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settembre 16, 2022

Ancora sulla strana morte di Francesco Di Dio

intervista di Antonella Ricciardi

Nella seguente, nuova incisiva testimonianza, Maria Rosa Di Dio, zia del detenuto siciliano Francesco Di Dio, mette in luce maggiormente aspetti irregolari del modo in cui è stata gestita la vicenda del giovane. Una ingiustificata ed inspiegata mancanza della perizia medico-legale di parte, richiesta dalla famiglia, ha comportato una nuova perizia, che accusa una “mano ignota” che possa avere causato la morte di Francesco, per motivi attualmente non del tutto chiariti, al momento; certo è, però che Francesco era stato discriminato dai vertici del carcere di Opera, la cui direzione sanitaria, soprattutto, non si era mossa per trasferirlo all’esterno, garantendogli almeno gli arresti ospedalieri: il minimo indispensabile, in caso di patologie significative, ma comunque qualcosa di meglio, molto meglio, del rimanere in cella, con mancanza di cure specialistiche. Ricordiamo che, con la circolare 21 del marzo 2020, in piena pandemia, erano stati ampliati i poteri delle direzioni delle carceri, per collocazioni extramurarie, quindi esterne al carcere, di persone con le più varie patologie, quando di un certo rilievo, anche per sfoltire i penitenziari, maggiormente a rischio, con il sovraffollamento, di un estendersi dell’epidemia. Una circolare che aveva suscitato polemiche improntate al giustizialismo, data la scarcerazione di circa 300 persone, condannate per mafie, anche non collaboranti con la giustizia. Va detto, però, che si trattava solitamente di collocazioni comunque detentive, e che non si erano verificate evasioni rispetto a quelle collocazioni alternative; pochi mesi dopo la circolare, anche Raffaele Cutolo, nonostante la mancata revoca del 41 bis ed il mancato differimento della pena (misure criticate in modo motivato da organizzazioni per i diritti umani, data l’estinzione dell’organizzazione di appartenenza e le gravi condizioni di salute), era stato però ammesso ad una misura nei fatti equivalente ad un differimento: nel suo caso, per iniziativa delle direzione sanitaria del carcere di Parma, era stato trasferito negli ultimi mesi della sua vita, tra 2020 e 2021, agli arresti ospedalieri in un reparto detentivo di un centro di cura esterno: l’’Ospedale Civile Maggiore di Parma, che è anche Clinica Universitaria, da cui era stato poi confermato non dimissibile; una misura, quindi, di correttezza e civiltà, che, invece, era purtroppo mancata nel caso di Francesco. Tornando invece alla direzione sanitaria del carcere di Opera, è illuminante ricordare che il suo operato, nel caso di Francesco Di Dio, era stato contestato dalla dottoressa Catalano, primaria dell’Ospedale Sacco di Milano, che aveva considerato scorretta la collocazione carceraria di Francesco, che pure aveva bisogno di cure specialistiche. Maria Di Dio, quindi, chiede che le indagini più serie rischiarino la tragica vicenda, la cui oscurità è aggravata dalla mancata chiamata a testimonianza degli ex compagni di sventura di Francesco: un tempo nella Stidda, poi nella non violenza. Sia Francesco Di Dio che i suoi compagni ad Opera non avevano collaborato con la giustizia, per non coinvolgere altre persone nel loro dramma; tutti i compagni di Francesco avevano gradualmente avuto accesso a liberazione almeno parziale, in nome di una visione più lungimirante del recupero della persona. Solo Francesco, tra loro, era stato escluso da attenuazioni del grado di intensità della pena, eppure si era ravveduto nell’anima: un pentimento vero, differente da una collaborazione con la giustizia interessata, da parte di persone spesso più colpevoli (tra cui vari capi della Stidda di un tempo), e che, comunque, non la fanno gratis. Francesco era stato condannato all’ergastolo, rivelatosi successivamente nella sua terribile variante ostativa, a 18 anni; una condanna durissima, per una pena che, a volte, non viene condivisa neanche da familiari di vittime. Ricordiamo, su altri casi, ma comunque eloquenti, le posizioni di generosità mirabile, straordinaria, di Agnese Moro (figlia dello statista Aldo), che affermava che l’ergastolo fosse come buttare via qualcuno, e che lei non volesse buttare via nessuno. Un ergastolo, nel caso di Francesco Di Dio, trasformato, a parere della zia, in una condanna a morte di fatto, dopo 30 anni di torture mentali e fisiche, data anche la mancata corretta gestione di terapie antidolorifiche in carcere: una situazione che era stata deplorata dalla stessa dottoressa Catalano.

1)Partiamo da una premessa: nel giugno 2021 era stata presentata una denuncia, in cui un perito nominato dalla famiglia sostiene la tesi di un soffocamento dovuto a cause esterne ai danni di tuo nipote, Francesco Di Dio: tale documento, che attesta questa posizione del medico, è stato presentato anche perchè, a suo tempo, quando si era svolta l’autopsia, l’anno prima, un altro medico di parte, nominato dalla famiglia, Corradin, non aveva firmato la relazione collegiale con gli altri medici. Addirittura, la relazione di Corradin non risulta essere stata depositata nel fascicolo al pubblico ministero, per cui non c’è prova che esista una relazione di Corradin depositata all’epoca. Puoi spiegare maggiormente questa situazione?

Nel giugno del 2021 abbiamo nominato un nuovo medico legale, perchè il primo medico legale Matteo Corradin, quello che ha fatto l’autopsia, non ha depositato la relazione medico legale nel fascicolo del p.m. Christian Barilli nel 2020, durante le indagini preliminari, che sono durate otto mesi.  Inoltre non ha firmato la perizia medico legale collegiale e in uno degli esami non ha presenziato. In quel momento, nonostante il dolore della perdita del mio caro nipote Franco e l’amarezza che il medico legale Matteo Corradin avesse compromessi-danneggiati esami irripetibili art. Cpp360, abbiamo pensato di nominare un nuovo medico legale. La cosa ancora più strana è che durante le indagini preliminari, ripeto durate otto mesi, nessuno si è accorto che mancava la perizia di parte: né l’ex avv. difensore Eliana Zecca nè tantomeno il p.m Christian Barilli che era il capo delle indagini. Cosa pensare? Non hanno letto? Non hanno fatto bene il loro lavoro o altro?

Non so cosa pensare. La risposta ce la deve dare il nuovo capo delle indagini del tribunale di Milano. 

Di fatto noi ci siamo ritrovati senza perizia medico legale, non esisteva!!

Comunque noi abbiamo nominato un nuovo medico legale, il quale ha sostenuto, sia verbalmente che per iscritto, che Franco è morto per soffocamento dovuto a cause esterne e quindi dopo un anno e tre mesi abbiamo presentato denuncia a settembre 2021. Noi vogliamo sapere cosa è successo a mio nipote Francesco Di Dio   il 03/06/2020 dentro il carcere di Opera-Milano, perché in uno Stato di Diritto è giusto che noi cittadini rispettiamo lo Stato ma altrettanto rispetto chiediamo noi cittadini. 

2) Tu e l’attuale avvocato, Daniel Monni, siete effettivamente arrivati ad un dato dirimente, di cui il precedente avvocato, ed il pm che in precedenza si era occupato del caso, non avevano appunto fatto menzione: la questione non sembra essere stata notata, o sollevata. Quanto cambiano adesso le cose? Cosa pensi possa implicare per il nuovo procedimento giudiziario?

Sì, io e l’avv. Monni ci siamo arrivati subito e senza nessun impedimento che mancava la perizia medico legale di parte, tanto che l’avv. Monni mi ha detto subito che dovevamo nominare un nuovo perito, in quanto il medico legale Matteo Corradin, che ha eseguito l’autopsia, non aveva depositato la perizia medico legale di parte nel fascicolo del pm Barilli, non aveva firmato la relazione medico legale collegiale e non aveva presenziato ad un esame e che le indagini si erano concluse con la richiesta di archiviazione con la mancanza di questi atti  importantissimi. Invece l’ex avv. di fiducia Eliana Zecca non ha notato e non ha sollevato il problema che mancava la “perizia medico legale di parte”, che Corradin non aveva firmato la relazione medica legale collegiale e quando è arrivata la richiesta di archiviazione da parte del PM Barilli, mi disse “sig.ra è tutto chiaro”!!  E quindi noi non potevamo fare niente, solo accettare l’archiviazione della morte di mio nipote.

L’avv. Zecca non è la prima incongruenza che non ha notato, tante che in passato mi sono domandata ma questo avv. è nostro difensore o è l’avv. difensore del carcere di Opera?

Quindi l’ho cambiata perché non ho avuto più fiducia e perché per lei dovevamo chiudere.

Per come stanno le cose l’avv. Zecca e il medico legale andrebbero denunciati per risarcimento perché non hanno fatto bene il loro lavoro e a noi hanno procurato un danno enorme. Tante è vero per come stanno le cose non escludo di chiedere al pm una nuova autopsia.

3) Le testimonianze sulla morte di Francesco potevano essere meglio approfondite, e perchè, a tuo avviso?

No, non ritengo che potevano essere approfondite, non dovevano fare neanche quella di Feliciello. Sono dubbie le risposte dei detenuti perché vivono in uno stato di repressione: non sono liberi di dire e fare. Come ritengo dubbia la testimonianza di Domenico Feliciello, perché Franco ha sempre detto che di fronte alla sua cella c’era Orazio Paolello,  non Domenico Feliciello, detenuto invece per camorra. 

Un articolo che parla di Domenico Feliciello ha dell’incredibile: commenta il fatto che non gli hanno dato il permesso premio per vedere la famiglia fuori dal carcere senza mettere in risalto la vera notizia, che gli hanno tolto il 41 bis, che è quasi impossibile togliere, specialmente quanto si tratta di boss. Tutto questo a due anni dalla morte di mio nipote Franco.

Ha attinenza? Non lo so, però mi fa pensare, in quanto il carcere di Opera non è impermeabile a certi reati, come la droga che circola dentro.

4) Cosa propendi possa essere accaduto a Francesco, ed in quali circostanze?

Credo nella relazione medico legale del dottor Rizzino, il nuovo medico legale di parte: Franco è morto per mancanza di ossigenazione causata dall’esterno, cioè Franco è stato ucciso dentro il carcere mentre era in custodia dello Stato.

Ritorno a dire che il carcere di Opera non è impermeabile a certi reati. Es: la droga che circola all’interno.

Poi, penso Franco a chi dava fastidio? E perché i suoi ex compagni di sezione non hanno evidenziato certe anomalie? Per farlo riposare in pace gli dovete la verità, è l’unica cosa che gli possiamo dare. 

Nell’ultima telefonata ho sentito Franco agitato, gli abbiamo chiesto cosa hai? Lui, come al solito rispose nulla.

Secondo me verosimilmente aveva capito, non è stato un omicidio di impeto ma premeditato. 

L’ora potrebbe essere stata dopo pranzo quando le celle sono aperte.

Franco, forse si trovava già in cella, hanno fatto l’omicidio e poi l’hanno chiuso all’interno.

5) Quali aspetti sono più importanti da ricordare del calvario di Francesco, anche per evitare che anche altri detenuti siano vittime di analoghe situazioni di disumanità nel trattamento?

Gli aspetti più importanti del calvario di Franco, iniziano da subito, quando lo hanno arrestato. Franco aveva diciotto anni e due mesi, un ragazzino, e faceva uso di sostanze stupefacenti. Io, non dico che non abbia sbagliato ma dovevano considerare la giovane età e l’uso di sostanze stupefacenti. Non era un boss ma l’hanno condannato come se lo fosse, solo perché un giornale, la Repubblica, l’aveva indicato come tale. Una relazione di polizia aveva usato quell’articolo per esprimersi contro benefici a suo favore.  Ad un ragazzino gli hanno fatto vivere l’esperienza dell’Asinara, dove deportavano tutti i boss. Il momento più tragico l’ha vissuto nel carcere di Carinola dove iniziò ad avere dolore al piede ed i medici del carcere di Carinola lo curarono per ben tre mesi come lombosciatalgia con dolori indicibili, lo portarono in ospedale solo quando fu grave, con il piede in cancrena e la febbre a 40 gradi, a rischio della vita. Io, che non sono medico se dopo 15 gg non ho risultati o miglioramenti penso che la cura non è giusta, invece i medici del carcere di Carinola hanno continuato imperterriti con la cura della lombosciatalgia. Alla fine hanno dovuto amputare il piede perché in ospedale glielo hanno portato troppo in ritardo.

Altro momento veramente disumano fu durante la pandemia, con la circolare 21 del 2020, per cui il direttore del carcere Silvio Di Gregorio aveva il potere di mettere fuori senza nessuna istanza chi stava male e così fece, mise fuori tanti detenuti tranne Franco, di tutti quelli che mise fuori nessuno è morto, è morto Franco che lasciarono in carcere. Noi, famiglia Di Dio, in quel periodo dicevamo perché il direttore del carcere di Opera non aveva fatto uscire Franco!! Allora, visto che non ci aveva pensato Silvio Di Gregorio, in quel periodo facemmo istanza per arresti ospedalieri, la direzione sanitaria del carcere di Opera ha scritto nero su bianco che Franco stava bene. Nonostante Franco avesse una gran voglia di vita perché praticamente non ha vissuto nulla della vita esterna.  Il carcere di Opera è stato atroce con Franco. 

Quando è morto hanno detto che aveva diverse patologie ma si sono dimenticati di dire che per Franco una delle patologie che aveva era una grave carenze di vitamina D. Vitamina che he come sappiamo si produce con l’esposizione al Sole: siccome per 30 anni non ha visto né cielo ne terra, è normale che gli sia venuta questa patologia e altre dovute sempre alla  lunga detenzione. Se l’anima soffre il corpo urla il dolore. Mio nipote è stato condannato a morte a 18 anni, un ragazzo sepolto vivo per ben 30 anni. Tutti sbagliamo e tutti dobbiamo avere una seconda possibilità; a Franco non gliela hanno data, non hanno applicato su Franco giustizia ma vendetta. Un essere umano si deve riabilitare come dice la nostra Costituzione, non affossare e terrorizzare.  

Infine era disumano leggere negli occhi di Franco il terrore. 

Franco aveva capito che aveva sbagliato e si era ravveduto nella sua anima.

A noi manca una parte della nostra famiglia ed è un dolore che non passa mai, dobbiamo convivere giorno dopo giorno con questo dolore e insieme a Franco hanno fatto male anche a noi. E ancora da morto gli fanno del male perché cercano di occultare la verità, una prova è la mancanza della perizia medico legale di parte.

I

Maggio 2, 2022

Incontro con Padre Maurizio Patriciello.

Di  Antonella Ricciardi.

In un’Aula Magna gremita di studenti ed insegnanti, con la partecipazione del dirigente scolastico, Enrico Carafa, Padre Maurizio Patriciello ha incontrato gli studenti al Liceo Pizzi di Capua.

 Impegnato da anni nell’avversare la criminalità, soprattutto organizzata, Padre Maurizio Patriciello da anni contrasta in particolare la camorra, e senza odio, ma con la determinazione a migliorare la situazione, sul piano sociale e per favorire uno stato più elevato di consapevolezza, di coscienza. Nonostante varie intimidazioni, che alla fine gli sono valse l’assegnazione di una scorta, presente anche al Pizzi (alcune persone, da lui chiamate familiarmente “amici”) don Maurizio è andato sempre avanti. La paura, infatti, affermava don Maurizio, può essere utile, quando ci aiuta ad essere prudenti, ma non deve diventare paralizzante, impedendo di agire: altrimenti, si toglie senso alla vita stessa.  Le sue denunce sull’inquinamento ambientale hanno portato finalmente, il 22 maggio 2015, alla legge 68, che prevede specificamente reati ambientali. Una legge che non riusciva ad essere approvata dal Parlamento, dove si era impantanata da 20 anni circa, a causa soprattutto delle pressioni di Squinzi, in nome della Confindustria. Grazie a questa legge, c’è stata una presa di coscienza sulla necessità di interventi decisivi per impedire l’inquinamento da rifiuti e cercare di porre rimedio con bonifiche in zone in situazione già colpite da reati ambientali. La criminalità organizzata un tempo si limitava  soprattutto al contrabbando di sigarette, poi  sul molto più deleterio traffico di droga; la zona del Parco Verde di Caivano, dove si trova la parrocchia di Padre Maurizio Patriciello, è addirittura la più grande piazza di spaccio d’Europa. Il traffico di stupefacenti, quindi, leggeri (ma fino a un certo punto) e pesanti si è affiancato alle più tradizionali attività di rapine, estorsioni (considerate come “tasse” da tributare ad un Anti-Stato, dai camorristi), sfruttamento della prostituzione, infiltrazione in gare d’appalto, favoriti da inserimenti in amministrazioni locali. In questi ultimi casi, manager criminali si aggiudicano appalti truccati, mettendo le mani su lavori pubblici. Soprattutto tra una parte dei costruttori, infatti, si è mossa la forza imprenditoriale della camorra. Anche riguardo lo smaltimento dei rifiuti, spiegava molto chiaramente il sacerdote, per risparmiare soldi non li si era smaltiti nel modo più corretto, soprattutto riguardo quelli industriali, molto più pericolosi di quelli urbani. Tutto, ciò, peraltro, è avvenuto con la complicità di politici collusi ed imprenditori criminali del Nord; lo stesso Carmine Schiavone, collaboratore di giustizia, aveva affermato, in modo eloquente: “Sono loro che ci sono venuti a cercare”.  Non potevano lasciare indifferenti, naturalmente, gli esempi concreti, espressi da Padre Maurizio, riguardo sue esperienze di vita vissuta, in cui ha raccontato suoi contatti con le persone, per spezzare le catene del male. Allo stesso Carmine Schiavone, infatti, don Maurizio aveva scritto una lettera aperta, chiedendogli di rivelare di più per combattere lo smaltimento illegale di rifiuti. Inaspettatamente, Carmine Schiavone, che viveva in una località protetta, aveva accettato di incontralo: quest’uomo, responsabile di un numero di omicidi imprecisato aveva rivelato anche altro, ed era morto tempo dopo, tenendo con sé un crocifisso di legno regalatogli dallo stesso don Maurizio. Ancora, Padre Maurizio, che nella sua predicazione incontra soprattutto la strada, aveva narrato della sua amicizia con Salvatore, un cutoliano, che gli chiedeva di pregare per lui. Preso dal desiderio di bruciare le tappe, in una realtà difficile, Salvatore aveva infatti aderito alla fazione della “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo; tuttavia, si erano bruciati proprio gli anni migliori di Salvatore, trascorsi, dopo iniziali guadagni più facili, in carcere. In un contesto in cui era difficile sottrarsi all’idea di prevaricare, per non essere prevaricati, Salvatore era in parte emarginato, in parte temuto… Alla fine, lo stesso Salvatore era stato purtroppo ucciso, in una delle tante faide che hanno macchiato di sangue la Campani. Vicende di cronaca nerissime, purtroppo familiari in determinati luoghi: lo stesso don Maurizio, più volte, del resto, aveva dovuto celebrare funerali di persone vittime di faide, che a volte aveva lui stesso battezzato.  Incontri che fanno perdere, incontri che salvano: Salvatore aveva incontrato le persone sbagliate, don Maurizio aveva scoperto in sé la propria vocazione sacerdotale dopo avere dato un passaggio ad un frate francescano, che chiedeva l’autostop. Del tutto condivisibile, meritevole, inoltre, è stata la posizione espressa da Padre Maurizio Patriciello, per accogliere e non far sentire discriminati e non accettati i figli di persone che avessero avuto problemi per la camorra; in particolare, le sue parole sono state a favore della piccola Denyse Cutolo, che gli aveva scritto una lettera di affettuosa stima, conoscendo la sua opera. Figlia di Raffaele alla Cutolo: concepita dopo varie peripezie legali,  con inseminazione artificiale, perché lui non aveva avuto benefici per uscire dal carcere.  Denyse Cutolo, 14 anni, è infatti una persona innocente, ancora di più da aiutare a sentirsi inserita nella società; una ragazzina già provata dal terribile isolamento, in condizioni di 41 bis, che aveva vissuto il padre.  Anche secondo il già vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, Cutolo si era ravveduto; Raffaele Cutolo affermava, tra l’altro, che la croce fosse la vera cattedra di vita. Quello di Raffaele Cutolo è stato uno dei casi di detenzioni più lunghi della storia italiana: dopo decenni di carcere, era rimasto in 41 bis fino al decesso, per malattia, a 79 anni, nel 2021: negli ultimi mesi era stato ospedalizzato in una clinica esterna al carcere. Anche in questo intenso passaggio, infatti, si è rivelata molto la grande bontà di Padre Maurizio, a favore di un trattamento più umano per i detenuti, che non colpisca anche le loro famiglie- Uno Stato che rispetti di più, può essere più rispettato, soprattutto agli occhi di persone innocenti. Un episodio antecedente, che può illuminare ancora di più il modo con cui Padre Maurizio Patriciello susciti i sentimenti migliori, precedente all’incontro al Pizzi aveva riguardato proprio questo caso: vi erano state alcune polemiche, in occasione di una Messa in suffragio dello stesso Raffaele Cutolo, solo perché sul manifesto del primo anniversario del decesso si era scritto  di celebrazione per l’anima benedetta del defunto: un polverone suscitato da un consigliere comunale di Napoli, Francesco Emilio Borrelli, ed incoraggiato dal giornalista Sandro Ruotolo.  Le parole sul manifesto funebre erano state definite addirittura “esecrabili”, con parole di biasimo addirittura verso un incolpevole prete del comune vesuviano di Ottaviano, certamente non responsabile di quanto scritto dalle pompe funebri, in accordo con la famiglia che aggiungeva anche di ricordarlo con immenso amore.  Eppure, quella formula è standard, si può constatare: senza particolare significato celebrativo. Don Maurizio Patriciello, aveva chiarito, con un deciso e rasserenante articolo sul quotidiano cristiano cattolico “L’Avvenire” quanto, fermo restando la condanna dei delitti, la Messa fosse del tutto legittima, in quanto fosse dovere della Chiesa pregare per la misericordia di Dio, per i peccatori (e tutti lo sono, sebbene solo alcuni siano rei), e di quella persona in particolare; la preghiera per la misericordia, del resto, può essere per chiunque. I tragici errori di Raffaele Cutolo erano stati severamente condannati da magistrati che, comunque, avevano rispettato alcuni suoi diritti base, essenziali, e quando si rivolgevano a lui, lo chiamavano “signore”, ricordava nell’articolo don Maurizio Patriciello; anche la Messa meritava rispetto.  Don Maurizio Patriciello aggiungeva anche che l’unica pena che si auspicava vi fosse, e per questo si pregava, era rivedere la propria vita alla luce di Dio, e che fosse plausibile che venisse chiamato Purgatorio quello che, nell’auspicio delle preghiere, fosse un cammino di purificazione, evolutivo: in quella, ed in generale nelle Messe in suffragio. Quella di don Maurizio Patriciello, nel caso di Raffaele Cutolo, era stata invece la sacrosanta difesa di una preghiera per la misericordia: una difesa anche della libertà di coscienza, dato che rischia di essere totalitario ostacolare perfino una preghiera di benedizione; una preghiera di benedizione, che, comunque, si era poi svolta con tranquillità e senza ostentazioni. Tale posizione di Padre Maurizio Patriciello aveva quindi toccato profondamente i cuori; lo stesso don Maurizio aveva appunto ricevuto la lettera affettuosa dell’innocente Denyse Cutolo. Peraltro, a volte chi collabori con la giustizia può avere avuto anche colpe più estrema di altri: al riguardo, padre Maurizio aveva ricordato l’agghiacciante caso di Giovanni Brusca: un individuo che aveva premuto il telecomando per uccidere il giudice Falcone, che aveva determinato l’uccisione di un bambino, tenuto prima prigioniero per mesi, per distruggerne il padre, collaboratore di giustizia: il caso, naturalmente, era quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima della peggiore infamia. Del resto, si può aggiungere, anche recenti sentenze della Corte Costituzionale, la più alta giurisdizione d’Italia, nel 2019 e 2021, hanno precisato quanto collaborazione con la giustizia e pentimento etico-morale possano anche a volte non andare insieme: ci sono anche casi di persone ravvedute, che non abbiano collaborato per timore di rappresaglie.  Inoltre, un equilibrio nella distinzione tra ambito di fede, intimo e libero, e differenza con atteggiamenti di altra natura è molto chiaro, nel pensiero di don Maurizio: ricordando, ad esempio, il tragico caso, ad esempio, del giovanissimo Ugo Russo, “guappo” quindicenne ucciso a 15 anni, mentre attuava una rapina. Su quella vicenda, don Maurizio, al Pizzi, aveva ricordato che  nel comune vesuviano di Sant’Anastasia, durante processioni per la Madonna dell’Arco (riti che, fatti bene, erano certamente belli), erano state poste dietro alcune immagini di Maria quelle di Ugo Russo: in quel caso, Padre Maurizio notava ci fosse una indebita sovrapposizione di ambiti, perché la famiglia aveva sì tutto il diritto di piangere il proprio caro, e di pregare per lui, ma nel privato, ed in celebrazioni apposite: cosa diversa da occasioni celebrative. Del resto, la figura di Ugo era l’emblema, e quasi un monito: Ugo Russo poteva ricordarci di non sprecare la vita, perché è una quella terrena: bellissima e fragilissima. L’impegno di Padre Maurizio per uscire dalla situazione di terra dei fuochi, di discariche abusive e di roghi di rifiuti tossici (che diffondono diossina), e farla tornare ad essere “Campania felix”, fertile, feconda naturalmente, è stato unito ad un’analisi non conformista e veritiera su tante situazioni. Del resto, determinate realtà sono frutto di una questione meridionale ancora molto viva: dai tempi in cui il Meridione era stato trattato come una colonia, senza riforme sociali e con leggi da stato di guerra: tutte misure da superare; disagi che avevano causato anche una drammatica, impetuosa emigrazione.  La valorizzazione del Sud, quindi, è stata al centro dell’analisi di don Patriciello: dai bene storico-artistici, tra cui la finalmente recuperata Reggia rustica (Palazzo di campagna con fattoria) borbonica di Carditello, a San Tammaro, all’amore per l’espressivo idioma locale: vera e propria lingua napoletana, con una ricca tradizione letteraria, che si affianca e non contrappone alla lingua italiana ed alle lingue straniere.  Gli interventi di padre Maurizio, che ha dialogato attivamente con la scuola, hanno spaziato dal contrasto alla violenza, con particolare sensibilità allo stillicidio riguardo i femminicidi, all’importanza anche religiosa della tutela ambientale, ricordando anche l’enciclica papale “Laudato si”, a favore della salvaguardia della natura. L’attenzione al nesso tra salute ed ambiente ha visto una particolare attenzione di Padre Maurizio, anche perché viene dal mondo della sanità, essendo stato capo reparto in un ospedale; a proposito di sanità, rimarcava ancora don Maurizio, il senso dei vaccini per il covid è proprio limitare le ospedalizzazioni, per lasciare posto ai malati più gravi: non solo di covid, ma anche di tumori, ed altre patologie di rilievo.  Tematiche da considerare primarie, naturalmente: infatti, ricordava don Maurizio, secondo quanto già affermato da Sant’Agostino, bisogna essere uniti sulle cose importanti, liberi sul resto. Giustamente, il dirigente scolastico, professor Enrico Carafa notava così quanto posizioni più giustamente anticonformiste, rivoluzionarie nel senso migliore, potessero arrivare proprio da rappresentanti della Chiesa: in linea con le stesse posizioni di Papa Francesco. Del resto, è una “eversione”, in senso positivo, quella che cerca di rovesciare una situazione d’ingiustizia. Attraverso il suo esempio di bene, Padre Maurizio scuote così la coscienza di coloro che operino per il male: chi fa il male, tende a giustificarlo, pur non correttamente, ma ha comunque una coscienza, con il cui profondo deve fare i conti: con la sua opera, don Maurizio toglie gli alibi a coloro che pensino che il mondo si regga solo sulle prevaricazioni reciproche, dimostrando che un’altra realtà esiste e si può costruire: una realtà di pace, simboleggiata anche da un ulivo bonsai, donato dalla scuola allo stesso sacerdote.

febbraio 3, 2022

La salvaguardia del diritto alla salute dei detenuti.

di Antonella Ricciardi

In questa nuova, intensa testimonianza, l’avvocata Monica Moschioni, specializzata nella tutela della legalità costituzionale, riguardo la salvaguardia del diritto alla salute dei detenuti, affronta ancora una volta questa ed altre questioni di rilievo. La necessità di detenzioni alternative al carcere, soprattutto quando siano necessarie cure specialistiche, viene rimarcata in generale, ricordando anche diversi casi recenti. In particolare, viene analizzato il caso di Raffaele Cutolo: infatti,  Monica Moschioni, che ha affiancato l’avvocato titolare del caso Gaetano Aufiero, sottolinea quanto la direzione sanitaria del carcere di Parma abbia avuto il coraggio di disporne collocazione esterna al carcere stesso a fine luglio 2020, la cui correttezza è stata confermata anche da medici del centro sanitario esterno, dove è rimasto fino alla fine, meglio assistito, fino al  naturale decesso per malattia, nel febbraio 2021. Si rilevano, però, numerosi casi di permanenza in carcere di persone gravemente malate: in questi casi, la magistratura di sorveglianza e/o la direzioni sanitarie delle carceri hanno la possibilità di intervenire, per garantire cure più adeguate, ma non sempre si notano interventi conseguenziali; eppure, vi sono perfino casi di persone in sedia a rotelle, di prigionieri con Alzheimer (era ad esempio il caso del calabrese Giovanni Tegano, ricoverato solo nell’ultimo periodo all’ospedale San Paolo per le sue patologie, dove era deceduto in condizione di 41 bis, senza differimento pena: venuto a mancare prima di essere trasferito in una casa di riposo ) e con altre malattie mentali. Nonostante l’istituzione di REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), centri di cura per detenzioni esterne al carcere, per detenuti con problemi mentali, che hanno sostituito gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) è ancora molto presente la vergogna dei malati psichiatrici in carcere, alcuni dei quali di particolare evidenza: ad esempio, quello del detenuto calabrese Pasquale Condello; si tratta di un caso curato da altri avvocati, ma perfettamente in linea con le lineari argomentazioni di Monica Moschioni a favore di collocazioni esterne al carcere. Viene ricordato, inoltre, il caso del detenuto campano Michele Pepe, la cui collocazione in carcere probabilmente era inadeguata: Michele Pepe, gravemente malato, era disperato per la sua condizione, di cui intuiva il rischio della mancanza di sbocchi, tanto che in passato aveva addirittura tentato il suicidio. Per la sua morte sono in corso indagini, che sfoceranno in un processo, nel quale si potranno forse ipotizzare responsabilità a più livelli proprio per la mancata adeguata sistemazione extramuraria rispetto al carcere, più idonea a curarlo adeguatamente. Viene inoltre approfondita la tematica delicata dell’amore in carcere. In Italia non è ancora legge, ma, ad esempio, in 31 Stati dell’Unione Europea su 47 sono permessi legalmente incontri riservati tra detenuti e familiari, comprese mogli e compagne, tanto che sono diffusi molti casi di bambini concepiti naturalmente in carcere. Inoltre, si tratta di un grado ulteriore di umanizzazione della pena maturato anche altrove: ad esempio, in Albania, in Russia, per citare Paesi oltre l’Unione Europea, pur espressione della cultura europea; incontri intimi del genere sono permessi anche in India ed in altri luoghi del mondo. In Italia, si è parlato più volte della possibilità di inserire “stanze dell’amore”, rese comunque compatibili con adeguati controlli: l’approfondimento è stato discusso ad alto livello, andando più volte vicino ad una traduzione in legge, ed ultimamente il progetto è stato rilanciato dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, in dicembre, ed è ancora in attesa di possibile attuazione legislativa. L’Italia, quindi, che storicamente era stata all’avanguardia su questioni relative allo Stato di Diritto, risulta attualmente, per quanto non indietro rispetto a molti Paesi del mondo, comunque indietro rispetto soprattutto a numerosi Stati europei; addirittura, nel caso della massima sicurezza, con il 41 bis, per superabili motivi di sicurezza, è impedito il contatto fisico anche minimo per le coppie e con i figli dai 12 anni in poi, a causa di un vetro divisorio a tutta altezza. Stridente si presenta così il contrasto, paragonando ad esempio tale situazione italiana con quella della Spagna, che spicca al riguardo per posizioni libertarie: vi sono permessi incontri amorosi intimi con mogli, compagne, persone dello stesso sesso, oltre che rapporti sessuali con prostitute, a seconda dei casi. Certamente il caso dell’Italia può essere stato irrigidito dall’allarme sociale dovuto alla presenza di diverse mafie sul territorio, e naturalmente vi sono forme ancora più esplicite e che chiaramente toccano la barbarie nel modo di trattare i detenuti: basti pensare al vetro divisorio, che in molti Stati degli USA serve a separare il pubblico che assiste dalle esecuzioni delle condanne a morte… Tuttavia, anche misure inutilmente vessatorie, in Italia, risultano torture mentali, per coloro che le subiscono, che così è come se morissero ogni giorno, oltre a provocare uno scempio nei rapporti di coppia e con i figli. Molti detenuti, trattati come se fossero radioattivi, data l’impossibilità anche di essere tenuti per mano, spesso per decenni, possono così sentirsi come già fuori dal mondo. Si sono verificati anche casi di snaturamento di rapporti, senza più rispetto di stessi e degli altri: alcuni casi di persone violentate e di prostituzione interna, indotta dalle circostanze, in alcuni ambiti carcerari; inoltre, non sono sconosciuti addirittura casi di matrimoni “bianchi,” non consumati. In questa situazione, poche famiglie resistono allo sfaldamento. Chiaramente, poche persone riescono a nutrire l’amore assoluto dimostrato, invece, ad esempio, dalla moglie di Raffaele Cutolo, Immacolata Iacone, che lo aveva sposato nel maggio 1983, senza che mai venisse loro permesso di incontrarsi in privato: un matrimonio durato  37 anni e molti mesi, per tutto il resto della vita di lui, che, pur tra privazioni impressionanti, aveva però avuto assicurato l’aspetto più importante, cioè l’essere amato: un amore di una intensità tale, difficile da trovare analoga anche tra persone che vivano libere. Immacolata Iacone Cutolo nel corso del tempo ha sempre dichiarato la piena libertà di coscienza che l’aveva portata a sposarsi, senza alcuna forzatura esterna: ad esempio, prima del matrimonio religioso svoltosi all’Asinara, e rispondendo a parti romanzate del film “Il camorrista”, smentendo un ricatto alla base del loro rapporto e sue visite private “oltrepassando la legge” in carcere ipotizzate nella pellicola. In particolare, ad organi di stampa specializzati sulla cronaca, ma anche ad una trasmissione RAI di Franca Leosini (“Storie maledette”), negli anni ’90, aveva rimarcato la pulizia morale del loro rapporto, di essere vergine e rimanergli sempre fedele, aspettandolo e chiedendo la possibilità di avere figlio con lui. La maternità di Immacolata Iacone, con la nascita di una bambina nel 2007, venne resa possibile solo con l’inseminazione assistita, poiché il marito non poteva uscire dal carcere né incontrarla ovviamente in privato. La conquista di civiltà comunque, importantissima, aveva visto smuoversi la situazione dal 2001, con pronunce a favore del Ministero della Giustizia, poi della Corte Costituzionale ed interventi di singoli magistrati e della direzione sanitaria di varie carceri, oltre che di medici esterni. Da allora, altri bambini sono stati concepiti attraverso inseminazioni artificiali, perché i padri non potevano uscire dalle carceri: la richiesta di queste famiglie è che a questa conquista di civiltà si affianchi una logica, maggiore considerazione dei sentimenti di questi bambini, che rispetteranno certamente d più uno Stato più umano e migliore.

 Ricciardi: “Premetto che ti sei occupata nel modo più valido della salvaguardia del diritto a cure, anche specialistiche, nel caso di Raffaele Cutolo, in collaborazione con l’avvocato che è stato fino all’ultimo titolare del caso, Gaetano Aufiero; ricordo che, pur non essendogli stato dato differimento ufficiale della pena, da magistrate del Tribunale di Bologna, i medici hanno però di fatto dato ragione, con i fatti, a voi avvocati,  su una non accettabilità di una collocazione carceraria, nell’ultimo periodo della sua vita: effettivamente, per iniziativa della direzione sanitaria del carcere di Parma, e poi di medici esterni, Raffaele Cutolo è stato in detenzione ospedaliera in un centro di cura esterno al carcere nei suoi ultimi sei mesi e mezzo circa; esami medico-autoptici hanno confermato che così le sue patologie siano state curate bene, massimamente,  per quanto possibile, fino al naturale decesso, del febbraio 2021. Questo caso, altamente simbolico, può ricordarne tanti altri: quanto pensi sia diffuso, per la tua esperienza, l’assicurare cure esterne al carcere, per persone non autosufficienti? Prevale maggiore coraggio, nel definire ufficialmente differimenti situazioni di chiara incompatibilità col carcere, o sono numerosi i casi in cui in cui ci sia meno la giusta attenzione, e si rimanga in carcere, purtroppo con maggiori rischi per la salute?”

Moschioni: “Sicuramente, temo che questo tipo di coraggio non sia ancora diventato l’abitudine, né delle direzioni sanitarie, ma soprattutto né della magistratura di sorveglianza, sia come organo monocratico, sia come organo collegiale. Parlando dell’esperienza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, nel caso di Raffaele Cutolo aveva disposto il rigetto della richiesta di differimento della pena, nella forma della detenzione domiciliare. C’era stato, in quel caso, un coraggio, diciamo, della direzione sanitaria, che aveva disposto un collocamento presso l’ospedale, che era un collocamento inizialmente provvisorio, che si è protratto definitivamente, fino al momento del decesso, per le sue condizioni di malattia, tali da non rendere possibile la permanenza in carcere. Però, in generale, credo ci sia una mancanza di coraggio. Già Raffaele Cutolo è stato fortunato nella collocazione esterna al carcere, nella sua detenzione, almeno rispetto ad altri detenuti ostativi. Spesso si fa ricorso all’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario, che prevede una durata determinata, d’urgenza, rispetto all’attività che si deve compiere. Viene utilizzato, ad esempio, per un accertamento diagnostico: quindi una persona viene mandata, ad esempio, per svolgere una tac, piuttosto che un altro tipo di accertamento, non disponibile all’interno del carcere, e poi ritorna indietro. Oppure, per un breve ricovero, quando ci sia una situazione d’urgenza: a Parma, per esempio, ce ne sono stati diversi di ricoveri, proprio a seguito dell’infezione da covid. Quindi, in alcuni casi, ci sono stati dei detenuti che sono risultati positivi al covid, hanno contratto una polmonite bilaterale, e sono dovuti essere ricoverati nel reparto specialistico dell’ospedale, per superare la fase critica, e quindi la ventilazione polmonare, disponibile solo in ambito ospedaliero. Sono però situazioni sempre meni diffuse di altre, da parte delle disposizioni delle amministrazioni penitenziarie. Alla luce delle scarcerazioni eccellenti che erano state previste nel periodo del primo lockdown, nel primo periodo della pandemia, vi sono state delle raccomandazioni, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), di far riferimento, ricorso alle strutture ospedaliere, ASL, della zona dove si trova anche il carcere, per far fronte ad eventuali esigenze mediche. Quindi, alla luce della mia esperienza, quello che sta succedendo più frequentemente, è che magari, al posto di dare una valutazione di incompatibilità con il carcere, da parte del direttore sanitario, del dirigente sanitario del carcere, c’è ricorso sempre più spesso all’ospedale civile, del luogo dove si trova anche il carcere: per eseguire le diagnosi, per apportare le cure di urgenza, per poi far reingresso in carcere. Questo è lo stato dell’arte, attuale.”

Ricciardi: “Si spera quindi in ulteriori progressi, innanzitutto per la salute; in fondo, pene alternative sono già previste dal nostro ordinamento: è applicare la legge”

Moschioni: “Assolutamente sì. Poi c’è da applicare anche l’interpretazione che ne ha dato la giurisprudenza costituzionale, la giurisprudenza comunitaria, per cui la detenzione domiciliare non deve intervenire solo quando sia impossibile in senso assoluto stare all’interno del carcere, ma anche quando le condizioni di salute determinino una detenzione maggiormente gravosa per la permanenza in carcere.

Ricciardi: “Così si unirebbero la diminuzione del sovraffollamento, con il maggior rispetto del diritto a cure specialistiche.

Moschioni: “Certo, certo. In generale, purtroppo, il panorama è abbastanza cristallizzato; sperando, però, che ci saranno evoluzioni in meglio, una volta finita la pandemia. Molti provvedimenti che ho letto in questo anno e mezzo, quasi due anni, hanno avuto una giusta esitazione, dovuta all’esistenza della pandemia, ovvero il trasferimento di detenuti con queste modalità, che eviterebbe il trasferimento di detenuto sul territorio, in senso più esteso. Per questo, si cerca di mantenere sul posto, cioè nella città o nel carcere di provenienza, e far riferimento alla struttura ospedaliera, come extrema ratio, quando ci sia necessità. Sarei curiosa di vedere cosa succederà, alla cessazione di questo periodo di emergenza epidemiologica”.

Ricciardi: “Un’idea può essere anche far stabilire in case di riposo, vicine, dove è più chiara la collocazione definitiva, rispetto ad una classica struttura ospedaliera…però di solito è più facile, penso, che la casa di riposo sia associata anche ad una misura di differimento, e difficilmente sia scelta senza”.

Moschioni: “Assolutamente sì; occorrerebbe un provvedimento di detenzione in luogo esterno, un provvedimento della magistratura di sorveglianza che disponga una detenzione domiciliare”.

Ricciardi:  “Comunque, possiamo,  questo proposito, collegarci a un caso di grande dolore, dove probabilmente la collocazione carceraria era scorretta, per cui si poteva pensare appunto almeno a detenzione domiciliare o in centro di cura esterno: è il caso appunto di Michele Pepe, su cui ci sono sviluppi: è stato indagato un medico, che forse non aveva vigilato abbastanza sul suo trasferimento dal carcere di Parma a quello di Torino: non ci sono ancora certezze riguardo il ruolo del medico, e, forse, ci sono responsabilità da approfondire più ad ampio raggio: puoi spiegare a che punto sia l’indagine? La magistratura, in effetti, si è dato un tempo significativo per chiarire il caso… C’era stata un’udienza nel gennaio 2021, ed un’altra è prevista per il marzo 2022. Il medico forse non aveva avuto abbastanza informazioni, ed è significativo il tempo ampio che si è data la magistratura per approfondire…”

Moschioni: “Allora, il procedimento che riguarda il caso di Michele Pepe è approdato alla fase dibattimentale, quindi, a questo punto, diventerà un procedimento che potrà essere seguito anche livello giornalistico. Questo perché la scelta processuale del medico di guardia, che è unico imputato, indagato nel momento attuale, per il decesso di Michele Pepe, si svolgerà quindi appunto in una forma dibattimentale, cioè in una forma pubblica. Il medico di guardia, che è stato identificato, in quanto unico responsabile, per avere concesso il nulla osta per il trasferimento, dal carcere di Parma, al carcere di Torino, è indagato per questa forma di omissione, cioè di non avere indicato una incompatibilità con questo trasferimento. In realtà, si ventila già, nell’ambito di questa difesa stessa, che possano esserci responsabilità diverse, nell’ambito di questa collocazione, la permanenza carceraria di Michele Pepe, che chiaramente non ha avuto un improvviso peggioramento tutto in una volta, e non è stato il solo trasferimento in ambulanza a determinarne il decesso. In realtà, è stata la fine, cioè l’evento apicale, di una situazione di salute decisamente compromessa. Il 24 marzo inizierà questo processo, e probabilmente ci potrebbero essere anche degli sviluppi circa l’accertamento di responsabilità di terze persone.  Credo che la stessa difesa del medico vorrà andare a scandagliare questa possibilità, eventualmente, per accertare se debbano essere escluse le responsabilità del medico di guardia, che purtroppo aveva una conoscenza sicuramente più limitata, temporalmente: anche rispetto al medico che aveva solitamente in carico la salute di quel detenuto.”

Ricciardi: “Quindi, da tutti i punti di vista, è meglio approfondire, insomma capire”

Moschioni: “Certo; anche per i familiari, sarà la sede adeguata, anche per i familiari,  perché hanno l’interesse a comprendere cosa non sia andato per il verso giusto”

Ricciardi: “Cercano i colpevoli, se ci sono, non un colpevole, forse non sicuro”.

Moschioni: “La sede dibattimentale sarà la più opportuna, per verificare tutte le eventuali mancanze, se ci siano state. Questa è sicuramente la principale richiesta della moglie, ma non solo, anche dei genitori di Michele Pepe: di avere chiarezza su cosa sia successo negli ultimi mesi, e se il povero Michele Pepe abbia potuto usufruire di tutte le cure necessarie, o, ancora di più, se fosse giunto il momento per cui dovesse essere ammesso ad una detenzione esterna: in questo caso, domiciliare. Del resto, lui aveva già usufruito della detenzione domiciliare, in precedenza: detenzione domiciliare che, peraltro, non aveva mai violato. La detenzione domiciliare mai violata era stata ammessa perché le sue patologie perché le sue patologie erano così gravi da non potere essere gestite in ambito carcerario. La sede dibattimentale sarà la più opportuna, anche per i familiari, per potere avere delle risposte e poterli tranquillizzare sul potere avere la possibilità di capire quale sia stato l’iter che abbia portato a questa disgrazia…perché questo, purtroppo, rimane un dato incancellabile: il decesso del povero Michele Pepe.”

Ricciardi: “ A proposito di possibilità di carcere più umano, se posso passare all’altro tema, sappiano che l’Italia era stata storicamente in posizione di avanguardia sul piano della considerazione giuridica dei diritti umani anche dei detenuti, dal tempo della filosofia del diritto di Cesare Beccaria, nel ‘700; però, da decenni, l’Italia risulta invece indietro: non dico rispetto al mondo, però lo è rispetto alla maggioranza dei Paesi europei: ad esempio, in oltre l’ottanta per cento dei Paesi europei un modo per umanizzare la pena è avere maggiore considerazione per l’amore in carcere, anche permettendo incontri in privato tra detenuti e loro familiari. La reclusione, infatti, non è oggettivamente incompatibile con la possibilità di vivere l’amore anche in senso fisico, per cui nella maggior parte dei Paesi europei sono di una certa frequenza casi di bambini concepiti naturalmente in carcere. In Italia, ciò non è ancora possibile, in senso naturale, ed è addirittura stridente il contrasto con persone al 41 bis, dove un vetro a tutta altezza separa i detenuti dalle loro compagne e perfino dai loro figli dai 12 anni ed oltre: per motivi di sicurezza, ma teoricamente superabili, data la possibilità, già attuata, di registrare quanto venga detto, e in generale verificare le situazioni. Ciò, unito alla sistematica negazione di ogni beneficio, compresi i permessi, per detenuti in queste condizioni, ha creato situazioni estreme, in cui è difficile che delle famiglie resistano allo sfaldamento… In questa situazione, molti detenuti si sentono già come fuori dal mondo; ci sono casi di coppie separate fisicamente, per decenni, il cui contatto fisico è stato annientato anche da 40 anni circa, e non sono sconosciuti casi perfino di matrimoni bianchi, non consumati, pure di durata approssimativamente analoga. Sembra un discorso contro l’amore, contro la famiglia, certamente più grave nelle restrinzioni dell’alta e massima sicurezza. Cosa pensi di questa situazione, anche per la mente tanto alienante? Ricordo che un grande passo avanti di civiltà era stato dato permettendo l’inseminazione assistita a vari detenuti che non potevano uscire dal carcere, e loro compagne: vari bambini sono così nati; un passo avanti molto positivo, certamente, ma parziale, in confronto alla situazione, appunto, di gran parte dei Paesi europei… Eppure, ci sono stati tentativi di realizzare ulteriori passi avanti…”

Moschioni: “Diciamo che è un tema che a me è molto caro, semplicemente perché era stato, in modo piuttosto coraggioso, oggetto degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale: si sta parlando di qualche anno fa. Poi, però, non hanno avuto la risposta, purtroppo, a livello legislativo. Se ne era molto parlato, perché chiaramente regolamentare la possibilità di accesso a dei rapporti affettivi, comunque controllati, ma affettivi autentici, veri, che diano la possibilità di non limitarsi al semplice colloquio, in una saletta ultra-affollata, in cui siano presenti anche altri nuclei familiari, darebbe la possibilità veramente di garantire quella risorsa importantissima, che spesso è l’unica risorsa che un detenuto ha, per poter fare una progressione verso la sua risocializzazione, nella sua rieducazione….cioè, quando la famiglia c’è, ed è una famiglia di appoggio, può essere un importante punto di riferimento, anche per fare quel percorso di miglioramento a cui dovrebbe tendere ogni pena, perché la nostra esecuzione dovrebbe essere permeata, è permeata dal principio di rieducazione. La rieducazione passa innanzitutto la messa a frutto delle risorse preesistenti, per poi potenziarne delle altre. Ora lo Stato dell’Esecuzione Penale ha dato l’occasione per poter parlare dell’amore, dell’affettività in carcere, ma poi non ne era seguita una legislazione coerente, cioè era rimasto una lettera morta. Doveva essere un disegno di legge, che poi non ha avuto un’esecuzione. Si è avuto modo di riparlare di questo argomento recentemente, per una sentenza che ha creato un po’ di subbuglio nell’ambiente giudiziario: in particolare, con la Corte di Cassazione, che ha considerato corretto il diniego all’acquisto, all’utilizzo di riviste pornografiche, da parte di un detenuto, sottoposto al regime differenziato del 41 bis, perché avrebbero potuto, eventualmente, essere veicolo di informazioni, di messaggi…”

Ricciardi: “Con eventuali sostituzioni di parole?”

Moschioni: “E quindi violare il principale scopo, cioè di tutelare la sicurezza”.

Ricciardi: “Bastava però controllarle, visto che il problema, per la legge, non è il contenuto in sé, ma eventuali manomissioni”.

Moschioni: “Il punto è che molte delle misure che sono imposte a carico dei detenuti in regime differenziato vengono, diciamo, giustificate, sotto la grande maglia della tutela della sicurezza. In realtà, basterebbe verificare il contenuto delle comunicazioni, cioè così come tutte le comunicazioni, per esempio, le lettere, che i detenuti ricevono, dall’esterno, da un familiare, eccetera, sono sottoposte a censura, passandole quando ritenute innocue, così trovo sia possibile sia sottoposta a censura, cioè a ispezione preventiva, una rivista che si riceva dall’esterno, per passarla se si verifichi non ci siamo contenuti criptici, veicolati dall’esterno. Per evitare che ci siano messaggi intimidatori, o ordini veicolati dall’esterno. Stabilire una regola generale di divieto per tutelare la sicurezza, va contro la finalità vera stessa, che è solo quella di evitare messaggi illeciti. Sarebbe invece corretto porre maggiore attenzione nel contenuto del documento, di una di quelle riviste, così come si fa per una lettera. Può essere valido, ciò, naturalmente, anche per un libro. Così, la polizia penitenziaria addetta ai controlli, che ha quello come funzione, deve operare di più. Il passo in avanti ulteriore, però, deve essere quello di consentire rapporti affettivi effettivi: non è un gioco di parole, e potrebbe passare anche attraverso il contatto fisico. A maggior ragione, se si tratti di detenuti non sottoposti ad un regime di massima sicurezza, differenziato quale quello del 41 bis, perché non si vede la ragione per cui vietare un rapporto affettivo concreto, autentico, con una moglie, una compagna, quando si è accertata la presenza, la permanenza, di un rapporto affettivo, con un soggetto che non deve essere per forza coniugato. Potrebbe essere anche la compagna, la fidanzata, con cui ci sia da tempo l’ammissione ai colloqui. Non si capisce perché non consentire un rapporto anche più intimo, più riservato. E questo darebbe, a mio avviso, la possibilità di migliorare anche l’esperienza detentiva, perché conservare anche il rapporto sentimentale, affettivo, con chi rimane all’esterno può essere una fonte di grandissimo stimolo, per il miglioramento personale e per la prosecuzione del percorso rieducativo”.

 Ricciardi: “Certo è difficile dare il meglio di sé, quando si viene continuamente mortificati in esigenze naturali”.

Moschioni: La speranza è quella che si cerca di coltivare, con una serie di proposte di miglioramento   dell’ esecuzione penale. Credo che l’esecuzione penale, per il modo in cui era stata regolamentata per l’ordinamento penitenziario, contenga tutti questi semi, per garantire un’esecuzione della pena costituzionalmente orientata. Comunque, la speranza, l’aspettativa in un ricongiungimento con la propria famiglia, nella prosecuzione di un rapporto con la propria compagna, con la propria moglie, si coltivano anche attraverso i rapporti, che devono avere per forza un contenuto anche fisico. Sottolineo semplicemente che questo periodo di limitazioni anche negli spostamenti, per la pandemia, nell’ambito delle varie città, ha determinato, da una parte, una buona prassi, che è quella di consentire i colloqui visivi, per il tramite di Skype con le proprie famiglie… E quindi consentire quel contatto visivo con la casa nella quale si era abitato. Vedere i volti anche dei propri familiari, e non ascoltarli semplicemente a telefono, quindi vedere un’espressione. Da una parte, quindi, ha dato, questo strumento in più, però ha tolto quel contatto fisico, che potrebbe essere una stretta di mano, un abbraccio, una carezza, che è fondamentale, per mantenere un’integrità anche psicologica. Ricordo che, in carcere, sempre più drammaticamente, si verificano condizioni di deprivazione psicologica, tali per cui molti detenuti fanno riferimento al supporto psicoterapeutico, psichiatrico ed anche farmacologico.”

Ricciardi: “In effetti, il consumo di psicofarmaci risulta superiore alla media”.

Moschioni: “Sono assolutamente situazioni sempre più frequenti, anche in soggetti giovani; quindi dare la possibilità di conservare un affetto così importante, nella vita di ogni individuo, indipendentemente dal fatto che abbia commesso un errore, e quindi stia espiando una pena, consentirebbe anche di conservare un’integrità psico-fisica: innanzitutto psicologica, e poi attenuare delle pressioni, che poi portano all’utilizzo massiccio di sostanze farmacologiche. Questo migliorerebbe la situazione di tutti quei soggetti che orbitano attorno ad un penitenziario; quindi anche la polizia penitenziaria, i sanitari, vedrebbero dei miglioramenti, esiti positivi, in un rapporto affettivo migliorato nelle proprie famiglie. Attualmente in Italia non è ancora possibile avere incontri riservati in carcere; se ne è riparlato, negli Stati Generale dell’Esecuzione Penale, che hanno appena avuto inizio: si tratta dell’inizio di dicembre. C’è stata una nuova attivazione di tavoli di studio: io spero che questa volta verrà portata ad esecuzione quella che era l’originaria delega al legislatore, per migliorare questo aspetto.”

Ricciardi: “Certamente, d’altra parte la possibilità di avere rapporti fisici, intimi, non è per forza incompatibile con la detenzione: basta attuare qualche controllo. Inoltre, puoi accennare a qualche modo di ottenere le riviste per adulti, se ad esempio se le procurasse direttamente il carcere: così non c’è il dubbio che siano state mandate da qualcuno, per fini altri”.

Moschioni: “Esatto; diciamo che le riviste, e così i libri, possono essere acquistati sicuramente in acquisti  di  mantenimento e per il tramite  di sopravvitto: si tratta di un acquisto per il tramite della casa di reclusione, che a sua volta recepisce la domanda di  acquisto di una determinata rivista, di un determinato libro: così ha la possibilità di acquistarlo alla fonte, ed avere la massima sicurezza riguardo l’origine e l’integrità del contenuto di quella rivista, eccetera, ed evitare qualunque eventuale messaggio di troppo. Questo per salvaguardare ambedue gli interessi: quello del soggetto, che potrebbe essere anche un interesse verso una rivista, che stimoli la propria sessualità, e quello della sicurezza, attraverso l’acquisto mediato dalla casa di reclusione”.

Ricciardi: “Ci sono quindi carceri più elastiche, che lo fanno già… Dipende dalle direzioni?”

Moschioni: “Dipende dalle direzioni, perché non c’è attualmente una regolamentazione generale. La Corte di Cassazione ha rimandato al legislatore, affinchè disciplini questa materia, perché finora sembra un tema un po’ scottante, sul quale il legislatore non si è in alcun modo pronunciato. Però sarebbe sufficiente che la direzione disponesse, indicasse, nell’elenco dei beni acquistabili anche una rivista che possa stimolare l’interesse sessuale di un detenuto, così come si può acquistare il quotidiano nazionale, piuttosto che un settimanale, con un contenuto d’interesse sportivo, piuttosto che ludico…”.

Ricciardi: “Al momento, non ci sono ancora grandi alternative a ciò; forse quando si aprirà alle famiglie, la domanda di queste riviste diminuirà”.

Moschioni: “Ognuno può scegliere quali siano gli ambiti di proprio interesse; così come può scegliere cosa studiare, e quale professione praticare, quale lavoro svolgere, piuttosto che quale corso formativo seguire, dovrebbe essere libero di esprimere il proprio pensiero: perché la detenzione non limita questi diritti fondamentali, quindi, se si tratta di riviste di libero acquisto, perché sono commercializzate nelle edicole, piuttosto che per il tramite di librerie. Non si vede perché non possano essere acquistate da un soggetto sottoposto ad una esecuzione della pena, previ i necessari controlli. Quindi, eventualmente, con l’acquisto tramite l’istituto di pena. Eviterebbe qualsiasi tipo di rischio di trasmissione di messaggi; rischio che peraltro non è tipico della detenzione ordinaria, ma lo è in particolare nella detenzione differenziata 41 bis, per cui è proprio una mancanza normativa che escluda, in alcuni casi, la possibilità di questi acquisti. Basterebbe aumentare la quantità, l’elenco, di bene acquistabili, per il tramite del sopravvitto, e aggiungere anche questa possibilità.”

Ricciardi: “Sì, e tra l’altro sentivo la lamentela di qualche detenuto che, neanche in regime di 41 bis, affermava, riguardo il carcere della Gorgona di Livorno, che ci fossero problemi con queste riviste, poiché la cella veniva considerata alla stregua di uno spazio pubblico. In effetti, suona illogica la motivazione: è possibile che sia una interpretazione sbagliata?”

Moschioni: “Io credo che non  sia assolutamente  possibile parificare la cella ad uno spazio pubblico, perché la cella è per sua natura un luogo nel quale vengano svolte delle attività riservate, per nutrirsi, dormire, svolgere la propria attività fisica. Non è un luogo dove, peraltro, è possibile la condivisione con molti altri soggetti, ad eccezione di quei rari momenti della condivisione del pasto, soprattutto dei regimi non di massima sicurezza”.

Ricciardi: “D’altra parte, non si può essere neanche filmati in cella, giustamente, per una questione di privacy”.

Moschioni: “Per una questione di privacy, assolutamente. La cella poi è composta anche da una parte assolutamente riservata, che è, per esempio, il bagno. Quindi, non vedo come possa essere estesa la normativa del luogo aperto al pubblico ad un luogo che normalmente è destinato ad una vita privata, e viene sottoposto a momenti ancora più riservati, di chiusura, negli orari di chiusura del blindato, per cui non è una giustificazione valida, ecco, questa”.

Ricciardi: “A volte, ci sono distorsioni strapiene di errori, perché effettivamente suona assurda questa vicenda”

Moschioni: “Sarebbe l’equivalente di considerare luogo aperto al pubblico una stanza di albergo, nella quale la persona acquista il pernottamento: insomma, non è sicuramente un luogo aperto al pubblico; quindi, non può essere questa la giustificazione. Se la giustificazione è invece di tipo moralistico, non credo che possa rientrare nei plichi dello Stato limitare l’espressione della libertà di pensiero, che passa anche attraverso la scelta di cosa leggere.”

Ricciardi: “Ma poi non è neanche così morale impedire rapporti più riservati ed intimi con le famiglie, se proprio vogliamo fare un discorso, sia pur non attinente, riguardante un campo che vada oltre. In fondo, è un discorso contro l’amore; ci si deve sentire già fuori dal mondo, per molti aspetti, se non si riescono ad avere rapporti fisici (neanche tenere una mano, nella massima sicurezza) con proprio familiari. Magari, il problema è proprio a monte, e la sessualità è solo la punta dell’iceberg…”

Moschioni: “Ma infatti, per come doveva essere regolamentata, sulla base dei tavoli di discussione che erano stati oggetti negli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, era una setting test, in senso più ampio. Passava attraverso anche la possibilità di dialogo più riservato, passare un po’ di tempo con i propri cari, in un luogo che fosse più intimo. E quindi desse la possibilità di non avere una commistione, con altri motivi familiari, e consentisse eventualmente anche lo scambio di un abbraccio, di un segno di affetto; non deve essere interpretato necessariamente interpretato nel senso di sessualità, che però neanche deve essere automaticamente cancellata. Uso un termine forte: la detenzione non è castrazione, cioè non comporta necessariamente l’esclusione di quella che è una parte dell’essere umano, per cui, anzi, ritengo che consentire, in una fase di esecuzione della pena, di coltivare affetti veri, diciamo anche preesistenti, consenta la possibilità di coltivare risorse indispensabili, per il futuro reingresso in società, che la è finalità prima di una esecuzione della pena, che spesso viene dimenticata, è quella di consentire di restituire un soggetto che ha sbagliato, che è stato condannato, alla società, in un modo migliore, dopo aver pagato la sua pena.  Dopo aver scontato la sua sentenza di condanna, il soggetto deve essere restituito con delle idoneità, con un’attitudine migliore, che preservi dalla recidiva, cioè dalla commissione di altri reati. Per questo tale limitazione, che non ha una grossa giustificazione in termini di sicurezza, potrebbe contribuire invece al peggioramento di questo percorso dell’individuo e fare un danno, in ultima analisi, alla stessa società…che si  vedrà restituito un soggetto con delle frustrazioni ancora maggiori, soprattutto se queste frustrazioni siano passate attraverso la perdita di quel nucleo affettivo che avrebbe potuto supportarlo durante la detenzione, e che doveva essere un punto di riferimento al momento del  suo reingresso in società”.

Ricciardi: “Naturalmente, e poi nel caso della pena perpetua può essere meno disumanizzante, qualche attenuazione del grado di intensità della situazione delle pena, in questo senso”

Moschioni: “ Eh, la disumanizzazione in questo caso è massima, credo. Penso soprattutto al rapporto con i figli, al di là del rapporto affettivo con il compagno o la compagna, il marito o la moglie. La disumanizzazione è nell’esclusione di un contatto fisico con i figli: può comportare anche difficoltà in soggetti che non hanno commesso alcuna violazione. Penso, per passare a casi pratici, ad almeno due miei assistiti, che hanno avuto la possibilità, hanno avuto l’autorizzazione dai dipartimenti delle amministrazioni penitenziarie, a concepire dei figli con una fecondazione in vitro, che però nel corso degli anni non hanno potuto avere la possibilità di coltivare questo rapporto affettivo anche passando attraverso un contatto vero e proprio contatto fisico. E poi hanno avuto come risposte che delle problematiche neuro-psicologiche dei figli stessi, che si sono trovati ad essere privati di una parte fondamentale del rapporto”.

Ricciardi: “Quindi, è una situazione quasi contraddittoria: da una parte la possibilità di fargli avere questi figli, comunque una conquista di grande civiltà, dall’altra, così, mortificare tanto i rapporti, dopo il 12 anni dei figli, a prescindere, e senza nessun reato a giustificarlo, viene imposto il vetro divisorio”.

Moschioni: “Questa è una disciplina tipica del regime differenziato 41 bis, che però, per assurdo, vede nei 12 anni uno spartiacque: per cui, insomma, il nipote, il figlio, perché stiamo parlando di rapporti strettissimi, dei vincoli più forti, fino al giorno prima, fino a quando ha 11 anni e dei mesi, poteva stare seduto magari a fianco del proprio familiare, quindi al papà, piuttosto che al nonno, e poi tutto a un tratto si vede imporre una divisione con un vetro, per cui non ha più la possibilità di dare neppure una carezza al genitore, al congiunto”.

Ricciardi: “Quindi, più che sicurezza, diventa altro: si cade nella disumanità”.

Moschioni: “Si cade nella disumanità, con un risultato a cascata, anche a carico del minorenne, che non ha commesso alcun reato, e che si vede privato di un rapporto che non era una conquista: era semplicemente la normalità del rapporto…passando anche dalla premessa che tutte le persone che accedono ad un istituto di pena sono sottoposte ad un controllo preventivo, ad una perquisizione.  Inoltre c’è un passaggio attraverso un metal detector, riguardo i reparti per il 41 bis; si accede a dei colloqui che sono videoregistrati e sottoposti ad un controllo a vista, quindi potrebbero essere interrotti in qualunque momento, se ci fosse qualche cosa che esorbiti dal normale, che possa far pensare ci sia una violazione delle regole, per cui è incomprensibile il fatto che ci sia questo blocco rispetto all’affettività”.

Ricciardi: “Comunque uno Stato più umano è possibile che venga anche rispettato di più, quindi è possibile, auspicabile una riforma futura per il bene comune, anche di questo aspetto”.

Moschioni: “Assolutamente; io penso ad un particolare che mi aveva colpita: quale sia la difficoltà, ad esempio, per un detenuto, ad ottenere, per esempio una fotografia dei propri cari: cioè quale sia l’iter, veramente laborioso per ottenere autorizzazione alla consegna di una fotografia di un proprio caro. Penso ad un bambino, per esempio, che si vorrebbe veder crescere…”

Ricciardi: “Eppure, si vede subito che non ci sia un messaggio sospetto”.

Moschioni: “Passano dei mesi, certe volte, di attesa, per potere ottenere la consegna della fotografia, e per un bambino piccolo ogni settimana c’è un’immagine differente. Quindi l’importanza di potere avere un rapporto, anche semplicemente stampato, con l’immagine del proprio figlio, che non si può vedere costantemente, è fondamentale, per mantenere un rapporto che possa essere definito come tale, cioè per potere avere i crismi di un rapporto ordinario. La detenzione non può trasformarsi in una vessazione, anche e soprattutto nei confronti dei minori, che possano essere coinvolti in via indiretta. In questo senso, l’Italia è sempre stata all’avanguardia nella tutela dei diritti dei minori, ma, da questo punto di vista, può fare veramente dei passi avanti.”

Ricciardi: “Sì, superando uno stato di emergenza non più motivato, nei fatti”.

Moschioni: “Considerando poi che, a parte gli esoneri integrali per motivi di salute, i più hanno avuto somministrazione delle doppie dosi di vaccino, quindi i rapporti con soggetti all’interno del carcere sono assolutamente garantiti, tutelati. Gli accessi al carcere passano attraverso una serie di controlli, che sono maggiormente tutelanti, rispetto ai rapporti che si hanno nella quotidianità, con il proprio bottegaio, piuttosto che con il conoscente che s’incontra su una rampa di scale, o in ascensore. Quindi, non credo che l’emergenza sanitaria possa giustificare queste misure”.

Moschioni: “Non deve essere a tempo indefinito, certo. L’emergenza, per sua natura, deve essere temporanea, e deve essere legata ad una impossibilità di gestione in modo differente. La prassi italiana, negli ultimi oltre 20 anni, è quella di estremizzare l’emergenza, e farla diventare la regola, e questo è estremamente sbagliato. Questo perchè la disciplina in un periodo di emergenza non può essere la regola di comportamento ordinario, perché poi finisce per comprimere dei diritti, e soprattutto finisce per mortificare delle identità, con un danno, alla lunga, per tutti, credo: non solo per la persona sottoposta al regime di detenzione.”

Ricciardi: “Certo, poi tutte le emergenze non possono essere per sempre: l’emergenza sanitaria, l’emergenza per la mafia: non devono diventare uno stato permanente. L’emergenza ha senso nel momento, nel periodo di emergenza, non deve essere cronicizzata anche oltre, insomma.”

giugno 9, 2021

Il 41 Bis e il diritto alla tutela dello stato di salute del detenuto: il caso di Pasquale Condello!

Intervista di Antonella Ricciardi

Pasquale Condello, un tempo condannato per un coinvolgimento nella ‘ndrangheta, attualmente non  è più collegato alla devianza: da tempo, è più un paziente che un detenuto, la cui sofferenza psichiatrica, subentrata con la prigionia, è un dato incontrovertibile. Pasquale Condello, entrato sano in carcere, nel corso degli anni ha subito un tracollo dell’equilibrio mentale. Del resto, la percentuale di persone che avvertono disequilibri mentali, dopo anni di reiterazione del regime di 41 bis, non è bassa, e, pur con vari gradi di intensità, variabili da persona a persona, non deve lasciare indifferenti. Situazioni, quindi, tra le più difficili, nelle già dolenti comunità delle carceri; luoghi di massima sicurezza, ma dove è minima la possibilità di umanizzazione della pena. Sull’argomento si esprime così l’avvocata Federica Barbero, del foro di Novara, che, correttamente, cerca di approfondire la disponibilità di documentazione medica, in vista di una possibile collocazione differente per Pasquale Condello, che gli garantisca cure molto più adeguate al suo stato di salute. Le varie prigioni, pur avendo proprie direzioni sanitarie, non sempre possiedono al loro interno adeguati reparti sanitari, per situazioni più complicate. Lo stesso Pasquale Condello aveva iniziato a manifestare una profonda sofferenza psichiatrica già nel carcere di Parma, fornito di un centro clinico interno, che però non era riuscito a migliorarne la situazione. In tempi più recenti, si può ricordare che la direzione sanitaria di varie carceri aveva ottenuto la detenzione di persone, anche dai nomi più discussi in strutture esterne al carcere. Per questi detenuti le  condizioni di salute risultavano talmente delicate, da dovere essere gestite fuori dal carcere. E’ : è stato il caso, di Raffaele Cutolo, che, dichiarato non dimissibile,  pur nelle gravi restrinzioni del 41 bis, era però potuto essere meglio curato,  nell’ultimo periodo della sua vita, tra luglio 2020 e febbraio 2021 collocato in una struttura esterna: l’Ospedale Civile Maggiore di Parma, che è anche clinica universitaria. Tornando alla situazione di Pasquale Condello, persona ormai del tutto inerme ha diritto alla tutela della salute con adeguate misure di cura perché sono doveri di legalità e civiltà, per coloro che ne siano responsabili. La Corte Costituzionale,  si è più volte espressa contro l’automaticità della ostatività della carcerazione, in caso di non collaborazione con la giustizia: non sempre dovuta a sicura pericolosità sociale, ma a volte dovuta al volere evitare in modo più deciso vendette trasversali, oltre ad essere frutto di remore sulle delazioni. Nel 2019, infatti, la Corte Costituzionale  aveva aperto ai permessi premio, nell’aprile 2021 alla liberazione condizionale (cfr l’ordinanza n. 97 dell’11 maggio 2021 con cui la Corte  è intervenuta sulla questione di legittimità costituzionale degli artt. 4-bis, comma 1, e 58-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nonché dell’art. 2 del D.L. 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, con riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma e 117, primo comma, Cost., nella parte in cui escludono che possa essere ammesso alla liberazione condizionale il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416-bis c.p., ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia.) Già in precedenza, c’erano comunque stati alcuni casi di benefici, per “collaborazione impossibile”: quando si conosceva troppo poco di determinate organizzazioni, e situazioni comunque impossibilitanti per tale situazione. Un clima quindi più equanime e disteso si sta diffondendo su queste scottanti tematiche: del resto, ministra della Giustizia è divenuta proprio Marta Cartabria, già presidente della Corte Costituzionale.  Una possibile collocazione detentiva esterna per Pasquale Condello è, comunque, qualcosa di minore  di un beneficio: semplicemente è richiesta di un fondamentale diritto costituzionale alla salute.

Ricciardi: “Le condizioni mentali di Pasquale Condello sono da un certo tempo allarmanti, addirittura in peggioramento, in un contesto di grave isolamento, che metterebbe a dura prova chiunque: può spiegare più specificamente quale sia la situazione e che gli ultimi, drammatici episodi?”

 Barbero: “Il signor Condello indubbiamente soffre di disturbi della personalità, probabilmente legati proprio al regime carcerario cui è costretto. Negli ultimi anni ha riferito al personale sanitario del carcere degli episodi di violenza fisica: in particolare ha più volte riferito di ricevere scosse elettromagnetiche e di avere il timore di esser avvelenato. Frutto di un proprio delirio probabilmente…”


Ricciardi: “Pasquale Condello ha bisogno di cure specialistiche, ma il carcere ha   possibilità d cure limitate; del resto, il carcere non è un ospedale…La difesa si sta muovendo per un possibile differimento della
pena? Ultimamente si sta parlando di più forme di detenzione non carceraria, in centri di cura per malati psichiatrici: le R.EM.S….”


 Barbero: “,Gli Istituti detentivi classici non godono del personale sanitario necessario per offrire ad ogni detenuto il giusto ed adeguato supporto medico o psicologico. Stiamo valutando la possibilità di richiedere un trasferimento in altro Istituto carcerario dotato di reparto sanitario o, nel caso, un differimento pena con contestuale applicazione di una misura di sicurezza. 

Ad oggi non possiamo però ancora dire come ci orienteremo, sono necessari esami clinici specifici per poter valutare quale sia la scelta più opportuna per la tutela della salute del signor Condello e per la contestuale tutela della sicurezza pubblica.”


Ricciardi: “ A prescindere da un possibile differimento della pena la stessa Direzione Sanitaria del carcere di Novara  ha delle responsabilità, e, in quanto misura di emergenza, ha il potere  di disporre collocazione in centro di cura esterno, nel momento in cui  non riesca più a gestire una situazione troppo grave: si sta muovendo  qualcosa in questo senso?

 Barbero: “No, al momento nulla di cui a nostra conoscenza. Su questo punto non ce la sentiamo neppure di entrare nel merito. Di fatto sono state tentate diverse visite psichiatriche a cui il più delle volte il detenuto ha però rifiutato di sottoporsi. Credo che anche il personale addetto stia comunque tentando di comprendere le problematiche di cui il Condello soffre.”

Ricciardi: “ Pasquale Condello è tuttora gravato dal 41 bis, ma il diritto  costituzionale alla salute è corretto venga prima di tutto: se anche il 41 bis rimanesse, una cura anche esterna deve essere una concreta
possibilità; inoltre, recentemente la Corte Costituzionale ha più volte aperto ad una carcerazione non automaticamente ostativa, anche in caso  di non collaborazione con la giustizia. Pensa che il clima più equo al  riguardo potrà portare maggiore serenità anche su questo caso? Tenendo presente che il differimento è anche meno di un beneficio, e nello  stesso tempo è qualcosa di più basilare…

Barbero: “Beh sicuramente.. certo è che il regime carcerario di cui all’art. 41bis O.P. è stato concepito per limitate tipologie di reato e che, sin dall’introduzione, è un argomento particolarmente dibattuto che lascia aperti miriadi di quesiti. Al proposito in merito all’ordinanza della Corte Costituzionale L’incompatibilità con la Costituzione deriva dal carattere assoluto della presunzione, che fa della collaborazione con la giustizia l’unica strada a disposizione dell’ergastolano per accedere alla valutazione della magistratura di sorveglianza da cui dipende la sua restituzione alla libertà. La Corte afferma, però, che spetti al Parlamento modificare questo aspetto della disciplina relativa all’”ergastolo ostativo”, posto che un intervento meramente demolitorio della Corte potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa.

gennaio 24, 2021

Come spegnere la luce della speranza.

Maria Di Dio, zia del detenuto Francesco Di Dio, esprime tutta la sua amarezza per il decesso del giovane, morto a meno di 48 anni, nel giugno del 2020. Originario di Gela, pagava un tragico errore compiuto quando era ancora adolescente ed era anche in balia del dramma della tossicodipendenza: avere partecipato ad un “regolamento di conti” tra appartenenti alla Stidda ed a Cosa Nostra, che, nel 1990, aveva causato purtroppo diversi morti. Traviato da persone più grandi e scaltre, che poi erano uscite  dal carcere, attraverso il percorso di “collaboratori di giustizia”, Francesco non aveva seguito la stessa strada, ma aveva iniziato un percorso di redenzione in altra forma… Francesco Di Dio, infatti, aveva aderito all’associazione non violenta “Nessuno Tocchi Caino”, coltivava la fede cristiana evangelica, scriveva poesie, aveva frequentato un corso di filosofia morale e di ceramica, oltre che il Liceo Artistico, per cui si era diplomato e si era iscritto alla Facoltà universitaria di Sociologia, oltre ad essersi interessato anche a  Scienze delle Comunicazioni. Condannato all’ergastolo, si era visto negare tutti i benefici, quindi le attenuazioni dei gradi d’intensità della pena, fondamentalmente per il non avere fatto il collaboratore di giustizia, più che per il suo reato.

La Corte Costituzionale nel 2019, ha stabilito che non sempre il non essere collaboratore di giustizia vuol dire essere ancora collegati con il crimine; dietro la non collaborazione vi possono essere anche contrarietà alla delazione e timore di rappresaglie. Nonostante la  pronuncia di civiltà della Corte sono ancora molti i detenuti spesso arbitrariamente relegati a carcerazioni troppo automaticamente ostative. Nella sua testimonianza, Maria Di Dio esprime tutti i suoi dubbi sulle circostanze della morte di Francesco, e propende per l’ipotesi che potesse e dovesse essere assistito meglio, e certamente fuori dal carcere. Nella storia di Francesco emergono comunque dei dati di fatto: Francesco Di Dio veniva tenuto in carcere anche con la motivazione di rischi di attualità criminale, ma non aveva commesso reati in prigione e la Stidda è da anni organizzazione non più attiva; afflitto da grave malattia autoimmune, all’ultimo stadio, era persino mutilato di un piede; la relazione di una dottoressa di Milano ne attestava la necessità di cure esterne. Del resto, è lampante che il carcere non sia un ospedale, e, per quanto possa avere al suo interno alcuni presidi sanitari, nei fatti non può avere la stessa capacità di cura di una struttura esterna. L’ergastolo stesso, per essere distinto dalla pena di morte, non può essere inteso, logicamente, sempre nel senso di detenzione totalmente carceraria, ma deve prevedere almeno forme alternative, perché nei casi di persone molto malate, altrimenti, si rischia l’omesso soccorso, e quindi il negargli, a volte, possibilità di vita. Peraltro, una semplice richiesta di ricovero in centro clinico esterno è qualcosa di molto più basilare di un beneficio e può avvenire anche senza differimento ufficiale della pena, per intervento di direzione sanitaria di un carcere ed apporto di medici esterni: è quanto accaduto, ad esempio, dall’estate del 2020 nel caso di Raffaele Cutolo, che correttamente può essere così più adeguatamente curato, per le sue rilevanti patologie, tra cui una difficoltà a camminare, causata anche da problemi ai piedi per il diabete. Maria Di Dio chiedeva da mesi, altrettanta civiltà anche per Francesco, e tutt’ora chiede di potere vedere i filmati di sorveglianza del carcere, da mesi. Del resto, se davvero Francesco Di Dio fosse morto nel suo letto nel modo in cui è stato descritto, la possibile visione dei filmati non dovrebbe creare problemi. Più volte, comunque, le telecamere hanno chiarito delle situazioni: ad esempio, nel caso di abusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, per le indagini riguardo le violenze a freddo, ai danni dei detenuti.

Ricciardi: “Chiedi chiarezza e piena verità sul caso di tuo nipote, Francesco Di Dio, purtroppo deceduto nel giugno 2020: detenuto da 30 anni continuativi (salvo una brevissima scarcerazione per decorrenza del termini di carcerazione preventiva, nel 1996), era gravemente malato per una malattia autoimmune, il morbo di Buerger, gli era stato amputato un piede. La direzione sanitaria  del carcere di Opera definiva le condizioni di salute di Francesco discrete, nonostante le sue difese immunitarie fossero bassissime, in tempi oltretutto di coronavirus, e lui fosse costretto con le stampelle. Puoi spiegare precisamente da cosa dipenda la mancata attuazione di tali misure?

 Di Dio: “Nell’ultima richiesta che abbiamo fatto, la responsabilità maggiore ce l’hanno il direttore  e la direzione sanitaria del carcere, perché secondo la circolare del 21 marzo del 2020 doveva essere il direttore  a segnalare al magistrato di sorveglianza chi stava particolarmente male e lui non lo fece; invece, in quel periodo fece uscire tante altre persone e l’unico che è morto è stato mio nipote. La direzione sanitaria  ha dichiarato che Francesco stava in discrete condizioni di salute, quando già in passato un primario specialista di Milano aveva scritto che il permanere nelle carceri per Francesco rappresentava un “alto rischio“. Inoltre c’è da rabbrividire dalla paura che in pieno lockdown in Lombardia i detenuti li hanno chiusi in celle separate  e  durante tutto il periodo mio nipote  non ha visto nessun medico.

Come si può lasciare un ragazzo gravemente malato senza medico?

E’ assurdo! Mio nipote non solo aveva bisogno di un medico, ma doveva essere monitorato costantemente.   Inoltre, durante una videochiamata chiesi a Francesco come mai non era stato inserito nell’elenco tra le persone che dovevano uscire: non rispose, abbassò la testa e venne richiamato dalla guardia. Una domanda semplice chiara, fatta da me, e per questo venne rimproverato mio nipote. Invece, nella penultima richiesta sono coinvolti tutti, perché il magistrato di sorveglianza ha tenuto conto solo della relazione del carcere e non ha tenuto conto della relazione medico specialistica, che dichiarava che Francesco era ad “alto rischio” e non poteva rimanere in carcere ma prospettare una diversa collocazione. Non riesco a capire l’accanimento che hanno avuto nei confronti di mio nipote, il carcere per qualsiasi istanza da noi presentata ci rispondeva che “loro erano in grado di gestire la malattia di mio nipote” Loro nei confronti di Francesco sono stati caini.” 

Ricciardi:  “Già prima della morte di Francesco, avevi “previsto” il grave rischio che correva, nonostante la direzione sanitaria del carcere avesse definito non prevedibile l’evento; cosa ti aveva fatto ipotizzare che invece le condizioni di Francesco rischiassero di precipitare? Ti eri rivolta anche a qualche persona esperta per una consulenza?”

Di Dio:  “Non è vero che non era prevedibile la morte di Francesco. Già nel  2016 un medico specialista di Milano aveva allertato il carcere e il magistrato sulle condizioni di Francesco, certificando che per Francesco   prospettava una diversa collocazione del carcere, in quanto era in una situazione precaria: l’arteriopatia agli arti inferiori di cui soffriva era in fase avanzata, e rappresentava una patologia ad ” alto rischio “sia in termini di sopravvivenza che di eventi acuti cardiovascolari oltre che distrettuali”. Francesco doveva vivere in un ambiente igienicamente controllato, dalle basse temperature e dall’umidità.  Inoltre, c’era bisogno di  medicazioni e una fisioterapia costante e continuativa, di cicli di terapia, controllo del dolore e di un monitoraggio delle condizioni distrettuali e generali, altrimenti avrebbe sofferto di dolori ingiustificati. Infatti diverse volte mio nipote mi riferiva che non sapevano gestire il suo dolore e che soffriva dolori inenarrabili, con urla fortissime. Nell’ultimo periodo, per la disperazione mi aveva chiesto di spedirgli un farmaco per attutire il dolore  e loro, che hanno sempre dichiarato di poter gestire la situazione, lo facevano urlare notte e giorno.”

Ricciardi:  “La direzione sanitaria del carcere ha definito i motivi della morte di Francesco naturali e non prevedibili, ma tu hai qualche dubbio sulle circostanze: perchè e se ci siano margini, di controllo, sull’operato della direzione del carcere? Inoltre, la famiglia Di Dio aveva richiesto l’acquisizione dei filmati di sorveglianza, nel giorno della morte di Francesco, ma non vi sono stati ancora forniti, almeno per il momento: perchè? Cercherete di insistere in questa richiesta, ed in che modo?”

Di Dio: “ Sì, perché chi muore di infarto in posizione supina, come ha dichiarato il carcere, non può avere degli ematomi sul viso. Fin dall’inizio abbiamo chiesto la video sorveglianza delle ultime 48 ore di vita di mio nipote Francesco Di Dio: ad oggi, dopo circa dopo otto mesi non ci è stata fornita.  La mia famiglia ed io insistiamo sulla richiesta della videosorveglianza per trasparenza, e poi se è morto come dicono loro, non dovrebbero esserci problemi. Dopo tante richieste da parte della stampa di rilasciare interviste e dopo circa otto mesi mi sono decisa di concedere intervista alla stampa proprio per questo motivo. Noi, famiglia Di Dio chiediamo fortemente la videosorveglianza alla magistratura di Milano che sta seguendo il caso di mio nipote.”

Ricciardi: “ Francesco era stato condannato all’ergastolo a soli 18 anni, per un grave fatto di sangue, nell’ambito della faida tra la Stidda (organizzazione rivale della mafia siciliana “tradizionale”) e Cosa Nostra: tuttavia, in carcere aveva aderito ad iniziative culturali e per la non violenza, ed aveva chiesto perdono, con tutto sé stesso, ad un membro dell’altra organizzazione, a sua volta in prigione per vari reati, che si era commosso: lo aveva in effetti perdonato, durante una iniziativa dell’associazione umanitaria “Nessuno tocchi Caino”. Eppure, le autorità statali, fino alla sua morte, e nonostante la disgregazione totale della Stidda, gli avevano negato tutti benefici, cioè le attenuazioni del grado di intensità della pena… Da cosa deriva, a tuo avviso, tale atteggiamento di completa chiusura?”

 Di Dio:  “Questa domanda me la sono posta tantissime volte anch’io e questa risposta ce  la dovrebbe dare la direzione del carcere. Io, ho avuto sempre l’impressione di un accanimento di cattiveria nei confronti di mio nipote, che peraltro gravemente ammalato. Tante è vero che aveva necessità della sedia a rotelle e non gliela hanno mai fornita. Personalmente io ho mandato e-mail al carcere in cui scrivevo che volevo regalare una sedia a rotelle ad un detenuto. Alla prima e-mail mi hanno risposto chiedendomi chi ero, ho risposto che ero la zia di Francesco Di Dio allegando la mia fotocopia di carta di identità, e da allora non mi hanno mai più risposto. Come devo definire questo tipo di atteggiamento se non sadico! Perché non solo non gliela fornivano loro, che sempre si sono sempre dichiarati in grado di gestire la malattia di Francesco e neanche hanno permesso a me di potergliela regalare: aggiungo che questa è violazione dei diritti umani .”

gennaio 1, 2021

Sulla tragica vicenda di Michele Pepe ed altro.

intervista di Antonella Ricciardi all’avvocatessa Monica Moschioni.

di  Antonella Ricciardi

La tragica vicenda di Michele Pepe

Ancora una volta, in questo dialogo con l’avvocatessa Monica Moschioni, emergono i temi primari del diritto alla salute e di altri diritti di persone condannate a delle pene, il cui riconoscimento non deve essere contrapposto e non deve togliere qualcosa ai diritti degli altri.  Del resto, notava in modo perspicace Monica Moschioni, il rischio di non riconoscere la giusta importanza al diritto alla salute di chi abbia avuto problemi con la giustizia è una deriva, che rischia di allargarsi a macchia d’olio anche verso altre categorie di persone emarginate per altri motivi: mendicanti, migranti, ed tutti gli  “ultimi”. Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere che alcuni non meritino di essere curati. Uno Stato che abbia le carte in regola, infatti, riconoscendo maggiormente i diritti e doveri di tutti, dimostra la propria forza, la costruzione di uno Stato di diritto è ancora in evoluzione, nel cercare una giustizia non solo distributiva, di commisurazione di una pena alla gravità di determinate condanne, ma anche riparativa, della ricerca del meglio complessivo, senza contrapposizioni aprioristiche tra persone. Tra i casi di affermazione del diritto ad un grado minore di intensità della pena: una forma di civiltà  viene discusso il caso di Domenico Oppedisano, che attualmente ha terminato la sua pena: un uomo di circa 90 anni, un tempo considerato “paciere” della ‘ndrangheta, che ad 88 anni aveva ottenuto differimento della pena, nella forma degli arresti domiciliari. Non è stato collaboratore di giustizia, ma non è più in contatto con la devianza.  Una misura arrivata dopo che aveva espiato larga parte della pena, per questioni di salute. Diverso il caso straziante di Michele Pepe, riguardo cui si rafforza l’ipotesi non sia stato sufficientemente tutelato il diritto alla salute, connesso a quello alla vita stessa; l’indagine sul caso deve avere anche il senso di evitare in futuro rischi analoghi. Michele Pepe non era un collaboratore di giustizia, ma da tempo aveva reciso i contatti con il crimine, tanto che il suo regime carcerario non era più il 41 bis.   Del resto, quello del diritto alla salute è tornato alla ribalta anche per allarmanti casi di coronavirus anche nella carceri: luoghi tutt’altro che asettici, in cui già prima erano numerose le proteste contro condizioni di vita non sempre conformi a criteri in favore di salute pubblica. ..luoghi dove, già prima, chi ne entrava, e non solo tra i detenuti, solitamente ne usciva cambiato, scosso. Ultimamente, per tutelare di più, lodevolmente, il diritto alla salute dei detenuti, che è  connesso alla salute di tutti, si è messo in moto uno sciopero della fame dei maggiori dirigenti dell’associazione umanitaria “Nessuno Tocchi Caino”, collegata al Partito Radicale Transnazionale:  ricordiamo in particolare Sergio D’Elia, Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti.

Si torna poi sul caso di Raffaele Cutolo, riguardo cui l’avvocatessa Moschioni ha collaborato con il collega titolare del caso:  Gaetano Aufiero. Il caso di Raffaele Cutolo è stato  uno dei casi di detenzione più lunghi della storia italiana: non gli è stato finora tolto il 41 bis che ha da 28 anni, nonostante l’estinzione della sua NCO (Nuova Camorra Organizzata), da circa 25 anni,  e gli inviti pubblici a non seguire il crimine. Gaetano Aufiero, aveva parlato di un sistema indecente, in merito alla reiterazione del regime differenziato 41 bis, tuttora oggetto di ricorsi  Probabilmente, sul caso di Raffaele Cutolo, pesa ancora troppo un passato non più attuale da decenni; lo stesso procuratore generale che aveva discusso il caso sul 41 bis a Roma, Antonio Laudati, lo aveva definito una persona che richiamava qualcosa di “quasi mitologico”.   In ogni modo, dal  31 luglio 2020 Raffaele Cutolo  è ospedalizzato in un centro di cura esterno al carcere: ha soprattutto problemi respiratori che gli avevano causato tosse e sintomi somiglianti al soffocamento, è molto magro, ha qualche  problema sulla memoria a breve termine, e non è del tutto autonomo nel camminare.  La sistemazione in una azienda sanitaria locale esterna al carcere si sta stabilizzando, perché non dimissibile, in quanto deve ricevere cure specialistiche costanti. Questa situazione poco comune vede un coordinamento tra il carcere e la struttura  sanitaria pubblica dove Raffaele Cutolo è collocato, per quanto riguarda la posta cartacea: le lettere devono passare per il penitenziario, per poi, nel caso passino la censura, essere inoltrate nel centro di cura. Tale coordinamento  non c’è ancora, invece, per quanto riguarda le telefonate, che ancora non sono fattibili, per mancanza di coordinamento tra le due strutture: telefonate ammesse anche dal regime di 41 bis, in sostituzione del colloquio in presenza, quando non realizzabile: una ipotesi di soluzione potrà anche essere il videotelefono Skype, già usato in altre situazioni…  La sua vicenda era stata più volta narrata anche in dei libri, che lo avevano reso ancora più conosciuto: tra questi, “Il camorrista”, di Giuseppe Marrazzo, da cui era stato tratto un film celebre, ma a tratti non fedele rispetto alla realtà… “Un’altra vita”, opera di un giornalista laureato in Filosofia, Francesco De Rosa, che aveva intrattenuto una corrispondenza con Raffaele Cutolo: si narra di una camorra vista simile ad un “partito della plebe” più povera, in cerca di riscatto presso un sistema “alternativo”, che sembrava provenire dai “sotterranei” di una parte della società campana…ll libro “Ricordi in bianco e nero” della giornalista psicologa e sociologa Gemma Tisci, che pure aveva approfondito la conoscenza, attraverso una corrispondenza con Raffaele Cutolo: un libro che può perfino turbare, ma nel senso positivo, di scuotere pensieri aprioristici, perchè guarda faccia a faccia forti ambivalenze,  attraverso un dialogo con un uomo che vive soprattutto di ricordi, solo e senza “guappi”. Nel libro di Gemma Tisci, una delle frasi dedicate al senso del suo contenuto suona così: “La libertà e la cultura di una civiltà si misurano dalla possibilità di  ogni essere vivente di raccontare la propria verità”. Raffaele Cutolo vi  viene descritto provato, con il passo strisciante ed i gesti lenti delle mani.

Tornando a tempi più recenti,  le proiezioni sul futuro riguardano la figlia, per la quale spera un futuro diverso, di felicità: s’informa sulla scuola, che lo ricongiunge con presente e futuro,  ed auspica l’investire negli studi. Del resto, i suoi tragici errori non sono stati verso la figlia, per la quale è un padre che non si può considerare “sbagliato”. Da tempo,  inoltre, di  Raffaele Cutolo (attualmente 79 anni) viene testimoniato si sia convertito, diventando più sentitamente cristiano e cercando anche il bene. Tra coloro che sono convinti di ciò c’è stato monsignor Raffaele Nogaro già vescovo di Caserta.

Ricciardi: “A proposito ancora di detenuti più in avanti con gli anni, un esempio, tra i molti, di casi di cui si è occupata con successo, è stato quello di Domenico Oppedisano, un uomo molto anziano: 90 anni; era stato condannato a 10 anni di carcere, ed era in regime di 41 bis; accusato di avere avuto un ruolo nella ‘ndrangheta, era sì ritenuto responsabile di ciò, ma si trattava non di un capo assoluto, ma di una sorta di “paciere” tra varie fazioni. In questo caso, lei è riuscita a fargli ottenere differimento della pena. Può raccontare qualcosa di più di questo caso, e se sia stato un percorso scorrevole o accidentato, per una condizione un più umana, per la sua pena, in questa direzione? Ricordiamo che, ad età così elevata, in altri casi  differenti da quelli di mafia, di solito il differimento sembra automatico, perfino per reati di fatto più esacrabili…”

Moschioni: “E’ stato accidentato, ma non così tanto, nel senso che, devo dire, quando è stato valutato la prima volta, è stato valutato negativamente: ha avuto un iter che è passato per  una impugnazione davanti ala Corte di Cassazione…!

Ricciardi: “Ma quanti anni aveva all’inizio dell’iter?”

Moschioni: “Allora, quando è stato ammesso alla detenzione domiciliare era il 2018, quindi, poichè del ’30, circa 88 anni. Lui stava espiando una pena per associazione per delinquere di stampo mafioso: si tratta di consorterie ‘ndranghetiste: aveva un fine pena, cioè non era un fine pena mai. Non era quindi un ergastolano, era un fine pena determinato, per cui è arrivato agli arresti domiciliari in un tempo abbastanza vicino al fine pena.

Ricciardi: “Aveva quasi finito

Moschioni: “Sì, l’iter lo aveva portato ad un anno e mezzo dalla fine della pena: non è arrivato con molto anticipo; è dovuto passare attraverso l’iter della Suprema Corte. Diciamo che, quando poi ha avuto l’annullamento dell’istanza di rigetto della detenzione domiciliare,  è stato rivalutato il suo caso. Aveva subito un tale deterioramento delle condizioni che c’è stata rivalutazione”

Ricciardi: “Certo, che fosse anziano, non era un buon motivo per non fare attenzione a non accorciargli la vita: ci mancherebbe…”

Moschioni: “Nel suo caso, è riuscito a vedere la fine della pena; e peraltro in questo caso i magistrati di sorveglianza, anche una Corte monocratica, hanno vagliato il caso. Ha avuto un’ammissione alla detenzione domiciliare, da parte del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, nel senso dell’organo collegiale, che poi ha prorogato questa decisione di arresti domiciliari: inizialmente ridotta per un periodo limitato, è stata poi prorogata  fino alla fine della pena. Il magistrato di sorveglianza che poi ha avuto modo di valutare ulteriormente la sua posizione, ha avuto anche il coraggio di valutare anche la sua pericolosità sociale, ai fini della misura di sicurezza che era stata imposta successivamente, che sarebbe stata una libertà vigilata: ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco la situazione di persona, pure per lo stato di scadimento cognitivo in cui si trovava. Questa situazione riecheggia molto la situazione di Raffaele Cutolo. Quando io ho visionato gli atti relativi al signor Cutolo, ho pensato molto ad Oppedisano.”

Ricciardi: “Pur con la differenza di età tra queste due persone“.

Moschioni: “Una differenza di età importante, ma non così eclatante”

Ricciardi: “Attenuata forse anche dal numero assai maggiore di anni di carcere nel caso di Raffaele Cutolo, che può avere fiaccato, suppongo

Moschioni: “Esatto, può avere fiaccato. Il signor Oppedisano ha avuto un iter abbastanza simile quando è stato dimesso dall’ospedale, è stato ammesso agli arresti domiciliari a termine, dopodichè, il magistrato, che doveva valutare la sua pericolosità sociale, ha fatto quello che non è stato fatto, finora, per Cutolo, cioè ha ritenuto che la sua situazione cognitiva impedisse l’esistenza di una pericolosità sociale. Non c’era nessun pericolo che si mettesse in contatto con altri pregiudicati, che potesse commettere degli altri reati, perchè la condizione clinica era del tutto incompatibile con queste problematiche di sicurezza. E lui, Domenico Oppedisano, attualmente sta vivendo quella condizione di vita che è propria di una persona più anziana, perchè ormai è nel suo novantesimo anno: una persona così anziana che si trova ad attendere la sua ora, come dovrebbe essere…cioè non credo che lo Stato debba avere un sentimento di vendetta nei confronti di chi ha espiato la propria pena. Dovrebbe limitarsi ad applicare delle misure che siano idonee a salvaguardare la comunità, ma non vendicare, appunto, dei reati che sono stati commessi. Lui ha finito di scontare la sua pena.”

Ricciardi: “Poi ci sono anche casi di persone in migliori condizioni psicofisiche che escono, anche perchè non ci sono più le strutture in cui hanno avuto percorsi di devianza; penso ad esempio a persone che sono state nelle Brigate Rosse: escono, quindi, ed è giusto anche che ci sia una possibilità: non per forza devono essere in condizione di deterioramento psico-fisico…”

Moschioni: “Diciamo che il nostro ordinamento penitenziario, in applicazione dei nostri principi costituzionali, prevederebbe che tutte le detenzioni siano finalizzate a una rieducazione, e quindi ad un reinserimento in società…ma nessuna pena ha il solo scopo di prevenzione, rispetto alla sicurezza collettiva: c’è una componente preventiva ed una componente anche retributiva, per quello che si è commesso….ma non costituisce il vulnus di tutte le pene. Io mi aspetterei che tutte le pene debbano tendere alla rieducazione; un soggetto irriducibile, che non riesce a fare un cammino di nessun genere, è, potenzialmente, un soggetto che è molto più dannoso per la società, per cui dare un’opportunità di reingresso in società progressivo, con una possibilità di cambiare, dovrebbe essere l’aspirazione di tutti i cittadini”.

Ricciardi: “Forse un’altra delle questioni è anche l’avere reciso i contatti con la criminalità, con o senza collaborazione“.

Moschioni: “Noi abbiamo una normativa che dovrebbe riguardare solo i detenuti del regime differenziato del 41 bis: questa attenzione che è stata riservata ai fenomeni della criminalità organizzata fa parte di quella specie di doppio binario che è legato ai fenomeni associativi…”

Ricciardi: “All’emergenza

Moschioni: “Esatto, sì: la definizione è proprio questa. Doveva essere una normativa di emergenza, e doveva rispondere a una emergenza in termini temporanei: poi è diventata una normativa definitiva, ma è nato come normativa di risposta ad un’emergenza criminale, cioè avrebbe dovuto avere un termine”

Ricciardi: “E’ vero che le mafie ci sono ancora, a differenza delle Brigate Rosse, però non tutte le cosche ci sono ancora

Moschioni: “Non tutte”.

Ricciardi: “Andrebbe visto, probabilmente, caso per caso“.

Moschioni: “Certo, la valutazione dovrebbe essere assolutamente questa; questo è il problema, che rispetto a determinati fenomeni di criminalità organizzata si tende un po’ a far diventare un po’ stereotipato il tipo di giudizio che viene fornito: a valutare in modo non critico: è un tipo di giudizio che viene dato dalle direzioni antimafia. Penso, ad esempio, ad un tipo di giudizio che viene dato su un fenomeno che è assolutamente morto e sepolto, dal punto di vista storico, cioè quello della vecchia Stidda”.

Ricciardi: “L’organizzazione rivale di Cosa Nostra, è pure siciliana“.

Moschioni: “Esattamente. L’organizzazione rivale di Cosa Nostra, della quale io mi sono occupata in via tangenziale, nel senso che ho dovuto fare riferimento ad alcuni detenuti che sono stati ristretti presso il carcere di Parma, ma che hanno dovuto accedere, per avere un minimo di chance per il percorso rieducativo, alla collaborazione, perchè altrimenti non avrebbero superato alcuno sbarramento. E per fortuna la Corte Costituzionale non necessariamente richieste questo tipo di accertamento; ma, in quel caso della Stidda, si parla di un fenomeno, che è un fenomeno storico: collocabile nella storia, con un inizio e una fine. E’ un’associazione debellata, defunta: è un fatto accertato, sulla base di sentenze passate in giudicato, che non sia un fenomeno più esistente. Ebbene, ancora oggi, quando si va a trattare l’ammissione ad un beneficio penitenziario di una di queste persone condannate per reati connessi con le associazioni criminali, si vedono delle relazioni delle direzioni distrettuali antimafia, della direzione nazionale antimafia, che parlano di attualità criminale”.

Ricciardi: “secondo lei, perchè? Cosa passa per la mente  di queste persone, di fronte a queste situazioni? Timore forse eccessivo di essere criticati? Paura, forse, più che vendetta? Forse, vendetta non si dovrebbe dire, però a volte una parte dell’opinione pubblica spinge forse in quel senso; forse è una parte dell’opinione pubblica che si spaventa, ed influisce?”

Moschioni: “Non riesco a comprendere, sinceramente—- , pur avendo avuto modo di leggere diverse relazioni anti-mafia”.

Ricciardi: Poi bisogna rispettare anche i fatti, nel momento in cui non c’è più un’organizzazione”.

Moschioni: “Infatti, il punto è proprio questo: non riesco a comprendere come sia possibile collegare fenomeni non più esistenti all’attualità…ma la stessa cosa mi è successa con riferimento alla Sacra Corona Unita: certi fenomeni della Sacra Corona Unita degli anni ottanta sono completamente debellati, e per assurdo, sentendo anche delle interviste a dei procuratori distrettuali, che all’epoca erano operativi sul campo (parlo di nomi eccellenti, che poi hanno avuto modo di dedicarsi ad attività più ludiche, e sono diventati anche scrittori..), hanno parlato di questi fenomeni, dicendo espressamente che sono stati dei fenomeni che hanno avuto un momento apicale, e poi una decadenza: vuoi per una collaborazione con la giustizia, vuoi perchè sono fenomeni territoriali legati a un preciso momento, che hanno avuto una risposta da parte dello Stato efficace, cioè senza che potessero continuare”.

Ricciardi: “Dovrebbe anche rassicurare tutto questo: nel senso proprio di un sollievo“.

Moschioni: “Dovrebbe rassicurare: credo che sarebbe molto più utile, ai fini della rassicurazione della collettività, e sarebbe la via migliore”

Ricciardi “E’ anche una vittoria dello Stato, però dovrebbe essere anche la vittoria di uno Stato di diritto, che dimostrerebbe di essere migliore

Moschioni: “Non è uno Stato debole quello che ammette la cessazione di un’associazione. Poi è chiaro che sarebbe come pretendere di estirpare il male dal mondo: ci saranno fenomeni criminali che cambieranno, che evolveranno…ma quella struttura associativa è cessata: credo che il miglior messaggio sarebbe quello di dirlo. “

Ricciardi: “Certo, già è tutta un’altra situazione: un grado estremamente diverso. Lei è responsabile dell’osservatorio carcere della Camera Penale di Parma: un ruolo istituzionale molto importante. Ci può esporre qualcosa di questo compito? In che modo possa sostenere dei diritti?”

Moschioni: “Allora, è un ruolo di cui, per la verità, mi occupo da un po’ di anni: sono già cinque anni. In realtà, sarebbe un ruolo di osservazione, per come l’ho interpretato io, ma credo anche altri osservatori sul carcere, di altre camere penali, dove ha avuto pure un ruolo di promozione di attività. Per quello di cui mi sono occupata io, c’è stata un’attività di educazione, per far conoscere, soprattutto nelle realtà territoriali, in particolare a Parma, dove c’è un carcere così importante, di massima sicurezza. Di che cosa ci occupa questo carcere? E’ importante saperlo,  in modo da consentire un’accettazione da parte della cittadinanza, che significa articolare dei progetti verso l’esterno:  per la formazione ed il tirocinio di quei detenuti che possono essere reintegrati, reinseriti.  Deve dare conoscenza anche degli strumenti per ottenere questi contatti tra il mondo esterno e il mondo interno: quindi promuovere l’ingresso dell’Università.”

Ricciardi: “Deve essere, in effetti, importante ragionare con chi, in carcere, rimane chiaramente una persona vera, pur avendo ovviamente sbagliato, in passato…”

Moschioni: “Diciamo che comunque la conoscenza dovrebbe diminuire le distanze: invece di vedere solo le distanze, si può dare una possibilità di reinserimento effettivo”.

Ricciardi: “Forse è un modo anche per evitare giudizi troppo sommari?”

Moschioni: “Io sono una persona molto pratica: una persona che ha scontato una pena, se ha una chance di reinserimento, si sente accettato da una società, ha una possibilità che gli viene concessa, probabilmente è molto più difficile che commetta nuovamente un errore, quindi che cada in una recidiva. Il caso di un soggetto che si senta rifiutato porta alla strada quasi univoca del tornare a delinquere. Quindi credo che si tratti di un interesse bilaterale”

Ricciardi: “Sentendosi riconosciuto, quindi, il detenuto e/o ex detenuto, può riconoscere il prossimo: è logico.

Moschioni: “Può riconoscere, e tra l’altro può anche iniziare dei percorsi critici, rispetto alla revisione delle proprie condotte. A Parma abbiamo cercato di attuare proprio delle forme di comunicazione, dall’esterno verso l’interno: dei convegni che si sono svolti all’interno del carcere: ovviamente, con detenuti che avevano già dei livelli di revisione critica, di consapevolezza, e di solito sono dei detenuti che sono stati ospitati per un lungo periodo presso il carcere, ed hanno avuto modo di fare un percorso interiore. Così, il patto con l’esterno fa bene ad entrambi. Fa bene al mondo esterno perchè conosce una realtà diversa, e quando si conosce, secondo me, si ha meno paura, ci si mette un pochino più in gioco. Si sono attivati anche dei percorsi di volontariato, composti di associazioni, non necessariamente religiose. In passato il volontariato, di fatto, veniva “appaltato”, affidato ad attività religiose, normalmente: il cappellano del carcere, il francescano. Invece l’attività di volontariato, che dà la possibilità di un incontro di competenze: è quindi formazione, per poter poi fare dei tirocinii, nel senso del mondo del lavoro, per l’educazione risorsa maggiore. All’interno del carcere serve a promuovere queste iniziative: da un lato, credo sia la parte più qualificata di questo lavoro, dall’altro lato ha una funzione di segnalazione di  situazioni di dispersione di qualsiasi genere, la gestione della giustizia da parte della magistratura di sorveglianza locale, la gestione della sorveglianza del carcere: ed è un po’ un’attività sicura del garante de detenuti.  L’osservatorio del carcere attua  buone prassi, fin dove sono possibili. Quindi la Camena Penale ha la funzione di agevolare l’accesso al carcere, ai colloqui”

Ricciardi: “Quindi è per rendere tutto più trasparente’?”

Moschioni: “C’è anche una parte molto pragmatica, anche riguardo l’emergenza sanitaria. Certo, non ci sono solo io: è un collegio di tre persone, di cui io sono la responsabile, però a Parma stiamo cercando di attirare le migliori risorse, per mantenere i contatti dei detenuti coi propri familiari, e quindi cercare di comprendere come si può in qualche modo incentivare i colloqui via Skype. “

Ricciardi:”Certo, comunque in un carcere più aperto, magari, c’è più sorveglianza contro l’eventuale applicazione sbagliata di qualcosa; la “segretezza” non rende sempre tutto più lineare…”

Moschioni: “Io credo che non ci sia necessità di segretezza, quando vengono applicate in modo corretto le norme”

Ricciardi: ” volevo sottintendere la segretezza scambiata per sicurezza, e non segretezza in senso proprio

Moschioni: “io penso che la trasparenza ci debba essere nell’esercizio del proprio ruolo, anzi io incentiverei molto questo scambio  di informazioni, perchè l’informazione garantisce applicazione corretta delle regole a tutti. Quindi credo che tutto sommato sia importante; una città che ospita una realtà così importante per il nostro tessuto sociale, che significa anche familiari di detenuti che vengono, che accedono, che soggiornano, e che potrebbero creare dei percorsi di interazione. Ci sono anche dei familiari che si sono trasferiti, per essere più vicini ai propri congiunti detenuti. Quindi è corretto creare uno scambio di informazioni: dal mio punto di vista, è il miglior risultato che si possa dare. E’ qualcosa di cui si parla poco, e si parla sempre male: direi che parlarne in senso positivo, cioè propositivo, non sarebbe male: non deve essere un posto che faccia necessariamente e solo paura; ecco, questo non è nel mio modo di vedere il carcere.”

Ricciardi: “Forse dovrebbe essere un posto dove si guariscano delle situazioni, come una cura, e non qualcosa che peggiori, come invece a volte rischia di essere

Moschioni: “Sicuramente il fallimento del carcere è se si arriva a dover pensare che peggiori le persone, perchè dà ancora più sberle alle persone che sono entrate lì: non avrebbe nessun significato. Io penso sarebbe come parcheggiare una persona in una scuola per cinque anni, senza portarlo a nessun livello ulteriore di conoscenza…”

Ricciardi: “Verrebbe il sospetto che probabilmente la didattica dovesse essere rivista, e non dipendesse solo dall’allievo…”

Moschioni: “Esatto”

Ricciardi: ” Poco tempo fa, vi sono stati ultimamente sviluppi importanti sul doloroso caso di Michele Pepe, riguardo l’ipotesi di eventuali responsabilità in quanto accaduto: ce ne può accennare qualcosa?

 Moschioni: “Sì, a un certo punto  è stata conclusa l’indagine preliminare che era stata disposta per accertare eventuale responsabilità, come causazione del decesso di Michele Pepe, ed è stata fissata udienza preliminare presso il Tribunale di Parma per il giorno 19 gennaio 2021, che allo stato attuale prevede una imputazione  di omicidio colposo a carico di uno dei sanitari che aveva certificato le condizioni di salute del signor Michele Pepe prima di essere trasferito presso l’Istituto Penale di Torino. Purtroppo  situazione che  aveva determinato il suo decesso durante il trasferimento tra Parma e Torino. Quindi, d’accordo col collega che assiste i familiari, i congiunti del povero Michele Pepe, ci si è mossi, anche per accertare quali fossero gli accertamenti per un trasferimento così rapido, d’urgenza in un’altra struttura penitenziaria, che poi ha comportato anche l’occasione per questo decesso.” “

 Ricciardi: “Forse c’è stata una perdita di tempo rispetto alle cure?

 Moschioni. “Mah, in realtà io mi auguro che questa azione che si è conclusa con l’accertamento di questa azione colposa, di questa azione non corretta, nell’accertamento delle condizioni di trasportabilità di Pepe Michele. Quindi il pubblico ministero è pervenuto a ritenere che ci fossero le condizioni per esercitare l’azione penale, per richiedere la fissazione dell’udienza preliminare, ritenendo che chi ha certificato che era in grado di essere trasferito ha sbagliato, evidentemente. Poi l’autorità giudiziaria verificherà se sia stato l’unico errore, se sia stato l’errore principale che abbia causato il decesso di Michele Pepe, quindi spero ci saranno ulteriori sviluppi a gennaio, all’esito di questa udienza.”

Ricciardi: “Certo, era nelle mani dello Stato: era giusto che venisse monitorato nel modo migliore..però l’indagine magari va proprio in quella direzione, anche se purtroppo si è arrivati al decesso“.

Moschioni: “Per ora l’indagine è andata in questa direzione, ed ha riscontrato, quantomeno, una condotta negligente ed imprudente, da parte di uno dei sanitari. L’intenzione dei familiari, e quindi della moglie, dei genitori del signor Pepe, è quella di chiarire se ci siano state anche altre mancanze durante il periodo di permanenza del signor Pepe nel carcere.

Anche perchè Michele Pepe aveva chiesto, mio tramite, l’accertamento della incompatibilità delle condizioni di salute con la detenzione all’interno del carcere: quindi eravamo in attesa di un accertamento: quindi eravamo in attesa, anche tramite perizia, circa la compatibilità. Per cui, la richiesta, la volontà dei familiari è capire se fosse corretto ancora questo collocamento all’interno del carcere, e se il tempo che è passato per potere arrivare a questi accertamenti fosse un tempo eccessivo, e quindi abbia portato purtroppo ad un risultato che nessuno si aspettava, quale quello del decesso”.

Ricciardi: ” se le responsabilità eventuali siano solo quelle di qualche medico, o forse da indagare ancora di più, se ho inteso bene…”

Moschioni. “Sì, certo; per ora l’indagine si è fermata alla figura del medico che aveva firmato il suo trasferimento presso il carcere di Torino. Sicuramente la volontà dei familiari è indagare, approfondire ancora di più, e capire se ci siano ulteriori responsabilità, anche durante la permanenza al carcere di Parma, e anche, eventualmente, la mancata concessione della detenzione domiciliare: se c’era una incompatibilità con il carcere; quindi, si valuteranno anche altre responsabilità. Per ora, l’accertamento è solo in questo senso, ma comunque è un importante sviluppo. “

Ricciardi:”Può essere anche un modo per evitare in futuro eventuali altri casi analoghi: un caso da seguire… Dottoressa, tornando poi al caso di Raffaele Cutolo, la sua collocazione nel centro dove è  ospedalizzato, ma ancora in regime di 41 bis, ed in tempi  di misure anti-pandemia, mette davanti ad alcune situazioni atipiche: pur essendo certamente del tutto positivo che il suo diritto costituzionale alla salute venga garantito lì, si notano ancora dei problemi di collegamento tra centro di cura esterno al carcere, e carcere stesso. La moglie non lo può andare a trovare a causa del blocco degli spostamenti tra regioni, per le misure di prevenzione  antipandemia, e l’alternativa al colloquio in presenza (ammessa anche dal 41 bis), cioè una telefonata una volta al mese, non riesce ancora ad essere autorizzata, perchè non c’è ancora abbastanza coordinamento tra centro sanitario e carcere, per attuare le misure di controllo sulla telefonata, richieste dal  41 bis. Ci sono dei modi per sensibilizzare sulla questione, per attuare la possibilità di questo diritto? In fondo, è anche questo un diritto umano, su cui anche il carcere deve potere aiutare il centro di cura stesso

Moschioni: “Il problema principale è legato soprattutto al fatto che  Cutolo risulta collocato, e per fortuna, in un repartino ospedaliero, che in realtà non è il vero e proprio centro clinico: è una parte del reparto ospedaliero, adibito al ricovero in situazioni di urgenza, in caso di impossibilità del trattamento del detenuto all’interno del carcere, ma dovrebbe essere per sua natura una situazione temporanea, ed è questo il motivo per il quale non si attrezzano quelle strutture; quindi, questo repartino ospedaliero ha tutto quello che serve alla routine dei detenuti, perchè lì coloro che erano detenuti non devono rimanere dei mesi, normalmente: quindi non ci si predispone per eventuali colloqui telefonici, ed anche eventuali udienze che possano essere in videoconferenze…”

Ricciardi. “Certo la collocazione può essere ottimale per la salute, e la questione della telefonata può essere secondaria, ma è comunque degna di nota, vista anche la tendenza  che è in via di stabilizzazione per questioni di salute. Chiaramente, su alcune situazioni è possibile ci saranno sviluppi, anche quella ancora in discussione del 41 bis, ma si può pensare ad un inizio di risoluzione della questione, a qualche intervento? Dato che in tempi si sono allungati senza un termine indiscutibile…

Moschioni: “Io credo che sia difficile nell’immediato su questa possibilità, ma non è da escludersi sia possibile fare qualcosa. Dovrebbe esserci, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al ricevimento di telefonate, su canali telefonici che non sono quelli dell’Istituto Penitenziario, perchè questa è una parte dell’ospedale, mi permetto il termine, prestata al reparto detentivo, ma è pur sempre un locale dell’ospedale: è un locale nel quale  viene ospitata la polizia penitenziaria, vengono ospitati i detenuti, ma non è attrezzata come un carcere”.

Ricciardi: “Si può fare almeno una domanda, forse, per vedere se possibile, in futuro?”

Moschioni: “Potremo provare ad ipotizzare una autorizzazione di questo genere, e quindi dovrebbe essere messa sotto controllo una linea: sotto controllo, e con possibilità, sostanzialmente, di registrazione della telefonata, ed eventuale intervento, da parte della polizia penitenziaria, se la conversazione avesse dei contenuti che potrebbero violare la sicurezza, perchè è chiaro che ci sarebbero essere delle esigenze prioritarie di sicurezza, rispetto al regime detentivo che ancora è applicato al signor Cutolo. Quindi bisognerebbe chiedere all’amministrazione penitenziaria di consentire che una linea telefonica dell’ospedale sia destinata all’utilizzo, da parte del detenuto per la telefonata mensile: quindi, con registrazione e possibilità di controllo dall’esterno. Questo però coinvolge anche l’amministrazione ospedaliera, perchè si dovrebbe concedere una propria linea: non credo che sarebbe possibile istituire  una linea telefonica nuova, da parte del Ministero. Diversamente,  immagino che sia possibile solo in quelle forme, che sono state richieste, ma finora non sono state mai autorizzate, della comunicazione telefonica a mezzo utenze Skype, che è stata, per il periodo del covid, concessa per i detenuti di alta sicurezza, e di media sicurezza, tant’è che è sostitutiva, attualmente, dei colloqui visivi, per le limitazioni alla circolazione, dettate dalla normativa dei DPCM, a tutela contro la  diffusione della pandemia. Potrebbe quindi essere concessa una tipologia di colloquio telefonico, nelle forme della comunicazione Skype: in questo caso, sarebbe un video-colloquio”.

Ricciardi: “Anche perchè in fondo l’importante è che sia controllato“.

Moschioni: “Tra l’altro, è una questione che era stata anche posta proprio per i detenuti sottoposti al regime differenziato 41 bis, ed era stata demandata alla Corte di Cassazione: lì era stato ritenuto che non ci fosse un ostacolo giuridico alla concessione di questa modalità di svolgimento del colloquio, che è una modalità alternativa che si sostituisce perfettamente alla modalità del colloquio mensile”.

Ricciardi: “Tra l’altro, è anche più simile, vedendosi”

Moschioni: “Era stata richiesta anche per i casi all’interno del carcere, da parte dei detenuti, per evitare quella circolazione sul territorio italiano, che i familiari hanno dovuto fare, con autocertificazioni, per esercitare il proprio diritto di colloquio con il proprio familiare, nonostante ci fossero delle disposizioni assolutamente a favore della tutela, della sicurezza di tutti i cittadini, perché si trattata di tutelare la salute dei cittadini, con normative preventive rispetto alla diffusione del virus. Devo dire che il problema finora, almeno per quanto mi è stato detto dall’amministrazione penitenziaria, a Parma, cioè da chi  si occupa dei colloqui, è stato che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) non ha ancora emesso delle circolari attuative di questa autorizzazione data, sia pure in modo non tecnico: cioè di questa non impossibilità che è stata sancita dalla Corte di Cassazione. Quindi, spetterà al DAP prevedere come eseguire questi colloqui: se dovranno essere concessi degli apparecchi telefonici, portatili, intendo; e allora, qualora fossero concessi questi apparecchi telefonici portatili, oppure su computer portatili, per eseguire la videochiamata, in questo caso non vedo alcuna difficoltà a consentire il colloquio anche nell’ambito ospedaliero, perché quell’apparecchio è di proprietà dell’amministrazione penitenziaria, che diventerà così una linea controllabile. Il fatto che non sia ancora accaduto è stato più che altro per motivi organizzativi. Ogni novità in ambito penitenziario purtroppo deve passare attraverso una serie di circolari attuative, che spesso si scontrano con ambiti molto pratici: è dover acquistare un numero di apparati telefonici, o computer portabili, per darli in dotazioni ai vari carceri. Normalmente, quindi,  è proprio un problema assolutamente pratico.

Ricciardi: “Comunque almeno la questione che stiamo ponendo vede un inizio di via di miglioramento…”

Moschioni: “Tra l’altro è una questione che potrebbe essere adottata in modo abbastanza definitivo: oltre l’emergenza della pandemia”

Ricciardi: “Potrà essere adottata anche successivamente, pure per coloro che siano al 41 bis, detenuti dentro il carcere e fuori…”

Moschioni: “Esatto, esatto: nel senso che durante il periodo di emergenza sanitaria potrebbe diventare l’unica modalità, se ci sono dei divieti di spostamenti, ma al di fuori del periodo di emergenza sanitaria potrebbe  essere una modalità a scelta del detenuto: nel senso che se i propri familiari hanno difficoltà di spostamento si potrà attuare…difficoltà anche diverse dalla pandemia, quando verrà superata”.

Ricciardi: “Speriamo presto; sembra un’idea buonissima. Ci saranno stati certamente problemi organizzativi…strano forse che finora sia stata attuata per una tipologia di detenuti, e non per altri”.

Moschioni: “Non è finora stata attuata, almeno così mi è stato riferito, solo per problemi organizzativi, pratici”.

Ricciardi. “Quindi lei dice che non è stata fatta una discriminazione tra tipologie di detenuti, tra persone non al 41 bis e non? Anche perché la sicurezza può essere comunque garantita senza attuare differenze”

Moschioni: “Non è stata fatta una discriminazione, anche perché sono tutti contratti in linea che sono stipulati dall’amministrazione penitenziaria e sono perfettamente controllabili, cioè sono delle linee dedicate, vengono utilizzate solamente  dall’amministrazione penitenziaria. Non c’è stato nessun problema con i detenuti di alta sicurezza e di media sicurezza; per i detenuti di alta sicurezza ci sono delle esigenze di tutela da eventuali collegamenti con l’esterno, che sono state assolutamente superate, e quindi, ordinariamente, i detenuti anche del carcere di Parma colloquiano con i propri familiari con la videochiamata, settimanalmente… E penso che sarebbe una soluzione tranquillamente applicabile anche a Cutolo, proprio perché si trova in un ambiente ospedaliero, dove non è così semplice, invece, attivare una linea fissa: perché significherebbe, insomma, attuare un accordo tra due amministrazioni diverse, cioè una ASL con un’amministrazione penitenziaria. La soluzione delle telefonia portabile penso che sia assolutamente la più praticabile e anche meno dispendiosa, in assoluto”.

dicembre 28, 2020

Morire di burocrazia: il triste caso di Michele Pepe

di Antonella Ricciardi

Uno Stato che abbia le carte in regola, riconoscendo maggiormente i diritti e doveri di tutti, dimostra forza e non debolezza, e può essere maggiormente, a propria volta, riconosciuto. La costruzione di uno Stato di diritto è ancora in evoluzione, nel cercare una giustizia non solo distributiva, di commisurazione di una pena alla gravità di determinate condanne, ma anche riparativa, della ricerca del meglio complessivo, senza contrapposizioni aprioristiche tra persone. Tra i casi di affermazione del diritto ad un grado minore di intensità della pena: una forma di civiltà  (cosa diversa dall’impunità per delle malefatte), viene discusso il caso di Domenico Oppedisano, che attualmente ha terminato la sua pena: un uomo di circa 90 anni, un tempo considerato “paciere” della ‘ndrangheta, che ad 88 anni aveva ottenuto differimento della pena, nella forma degli arresti domiciliari. Diverso il caso straziante di Michele Pepe, riguardo cui si rafforza l’ipotesi non sia stato sufficientemente tutelato il diritto alla salute, connesso a quello alla vita stessa; l’indagine sul caso deve avere anche il senso di evitare in futuro rischi analoghi. Michele Pepe non era un collaboratore di giustizia, ma da tempo aveva reciso i contatti con il crimine, tanto che il suo regime carcerario non era più neanche quello del 41 bis, destinato a casi per cui vi siano perlomeno più dubbi in proposito.   Del resto, quello del diritto alla salute è tornato alla ribalta anche per allarmanti casi di coronavirus anche nella carceri: luoghi spesso tutt’altro che asettici, in cui già prima erano numerose le proteste contro condizioni di vita non sempre conformi a criteri in favore di salute pubblica. Ultimamente, per tutelare di più il diritto alla salute dei detenuti si è messo in moto uno sciopero della fame dei maggiori dirigenti dell’associazione umanitaria “Nessuno Tocchi Caino”, collegata al Partito Radicale Transnazionale:  ricordiamo in particolare Sergio D’Elia, Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti. Si torna poi sul caso di Raffaele Cutolo, riguardo cui l’avvocatessa Moschioni ha collaborato con il collega titolare del caso:  Gaetano Aufiero. Il caso di Raffaele Cutolo è stato  uno dei casi di detenzione più lunghi della storia italiana: non gli è stato finora tolto il 41 bis che ha da 28 anni, nonostante l’estinzione della sua NCO (Nuova Camorra Organizzata), da circa 25 anni,  e gli inviti pubblici a non seguire il crimine. Gaetano Aufiero, aveva parlato di un sistema indecente, in merito alla reiterazione del regime differenziato 41 bis, tuttora oggetto di ricorsi legali. Probabilmente, sul caso di Raffaele Cutolo, pesa ancora troppo un passato non più attuale da decenni; lo stesso procuratore generale che aveva discusso il caso sul 41 bis a Roma, Antonio Laudati, lo aveva definito una persona che richiamava qualcosa di “quasi mitologico”.   In ogni modo, dal  31 luglio 2020 Raffaele Cutolo  è ospedalizzato in un centro di cura esterno al carcere.

La sistemazione in una azienda sanitaria locale al carcere si sta stabilizzando, perché non dimissibile, in quanto deve ricevere cure specialistiche costanti. Questa situazione poco comune vede un coordinamento tra il carcere e la struttura  sanitaria pubblica dove Raffaele Cutolo è collocato, per quanto riguarda la posta cartacea: le lettere devono passare per il penitenziario, per poi, nel caso passino la censura, essere inoltrate nel centro di cura. Tale coordinamento  non c’è ancora, invece, per quanto riguarda le telefonate, che ancora non sono fattibili, per mancanza di coordinamento tra le due strutture: telefonate ammesse anche dal regime di 41 bis, in sostituzione del colloquio in presenza, quando non realizzabile: una ipotesi di soluzione potrà anche essere il videotelefono Skype, già usato in altre situazioni…  La sua vicenda era stata più volta narrata anche in dei libri, che lo avevano reso ancora più conosciuto: tra questi, “Il camorrista”, di Giuseppe Marrazzo, da cui era stato tratto un film celebre, “Un’altra vita”, opera di un giornalista laureato in Filosofia, Francesco De Rosa, che aveva intrattenuto una corrispondenza con Raffaele Cutolo.ll libro “Ricordi in bianco e nero” della giornalista psicologa e sociologa Gemma Tisci, che pure aveva approfondito la conoscenza, attraverso una corrispondenza con Raffaele Cutolo. Nel libro di Gemma Tisci, una delle frasi dedicate al senso del suo contenuto suona così: “La libertà e la cultura di una civiltà si misurano dalla possibilità di  ogni essere vivente di raccontare la propria verità”. Raffaele Cutolo vi  viene descritto provato, con il passo strisciante ed i gesti lenti della mani… Tornando a tempi più recenti,  le proiezioni sul futuro riguardano la figlia, per la quale spera un futuro diverso, di felicità: s’informa sulla scuola, che lo ricongiunge con presente e futuro,  ed auspica l’investire negli studi. Del resto, i suoi tragici errori non sono stati verso la figlia, per la quale è un padre che non si può considerare “sbagliato”. Da tempo,  inoltre, di  Raffaele Cutolo (attualmente 79 anni) viene testimoniato convertito, diventando più sentitamente cristiano e cercando anche il bene…Tra coloro che si sono definiti convinti di ciò c’è stato il già vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro. Tornando al dialogo con Monica Moschioni, è da non dimenticare  il suo alto  ruolo nell’Osservatorio sulla carceri, che mira ad armonizzare sicurezza e considerazione che le persone, anche che abbiano sbagliato, non si risolvano solo nei propri errori.

Ricciardi: ” Poco tempo fa, vi sono stati ultimamente sviluppi importanti sul doloroso caso di Michele Pepe, riguardo l’ipotesi di eventuali responsabilità in quanto accaduto: ce ne può accennare qualcosa?”

 Moschioni: “Sì, a un certo punto  è stata conclusa l’indagine preliminare che era stata disposta per accertare eventuale responsabilità, come causazione del decesso di Michele Pepe, ed è stata fissata udienza preliminare presso il Tribunale di Parma per il giorno 19 gennaio 2021, che allo stato attuale prevede una imputazione  di omicidio colposo a carico di uno dei sanitari che aveva certificato le condizioni di salute del signor Michele Pepe prima di essere trasferito presso l’Istituto Penale di Torino. Purtroppo  situazione che  aveva determinato il suo decesso durante il trasferimento tra Parma e Torino. Quindi, d’accordo col collega che assiste i familiari, i congiunti del povero Michele Pepe, ci si è mossi, anche per accertare quali fossero gli accertamenti per un trasferimento così rapido, d’urgenza in un’altra struttura penitenziaria, che poi ha comportato anche l’occasione per questo decesso.” “

 Ricciardi: “ c’è stata una perdita di tempo rispetto alle cure?”

 Moschioni. “Mah, in realtà io mi auguro che questa azione che si è conclusa con l’accertamento di questa azione colposa, di questa azione non corretta, nell’accertamento delle condizioni di trasportabilità di Pepe Michele. Quindi il pubblico ministero è pervenuto a ritenere che ci fossero le condizioni per esercitare l’azione penale, per richiedere la fissazione dell’udienza preliminare, ritenendo che chi ha certificato che era in grado di essere trasferito ha sbagliato, evidentemente. Poi l’autorità giudiziaria verificherà se sia stato l’unico errore, se sia stato l’errore principale che abbia causato il decesso di Michele Pepe, quindi spero ci saranno ulteriori sviluppi a gennaio, all’esito di questa udienza.”

Ricciardi: “Certo, era nelle mani dello Stato: era giusto che venisse monitorato nel modo migliore..però l’indagine magari va proprio in quella direzione, anche se purtroppo si è arrivati al decesso“.

Moschioni: “Per ora l’indagine è andata in questa direzione, ed ha riscontrato, quantomeno, una condotta negligente ed imprudente, da parte di uno dei sanitari. L’intenzione dei familiari, e quindi della moglie, dei genitori del signor Pepe, è quella di chiarire se ci siano state anche altre mancanze durante il periodo di permanenza del signor Pepe nel carcere.

Anche perchè Michele Pepe aveva chiesto, mio tramite, l’accertamento della incompatibilità delle condizioni di salute con la detenzione all’interno del carcere: quindi eravamo in attesa di un accertamento: quindi eravamo in attesa, anche tramite perizia, circa la compatibilità. “.

Ricciardi: “…. se le responsabilità eventuali siano solo quelle di qualche medico, o forse da indagare ancora di più, se ho inteso bene…”

Moschioni. ” per ora l’indagine si è fermata alla figura del medico che aveva firmato il suo trasferimento presso il carcere di Torino. Sicuramente la volontà dei familiari è indagare, approfondire ancora di più, e capire se ci siano ulteriori responsabilità, anche durante la permanenza al carcere di Parma, e anche, eventualmente, la mancata concessione della detenzione domiciliare: se c’era una incompatibilità con il carcere; quindi, si valuteranno anche altre responsabilità. “

Ricciardi:”Può essere anche un modo per evitare in futuro eventuali altri casi analoghi: un caso da seguire… tornando poi al caso di Raffaele Cutolo, la sua collocazione nel centro dove è  ospedalizzato, ma ancora in regime di 41 bis, ed in tempi  di misure anti-pandemia, mette davanti ad alcune situazioni atipiche: pur essendo certamente del tutto positivo che il suo diritto costituzionale alla salute venga garantito lì, si notano ancora dei problemi di collegamento tra centro di cura esterno al carcere, e carcere stesso. La moglie non lo può andare a trovare a causa del blocco degli spostamenti tra regioni, per le misure di prevenzione  antipandemia, e l’alternativa al colloquio in presenza (ammessa anche dal 41 bis), cioè una telefonata una volta al mese, non riesce ancora ad essere autorizzata, perchè non c’è ancora abbastanza coordinamento tra centro sanitario e carcere, per attuare le misure di controllo sulla telefonata, richieste dal  41 bis. Ci sono dei modi per sensibilizzare sulla questione, per attuare la possibilità di questo diritto?

Moschioni: “Il problema principale è legato soprattutto al fatto che il signor Cutolo risulta collocato, e per fortuna, in un repartino ospedaliero, che in realtà non è il vero e proprio centro clinico: è una parte del reparto ospedaliero, adibito al ricovero in situazioni di urgenza, in caso di impossibilità del trattamento del detenuto all’interno del carcere, ma dovrebbe essere per sua natura una situazione temporanea, ed è questo il motivo per il quale non si attrezzano quelle strutture; quindi, questo repartino ospedaliero ha tutto quello che serve alla routine dei detenuti, perchè lì coloro che erano detenuti non devono rimanere dei mesi, normalmente: quindi non ci si predispone per eventuali colloqui telefonici, ed anche eventuali udienze che possano essere in videoconferenze…”

Ricciardi. “ la collocazione può essere ottimale per la salute, e la questione della telefonata può essere secondaria, ma è comunque degna di nota, vista anche la tendenza  che è in via di stabilizzazione per questioni di salute. Chiaramente, su alcune situazioni è possibile ci saranno sviluppi, anche quella ancora in discussione del 41 bis, ma si può pensare ad un inizio di risoluzione della questione, a qualche intervento?

Moschioni: “Io credo che sia difficile nell’immediato su questa possibilità, ma non è da escludersi sia possibile fare qualcosa. Dovrebbe esserci, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al ricevimento di telefonate, su canali telefonici che non sono quelli dell’Istituto Penitenziario, perchè questa è una parte dell’ospedale, mi permetto il termine, prestata al reparto detentivo, ma è pur sempre un locale dell’ospedale: è un locale non  attrezzato come un carcere”.

Ricciardi: “Si può fare almeno una domanda, forse, per vedere se possibile, in futuro?”

Moschioni: ” bisognerebbe chiedere all’amministrazione penitenziaria di consentire che una linea telefonica dell’ospedale sia destinata all’utilizzo, da parte del detenuto per la telefonata mensile: quindi, con registrazione e possibilità di controllo dall’esterno. Questo però coinvolge anche l’amministrazione ospedaliera, perchè si dovrebbe concedere una propria linea: non credo che sarebbe possibile istituire  una linea telefonica nuova, da parte del Ministero. Diversamente,  immagino che sia possibile solo in quelle forme, che sono state richieste, ma finora non sono state mai autorizzate, della comunicazione telefonica a mezzo utenze Skype, che è stata, per il periodo del covid, concessa per i detenuti di alta sicurezza, e di media sicurezza, tant’è che è sostitutiva, attualmente, dei colloqui visivi, per le limitazioni alla circolazione, dettate dalla normativa dei DPCM, a tutela contro la  diffusione della pandemia. Potrebbe quindi essere concessa una tipologia di colloquio telefonico, nelle forme della comunicazione Skype: in questo caso, sarebbe un video-colloquio”.

Ricciardi: ” l’importante è che sia controllato“.

Moschioni: “Tra l’altro, è una questione che era stata anche posta proprio per i detenuti sottoposti al regime differenziato 41 bis, ed era stata demandata alla Corte di Cassazione: lì era stato ritenuto che non ci fosse un ostacolo giuridico alla concessione di questa modalità di svolgimento del colloquio, che è una modalità alternativa che si sostituisce perfettamente alla modalità del colloquio mensile”.

Ricciardi: ” è anche più simile, vedendosi

Moschioni: “Era stata richiesta anche per i casi all’interno del carcere, da parte dei detenuti, per evitare quella circolazione sul territorio italiano, che i familiari hanno dovuto fare, con autocertificazioni, per esercitare il proprio diritto di colloquio con il proprio familiare, nonostante ci fossero delle disposizioni assolutamente a favore della tutela, della sicurezza di tutti i cittadini, perché si trattata di tutelare la salute dei cittadini, con normative preventive rispetto alla diffusione del virus. Devo dire che il problema finora, almeno per quanto mi è stato detto dall’amministrazione penitenziaria, a Parma, cioè da chi  si occupa dei colloqui, è stato che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) non ha ancora emesso delle circolari attuative di questa autorizzazione data, sia pure in modo non tecnico: cioè di questa non impossibilità che è stata sancita dalla Corte di Cassazione. Quindi, spetterà al DAP prevedere come eseguire questi colloqui: se dovranno essere concessi degli apparecchi telefonici, portatili, intendo; e allora, qualora fossero concessi questi apparecchi telefonici portatili, oppure su computer portatili, per eseguire la videochiamata, in questo caso non vedo alcuna difficoltà a consentire il colloquio anche nell’ambito ospedaliero, perché quell’apparecchio è di proprietà dell’amministrazione penitenziaria, che diventerà così una linea controllabile. Il fatto che non sia ancora accaduto è stato più che altro per motivi organizzativi. Ogni novità in ambito penitenziario purtroppo deve passare attraverso una serie di circolari attuative, che spesso si scontrano con ambiti molto pratici: è dover acquistare un numero di apparati telefonici, o computer portabili, per darli in dotazioni ai vari carceri.

Ricciardi: “la questione che stiamo ponendo vede un inizio in via di miglioramento…”

Moschioni: “è una questione che potrebbe essere adottata in modo abbastanza definitivo: oltre l’emergenza della pandemia”

Ricciardi: “Potrà essere adottata anche successivamente, pure per coloro che siano al 41 bis, detenuti dentro il carcere e fuori…”

Moschioni: “Esatto, esatto: nel senso che durante il periodo di emergenza sanitaria potrebbe diventare l’unica modalità, se ci sono dei divieti di spostamenti, ma al di fuori del periodo di emergenza sanitaria potrebbe  essere una modalità a scelta del detenuto: nel senso che se i propri familiari hanno difficoltà di spostamento.”.

Ricciardi: “Speriamo presto; sembra un’idea buonissima.”.

Moschioni: “Non è finora stata attuata, almeno così mi è stato riferito, solo per problemi organizzativi, pratici”.

Ricciardi. “Quindi lei dice che non è stata fatta una discriminazione tra tipologie di detenuti, tra persone non al 41 bis e non?

Moschioni: “Non è stata fatta una discriminazione, anche perché sono tutti contratti in linea che sono stipulati dall’amministrazione penitenziaria e sono perfettamente controllabili, cioè sono delle linee dedicate, vengono utilizzate solamente  dall’amministrazione penitenziaria. Non c’è stato nessun problema con i detenuti di alta sicurezza e di media sicurezza; per i detenuti di alta sicurezza ci sono delle esigenze di tutela da eventuali collegamenti con l’esterno, che sono state assolutamente superate, e quindi, ordinariamente, i detenuti anche del carcere di Parma colloquiano con i propri familiari con la videochiamata, settimanalmente… E penso che sarebbe una soluzione tranquillamente applicabile anche a Cutolo, proprio perché si trova in un ambiente ospedaliero, dove non è così semplice, invece, attivare una linea fissa”.

agosto 20, 2020

Intervista a Gemma Tisci.

di

Antonella Ricciardi

Gemma Tisci è una giornalista originaria di Ottaviano, ha due Lauree, in Sociologia e Psicologia, ed è esperta di Criminologia.

Scrittrice dal talento ispirato, è autrice di opere di genere favolistico e diverse altre ancora, anche teatrali. Impegnata nobilmente per l’umanizzazione, dove possibile, del carcere (di recente si è iscritta, durante uno speciale di Radio Radicale, all’associazione “Nessuno tocchi Caino”, contro pena di morte e carcere troppo duro), Gemma Tisci ha non meno a cuore le vicende delle vittime: uno dei suoi libri, tra l’altro, è dedicato alle ragazze vittime dei maniaci del Circeo.  Ha destato grande attenzione, ed in un certo senso scosso molte coscienze, il suo libro “Ricordi in bianco e nero”, in cui ricostruisce la tragedia delle guerre tra fazioni camorristiche, e del loro rapporto a volte ambivalente con  settori dello Stato; soprattutto, il libro è frutto di un lungo rapporto epistolare della giornalista con l’ex boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo. Nel libro emergono non solo ombre,  ma anche luci, aspetti di bene, con innegabile forza, ed emergendo dai fatti stessi, nella vita dell’ex leader della NCO: da lì, il titolo, che fa riferimento anche al suo essere in parte rimasto “fermo mentalmente” agli anni ’60…risale infatti al remoto 1963 il primo arresto, al lontano 1979 l’ultimo arresto: il tutto, con poche interruzioni della detenzione continuativa, avvenute nei primi e negli ultimi anni ’70. In “Ricordi in bianco e nero”, emerge  un Raffaele Cutolo pentito di fronte a Dio dei suoi errori, pur non sentendosi di percorrere la strada del collaboratore di giustizia; un Raffaele Cutolo che, commosso per la nascita della figlia Denyse, concepita grazie alla fecondazione assistita (e che tutto il carcere festeggia, in modo solidale), ricorda con commozione anche un’altra bambina: la piccola Denise Pipitone, scomparsa a Mazara del Vallo.

La nascita dell’innocente Denyse non poteva nè doveva cancellare il ricordo di un altro figlio, avuto parecchi anni prima da una precedente compagna, Filomena Liguori: il giovane Roberto, assassinato per vendetta trasversale a soli 27 anni: morto dopo oltre quattro ore di dolorosa agonia.

Nell’opera rivive un tempo di amori spensierati, poi quello più profondo, unico per intensità, per la moglie; un tempo di potere, poi di grave isolamento, spesso in compagnia dei soli piccioni del cortile del carcere, che gli si avvicinano senza paura: nutrirli con briciole di pane era uno dei pochi “svaghi”. Nell’intervista a Gemma Tisci emergono ancora di più alcuni aspetti assolutamente da riformare del 41 bis, dove perfino il lavoro (che può risarcire, per quanto possibile, la società) viene ostacolato; misura quasi di guerra, dopo le atroci stragi di mafia del 1992,  questo articolo è però, dopo tanti anni, certamente da rivedere. Il 41 bis, previsto solo per reati contro la sicurezza dello Stato, vieta solitamente qualunque beneficio senza collaborazione con la giustizia: teoricamente temporaneo, la tendenza è stata spesso a prorogarlo in modo acritico. Nonostante le più drastiche misure di sicurezza, molti detenuti al 41 bis, più di quelli “normali”, vengono più frequentemente sottoposti a forme estreme di perquisizioni, con denudamento e flessioni, per “visionare” anche parti intime, e per escludere che si nasconda qualcosa all’interno del proprio stesso corpo. La posta di familiari e di altri che per qualche motivo scrivano loro viene sottoposta ad apertura preventiva, e inoltrata ai detenuti solo quando ritenuta innocua; ciò causa, quando non blocchi (a volte discutibili), quantomeno rallentamenti di rilievo nella corrispondenza. Eppure, proprio nel 2020 la Corte Costituzionale ha stabilito l’incostituzionalità dell’articolo 41 bis, che vietava benefici senza collaborazione con la giustizia: così, pur non crollando del tutto, vacilla lo stesso impianto del 41 bis. Già molti anni prima, comunque, Raffaele Cutolo,  aveva espresso la sua chiusura con la camorra, ammettendo i propri errori, ed invitando i giovani a non seguirla, ma incoraggiandoli a seguire, invece, studio e lavoro; in tutto ciò, è possibile che ci sia stata anche una influenza dell’amicizia di “don Raffaele” con monsignor Raffaele Nogaro, già vescovo di Caserta. Dal 2020, la situazione di Raffaele Cutolo ha avuto alcuni sviluppi: aveva ricevuto cure esterne, per più settimane, agli inizi del 2020, uscendo così dal carcere di Parma. Tuttavia, non gli erano stati concessi gli arresti domiciliari, e, dopo il periodo in ospedale, era dovuto tornare in carcere, dove si diceva si fossero attrezzati per le sue patologie. Il 31 luglio 2020, Raffaele Cutolo è stato nuovamente ammesso a cure esterne al carcere, in un centro sanitario: il suo difensore, avv. Gaetano Aufiero, lo aveva chiesto da tempo.  Il 2 ottobre 2020 si terrà  un’ udienza per stabilire la possibile revoca dell’articolo 41 bis a Raffaele Cutolo, che lo ha avuto ininterrottamente per 28 anni: si sono ampiamente moltiplicate le voci, di persone in favore di un trattamento più umano, verso una persona  inerme. Al momento, Raffaele Cutolo ha gravi problemi di salute. Soprattutto, poco sotto gli 80 anni, è da moltissimi anni non più interno ad una camorra che ormai, seguendo le illuminanti analisi di Gemma Tisci, è ormai tutt’altro da quella di un tempo.

Ricciardi:   “”Ricordi in bianco e nero” è il titolo di un tuo libro, frutto della tua conoscenza minuziosa degli intrecci e delle lotte tra Stato e fazioni camorristiche, oltre che di una tua corrispondenza con Raffaele Cutolo. Ci sono “messaggi” che hai colto sul quel periodo rispetto a quelli solitamente raccontati? “

Tisci:  “Sicuramente, quelli sociali: l’impatto sociale. Avendo avuto poi l’opportunità di scrivergli, di avere questo contatto, anche se epistolare, ho scoperto l’uomo, e non il camorrista che era stato. Ribasdisco, comunque, che l’impatto sociale c’era stato in una piccola società, locale, ma che poi si è estesa, con tutti i suoi adepti, di coloro che stavano dalla sua parte.”

Ricciardi:  “Aveva una presa sociale, insomma..”

Tisci: “Molto;  logicamente, non positiva, a parte che per quelli che stavano con lui, però, appunto, l’ha avuta.”

Ricciardi:  “Ha avuto anche consenso, in parte?”

Tisci: “In parte, lo ha avuto un consenso, sì: da una certa fascia sociale, e da chi si è in qualche modo affiliata”.

Ricciardi:  “Anche professionisti?”

 Tisci: “Anche professionisti, sì. “

Ricciardi: Hai trovato in Raffaele Cutolo una persona  diversa, a tratti, da quella che ci si potrebbe forse aspettare? “

Tisci: “Certo: io immaginavo quest’uomo un po’ inarrivabile, di non facile comunicativa, e comunicazione; poi, in effetti, ho scoperto un uomo, il “ragazzone”…”

Ricciardi: “Quindi il dialogo era possibile..”

Tisci: “Sì, anzi, anzi, è lui che ha iniziato a scrivere lettere: ha parlato di sè, tanto di sè: dei suoi “momenti no”, dei suoi momenti di rammarico, dei suoi momenti di depressione, dei ricordi…quindi, non mi aspettavo questo, e invece questa è stata la sorpresa.”

Ricciardi: “Si è molto aperto, insomma, ha avuto il coraggio di farlo”.

Tisci: “Sì; le poesie, le canzoni: tutto quello che mi poteva scrivere, me lo ha scritto. Penso, certo, ha scritto la sua verità: non ho mai indagato se ci potesse essere qualche bugia, o fosse tutta verità…ma non m’interessa: ha scritto la sua verità, la sua versione dei fatti; è appunto la sua verità, e va bene così: non spetta a me indagare. “

Ricciardi:  “Certo…quindi si è rilevato anche interessato ad un contatto umano: ad aggrapparsi a qualcosa?

Tisci: “Sì, certo! Ecco: come chiunque in quelle condizioni, e anche nel concreto: uno immagina chissà quanti privilegi, ma tutti questi privilegi sono stati, su alcuni aspetti, anche una favola, probabilmente, anzi sicuramente: riguardo l’abbigliamento in cella: non era tutto quello che ci hanno fatto credere.”

Ricciardi:  “Con una certa iconografia?”

Tisci: “Sì, voglio dire: ad esempio, nel film si vede con la vestaglia di raso: lui diceva: “ma quando mai”… è vietato avere vestaglie, cravatte, e tutto ciò che ha cinture.”

Ricciardi:  “Per rischi di autolesionismo?”

 Tisci: “Sì, quindi, lui portava le t-shirt, le camicie, le scarpette, e non con i lacci. Già questo, ecco, è un modo che si apre, ti si apre davanti: scopri che c’è un’altra verità, rispetto a quella che ti è stata propinata, e per creare poi il personaggio.”

Ricciardi:  “Personaggio che sembrava di conoscere, e non si conosceva…”

Tisci: “Certamente”.

Ricciardi:  “Molti hanno elogiato la bellezza del libro, altri invece si sono sentiti, “urtati” da ciò… cosa ne pensi?”

Tisci: “Sì, perchè volevano un libro solo di condanna, di sangue:  dove l’aspetto umano non doveva proprio esserci”.

Ricciardi:  “Magari poteva invece dare sollievo sapere che ci fosse un aspetto umano…”

 Tisci: “Alcuni non ne vogliono sentir parlare;  quando si crea uno stereotipo, molte persone, la maggioranza, vogliono quello. Nel momento in cui tu presenti un’altra cosa: dici, sì, è così, c’è stato questo, ma c’è anche dell’altro…quindi non hanno accettato neanche l’idea di alcuni capitoli, di alcuni passaggi che io ho preso dalle lettere.”

Ricciardi:  “Però ci sono, autentici”.

 Tisci: “Alcuni dicevano però che era lui a reclutare i ragazzi, ma lui quando li reclutava? Stava in carcere”.

Ricciardi: “Quasi sempre in cella, anche per quasi tutto il periodo della “Nuova Camorra Organizzata”…”

 Tisci: “C’era chi li reclutava per lui? Non credo”.

Ricciardi: “Ci sono delle verità scomode, nel libro”.

Tisci: “Sì: molte, molte…ma come tutta la verità della vita, poi, in effetti: quando esce fuori la verità scomoda, nessuno la vuole, perchè è bello dire: “eccolo lì, il cattivo: noi stiamo dall’altra parte”. “

Ricciardi:  Hai partecipato ad uno speciale di Radio Radicale, dedicato anche al caso di Raffaele Cutolo. Cosa ti ha motivata?”

Tisci: “Sì, beh, mi ha motivata il fatto che io la vicenda di quest’uomo la seguo da decenni, ovviamente. Vicenda dove lui è stato già rinchiuso all’Asinara: praticamente, lui il carcere duro lo vive da allora.”

Ricciardi:  “Prima del 41 bis”.

 Tisci: “Sì, prima del 41 bis: nell”82, dopo la vicenda Cirillo. Mi sta bene, è un uomo che deve stare in galera, con questo, non voglio dire lasciamolo libero e facciamogli fare i suoi comodi… anche se ora è anziano, è malato, e può anche cambiare qualcosa”.

Ricciardi:  “è pensabile un allentamento della situazione?”

Tisci: “Potrebbe anche ritornare a casa, può andare a casa, date certe condizioni, secondo me. Non credo che sia più pericoloso.”

Ricciardi:  “Ha pagato come pochi, comunque.”

Tisci: “Soprattutto, però, che uno gli toglie  tanta acqua, la biancheria intima in meno.. che c’entra l’igiene personale? Questa  disumanizzazione cosa c’entra con il reato e la pena da scontare? Il fornello pure non si doveva cucinare… Io ricordo quando andavo ad intervistare la moglie:  a volte io ci sono andata in momenti in cui lei si preparava ad andare a colloquio dal marito, raggiungendolo: lei quella biancheria la pesava cento volte, perchè doveva togliere quella in più, perchè col 41 bis lui ne doveva avere di meno. Io ricordo questa donna che come impazziva su questo…”

Ricciardi:  “Si tratta di un sistema anche ottuso, perchè non c’entra con la sicurezza.”

Tisci: “Sì, non c’entra proprio. Allora noi viviamo delle contraddizioni incredibili: viviamo in una nazione dove c’è la famosa legge 365, su cui io feci la prima tesi di Laurea, dove si parla del recupero del detenuto: del carcere non più come pena, ma come recupero mentale, culturale…a prescindere se questa persona esce o non esce dal carcere, ma la dignità umana deve rimanere, e poi mettiamo il 41 bis, che disumanizza le persone.”

Ricciardi:  “Sì, e poi la reiterazione continua forse è la cosa più discutibile?”

Tisci: “Già chi non è diventato un animale, chi non si è abbrutito totalmente, vuol dire che ha un sostrato incredibile di umanità, e chi non è impazzito”.

Ricciardi:  ci può essere, per alcuni,  il rischio di sentire delle voci..”

Tisci: “Lui non è che sentiva le voci; nel libro io dico di questi suoi ricordi; io ho immaginato quest’uomo,  in una cella, da solo, 24 ore su 24, con un’ora-due ore d’aria; è un uomo che vive di ricordi: è normale che tutto, così, si “rianimi”.”

Ricciardi: “Certo, nella “dimensione senza tempo” dei ricordi”.

Tisci: “Si rianimano i momenti belli, i momenti di errori: lui ha avuto tempo di fare un bilancio. Probabilmente lui un bilancio serio, e lucido, l’ha fatto, nel momento in cui ha vissuto la sconfitta, sia come capo, come boss, che anche la sconfitta che gli ha portato lo Stato, che lo ha isolato…e quello sicuramente è servito. E quindi il bilancio lo avrà fatto, sicuramente, in modo più lucido e coerente. Però il bilancio a chi sta in galera deve arrivare: specie a chi sta isolato: è un fatto fisologico, che ricordi, che ricordi, che ricordi: e rimane lì, con la mente. Anche se poi è vero che lui legge il giornale, si aggiorna, guarda la televisione, anche se a ore: perchè dice che all’improvviso gli staccavano anche la televisione, con il 41 bis. All’improvviso, ti staccano tutto”.

Ricciardi:  “Chissà perchè…comunque è un disturbo.”

Tisci: “E’ il 41 bis: è proprio parte della pena, della tortura anche mentale.”

Ricciardi:  “Poi c’è il problema del vetro divisorio: è come un elettroshock, si diceva in Radio Radicale”.

Tisci: “Adesso sì, ora di più: non devono avere contatti fisici con nessuno, perchè anche un minimo, forse pensano, potrebbe portare forse un sospetto. Io so che molte volte, dopo il colloquio con la moglie, per quanto in età, gli hanno fatto fare le flessioni”.

Ricciardi:  “ Eppure, filmando, poteva non essere necessario”.

Tisci: “Gliele hanno fatte fare; questa però è una notizia che mi è arrivata così, non ho mai appurato se fosse vero o meno, almeno attualmente, ma a volte accadeva”.

Ricciardi:  “Questioni su cui riflettere”.

Tisci: “La galera va bene: chi sbaglia deve pagare; però, attenzione a non esagerare: no all’accanimento, no alla disumanizzazione, perchè poi c’è un non senso. Non vorrei che venisse scambiato per razzismo il mio, perchè ormai dobbiamo stare attenti, e non è discriminazione se si nomina qualcuno di colore per un reato: al riguardo, sono usciti quelli che hanno fatto a pezzi la ragazzina, stanno fuori. E non credo che quello sia stato un crimine leggero. Ci vuole anche un “coraggio” per fare a pezzi una ragazzina, lavarla con la candeggina, prendere i resti, i pezzi, e metterli in un trolley. Voglio dire, c’è una bestialità, da non sottovalutare”.

Ricciardi:  “Izzo, del caso del Circeo, non aveva e non ha il 41 bis, e non lo hanno dato per gli esecutori dei  delitti del mostro di Firenze.”

Ricciardi:  “C’è di peggio anche della mafia, a volte, e della camorra, eccetera…”

Tisci: “Sì, sì. A volte penso che lui abbia pagato di più perchè fondatore di una fazione: probabilmente lui ha pagato per il potere che ha avuto”.

Ricciardi:  “Forse ha pagato anche per altri, oltre che per i suoi, ovviamente, reati”.

Tisci: “Questo non so. Di solito è una legge un po’ “di natura”, per chi sta in carcere, ed ha già diversi ergastoli, perchè per la persona il destino è già fatto: voglio dire,  non uscirà, avere quattro o cinque ergastoli non gli cambia la vita…Io credo però che lui il 41 bis lo abbia avuto dopo i contatti con le BR, dopo la liberazione di Cirillo, insomma la trattativa con lo Stato, poi scoperta. Poi non si è voluto pentire.”

Ricciardi:  “Però hai riportato che si è detto pentito davanti a Dio.”

Tisci: “Eh, ma lui lo ripete da sempre. Da quando non dico che si sia dissociato, ma da quando è finita la NCO, lui dice: “Mi sono pentito davanti a Dio”.” 

Ricciardi:  “Può anche darsi che sia più seria questa posizione”.

Tisci: “Può essere pure, perchè alla fine non si è sentito più niente, anche se si continua a parlare di questa NCO, ma non esiste più.”

Ricciardi:  “Disgregata…”

Tisci: “Più ancora, sono morti quasi tutti; chi non è morto, si è dissociato, e poi è cambiata proprio la geografia, a un certo punto, dei territori: dopo un periodo, per la supremazia nei territori camorristici, loro non c’erano proprio più.”

Ricciardi: “Ti sei profondamente interessata anche di altri casi, in altri libri, che però hanno diversi denominatori comuni, nell’analisi di aspetti psicologici e sociali che favoriscono drammatiche devianze:  vicende che vedono, forse, a volte colpevoli e vittime nelle stesse persone; puoi accennare qualche esempio, tra i tanti, di qualche vicenda che ti abbia colpita di più in proposito?”

Tisci: “Questi libri che ho scritto sono  su tematiche sociali, ma sono anche libri su adolescenti: ragazzi, droga, bullismo, violenza di genere, violenza domestica; poi ho scritto dei monologhi sul femminicidio, scrivo anche per il teatro…io ho scritto tanto, e scrivo tanto. Ecco, riguardo le situazioni vittima-carnefice, è un sottile filo che divide le cose: certe volte, la vittima, che non è carnefice,  ma potrebbe evitare di essere vittima”.

Ricciardi:  “C’è una dipendenza a volte da carnefice?”

 Tisci: “C’è una dipendenza, sì..ci sono tante altre cose, tra le motivazioni. Sono libri che però non hanno niente a che vedere con la camorra, con i fatti delle BR…”

Ricciardi: “A volte forse il carnefice diventa vittima, se troppo vessato?

Tisci: No, non credo che un carnefice possa diventare vittima; una vittima può diventare carnefice per reazione, ma non credo che un carnefice diventi mai vittima, solitamente.”

Ricciardi:  “Anche se può subite a volte qualcosa di troppo…”

Tisci: “In questo caso, sono circa 800 persone che vivono in certe condizioni, tornando al 41 bis, e non è solo Raffaele Cutolo; oggi Raffaele Cutolo è una persona anziana e malata: ecco perchè fa specie immaginarlo ancora così; ma il 41 bis, a queste persone, gli ha anche tutelato vita, perchè si muore in carcere…”

Ricciardi:  “Assolutamente, ma c’è qualche eccesso, di cui bisogna parlare: non deve essere un tabù.”

Tisci: “Sì, gli eccessi ci sono: bisogna parlarne, e bisogna modificare, davvero modificare tante cose di questo 41 bis, tante: quando vanno a toccare, in particolar modo, la sfera umana.”

Ricciardi:  “Certo: lo Stato non appare migliore.”

Tisci: “Infatti, non stimola niente: è come metterli in gabbia; è come prendere il leone, e lo mettiamo in gabbia: una volta che lo abbiamo chiuso, non possiamo dire se quel leone è bravo, è cattivo.”

Ricciardi: “Non c’è nessuno che valuti, alla prova dei fatti, il cambiamento”…. Hai scritto anche del libri di fiabe: in tale altro filone c’è un collegamento, pur sottile, con i tuoi studi psico-sociologici e giornalistici?

 Tisci: “Sicuramente, sì, è vero, ci sta, ci sta: perchè tranne una storia, che è proprio “fantastica fantastica”, c’è questo racconto di questi angioletti, che scendono sulla Terra, e diventano bambini, e commettono dei reati, perchè non sanno il significato di ciò fanno: loro vengono dal Paradiso, e non sanno che prendere una cosa da un negozio significa rubare.”

Ricciardi:  “Forse pensano che tutto sia di tutti? Ricorda  una specie di comunismo utopistico…”

 Tisci: “E quanti bambini, quanti ragazzini pensano questo, e poi magari  invece vengono segnalati in quanto persone traviate.”

Ricciardi:  “Importante quindi il ruolo dell’educazione, ma c’è anche la natura del Vesuvio, una “strega” del Vesuvio..”

Tisci: “Sì, questa è un’altra favola: non è una strega, è una ragazzina, che incontra un drago che la vuole… che poi è il Vesuvio..”

Ricciardi:  “puoi anticipare qualcosa  su eventuali nuovi progetti cui stai lavorando?”

 Tisci: “Allora, sicuramente la camorra ci sarà ancora, perchè è un fenomeno sociale in evoluzione, sembra stagnante, ma non è vero.”

Ricciardi:  “Forse è anche peggiorato”.

Tisci: “Non è neanche più camorra in senso stretto.”

Ricciardi: “Forse è ancora più acefala del solito?”

Tisci: “In un certo senso, la camorra in senso  letterale è finita; oggi è criminalità e basta: è diverso; anche i camorristi sono criminali, ma diversamente.  Innanzitutto, i pochi camorristi rimasti, se ce ne sono, hanno dovuto piegarsi a quelli che sono venuti da fuori. La camorra di un tempo non aveva il ladro che andava a rubare in casa…”

Ricciardi:  “Aveva più delle regole?”

Tisci: “Sì, aveva più delle regole, sia pur nella devianza; certo poi c’erano lo spaccio di droga, la prostituzione…”

Ricciardi:  “Un tempo era considerata  “onorata società”.”

Tisci:” C’erano comunque dei ma, ripeto, oggi non è più camorra. La camorra è stata veramente sgominata, ma non perchè lo Stato sia stato capace di sgominarla, ma perchè sono cambiati i tempi: con questa globalizzazione, sono arrivate le varie culture, ma sono arrivati anche i crimini diversi: crimini di donne fatte a pezzi, crimini di stupri per strada, crimini di machete”.

Ricciardi:  “Situazione globalizzata in negativo?”

 Tisci: “Credo sia soltanto l’impatto, l’inizio, ma poi tutto forse avrà una sua strada, perchè poi tutto si ridimensionerà, però troppe culture diverse, profondamente, ritrovate nello stesso luogo, che diventa stretto, per forza di cose: perchè se arriva una persona che viene da un luogo dove certe cose sono consentite, a volte la persona non lo sa, e le reitera.”

Ricciardi:  “Poi spesso vivere di espedienti porta a deviare.. è un dato di fatto?”

 Tisci: “Vivere di espedienti, sì, è normale che porti a deviare: tutti avrebbero il diritto ad avere una casa, un tetto, e un minimo di lavoro: è sempre la dignità umana che viene intaccata, e quando ciò avviene, purtroppo i problemi si estendono. In ogni modo, ribadisco,  non parlerei più di camorra, in questo periodo, e già da un bel po’ di anni; come non c’è più il terrorismo, nè nero nè rosso, c’è un altro tipo di terrorismo, ma non è il nostro terrorismo: non abbiamo più nulla di nostro, neanche la malavita…”

Maggio 18, 2013

Enzo Tortora: innocente.

Prima arrestato, ammanettato e così proposto all’opinione pubblica sui giornali ed in tv; condannato in primo grado; infine assolto con formula piena: sono passati 25 anni da quel 18 maggio 1988 quando morì Enzo Tortora, il popolare presentatore televisivo, la cui vicenda è divenuta simbolo, spesso tuttora evocato, dell’errore giudiziario. L’incubo, per Tortora, era finito meno di un anno prima: accusato di aver fatto parte della “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo, il 15 settembre 1986 la Corte d’appello di Napoli, in un’Italia divisa tra colpevolisti e innocentisti, lo aveva assolto dall’accusa di associazione camorristica, giudicando inattendibili i pentiti che lo accusavano. La sua innocenza fu confermata definitivamente dalla Cassazione il 13 giugno 1987.

gennaio 28, 2010

Caldoro eletto con i voti della camorra?

 

 La Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che Il provvedimento di arresto firmato dal gip di Napoli nei confronti del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino è legittimo. Secondo l’ordinanza firmata dal Giudice Piccirillo, Cosentino era stato ritenuto responsabile di collusione mafiosa con il clan dei Casalesi per il sostegno elettorale al sottosegretario di Stato, dagli anni ’90. In questo modo, secondo il giudice partenopeo, il candidato Cosentino è diventato “consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi, assumendo gli incarichi politici prima di vice coordinatore e poi di coordinatore” di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato il mandato parlamentare nel 2001″. A seguito di questa vicenda Cosentino ha dovuto rinunciare alla Candidatura alla presidenza della Regione Campania lasciando il posto all’ex socialista Stefano Caldoro. Commentando la candidatura di quest’ultimo alla presidenza della Regione Campania Cosentino ha detto “ Caldoro non sarà un uomo solo al comando, ma avrà il nostro appoggio. E’ certamente un’ottima candidatura che ci consentirà di rappresentare il cambiamento in questa Regione”. Quindi Cosentino appoggerà Caldoro e gli darà un aiuto nelle difficile scalata alla presidenza della Regione Campania,anche perché Cosentino è coordinatore regionale del PDL in Campania. Stefano Caldoro, pertanto, potrebbe essere eletto con i voti della Camorra, più precisamente con i voti del clan dei Casalesi e degli Schiavone.  Fra i socialisti Campani, purtroppo vi è chi ha espresso favorevoli apprezzamenti nei confronti di Caldoro. Due sono le ragioni per cui ritengo che Caldoro non sia da votare, ma anzi da combattere con tutte le forze. IL primo motivo è che un socialista non può stare dalla parte di chi si si schiera con uno dei governi più reazionari della nostra storia repubblicana, con un partito come quello della lega che propugna ed applica l’odio e la discriminazione razziale, con un presidente del Consiglio che ha costruito il suo potere sull’inganno e sulla sopraffazione. Di certo, c’è che non si può essere davvero socialisti e stare contemporaneamente con chi, pratica l’opposto. Il secondo motivo è che un socialista non può  mai nemmeno per un attimo essere  sfiorato dal sospetto di collusione con la criminalità organizzata. Ricordo che  alla fine degli   anni ottanta Pasquale Cappuccio avvocato e consigliere comunale socialista di Ottaviano fu  ucciso per essersi opposto alla concessione di appalti a ditte legate alla malavita organizzata. In quell’occasione Francesco De Martino, segretario del Partito Socialista e difensore di parte civile al processo che vedeva  imputati, come mandanti,  Raffaele Cutolo e l’ ex sindaco di Ottaviano e vicepresidente della provincia di Napoli Salvatore La Marca (Psdi), per difendere la memoria del coraggioso avvocato anticamorra e per tutelare gli interessi dei suoi familiari, tornò ad indossare la toga dopo oltre cinquant’anni. La sua arringa, convinse i magistrati della matrice camorristica del delitto Cappuccio. Ecco perché non voterei mai Stefano Caldoro e prego perchè tutti i compagni socialisti che hanno ancora coscienza della dignità e della forza delle idee socialiste  non sbandino e malgrado tutto continuino a credere che un socialista non può che guardare a sinistra.