Posts tagged ‘primo maggio’

maggio 1, 2021

Vincenzina La Fata!

di Beppe Sarno

Siamo sicuri che ancora oggi esista il primo maggio?  Siamo sicuri che sia ancora una festa?

Personalmente credo che il primo maggio sia un giorno come un altro in cui non c’è niente da festeggiare perché la classe operaia, i lavoratori sono stati rinchiusi in un recinto circondato da filo spinato che al posto delle sirene ci sono televisori che trasmettono senza interruzione trasmissioni di “Porta a porta” e dibattiti politici per convincerli che tutto va bene.

La retorica sul primo maggio non serve a nulla, se non ad illuderci che esiste un mondo in cui esistono i buoni e i cattivi.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della nostra carta Costituzionale, la legge delle leggi. I padri costituenti fecero un capolavoro che era non solo la legge fondamentale dello stato democratico che si liberava dal fascismo,  ma anche e soprattutto esprimeva un programma che le future generazioni avrebbero dovuto realizzare.

Ancora oggi quel programma rimane sulla carta e allo stravolgimento del titolo quinto della Carta avvenuto nel 2001 non ha fatto seguito, grazie ad un  risveglio della coscienza democratica,  il tentativo di Renzi  di renderla praticamente inoffensiva. Ma gli sciacalli non si arrendono e sono sempre pronti a rendere quella Carta inoffensiva perché la finanza internazionale ha decretato che è troppo socialista.

Allora ha senso oggi celebrare il Primo Maggio?

Se ci guardiamo alle spalle c’è un senso, perché il primo maggio è rosso, scusatemi la retorica, del sangue di tutti quelli che sono morti per difendere i diritti di quelli che per “lavoro” intendevano ricerca non solo del diritto di vivere da uomo libero ma anche un’affermazione della propria dignità.

“Ogni ingiustizia che si fa su una persona che lavora è calpestare la dignità umana – ha detto Papa  Francesco il primo maggio2020- la dignità dell’intera umanità.”

Di fronte all’indifferenza della politica i diritti dei lavoratori vengono calpestati quotidianamente;  secondo l’ISTAT in Italia oltre tre milioni di lavoratori vengono sfruttati e sottopagati per non parlare dei migranti che vivono da invisibili nelle nostre campagne. Nel nostro meridione il 50% dei giovani è disoccupato ed identica percentuale vale per le donne.

Allora di fronte ad un parlamento che ha dimenticato i lavoratori ed i loro diritti bisogna fare delle scelte perché solo se si sceglie da che parte stare si può pensare di meritare di ricordare il primo maggio.

Il capitalismo di oggi, sempre più finanziarizzato, intende il mercato del lavoro come un mercato dove si compra quello che si vuole e si lascia il resto negli scaffali.  E’ necessario invece combattere il neoliberismo sfrenato che vive indisturbato da un quarto di secolo.

Primo maggio deve significare lavoro come realizzazione dell’individuo, come ascensore sociale e come fonte di benessere per l’intera collettività.

Attuare il progetto scritto nella carta costituzionale perché la Carta Costituzionale ha fatto sempre paura al capitale finanziario.

L’Assemblea Costituente con i padri fondatori cominciò a lavorare alla Carta nel 1946  il 25 giugno per approdare alla sua entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

In quello stesso periodo la mattina del 1° maggio 1947 a Portella delle Ginestre in Sicilia furono falciate 11 persone fra cui Vincenzina La Fata una bimba di otto anni. Il ministro degli interni dell’epoca il 9 maggio successivo nella seduta dell’Assemblea Costituente Mario Scelba dichiarò “Non c’è movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto.” Ma la strage di Piana degli Albanesi non fu un episodio circoscritto: l’8 maggio venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia, dirigente comunista della Camera del lavoro.  L’attacco ai lavoratori ed alla Costituzione che stava faticosamente vedendo la luce, continuò. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono.

Nel 1949, al processo di Viterbo, durante un’udienza Gaspare Pisciotta dichiarò: “Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…”. Ma non si riuscì mai a provarlo.

La strage di Portella della ginestra ci ricorda che la democrazia non ci è stata regalata ma è stata conquistata giorno per giorno strappandola all’aggressione fascista che non si è fermata all’indomani della caduta del regime, ma ha  continuato ad operare per anni attraverso trame oscure, depistaggi, tradimenti di servitori dello stato. In Italia ci sono state stragi attentati, morti e feriti. Una guerra civile a bassa intensità di cui hanno fatto le spese sempre e soltanto i giovani, gli studenti, i lavoratori.

Come socialista ritengo che noi non abbiamo   bisogno di quella che è stata definita “ coesistenza competitiva con il capitalismo” né debbono coltivare un utopismo messianico. Il  nostro dovere è quello di continuare ad essere socialisti e a parlare ai giovani, ai lavoratori  da socialisti. I  giovani che hanno vissuto la crisi economica sulle loro spalle fin dal 2008 e continuano a viverla in maniera sempre più drammatica hanno voglia di politica, hanno voglia di contare, di cambiare le cose. Fino ad oggi la loro voglia, la loro rabbia si è indirizzata verso populismi malsani. E’ dovere dei socialisti  parlare della necessità di una progressiva modificazione delle strutture sociali per adeguarle al paradigma democratico e nella creazione di contropoteri che permettano ai lavoratori, al ceto medio impoverito, alla massa di disoccupati, ai migranti di intervenire attivamente ed efficacemente nel processo decisionale politico in Italia come in Europa.

La Carta Costituzionale deve essere il nostro vangelo laico. Ricordando Vincenzina La Fata bimba di otto anni la vittima più giovane della strage di Portella della ginestra.

maggio 1, 2021

Vento del Nord!

Pubblicato su Avanti! del 27 aprile 1945 |

di Pietro Nenni |

Quando parlammo la prima volta di vento del Nord, i pavidi, che si trovano sempre al di qua del loro tempo, alzarono la testa un poco sgomenti. Che voleva dire? Era un annuncio di guerra civile? 

Era un incitamento per una notte di San Bartolomeo? Era un appello al bolscevismo?

Era semplicemente un atto di fiducia nelle popolazioni che per essere state più lungamente sotto la dominazione nazi-fascista, dovevano essere all’avanguardia della riscossa. Era il riconoscimento delle virtù civiche del nostro popolo, tanto più pronte ad esplodere quanto più lunga ed ermetica era stata la compressione. Era anche un implicito omaggio alle forze organizzate del lavoro ed alla loro disciplina rivoluzionaria.

Ed ecco il vento del Nord soffia sulla penisola, solleva i cuori, colloca l’Italia in una posizione di avanguardia.

Nelle ultime quarantotto ore le notizie dell’insurrezione e quelle della guerra si sono succedute con un ritmo vertiginoso. La guerra da Mantova dilagava verso Brescia e Verona, raggiunte e superate nel pomeriggio di ieri. L’insurrezione dalla periferia guadagnava Milano e da Torino si propagava a Genova.

Nell’ora in cui scriviamo tutta l’alta Italia al di qua dell’Adige è insorta dietro la guida dei partigiani. A Milano, a Torino e a Genova i Comitati di Liberazione hanno assunto il potere imponendo la resa dei tedeschi e incalzando le brigate nere fasciste in vittoriosi combattimenti di strada.

Sappiamo il prezzo della riscossa. A Bologna ha nome Giuseppe Bentivogli. Quali nomi porterà la testimonianza del sangue a Torino e a Milano? La mano ci trema nel dare un dettaglio dell’insurrezione milanese. Ieri mattina alle cinque, secondo una segnalazione radiotelegrafica, il posto di lotta e di comando di Alessandro Pertini e dell’Esecutivo del nostro partito era circondato dai tedeschi e in grave pericolo. Nessuna notizia è più giunta in serata per dissipare la nostra inquietudine o per confermarla. Ma sappiamo, ahimè, che ogni battaglia ha le sue vittime e verso di esse, oscure od illustri, sale la nostra riconoscenza.

Perché gli insorti del Nord hanno veramente, nelle ultime quarantotto ore, salvato l’Italia. Mentre a San Francisco, assente il nostro paese, si affrontano i problemi della pace, essi hanno fatto dell’ottima politica estera, facendo della buona politica interna, mostrando cioè che l’Italia antifascista e democratica non è il vaniloquio di pochi illusi o di pochi credenti, ma una forza reale con alla sua base la volontà l’energia il coraggio del popolo.

 In verità il vento del Nord annuncia altre mete ancora oltre l’insurrezione nazionale contro i nazi-fascisti. Gli uomini che per diciotto mesi hanno cospirato nelle città, che per due lunghi inverni hanno dormito sulle montagne stringendo il fucile, che escono dalle prigioni o tornano dai campi di concentramento, questi uomini reclamano, e all’occorrenza sono pronti a imporre, non una rivoluzione di parole, ma di cose. Per essi il culto della libertà non è una dilettantesca esasperazione dell’”io” demiurgico, ma sentimento di giustizia e di eguaglianza per sé e per tutti. Alla democrazia essi tendono non attraverso il diritto formale di vita, ma attraverso il diritto sostanziale dell’autogoverno e del controllo popolare. Non si appagheranno quindi di promesse, né di mezze misure. La rapidità stessa e l’implacabile rigore delle loro rappresaglie sono di per sé sole un indice della loro maturità, perché se la salvezza del paese è nella riconciliazione dei suoi figli, alla riconciliazione si va non attraverso l’indulgenza e la clemenza, ma l’implacabile severità contro i responsabili della dittatura fascista e della guerra.

 In codesta primavera della patria che consente tutte le speranze, c’è per noi un solo punto oscuro, si tratta di sapere se gli uomini che qui a Roma scotevano sgomenti il capo all’annuncio del vento del Nord, che vedevano sorgere dal passato l’ombra di Marat o quella di Lenin se qualcuno osava parlare di comitato di salute pubblica, che trovavano empio o demagogico il nostro grido: “tutto il potere ai Comitati di Liberazione”, si tratta di sapere se questi uomini intenderanno o no la voce del Nord e sapranno adeguarsi ai tempi. Ad essi noi ripetiamo quello che ieri, da queste stesse colonne, dicevamo agli Alleati. – Abbiate fiducia nel popolo, secondatene le aspirazioni, scuotete dalle ossa il torpore che vi stagna, rompete col passato, non fatevi trascinare, dirigete.

A questa condizione oggi è finalmente possibile risollevare la nazione a dignità di vita nuova, nella concordia del più gran numero di cittadini.

Vento del Nord.

Vento di Liberazione contro il nemico di fuori e quelli di dentro.

maggio 1, 2020

FANTOZZI NON FA PIÙ RIDERE

di Ferdinando Pastore

Oggi siamo tutti “manager di qualcosa” : dai social network alla raccolta differenziata.

Distrutta la centralità del lavoro di fabbrica, ridicolizzata l’immagine del lavoro da impiegati, I nati dagli anni ’70 in poi vivono in un incubo in cui nel nome della “creatività” vengono colpevolizzati nel nome della produttività.

E allora, Fantozzi, l’impiegato a posto fisso parassita e imbranato, non fa più ridere come prima: era lui, quello davvero fortunato.

Per questo Primo Maggio atipico, una riflessione tra cinema e critica sociale di Ferdinando Pastore:

https://www.risorgimentosocialista.it/…/fantozzi-non-fa-pi…/

Il Virus ha costretto parte della popolazione a confrontarsi con il pericolo della morte dopo anni in cui è stata propagandata un’esistenza dedita alla ricerca di un eterno presente. La speranza è che possa sedimentarsi una nuova consapevolezza capace di mettere finalmente in dubbio determinati …

Il Virus ha costretto parte della popolazione a confrontarsi con il pericolo della morte dopo anni in cui è stata propagandata un’esistenza dedita alla ricerca di un eterno presente. La speranza è che possa sedimentarsi una nuova consapevolezza capace di mettere finalmente in dubbio determinati …
maggio 1, 2020

Buon primo maggio!

di Beppe Sarno.

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Buon primo maggio! Forse. Io non me la sento di fare questo augurio perchè a causa delle restrizioni necessarie al contenimento della pandemia da Covid-19, quest’anno le piazze del mondo, in occasione del Primo maggio, saranno vuote e silenziose.

A piazza San Giovanni a Roma non ci sarà il concerto e la piazza testimone di tanti eventi sarà prigioniera del silenzio testimone per i pochi passanti della sconfitta di questa società egoista e ottusa.

D’altra parte in numerosi paesi dove la ricorrenza della festa del lavoro è formalmente riconosciuta, i diritti fondamentali non godono di altrettanta tutela e già negli anni passati ha subito forti misure repressive.

In Italia assistiamo da anni impotenti ad un attacco sistematico ai diritti dei lavoratori; l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori  è stato abolito non solo per il suo contenuto concreto ma anche e soprattutto perchè  esso era la rappresentazione legale della dignità dei lavoratori anche nel posto di lavoro.

la sinistra, i socialisti, i sindacati non sono riusciti  ad evitare questa sconfitta perchè la forza delle multinazionali e il ricatto di un Europa sempre più matrigna hanno avuto la meglio rispetto a quei pochi che hanno provato ad impedire questo disegno reazionario.

Diceva Maurizio landini “Credo che la decisione del Presidente del Consiglio e del Governo di modificare l’Art. 18, risponda a un’idea sbagliata in cui si pensa che per uscire da questa crisi bisogna lasciare fare alle imprese quello che ritengono più opportuno, compresa la libertà di licenziare.” e così è stato.

Quest’idea sbagliata, come la definiva Landini, ha preso il sopravvento ed ha vinto ogni resistenza. I decreti sicurezza del governo dei 5 stelle e della lega nati per contrastare l’immigrazione clandestina rappresentano un’ulteriore sfida nei confronti dei lavoratori ed un’ulteriore riduzione dei diritti.

La Finlandia quest’anno ha rinunciato a dare la caccia alle balene, ma nel mondo, dalle nazioni più evolute fino ai regimi più oppressivi non si ferma la corsa alla mortificazione del mondo del lavoro cosicché le coscienze dei lavoratori son sempre più fiaccate ed ognun vive il proprio personale dramma senza più voglia di condividerlo con altri e di lottare e  difendersi per affermare il principio che i diritti conquistati con anni di lotta sono inviolabili.

“Pietà l’è morta” recita una canzone e con essa la solidarietà.

Aspettiamo con ansia i prestiti dalla BCE, dal Mes in qualunque forma essi arrivino, dimenticando che questi soldi prima o poi bisognerà restituirli e questa restituzione sarà contrassegnata da ulteriori sacrifici e da ulteriori riduzione di diritti

Il primo maggio 1947 i contadini siciliani si radunarono a Portella della Ginestra per celebrare la festa del lavoro. il calzolaio Giacomo Schiro segretario della sezione socialista di Piana,diede inizio al suo discorso “Compagni lavoratori siamo qui riuniti per festeggiare il primo maggio festa dei lavoratori” fu l’incipit, ma  il discorso fu interrotto da raffiche di mitra che lasciarono per terra decine di morti. Dalle dieci e trenta del mattino per dieci interminabili minuti fu un susseguirsi di spari e di morti.

L’assemblea costituente a seguito di quel drammatico evento votò una risoluzione presentata da Pietro Nenni in cui nel condannare l’eccidio di Portella della Ginestra  in cui si invitava la nazione a trovare ” nella legalità democratica l’inderogabile limite di ogni pubblica manifestazione”.

Gli operai metalmeccanici della Lombardia offrirono mezz’ora di salario i favore delle famiglie delle vittime, fu proclamato un sciopero generale di protesta a partire dal tre maggio. Tutti i lavoratori italiani si unirono allo sdegno ed al dolore.

Ad  primo maggio nato sotto il segno dell’aggressione ai diritti dei lavoratori fu data una risposta univoca dalla classe politica e dai lavoratori.

La solidarietà della classe operaia, dei lavoratori tutti diede in quell’episodio un prova di forza  che fu un monito e indicò quale fosse la strada da seguire per ricostruire l’Italia distrutta da venti anni di nazifascismo.

Fu quello stesso spirito che animò le lotte operaie degli anni sessanta dove ad una risposta padronale che trovò nella Fiat di Valletta la punta di diamante  si rispose con  una dura lotta che chiedeva e pretendeva il riconoscimento del valore e della dignità del lavoro negata da salari troppo bassi, da gerarchie e divisioni tra operai, tecnici, impiegati, da una ferrea disciplina di fabbrica e da un altrettanto ferreo controllo della produttività.

Fu quella lotta come lo era stata la risposta alla strage dei Portella della Ginestra che portò all’affermarsi dei diritti dei lavoratori che troverà il suo approdo, nel 1970, nello Statuto dei diritti dei lavoratori, ma a cui non si sarebbe arrivati senza lo choc determinante della rivolta operaia del 1969.

Allo statuto dei lavoratori fece seguito il riconoscimento di altri diritti  fondamentali, la normativa sulla tutela della maternità, le prime regolamentazioni del mercato del lavoro, le regole sugli affitti e sulle case pubbliche.

Io credo che oggi come allora bisognerebbe ritrovare quel vigore e quella vitalità che allora consentì ai lavoratori di diventare e restare per decenni un protagonista della vita sociale e politica del Paese. Senza questo protagonismo senza questa rinnovata voglia di lottare il primo maggio sarà sempre più svuotato del senso sacro che  il sacrificio di migliaia di lavoratori gli aveva dato.

Aspettare soluzioni date non potrà che condurci che a nuove forme di dittatura mascherate da una parvenza di democrazia.

 

 

aprile 25, 2020

25 aprile 1° maggio!

di Beppe Sarno

http://carpetashistoria.fahce.unlp.edu.ar/carpeta-3/imagenes/PIETRONENNI.png/image_preview

Scriveva Sandro Pertini sull’Avanti del 25 aprile 1947 “Tutti  i  lavoratori  del brac­cio  e  della  mente,  che  nella guerra  di  liberazione e  nella insurrezione  d’aprile  furono uniti nella lotta  per la nostra indipendenza  e per  la  nostra libertà,  rimarranno  ancora .saldamente  uniti  perchè  la Patria  sia  del  popolo e  per­chè la libertà abbia finalmen­te  come  base  una  profonda giustizia sociale, onde essa di­venga una conquista duratura per  tutti  gli  italiani. La  lotta,  dunque,  non  è terminata  il  25  aprile  1945, ma continua.

Gli rispondeva Pietro Nenni sull’Avanti del primo maggio “non  sia   da   noi  un   giorno di   feste,   ma  di  lotta,   concor­rono   oltre    alle   incognite politiche della situazione,  le   tristissime condizioni  economiche del   Paese   e  segnatamente    dei ceti più diseredati.”

25 aprile e primo maggio. Ci troviamo a celebrare queste due date mentre infuria una tempesta senza precedenti .

Due date vicine, 25 aprile e primo maggio soprattutto nelle coscienze di ogni cittadino veramente democratico perchè il riscatto dal lavoro può avvenire  solo in presenza della libertà dei lavoratori.

Mai avrei pensato di trovarmi in una situazione come quella attuale preoccupante e avvelenata dagli errori di una sinistra che non riconosce se stessa e si chiude per paura di affrontare la   realtà e i problemi: fabbriche chiuse e  strade vuote.

I lavoratori che non sanno se dopo questa terribile emergenza torneranno a lavorare. Molti probabilmente no. I partigiani cantavano “una speranza m’è nata in cuor” ma dove sono finite quelle speranze che all’indomani della liberazione tutto un popolo ha sognato?

Sono finite perchè oggi molti di noi non hanno voglia di ricordare queste due date  e perchè le speranze si sono tramutate in una dolorosa sfiducia o in una cinica indifferenza.

La lotta continua” diceva Pertini e gli rispondeva Nenni “Il primo maggio sia un giorno di lotta.”

La realtà  non è stata capace di dare una risposta alle speranze della gente. Ma è evidente che all’indomani di “mani pulite” le responsabilità di noi socialisti sono state gravi e imperdonabili. Impegnati a salvare noi stessi  non abbiamo provato a tornare alle origini, dalla parte dei lavoratori,  la nostra casa madre. Non siamo stati capaci o non abbiamo voluto seguire la strada indicata da  Pertini e di Nenni e di tutti i socialisti che hanno dato la vita per un principio.

Abbiamo lasciato i lavoratori soli ed il malcontento  è nato dal perdurare dei problemi non risolti, che ha generato il qualunquismo, il disgusto per la politica, occupata da mestieranti senza scrupoli e da prime donne querule e senza sostanza.

In Europa,  la Germania e l’Olanda preparano la trappola del MES  per rendere privato tutto quello che è stato costruito con i sacrifici di generazioni di lavoratori.

Il divorzio, la scuola dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia, del sistema sanitario, lo statuto dei lavoratori, che all’epoca ci sembrarono fatti quasi naturali, logica conseguenza di un percorso condiviso da tutti, paragonandoli alla forza del Capitale oggi, appaiono per quello che furono: conquiste gigantesche di democrazia e civiltà.  La  democrazia  che ci hanno regalato i nostri padri l’abbiamo lasciata degradare  e funziona male perchè noi siamo mancati al nostro dovere di socialisti.

Oggi i giovani ci voltano le spalle cercando altre strade, improbabili  scorciatoie verso il  nulla.  In questo nulla,  in questo non aver saputo ricostruire la nostra identità per difendere le istituzioni, i diritti del lavoro, le conquiste sociali che sta il pericolo maggiore: il pericolo di un vuoto che fa paura.

Quanti sono gli errori che dal 1992 noi socialisti abbiamo commesso con le nostre divisioni, le nostre vigliaccherie, i nostri tradimenti?

Sappiano i socialisti della mia generazione, i democratici tutti, trarre occasione da questa pausa forzata con cui celebriamo il 25 aprile e il primo maggio per  trovare la forza ed il coraggio per compiere in umiltà un approfondito esame di coscienza per ritrovare la forza di ricominciare.

 

 

 

aprile 24, 2020

Pazienza zero!

“Pazienza zero”: il Primo Maggio un grande corteo telematico attraverserà l’Italia

Il Primo Maggio un grande corteo attraverserà tutta la Penisola con lo slogan “Pazienza zero”. In tempi di distanziamento sociale sarà un corteo telematico ma non per questo meno carico di forza e di rabbia: una diretta live no-stop, sui siti e sui social delle organizzazioni promotrici, racconterà le lotte, le denunce e le iniziative di solidarietà – intervallate dai contributi dal mondo della musica – che fanno intravedere la nascita di un’altra società.

Non stiamo infatti morendo solo di Covid-19 né la crisi mondiale è frutto unicamente del coronavirus. Affiora ovunque la consapevolezza che il sistema economico e sociale occidentale non sia in grado di proteggere la società umana da una crisi con queste caratteristiche e che sia arrivato il momento di intraprendere un altro cammino. La diffusione del virus ha solo messo in evidenza l’accaparramento delle risorse nelle mani di pochi, che oggi è diventato insopportabile perché mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

L’assenza di sicurezza sui posti di lavoro, lo smantellamento della sanità pubblica, l’impreparazione alle emergenze testimoniano che tutto è sacrificato alla competitività delle imprese sui mercati mondiali.

Le morti sul lavoro, le morti in mare dei migranti, le morti degli anziani nelle RSA, le morti degli operatori sanitari di base e ospedalieri, dimostrano che è stato ucciso il diritto alla sicurezza ed alla salute e che l’articolo 32 della Costituzione viene subordinato agli interessi delle aziende.

La cinica fretta dei padroni a riaprire tutte le attività e la mancanza dei dispositivi di protezione producono una sequela continua di omicidi che non sono dovuti alla diffusione del virus ma alla responsabilità precisa di chi, di fronte ad una emergenza di enormi proporzioni, continua a mettere i profitti ed il valore dei titoli azionari davanti agli interessi della collettività.

L’aumento delle disuguaglianze sociali, l’enorme diffusione della povertà, l’allargamento della precarietà e del lavoro povero, il moltiplicarsi delle mille forme di lavoro atipico, autonomo e a partita iva, sfruttato, impoverito e senza tutele, l’accrescersi delle disparità di genere, sono il frutto delle controriforme del mercato del lavoro varate in questi anni. La diffusione del virus ha solo messo in evidenza l’accaparramento delle risorse nelle mani di pochi, che oggi è diventato insopportabile perché mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

Il distanziamento sociale è oggi una necessità per fermare il contagio. Ma c’è il forte rischio che diventi un’arma per chiuderci la bocca ed impedire l’esplodere della protesta. Nei rinnovati divieti a scioperare si intravede già una voglia di disciplinare il paese. Un bavaglio alla voce di milioni di lavoratori che vogliono il rispetto del diritto alla salute, al reddito, alla democrazia.

I popoli potrebbero aver esaurito la pazienza. Mentre il pensiero unico si sgretola, l’austerità fortemente voluta dall’Unione Europea entra in crisi e le ricette neoliberiste vengono rimesse in discussione, sta forse scoccando l’ora di un nuovo inizio. Difendere la vita e la salute del pianeta e di chi lo abita sono il nuovo imperativo della solidarietà internazionalista.

Facciamo del Primo Maggio il punto limite della nostra pazienza. La fine della nostra pazienza è un dispositivo di protezione di massa.

maggio 4, 2013

Morire contromano.

Quella volta amò come se fosse l’ultima
Baciò sua moglie come se fosse l’ultima
Ed ogni figlio suo come se fosse l’unico
E attraversò la via col suo passo timido

Salì nella costruzione come fosse una macchina
Eresse nella piattaforma quattro pareti solide
Mattone su mattone in un disegno magico
I suoi occhi abbottati di cemento e lacrime

Si sedette per riposare come se fosse sabato
Mangiò fagioli e riso come se fosse un principe
Bevve e singhiozzò come se fosse un naufrago
Ballò e canticchiò come se ascoltasse musica
Ed inciampò nel cielo se fosse ubriaco

E fluttuò in aria come se fosse un passero
E finì a terra come un sacco flaccido
Agonizzò in mezzo al marciapiede pubblico
Morì in contromano disturbando il traffico

maggio 1, 2013

Primo maggio, a Bologna e Treviso Confindustria per la prima volta nella storia sale sul palco con i sindacati.

È lo sfondamento della linea gotica del conflitto nel mondo del lavoro. Una breccia, due brecce, nel muro che divide sindacati e imprese e che la tempesta della più profonda crisi dal Dopoguerra ad oggi ha finito per assottigliare progressivamente. A Bologna e Treviso domani le imprese saranno per la prima volta su un palco, quello del primo maggio, che è storicamente simbolo di uno solo dei due volti del mondo del lavoro.

L’unità sindacale. Troppo presto, prestissimo, per parlare di primi segnali verso quel “Patto della fabbrica” auspicato due settimane fa da Vincenzo Boccia e Giorgio Squinzi, ma episodi che la particolare, e unica, congiuntura storico-politica rende impossibile archiviare come semplici coincidenze. Mentre a Roma viene battezzato il primo governo della storia repubblicana composto da ministri, politici, di entrambi gli schieramenti, il mondo del lavoro continua a tessere la complessa tela del dialogo che oggi, peraltro, ha registrato un altro storico passo avanti: la riunione unitaria dei direttivi di Cgil, Cisl e Uil, il primo via libera all’accordo sulla rappresentanza e l’annuncio della mobilitazione unitaria per il prossimo 22 giugno.

maggio 1, 2013

Canto dei malfattori.

maggio 1, 2013

Quando ci sveglieremo da questo incubo?