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maggio 1, 2021

Vincenzina La Fata!

di Beppe Sarno

Siamo sicuri che ancora oggi esista il primo maggio?  Siamo sicuri che sia ancora una festa?

Personalmente credo che il primo maggio sia un giorno come un altro in cui non c’è niente da festeggiare perché la classe operaia, i lavoratori sono stati rinchiusi in un recinto circondato da filo spinato che al posto delle sirene ci sono televisori che trasmettono senza interruzione trasmissioni di “Porta a porta” e dibattiti politici per convincerli che tutto va bene.

La retorica sul primo maggio non serve a nulla, se non ad illuderci che esiste un mondo in cui esistono i buoni e i cattivi.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della nostra carta Costituzionale, la legge delle leggi. I padri costituenti fecero un capolavoro che era non solo la legge fondamentale dello stato democratico che si liberava dal fascismo,  ma anche e soprattutto esprimeva un programma che le future generazioni avrebbero dovuto realizzare.

Ancora oggi quel programma rimane sulla carta e allo stravolgimento del titolo quinto della Carta avvenuto nel 2001 non ha fatto seguito, grazie ad un  risveglio della coscienza democratica,  il tentativo di Renzi  di renderla praticamente inoffensiva. Ma gli sciacalli non si arrendono e sono sempre pronti a rendere quella Carta inoffensiva perché la finanza internazionale ha decretato che è troppo socialista.

Allora ha senso oggi celebrare il Primo Maggio?

Se ci guardiamo alle spalle c’è un senso, perché il primo maggio è rosso, scusatemi la retorica, del sangue di tutti quelli che sono morti per difendere i diritti di quelli che per “lavoro” intendevano ricerca non solo del diritto di vivere da uomo libero ma anche un’affermazione della propria dignità.

“Ogni ingiustizia che si fa su una persona che lavora è calpestare la dignità umana – ha detto Papa  Francesco il primo maggio2020- la dignità dell’intera umanità.”

Di fronte all’indifferenza della politica i diritti dei lavoratori vengono calpestati quotidianamente;  secondo l’ISTAT in Italia oltre tre milioni di lavoratori vengono sfruttati e sottopagati per non parlare dei migranti che vivono da invisibili nelle nostre campagne. Nel nostro meridione il 50% dei giovani è disoccupato ed identica percentuale vale per le donne.

Allora di fronte ad un parlamento che ha dimenticato i lavoratori ed i loro diritti bisogna fare delle scelte perché solo se si sceglie da che parte stare si può pensare di meritare di ricordare il primo maggio.

Il capitalismo di oggi, sempre più finanziarizzato, intende il mercato del lavoro come un mercato dove si compra quello che si vuole e si lascia il resto negli scaffali.  E’ necessario invece combattere il neoliberismo sfrenato che vive indisturbato da un quarto di secolo.

Primo maggio deve significare lavoro come realizzazione dell’individuo, come ascensore sociale e come fonte di benessere per l’intera collettività.

Attuare il progetto scritto nella carta costituzionale perché la Carta Costituzionale ha fatto sempre paura al capitale finanziario.

L’Assemblea Costituente con i padri fondatori cominciò a lavorare alla Carta nel 1946  il 25 giugno per approdare alla sua entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

In quello stesso periodo la mattina del 1° maggio 1947 a Portella delle Ginestre in Sicilia furono falciate 11 persone fra cui Vincenzina La Fata una bimba di otto anni. Il ministro degli interni dell’epoca il 9 maggio successivo nella seduta dell’Assemblea Costituente Mario Scelba dichiarò “Non c’è movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto.” Ma la strage di Piana degli Albanesi non fu un episodio circoscritto: l’8 maggio venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia, dirigente comunista della Camera del lavoro.  L’attacco ai lavoratori ed alla Costituzione che stava faticosamente vedendo la luce, continuò. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono.

Nel 1949, al processo di Viterbo, durante un’udienza Gaspare Pisciotta dichiarò: “Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…”. Ma non si riuscì mai a provarlo.

La strage di Portella della ginestra ci ricorda che la democrazia non ci è stata regalata ma è stata conquistata giorno per giorno strappandola all’aggressione fascista che non si è fermata all’indomani della caduta del regime, ma ha  continuato ad operare per anni attraverso trame oscure, depistaggi, tradimenti di servitori dello stato. In Italia ci sono state stragi attentati, morti e feriti. Una guerra civile a bassa intensità di cui hanno fatto le spese sempre e soltanto i giovani, gli studenti, i lavoratori.

Come socialista ritengo che noi non abbiamo   bisogno di quella che è stata definita “ coesistenza competitiva con il capitalismo” né debbono coltivare un utopismo messianico. Il  nostro dovere è quello di continuare ad essere socialisti e a parlare ai giovani, ai lavoratori  da socialisti. I  giovani che hanno vissuto la crisi economica sulle loro spalle fin dal 2008 e continuano a viverla in maniera sempre più drammatica hanno voglia di politica, hanno voglia di contare, di cambiare le cose. Fino ad oggi la loro voglia, la loro rabbia si è indirizzata verso populismi malsani. E’ dovere dei socialisti  parlare della necessità di una progressiva modificazione delle strutture sociali per adeguarle al paradigma democratico e nella creazione di contropoteri che permettano ai lavoratori, al ceto medio impoverito, alla massa di disoccupati, ai migranti di intervenire attivamente ed efficacemente nel processo decisionale politico in Italia come in Europa.

La Carta Costituzionale deve essere il nostro vangelo laico. Ricordando Vincenzina La Fata bimba di otto anni la vittima più giovane della strage di Portella della ginestra.

maggio 1, 2020

Buon primo maggio!

di Beppe Sarno.

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Buon primo maggio! Forse. Io non me la sento di fare questo augurio perchè a causa delle restrizioni necessarie al contenimento della pandemia da Covid-19, quest’anno le piazze del mondo, in occasione del Primo maggio, saranno vuote e silenziose.

A piazza San Giovanni a Roma non ci sarà il concerto e la piazza testimone di tanti eventi sarà prigioniera del silenzio testimone per i pochi passanti della sconfitta di questa società egoista e ottusa.

D’altra parte in numerosi paesi dove la ricorrenza della festa del lavoro è formalmente riconosciuta, i diritti fondamentali non godono di altrettanta tutela e già negli anni passati ha subito forti misure repressive.

In Italia assistiamo da anni impotenti ad un attacco sistematico ai diritti dei lavoratori; l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori  è stato abolito non solo per il suo contenuto concreto ma anche e soprattutto perchè  esso era la rappresentazione legale della dignità dei lavoratori anche nel posto di lavoro.

la sinistra, i socialisti, i sindacati non sono riusciti  ad evitare questa sconfitta perchè la forza delle multinazionali e il ricatto di un Europa sempre più matrigna hanno avuto la meglio rispetto a quei pochi che hanno provato ad impedire questo disegno reazionario.

Diceva Maurizio landini “Credo che la decisione del Presidente del Consiglio e del Governo di modificare l’Art. 18, risponda a un’idea sbagliata in cui si pensa che per uscire da questa crisi bisogna lasciare fare alle imprese quello che ritengono più opportuno, compresa la libertà di licenziare.” e così è stato.

Quest’idea sbagliata, come la definiva Landini, ha preso il sopravvento ed ha vinto ogni resistenza. I decreti sicurezza del governo dei 5 stelle e della lega nati per contrastare l’immigrazione clandestina rappresentano un’ulteriore sfida nei confronti dei lavoratori ed un’ulteriore riduzione dei diritti.

La Finlandia quest’anno ha rinunciato a dare la caccia alle balene, ma nel mondo, dalle nazioni più evolute fino ai regimi più oppressivi non si ferma la corsa alla mortificazione del mondo del lavoro cosicché le coscienze dei lavoratori son sempre più fiaccate ed ognun vive il proprio personale dramma senza più voglia di condividerlo con altri e di lottare e  difendersi per affermare il principio che i diritti conquistati con anni di lotta sono inviolabili.

“Pietà l’è morta” recita una canzone e con essa la solidarietà.

Aspettiamo con ansia i prestiti dalla BCE, dal Mes in qualunque forma essi arrivino, dimenticando che questi soldi prima o poi bisognerà restituirli e questa restituzione sarà contrassegnata da ulteriori sacrifici e da ulteriori riduzione di diritti

Il primo maggio 1947 i contadini siciliani si radunarono a Portella della Ginestra per celebrare la festa del lavoro. il calzolaio Giacomo Schiro segretario della sezione socialista di Piana,diede inizio al suo discorso “Compagni lavoratori siamo qui riuniti per festeggiare il primo maggio festa dei lavoratori” fu l’incipit, ma  il discorso fu interrotto da raffiche di mitra che lasciarono per terra decine di morti. Dalle dieci e trenta del mattino per dieci interminabili minuti fu un susseguirsi di spari e di morti.

L’assemblea costituente a seguito di quel drammatico evento votò una risoluzione presentata da Pietro Nenni in cui nel condannare l’eccidio di Portella della Ginestra  in cui si invitava la nazione a trovare ” nella legalità democratica l’inderogabile limite di ogni pubblica manifestazione”.

Gli operai metalmeccanici della Lombardia offrirono mezz’ora di salario i favore delle famiglie delle vittime, fu proclamato un sciopero generale di protesta a partire dal tre maggio. Tutti i lavoratori italiani si unirono allo sdegno ed al dolore.

Ad  primo maggio nato sotto il segno dell’aggressione ai diritti dei lavoratori fu data una risposta univoca dalla classe politica e dai lavoratori.

La solidarietà della classe operaia, dei lavoratori tutti diede in quell’episodio un prova di forza  che fu un monito e indicò quale fosse la strada da seguire per ricostruire l’Italia distrutta da venti anni di nazifascismo.

Fu quello stesso spirito che animò le lotte operaie degli anni sessanta dove ad una risposta padronale che trovò nella Fiat di Valletta la punta di diamante  si rispose con  una dura lotta che chiedeva e pretendeva il riconoscimento del valore e della dignità del lavoro negata da salari troppo bassi, da gerarchie e divisioni tra operai, tecnici, impiegati, da una ferrea disciplina di fabbrica e da un altrettanto ferreo controllo della produttività.

Fu quella lotta come lo era stata la risposta alla strage dei Portella della Ginestra che portò all’affermarsi dei diritti dei lavoratori che troverà il suo approdo, nel 1970, nello Statuto dei diritti dei lavoratori, ma a cui non si sarebbe arrivati senza lo choc determinante della rivolta operaia del 1969.

Allo statuto dei lavoratori fece seguito il riconoscimento di altri diritti  fondamentali, la normativa sulla tutela della maternità, le prime regolamentazioni del mercato del lavoro, le regole sugli affitti e sulle case pubbliche.

Io credo che oggi come allora bisognerebbe ritrovare quel vigore e quella vitalità che allora consentì ai lavoratori di diventare e restare per decenni un protagonista della vita sociale e politica del Paese. Senza questo protagonismo senza questa rinnovata voglia di lottare il primo maggio sarà sempre più svuotato del senso sacro che  il sacrificio di migliaia di lavoratori gli aveva dato.

Aspettare soluzioni date non potrà che condurci che a nuove forme di dittatura mascherate da una parvenza di democrazia.

 

 

maggio 1, 2013

Bisogna partire da qui.