Posts tagged ‘prodi’

gennaio 26, 2015

Perchè un socialista non dovrebbe volere mai Prodi Presidente della Repubblica.

Prodi che tutti vogliono capo dello Stato ha compiuto uno dei più grandi disastri della storia economica italiana. Da presidente dell’IRI attraverso le privatizzazioni provvide a smantellare settori trainanti dell’economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere.
Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs… Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l’Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l’Economist).

Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il ’96 e il 2003, presiedette nel ’93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l’ingente patrimonio immobiliare dell’Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo  Prodi anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell’Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano. Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale – appoggiato dall’attuale premier – prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
Chiudiamo con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Prodi al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
«Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell’Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»ha detto Prodi reo confesso.

marzo 4, 2014

Ci tocca difendere anche Craxi

Ritorno su un argomento (ma cercherò di essere il più sintetico possibile) che ho spesso affrontato. Perchè un socialista di radici lombardiane è stato spesso costretto a difendere Craxi. Nichi Vendola ha recentemente affermato che la storia del PSI dal 1976 in poi è spesso stata trattata alla stregua di un “romanzo criminale” e ciò è profondamente ingiusto, ha aggiunto. Fabrizio Barca ha detto che quella del PSI del primo Craxi è stata la ultima grande elaborazione culturale fatta a sinistra. Un parere nettamente diverso da quelli della “società civile” che hanno promosso la lista pro-Tsipras (povero Tsipras) in particolare i Curzio Maltese (un modesto scrivano che in altre epoche storiche avrebbe pulito i cessi dei giornali) , le Barbar Spinelli e dulcis in fundo Paolo Flores d’Arcais (qualcuno dice che è pure jettatore) che in verità fu prima un ultras craxiano per poi diventare dipietrista, ingroista , paragnosta ecc ecc. E’ gente da poco che però ha la potenza mediatica di “Repubblica” alle spalle. Ma la riduzione di Craxi a puro fenomeno criminale è stato funzionale ad un preciso disegno politico: quello dell’Ulivo che avrebbe dovuto rinnovare il sogno berlingueriano del “compromesso storico”. Non a caso Berlinguer e Moro sono le due icone del PD (poi forse REnzi vorrà sostituirli con la sua statua). Noi laburisti sostenemmo D’alema (facemmo un errore mortale ) perchè pensavamo che potesse contrapporsi all’asse Prodi-Veltroni che esplicitamente proponeva l’Ulivo Mondiale (Renzi ci è arrivato con grande ritardo) in sostituzione della Internazionale Socialista. Ma D’alema era ancora peggio di loro, perchè doppio , viscido e sfuggente (come del resto lo sono i peggiori prodotti di una certa logica burocratica). E’ inutile che mi soffermi sui guai da costoro provocati: li abbiamo sotto i ns occhi. Insomma l’antisocialismo era ciò che giustificava l’asse deleterio post-Pci e post-Dc. A sinistra (soprattutto i soloni del Manifesto) tutti si sciacquano la bocca con Marx . Ma spesso di Marx non hanno capito un cazzo. Perchè se si applicassero gli strumenti forniti dall’analisi marxiana alla fondazione della II Repubblica , ci renderemmo tutti conto che Craxi è stato liquidato dai poteri forti per eliminare quello che più si opponeva alle privatizzazioni made in Goldman Sachs e quello che era più scettico su Maastricht (a differenza di Amato e De Michelis). Sulle sue pesanti responsabilità su una gestione del partito che ha fatto grossi danni mi sono soffermato più volte (ma chi oggi dei ledaer attuali può dare lezioni di etica politica a qualcuno?). Però Craxi fu molto coraggioso in politica estera (e questo coraggio l’ha pagato) e fu un difensore della economia mista e dell’intervento pubblico in economia. Giorgio Ruffolo amava dire: “io sono stato un critico di Craxi ma non un suo antagonosta”. Per dire che c’erano delle intuizioni serie e condivisibili nella sua politica, ma accompagnata da una gestione per partito condannabilissima. E comunque Craxi è un gigante rispetto ai nani odierni.

Giuseppe Giudice

settembre 23, 2013

Debito pubblico: un piano preciso per regalare l’Italia ai falsari di Wall Street

Notizia sensazionale: il debito pubblico italiano non è più ripagabile, perché ormai supera i 2.000 miliardi di euro, oltre il 130% del Pil. Per assorbirlo, l’Italia dovrebbe fare due cose, entrambe estreme: non fare più deficit (assoluto pareggio di bilancio: parità tra spesa pubblica e introito fiscale) Visualizza altro

luglio 16, 2013

Se questo non è razzismo?

Per il sito dell’Epresso ho provato a ripercorrere la vicenda “orango” attraverso le giustificazioni del leghista Roberto Calderoli. Della serie, se questo è un vicepresidente del Senato.
luglio 16, 2013

Ma che cazzo c’entra l’orango.

“Solo una battuta su facebook”, corredeta da “una bella foto di una scimmietta”: così l’assessore alla protezione civile del Veneto Daniele Stival definisce il suo ultimo post. Poi fa sparire tutto, prima l’immagine, poi l’intero profilo. Il messaggio era questo:

«Siamo profondamente sdegnati per i termini offensivi utilizzati da Calderoli nei confronti di una creatura di Dio quale è l’Orango. Riteniamo vergognoso che si possa paragonare un povero animale indifeso e senza scorta a un ministro congolese».

 

p.s.: “tanto sempre una scimmia rimani“… Simone Spetia ha recuperato alcuni commenti al post dell’assessore leghista.
Mag 31, 2013

Fra il “Mattarellum” e il “Porcellum” bisogna scegliere la democrazia.

 

Grazie al rinvio da parte della Corte di Cassazione della questione di costituzionalità della legge elettorale vigente, nella vulgata definito “Porcellum” al giudizio della Corte Costituzionale, in questi giorni si è acceso un po’ dovunque il dibattito sulla riforma della legge elettorale.  Faceva specie vedere Mara Carfagna, deputata nominata, non certo eletta, parlare di sistemi elettorali Tedesco, Francese e Inglese con una disinvoltura degna di miglior causa. Il fatto è che di un argomento di cui pochi costituzionalisti capiscono veramente, tutti si sentono in dovere di parlarne  a prescindere dalla vera conoscenza del problema. Il punto vero  dei sistemi elettorali è che da una parte vi è chi sostiene che bisogna privilegiare la governabilità e dall’altra c’è chi sostiene che bisogna rispettare la volontà popolare favorendo la rappresentatività. Tutti i sistemi elettorali vigenti oscillano fra questi due equilibri. Matteo Renzi ed una pattuglia di deputati del PD, per esempio, tramite il deputato Giachetti ha tentato un blitz  per riportare in vita il sistema elettorale denominato “Mattarellum”. La legge Mattarella, attuata in seguito al referendum del 18 aprile 1993, con l’approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, sostituì  il precedente sistema proporzionale in vigore dal 1946. Questa legge elettorale per come fu concepita configurava un sistema elettoralemaggioritario, corretto da una sensibile quota proporzionale pari ad un quarto dei seggi di ciascuna assemblea. Il sistema riunì pertanto tre diverse modalità di ripartizione dei seggi (quota maggioritaria di Camera e Senato, quota proporzionale alla Camera, recupero proporzionale al Senato) e per tale ragione venne anche chiamato “Minotauro“. Si trattava di un ibrido che non garantiva né governabilità ne rappresentatività tanto che  Giovanni Sartori, costituzionalista di fama internazionale, ritenne a suo giudizio illusorio il tentativo di creare un sistema prevalentemente maggioritario all’italiana. Da queste brevi osservazioni si capisce che il “mattarellun” non è un’alternativa valida al “Porcellum”. La verità è che nessuno, tantomeno la sinistra che ci troviamo, ha voglia di tornare  ad un sistema proporzionale senza trucchi in cui sia garantita la rappresentatività visto che il mito della governabilità non l’ha garantito né il “Mattarellum” né il “Porcellum”. Il compito è arduo perché una maggioranza politica deve essere il frutto non avvelenato di una maggioranza sociale presente nel paese. La verità è che i gruppi di potere economici internazionali, di cui la Germania e il FMI sono capofila  hanno come unico scopo di ridurre gli spazi democratici con ogni mezzo soprattutto utilizzando gli strumenti mediatici a loro disposizione per condizionare l’opinione pubblica, che intossicata dai costi della politica, che guarda caso ha come obiettivi principali gli organi rappresentativi elettivi dimentica le oligarchie del capitale finanziario (e dalle loro rapine), all’origine della devastante recessione economica e principale minaccia a qualsivoglia sistema di diritti e tutele sociali in un ordinamento davvero democratico. Se non bastasse questo scenario apocalittico, ma reale,  il governo Letta, sostenuto da un parlamento di nominati con la copertura di esperti lottizzati con il bilancino, si appresta a stravolgere la Costituzione prima di averla attuata. Si verrebbe così a realizzare il sogno di Berlusconi  che, per dirla ancora con Sartori, sogna un nuovo stato“frutto di un dispotismo elettivo pilotato da una dittatura del premier. Attenzione: del premier. Il che è diverso dal dire:dittatura del dittatore.” A suo tempo Prodi disse che la riforma Costituzionale “sta creando le premesse per una moderna e pericolosissima dittatura di maggioranza e anzi del primo ministro stesso.” Berlusconi, peraltro, questo regalo lo sta ricevendo del partito che a parole dovrebbe garantire libertà e democrazia: cioè il PD. A questo disegno reazionari si può dare una sola risposta: la sinistra e tutti gli spiriti democratici cha hanno a cuore le sorti della democrazia,  ha il dovere di  chiedere un referendum preventivo sulla forma di governo che vuole:1)parlamentare 2)semipresidenziale 3) presidenziale.  La maggioranza che governa l’Italia ha i 2/3 richiesti dalla legge per manomettere la Costituzione ed ha voglia di farlo senza un referendum confermativo come hanno fatto con gli articoli 81,97,117 e 119 Cost. Dopo aver dovuto votare per 8 anni senza avere il diritto di eleggere i parlamentari, il governo Letta in nome di un bisogno di governabilità che presuppone la  mortificazione degli strumenti democratici garantiti dalla Carta Costituzionale pretende di imporre agli italiani  in quale tipo di Stato vivere. Basta! L’unica battaglia che si può fare per vincere contro questo volgare attacco alla democrazia è quella del referendum.  Torni lo scettro nelle mani del popolo sovrano( art. 1 Cost), che solo così potrà rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese(art. 3 Cost.). Non c’è bisogno di essere degli estremisti per indignarsi per il pericolo che corre la nostra Costituzione, basta avere a cuore le sorti della democrazia nata dalla lotta al fascismo, che sotto nuova veste cercano di imporci.

aprile 19, 2013

Quei due sotto il cappotto.

aprile 19, 2013

Fumata nera.

aprile 15, 2013

Non si arrendono mai.

 

La bomba viene sganciata in prima pagina del Giornale, a firma del direttore Alessandro Sallusti. Il Pd avrebbe trovato il modo di sconfiggere definitivamente Silvio Berlusconi. Come? Semplice. Mandandolo al Quirinale.

Nelle ultime ore c’è chi ha messo sul tavolo un’ipotesi apparentemente bizzarra. E cioè togliere dalla mischia elettorale il pericolo numero uno della sinistra, quel Silvio Berlusconi dato già più volte per morto ma più che mai vivo, come dimostrano il risultato elettorale e i nuovi sondaggi che lo danno in ulteriore ascesa. Se Berlusconi dovesse salire al Colle è certo che il Pdl perderebbe il suo punto di forza e, detto senza offesa a delfini e possibili successori, avrebbe ben poche possibilità di mantenere le posizioni nelle prossime, inevitabil- mente imminenti elezioni. Il piano sarebbe di disfarsi una volta per tutte del berlusconismo promuovendo Berlusconi. Sembra fantapolitica, ma la pratica è stata aperta.

aprile 12, 2013

soliti noti


di Loretta Napoleoni (@lanapoleoni)

Che ne è stato dei protagonisti degli ultimi trent’anni? Alcuni sono impegnati, con scarsissimo successo, a risolvere la crisi del debito sovrano, altri sono usciti di scena dopo aver fatto sfavillanti carriere.

Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, l’uomo che sancì la separazione fra tesoro e Banca d’Italia e che portò al raddoppio del debito pubblico nel giro di soli undici anni, divenne presidente del Consiglio nel 1993 e tale rimase fino al 1994. È stato il primo presidente del Consiglio non parlamentare, con interessanti analogie rispetto al governo Monti. Dal 1994 al 1996 fu chiamato come vicepresidente alla Banca dei regolamenti internazionali, la banca di coordinamento di 56 banche centrali compresa la Bce, a Basilea. Dal 1996 al 1999 fu prima ministro del tesoro con il governo Prodi, poi, nel 1998, super ministro dell’economia, avendo accorpato i ministeri del tesoro e del Bilancio in collaborazione con massimo D’Alema. Nel maggio 1999 fu nominato presidente della repubblica, il secondo governatore della Banca d’Italia dopo Luigi Einaudi a ottenere questa carica.

La cosa curiosa è che Ciampi venne chiamato da Prodi prima e da D’Alema poi a ridurre quel debito pubblico che lui stesso aveva fortemente contribuito a creare, con il divorzio tra Banca d’Italia e tesoro.

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