destra forte di un consenso politico costruito su “forme di nazionalismo  chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi”(Tutti fratelli lett. enc. Papa Francesco).

La gente è sempre più convinta che la democrazia non serve più. Beppe Grillo, il giullare diventato Santo se ne è fatto profeta dichiarando che il parlamento non serve, ormai ridotto a zavorra superflua. La certificazione è venuta dall’esito  del recente referendum che ha ridotto il numero dei parlamentari.

Ma il posto i cui si sente di più il peso di questa intollerabile situazione è nei posti di posto di lavoro, anche se i lavoratori non sembrano o non vogliano accorgersene perchè drogati da decenni di assistenzialismo e attendono l’intervento salvifico dello stato, fino a quando l’ultimo lavoratore non diverrà un disoccupato in attesa del reddito di cittadinanza o nell’ipotesi peggiore manodopera a basso costo della criminalità organizzata. 

Pietro Calamandrei diceva «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare»

Non c’è dubbio che soprattutto nelle fabbriche italiane manchi l’aria da tempo; la sospensione delle libertà è iniziata nelle fabbriche dove sempre più spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate senza rispetto dei diritti sindacali  con i lavoratori ridotti letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà, per non parlare del terziario, della grande distribuzione dell’agricoltura.  

Ecco perché è dalle fabbriche, dal posto di lavoro  che deve partire l’iniziativa per combattere una battaglia politica generalizzata che comprenda l’impegno per una sanità pubblica, diritti dei lavoratori e dei loro corpi ridotti a merce, diritti di chi non ha una casa in cui rimanere né i soldi per vivere, diritto alla vita degli anziani, diritto all’istruzione e libertà di insegnamento, finanziamento della ricerca e accesso ai ruoli di responsabilità scientifica.

 Insomma, lo Stato va ricostruito dalle sue fondamenta secondo il progetto della Costituzione.

 Se è quindi vero che la democrazia va ricostruita sui posti di lavoro è pur vero che questa ricostruzione vada fatta secondo un paradigma che partendo dai principi che ispirano la  Carta Costituzionale si appoggi su questi pilastri: nazionalizzazione delle industrie strategiche ed intervento dello stato ree di crisi, revoca delle concessioni ai privati di attività economicamente produttive di proprietà dello Stato, cogestione, programmazione economica fondata su quello che in America è stato chiamato il “Il Green New Deal”. Cioè un’economia finalizzata a cambiare il sistema produttivo nazionale fondato sullo sfruttamento sull’uomo e delle risorse naturali.

Si tratta dunque di individuare con chiarezza gli scopi fondamentali, di trovare le soluzioni per portare la democrazia nei posti di lavoro per verificare gli effetti a lunga scadenza che questi obbiettivi raggiungeranno.

La cogestione

Per quanto riguarda l’applicazione della cogestione nelle fabbriche esso non deve significare portare nelle fabbriche uno strumento per massimizzare la produttività e quindi per allineare il più possibile senza contrasti i lavoratori con gli interessi dell’impresa. Questo equivoco stravolgerebbe il senso che si vuole dare alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa.  Lo scopo della cogestione, cioè l’intervento dei lavoratori nella conduzione dell’impresa dovrà servire a creare strumenti di democrazia all’interno del sistema produttivo per meglio realizzare gli interessi dei lavoratori e della collettività.

Fra la direzione dell’impresa e i lavoratori dovrà  sempre esistere contrapposizione, ma il  mutamento del paradigma presuppone  l’esistenza di un progetto diverso teso non ad una accumulazione di plusvalore e di incremento di profitto a favore di pochi, ma ad assicurare libertà e dignità umana a tutti. Certo si dovrà tener conto degli interessi economici ma il fine della cogestione deve essere sociale.

Con la cogestione si può raggiungere un equilibrio virtuoso: se da una parte i lavoratori sono interessati al successo economico dell’azienda, gli imprenditori, dall’altra, debbono essere interessati ad una condizione libera e dignitosa dei lavoratori.

Impossibile? Certamente no!

Se grandi multinazionali hanno adottato la cogestione come elemento fondante della gestione aziendale questo significa da una parte un razionalizzazione dei sistemi produttivi fatti da chi la produzione la fa materialmente e dall’altra la creazione di ricchezza a favore non solo dell’azienda ma anche dall’ambiente che lo circonda.

 Le acciaierie Krupp furono salvate grazie alla cogestione.

In Italia un’imprenditoria conservatrice è stata sempre contraria alla cogestione viceversa i sindacati hanno sempre cercato di   impedire l’attuazione della cogestione perché questo avrebbe ridimensionato il loro ruolo che acquista valore solo in un rapporto conflittuale con l’impresa.

Eppure in Italia è esistita l’Olivetti azienda leader nel settore dell’elettronica che vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.(fonte Wikipedia)

Se guardiamo alla ricca Germania possiamo rilevare che la cogestione non solo viene praticata da sempre ma trova il suo fondamento nella Legge Fondamentale (che ha il valore più a meno della nostra carta Costituzionale) L’art. 14 recita “La proprietà privata è garantita nei limiti dell’interesse generale” (Eigentum verpflichtet)”la proprietà obbliga”. L’art.15 (mai applicato) rende possibile la collettivizzazione del suolo, di risorse naturali e di mezzi di produzione. La Cogestione (Mitbestimmung), fu resa stabile al termine della seconda guerra mondiale con  la promulgazione di una serie di leggi federali, sebbene le sue radici affondino ai tempi della , (1919-1933), periodo in cui si realizzò, dal punto di vista politico, l’uguaglianza fra capitale e lavoro nell’economia nazionale.

Il principio trova la sua genesi storica in un congresso dei lavoratori a Berlino avvenuto alla fine dell’ottocento. A seguito di tale congresso fu concesso il diritto di ottenere in fabbrica un capofabbrica. Dopo il periodo della repubblica di Weimar passi concreti verso la cogestione furono compiuti dopo il 1945. In questo periodo gli imprenditori del settore minerario e dell’acciaio chiesero ed ottennero la collaborazione  del movimento sindacale e nel 1951  si giunse al consolidamento di un modello “paritario” di rappresentanza dei lavoratori all’interno del consiglio di sorveglianza grazie all’approvazione della Legge sulla Cogestione da parte dei Lavoratori dei Membri degli Organi di Amministrazione e Controllo delle Imprese del Settore Minerario, del Ferro e dell’Acciaio (Montan-Mitbestimmungsgestz – MontanMitbestG).

Nel sistema cd. “duale” affermatosi in Germania  in cui operano  il consiglio di gestione e il consiglio di rappresentanza  fondamentale è il ruolo dei lavoratori perché per la legge tedesca essi hanno lo stesso potere degli azionisti  avendo poteri decisionali ed interdittori avendo rispetto agli azionisti gli stessi diritti ed obblighi ed il diritto di voto.

Grazie al modello della cogestione, nessuna delle operazioni delocalizzazione che hanno portato alla fine delle imprese di tutta Europa, sono state possibili in Germania.

La giuslavorista Roberta Caragnano ha affermato  che “la partecipazione si pone come strumento di redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico sostenibile per gli effetti positivi che produce sulla qualità del lavoro, sulla conoscenza e sulla professionalità del dipendente, ma, al tempo stesso, è anche elemento di coesione sociale divenendo strumento di gestione aziendale”

Certo i tempi sono cambiate e anche in Germania si tende a ridimensionare la presenza dei lavoratori  nella partecipazione alle decisioni aziendali, al fine di creare un equilibrio fra i diritti dell’imprenditore e quello dei lavoratori.

Sta di fatto che la Volkswagen il sistema della cogestione funziona perfettamente tanto che l’industria automobilistica ha istituito nel 1990  il Consiglio europeo del Gruppo Volkswagen, per dare ai dipendenti il diritto di scambiarsi informazioni e per garantire azioni comuni. Successivamente è stato creata   la “Carta dei rapporti di lavoro per le società e per gli stabilimenti del Gruppo Volkswagen”.

 Ovviamente il capitalismo finanziario internazionale non vede di buon occhio questo sistema di relazioni. In Germania però gli imprenditori accettano gioco forza il principio ella cogestione perché comunque garantisce una serie di vantaggi che derivano dall’equilibrio degli interessi delle parti coinvolte e che sono nella gestione aziendale corresponsabile, risultati positivi in relazione alla crescita della produttività e dei salari, della diminuzione del tasso di turnover, della maggiore motivazione e formazione dei dipendenti.

La cogestione garantisce una mediazione non conflittuale fra proprietà e lavoro, il raggiungimento di obiettivi capitalistici e maggiore giustizia sociale, ottimizzazione del profitto e protezione dei dipendenti.

In Italia l’art. 46 della Costituzione resta di fatto inattuato da una parte gli imprenditori non amano interferenze nell’ambito delle proprie aziende e dall’altro i sindacati sono contrari a forme di collaborazione. Il mondo politico d’altronde è di fatto storicamente schierato dalla parte degli imprenditori.

Seppur l’approvazione dell’art. 46 avvenne nel 1947, l’articolo non venne attuato a causa dell’opposizione della maggior parte degli esponenti della Democrazia Cristiana (e soprattutto di Alcide De Gasperi)

Nel 1938 in Francia vennero istituiti tramite un decreto legislativo dei delegati operai eletti dai propri colleghi, anche se le radici storiche del tema della rappresentanza sembrano doversi rinvenire nella Carta del Lavoro della Repubblica di Vichy relativamente alla presenza delle figure dei comitati sociali.

Nel regno Unito Anche in questo caso però solo più tardi (nel 1947) sarebbe stata emanata una legge volta alla costituzione di organismi consultivi (l’Industrial Organization and Development Act)

Altra tappa del processo di armonizzazione è quella relativa al “Programma di azione sociale” del 1974, fondato sulla convinzione che una forma di società vincente sarebbe dovuto essere basata sulla cogestione, accompagnata dagli imprescindibili diritti di informazione e consultazione.

Per concludere merita un cenno il Libro Verde del 1975 sulla “partecipazione dei lavoratori e sulla struttura delle società nella Comunità Europea”

In Europa dopo un lungo iter a volte contradditorio di progetti e risoluzioni, il 23 ottobre 2018 l’Europarlamento ha approvato, quasi all’unanimità, una risoluzione favorevole alla partecipazione finanziaria dei lavoratori e di una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali aziendali. In questa risoluzione si afferma che gli Stati membri  debbono “ collaborare con le parti sociali al fine di definire gli schemi di partecipazione finanziaria dei dipendenti e a negoziarli”. Esiste quindi un’altra Europa, che i nostri governanti fingono di ignorare laddove una maggiore comprensione e attenzione  potrebbe cambiare il sistema produttivo ormai agonizzante e ridare una speranza ai lavoratori.

In Italia ha vinto la linea Marchionne che adottando di fatto un sistema “amerikano” ha di fatto reso impotenti sia i lavoratori che i sindacati. Qualcuno ricorderà che a fronte dell’approvazione del referendum con il quale Marchionne chiedeva l’approvazione del suo piano aziendale pena la chiusura degli stabilimenti prometteva   20 miliardi di investimenti nel nostro Paese.

Chi li ha visti? In cambio però oggi l’Italia non è più azienda leader nel settore automotive.

Eppure in Italia non mancano esempi virtuosi di cogestione e si sono verificati alcuni casi in cui i lavoratori hanno rilevato l’azienda fallita e l’hanno rimessa in piedi è il caso della Italcable di Cairano acquistata dal curatore fallimentare dagli operai con il contributo di Cooperazione Finanza Impresa, Coopfond e Banca Etica.

In questo modo l’azienda è rimasta collegata al territorio riuscendo allo stesso tempo a promuovere uno sviluppo sia dal punto di vista economico che sociale.

Per citare altri esempi va ricordata la Manfrotto  prevede che uno dei 350 dipendenti sieda nel C.d.A. oltre altri misure di welfare aziendale; Il regolamento RAI prevede che un membro del CDA sia scelto fra  i dipendenti RAI; Alla rinnovata  attualmente “Sider Alloy” è prevista una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione ed in proprietà dei lavoratori il 5% della nuova società.

Inoltre la cd. “legge Marcora” permette che i dipendenti delle aziende in crisi ne possano prendere le redini; ripartendo sgravati dai debiti, ma accollandosi sia tutte le responsabilità di gestione sia i costi d’investimento.

Tra i casi più famosi Greslab, realtà con 68 operai nella ceramica nata a Scandiano sulle ceneri della Ceramica Magica o in Lombardia la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio.

E’ chiaro pertanto che manca la volontà politica di impegnarsi per approfondire le reali possibilità che questo nuovo orizzonte potrebbe delineare e ciò perchè i principali ostacoli all’attuazione dell’art. 46 della Costituzione sono stati, i sindacati confederali da una parte e da  Confindustria dall’altra. I primi cercavano di impedirne la realizzazione poiché ciò avrebbe portato alla chiusura del rapporto classista vigente tra gli imprenditori e gli operai e quindi, avrebbero visto venir meno la loro figura politica e sociale. La seconda invece è stata da sempre contraria perché si sarebbe compromessa l’efficienza economica dell’impresa.

La Cogestione come equiparazione fra capitale e lavoro introduce la democrazia nei posti di lavoro rendendo concreto il precetto dell’art. 46 della nostra Carta Costituzionale.

Nazionalizzazione delle industrie strategiche.

Il ministro federale dell’Economia della Germania Altmaier ha presentato il 29 novembre  2019 la sua “Strategia industriale nazionale 2030”.

Obiettivo della “Strategia Industriale Nazionale 2030” secondo il ministro è collaborare con gli attori economici per dare un contributo al recupero e al recupero della competenza economica e tecnologica, della competitività e della leadership industriale a livello nazionale, europeo e mondiale.

La strategia industriale presentata è la prima a sviluppare una coerente strategia industriale nazionale ed europea basata su considerazioni fondamentali. Definisce i casi in cui l’azione dello Stato può essere giustificata o addirittura necessaria in casi eccezionali al fine di evitare gravi svantaggi per l’economia nazionale e il benessere generale dello Stato. È allo stesso tempo un contributo alla formazione di un’economia di mercato a prova di futuro e la base per un dibattito normativo.

Altemaier ha dichiarato “La Germania è una delle realtà industriali più competitive al mondo e dovrebbe rimanere tale. Raggiungere questo obiettivo è responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato.”

La Germania si pone dunque il problema che l’economia libera da condizionamenti sociali non è sostenibile e non genera ricchezza per la collettività conseguentemente  il ruolo dello Stato   non può essere marginale ma deve viceversa svolgere un ruolo attivo, indirizzando e talvolta assumendo in prima persona le scelte economiche. Non a caso Altemeier parla di responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato.

Se questo è vero per la Germania a maggior ragione è vero per l’Italia dove da troppo tempo assistiamo ad un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno del paese e ad un generale pessimismo su un futuro apparentemente senza prospettive  perché basato su una competizione dove i lavoratori non hanno strumenti per misurarsi con gli altri.

Esempi di nazionalizzazioni in Italia non sono mancati anche di recente, ma per lo più si è trattato di esperienze negative generate dalla circostanza che le società destinate alla nazionalizzazione non trovavano acquirenti sul mercato. E’ il caso ad esempio della compagnia di bandiera aerea nazionale: l’Alitalia dopo le sciagurate esperienze del passato da quasi tre anni lo Stato italiano cercava un acquirente per la compagnia aerea nazionale, che dal 2008 costa ai contribuenti già 9 miliardi di euro. Alitalia è ora di fatto di nuovo sotto il controllo statale. Nell’ambito del pacchetto di aiuti da un miliardo di dollari all’economia, il governo consente la costituzione di una nuova compagnia, sotto la cui supervisione deve essere posta la compagnia aerea. Il governo di Roma difende la sua tanto criticata decisione di continuare a pompare denaro in Alitalia. Il processo di vendita della compagnia aerea rimane in vigore. Sembra abbastanza probabile che questo fallirà di nuovo.

Per la società Autostrade, il ministro Toninelli ha provato a revocare le concessioni alla Benetton responsabile del crollo del ponte “Morandi” per la scarsa manutenzione dello stesso, ma malgrado un’apposita commissione abbia dichiarato che il grave inadempimento della famiglia Benetton, azionista di riferimento della società “Autostrade per l’Italia” avrebbe dovuto comportare  la restituzione di un bene la cui custodia era stato affidato ad Autostrade per l’Italia, che era tenuta a restituirlo integro è andata a finire in un nulla di fatto. In tempi recenti la nazionalizzazione dell’ex ILVA di Taranto, che prevede l’entrata dello Stato attraverso Invitalia in società con la Arcelor Mittal  con un piano fantasioso e non realizzabile di decarbonizzazione dell’Impianto. L’Alcelor Mittal dovunque è andata ha combinato disastri ecologici e licenziamenti di massa; da questi briganti lo Stato ricompra l’Ilva dopo avergliela praticamente regalato ed in più gli affida la gestione. Praticamente il conte Dracula alla guida dalla banca del sangue. Giustamente gli amministratori locali con a capo il Presidente della Regione Puglia si sono dichiarati contrari al progetto pur essendo favorevoli alla nazionalizzazione dell’industria ma come ha dichiarato Emiliano “ ma con l’ipotesi in cui si risolva il contratto con ArcelorMittal e si passi alla gestione della società interamente a capitale pubblico”.

La verità è che le società con struttura mista (proprietà pubblica e privata insieme) non hanno mai funzionato e questo tipo di intervento non significa nulla perché lo Stato non è in grado di garantire quei controlli che una simile soluzione richiederebbe.

Anche la Francia vuole nazionalizzare le aziende, se necessario. Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha detto che il governo “farà tutto il possibile per proteggere le grandi aziende francesi”. I passi possibili sono la capitalizzazione, la partecipazione statale e “se necessario anche la nazionalizzazione”. Le Maire aveva precedentemente annunciato un pacchetto di aiuti del valore di 45 miliardi di euro per imprese e dipendenti.

Eppure storicamente l’Italia, malgrado i recenti maldestri tentativi di nazionalizzazione alla carlona ha una storia importante per ciò che riguarda l’intervento dello Stato nell’economia.

 Enrico Mattei, prima che fosse fermato in maniera violenta, grazie all’Eni riuscì a creare in Italia un monopolio sul gas e su tutte le attività estrattive, trovando dinanzi a sé pochi oppositori.

Ma la  nazionalizzazione che più segnò il dibattito politico, però, fu quella dell’energia elettrica, anche perché comportò una forte spaccatura soprattutto all’interno della Democrazia cristiana.

Tutto in qualche modo inizia quando nel 1962 il governo, guidato da Amintore Fanfani, istituisce l’Enel (Ente per l’energia elettrica) con l’esplicita intenzione arrivare ad avere un solo soggetto erogatore di energia: posseduto dallo Stato.  A  sostenere la necessità della nazionalizzazione dell’energia vi era chi a giusta ragione riteneva che lo Stato veniva pensato quale soggetto orientato a fare il bene della collettività senza avere quale fine ultimo esclusivamente il profitto. Ora di tutto questo se ne è persa la traccia e i lavoratori delle aziende in crisi attendono l’intervento salvifico dello stato che gli garantisca una cassa integrazione infinita, l’abbonamento a sky e il motorino per i figli.

Invece la nazionalizzazione sarebbe la salvezza per quei settori strategici dell’economia   dove l’intervento dei privati che in trenta anni hanno sbranato il patrimonio pubblico dello Stato hanno generato ricchezza per pochi e indebitamento dello Stato.

Certo la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia da sola non basta perché prendendo ad esempio l’energia, che dovrebbe sicuramente ritornare in mano allo Stato, sarebbe necessaria una svolta in materia energetica da parte dell’Europa: politica energetica e nazionalizzazione dell’industria elettrica hanno in questo senso una stretta correlazione. L’energia quale equivalente e amplificatore della forza-lavoro è un fattore basilare nello sviluppo industriale, oggi fortemente in crisi.  L’energia elettrica è la base di tutto il settore energetico così in rapido sviluppo con lo sfruttamento delle energie alternative di cui l’Italia è ricca: sole, acqua, vento; ebbene  solo un progetto che abbia a cuore la sostanza delle soluzioni che andrebbero proposte potrebbe affrontare il problema della stretta concatenazione fra nazionalizzazione delle fonti energetiche e adozione di una politica dell’energia. Questo i privati non sono in grado di farlo né vogliono farlo perché il loro interesse primario non è il bene comune, ma il profitto.

In questo senso è facile immaginare le difese che metterebbero in campo i detentori del potere finanziario. Si scatenerebbe l’ostruzionismo di intere fasce della classe politica, l’ostruzionismo della burocrazia statale tesa a difendere privilegi incrostati da anni di mala gestio della cosa pubblica, per non parlare dell’uso spregiudicato dei mass media. Insomma è facile parlare di nazionalizzazione, ma bisogna comprendere che la nazionalizzazione non deve significare mettere sulle spalle dei contribuenti aziende decotte per salvare qualche centinaio di posti lavoro bensì, come nel caso dell’energia, adottare nel più breve tempo possibile l’unica radicale soluzione conveniente dal punto di vista della collettività: cioè quella di creare un’azienda Statale nazionale per la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica e della creazione di organi direzione affidati alle regioni ed alle amministrazioni locali. Questo significherebbe mettere al servizio della collettività e quindi anche per l’industria l’energia idroelettrica, l’energia eolica, l’energia solare e termica, l’energia geotermica e le bioenergie, l’energia marina.

Stesso discorso andrebbe fatto per la sanità che in maniera criminale i governatori delle regioni hanno messo nelle mani private mettendo in atto un piano di tagli alla sanità pubblica chiudendo ospedali, sottraendo posti letto, riducendo i posti di lavoro di medici infermieri personale sanitario. La pandemia ha viceversa dimostrato quanto sia indispensabile una sanità pubblica gestita in maniera corretta e senza speculazioni.

Purtroppo il capitale continua a ricevere benefici di ogni tipo e mentre imperversa la disoccupazione  si  continua a delocalizzare mentre milioni di persone stanno cercano lavoro, vengono occultati i profitti in Olanda o nei paradisi fiscali ricevendo prestiti milionari dallo stato. All’avidità del capitale non c’è fine e non risponde a nessuno del loro fallimento, anzi!.”

 “Il Green New Deal”.

Dopo la crisi economica del 1929 il Presidente americano Roosevelt lanciò il “New deal”. La “nuova sfida” era la risposta dell’America alla crisi che la nazione aveva vissuto. A distanza di quasi un secolo il partito democratico americano lancia una nuova sfida che però deve essere verde cioè un paradigma nuovo dell’economia basato sulla sua sostenibilità ambientale. La democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha dichiarato “non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale.”

Benedetto XVI° ha rinnovato l’invito a « eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e […] correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente ». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Il Green deal è il nostro uomo sulla luna”. L’obiettivo dell’esecutivo europeo è rendere il Vecchio continente il primo climaticamente neutro entro il 2050, azzerando per quella data le emissioni nette di CO2. Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato sii” Invita a “cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso ….il senso umano dell’ecologia….. la grave responsabilità della politica internazionale e locale, la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”.  Malgrado la buona volontà della Von der Leyen solo l’annuncio di un piano di investimenti di mille miliardi di euro ha smosso i vari stati a dare un assenso al nuovo programma che prevede tre punti fondamentali  il Just transition mechanism, ovvero un meccanismo per una transizione equa per  attenuare le conseguenze economiche e sociali della transizione verde; l’ InvestEU, il programma gestito dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, che sosterrà gli investimenti nell’Ue dal 2021 al 2027, di cui almeno un terzo per la lotta al cambiamento climatico ed infine l’intervento della Bei, la banca europea per gli investimenti, che dal 2021 non sosterrà più l’utilizzo dei combustibili fossili e che mira a raddoppiare i propri investimenti in progetti green portandoli dall’attuale 25 per cento al 50 percento diventando la banca europea per il clima. 

In Italia il governo Conte ha approvato il decreto Clima (con 450 milioni di finanziamenti stanziati), il decreto Salvamare, un emendamento chiamato End of waste sul riciclo dei rifiuti differenziati e il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. La legge di bilancio 20202 è stata avara in questo senso e si vedrà cosa succederà con le legge di bilancio 2021. L’investimento attuale previsto dal nostro governo è stato di 4,24 miliardi per i prossimi 4 anni laddove la Germania ha finanziato il piano verde per 54 miliardi, segno evidente che all’economia verde c’è chi ci crede e chi finge di crederci.

Al di la degli sforzi che da più parte si fanno per far entrare nella testa della gente che il capitalismo come è inteso oggi cioè come sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura pota alla distruzione del pianeta ed alla creazione di una massa sempre maggiore di poveri, disoccupati, migranti a favore di una piccola parte di uomini sempre più ricchi voler far diventare il sistema economico finanziario economico attuale in un capitalismo verde è un’opera impossibile e destinata al fallimento.

Come socialisti abbiamo il dovere di darci apostoli di un nuovo messaggio che partendo dalle analisi marxiane della società possa concepire una società ecosostenibile fondata sul controllo democratico e sull’appropriazione degli strumenti di produzione da parte di chi la produzione la fa.

Alcuni hanno definito questa ricerca di coniugare l’ecologia con il socialismo ecosocialismo o socialismo ecologico. Molta gente ha approvato i momenti di ribellione contro i potenti sordi al grido d’allarme che da più parti proviene. Anche chi crede che il problema dell’ambiente  non c’entri con l’economia, non è rimasto indifferente alle manifestazioni che in molte parti del mondo sono state organizzate.

Il sistema capitalistico come oggi è strutturato e arrivato al capolinea.

Il cambio di paradigma nel modo di produrre è l’unica risposta all’attuale crisi economica, sociale, culturale e politica. E’ stato detto “L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” 

Ne consegue che solo in una prospettiva socialista è possibile guardare al futuro perché solo una società basata sulla solidarietà e sulle reali esigenze della popolazione può riorganizzare l’intero modello di produzione e di consumo in base a criteri al di fuori delle attuali leggi di mercato.  Ecco perché ritornando alla necessità di uno Stato che programmi il futuro economico del paese senza delegare alle multinazionali finanziarie sarà necessario coinvolgere i lavoratori su parole d’ordine precise: riduzione degli orari di lavoro senza la riduzione del salario, creare servizi pubblici democratici gestiti dal basso, nazionalizzazione dell’energia e del credito.

Recentemente abbiamo  visti che a causa delle limitazioni imposte dal coronavirus il fiume Sarno, uno dei fiumi più inquinati d’Europa era diventato improvvisamente pulito, ma al ritorno delle attività delle imprese che sversavano i loro rifuiti nelle sue acqua la sua foce è diventata nuovamente nera. Una marea nera che si riversava nel mare  prima di evaporare e poi tornare sul suolo sotto forma di pioggia acida. Abbiamo protestato come moti altri ambientalisti perché molti hanno capito che solo attraverso azioni dal basso e con il coinvolgimento era possibile difendere l’ecosistema incontrando trasversalmente le istanze di tutti e di ognuno.

Essere socialisti oggi significa non accettare più supinamente la retorica neoliberista. Non si può consentire più lasciare le sorti della nostra vita e della vita dei lavoratori nelle mani di una classe politica vigliacca, ignorante, incapace e criminale attenta solo ad attrarre il consenso del momento.

Si può cambiare l’attuale sistema produttivo solo attraverso una pianificazione democratica dell’economia.   Ciò può avvenire solo con la presa di coscienza dei lavoratori che con la propria esperienza collettiva di lotta, passando dai confronti locali e parziali arrivino a concepire un cambiamento radicale della società trasformandola in una a società egualitaria e democratica.

Questa nuova società dovrà orientare la produzione verso i veri bisogni acqua, cibo, vestiti, alloggi salute, educazione, trasporto e cultura. Questo presuppone l’abbandono di metodi di produzione distruttivi e anti-sociali.

E’ vero oggi non c’è motivo di essere ottimisti perché i lavoratori aspettano che le iniziative arrivino dall’alto, i mezzi di comunicazione di massa aiutano in maniera incredibile le potenti forze finanziarie che non hanno alcun interesse ala cambiamento dell’attuale situazione e le forze dell’opposizione sono realmente impotenti. 

Ma mi piace chiudere questa riflessione da socialista cattolico e faccio mie le parole di Papa Francesco che nell’enciclica , afferma “ Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.”

Come socialisti che crediamo che il socialismo democratico sia un lungo cammino verso una società basata  sul controllo democratico, sulla uguaglianza sociale e sulla solidarietà,  abbiamo il dovere di non perdere la speranza e provare a costruire un’alternativa a quello che Marx ha definito il “progresso distruttivo” del capitalismo.

Beppe Sarno

marzo 23, 2020

Dopo i morti i fantasmi.

Il governo Conte all’articolo 76 del decreto cura Italia autorizza, «la costituzione di una nuova società interamente controllata dal Ministero dell’economia e delle Finanze ovvero controllata da una società a prevalente partecipazione pubblica anche indiretta». Pur non riuscendo a revocare le concessioni autostradali, per effetto congiunto della crisi della società Alitalia e della emergenza del coronavirus, il governo Conte ha avuto il coraggio di saltare il fosso e di nazionalizzare la compagnia di bandiera.

Ma la nazionalizzazione non basta. Non basta per Alitalia ed andrebbe estesa anche ad altre aziende strategiche che senza  l’intervento diretto dello stato rischiano la chiusura. E’ il caso della ex ILVA, che andrebbe sottratta agli sciacalli della Alcelor MITTAL e messa sotto il controllo dello Stato. Come pure andrebbero rinazionalizzate tante aziende strategiche regalate  a finanzieri senza scrupoli.

Il decreto “Cura-Italia” che è la risposta alla drammatica situazione sanitaria che stiamo vivendo, oltre al problema del funzionamento delle strutture sanitarie per far fronte all’emergenza del coronavirus si pone anche il problema del sistema produttivo dedicandogli un intero titolo. Il secondo in ordine di importanza “misure a sostegno del lavoro.”  “nessuno dovrà perdere il lavoro” dice Conte. Ci voleva il coronavirus per accorgersi che esistono   gli operai. Ci si illudeva che con la globalizzazione questa forza  fosse solo  un’opzione trascurabile e di cui si poteva fare a meno. Le navi che arrivavano dalla Cina ci portavano tutto quello di cui avevamo bisogno a prezzi stracciati alla portata di tutte le tasche.

Il mondo del lavoro  invece esiste e il governo ha messo  in evidenza la necessità di dare ai lavoratori  una protezione che fino a qualche giorno fa pareva inimmaginabile.

Esiste lo Stato, esistono i lavoratori, si comincia a nazionalizzare, il sistema di Maastricht scricchiola. L’austerità  sta facendo i bagagli, la Lagarde potrebbe fare i bagagli e se non li farà è stata sicuramente ridimensionata.

Molti analisti, che non riescono a vedere la luce oltre il tunnel del coronavirus auspicano la necessità di elaborare un “piano Marshall” per la ripresa economica europea dopo i disastri che questa pandemia comporterà. 

Niente sarà come prima!  Dopo i morti i fantasmi.

Quante piccole e medie aziende e quanti artigiani piccoli commercianti non supereranno il momento drammatico che stiamo vivendo? Quanti lavoratori prederanno il lavoro? Quante saracinesche rimarranno abbassate? E i migranti che vagano per le strade senza alcun sostegno? Dopo questa tragica pandemia dovremo trovare gli strumenti per risollevarci.

L’Italia, Europa, avranno bisogno di un gigantesco piano economico per evitare il definitivo deterioramento delle condizioni economiche politiche e sociali che una folle politica di austerità ha generato nelle economie delle nazioni più deboli dell’Europa.

Il problema  da porsi da subito è capire chi dovrà elaborare e gestire questo futuro così pieno di incognite, così difficile da affrontare e gestire. la nazionalizzazione delle industrie strategiche come Alitalia ex ILVA e tante altre è solo una risposta, certamente condivisibile, ma non è la risposta o almeno non è l’unica. 

“Insieme ce la faremo” è il mantra di questi giorni. Sta in parte funzionando, paradossalmente non sta funzionando solo nei luoghi in cui un’oligarchia di imprenditori ottusi e superficiali  interpreta quell’ “insieme” per tutti ma non per loro. Non a caso il morbo fa più vittime dove le attività si sono fermate solo per finta. Sindacati ed imprenditori seduti allo stesso tavolo insieme al governo decidono di chiudere la aziende non strategiche per la produzione.

Viene chiesta solidarietà e collaborazione. Ed giusto farlo  in questo momento come  è giusto che la scienza detti le regole da osservare.

L’attuale crisi ha dimostrato inconfutabilmente che le politiche economiche che l’Europa ha fino ad oggi adottate sono fallimentari ed è pertanto necessario elaborare un diverso modello  di sviluppo, che ponga al centro delle scelte l’intera collettività.

Non più un  sistema produttivo finalizzato esclusivamente al profitto gestito dalle multinazionali finanziarie, ma un sistema che ponga al centro le necessità e i bisogni delle collettività rappresentate dagli Stati nazionali  che recuperando la loro sovranità  costituzionale diventano  strumento di governo autonomo e democratico delle scelte economiche e sociali.

La domanda è questa: da dove bisognerà ripartire quando l’emergenza sanitaria sarà finita?

La risposta è semplice e ce la offrono gli avvenimenti di questi giorni: la nostra Carta Costituzionale!

 Attuare la Costituzione  significa però in primo luogo ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Bisogna rimanere in Europa, ma non più nell’Europa di Maastricht, dove gli stati nazionali sono spettatori assenti di decisioni prese da un gruppo di burocrati irresponsabili, ma in un Europa dove gli Stati nazionali si pongono il problema del bene comune secondo le regole che la carta costituzionale ha scritto con il sangue della Resistenza. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

“Insieme ce la faremo!” Ma dopo? Niente sarà come prima. Dovremo ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemico avrà prodotto.

Dopo dovremo essere di nuovo insieme.  Solidarietà, però, non è collaborazione. Infatti nella nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici si trovano in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà. Vi sono disposizioni che indicano i fini dell’azione dello Stato che potremmo definire una costituzione economica che prende lo spunto da quello che fu definito il Codice di Camaldoli ispirato dall’allora cardinal Montini nel 1943, che aveva appunto lo scopo di creare la piena occupazione, riequilibrare il sud con il nord del Paese e, contemporaneamente, risanare il bilancio dello Stato. Fra questi l’opzione delle nazionalizzazioni, e socializzazioni (art.43), la protezione della proprietà terriera,  la protezione dell’artigianato e della cooperazione e infine “la tutela del risparmio in tutte le sue forme”(art.46)

Per ripartire ecco la risposta che Carta Costituzionale ci suggerisce: “ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro, in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei limiti e nei modi stabiliti dalle leggi,alla gestione delle aziende.” I lavoratori non più come variabile di cui si può far a meno, ma come elemento essenziale e fondamentale del sistema produttivo per garantire la ” effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del paese“.(art.2)

Questa e la solidarietà che serve oggi ma che dovrà essere regola fondante del domani.

Togliatti che io non amo, parlò in seno alla Costituente di garantire “organi per l’esercizio di un controllo sulla produzione, da parte dei lavoratori di tutte le categorie e nell’interesse della collettività.” Ma Togliatti, si sa, era un opportunista  e non si curò di dare  gambe a questa dichiarazione di principio.

 La cogestione nasce in Italia  per opera di Mussolini, il quale con decreto legislativo  della R.S.I. del 12 febbraio 1943 intitolato  “Socializzazione delle Imprese”, creò una serie di regole che servivano a rendere le istituzioni funzionali. Ovviamente non vi era alcun diritto riconosciuto ai lavoratori.  Più pregnante risulta il riferimento ai consigli di fabbrica istituiti a Torino nel 1919 esaltati da Gramsci sull'”Ordine Nuovo”secondo il quale  i delegati potevano decidere “il controllo del personale tecnico, il licenziamento dei dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista dei diritti di libertà il controllo della produzione dell”azienda  e delle operazioni finanziarie,”  Vi furono precedenti in Russia, in Austria, in Germania. L’art. 165 della Costituzione di Weimar così recita “per la tutela dei loro interessi sociali ed economici, operai e impiegati ottengono rappresentanze legali nei consigli operai d’azienda e in consigli operai distrettuali, articolati per settori economici, e in un  consiglio operaio dell’impero.” sappiamo come reagì la borghesia tedesca, ma il principio della cogestione sopravvisse fino a diventare legge nella Germania postbellica, grazie ad un socialista.

In Italia l’opposizione alla  cogestione è stata condivisa allegramente dai rappresentanti delle imprese e dei lavoratori. Eppure una serie di direttive europee (Dir. 2001/86/CE) Parla di “influenza dell’organo di rappresentanza dei lavoratori e/o dei rappresentanti dei lavoratori nelle attività di una società mediante il diritto di eleggere o designare alcuni dei membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società o il diritto di raccomandare la designazione di alcuni o di tutti i membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società e/o di opporvisi.”

La Volkswagen nella propria carta di comportamenti riconosce il diritto di cogestione nelle sue aziende in tutto il mondo. 

Non a caso la Germania e la Volkswagen!            

Le difficoltà finanziarie delle acciaierie Krupp furono risolte con la nazionalizzazione dell’industria  e con la reazione di una società nel cui consiglio di amministrazione sedevano rappresentanti delle banche, rappresentanti dello stato e rappresentanti dei sindacati del carbone e dell’acciaio.

Un sistema di pariteticità all’interno delle aziende strategiche per l’interesse nazionale attuerebbe quella democrazia industriale oggi assente in Italia. Grandi aziende sono gestite da funzionari che percepiscono stipendi giganteschi ma che non tutelano l’interesse delle aziende che amministrano e che dopo aver fatto disastri fuggono con liquidazioni milionarie.

Il problema del lavoro importante oggi, sarà vitale domani. Grazie al liberismo sfrenato di questi ultimi venti anni i diritti dei lavoratori sono stati calpestati. Oggi la televisione l’abbonamento a sky, l’autovettura a piccole rati mensili, il telefonino per tutti hanno fatto dimenticare alla colletività di dipendere da coloro che hanno avuto nelle mani le leve del potere economico e che pertanto per anni hanno potuto disporre del destino di masse di popolazione. Hitler non ebbe nè seguito, nè potere fin quando la Germania fu in espansione. Il potere venne quando in seguito alla grande depressione del 1930 entrò in crisi lo stato nazionale tedesco, fondato sul compromesso fra la grande borghesia  e le masse lavoratrici.

Una nuova strategia di ripresa economica in Italia, come in Europa, può svilupparsi solo nell’ambito di un sistema economico produttivo improntato sul principio della cogestione. Ogni altro  tentativo di ripresa economica è destinato alla sconfitta a al riproporsi di vecchi schemi in cui il potere economico e politico rimane nelle  mani della finanza internazionale con annullamento della sovranità degli stati e con l’isolamento dei lavoratori.

La cogestione invece può diventare strumento di mutamento sociale.

 Oggi  il lavoratori stanno collaborando per tenere in piedi l’emergenza. Nella fabbriche, negli ospedali, nei trasporti, nelle forze dell’ordine sono i lavoratori che stanno gestendo l’emergenza, ma questo dopo non sarà più sufficiente.

“Siamo nella stessa barca!” E’ vero, ma proprio perchè coloro che possiedono i mezzi di produzione e coloro che sono obbligati a vendere la loro forza lavoro i primi non dovranno più avere il diritto di gestire i propri strumenti in maniera autoritaria. Ci sono imprenditori che non sono altro che dirigenti e ci sono lavoratori che sarebbero in grado di gestire un’azienda proprio come sta succedendo oggi negli ospedali italiani.

Stiamo vedendo in questi giorni che gli imprenditori, malgrado l’emergenza, vogliono conservare il potere di decisione e di disposizione, mentre i lavoratori di fatto pongono in discussione tale diritto alla disposizione individuale. I lavoratori difendendo i loro interessi difendono l’interesse collettivo, che in questo caso è il diritto alla salute. Alla collaborazione allora si deve sostituire la cogestione.

Questa autonomia che i lavoratori, responsabilmente, si sono data, deve diventare effettiva in maniera tale che quel sistema che ci ha portato al tracollo economico venga stravolto in nome di un nuovo paradigma nei rapporti produttivi.

Introducendo nelle aziende il sistema della cogestione così come suggerito dall’art 46 della Costituzione significa allargare e approfondire il concetto di democrazia. Mentre la democrazia “normale” così come è concepita oggi è ristretta solo al livello politico e quindi soggetta a ridursi laddove le burocrazie nazionali ed internazionali prendono il sopravvento, la cogestione renderebbe democratici quei settori in cui le strutture autoritarie non sono mai state messe in discussione in nome di un efficientismo di maniera per cui l’azienda per come è strutturata è immodificabile nel tempo.  Siamo ancora ai tempi del “padrone del vapore”.

Tragica illusione.

La cogestione invece rende i produttori cioè gli operai, i dirigenti, gli impiegati, i lavoratori in  genere, cioè tutti coloro che prendono parte al processo produttivo   partecipi della produzione godendo nello steso tempo di ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.

In questo senso la cogestione diventa il fondamento di una democrazia economica che significa controlla dal basso dei sistemi produttivi.

Certo si potrà dire che i sistemi produttivi attuali richiedono competenze e professionalità che i lavoratori non hanno, ma se questo è vero per i lavoratori, è  vero anche per i proprietari delle aziende. Oggi le azienda usano stuoli  di tecnici  cui far riferimento per tutte le esigenze aziendali Perché un’azienda cogestita non potrebbe fare lo stesso?  Quante aziende si sarebbero salvate dal fallimento se invece dell’uomo solo al comando avessero ascoltato il parere di quelli che lavoravano all’interno dell’azienda senza avere alcuna voce in capitolo sulla gestione.

Nei tempi recenti molte aziende si sono salvate perchè i dipendenti le hanno acquistate e ne sono diventati i titolari e con una gestione collettiva  hanno salvato i loro posti di lavoro e la produzione.

Molti soldi arriveranno dopo il coronavirus, già adesso i burocrati di Bruxelles lasciano che gli stati rompano il patto di stabilità per far fronte ad un’emergenza economica che già da adesso si profila disastrosa, ma non dovrà accadere quello  che è successo nel 2008 e cioè che questi soldi vadano solo ad alcuni dei protagonisti: alle banche, ai fondi di investimento, agli speculatori internazionali. Questa massa di soldi che sarà messa in circolo dovrà servire per ricostruire un tessuto industriale devastato da venti anni di iperliberismo.

Questa ricostruzione non si potrà fare se non ridando dignità agli stati nazionali e rendendo tutti partecipi della ricostruzione. Alitalia è stata nazionalizzata, ma non può essere messa in mano a burocrati super-pagati pronti  a svenderla. Alitalia vale molto, ma chi vuole prenderla la vuole senza prendere quelli che fanno volare glia aerei, gli stewards il personale di terra. Se invece costringiamo lo stato a mettere nella società costituenda nei consigli di amministrazione oltre ai rappresentanti del governo, delle banche che la finanzieranno, anche una rappresentanza dei lavoratori che possano decidere insieme il futuro forse salveranno un patrimonio costruito con i soldi degli italiani. Lo stesso discorso vale per la ex Ilva e per le autostrade.

Al posto del diritto individuale di diposizione sui mezzi di produzione del proprietario, sia esso pubblico che privato subentra un diritto di disposizione collettivo, nel quale i lavoratori quali organi democratici della produzione  hanno pari diritti. E’ un capitalismo nuovo che coinvolge la collettività e ed impone il diritto al controllo della produzione con un unico limite che è quello del bene comune. Si chiama democrazia ed i padri costituenti lo avevano capito.

Per evitare in futuro i disastri economici che fenomeni come il coronavirus  produrranno bisognerà arrivare insieme a queste emergenze.

“Insieme ce la faremo” diciamo oggi e ognuno sta facendo la sua parte: chi restando a casa, chi negli ospedali a salvare vite umane, che per le strade a presidiare il territorio, gli operai andando in fabbrica a lavorare  a rischio di contaminazione, ma domani dobbiamo lottare perché ci sia un processo di democratizzazione dell’economia, non più schiavi delle borse che non chiudono in questi giorni tragici e continuano a fare affari sulle cataste di morti. Il concetto che al proprietario, all’industriale può essere tutto concesso va ridimensionato.

Naturalmente la cogestione non riguarda il contadino che con le forze sue e della sua famiglia coltiva le terra, raccoglie i prodotti e li vende; nè può riguardare il piccolo negozio di ottica che vende occhiali. Viceversa la cogestione dovrà riguardare la fabbrica o la grande catena di distribuzione o quel settore strategico per l’economia nazionale che non possono essere gestiti senza l’apporto dei lavoratori. Abbiamo potuto tristemente constatare che il rischio d’impresa non è solo del proprietario ma anche e soprattutto dei lavoratori che dall’oggi al domani i trovano in cassa integrazione prima e in mezzo ad una strada dopo.

O si democratizza l’economia o questa massa di soldi che sta arrivando e che arriverà in futuro sarà preda del capitalismo finanziario che come dimostrano gli avvenimenti di questi giorni in cui mentre si muore da una parte dall’altra si continua a speculare tenendo le borse aperte.

Beppe Sarno

novembre 8, 2009

Venti anni fa……

Sembra che il posto giusto dove stare in questi giorni sia Berlino. La gente sta confluendo qui da ogni parte del mondo, l’agenda della Storia ha dato appuntamento nella capitale tedesca. Il 9 novembre a Berlino, in Germania, non è festivo. È un giorno di lavoro come tutti gli altri. Hanno deciso che la Riunificazione si festeggia il 3 di ottobre. Il 3 ottobre è cervello, è la firma di un contratto che, nel 1990, ha ufficialmente sancito la Riunificazione della Germania dopo 40 anni di divorzio. Ha così prevalso il giorno della politica su quello in cui il protagonista assoluto era il popolo berlinese.

Il giorno fatale. Ma ci sarebbero anche altre ragioni perché il 9 novembre non può diventare “rosso” sul calendario dei tedeschi. Quel giorno, infatti, ha la fama di essere il Schicksalstag,  il “giorno fatale” e i tedeschi, come è noto, hanno un rapporto tormentato con la Storia. Nel 1918 Philipp Scheidemann proclama la Repubblica di Weimar decretando la fine della monarchia dei Wilhelm II. Nel 1923, con il Putsch di Monaco, Hitler fa le prove generali prima dell’ascesa al potere. E soprattutto, il 9 novembre del 1938 è la Kristallnacht, la Notte dei Cristalli, durante la quale più di mille ebrei furono uccisi e le sinagoghe e i loro negozi dati alle fiamme.

Tra memoria e commercio. E così, in questa Berlino tappezzata color oro, del giallo delle foglie che l’autunno strappa ai rami, pare che la festa sia dei turisti, dei capi di stato e dei premi Nobel. Ad Alexander Platz, lungo la East Side Gallery, alla Porta di Brandeburgo si parlano tutte le lingue, raramente il tedesco.

Il popolo e gli altri. Ma l’atmosfera da vigilia, l’aria elettrizzante proprio non si riesce ad avvertirla. “E’ che noi berlinesi siamo così – mi dice il tassista nel breve tratto tra Kastanienalle e Kreuzberg -, siamo cool, per nulla bravi a far trasparire le nostre emozioni”. Eppure è da un anno che il governo prepara il popolo con eventi, mostre e documentari trasmessi in tv. mentre il Berliner Morgenpost rimane leggero raccontando i 1300 metri della East Side Gallery e del “Domino”, i mille blocchi che lunedì sera simuleranno la caduta del Muro con un gigantesco “go-down”. Lech Walesa avrà l’onore di avviare la cascata a sequenza. Proprio Lech Walesa, il leader di Solidarnosc che in un’intervista allo Spiegel ha rivendicato il ruolo fondamentale della Polonia nel crollo del comunismo: “Noi abbiamo sconfitto il comunismo e la gente della Germania dell’est ha cominciato a fuggire attraverso le ambasciate di altri paesi. Il Muro di Berlino è caduto a causa di questi disertori e della debolezza politica di Gorbachev che non è intervenuto per fermare quel flusso di persone”.

Mentre Walesa, Gorbachev, gli Usa rappresentati da Hillary Rodham Clinton, si contenderanno i meriti e gli onori che spettano di diritto al popolo, David, uno del popolo, lunedì sarà a giocare un’importante partita di squash, la sua compagna, una del popolo, a lezione d’italiano: “Lunedì? andrò a lavoro, giocherò a squash e berrò una birra con gli amici del club. Lunedì è un giorno come un altro”.