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aprile 25, 2020

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

di Beppe Sarno

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 1)Il lavoro è fondamento della nostra società come sarà possibile difenderlo dopo la crisi del coronavirus in cui molte imprese non riapriranno mettendo per strada migliaia di famiglie?

R)Il lavoro è alla base della nostra Costituzione ed è l’unica ricchezza di cui disponiamo per risollevare il Paese. Lo si è visto chiaramente anche in questa tragica vicenda del Covid-19, che ha sconvolto la nostra quotidianità e ha stroncato la vita di migliaia di nostri concittadini. È solo grazie al lavoro, talvolta eroico, di tante categorie di lavoratori se stiamo evitando il tracollo. E sono tanti anche coloro che, con le innovative tipologie contrattuali, stanno continuando a dare il proprio contributo anche dalle proprie case. Il lavoro resta il pilastro per la crescita del Paese. Faremo di tutto, dunque, per evitare che si perda questo patrimonio, che i lavoratori restino senza la propria attività e senza garanzie e che chiudano le imprese. Pertanto, dovranno essere messi in campo, per tutto il tempo necessario, gli ammortizzatori sociali necessari ad assicurare una continuità di reddito, ma anche una prospettiva di ripresa produttiva, indispensabile per rilanciare il Paese. Noi crediamo che quella che stiamo affrontando sia una guerra, del tutto insolita, ma pur sempre una guerra. Dunque, sarà necessario approntare un sistema economico coerente con uno scenario post bellico. Sono convinto che il nostro Paese abbia le potenzialità per vivere una stagione di ricostruzione, come accadde negli anni Cinquanta e Sessanta. In questo quadro, sarà necessario definire anche un nuovo modello fiscale che privilegi il lavoro e che riduca le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Se infatti, queste categorie avranno le risorse necessarie per acquistare i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese, anche queste ultime potranno dare continuità alla loro attività.

2)Non crede che manca un progetto di ripresa economica che possa effettivamente rilanciare l’economia italiana?

R)Premesso che l’obiettivo prioritario, ora, è quello di uscire, tutti insieme, da questa drammatica situazione di emergenza sanitaria ed anche economica, ribadisco un convincimento e una proposta che sosteniamo da anni. Noi pensiamo che la leva più efficace per risollevare l’economia sia quella degli investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. Tutte le altre opzioni rischiano di essere solo dei palliativi. Questa impostazione vale per tutto il Paese, ma in particolare per il nostro Sud, che deve trasformare le proprie potenzialità in un’opportunità di crescita a vantaggio dell’intera nazione. A questo proposito, vorrei ricordare che il periodo in cui il gap tra Nord e Sud si è maggiormente ridotto è stato quello in cui ha operato la Cassa per il Mezzogiorno. Poi, emersero fenomeni di corruttela e decisero di porre fine a quell’esperienza. Purtroppo, però, hanno eliminato lo strumento, ma la corruzione è rimasta. Non sono un nostalgico di quella fase, ma penso che si debba provare a rilanciare una sorta di Cassa per il Mezzogiorno 4.0 . Lo si chiami come si vuole, l’importante è che si attivi un piano di interventi straordinari che ridia slancio all’economia del Sud e del Paese. In questo quadro, è fondamentale utilizzare, sino all’ultimo centesimo, i finanziamenti che ci pervengono dall’Unione europea. Oggi, purtroppo, molta parte di quelle risorse vengono perdute: è inaccettabile. Ecco perché, a più riprese, abbiamo proposto di commissariare ad acta le Regioni che non provvedono ad attivare i relativi progetti e che, dunque, non spendono quei soldi che vengono poi stornati agli altri Paesi europei.

3)È possibile ora riprendere la lotta per il ripristino dellarticolo 18?

R)Le battaglie fatte in questi ultimi anni hanno impedito che fosse smantellato del tutto il sistema dei diritti conquistati nel corso dei decenni. Siamo riusciti a porre un argine a uno sfrenato liberismo espresso, in particolare, da alcune multinazionali che scorrazzano nel mondo, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma, purtroppo, la lotta è davvero impari. Lo stesso articolo 18, anche se fosse reintrodotto nella sua formulazione originaria, non sarebbe sufficiente a fermare le dismissioni di massa operate da quelle multinazionali. Contro i rischi di licenziamenti collettivi, oggi servono strumenti ancora più incisivi. Ad esempio, a chi volesse trasferire all’estero la propria produzione, bisognerebbe richiedere la restituzione di tutti gli aiuti economici ottenuti a qualsiasi livello: bisogna, insomma, colpirli nel portafoglio e nei loro interessi.

 

4)Il nostro sistema sanitario ha retto e i medici e tutto il personale sanitario hanno dimostrato un’efficienza per molti inaspettata, non crede che da ora in poi bisogna ripensare ad un modello di sanità pubblico diverso?

R)Nonostante le enormi difficoltà e alcune contraddizioni, il nostro sistema sanitario nazionale ha risposto con eccezionale efficacia. Medici e infermieri si sono prodigati al limite dell’eroismo, pagando anche con la propria vita il loro servizio. Quando questa pandemia sarà sconfitta, nulla potrà più essere come prima. Bisognerà  battersi perché prevalga davvero l’idea di una visione sociale dell’economia. Che non ci siano più tagli indiscriminati alla sanità, al welfare, all’assistenza. Non solo. Tutti quei lavoratori che vengono indicati come eroi ogni volta che si verificano eventi che li vedono protagonisti, dai vigili del fuoco alle Forze dell’ordine, dai medici agli infermieri, non potranno essere ringraziati semplicemente con una pacca sulla spalla e poi dimenticati. Si pone, cioè, una questione complessiva di valorizzazione del lavoro. Ecco perché chiederemo, per via contrattuale, condizioni economiche decisamente più gratificanti per i lavoratori dipendenti che meritano questi riconoscimenti in vita e non solo a futura memoria.

 

5)Qual è il suo giudizio sul fenomeno degli anziani lasciati morire nelle case per anziani?

R)È un fatto di una gravità inaudita. Confidiamo nell’operato della Magistratura per fare piena luce su questa tragedia. Gli anziani sono la parte più debole della popolazione e, in questa vicenda, sono stati i più colpiti. Dal punto di vista psicologico, ciò rappresenta un peso spesso difficile da gestire. Già di per sé la loro condizione genera incertezze e, talvolta, paure. Peraltro, moltissimi hanno assegni pensionistici ai limiti della sussistenza. Ecco perché avevo proposto di sospendere la rata mensile dell’eventuale “quinto” della pensione: può essere un segnale di tranquillità che vale la pena mettere in campo, senza particolari costi aggiuntivi. In questo periodo sono stati previsti aiuti per così tante categorie che sarebbe un’ingiustizia non estenderli anche ai pensionati, veri e propri “ammortizzatori sociali” del Paese, spesso pronti a intervenire per dare un piccolo sostegno ai propri familiari in difficoltà. La battaglia contro il virus e, poi, per la ripresa dell’economia, la si vince tutti insieme, restando uniti e non creando dannose contrapposizioni che non avrebbero alcun senso.

 6)Molti propongono un’Italexit: per il suo sindacato può essere una soluzione?

R)Per entrare in Europa, abbiamo fatto mille sacrifici: non vorrei che fossimo costretti a  farne il doppio per uscirne. Non è questa l’Europa che vogliamo consegnare ai nostri figli. Ma per cambiarla, bisogna starci dentro. Dobbiamo costruire un’Europa sociale, del lavoro, dei diritti e per lo sviluppo e sconfiggere la politica del rigore che ha messo in difficoltà tutti gli Stati membri, in particolare il nostro Paese. Questa è l’unica strada da seguire per rinverdire il sogno dei nostri Padri fondatori dell’Europa e per dare una prospettiva di crescita al vecchio Continente e, dunque, ai nostri figli e nipoti.

 

7)Infine, in questi giorni Papa Francesco ha dato indicazione precise, ha detto infatti “ Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”. Cosa ne pensa?

R)Quando fu eletto Papa Francesco, disse che avrebbe voluto una Chiesa povera per i poveri. E allora pensai: i poveri aumenteranno. Così è stato. Nel mondo, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi e poveri. Non c’è dubbio, dunque, che è necessario recuperare l’esperienza del welfare state in forme sempre più rinnovate e, dunque, anche con sostegni al reddito che consentano di salvaguardare la dignità delle persone. C’è però da mettere in atto una politica che provi a risolvere il problema alla radice, preventivamente: bisogna evitare cioè che le persone diventino povere. E questo è possibile – e qui ci ripetiamo – solo si valorizza e si crea lavoro con forme di investimento pubblico e privato e con una più equa redistribuzione della ricchezza, agendo sulla leva fiscale.

 

 

 

 

 

 

 

 

aprile 25, 2020

IL SOCIALISMO LIBERATO DALL’ECONOMICISMO E DAL PRODUTTIVISMO.

di Giuseppe Giudice.

DISCORSO TENUTO DA RICCARDO LOMBARDI AL SALONE MATTEOTTI DI TORINO ...

Anche se ho la testa da qualche altra parte, provo a scrivere due righe , un po’ per distrarmi. Il Coronavisus dovrebbe (uso il condizionale) far prendere coscienza dell’insostenibilità del sistema dominante globalizzato che ha operato negli ultimi trent’anni. La globalizzazioni finanzcapitalista (con le sue varianti europee) ha non solo accresciuto le disuguaglianze , lo sfruttamento (anche del lavoro minorile) , le ingiustizie, anche la crisi della democrazia (nei paesi a tradizione democratica) , ma ha determinato un vulnus terribile all’ambiente naturale. E le due realtà sono strettamente connesse. Con grande semplicità , come è suo solito, Papa Francesco ha detto che se Dio perdona, la natura no. Nella Genesi viene dato il potere all’uomo di trasformare la natura, ma anche il dovere di custodire il creato. In soldoni i processi di trasformazione sono necessari allo sviluppo delle civiltà, ma incontrano i loro limiti inderogabili. Ma certo non voglio fare teologia. Che lo sviluppo di nuovi virus (non solo questo della brutta pandemia che stiamo attraversando, ma anche il Virus Ebola ed altri nuovi ceppi virali) sia una delle conseguenze delle devastazioni ambientali , è sostenuto da molti esperti ormai. Certo da quelli indipendenti e non sul libro paga delle multinazionali , soprattitto quelle dell’estrattivismo e del land grabbing (ma anche delle espansioni urbanistiche incontrollate , in Africa, Asia ed America Latina. La socialdemocrazia e il “comunismo” reale (pur nelle differenze profonde) avevano in comune l’idea centrale dello sviluppismo e del produttivismo illimitato. Un paradigma insostenibile. Certo nella socialdemocrazia tedesca (quando era all’opposizione , negli anni 80) anche grazie a Lafontaine iniziò una seria riflessione sui rapporti tra socialismo ed ecologia. Ma certo , in Italia, colui , che , già negli anni 70 , inizio una seria riflessione sui limiti del produttivismo, di un uso alternativo delle nuove tecnologie, connessa ad una critica strutturale al consumismo fu Riccardo Lombardi un socialista “eretico” marxista eterodosso, studioso e lettore dei processi economici e sociali inerenti a quello che allora si chiamava “neocapitalismo” ….sappiamo tutti della sua idea di “una società diversamente ricca” rispetto a quella proposta dal neocapitalismo. Non c’era in Lombardi certo una certa idea sbagliata di austerità, il ritorno a forme premoderne di consumo. C’era l’idea di un modello alternativo di sviluppo , basato sulla sobrietà nei consumi di energia , del primato del valore d’uso (dell’utilità) del bene (anche privato) , sullo sviluppo della cultura , dei beni sociali e relazionali (lo stimolo allo sviluppo di relazioni non mercantili) . La pianificazione democratica, processi di socializzazione ed autogestione erano i cardini su cui avrebbe dovuto innestarsi questo nuovo modello di sviluppo che avrebbe trasceso il capitalismo , sia pur gradualmente. Insomma in Lombardi c’è una anticipazione di quello che oggi chiamiamo eco-socialismo . E che lo ritroviamo , attualizzato, in molti punti del Programma Del Labour Inglese , di Corbyn e Mc Donnell e nonostante la”sconfitta ” (pare che alcuni esponenti del PD avessero stappato lo spumante) una sconfitta con 10 milioni e mezzo di voti (il PD li sogna) . In quel programma ci sono gli elementi portanti di quell’eco-socialismo democratico che è l’unica alternativa ad un profondo imbarbarimento ed anche peggio, dopo la fine o la forte mitigazione di questa brutta pandemia

aprile 14, 2020

PAPA FRANCESCO non smette di stupirci.

 di giuseppe giudice

PAPA FRANCESCO non smette di stupirci: nella sua benedizione pasquale condanna l’egoismo di quegli stati che di fatto mettono in discussione l’Europa , in un momento così grave e drammatico. Invita ad una cooperazione a livello continentale che preveda strumenti innovativi di intervento (è evidente il riferimento agli eurobond) sia per contrastare la pandemia che per far ripartire l’economia su basi nuove. Condanna apertamente i costruttori di armi che traggono profitto da guerre devastanti come in Siria e nello Yemen. Chiede il superamento o delle sanzioni economiche verso alcuni paesi. Propone un salario universale per combattere il lavoro precario. Certo il discorso è fatto con un linguaggio da autorità morale di fede, e non poteva essere altrimenti. Ma vi sono denunzie ed affermazioni precise. Il Papa non è assolutamente il capo di una nuova sinistra , sia ben chiaro. E’ però compito della politica recepire queste denunzie ed affermazioni per tradurle in progetti operativi. Naturalmente vi saranno i soliti “anti-papisti” che mi criticheranno: che dire , ben vengano le critiche e le polemiche, purchè restino in uno spazio di confronto civile.

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aprile 5, 2020

Futura!

LA SINISTRA NEL MONDO CHE VERRA’

di Alberto Benzoni.

Come essere di sinistra nonostante la sinistra | Globalist

Oramai è ufficiale. Dio è morto. E ad annunciarlo è stato il Papa. Non in un’enciclica “urbi et orbi”; ma nel corso di un appuntamento domenicale.

Stiamo parlando dell’Economist. E del suo editoriale del 28 marzo. Una pagina per prendere atto che il mondo nato trent’anni fa e destinato, così si diceva, ad una vita eterna, non c’è più. Finita la globalizzazione, con le infinite reti che la strutturavano. Finita (forse perché mai realmente esistita) l’autonomia dell’economia rispetto alla politica o meglio la dipendenza della seconda rispetto alla prima. Finita l’ortodossia economico-finanziaria con le sue regole e i suoi custodi. Finito, anzi definitivamente sepolto, l’ordinamento liberale nella sua ipotesi di fondo: l’estinzione, per irrilevanza, degli stati nazionali.

Finita, soprattutto, un’intera epoca storica. Anzi sepolta per sempre. Perché, da oggi in poi, il pendolo tenderà verso una direzione del tutto opposta. Una direzione di cui il settimanale (come tutti noi) coglie facilmente il protagonista; ma non la natura e i possibili sbocchi. Così da dedicare all’annuncio una pagina; ma non, come sarebbe necessario, l’intero numero.

E si capisce anche il perché. Il cantore della democrazia liberale (anche in questo caso, l’aggettivo fa nettamente premio sul sostantivo) sta guardando la scritta sul muro; e chiude gli occhi terrorizzato. Vede lo stato padrone dell’economia; ma vede anche lo stato padrone della vita dei suoi cittadini. Dovrebbe vedere anche una cosa che a noi è ben chiara, la crescita esponenziale delle disuguaglianze e ad ogni livello; ma sarebbe chiedergli troppo.

Guardiamola allora noi, la scritta sul muro. E senza distogliere lo sguardo. Perché la pandemia sarà tra noi ancora per molto tempo. Cambiando in profondità tutte le regole del gioco. E perché le scelte che compiremo nel “durante” saranno decisive nel determinare il “dopo”.

E queste scelte, attenzione, non si collocano lungo la scala del “più o meno”. Me in termini di “o/o”. Magari per arrivare, a partire da questa base, ai necessari compromessi. O/o: chi difende il diritto alla salute per tutti i cittadini contro chi considera prioritaria la ripresa economica; chi considera prioritaria la lotta contro l’esplodere delle disuguaglianze, contro chi considera il tema secondario se non irrilevante; chi guarda con speranza al ritorno di uno stato protagonista dello sviluppo economico e sociale contro di chi si muove per ritornare all’ordine di prima; chi sogna uno stato garante e promotore della democrazia contro chi opera per uno stato autoritario e onnipotente; chi sostiene la centralità del servizio pubblico contro chi vorrebbe sostituirla con erogazione momentanee per i bisognosi; e, infine, chi opera in vista di un internazionalismo solidale contro i cultori, e praticanti della lotta di tutti contro tutti.

Uno scontro. Tanti scontri. Un dramma. Tanti drammi. Il cui svolgimento e la cui “visibilità politica” dipenderanno dalla natura e dalla consistenza delle forze messe in campo.

Alcune le vediamo in azione e le conosciamo quindi perfettamente. Conosciamo Trump. E i suoi collaboratori. Le loro cieche sanzioni; l’America prima di tutto; la loro attenzione alle esigenze dell’economia e il loro disinteresse per la salute dei propri concittadini. Conosciamo Orban e i suoi tanti attuali e potenziali imitatori; e vediamo come in tanti stati del mondo, dall’Europa dell’est, al Medio oriente, all’Asia meridionale, all’America latina, la crisi del coronavirus è vista come un’occasione d’oro per limitare al massimo libertà, democrazia e diritti. Ma conosciamo anche le anime morte; prime tra tutte i poteri forti d’Europa disposti a concedere libertà d’azione e di spesa agli stati in difficoltà, ma sperando che si tratti di una concessione momentanea e negandosi stupidamente a solidarietà collettive.

A nostro favore, almeno per ora, soltanto l’evidenza dei fatti e l’evolvere delle coscienze. Un conto sentirsi snocciolare da emeriti studiosi dati statistici sulla povertà e sulle disuguaglianze nel mondo. Tutt’altro conto è vedere gli indiani che fuggono dalle città per rifugiarsi sugli alberi dei loro villaggi in assenza di altri luoghi in cui andare; o i senza tetto di Los Angeles allineati in parcheggio all’aperto della città e a distanza di sicurezza; o i rider attaccati nelle città italiane per rubare le pizze, non certo ad opera della criminalità organizzata o dei cinesi. Tre, quattro, poche immagini che non riescono ancora a scuoterti; ma quando saranno cento e mille o ti metterai a piangere o ti dirai “dobbiamo fare qualcosa”.

A nostro favore il numero crescente di “pentiti”. Parliamo di quanti – politici, studiosi, opinionisti, operatori economici e sociali – hanno cantato le lodi delle “magnifiche sorti e progressive” susseguenti alla caduta del muro e che oggi hanno cambiato idee e orientamenti e riscoperto antichi valori. Un fenomeno molto più consistente di quanto si pensi. E che non va assolutamente sottovalutato e men che meno disprezzato. Dopo tutto, se San Paolo non fosse stato colpito sulla via di Damasco, il messaggio cristiano avrebbe fatalmente tardato ad assumere la sua dimensione universalistica. Mentre senza il compromesso tra capitalismo e democrazia non ci sarebbero stati i “trenta gloriosi” del secondo dopoguerra. E, fatto che ci riguarda più direttamente, senza Roosevelt non ci sarebbero stati né il “new deal”, né la lotta vittoriosa contro il nazifascismo, né il “welfare state”.

“Noi, nostri”: ma di chi e di che cosa stiamo parlando? La domanda è non solo legittima ma essenziale per chi voglia capire la situazione in cui viviamo. E agire di conseguenza.

E la risposta è: con la parola noi intendiamo parlare della cultura universale del socialismo democratico che aggiunge alla parola libertà quella di eguaglianza e soprattutto di fraternità. E a quanti, nel mondo, pensano, agiscono, lottano e soffrono per difendere questi valori. E quando parliamo di sinistra, quanti, provenienti da altri orizzonti politici e culturali, sono disposti a battersi al loro fianco contro i fautori del vecchio ordine e contro la barbarie incombente. Ma non certamente ai socialismi e alle sinistre ufficialmente presenti sulla scena. E per il semplice fatto che questi sono diventati simulacri privi di vita.

Lo sono diventati dal giorno in cui hanno cessato di scommettere sul loro futuro perché convinti della vittoria del loro tradizionale antagonista, il capitalismo finanziario, globalizzato e, come dire, convinto della propria autosufficienza. Convinzione curiosamente condivisa da una sinistra radicale, afflitta, non a caso, dalla stessa impotenza.

Da allora in poi, tutti separati l’uno dall’altro. E tutti portati a giocare nel giardinetto di casa, sotto sorveglianza e fino all’ora di cena; e senza impicciarsi minimamente di quello che stava avvenendo all’esterno.

Un’impotenza procurata. Che li ha resi tutti, dico tutti, incapaci sempre di capire ciò che stava accadendo, dalla crisi del 2007/2008 in poi; e di reagirvi nel modo giusto.

Oggi, nell’era del coronavirus – sono passati due/tre mesi e sembra un’eternità – abbiamo sentito migliaia di voci; ma praticamente nessuna che fosse oltre il minimo sindacale da parte della sinistra ufficialmente iscritta all’albo.

E allora, la “sinistra che verrà” non nascerà da quella ufficiale. Perché non avrà la fisionomia partitica ma piuttosto quella di un fronte costituito dal comune sentire di aree diverse tra loro. Perché avrà, necessariamente, una dimensione internazionale e internazionalista. Perché non nascerà da accordi di vertice ma sarà il frutto della crescita di tanti movimenti e di tante esperienze separate. Perchè suo fattore determinante sarà il crescere dell’indignazione e della protesta suscitata dall’enormità delle sofferenze dei governati rapportata alla cecità criminosa dei governanti; fino al grido liberatore del “mai più/nunca mas”. E, infine e soprattutto, perché crescerà e si solidificherà lungo la discriminante tra cultura della solidarietà e cultura e quella del barbarie.

Una scommessa, magari a 50 o a 100 contro uno? Un’utopia? Un mito?

Semmai, un’idea/forza; l’unica a nostra disposizione.

aprile 3, 2020

Del libero arbitrio.

LA FEDE ED IL CORONAVIRUS

di Giuseppe Giudice

Parashat terumà

MI RIVOLGO chiaramente a chi è credente, cristiano di qualsiasi confessione. Ma anche a chi non crede, ateo, agnostico, ma ha rispetto per chi ha fede. E parlo di fede , non di religione. La differenza la spiegava bene Padre Ernesto Bladucci: il cristianesimo è una fede e non una religione . Una Tesi ripresa da diversi teologi e biblisti di oggi , come Alberto Maggi e lo spagnolo Josè Maria Castillo, grande teologo gesuita , prima cacciato dal suo insegnamento, poi riabilitato da Papa Francesco. La religione è un insieme di riti, prescrizioni, liturgie , norme rigide. Che generano una struttura rigida di potere. E’ il sistema che Gesù contestò con forza, di quell’ebraismo imposto dagli Scribi e dai Dottori della Legge. Che era l’ebraismo del tempo di Gesù. Anche se egli diceva che non era venuto ad abolire la Legge (la Torah) ed i Profeti, ma a darle pieno compimento. Si sentiva profondamente ebreo come ebrea si sentiva Maria. Ma fu proprio la contestazione del potere religioso (che aveva forte valenza politica) che lo portò alla crocifissione, alla morte più infamante, riservata a ribelli, ladroni , scarti della società. Ma Gesù è l’incarnazione di Dio, è il suo figlio. Conosciamo Dio tramite Gesù . l’essere creato ad immagine e somiglianza di DIO nel cristianesimo si radicalizza con l’incarnazione e la resurrezione. Ma veniamo al tema. Come si fa a credere in Dio quando viviamo questa terribile pandemia? E’ un problema che se lo pongono anche i credenti. Poi c’è la tesi opposta di chi ha una visione terroristica della religione (non della Fede) la Pandemia è il castigo di Dio. Questa è una visione tipicamente pagana: Giove che incenerisce i trasgressori. Ma nulla ha a che vedere con il cristianesimo. Concludo: la Pandemia non è un castigo divino. Dio offre a tutti a Grazia, ma l’uomo, con il libero arbitrio la può rifiutare. E la rifiuta quando costruisce sistemi che non solo provocano ingiustizie e disuguaglianza gravissime, ma che devasta l’ambiente in nome del profitto. E’ opinione di molti esperti che rilevano come molte epidemie e pandemie sono il frutto di queste devastazioni. E comunque continuo , pur nella difficile prova, ad avere fede in Dio. E recito il Padre Nostro (è la preghiera che Gesù ci ha insegnato).

marzo 28, 2020

Urbi et orbi!

Papa Francesco, davanti a una piazza San Pietro spettrale, sotto un cielo plumbeo, solo con tutta la sua forza e tutta la sua debolezza umana, recita l’Urbi et Orbi.

Un’immagine destinata a rimanere per sempre scolpita nella nostra memoria di atei e credenti, laici e cattolici, semplicemente esseri umani di fronte a qualcosa di spaventoso e più grande di noi. Che si vedono e si riconoscono umanamente nelle parole di questo grande Papa.

“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.

 

 

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gennaio 25, 2015

Giornata della memoria.

  Mi domando come un popolo che ha sofferto lo sterminio, i campi di concentramento, la gasificazione, la perdita della dignità e tutto il male possibile da parte di un regime orribile, possa oggi esercitare le stesse sevizie su un popolo, quello palestinese, che rivendica gli stessi diritti ed il diritto di esistere in pace, libertà, autonomia. Siamo circondati dal dolore, dalla morte, dalle stragi e nessuno sembra accorgersene ad eslusione di Papa Francesco.Sono pessimista sull’Umanità e credo che morirò senza vedere quel mondo migliore per cui ho sempre combattuto.

Amen.

gennaio 15, 2015

Parola magica:amore. L’unica risposta al terrorismo.

gennaio 13, 2015

Finalmente qualcosa di sinistra.

MEDIORIENTE, LOCATELLI (PSI) LA CAMERA APPROVI MOZIONE PER RICONOSCIMENTO PALESTINA

“Mi auguro che il Parlamento italiano approvi la mozione sul riconoscimento della Palestina, i tempi sono maturi, e siamo già in ritardo rispetto a quanto hanno fatto i Parlamenti di Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Belgio e Spagna, per non parlare del riconoscimento ufficiale da parte della Svezia”. Lo ha affermato la deputata socialista Pia Locatelli, capogruppo del Misto in Commissione Esteri alla Camera, prima firmataria della mozione che ha raccolto oltre 60 firme e che sarà discussa in Aula venerdì prossimo.

“Anche Papa Francesco intervenendo oggi ha auspicato che la soluzione di due Stati, Israele e la Palestina, diventi effettiva. Noi pensiamo che il riconoscimento da parte del Parlamento italiano, pur non avendo carattere vincolante, possa costituire una legittimazione ulteriore delle istituzioni palestinesi e, al tempo stesso, possa costituire sostegno per la parte israeliana per ritornare al negoziato con gli interlocutori a questo legittimati non dalla forza, ma dalla loro effettiva rappresentatività e dal riconoscimento della comunità internazionale”.

gennaio 13, 2015

Quelli che vanno a combattere con l’Isis, perché lo fanno?

Quelli che vanno a combattere con l’Isis, perché lo fanno?

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Questo pezzo è uscito in Germania sulla TAZ. Ringraziamo l’autore e la testata. di Marco D’Eramo È straordinario come nessuno si soffermi davvero a chiedersi perché tanti giovani che vivono in Europa, Canada, Australia, persino Cina, vadano ad arruolarsi per combattere in Siria e in Iraq con il cosiddetto Stato islamico (Isis), o con altre […]