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Maggio 1, 2021

Vincenzina La Fata!

di Beppe Sarno

Siamo sicuri che ancora oggi esista il primo maggio?  Siamo sicuri che sia ancora una festa?

Personalmente credo che il primo maggio sia un giorno come un altro in cui non c’è niente da festeggiare perché la classe operaia, i lavoratori sono stati rinchiusi in un recinto circondato da filo spinato che al posto delle sirene ci sono televisori che trasmettono senza interruzione trasmissioni di “Porta a porta” e dibattiti politici per convincerli che tutto va bene.

La retorica sul primo maggio non serve a nulla, se non ad illuderci che esiste un mondo in cui esistono i buoni e i cattivi.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della nostra carta Costituzionale, la legge delle leggi. I padri costituenti fecero un capolavoro che era non solo la legge fondamentale dello stato democratico che si liberava dal fascismo,  ma anche e soprattutto esprimeva un programma che le future generazioni avrebbero dovuto realizzare.

Ancora oggi quel programma rimane sulla carta e allo stravolgimento del titolo quinto della Carta avvenuto nel 2001 non ha fatto seguito, grazie ad un  risveglio della coscienza democratica,  il tentativo di Renzi  di renderla praticamente inoffensiva. Ma gli sciacalli non si arrendono e sono sempre pronti a rendere quella Carta inoffensiva perché la finanza internazionale ha decretato che è troppo socialista.

Allora ha senso oggi celebrare il Primo Maggio?

Se ci guardiamo alle spalle c’è un senso, perché il primo maggio è rosso, scusatemi la retorica, del sangue di tutti quelli che sono morti per difendere i diritti di quelli che per “lavoro” intendevano ricerca non solo del diritto di vivere da uomo libero ma anche un’affermazione della propria dignità.

“Ogni ingiustizia che si fa su una persona che lavora è calpestare la dignità umana – ha detto Papa  Francesco il primo maggio2020- la dignità dell’intera umanità.”

Di fronte all’indifferenza della politica i diritti dei lavoratori vengono calpestati quotidianamente;  secondo l’ISTAT in Italia oltre tre milioni di lavoratori vengono sfruttati e sottopagati per non parlare dei migranti che vivono da invisibili nelle nostre campagne. Nel nostro meridione il 50% dei giovani è disoccupato ed identica percentuale vale per le donne.

Allora di fronte ad un parlamento che ha dimenticato i lavoratori ed i loro diritti bisogna fare delle scelte perché solo se si sceglie da che parte stare si può pensare di meritare di ricordare il primo maggio.

Il capitalismo di oggi, sempre più finanziarizzato, intende il mercato del lavoro come un mercato dove si compra quello che si vuole e si lascia il resto negli scaffali.  E’ necessario invece combattere il neoliberismo sfrenato che vive indisturbato da un quarto di secolo.

Primo maggio deve significare lavoro come realizzazione dell’individuo, come ascensore sociale e come fonte di benessere per l’intera collettività.

Attuare il progetto scritto nella carta costituzionale perché la Carta Costituzionale ha fatto sempre paura al capitale finanziario.

L’Assemblea Costituente con i padri fondatori cominciò a lavorare alla Carta nel 1946  il 25 giugno per approdare alla sua entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

In quello stesso periodo la mattina del 1° maggio 1947 a Portella delle Ginestre in Sicilia furono falciate 11 persone fra cui Vincenzina La Fata una bimba di otto anni. Il ministro degli interni dell’epoca il 9 maggio successivo nella seduta dell’Assemblea Costituente Mario Scelba dichiarò “Non c’è movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto.” Ma la strage di Piana degli Albanesi non fu un episodio circoscritto: l’8 maggio venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia, dirigente comunista della Camera del lavoro.  L’attacco ai lavoratori ed alla Costituzione che stava faticosamente vedendo la luce, continuò. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono.

Nel 1949, al processo di Viterbo, durante un’udienza Gaspare Pisciotta dichiarò: “Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…”. Ma non si riuscì mai a provarlo.

La strage di Portella della ginestra ci ricorda che la democrazia non ci è stata regalata ma è stata conquistata giorno per giorno strappandola all’aggressione fascista che non si è fermata all’indomani della caduta del regime, ma ha  continuato ad operare per anni attraverso trame oscure, depistaggi, tradimenti di servitori dello stato. In Italia ci sono state stragi attentati, morti e feriti. Una guerra civile a bassa intensità di cui hanno fatto le spese sempre e soltanto i giovani, gli studenti, i lavoratori.

Come socialista ritengo che noi non abbiamo   bisogno di quella che è stata definita “ coesistenza competitiva con il capitalismo” né debbono coltivare un utopismo messianico. Il  nostro dovere è quello di continuare ad essere socialisti e a parlare ai giovani, ai lavoratori  da socialisti. I  giovani che hanno vissuto la crisi economica sulle loro spalle fin dal 2008 e continuano a viverla in maniera sempre più drammatica hanno voglia di politica, hanno voglia di contare, di cambiare le cose. Fino ad oggi la loro voglia, la loro rabbia si è indirizzata verso populismi malsani. E’ dovere dei socialisti  parlare della necessità di una progressiva modificazione delle strutture sociali per adeguarle al paradigma democratico e nella creazione di contropoteri che permettano ai lavoratori, al ceto medio impoverito, alla massa di disoccupati, ai migranti di intervenire attivamente ed efficacemente nel processo decisionale politico in Italia come in Europa.

La Carta Costituzionale deve essere il nostro vangelo laico. Ricordando Vincenzina La Fata bimba di otto anni la vittima più giovane della strage di Portella della ginestra.

aprile 10, 2021

Pietà l’è morta!

un’intervista della nostra antonella ricciardi alla figlia di un detenuto piena di dolore e di stupore per uno stato che mostra tutta la sua debolezza e vigliaccheria, mostrandosi forte e cattivo con i deboli e rinunciando al suo dovere di redimere e perdonare chi mostri il pentimento.

di Antonella Ricciardi

L’appello di una figlia che non contrappone la condanna di reati legati alla violenza, al restare accanto ad un padre che ama: questi sentimenti profondi sono espressi, con intensità, da Francesca Romeo. La giovane Francesca condanna in modo incontrovertibile la violenza delle faide, e nel contempo aiuta il padre Tommaso, detenuto per reati di ‘ndrangheta, a diventare persona diversa e migliore. Un tempo coinvolto nella cosca D’Agostino-Belcastro-Romeo, Tommaso Romeo aveva cercato di distaccarsi da un cugino della famiglia D’Agostino, che spadroneggiava in diversi luoghi della Calabria; in pochi anni, si era arrivati ad una escalation, un crescendo di violenza, che non si era riusciti a fermare: una guerra, un effetto domino. Rispetto a quel tragico passato lontano, però, Tommaso Romeo ha intrapreso un percorso di profondo miglioramento ed interruzione di rapporti con la devianza, cercando di fare emergere sempre più la parte pulita della propria coscienza, rispetto agli aspetti legati al buio del passato; un itinerario certamente reale, il suo, che però non è favorito dalla sua carcerazione ancora ostativa: 28 anni di carcere consecutivi, senza un permesso, normalmente chiuso in una stanza, senza vedere paesaggi,  rendono certamente difficile fare uscire il meglio di se stessi; e non è facile, ammette Tommaso Romeo in uno scritto sul giornale “Ristretti Orizzonti”, far sì che in questa condizione, generando rabbia, non offuschi la mente.  Un passo avanti, per Pasquale Romeo è stato comunque la revoca del 41 bis, durante il quale, tra le altre cose, si veniva, spesso, sottoposti troppo frequentemente a perquisizioni che possono risultare umilianti, anche per la loro gratuità: anche parti intime vengono “ispezionate” durante delle flessioni, volute per “facilitare” il controllo; il cibo non poteva essere cucinato. Negli ultimi anni, comunque, la frequenza troppo accentuata di tali perquisizioni estreme e il divieto di cottura sono stati condannati in delle sentenze, revisionando in piccola parte lo stesso 41 bis. Le parole e gli scritti di Tommaso Romeo esprimono con chiarezza un cambiamento per il bene, attestato anche da significativi incontro dell’associazione “Ristretti Orizzonti”, che appunto dà nome anche al giornale e ad una casa editrice: anche con incontri di familiari di vittime, in un percorso di giustizia riparativa. La stessa Francesca Romeo, innocente figlia di Tommaso, è in contatto molto cordiale con Fiammetta Borsellino, figlia del Magistrato eroe del 1992. Anche Paolo Borsellino aveva espresso fede nella redenzione, affermando anche che una scintilla divina fosse presente anche in coloro che  avessero un tempo commesso dei crimini. Attualmente, Tommaso Romeo spera che la sua crescita etica venga messa alla prova dei fatti, con un possibile, graduale reinserimento nella vita non carceraria. Tornando più La testimonianza di Francesca  Romeo, ha  trovato la più grande attenzione in coloro che ogni giorno si impegnano ad aiutare le persone più immerse nel dolore: una sua lettera era stata letta da Papa Francesco l’anno scorso, lei stessa aveva parlato alla trasmissione RAI “A Sua Immagine”, ed il percorso di suo padre è stato particolarmente incoraggiato da don Marco Pozza: cappellano del carcere di Padova, sacerdote molto ispirato e vicino anche alle “periferie” marginalizzate della società; i suoi libri e perfino le sue interviste a Papa Francesco hanno, al riguardo, impresso un segno indelebile nella coscienza di molti.

Ricciardi: “Tuo padre, Tommaso Romeo, un tempo coinvolto in una guerra di ‘ndrine, le cosche calabresi, si è da tempo dissociato da quel passato. Puoi esporre, per far conoscere anche agli altri meglio, qualcosa di questo percorso?

 Romeo:“Sì; mio padre è stato tanti anni, in carcere, e fino a nove anni fa ha conosciuto un tipo di carcere che non gli permetteva di fare nessun progetto, nessun percorso. A Padova, è stato trasferito nove anni fa: da allora, mio padre è cambiato; dico da quel giorno, perchè a Padova ha conosciuto una realtà diversa, con il percorso che ha seguito con “Ristretti Orizzonti”, che è un’associazione, portata avanti da Ornella Favero, una volontaria, responsabile dei Volontari Italiani; tramite questo percorso, mio padre ha riconosciuto i suoi errori.”

Ricciardi: “Ornella Favero è anche nell’associazione Granello di senape?

 Romeo:“Sì. Aggiungo che mio padre si è sentito trattato da persona: da essere umano, e non soltanto come numero. Quando si è sentito appunto trattato in quanto essere umano, gli è stato detto da Ornella di partecipare a questo percorso, e soprattutto consigliato di riprendere gli studi. Mio padre è una persona diplomata, però Ornella lo aveva incoraggiato ad intraprendere l’Università, come lui ha ben fatto. Noi andiamo, giustamente, a trovarlo: dal quale giorno, nella sala colloqui, noi abbiamo visto una persona diversa: meno arrabbiata, più solare. Soprattutto è questo cambiamento che ho notato, perchè è stato anche lui che mi ha chiesto, per primo, di partecipare a questa iniziativa: mi ha chiesto di aiutarlo, di appoggiarlo. E da qui, ho capito che mio padre è cambiato, anche perchè ha iniziato un percorso scuola-carcere: le scuole così entrano anche in carcere. Così, le testimonianze, le domande, crude e nude, degli studenti, giustamente, lo hanno messo davanti ai suoi errori… E la cosa più bella che, comunque, io ho visto, è stato di vedere mio padre dire ad un giovane, ed anche ad un nipote, di non fare certi errori nella vita, perchè altrimenti saranno loro a pagare: come lui, che ha perso la sua libertà.”

Ricciardi: “Quindi, sta aiutando anche gli altri a non sbagliare…Può anche darsi che stesse cambiando pure prima, ma non gli fosse stata data la possibilità, perchè non messo alla prova, nè stimolato?”

 Romeo: “Certo, perchè, come ti dicevo, ha conosciuto un carcere diverso. Soprattutto, lui è stato anche in un regime di 41 bis, quindi in un regime molto duro.”

Ricciardi: “Sì, in effetti: estremo.”

Romeo: “Lì, la dignità di una persona viene annullata; sempre solo, in isolamento. Ci stavano negando anche il rapporto tra padre e figlie, per vari aspetti; figurati se gli permettevano di fare percorsi. Poi, quando gli hanno tolto il 41 bis, da lì, c’è stato un cambiamento di carcere, ma anche di lui, in quanto essere umano, per il modo in cui veniva trattato; per cui lui, tutto quello che aveva dentro, lo ha messo fuori. Lui spera di ottenere un permesso, per fare capire anche alla società che è cambiato”.

Ricciardi:“ lui chiede un trattamento normale: quello che hanno quasi tutti gli altri. In quanto figlia, ti è chiaro in che modo tuo padre sia stato coinvolto, forse in parte involontariamente, in una guerra di ‘ndrangheta? Almeno per fare capire un meccanismo.”

 Romeo:“, come dice mio padre, non scegli tu dove nascere; è nato al Sud dove ci sono, a volte, dei contesti sbagliati; dei contesti che ti portano, tra virgolette, a fare qualcosa di sbagliato. Sei giovane, sei ingenuo, ti fa piacere avere qualcosa subito, qualche soldino subito…e non puoi tornare più indietro, purtroppo. C’è stata una guerra dove, se tu entri, non puoi più tornare indietro. Se fai qualcosa, sei portato dagli eventi a farla: lui ha agito in un certo modo, perchè altrimenti poteva succedere a lui.”

Ricciardi:  “è difficile uscire, almeno attivamente, dalle mafie. Dove non c’è lavoro, attecchiscono, dove non c’è lo Stato: sono lo Stato parallelo…”

 Romeo: “dove non hai la possibilità di scegliere, purtroppo. Dove anche oggi ci sono giovani che, se non lavorano, sono portati a fare qualcosa di sbagliato. “

Ricciardi:“A maggior ragione, è giusto non emarginare parenti di persone che abbiano avuto problemi giudiziari: altrimenti come fanno a trovare un lavoro onesto:..non è colpa loro, se non lo trovano.”

 Romeo: “Io e mia sorella gemella  siamo state discriminate, perchè avevamo il papà in carcere, soprattutto quando dovevamo viaggiare, dovevamo andare a trovare mio padre…”

Ricciardi: “E poi così si rischia di frequentare solo le persone che pure hanno i padri in carcere: figli che possono essere bravissimi, ma bisognerebbe avere rapporti con chiunque, normali: sia in contesti difficili, che non difficili, e non inquadrare in modo troppo predeterminato, arbitrario.”

 Romeo: “Purtroppo, se non cerchi di farti scivolare le cose addosso, entri in un brutto meccanismo, perchè è una cosa sbagliata che gli errori dei padri ricadano sui figli, perchè mio padre ha sbagliato, ma non ho sbagliato io.”

Ricciardi:“Poi, tu meriti tutto il rispetto del mondo perchè cerchi di aiutare tuo padre; sarebbe contro natura contestare il fatto che tu gli stia accanto.”

Romeo: “Sì, però, se sei figlia di….paghi anche tu le conseguenze, pur non avendo sbagliato. Io conosco molti amici miei, che  sono figli di….e purtroppo gli negano il lavoro: gli si nega la possibilità anche per una uscita, per una pizza.”

Ricciardi: “Mi sembra questa una mentalità mafiosa, poi: non è solo quella degli affiliati, va molto oltre.”

 Romeo:“Bravissima; oppure, se sei figlia di….,  pensano che sbagli anche tu, ma non è così. Conosco molte persone oneste, che vanno a lavorare. Io stessa, sono 11 anni che lavoro; è addirittura un motivo in più la mia situazione, perchè mio padre non è a casa, quindi non porta lo stipendio. Siamo noi a dovere portare lo stipendio: io ho 29 anni, e sono 11 anni che lavoro.”

Ricciardi:“Lui potrebbe lavorare in carcere, cosa auspicabile… non gliel’hanno permesso? Sarebbe bello se potesse: magari risarcirebbe la società, ed aiuterebbe voi: un po’ tutte e due le prospettive. So che però è un beneficio: non può averne ancora?

Romeo:“Purtroppo non può averne, perchè è nell’alta sicurezza. Chi è invece nella sezione dei comuni, lavora; infatti, a Padova, c’è anche la ditta Giotto, dove fanno dolci: è conosciuta, sfornano dolci per tutta Italia.”

Ricciardi:“Eppure la società si auto-aiuterebbe, se gli permettesse di lavorare: sarebbe ragionevole, anche sul piano pratico, oltre che eticamente.”

 Romeo:“Ed aiuterebbe molto anche lui, perchè ha un senso di colpa fortissimo, perchè sa di dovere pesare. Si sentirebbe più utile, sia per noi che per la società stessa.”

Ricciardi:  “Hai ragione… Rimarcando qualche particolare in più, che ruolo hai avuto, insieme alla tua famiglia,  nell’evoluzione della sua coscienza, per spezzare la catena del male? Un concetto su cui è giusto insistere. Siete riusciti a stimolarlo, motivarlo?”

Romeo:“Sì, allora io l’ho motivato tantissimo: soprattutto nei suoi sensi di colpa, perchè lui sa di avere sbagliato, se, se avesse potuto tornare indietro, non avrebbe rifatto il percorso che ha fatto. Peraltro, far crescere le sue due figlie, senza un padre accanto, crea centomila difficoltà. La sua pena, il suo rammarico, i suoi sensi di colpa, lo hanno fatto cambiare, davvero. Poi l’incontro con la scuola in carcere lo ha fatto cambiare veramente, perchè in questi ragazzi rivede quasi le sue figlie, e soprattutto i nipoti; infatti, lui dice spesso: “Non ho potuto fare il padre, più di persona, spero farò meglio il nonno”. Io l’ho motivato tantissimo, perchè sa che io sono sua figlia , però non l’ho mai giustificato, io. Sono orgogliosa di avere lui in quanto padre, per il rapporto padre-figlia: certo, fisicamente c’è stato poco, perchè avevo otto mesi quando è stato arrestato, però è stato un grande uomo ad instaurare, comunque, un rapporto così forte; però, non ho mai giustificato il suo percorso di cittadino.”

Ricciardi: “Sono due cose diverse, l’affetto per lui, e l’essere più obiettivi su determinate situazioni.”

 Romeo:“Sì; io non lo giustifico, ma non ce l’ho con lui. E questo mio perdono l’ha motivato tanto: l’ha motivato al cambiamento.”

Ricciardi:“ magari lui tiene particolarmente al tuo giudizio, naturalmente. Senti, in  che modo hai vissuto e vivi la sua prigionia? Puoi darci qualche particolare?  Ricordo che, pur non essendo più sottoposto al regime estremo del 41 bis, la sua detenzione risulta ancora ostativa: una forma di carcerazione oggi però messa in discussione: ci sono i primi segnali sia in via di superamento… Che prospettive vedi?”

Romeo: “a Padova viviamo un tipo di carcerazione diversa: si è beneficiati di tantissime telefonate, che prima non avevamo: un carcere non permissivo, però perlomeno più umano: anche per continuare il rapporto con la famiglia, perchè sennò molte persone vengono anche abbandonate in carcere…perchè, se chiudono tutte le porte con la famiglia, è dura per chi resiste. Perchè già sei in un ambito dove c’è solo disperazione, e se vengono chiuse anche le porte, per la famiglia è dura. Però, come dice mio padre, ce l’abbiamo fatta: fino ad ora ce l’abbiamo fatta. E vivo, e spero soprattutto, di potere un giorno…ed a piccoli passi, attenzione, che lui possa ottenere un permesso, e magari portare i bambini con sé”.

Ricciardi:“Verrebbe pure messo più alla prova: magari la società si potrebbe di più rassicurare.”

 Romeo: “Brava, brava. Sì, infatti mio padre è stato arrestato, purtroppo poi non è stato più messo in libertà.”

Ricciardi: “Sono quasi 30 anni

 Romeo: “28, sono 28 anni di carcere, consecutivi…ma per metterlo alla prova, è opportuno; un po’ alla volta, in un posto dove all’inizio ci siano anche gli assistenti sociali, protetto, piano piano. Perchè, come io ho detto ad Ornella, io posso mettere la mano sul fuoco che mio padre non sbaglierà. Non sbaglierà, perchè sa cosa vuol dire aver sbagliato.”

Ricciardi: “ Non gli converrebbe, e poi soprattutto ha capito: è chiaro, da tutto quello che esce fuori.”

Romeo: “Ma neanche chiedo che venga qui, non lo vorrei in Calabria, in permesso. Anche lì a Padova potrà essere. Io due anni fa mi sono sposata, ed ho chiesto al direttore, ho fatto una lettera anche al magistrato di sorveglianza, purchè mio padre mi potesse soltanto accompagnare all’Altare… e non al ristorante, ricevimento. Chiedevo se mi si poteva fare questa grazia. Io ero disposta a sposarmi lì a Padova, con pochissimi parenti, soprattutto quelli stretti: mi è stato negato, mi hanno chiesto se volevo sposarmi in carcere: nella cappella del carcere. Mio padre non ha voluto assolutamente.”

Ricciardi: “Per te, magari”.

 Romeo. “Sì, ma poi è sempre un carcere: un posto squallido. Poi non poteva entrare nessuno, assolutamente; non è che dovevamo fare chissà quale grande festa, però mio suocero, mia suocera, le mie cognate, non potevano entrare.”

Ricciardi: “ Il no determinante è stato dovuto a  qualche Magistrato, giusto?”

 Romeo. “Ovviamente”.

Ricciardi: “ Forse c’era anche il problema dell’interpretazione del 41 bis, che ora è stato dichiarato incostituzionale”.

Romeo: Però il  41 bis è tanti anni che ce l’ha. Stiamo lottando con l’Avvocato, per la declassificazione. Abbiano fatto richiesta per questo: la sua sintesi, il Direttore, il Got, hanno tutti dato parere favorevole, positivo, perchè il suo percorso è ottimo”.

Ricciardi: “Ci sono alcuni casi precedenti di persone che, pur non avendo collaborato, hanno avuto dei benefici: penso ad esempio al caso di Carmelo Musumeci, dal 2018.”

 Romeo: “Ce ne sono tanti, di casi.”

Ricciardi:“Quindi, quello che avevi chiesto, pur difficile, non era impossibile. “Difficile” non perchè fosse irragionevole quanto avevi chiesto (perchè era umanissimo), ma era problematico proprio a livello di blocchi, riguardo la prassi, che solo ora cominciano ad essere sgretolati.”

 Romeo: “Carmelo Musumeci era nella stessa sezione di mio padre: facevamo i colloqui insieme; a lui è stata data la possibilità di benefici, ed a mio padre no. Un altro detenuto che pure era nella stessa sezione, adesso sta avendo dei permessi: ora purtroppo sta male la mamma, ed il cappellano del carcere di Padova, don Marco, lo vorrebbe accompagnare a vedere la mamma, in Calabria: lui abita molto vicino a casa mia.”

Ricciardi: “Quindi è auspicabile, naturalmente, anche per tuo padre.”

 Romeo: “Sì, io ho un po’ di rabbia per i “no” detti a mio padre, perchè sto perdendo un po’ le speranze. Ho un po’ di rabbia verso la giustizia italiana, perchè se io faccio un qualcosa, un percorso, per dimostrare di essere cambiato, e tu non mi dai la possibilità, allora che lo faccio a fare?”

Ricciardi:“Però adesso si stanno sgretolando dei muri, e infatti ti volevo chiedere tu, tenendo conto di tutti questi fatti, senti di esprimere particolari riflessioni, per una possibile conciliazione tra una società libera da illegalità e paura, ed il riscatto dei detenuti, che viene costruito quotidianamente? In che modo evitare che alcuni detenuti vengano discriminati?

 Romeo:“Io penso che lo Stato non dovrebbe fare, tra virgolette, lo stesso gioco del mafioso. Se tu fai la stessa cosa, se non gli si dà la possibilità, si “buttano la chiavi”, e ci si sente un “uomo morto”, purtroppo che è condannato alla morte, quando verrà,  senza miglioramenti, si fa lo stesso gioco. Emerge anche “paura” di una persona, e non si evidenzia uno Stato forte. Perchè se si ha paura di una persona che ha fatto 30 anni di carcere, sottolineo, e tantissimi anni di riabilitazione, e parla con gli studenti, non si è rassicuranti; in quelle occasioni, lui pubblicamente si è dissociato da comportamenti illegali, ed ha detto di fare attenzione a dove mettere i piedi, per non sbagliare. Ecco, uno Stato che abbia paura di un uomo così, non si dimostra uno Stato forte.”

Ricciardi:“ c’è il rischio di far mitizzare delle persone, rese, nei fatti,  troppo vittime. Questi trasgressori del passato, vittime di un trattamento troppo duro rispetto alla norma, possono diventare punti di riferimento per tanti scontenti.”

Romeo: “Sì, poi i ragazzi, i figli di queste persone, per cui lo Stato non c’è mai Stato, vengono anche incattiviti dallo Stato stesso, con queste discriminazioni.”

Ricciardi: “lo Stato, per farsi rispettare, deve anche rispettare”.

Romeo:“Io poi ho seguito un percorso lineare, e non di devianza.”

Ricciardi: “ Ma tu poi chiedi cose “normali”: misure costituzionali.”

Romeo:“Io cerco di far vedere realmente la persona cambiata che è mio padre: solo questo. A piccoli passi, sottolineo; ovviamente.”

Ricciardi: “tu chiedi possa cambiare il grado di intensità della pena, essendo cambiato lui, e tenendo conto che sia cambiato il contesto anche del suo percorso.”

Romeo: “E’ controproducente, e come dici tu, ottuso; è cercare di non sentire, di non vedere: far finta di non capire. Questa persona, figlia di un detenuto discriminato, la si può anche incattivire.”

Ricciardi: “In effetti, è normale: è una reazione a un’offesa. Poi diventa, in un certo senso, una tortura non dare prospettive: la tortura è anche mentale.”

Romeo:“Sì, sì, sì.”

Ricciardi: “L’impressione è che comunque stia cambiando qualcosa anche nella coscienza collettiva: se ne sta parlando di più.”

Romeo:“Sta cambiando, e non so se hai visto, se ricordi, la Via Crucis dell’anno scorso, col Papa. Io ero o l’ottava o la nona, tra le autrici delle missive: il Papa ha letto la mia lettera.”

Ricciardi: “ un bellissimo segno di vicinanza. Non sapevo fosse proprio la tua ma so che Papa Francesco si è espresso più volte contro l’ergastolo ostativo, ha incontrato anche Carmelo Musumeci, in precedenza. Davvero è una cosa meravigliosa, fa capire che sia una delle cause tra le più importanti; d’altra parte, l’idea della redenzione è molto presente, anche nel Vangelo: l’idea di qualcuno che, pur essendo stato un malfattore nel passato, diventi più umano; c’è, ed è un’idea anche universale, oltre che cristiana.”

Romeo:“Sì per il Papa bisogna dare una possibilità; non si deve negare, si deve dare”.

Ricciardi:“ la redenzione di chi abbia commesso certi errori è la redenzione anche di chi gli dia tale possibilità.”

Romeo:“Voglio essere ottimista, per quanto la realtà non sia semplice. Oltretutto con la pandemia, è da circa un anno che non incontro di persona mio padre: per problemi di covid, si sono ulteriormente ristrette le possibilità, per cui non possiamo incontrarci: noi non possiamo salire, e quindi ci vediamo soltanto con la videochiamata. Sto perdendo un po’ le speranze perchè vedo soltanto parole, parole, parole.”

Ricciardi:“I più sono ancora prigionieri dell’ergastolo ostativo, dobbiamo dirlo; però, ci sono stati cambiamenti importanti; in fondo, basta qualcuno di questi casi, perchè non sia impossibile per gli altri, anche se è ancora lento il cambiamento. L’auspicio può essere che aumenti e si velocizzi.”

Romeo:“Sì, che aumenti e si velocizzi, perchè per fortuna parecchi stanno beneficiando di permessi: anche per fare vedere alla società il loro cambiamento. Questo è l’auspicio: per mio padre, e per tutti gli ergastolani, che purtroppo sono degli uomini-ombra: è come una pena di morte, nascosta.”

Ricciardi:“La cosa più grave è la mancanza di tutti i benefici: è una situazione che solo ora sta diventando un po’ più nota. Non era neanche notissima.

Romeo:“Non era notissima, ed io, quando ne ho cominciato a parlare pubblicamente, avevo anche paura: dei pregiudizi, delle discriminazioni; però poi mi sono fatta coraggio, perchè quando non si sa, non se ne parla, sembra tutto normale…invece normale non è.”

Ricciardi: “l’auspicio è di tornare alla Costituzione, tornare alla vita più piena, per loro.”

Romeo: “Certamente”.

Ricciardi:“ Con questo isolamento, si rischiano problemi mentali, e c’è deprivazione sensoriale.”

Romeo:“Sì, problemi mentali; ti negano tutto su un rapporto più naturale. Anche come persona umana, perchè sono continuamente reclusi in quella stanza. Per esempio, io ricordo sempre una cosa in mente: mi ricordo che al 41 bis non potevamo preparargli certi pacchi da casa: è una cosa impensabile… perchè non poteva mangiare alcune cose che gli mandavamo dalla Calabria, da cucinare.”

Ricciardi: “Non poteva cucinare?”

Romeo:“No, doveva per forza mangiare le cose che gli passavano loro. La posta pure è censurata: loro, prima di dargli la posta, gliela leggono. Mi ricordo che, quando era una bambina di 10 anni, ed una bambina di quell’età non sa determinate cose, e magari gli fai un disegno… Mi ricordo che era di moda Idol, quel topo…Mi ricordo che mio padre mi disse più di una volta di non fare disegni, perchè potevano essere scambiati per qualcos’altro.”

Ricciardi: “Alcuni aspetti di queste misure, ed anche la loro interpretazione, sono contro il buon senso, e poi devono essere anche molto vessatorie. Le limitazioni sull’alimentazione sono completamente inutili.”

Romeo:“Là fanno proprio la fame”.

Ricciardi:“Sì, addirittura, e perfino l’acqua è poca: aspetto ancora più preoccupante”.

Romeo: “Ho letto in un articolo pubblicato da Ornella, che ricorda qualcosa di vissuto da mio padre: lì, una persona ricordava di avere lanciato al compagno di fronte un pezzo di salame…”

Ricciardi:“Un aiuto alimentare?”

Romeo:“Sì, ed è stato punito”.

Ricciardi:“ non so se hai visto questo film, su orrori carcerari, si chiama “Papillon”, ed era ispirato ad una storia vera di una persona deportata in Guyana francese: là si vedeva, a parte il cibo cattivo, volutamente molto cattivo, e qualcuno aiutava un compagno di detenzione, regalandogli del cocco, della frutta… e veniva punito per questo: si vede la stessa tipologia di situazione, anche se era ambientato molti decenni fa. E poi si vedeva questo capitano delle guardie, che diceva: “Ma quale redimervi, noi vi vogliamo spezzare…”. Purtroppo questo è ancora attuale, in molti casi.”

Romeo:“ identico. Così come mi diceva mio padre, quando ero più grande, mi parlava di questo 41 bis, che a sorpresa, durante la notte, o anche di giorno, quando stavano dormendo, entrava una squadra di carabinieri, di guardie penitenziarie, diversa…”

Ricciardi:“Non conosciuta?”

 Romeo: “Una squadra specifica, dove mettevano a subbuglio tutta la cella, tutta la stanza, e…perquisizione a manetta: spogliati, denudati; e so di un’altra persona, non mio padre, un altro detenuto che ho conosciuto, che per svegliarlo, oppure per dispetto, non lo so, gli lanciavano un secchio d’acqua fredda addosso.”

Ricciardi:“Proprio una tortura; poi molti hanno riferito di perquisizioni estreme: troppo frequenti, brutali.”

Romeo:“Un detenuto di cui ho saputo è arrivato a contare anche dieci perquisizioni a notte. Evidentemente lo volevano fare impazzire. A mia madre l’ha raccontato un detenuto che ho conosciuto.”

Ricciardi:“Davvero agghiacciante. Si era sentito di perquisizioni troppo frequenti: ad esempio, ad ogni colloquio, che già è notevole, perché, considerando che poi c’è pure un vetro, non si capisce il perché di perquisizione, anche estreme, così frequenti. Forse si potrebbe capire ad ogni passaggio ad un carcere nuovo, ma certamente mancano serie motivazioni per le perquisizioni frequenti e frequentissime.”

Romeo:“Poi, fino a 12 anni, i minori possono oltrepassare il vetro, e gli adulti venivano fatti uscire.”

Ricciardi:“ tu stessa non lo hai potuto abbracciare per lungo tempo, prima della revoca del 41 bis, e parlavate col citofono.”

Romeo:“ mi ricordo che, nonostante ci fosse il vetro blindato, ci facevano togliere le scarpe, per le perquisizioni.”

Ricciardi:“anche il vetro è molto criticabile, perché vengono comunque filmati questi colloqui, venivate filmati, si poteva evitare il vetro stesso.”

Romeo:“Certamente!”

Ricciardi:“Risulta essere una tirannia sul corpo, oltre che sulla mente”.

Romeo: “Sì, misure che la civiltà dovrà superare.”

marzo 21, 2021

Giuda potrà mai essere perdonato?

Di Beppe Sarno

Si avvicina la Pasqua. Essa è la festa fondamentale per i cristiani, perché celebra la resurrezione di Cristo dopo la sua morte sulla croce. Tanti sono i personaggi che girano attorno alla morte di Gesù. Il finto democratico Pilato, i sacerdoti del tempio, il popolo che fece la scelta scellerata, i soldati romani, tra cui spicca quello che infilò la lancia nel costato del Cristo crocifisso,  le pie donne e tanti altri, alcuni presenti nei vangeli o  altri raccontati diversamente. Fra questi certamente un posto di riguardo è stato da sempre riservato agli apostoli. Pietro il primo pontefice, Giovanni l’evangelista, il primo della classe, Tommaso l’uomo del dubbio e via via gli altri per finire a Giuda.

Giuda il turpe, Giuda il traditore. Fin da ragazzi nelle scuole, al catechismo, nelle raffigurazioni, ci hanno insegnato che Giuda era il prototipo della perversione e del tradimento. Giuda era l’uomo che si è macchiato del peccato più abominevole perché aveva tradito il maestro.     Si dice “il bacio di Giuda” per indicare il tradimento per eccellenza. Personaggio enigmatico che compare alla ribalta solo per quel bacio, per il pagamento dei trenta denari e per la sua morte avvenuta in assoluta disperazione  e solitudine.    Eppure Gesù amava questo discepolo, che nelle narrazioni non viene mai alla ribalta, rimanendo quasi nascosto rispetto agli altri. Eppure quanto di Giuda c’è in ognuno di noi? Quante volte siamo stati assaliti dal dubbio se rispettare un patto o venire meno ad una parola data? Quante volte ci siamo vergognati per una piccola infamia, che non avremmo voluto commettere? Giuda che amava Cristo, che lo aveva seguito conquistato dal suo messaggio, rischiando la morte e che malgrado tutto questo riesce a tradirlo per poi sprofondare in un abisso di disperazione tanto grande da volere la morte.

Ecco quindi che Giuda diventa personaggio centrale della narrazione evangelica. Nel domandarci quali sono state le motivazioni che hanno spinto Giuda a tradire il suo maestro dobbiamo domandarci come molti hanno fatto prima, perché Dio ha creato un uomo che potesse indossare l’abito del traditore. Sembra che la figura di Giuda sia stata creata per dare risalto agli altri personaggi del racconto evangelico, come per dire se c’è Giuda ci sono anche gli altri che sono invece personaggi positivi. Nello stesso tempo Giuda contraddice il messaggio evangelico della misericordia e del perdono. Più è abietto Giuda e migliori sono gli altri. Ma perché Giuda ha tradito? Per denaro? Perché ad un certo punto ha creduto che fosse giusto? Perché ha avuto un ripensamento sulla validità del messaggio di Cristo? Perché il suo essere ebreo ha preso il sopravvento rispetto alla nuova fede che predicava Gesù?

I Vangeli parlano della passione e morte di Gesù come di una vicenda umana dove l’elemento soprannaturale è sottinteso, ma non  immediatamente percepibile. Anche l’ultima cena è rappresentata in maniera umana dove gli apostoli e lo stesso Cristo non recitano un copione già scritto, bensì vivono una vicenda intrisa di umanità che ancora oggi, dopo duemila anni, ci commuove.

Allora perchè Giuda? Se Giuda è il cattivo, il preverso per eccellenza il traditore, allora dove finisce la misericordia, il perdono?  Gesù lo ha chiamato amico e gli ha detto: “Amico, per questo sei qui!” (Mt 26, 50).

Ma gli ha anche detto “Ecco la mano di chi mi tradisce è con me sulla tavola. Il figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito” Lc. 22.21.-22.

Dov’è la misericordia in queste frasi?

Molti hanno risposto che Giuda fosse un predestinato, perché senza Giuda non si poteva compiere la vicenda di Cristo per come ci è stata narrata nei vangeli, ma è pur vero che probabilmente se Giuda non avesse tradito Gesù, lo avrebbe fatto un altro. Ma non può essere questa la risposta.

La salvezza promessa da Gesù non gli spettava. “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?” Matteo 26. 14-16). “Giovanni 6.51-70. Gesù sapeva “Eppure uno di voi è il diavolo”

Se  il tradimento di Giuda era necessario al compimento della morte e risurrezione di Gesù, lo si può veramente ritenere colpevole di quello che ha fatto? In fondo, il suo comportamento risponde a un disegno divino: come può allora Dio condannarlo?

Quel disegno poteva compiersi in mille altri modi. La letteratura sul tradimento di Giuda è sterminata e per questo per avere le risposte che una prova a darsi non ci si può discostare dal Vangelo.

Gesù non poteva essere tradito da un quivis de populo, bensì doveva essere tradito  da uno dei suoi uomini.  Secondo Giovanni  Gesù fin dall’inizio dice a Cafarnao scacciando alcuni aspiranti discepoli “perché non credevano” e poi soggiunge “non ho forse scelto io voi, i dodici? Eppure uno di voi è il diavolo” ed è sempre Giovanni a spiegare “ Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota; questi infatti stava per tradirlo, uno dei dodici.” Durante l’ultima cena Gesù dice a Giuda “quello che devi fare fallo al più presto!”Contraddizioni irrisolte ancora oggi.

Matteo, Marco e Luca definiscono Giuda come un traditore “quello che poi lo tradì”, ma Pietro negli “atti degli apostoli dice “”fratelli, era necessario che si adempiesse ciò che nella scrittura fu predetto dallo Spirito santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Egli era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero”. In Pietro sembra leggersi Giuda appunto come il predestinato, colui che deve compiere una missione perché si deve compiere il destino di Gesù. In queste affermazioni di  Pietro c’è una sorta di assoluzione nei confronti di Giuda perché compie una specie di atto dovuto. Non è Cristo che definisce Giuda amico (filoi) e nello stesso tempo afferma “amici sono detti coloro che faranno ciò che io vi comando” (Giov. 15.14)

Allora Giuda era il traditore o il prescelto? O era stato prescelto perché tendenzialmente traditore’? E’ il libero arbitrio che è in gioco. Se Giuda era un predestinato viene negato il libero arbitrio; ma se Giuda tradisce per sua volontà e vien punito con la morte e con la perpetua condanna allora la nostra fede non è la fede del perdono e della misericordia. Qual è la verità?

In Giovanni viene raccontato un altro episodio in cui si narra di Gesù che andato a Betania  fu omaggiato del lavaggio dei piedi con olio profumato di nardo da parte di Maria. Giuda criticò il fatto sostenendo che quell’olio poteva esser venduto e i soldi dati ai poveri e Gesù rispose “Lasciala fare perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avrete me.”(Giov. 12.1-8) Giovanni critica Giuda perché era lui che teneva la cassa e lo definisce ladro che non capisce che l’amore per Gesù viene prima di ogni cosa.

Alcuni hanno visto in questo gesto di Giuda una sua disillusione perché diversamente da quanto predicato si sprecavano soldi per un fatto voluttuario : Subito dopo infatti ”di conseguenza uno dei dodici, Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti.”(Matteo 26.14). Dolore, rassegnazione, delusione.

Però alcuni teologi hanno fatto notare che nei vangeli vien usato il verbo “paradidomi” ed il verbo significa “consegnare” ed ancora che solo Luca definisce Giuda traditore.

Gesù dice ““Amico, per questo sei qui!” (Mt 26, 50).

Secondo il cd. Vangelo di Giuda un testo ritrovato in epoca recente  Gesù sarebbe puro spirito sofferente perché incarnato. E’ chiaro che questo testo ci presenta un Giuda diverso “tu sarai maggiore tra loro poiché sacrificherai l’uomo che mi riveste.” Così Giuda diventa l’amico che libera Gesù dalla sua natura umana.

   Scrive Giovanni: venne la luce, ma gli uomini preferirono le tenebre. Forse Giuda non era necessario, ma è necessaria la morte e resurrezione di Gesù causate dal rifiuto dell’umanità alla salvezza proposta dal Padre. ma il Padre ne fa tesoro e con quella morte ci salva.

Giuda, il traditore, è stato prescelto dalla Divina Provvidenza, per il suo gesto proditorio? Potrà mai essere perdonato, visto che uno avrebbe dovuto tradire Gesù, perché il Figlio di Dio venisse crocifisso per la salvezza dell’umanità)?

Fu Giuda l’unico traditore? Come giudichiamo Pilato che messo di fronte ad una scelta si rimette al popolo ebreo, e come giudichiamo il popolo che lo aveva acclamato e poi sceglie Barabba? 

“Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato si penti e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo “Ho peccato perché ho tradito il sangue innocente.” Ma quelli dissero “che ci riguarda veditela tu!”

La morte disperata di Giuda è la certificazione di un fallimento di un uomo che aveva creduto in un progetto, se ne era innamorato, ma ha poi creduto di veder fallire questo progetto non per colpa sua, ignorato dai compagni, è incapace di andare avanti ed incapace di tornare indietro. I sacerdoti che lo avevano pagato non avevano più bisogno di lui, lo disprezzavano, gli  apostoli gli sembravano nemici, il futuro gli si era sciolto fra le mani: Giuda era come paralizzato fra un presente orribile ed un futuro oscuro e perciò aveva capito che il destino si era compiuto. Nella letteratura e nella pittura forse la disperazione di Giuda viene messo in evidenza con estrema efficacia perché è la disperazione di Giuda che diventa l’elemento centrale della narrazione.

Perché gli apostoli non si sono ribellati? Perché non hanno impedito che questo disegno si avverasse in questo modo così tragico per il loro maestro? Si può dire perché questo era deciso! E allora se questo era deciso perché Giuda si precipita verso il suicidio senza un ripensamento, senza un dubbio, senza pensare che ci poteva essere una via d’uscita.

Alcuni hanno visto in Giuda la rappresentazione dell’intero popolo d’Israele; condannando Giuda andava condannato l’intera fede ebraica. Ma questa interpretazione oggi è stata per fortuna ripudiata. Francesco e gli altri pontefici che lo hanno preceduto hanno assunto posizioni nette affermando che il cristianesimo non è la negazione dell’ebraismo.

E allora si torna alla domanda di partenza è possibile che Cristo abbia abbandonato Giuda senza possibilità di perdono? Cristo invoca la misericordia del padre dicendo “perdona loro perché non sanno quello che fanno”? Perché Giuda non dovrebbe rientrare in questo “Loro”?

Cristo parla a Giuda con dolore, ma anche con amore; in lui non c’è la condanna per il gesto del discepolo, ma rassegnazione. Il destino di entrambi sta per compiersi da un parte la crocefissione, dall’altra il suicidio. E’ un’umanità dolente che si confonde come una metafora dell’intero genere umano.

Dante colloca Giuda nella Giudecca e vedendo Lucifero esclama “Oh quanto parve a me gran meraviglia quand’io vidi tre facce a la sua testa!”. La testa centrale che è rossa divora appunto Giuda In questa estrema fossa infernale dove è esclusa ogni parvenza di umanità e la faccia di Lucifero appare rossa perché metafora del sangue versato da Cristo, e di quello stesso che Giuda versò di sè, suicidandosi;  rossa come la vergogna peggiore del genere umano, che Giuda incarna e sembra destinato ad incarnare in eterno, rossa necessariamente è la faccia di Lucifero, che  lo divora per l’eternità, in un processo di eterna assimilazione a sè stesso.

Terribile Dante!

Eppure diventa difficile giudicare Giuda perché oltre ad essere il predestinato si potrebbe pensare come qualcuno ha fatto perchè  è stato stesso Gesù che  ordina a Giuda di ‘tradirlo’, al fine salvare tutti gli altri, e non solo gli apostoli, da sicura morte. “Non giudicate, per non essere giudicati: perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati e con la misura con cui misurate sarete misurati”.

Invece nei secoli la tradizione dei teologi ha sempre condannato Giuda come il traditore, mentre chiunque si sia misurato con il dramma di Giuda abbia espresso i giudizi più contrastanti.

Il Noi come cristiani possiamo perdonare il gesto di Giuda senza affermare che va assolto perché era un predestinato e quindi senza colpa?

Questa teoria non può reggere Giuda: ha tradito per sua scelta sapeva di tradire e lo ha voluto. Si è poi pentito. Il pentimento fa parte della cultura cristiana mentre  nella tradizione classica, quella greca per intenderci, non esiste il pentimento esiste invece l’espiazione: pensiamo a Edipo. Invece fin nella Bibbia ebraica esiste il perdono come prova della misericordia di Dio.

Non è vero che il padre corre  a braccia aperte a perdonare il figliol prodigo? Non è vero che Satana nel dottor Faust di Mann nel sottoscrivere il contratto afferma “Il peccato quando è talmente enorme da far sì che il peccatore  profondamente disperi della salvezza, è la vera teologia della salute?” Quindi Giuda crede di aver commesso un crimine imperdonabile  ed è invece la gravità del crimine che lo salva. La disperazione si trasforma e salva Giuda.

Se Giuda non potrà essere mai perdonato dove finisce il rapporto fra la libertà dell’uomo e il piano della Divina Provvidenza? A questa domanda risponderei con un’omelia di Don Mazzolari il quale afferma “vedete Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Povero Giuda. Una Croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a concordare queste due fini. Voi mi direte “muore l’uno, muore l’altro” Io però potrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo,   nella speranza di Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è un mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola “amico” che gli ha detto il signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceverà fra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni.”  Dante, il mio mito, esce sconfitto da queste parole.

Parole forti: “Giuda nostro fratello”  e “Giuda è anche in noi.” Su questo bisogna riflettere per capire se possiamo accettarlo e per capire chi siamo.

E chi siamo noi per non perdonare Giuda?

gennaio 27, 2021

Non basta ricordare!

 Di Beppe Sarno

Il 27 gennaio di ogni anno viene celebrato Il Giorno della Memoria  per commemorare le vittime dell’Olocausto. Morirono milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, rom, comunisti, oppositori.

L’avventura hitleriana iniziò in una birreria di Monaco e si concluse fra le macerie del Palazzo della Cancelleria. L’olocausto  rientrava in un progetto preparato da uomini e da forze politiche complici dell’ascesa del dittatore, che aggredì in maniera brutale le democrazie occidentali.  Questo progetto fu assecondato da forze che favorirono il nazismo e rimasero indifferenti alla furia scatenata delle forze naziste. Se il nazismo avanzò così prepotentemente lo fu perché ci fu chi non volle o non seppe fermarlo. Si parla sempre delle vittime ma non bisogna dimenticare i carnefici che non furono soltanto gli aguzzini di Hitler.

Nel complesso e vastissimo panorama della storia nazista c’è una fase sulla quale la nostra attenzione non deve mai stancarsi di ritornare specie in un periodo come questo che vedono l’autoritarismo reazionario nascere dovunque e dove personaggi inaccettabili predicano odio e razzismo.

Il nazismo si affermò in Germania in un periodo abbastanza breve circa un anno e mezzo. Tra l’investitura di Hitler quale Cancelliere di un governo “legale” , il 30 gennaio 1933 e lo sterminio delle S.A. di Ernts Rohm il 30 giugno del 1934 si svolge tutta la conquista totalitaria del Reich da parte dei nazisti. Essa passa attraverso L’incendio del Reich (27 febbraio 1933) la capitolazione e la dispersione delle opposizioni socialiste  e comunista, l’annullamento dell’autonomia dei Lander regionali, lo scioglimento dei sindacati, dei partiti cattolici e la penetrazione nazista in tutti i settori dell’amministrazione statale. Il processo di Norimberga ha documentato che la grande finanza tedesca agevolò e sostenne l’ascesa di Hitler. Lo stesso Hitler in polemica con Goebbels affermò che alla prima rivoluzione non poteva seguirne una seconda e cioè in ossequio al principio che le promesse demagogiche fatte per attirare il consenso del popolo non sarebbero state mantenute. Anche l’eliminazione delle S.A. risponde a questa logica. Eliminare gli intransigenti per essere accolto come il salvatore dello Stato e il garante dell’ordine nei confronti del potere dell’esercito e della borghesia imprenditoriale ed dei magnati della Rhur. Hitler si incaricò personalmente di epurare l’ala estremista del suo movimento per consolidare il suo potere. Le linee guida di questa strategia sono perfettamente illustrate nel “Mein Kampf”. Un movimento fascista, secondo Hitler può conquistare il potere solo con l’ausilio delle “istituzioni” conservatrici esistenti: l’esercito, il capitale finanziario, gli imprenditori e la Chiesa.  Ciò comportava e comporta ancora oggi, l’annullamento di ogni velleità sovvertitrice nei confronti di tali istituzioni.  Ricordare l’olocausto deve servire anche a ricordare che il pericolo reazionario, oggi come ieri poggia su quelle forze che garantirono a Hitler l’ascesa al potere. Oggi come allora il pericolo fascista è sempre vivo perché quel blocco storico che garantì il successo nazista, ad eccezione della Chiesa Cattolica, è sempre vigile ad attento esclusivamente al proprio tornaconto economico.

Conoscere e scoprire la cause dell’olocausto deve servire ad attualizzare e confrontare ciò che accadde in quell’infausto periodo con i tempi in cui  viviamo  perché nell’indifferenza e nel silenzio dei governi e  dei mezzi di comunicazione nel Mediterraneo diventato un invisibile campo di concentramento, ogni giorno continuano a morire persone che fuggono da guerre, miseria, violenza.

Bisogna ricordare perché come dice Papa Francesco “il razzismo è un virus che muta facilmente e invece di sparire si nasconde, ma è sempre in agguato”.

gennaio 19, 2021

Capire il senso di un film negli ultimi cinque minuti.

di Beppe Sarno

“Una intervista che lascia il segno.” Così è stata definita l’intervista concessa da MassimoD’Alema al “Fatto”il 6 gennaio scorso.  Non so se questa intervista lascerà il segno ma certo è un’intervista che presenta spunti importanti di riflessione. Afferma D’Alema “ Siamo in una situazione in cui le persone hanno paura e quando le persone hanno paura le istituzioni devono offrire sicurezza.” D’Alema chiama le istituzioni a garantire la sicurezza ai cittadini.  C’è, quindi, da parte di D’Alema un richiamo forte allo Stato come garante delle istituzioni e del loro funzionamento per allontanare le paure, ogni tipo di paura delle persone.  Nuovo lo Stato, finalmente.

Continua D’Alema “ La democrazia deve continuare a funzionare. Il problema vero è che questa esperienza deve essere l’occasione di un cambiamento. Ne abbiamo vissute due grandissime del modello della globalizzazione senza regole: una è stata quella finanziaria del 2008 e poi questa. In realtà, alla crisi del 2008 che doveva imporre un cambiamento, la risposta non è stata adeguatamente coraggiosa. C’è stata una capacità di resistenza, una pervicacia del modello neoliberista che è riuscito a spingersi oltre la propria manifesta insostenibilità.

D’Alema parla affermando “la ricerca e l’industria, dovranno orientarsi a dare risposte a bisogni umani collettivi……  Tornano di stringente attualità valori, idee che sono appartenuti al periodo d’oro della sinistra europea, quello del welfare, dello Stato sociale…ed ancora come si riorganizza una presenza pubblica nell’economia e in che modo i grandi beni comuni tornano ad essere considerati non delle spese ma fattori trainanti dell’economia.

Finalmente qualcuno esce dal solito dibattito asfittico in cui si parla di cosa fare per accontentare l’Europa o uscirne  e ben vengano le parole di D’Alema. Di fronte al rassegnato consenso dato all’Europa ed alle sue stringenti regole  che hanno impoverito le popolazioni di mezz’Europa c’è la necessità di ribadire come irrinunciabile e corretta alternativa un richiamo alla politica delle cose, dei bisogni, dei contenuti, dei caratteri distintivi qualificanti sotto l’aspetto sia ideologico sia operativo per consentire un’inversione di tendenza per modificare il contesto socioeconomico garantendo il diritto di rappresentanza ai lavoratori che oggi sono a margine del dibattito politico complessivo. In questa crisi si parla dei diritti delle imprese, delle imprese che chiudono, viceversa la parola “lavoratore”, “operaio” non viene mai menzionata, al pari di una bestemmia.

M domando di fronte alle osservazioni di D’Alema, come socialisti  quale strategia, quale base concreta di confronto ideologico abbiamo da proporre per superare i limiti di una frammentazione della sinistra che impedisce la nascita di una forza numericamente sufficiente a difendere i diritti dei lavoratori, dei deboli, degli ultimi.

Di fronte agli appelli di volenterosi compagni a ricostruire l’unità socialista mi domando se siamo capaci di dare una risposta che sia una elaborazione aggiornata e moderna  e che spieghi in termini chiari e compiuti quale realtà nuova economica, sociale e politica vogliamo creare. Mi domando ancora se abbiamo un progetto politico condivisibile che ci serva non per l’oggi e per il domani  ma per costruirvi attorno una strategia basata su precise sequenze logiche  e scadenze definite.

D’Alema parla nella sua intervista di irreversibile necessità di una svolta verso la green economy…… che non  può essere affidata soltanto alla logica di mercato e si domanda se
 esiste oggi un pensiero, oltre che un’organizzazione, di sinistra in grado di affrontare sfide quali quelle che tu hai delineato?
D’Alema risponde che esiste tale pensiero che abbia come linee guida la  riforma di un capitalismo  compatibile con la democrazia e che ……… richiede un maggiore equilibrio tra il ruolo dello Stato e il mercato; un nuovo patto tra pubblico e privato. Secondo D’Alema nel momento in cui si decide di finanziare il Recovery fund attraverso la creazione di un debito europeo, si fa una scelta politica, una scelta di sovranismo europeo e più avanti afferma . “E’ il tema affrontato, non a caso secondo me, nell’ultima Enciclica di Papa Francesco che rappresenta un punto di vista illuminante. Enciclica che è stata accolta con molta freddezza nel mondo occidentale, ma che io credo accenda una luce nella direzione giusta.” Anche io credo che l’Enciclica di Papa Francesco indichi una via, che io condivido, ma io la voglio percorrere da socialista perché la risposta dei socialisti deve fondarsi sulla convinzione che l’unica risposta possibile  ai problemi dei lavoratori e ai problemi del progresso sociale e quella ispirata dai principi espressi nella nostra Carta Costituzionale e che parli nei termini democratici e rinnovatori del pensiero socialista. D’Alema parla di una scelta giusta compiuta dal PD nell’avviare una collaborazione con i 5 Stelle ma secondo d’Alema non basta, bisogna spingere lo sguardo oltre l’emergenza, è necessario ricostruire un grande partito della sinistra che oggi non c’è. Quella del PD appare oggi un’esperienza non riuscita, così come gli altri tentativi di costruire esperienza politiche esterne o contrapposte al PD.”e conclude “Con onestà bisogna dire che non ce l’abbiamo fatta, c’è bisogno di una nuova forza…..c’è bisogno di una risposta ideologica. “ D’Alema non è Veltroni, fortunatamente, e infatti conclude affermando “. Non riesco ad immaginare una nuova sinistra che non assuma come propria l’idea di solidarietà umana e di fraternità che viene proposta nell’ultima Enciclica di papa Francesco.”

Questa intervista che secondo l’intervistatore è destinata a lasciare il segno, è certamente un’intervista importante perché D’Alema propone una base di discussione che innanzitutto prenda atto del fallimento del PD come forza innovatrice, che prenda atto della necessità di dare allo Stato la centralità che aveva e che oggi non ha più.

Lo Stato deve avere il diritto di intervenire per garantire La riduzione delle disuguaglianzenella distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno della società e per eliminare quegli ostacoli atti ad eliminare l’incertezza del futuroche caratterizza l’attuale sistema capitalistico, dove ogni individuo deve sempre misurarsi in competizione con gli altri. D’altro canto D’Alema sottolinea la necessità di cambiare i sistemi produttivi adeguandoli ad un  sistema basato sulla green economy e  sullo sfruttamento devastante delle  risorse naturali e per questo ritiene necessario misurarsi con l’Enciclica di Papa Francesco.

Bisogna dare credito a D’Alema, ma D’Alema deve capire che esiste una sinistra che si richiama ai principi del socialismo. Una sinistra  che non è mai morta ed anche se non  organizzata in un partito di massa respinge ogni suggestione di subordinazione, ogni tentativo di subordinare l’indipendenza ideologica, ogni tentativo di agire in funzione dei possibili giudizi altrui.  Nessuno e tanto meno D’Alema, a cui va data l’attenzione e il rispetto che merita, può credere di arruolarci se non dopo un confronto aperto leale e paritetico che fondi le sue basi sulla necessità indifferibile di creare una nuova società che parta dal riscatto morale e materiale dei lavoratori, dei disoccupati, dei migranti, delle donne. In questa misura potremo misurarci con D’Alema consapevoli  che il socialismo è l’unico strumento indispensabile per un’autentica rigenerazione della società. Se noi continueremo, viceversa  a vivere la nostre vite come reduci di antiche e nobili battaglie, succubi dell’ascendente ideologico altrui, continueremo a navigare a vista e questa navigazione continuerà all’infinito impedendo ogni disegno strategico ed ogni confronto paritetico. Se questo dovesse avvenire non si potrà parlare per molto tempo, per nostra esclusiva responsabilità,  di strategie socialiste e forse anche di socialismo tout court.  

gennaio 17, 2021

Il matto del barbiere!

Di Beppe Sarno

Nel gioco degli scacchi esiste una strategia definita “il matto del barbiere” e consiste in un particolare scacco matto che avviene dopo tre mosse, in cui spesso incappano i principianti.

Ovviamente un giocatore esperto difficilmente cade in questa trappola e quindi sventato il colpo la partita viene giocata secondo altre strategie.

Oggi la lotta politica è sempre più ridotta a strategia e tattica, offensiva e difensiva, guerra di usura e guerra di movimento. Una specie di  vocabolario militare importato nella lotta per il potere. Non più progetti politici non più schieramenti ideologici, ma lotta dura per accumulare potere economico, politico, simbolico e culturale, accumulato e trasmesso di generazione in generazione dalle élite dominanti.

E’ quello che abbiamo visto in questi ultimi giorni dove da una parte il presidente del Consiglio Conte cercava di resistere e dall’altra Matteo Renzi ha provato a farlo ruzzolare dal ponte di comando del governo.

In gioco ci sono i 209 miliardi del recovery fund i soldi del MES e molto altro ancora.

Non si può comprendere esattamente quello che sta succedendo se prima non cerchiamo di capire chi sono i giocatori e che invece le pedine di questa drammatica partita a scacchi. Renzi ha provato d attuare la strategia del matto del barbiere, ma Conte ha sventato la manovra ed ora la partita si gioca secondo diverse strategie.

Per capire quello che sta succedendo bisogna ricostruire le mosse giocate fino ad oggi dai vari soggetti spostatisi all’interno della scacchiera in un succedersi senza apparente logica. Partiamo da lontano: il 14 ottobre 2019 Conte è presente ad Avellino ospite della Fondazione intitolata a Fiorentino Sullo per le celebrazioni previste nel 2021 per ricordare uno dei padri fondatori della Democrazia Cristiana. Dopo il convegno Conte è stato accompagnato in giro per l’Irpinia dagli esponenti storici della Democrazia Cristiana irpina quali: Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Ortensio Zecchino, Enzo De Luca, Mario Sena definiti dalla stampa locale “ciascuno con sensibilità e accenti diversi sostenitori della centralità dell’assemblea elettiva e della democrazia della rappresentanza.”

Contemporaneamente Gianfranco Rotondi si fa promotore della  Fondazione Democrazia Cristiana intitolata a Fiorentino Sullo destinata “raccogliere e tenere vive le idee della Democrazia Cristiana, rilanciarne la lezione e la prospettiva, diffondendone i princìpi e i valori democratici nella cultura politica della società italiana (ed europea) di oggi” In  questo progetto Rotondi e Buttiglione arruolano anche Silvio Berlusconi, considerato da Rotondi il leader politico che oggi in Italia ha la responsabilità di tutelare la storia democristiana, in quanto rappresentante in Italia  del Partito Popolare Europeo. In questo contesto riferendosi a Berlusconi Rotondi afferma “In questo contesto e con tale responsabilità il Cavaliere deve allontanarsi da una alleanza con la Lega assolutamente non compatibile con la tradizione democratico cristiana.”

Possiamo dire quindi con un buon margine di sicurezza che il 14 ottobre del 2019 è nato il progetto di una nuova alleanza del mondo cattolico sostenuto fortemente da quella parte della Curia Romana che fa riferimento a Papa Francesco.  Molteplici sono stati i messaggi del Pontefice a sostegno di Conte: è stato ricevuto dal Pontefice il 30 marzo dello scorso anno in un incontro definito “a sorpresa” e nel quale Francesco ha sottolineato la  vicinanza particolare della Santa Sede alla “cara Nazione Italiana”. Il Pontefice ha poi ha rimproverato la Cei in occasione della polemica della Cei contro il governo  affermando in un twitt “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia a tutti noi la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni.” Inoltre non a caso  in questi giorni di crisi a sostegno di Conte segretario generale della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti: “Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: ‘Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori’. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza. Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità”.

Quello che ai più poteva sembrare il tentativo di un gruppo di nostalgici invece un progetto politico forte teso a creare un partito di centro che il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Gualtiero Bassetti, ha battezzato con queste parole “La Chiesa …… può chiamare a raccolta tutte le coscienze, a cominciare da quelle dei credenti, invitando tutti a una nuova stagione di responsabilità personale attorno a valori fondamentalie lo stesso Basseti in  questi giorni afferma : “Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: ‘Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori’. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza. Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità”.

Comunque si chiamerà il partito di Bergoglio, che avrà come riferimento Conte  questo partito già esiste e continua la sua lunga marcia attraverso le istituzioni. Da chi sarà composto? Oltre ai promotori Rotondi e Buttiglione una parte di transfughi del PD, qualche anima dispersa dei 5 stelle e sicuramente sarà della partita Berlusconi soprattutto se gli si darà un ruolo nella coalizione che voterà il prossimo presidente della Repubblica. Che, visto l’andazzo, difficilmente sarà formata da Salvini e Meloni. Difficilmente vedremo Berlusconi fare il servitore sciocco della Meloni e di Salvini. Si vota fra due anni e non è detto che sarà la destra come la conosciamo (Berlusconi, Salvini e Meloni) a vincere le elezioni. Insomma un partito con boni numeri percentuali.

Ma che c’è dietro Matteo Renzi? Sicuramente il Pontefice ha capito  che Matteo Renzi a Matteo Salvini vogliono far cadere Conte per sostituirlo con un governo a lui ostile fatto di  sovranisti, populisti e persone e istituzioni sovranazionali  lontane dal progetto politico del pontefice.

I cattolici ultraconservatori concentrati soprattutto negli Stati Uniti, non hanno mai accettano l’impostazione della Chiesa di Bergoglio e hanno sempre reagito inorriditi e con estrema violenza ai richiami del pontefice alla solidarietà, alla cura di chi soffre, all’accoglienza del diverso, all’abbandono dell’egoismo.

John-Henry Westen, fondatore del sito cattolico Lifesitenews, non usa mezzi termini nella sua campagna anti-Bergoglio. Inoltre le figure più tradizionaliste del cattolicesimo statunitense si radunano attorno al cardinale in pensione Raymond Burke. . Altro nemico del Pontefice è Steve Bannon che ha definito il pontefice come un pericoloso leader politico. . Non può mancare a questo elenco  l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che continua ad avere una grande risonanza proprio negli USA. Tutta l’estrema destra americana è impegnata nella battaglia religiosa contro il Papa appoggiata dall’ex presidente USA Donald Trump.  Tra di esse, spiccano Alliance Defending Freedom (ADF) e American Center for Law and Justice, in prima linea nel diffondere i temi più conservatori del cattolicesimo.  Tutti gruppi che lavorano, anche con finanziamenti verso altre associazioni e reti europee di lobby di estrema destra, per un cattolicesimo fortemente conservatore, contrario all’idea di Chiesa di Papa Francesco. Nessuno può dimenticare l’endorsement di Donald Trump nei confronti di Renzi  da lui elogiato come presidente del Consiglio mentre si manteneva freddo con  Angela Merkel e François Hollande. Inoltre Renzi fin dal suo insediamento a capo del governo aveva accettato un accordo con grandi gruppi industriali tedeschi, la finanza speculativa anglosassone e le corporation statunitensi.

Sempre guardando al passato non possiamo dimenticare che il 30 maggio 2019 si è svolta la 67ma riunione del gruppo Bilderberg a Montreux, in Svizzera. In quella sede si è trattato di politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana c’erano non a caso  Matteo Renzi, Stefano Feltri e Lilli Gruber.  Come ha ricordato il suo fondatore David Rockefeller , ‘la sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiali, sicuramente preferibile alle autodeterminazioni nazionali dei secoli scorsi’. Renzi è interprete se non fiduciario della  Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il American Center for Law and Justice, la stessa Bce).

Ecco quindi la  corrente di pensiero si nasconde dietro Matteo Renzi e la crisi di questi giorni ha questi padri.

Siamo messi male, perché se da una parte si affaccia il nascente partito dei cattolici, dall’altra ci sono i poteri finanziari che vogliono decidere attraverso le loro pedine  le politiche dello Stato a prescindere dalle elezioni, che servono solo a certificare le scelte prese altrove.

Non a caso Renzi chiede  l’approvazione del MES per poter meglio ricattare lo Stato con un debito pubblico solo di nome ma di fatto privatizzato perché detenuto da banche e organismi finanziari internazionali.

Come chiede Rockfeller lo Stato deve svolgere solo una funzione di ordinaria amministrazione con l’obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il welfare con il pareggio di bilancio. Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles.

In sintesi, a saper leggere viene evidente l’esistenza di due gruppi che lottano l’uno contro l’altro per il controllo politico delle ingenti risorse finanziarie messe in campo dal recovery fund e dal MES e non solo.

E la sinistra? i disoccupati, i lavoratori, i migranti?

I politici nostrani rispondono come il Marchese del Grillo “io so io e voi non siete uncazzo

gennaio 6, 2021

La lezione di Francesco

Di Beppe Sarno

Ai tempi dell’università, nel mio stupido radicalismo, aderendo a Potere Operaio guardavo con sospetto quegli amici che frequentavano la Chiesa di san Ciro ad Avellino dove un sacerdote illuminato parlava di politica ed intorno a lui quegli amici costruivano il loro futuro, la loro esperienza politica con un dialogo e un’interazione continua. Finiti quegli anni aderii convintamente al PSIUP e poi dal 1972 profondamente affascinato dalla personalità di Riccardo Lombardi aderii al Partito Socialista.

Mi rendo conto che chi abita sulla montagna vede dalle cime il sole prima di chi sta a valle. Quello che mi colpisce e che mentre c’è un ossequio formale nei confronti della Chiesa di fatto nessuno più parla della enciclica di Papa Francesco “Fratelli Tutti”.

I mass media non si accorgono o fanno finta di non accorgersi di quello che sta accadendo nella Chiesa Cattolica, preferendo parlare del valletto della regina Elisabetta che ha rubato qualche straccio. La Chiesa cattolica è una monarchia assoluta chiusa e conservatrice nella quale i tentativi di alcuni papi illuminati sono poi schiacciati dall’ortodossia e dalla disciplina.

Con l’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII fu evidente  che solo il vertice poteva avvertire con maggior forza il mutare dei tempi e farsene, con la sua autorità, interprete. La stessa cosa sta succedendo con il pontificato di Papa Francesco. L’avvicinamento della Chiesa ai problemi ed alle sofferenze delle persone grazie al pontefice si sta traducendo in una critica del mondo in cui viviamo con grande coraggio e con una schiettezza cui non eravamo abituati.

Non è più il tempo del dogma dell’infallibilità del papa; quello strumento dell’assolutismo destinato a reprimere ogni novità sembra essere messo in discussione dallo stesso Francesco. Contro le caparbie resistenze di una parte della gerarchia, non sempre disinteressate e non sempre dettate da motivi di fede, Papa Francesco con la sua enciclica ha vinto con un atto che sovrappone l’autorità del Pontefice a quella della Chiesa e vincola tutta la gerarchia ad una linea che essa per inerzia dogmatica non sarebbe stata capace o forse non avrebbe voluto mai elaborare. Come socialisti che crediamo nei valori della libertà, giustizia, pace, solidarietà fra gli uomini dobbiamo dare il giusto peso a questa svolta che può indicare un percorso. Qualcuno potrebbe dire che questa svolta avviene tardi o che addirittura tarda ad essere accettata da un clero fanatico e retrivo, ma di fronte ad una sinistra smarrita l’enciclica indica quali sono le reali esigenze delle masse popolari un tempo interpretate dal movimento socialista.

La Chiesa nella persona del suo Capo, un Papa che viene da lontano,  ha capito che bisognava guardare al di là di posizioni astratte ed insostenibili, che era arrivato il momento di dissociarsi da un mondo fatto di privilegi, di odio verso i diversi e dalla guerra. Non a caso il presidente Trump odiava Papa Francesco.

E’ definitiva la svolta impressa da Papa Francesco? Il mondo cattolico è un mondo vario, in esso ci sono gruppi reazionari gelosi dei loro interessi di casta, collegato in vario modo da tenaci alleanze con i centri di potere politico ed economico, che affondano in una concezione fossile delle religione, che in molti strati della gerarchia è ancora intatta. Malgrado ciò sono ottimista e non credo che la svolta impressa da Papa Francesco con le due encicliche “Laudato sii” e “Fratelli tutti” sarà assorbita, perché essendo principi espressi al più alto livello del mondo cattolico nessuno potrà cancellarli. Il nuovo sconfigge il vecchio e movimenti innovatori che vivono nel mondo cattolico hanno ricevuto forza dai messaggi contenuti nelle due encicliche. E’ probabile che questi movimenti mettano in crisi quella parte del mondo cattolico lontani dallo spirito delle encicliche.

Il Pontefice ha parlato non solo ai cattolici, ma a tutti gli uomini e a tutte le fedi come interlocutori necessari di un dialogo umano e universale con un richiamo alle tendenze della natura umana come fondamenti della convivenza civile indicando quali sono i mali che hanno generato questa crisi  in cui da decenni ci dibattiamo.

Quello del Pontefice è stato un atto di umiltà per lanciare un grido di allarme sulla attuale condizione umana e sociale senza invettive con un invito ad attuare una giustizia distributiva che tenga conto delle necessità degli ultimi.

Un tempo la Chiesa condannava il suffragio universale e l’emancipazione delle donne, contraria all’istruzione obbligatoria, scomunicava i comunisti  e  le organizzazioni operaie. Un tempo!

Tutto questo non è avvenuto per caso, né Papa Francesco è stato folgorato sulla via di Damasco. Semplicemente la Chiesa è cambiata e questo noi socialisti lo abbiamo dimenticato, perché ha ascoltato la voce del suo popolo oppresso da una crisi economica senza precedenti, da una società che da a pochi e toglie ai più. Il Pontefice si è reso conto che è necessario solidarietà economica e salvaguardia dell’ambiente. E’ una strada semplice ma nessuno della sinistra oggi sembra volerla percorrere.

I socialisti, per recuperare il tempo perduto, dovrebbero cogliere questa opportunità che le due encicliche di Papa Francesco  hanno dato. E’ col mondo cattolico che va aperto un dialogo. I socialisti che sono rimasti fedeli ai principi che i nostri padri fondatori hanno perseguito non solo con la forza delle idee, ma anche con il sacrificio personale, debbono cercare un’intesa senza rinunciare a nessuno dei propri principi. Per loro e per noi c’è un cammino impervio da fare: noi con le nostre idee e i cattolici con un imperativo e una direttiva precisa per vincere questa lunga notte che stiamo vivendo fatta di miseria, razzismo, disprezzo per l’ambiente, ignoranza, fanatismo.

gennaio 3, 2021

Covid e disoccupazione nel mezzogiorno.

Di Beppe Sarno

Gli effetti del Covid 19 in Campania e sul Mezzogiorno più in generale sull’occupazione e sul sistema produttivo si inseriscono in un quadro già drammatico che è conseguenza delle politiche governative ossequienti alle politiche monetarie europee.

Le politiche europee che pure hanno sviluppato misure a sostegno dell’occupazione, non tengono conto  della circostanza che nel Mezzogiorno la situazione occupazionale è resa ancora più drammatica a causa dell’elevata disoccupazione giovanile, la bassa partecipazione femminile, la lunga durata nella ricerca di impiego e da quelli che il lavoro non lo cercano più.  Per ciò che riguarda i giovani a fronte di  nove regioni nell’UE in cui il tasso di disoccupazione giovanile era inferiore al 5,0%, in Italia “Più di un membro della forza lavoro di età compresa tra 15 e 24 anni su cinque era disoccupato in ogni regione della Grecia e della Spagna, nonché in ogni regione del sud Italia. All’estremità superiore dell’intervallo, c’erano sei regioni – in gran parte periferiche – in cui il tasso di disoccupazione giovanile è salito a oltre il 50,0%: Ciudades Autónomas de Ceuta y Melilla (Spagna), Mayotte, Guadalupa (Francia), Dytiki Makedonia (Grecia) e Sicilia (Italia).”(fonte Eurostat)

E l’occupazione, già in calo nel 2019, si è contratta nel primo trimestre del 2020 ed è destinata a contrarsi ancor più per il perdurare degli effetti della pandemia.

 “Le regioni rurali, scarsamente popolate e periferiche hanno registrato alcuni dei tassi di occupazione regionale più bassi nell’UE. Questo modello era evidente nella Spagna meridionale e nell’Italia meridionale, nelle regioni ultrapériphériques della Francia e in molte aree rurali dell’Europa orientale (alcune delle quali rimangono caratterizzate da un’agricoltura di semisussistenza).”

Accanto ai poveri diventati tali  a seguito della crisi del 2008 e delle politiche restrittive messe in atto si vanno ad aggiungere nuovi poveri, quelli cioè che hanno perso il lavoro a causa del Covid, quei commercianti, ristoratori, baristi, albergatori, che hanno deciso e decideranno nell’immediato futuro di non riaprire i battenti.

A questi si aggiungeranno i lavoratori stagionali quelli “a nero” e quelli che per un motivo o per un altro non hanno ricevuto alcun sostegno né lo riceveranno in futuro, i migranti che vivono alla giornata senza diritti, tutele in condizioni di semi.schiavitù.

Secondo i dati forniti da Eurostat “più della metà (129 su 240) di tutte le regioni dell’UE ha registrato tassi di occupazione inferiori al livello di riferimento del 75% nel 2019. Tra queste, c’erano quattro regioni – Sicilia, Campania e Calabria (nell’Italia meridionale) e Mayotte (Francia) – dove era occupata meno della metà della popolazione in età lavorativa.”

Tutte le imprese campane nel 2020 hanno ridotto il loro fatturato di circa il 30%.  Quando finirà il blocco dei licenziamenti una massa di disoccupati si troverà a doversi inventare il sostentamento.

Nessuno investe in settori dove manca la domanda: sono le regole del mercato, che invece avrebbe dovuto salvare il mondo.

Nel settore delle costruzioni finché non si avvierà il “bonus del 110%”  c’è un calo di fatturato del 30% secondo le stime della Banca d’Italia.

Quanto alla finanza pubblica, si calcola che i bilanci dei Comuni campani, già diffusamente caratterizzati da condizioni di criticità finanziaria, saranno sempre più in rosso.

Secondo i dati forniti da Eurostat la Campania è la regione con maggior tasso di disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 50%. Questo primato è condiviso con la Calabria e la Sicilia.

Il 53,6% dei giovani della Campania è disoccupato mentre  solo il 15,2% nel resto d’Europa. In Baviera, la disoccupazione giovanile è appena il 4% (record positivo d’Europa) (dati Eurostat). Questo dato fino a qualche tempo fa favoriva l’emigrazione verso altri paesi. Ma ora?

In compenso la Grecia sta messa meno peggio con un tasso del 51,1 % di media.

In Campania oltre al dato della disoccupazione giovanile emerge una grave situazione generale di disoccupazione. Prima della pandemia alla fine del 219 il tasso di disoccupazione si attestava sul 21% in provincia di Caserta, 13,6% in provincia di Benevento,  22,8% in Provincia di Napoli, 14,6 in provincia di Avellino e 17,5% in provincia di Salerno. Sarà importante verificare questi dati alla fine della pandemia.

In termini numerici ciò significa che “Nel primo trimestre del 2020 gli occupati del mercato del Lavoro della Campania sono risultati 1.615.331 con un decremento di 15.520 unità rispetto al IV trimestre del 2019.

Il 17,6% degli occupati ha trovato lavoro nel settore dell’istruzione, della sanità e dei servizi sociali, il 16,7% nel settore del commercio, il 15,2% nell’industria, 10,5 nel settore delle attività immobiliari e dei servizi alle imprese, il 7,7%negli altri servizi personale e collettivi, il 7% nelle costruzioni, il 6,1% nella pubblica Amministrazione e Difesa, il 6,1% nel Trasporto e immagazzinaggio, il 5,8% negli Alberghi e ristoranti, il 4% nell’ Agricoltura caccia e pesca, il 2% nei Servizi di comunicazione e informazione, il 1,4% in attività finanziarie ed assicurative.

Gli occupati per professione sono stati prevalentemente Dirigenti (33%), impiegati (32%) lavoratori manuali specializzati 21,3% lavoratori manuali non qualificati (13%).

I disoccupati  (379.314) risultano in calo rispetto all’ultimo trimestre del 2019 (417.484).Il tasso di disoccupazione resta ancora elevato attestandosi  al 19% ma in diminuzione rispetto al 2019 (21,6%).”

Secondo i dati delle camere di commercio ad inizio 2020 hanno cessato l’attività ben 137 imprese al giorno. Scendendo ancor più nel dettaglio, soltanto nella provincia di Napoli la «mattanza» delle imprese ha cancellato, sempre nel periodo gennaio-marzo 2020, quasi settanta realtà produttive ogni 24 ore. Ventotto al giorno, invece, le aziende che hanno alzato bandiera bianca nell’area salernitana. Ventidue al dì, invece, le società che hanno chiuso nella provincia di Caserta. Dal 2018 all’inizio del 2020 sono morte 21.659 imprese.

Sempre secondo i dati delle camere di Commercio al 31 marzo 2020 avevano cessato l’attività rispetto all’anno precedente 10.473 piccole imprese. Numeri impressionati e drammatici.

Non cambia il quadro nel settore agroalimentare: mentre i pastori sardi scioperavano perché il latte viene pagato 60 centesimi al litro in Campania il latte viene pagato 30 centesimi al litro e la carne viene pagata due euro al chilo. Ciò ha determinato la chiusura di 900 aziende nel settore.

Per non parlare del commercio della ristorazione e del turismo tenuto conto che in Campania il Terziario vale il 70% del PIL e l’85% dell’occupazione, appare chiaro quali saranno le devastanti conseguenze della tempesta perfetta che stiamo vivendo. Insomma prima della seconda ondata del coronavirus la Campania contava circa 500.000 disoccupati. Questo numero cresce di giorno in giorno e il blocco dei licenziamenti fino al marzo2021 serve solo a procrastinare l’agonia.

La Campania è la regione nell’eurozona con la percentuale più alta di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale. Il 41,4% dei suoi abitanti vive in condizioni ben al di sotto della media continentale ferma al 16,8%, sono i dati evidenziati dall’Eurostat Regional Yearbook 2020. Non se la passano meglio le altre aree del Mezzogiorno con la Sicilia al 40,7% e la Calabria al 37,7%.

Ad Avellino la Novolegno società specializzata nella costruzione di pannelli in MDF ha chiuso licenziando in tronco i propri operai senza chiedere la cassa integrazione.

La Fiat di Pratola Serra (Av) che prima produceva motori per Fiat e Ford adesso ha iniziato a produrre mascherine anticovid, ma quando finirà la pandemia cosa farà? Chiuderà! Dove sono i miliardi di investimenti che la Fiat d Marchionne aveva promesso?

A Flumeri l’ex stabilimento Irisbus lavora a scartamento ridotto.

Per ciò che riguarda l’agricoltura al crisi riguarda il  latte bufalino, bovino e del comparto florovivaistico. Intanto, nel mese di marzo è stato firmato l’accordo tra Coldiretti Campania e Parmalat per il ritiro di latte vaccino alla stalla che dovrebbe mettere in sicurezza le produzioni degli allevamenti bovini in Campania. Parmalat acquisterebbe  180.000 litri al giorno per dodici mesi, al prezzo alla stalla di 0,43 euro al litro più Iva, per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro. Le principali aree produttive coinvolte sono le province di Caserta, Benevento, Salerno e il Basso Molise.

Quali aziende alla fine di questa tragedia economica e sociale avrà la forza di rialzarsi ed investire in nuove attività produttive? con quali capitali?  Quale sarà il ruolo delle banche? Ed il mercato come reagirà? Lo stato avrà il coraggio e la forza di intervenire con misure adeguate che non siano mero assistenzialismo?

Nell’ultimo ventennio, in particolare, la frattura tra le due aree del Paese si è ulteriormente dilatata contribuendo all’impoverimento anche della zona industriale del Nord che nel Mezzogiorno d’Italia dispone di un florido mercato interno.

Se a fronte di questa realtà qualcuno si illude di poter risolvere la situazione con i soldi che l’Europa ci darà attraverso il meccanismo del recovery fund, non c’è molto da stare allegri perché i 209 miliardi di euro che ci sono stati assegnati non potranno essere assegnati prima del 1° gennaio 2021, ma questa data è solo teorica perché in primis l’Italia dovrà presentare un piano di ripresa nazionale per far capire come intende spendere i soldi che riceverà. Inoltre i soldi saranno spesi un organo tecnico costituito da 6 super manager, coadiuvati da una task force di ben 300 persone.  Non ci sarà pertanto nessun controllo dal basso su come saranno spesi questi soldi a riprova della distruzione della rappresentanza, come antefatto di distruzione della democrazia.

Sul piano pratico  i soldi del recovery fund arriveranno solo in piccola parte nel 2021 nel 2022 e nel 2023 periodo in cui verrebbero erogati soldi fino a poco più del 50% ed il resto negli anni successivi fino al 2026 secondo una nota del NADEF. L’anno prossimo, infatti, l’Europa darà all’Italia 10 miliardi di euro in sovvenzioni e altri 11 in prestiti, per un totale di 21 miliardi. Nel 2022, arriveranno 33,5 miliardi, l’anno successivo 41. Le sovvenzioni supereranno i prestiti soltanto nel 2023, mentre nel 2026 le sovvenzioni saranno ormai esaurite. Il totale alla fine sarà di 65,4 miliardi di sovvenzioni e 127,6 miliardi di prestiti, che fa in totale 193 milioni di euro. I conti non tornano. E dal 2027 dovremo impegnaci a restituire i soldi ricevuti a titolo di prestito. E’ vero che c’è una proposta di per consentire a ciascuno stato di ottenere un anticipo del 10% della somma spettante, ma la proposta non è stata ancora accettata e comunque per incassare questi soldi si dovrà aspettare aprile 2021, ma molto probabilmente concretamente si dovrà aspettare almeno fino all’autunno 2021.

I soldi del recovery fund per ciò che riguarda la Campania, come del resto in tutta il Mezzogiorno e forse in Italia tout court, non serviranno a superare l’emergenza sociale ed economica che esiste, perché anzi se è vero come è vero che i soldi dati a fondo perduto verranno spalmati su cinque anni a partire dal 2021 viceversa i soldi dati in prestito imporranno ai paesi che vi accederanno, tra cui l’Italia “chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi… finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”(Van Der Leyen).

Ciò vuol dire che la condizione per accedere ai prestiti del recovery Fund imporranno  la pedissequa e cieca condivisione del progetto politico europeo. Già si parla di una stretta del sistema pensionistico in parallelo alla scadenza di quota 100 e di una possibile revisione del Reddito di Cittadinanza. Un vero disastro per tutti coloro che sono schiacciati tra disoccupazione e precarietà.

Il fenomeno dello spopolamento meridionale.

Di Filomeno Viscido

Sono molti i giornali che hanno lanciato l’allarme dell’emigrazione dalle zone meridionali.

Un’emigrazione della popolazione, specie in un Paese a basso tasso di nascite come quello italiano, comporta difficoltà di varia natura a cominciare dall’assenza di massa critica per impiantare attività economica, alla mancata innovazione tecnologica e culturale che una presenza giovanile forte porta sempre.

Ritornando ai dati, farò una veloce citazione di parti di articoli che hanno citato il problema:

Negli ultimi dieci anni la Campania ha perso quasi 50mila giovani con un alto livello d’istruzione che hanno deciso di trasferirsi in un’altra Regione, preferendo quelle del Nord e del Centro a quelle del Sud. Questo dato va sommato agli oltre 50mila ragazzi di età compresa tra i 20 e i 34 anni e un livello d’istruzione medio o basso che hanno lasciato la Campania per trasferirsi altrove in Italia e ai 10mila giovani che hanno scelto l’estero, per un totale di oltre 100mila persone. È la fotografia dell’emigrazione giovanile regionale scattata dall’Istat nel rapporto annuale 2019 presentato oggi a Montecitorio. Nel periodo 2008-2017, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, le regioni italiane con il peggiore saldo migratorio giovanile interregionale, hanno perso complessivamente 282mila giovani, l’80% dei quali con un livello d’istruzione medio o alto.(fonte:https://www.ildenaro.it/fuga-dalla-campania-listat-dieci-100-mila-giovani-emigrati-al-nord-allestero/ )

La Campania perde altri 20 mila abitanti circa, a fine 2018. Cala da 5 milioni e 827 mila a poco meno di 5 milioni 808 mila. Il dato più preoccupante è quello che riguarda le migrazioni interne, dalla regione verso il Nord, soprattutto verso i territori più ricchi, quali la Lombardia e l’Emilia Romagna, dove, invece, la popolazione cresce, con percentuali in Veneto dell’1,1 per mille, in Lombardia del 2,1 e in Emilia addirittura del 2,4.(fonte:https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/19_febbraio_08/campania-rischio-spopolamento-nel-1413b0ea-2b72-11e9-8185-f12b2209c708.shtml )

Lo spopolamento dei comuni appenninici

Dall’analisi delle elaborazioni effettuate su dati censuari ed intercensuari Istat dal 1971 al2014, si perviene alla valutazione dei trend demografici nei 975 comuni considerati. Qui vivono, secondo i dati dell’ultimo censimento, 2.805.476 abitanti, il 5,2% della popolazione italiana, con una suddivisione di genere in linea con le percentuali nazionali. La caratteristica evidente della regione appenninica, in particolare dei comuni periferici e ultraperiferici, si riflette nelle analisi demografiche, da cui emerge che circa il 77% dei comuni è interessato da fenomeni di spopolamento. Nel corso degli ultimi quarant’anni, la popolazione dei comuni montani degli Appennini ha continuato a calare, con una diminuzione dell’8%, aumentando la forbice con il resto d’Italia dove, invece, la popolazione è cresciuta del 10% nello stesso periodo.

Dall’analisi delle fasce d’età della popolazione, arrivano conferme sulle dinamiche della popolazione appenninica che, oltre a diminuire, invecchia sempre di più. L’indice di dipendenza strutturale medio, che prende in considerazione la percentuale di abitanti in età non attiva (minore di 14 e maggiore di 65) rispetto a quelli in età attiva, è superiore alla media comunale nazionale (62,3% nei comuni Appenninici e 55,6% nel resto d’Italia). Il dato, considerando anche la percentuale della componente anziana appenninica (intorno al 27% nel 2011 contro una media nazionale del 23%), evidenzia un forte calo nella popolazione under 14, ad ulteriore conferma del ben noto fenomeno dell’invecchiamento demografico, una delle maggiori cause del progressivo spopolamento di queste aree. (fonte testo e foto: https://www.slowfood.it/wp-content/uploads/2015/10/Studio-Appennini-2015.pdf)

Il caso irpino

Traggo l’analisi dei dati del caso irpino da: “Spopolamento e desertificazione nell’Appennino meridionale: il caso dell’Alta Irpinia” di Toni Ricciardi (fonte : https://archive-ouverte.unige.ch/unige:126656)

Restringendo il campo d’analisi, un dato che colpisce in tal senso è dovuto al fatto che, in Campania, ben 370 Comuni sui 550 complessivi (l’indice a livello nazionale più alto dopo quello del Piemonte) sono a rischio spopolamento: – 154 Comuni registrano un basso reddito, livello d’istruzione e una contrazione demografica (Avellino 45, Benevento 34, Caserta 55, Napoli 20); – 60 Comuni registrano ancor meno istruzione, produttività e servizi (Avellino 13, Benevento 7, Caserta 17, Napoli 23); – 81 Comuni rischiano di rientrare nei prossimi anni, per la staticità dei propri indicatori, nella categoria dei più disagiati (Avellino 36, Benevento 29, Caserta 16) (Confcommercio & Legambiente, 2008). Riepilogando, nel censimento del 1951 l’età media della popolazione italiana era di circa 30 anni, con una struttura demografica simile a Albania, Tunisia o Turchia di oggi. Al contrario, l’Italia attuale ha una struttura demografica che supera per invecchiamento il Giappone e la Germania. La provincia di Avellino, insieme a quella di Benevento, è tra le più anziane della Regione Campania e al di sopra della media nazionale. Se l’indice di vecchiaia in Italia è pari al 161,4% (117% in Campania), in Irpinia raggiunge il 164,2 (testo elaborato dal Compagno Filomeno Viscido.)

la situazione in Puglia.

Nel 2019 l’economia pugliese non era altrettanto disastrata quanto quella campana. Secondo i dati della Eures il settore industriale cresceva a” ritmi contenuti”, bene l’industria meccanica, l’alimentare ed il settore turistico; bene sempre secondo i dati forniti da EURES “Il tasso di occupazione della popolazione attiva (età compresa tra 15 e 64 anni) è pari al 46,8% di cui 33,2% donne e 60.7% uomini (dato del primo trimestre 2019), suddiviso, rispettivamente tra agricoltura, industria, costruzione e servizi (tra cui ristorazione)” Il numero di occupati è invece calato in misura marcata nell’agricoltura e nelle costruzioni.

In Puglia però pesa gravemente la situazione dello stabilimento siderurgico di Taranto dove il governo ha dato carta bianca alla multinazionale Arcelor Mittal che porterà inevitabilmente lo stabilimento alla chiusura e tutti gli operai con le loro famiglie per strada. La Mittal cosi come affermato dai Commissari nel ricorso ex art. 700 c.p.c., presentato a suo tempo, davanti ai giudici di Milano “comporterà la distruzione della maggior azienda siderurgica nazionale, centro di aggregazione socio economico insostituibile per non poche (e non ricche) aree e comunità sociali italiane, e di un patrimonio aziendale di esperienza e know-how incalcolabili, nonché la ferita mortale ad una platea di subfornitori di decisiva importanza per le aree interessate, con effetti quindi disastrosi sul tessuto industriale dell’intero Paese e della stessa Unione Europea”.Oltre all’Ilva rimane aperta la questione di numerosissime aziende presenti su tutto il territorio regionale fra cui TCT  quella ex dipendenti GSE di Brindisi ex GSE (DCM srl /DAR), la Santa Teresa di Brindisi, lo Stabilimento Bosch Bari, dove l’azienda ha dichiarato che 600 lavoratori sono in esubero. Infine c’è la questione Marcegaglia dove l’ambizione di reindustrializzazione del sito produttivo, presuppone un sostanzioso impegno di risorse private che non arriverà mai conoscendo l’ex presidente della Confindustria vera saccheggiatrice di risorse di Stato.

Allo stato in Puglia sono giunte all’INPS oltre 26 mila domande di imprese per concedere la Cassa Integrazione in deroga, rifinanziata dalla Regione con una seconda tranche di 120 milioni che si aggiungono ai 106 precedenti, a poco meno di 90 mila lavoratori. In Puglia l’emergenza coronavirus ha prodotto un calo del Pil, nel primo trimestre del 2020, del 4% circa.

Per ciò che riguarda l’agricoltura la seconda ondata della pandemia ha causato il crollo delle attività di 20.000 bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e 876 agriturismi. In Puglia la pandemia ha un effetto negativo a valanga sull’agroalimentare con una perdita di fatturato di oltre 680 milioni di euro per i mancati acquisti in cibi e bevande nel 2020.

Per la Puglia si stima una perdita di oltre il 5,6% del Pil solo nei due mesi di lockdown e addirittura 20 mila imprese in meno a fine 2021, con la conseguenza drammatica di almeno di 70 mila posti di lavoro cancellati. Per concludere secondo un rapporto della regione Puglia relativo al 2018 a quella data i disoccupati della regione Puglia ammontavano a circa315.000. il tasso di disoccupazione cresce sino a raggiungere il 18,8% nel 2017. Il Pil pugliese ammonta a circa 73 miliardi di euro e rappresenta il 4,2% del Pil nazionale (pari al 19% del Pil dell’intero Mezzogiorno). Pwer fare un raffronto la Lombardia rappresenta il 22,2% del Pil italiano.

La situazione in Basilicata

La cessazione negli ultimi sei mesi del 2020 in Basilicata di 378 imprese artigiane, di cui 243 in provincia di Potenza e 135. La Basilicata è al 19° posto su 20 regioni per Indice di reddito;  è al 19° posto su 20 regioni per Indice di Consumo; è al 17° posto su 20 regioni per Tasso di Occupazione. Il settore più in crisi dal punto di vista dell’occupazione e quello relativo alle costruzioni con una diminuzione del 76% seguito dall’agricoltura e dall’informatica ed editoria  e delle attività finanziarie che registrano un -40%.

Da non dimenticare il dramma della Ferrosud, azienda lucana specializzata nel settore metalmeccanico rotabile. Sono 80 i lavoratori trascinati in un limbo, causato da un concordato preventivo nato  nel 2010.

La Lucania conta 72.00 disoccupati (dato ISTAT 2019) con un tasso di disoccupazione giovanile  del 38,7%.Per non parlare della situazione occupazionale delle donne che è drammatica tanto da far dire al  segretario generale della Cgil Basilicata, Angelo Summa e al  presidente Ires Cgil Basilicata, Giovanni Casaletto la Basilicata non è una regione per donne.” Le aziende produttive Lucane son legate soprattutto alla Fiat in quanto una delle autovetture in produzione la Jeep Kompass sta avendo grandi successi di vendite.

E’ del tutto evidente che se si ferma lo stabilimento di Melfi si ferma tutto l’indotto che soprattutto in Basilicata ha un buon numero di addetti. 

La situazione in Calabria

L a Regione Calabria può contare un tasso di disoccupazione che riguarda soprattutto la componente più giovane di forza lavoro. Come già detto la  Campania (53,6%), Sicilia (53,6%) e Calabria (52,7%) sono fra le regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile fra i 15 e i 24 anni. Secondo i dati  Eurostat, che inserisce le tre regioni del Mezzogiorno negli ultimi 10 posti su 280 regioni monitorate nel 2018 in tutta l’Unione, dove la media è del 15,2%. La Calabria (21,6%) ha anche l’undicesima percentuale più alta fra i territori europei per quanto riguarda la disoccupazione della popolazione fra i 15 e i 74 anni. La media europea è del 6,9%.Il totale complessivo dei disoccupati in Calabria ammonta a 105.000 unità. Questo significa che in Calabria un giovane su due non ha lavoro.

Dal punto di vista delle imprese  la sospensione delle attività ha comportato la paralisi del tessuto produttivo calabrese. Novemila imprese calabresi del terziario rischiano di scomparire, con una conseguente perdita di oltre 23 mila posti di lavoro.

Per ciò che riguarda il settore agricolol’attività è crollata di circa il 41% delle aziende agricole.

La situazione in Sicilia

in Sicilia La disoccupazione ha raggiunto il 20%. Secondo i dati dell’Istat in 346 mila non hanno un lavoro (la media nazionale è del  9,8%).

Secondo uno studio dell’Università di Catania “Se c’è un dato che non ha mai smesso di crescere, negli ultimi dieci anni, in Sicilia, è quello della disoccupazione; come se ciò non bastasse, assieme alla preoccupante percentuale di disoccupati siciliani, va ad aggiungersi quella dei giovani, che sempre di più non riescono a trovare un impiego.”

Sempre secondo questo studio “chiudono le imprese, calano i consumi per famiglia, cresce in modo smisurato la disoccupazione, specialmente quella giovanile.” e “si pone la drammatica soppressione di 4.571 altre imprese, “solo” 1400 a Palermo in un anno. In particolare, in tutto il territorio dell’isola, hanno chiuso 3582 esercizi commerciali al dettaglio, 946 aziende nel campo dell’alloggio e della ristorazione, e infine 754 ditte specializzate dalla comunicazione ai trasporti, dagli immobiliari ai viaggi, dal supporto imprese all’intrattenimento. Chiuse altresì 1948 ditte industriali, e 342 imprese agricole tra le province siciliane, quelle più preoccupanti sono Trapani, Agrigento e Messina, con un tasso di disoccupazione, rispettivamente, di 23,6%, 27,6% e 25,5%. Dato più preoccupante, inoltre, è quello giovanile: al 2018, i giovani siciliani che non lavorano sono il 53,6%, circa 1,5 milioni, dunque un giovane su due non lavora.” Unica  soluzione: l’emigrazione.

In Sicilia c’è il dramma sociale dell’ex stabilimento Fca di termini Imerese. Dopo l’abbandono della Fiat che aveva occupato fino a 3800 unità La società Blutec  aveva rilevato lo stabilimento ex Fiat. Lo Stato regalando,  con un ricco pacchetto di soldi,  la fabbrica ad avventurieri che si sono improvvisati costruttori di auto elettriche, motocicli e quant’altro è stata fermata dalla magistratura che ha arresto i vertici della società e sequestrato lo stabilimento. Ora si profila all’orizzonte l’ennesimo bluff,  giocato sulla pelle dei quasi 700 operai che da anni ormai vivono solo di ammortizzatori sociali. 

Intanto a nord di Siracusa l’inquinamento industriale si insinua da decenni nel suolo e nelle falde acquifere, si diffonde nell’aria e contamina il mare. Fabbriche, ciminiere e cisterne di greggio si estendono a macchia d’olio. Il polo petrolchimico a nord di Siracusa rappresenta venti chilometri di costa, un territorio e una baia imbottiti di sostanze contaminanti e nocive. Dall’insediamento negli anni cinquanta della prima raffineria, la zona è oggi stravolta dall’inquinamento. Sembra di vivere il dramma di Taranto.

Nel settore agricolo vi è come in tutte le regioni meridionali e non solo l’azzeramento del canale Horeca (hotel, ristoranti e catering) e delle mense scolastiche e universitarie; la chiusura di agriturismi, enoturismi, mercati storici e rionali, nonché di quelli dell’agricoltore e del pescatore; l’azzeramento della domanda di cibo da parte dei turisti in Sicilia; la difficoltà lungo tutta la filiera alimentare, in termini di approvvigionamento di materie prime e di spedizione e consegna dei prodotti; il ridotto funzionamento dei servizi di logistica, soprattutto internazionali, che ha già messo in difficoltà le imprese per il reperimento di materiali di consumo, di servizi e i prezzi di ricambio dei macchinari.

Concludendo prima della pandemia da coronavirus secondo una ricerca condotta  nel Mezzogiorno d’Italia ci sono circa 1,5 milioni di disoccupati, mentre molti di più sono gli inattivi.

Partiamo da un dato: il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’87% della ricchezza e il restante 60% più povero il 13%,  Il 5% più ricco della popolazione italiana detiene una ricchezza superiore all’80% più povero; l’1% più ricco detiene il 22% della ricchezza nazionalei 3 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 10% più povero della popolazione, circa 6 milioni di persone.

Questo è il risultato di trent’anni di liberismo di  e della famosa formula imposta dal Governo Monti inserito nella Costituzione sul pareggio di bilancio  imposto dall’UE. Fin dall’inizio molti economisti e giuristi hanno spiegato perché il pareggio in bilancio configurava un vero suicidio economico. Grazie a questo sistema le nazioni europee più deboli fra cui l’Italia sono satte costrette  ad accettare ogni tipo di riforma richiesta dalla BCE che di fatto ha assunto il controllo delle economie nazionali e ha ridotto di fatto i poteri degli stati ed un indebolimento della democrazia.

L’economista Salvatore Morelli, ha detto:“L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito. […] Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro”.

Il World Inequality Report pubblicato nel 2018 suggerisce che una delle più influenti cause dell’aumento delle disuguaglianze sia dato dal passaggio della ricchezza pubblica in mani private. Negli ultimi venti anni, vi è stata una forte spinta alla privatizzazione del patrimonio dello Stato e questo ha portato una diminuzione di risorse in mano ai governi per combattere le criticità che portano alla disuguaglianza.

Da Prodi in poi è successo questo in Italia con la dismissione del patrimonio pubblico la distruzione dell’IRI e la privatizzazione di industrie strategiche.

Inoltre l’emergenza determinata dalle misure restrittive a seguito della seconda ondata del lockdown evidenzia le conseguenze dei tagli al sistema sanitario raccomandato dall’Europa e messo in atto con solerzia da tutti i governatori regionali. La chiusura di aziende fa emergere in maniera drammatica la  povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze. Ma non sembra che la politica italiana voglia cambiare approccio.

A livello politico le forze in campo non sembrano aver compreso che senza un progetto che abbia come fondamento una vera programmazione non sarà in grado di trovare le linee di una indispensabile espansione economica e sociale e che è destinata nel migliore dei casi a recepire le linee guida imposte dell’Europa che ci farà ancor più affondare nella crisi in maniera irreversibile.

Accettando supinamente i diktat di Bruxelles l’Italia subisce gli effetti di una mancata trasformazione dell’ economia al servizio dei mercati in un’economia programmata per l’utilizzazione delle risorse in funzione di obbiettivi globali che tengano conto dell’uso sociale dell’economia e della ricchezza.

Senza un intervento dello Stato che mettendo radicalmente in discussione le politiche economiche neoliberiste, investa sulla riqualificazione della spesa pubblica e rilancio di investimenti pubblici (in ambiente, territorio, ricerca, innovazione, scuola, salute) gettando così le basi per un’alternativa in cui la piena occupazione torni ad essere un obiettivo sociale e politico.

Ciò significherebbe il mancato rispetto dei i vincoli di bilancio dettati dai trattati europei (Trattato di Maastricht, Fiscal Compact). E’ la stessa architettura dell’Unione europea, che impedisce agli stati unici di stimolare l’economia per sostenere produzione e occupazione. 

Una mancata presa d’atto da parte del governo di questa situazione con una decisione di intervenire in maniera radicale nel mezzogiorno può portare al definitivo impoverimento del Mezzogiorno. Se, però, affonda il Sud, tutto il Nord sarà trainato alla deriva.

Perché siamo arrivati a questo? Che cosa significa? che fare?

L’approccio economico dei governi che si sono succeduti nel tempo in Italia negli ultimi venti anni sono stati indirizzati da una scelta neoliberista, mai messa in discussione ma anzi seguita ciecamente che ha determinato l’aumento delle diseguaglianze, della povertà, della disoccupazione soprattutto giovanile e delle donne. Il mercato è stato ritenuto l’unica leva di progresso generalizzato che avrebbe dovuto funzionare come regolatore della vita sociale. In questo senso l’impresa e gli imprenditori ricoprivano un ruolo privilegiato mentre i lavoratori era un’appendice di questi senza diritti da utilizzare in base alle convenienze, dimenticando che queste scelte contraddicevano con lo spirito della nostra Carta Costituzionale.

L’Europa e la BCE fedeli al dettato neoliberista si sono impegnate con appositi strumenti ricattatori ad imporre programmi basati su privatizzazioni, liberalizzazioni, abolizione sistematica del welfare, austerità,   limitazione della spesa pubblica, obbligo di pareggio di bilancio. Parallelamente la sovranità dello Stato veniva messa in discussione si è dato così il via ad una lunga sequela di liberalizzazioni, protezione delle multinazionali finanziare, consentendo delocalizzazioni con conseguente sfruttamento della manodopera  con la mortificazione dei diritti sociali e sfruttamento senza limiti dell’ambiente. La finanziarizzazione dell’economia è un  progetto globale che toglie forza ai poteri dello Stato e conferisce questi poteri ad organismi non elettivi quali la BCE o la banca Mondiale e il WTO.

Mentre la sinistra in Italia non è riuscita a coalizzarsi per dare una risposta democratica e a proporre un modello alternativo, la destra Italiana al seguito di una destra europea xenofoba e razzista senza contestare il modello neoliberista propongono con successo modelli in cui i si chiede nel recinto nazionale sulla base della legge del più forte, della e xenofobia del rancore verso chi governa. Questa destra lungi dal mettere in discussione  alcunchè diventa strumento di quei poteri che a parole contestano. La guerra tra poveri ne è la conseguenza.  Ferraioli a proposito di Matteo Salvini afferma ” Salvini sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Non si limita a interpretare la xenofobia, la alimenta La sua politica sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo” (Ferrajoli: «Salvini fa un uso demagogico del diritto. Il suo è populismo penale», intervista a cura di Roberto Ciccarelli, “il manifesto”, 5 luglio 2019).

Malgrado il governo Conte emetta decreti a ripetizione per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica  quello che risulta è la mancanza di un progetto di sviluppo  della nostra società. Quante leggi non sono state fatte per paura di perdere voti. Ricordiamo la vergogna di un PD, che non ha avuto il coraggio di emanare la legge sullo ius soli, il silenzio della classe politica rispetto ai moniti del Pontefice sul dovere dell’accoglienza dei migranti; per non dimenticare l’imbarazzo del governo rispetto alle richieste che da più parti si levavano per l’abolizione dei decreti sicurezza.

Chiara Saraceno ha affermato che “un crescente potere del capitale sul lavoro, che include favori quali lo sviluppo della flessibilizzazione, gli effetti delle tecnologie e la debolezza dei sindacati; l’affermarsi di un “capitalismo oligarchico”, con la concentrazione di reddito e ricchezza nel 10 dei più ricchi e nell1 degli ultraricchi; l’individualizzazione delle condizioni economiche, la frammentazione dei contra e la relativa incapacità dei lavoratori a fare fronte comune per una tenuta di salari e spendi; infine ma non ultimo, il ritrarsi della politica, nazionale e comunitaria, o meglio il suo consegnare quello che fu un ruolo di regolazione dei mercati nelle mani dei mercati stessi, in ciò depotenziando (anche e non solo) le politiche di redistribuzione Quest’ultimo aspetto, sottolinea Saraceno, non solo è un rischio per lo sviluppo e l’uguaglianza, ma lo è per la democrazia stessa, come l’esplosione dei populismi autoritari dimostra (Saraceno, 2019) La crisi del 2008, sottolinea la sociologa, ha enfatizzato questa situazione, segnando anche asimmetrie e differenze profonde tra i Paesi membri della UE, che ha dismesso la sua immagine di “opportunità” e assunto quella di portatore d’acqua del grande capitale.

Il paradigma attualmente vigente per il governo dell’economia in Europa è quello delle politiche neoliberiste e di austerity e del pareggio di bilancio. Queste politiche hanno determinato in Europa e nel mondo un aumento delle disuguaglianze economiche e sociali. Il mercato non è il regolatore della vita sociale e non genera ricchezza per tutti, anzi al contrario,  ha determinato  una polarizzazione delle ricchezze e le condizioni di chi lavora sono peggiorate. La commissione Europea in accordo con il FMI al netto della tregua concessa per l’emergenza Coronavirus riprenderanno a chiedere riforme strutturali, cioè ancora austerity.

Eppure è sotto gli occhi di tutti che non il coronavirus, ma le politiche  di austerity tenacemente messe in campo da tutti i governi che si sono succeduti hanno determinato la catastrofe economica e sociale italiana e soprattutto del mezzogiorno straccione e ladrone. Il sud sta diventando un deserto in mano alle mafie ed ad una classe politica corrotto ed autoreferenziale.  Oggi i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri.

Il mercato del lavoro è governato dall’incertezza, mentre si continuano a stanziare sgravi contributivi per le imprese. Lavoro nero ed economia illegale sono diventate una costante nell’attuale sistema produttivo. Lo Stato non è più garante dei diritti dei lavoratori che pone un limite al privato, ma assiste alla violazione sistematica dei diritti dei lavoratori. In questa ottica viene giustificato il caporalato e lo sfruttamento disumano dei migranti nel lavoro agricolo.

Come possiamo immaginare che alla fine dell’emergenza coronavirus quell’esercito di disoccupati del Mezzogiorno d’Italia trovino da un giorno all’altro un’occupazione stabile laddove da circa quarant’anni i governi che si sono succeduti hanno messo da parte ogni politica industriale limitandosi a gestire il quotidiano senza investire sul futuro?

Per comprendere la strada da intraprendere bisogna cambiare paradigma e appare illuminante e la dichiarazione di Papa Francesco” Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale” (Papa Francesco in Madagascar, 7 settembre 2019).

Partendo da questa considerazione sorge spontanea la considerazione che per pensare di affrontare seriamente il problema del Mezzogiorno d’Italia  occorre cambiare modello di sviluppo  occorre che lo Stato diventi motore regolatore e protagonista dell’economia, non più un’economia governata dal mercato come regolatore e costruttore della società ma lo Stato che ritorni ad essere tale e che svolga un ruolo chiave nell’economia per contrastare le multinazionali ed il modello di sviluppo che esse portano avanti distruggendo ogni regola del vivere civile e sfruttando l’ambiente fino all’esaurimento delle risorse naturali.

Oltre  a risolvere la crisi sociale d il dramma della disoccupazione reinventando il ruolo dello Stato esso non può porsi l’obbiettivo di sostituirsi alla imprenditorialità privata adottando il medesimo modello di sviluppo. La risposta dello Stato deve essere quella di uno Stato visionario che va ad inventare i posti di lavoro rivoluzionando  il sistema produttivo per non correre  il rischio di sostituire al capitalismo finanziario il capitalismo di Stato. Per fare questo sarà necessario ritornare al passato laddove l’energia era in mano pubblica perché mai le grandi imprese che detengono il mercato dell’energia e dei combustibili  investirebbero in un progetto a lungo termine che ponga al centro del suo obbiettivo la sostituzione delle attuali fonti energetiche con quelle totalmente rinnovabili.

Per fare ciò è necessaria una  pianificazione centralizzata dove il fine ultimo sia il bene comune e non il profitto di pochi a danno della collettività.

Deve cambiare il rapporto fra Stato, il mercato e un’economia che non pensi al mercato. Può sembrare paradossale ma è così. La BCE e il FMI per porre al centro della propria agenda il rispetto delle regole del mercato sono fino ad oggi stati promotori di povertà e precarietà, ma prima o poi i lavoratori e non solo, ma anche il ceto medio impoverito si ribelleranno. Lo Stato e L’Europa ognuno per la sua parte debbono dare un segnale forte e coraggioso sul fronte degli investimenti, rafforzando le politiche sociali.

In questo senso la pandemia da covid è stato il terremoto che deve seppellire sotto le sue macerie le politiche di austerità. Creare un progetto unico e  centralizzato governato da un ente economico alle dipendenze del Ministero dell’economia che porti alla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio.

Ciò significa entrare in competizione con le grandi compagnie di petrolio ed energia, mettere in crisi la loro avidità costringendole a inseguire lo Stato imprenditore sul piano di una nuova economia verde.  

Lo Stato dovrà porsi l’obbiettivo di creare ricchezza recuperando i disoccupati e nello stesso tempo di diminuire il costo della vita  con sistemi gratuiti di trasporto urbano, universitaria gratuita, Internet in fibra totalmente gratuito. Come fare ciò? Recuperando quei settori generosamente regalati ai privati: autostrade, telefonia, settore agroalimentare, industria automobilistica e dell’acciaio, banche. Fare investimenti che servano a creare occupazione e impiegare tutta la forza lavoro. Gli economisti affermano che un punto di PIL di investimenti pubblici generano tre punti di PIL.

Bisogna partire dai bisogni per creare un modello economico alternativo che sia ecologicamente sostenibile, che privilegi la crescita, lo sviluppo economico e la giustizia sociale mortificata da anni di disinvestimenti. Il sistema finanziario internazionale ha creato ricchezza solo per se stesso impoverendo milioni di persone. Lo stato deve dare una risposta alle disuguaglianze generate da questo sistema che non ha dato alcun contributo al benessere della collettività. Nessun imprenditore privato ha interesse a promuovere un processo di trasformazione dell’economia nel senso prospettato perché questo presuppone governare un difficile  processo che riguarda l’energia, la mobilità, i nuovi prodotti, l’innovazione e significa intervenire in un processo che richiede grandi investimenti che tengano insieme la tutela del lavoro e nuove opportunità di lavoro e il rispetto per l’ambiente.

Il petrolio dell’Italia si chiama sole, vento, mare, energia vulcanica bisogna investire in questo, bisogna investire nel rendere il patrimonio pubblico autosufficiente dal punto di vista energetico. Lo Stato deve investire per proteggere il  territorio dalle frequenti occasioni di dissesto. Basti pensare quanto lavoro generebbe un simile progetto solo in termini di riqualificazione e formazione dei lavoratori.

Per assecondare la Fiat, ormai non più italiana si è rinunciato ad investire in un settore in cui il nostro paese è sato sempre all’avanguardia. Perché attraverso questo ente economico auspicato lo stato non torna ad essere produttore di auto alimentate con combustibili diversi? L’alfa Romeo industria auto di primo livello fu regalata alla Fiata da Prodi nella fase di liquidazione del patrimonio pubblico dello stato, ma oggi lo Stato potrebbe sostenere un progetto di riconversione dell’automobile come già in Germania e anche altrove sta avvenendo che rimetta al centro i lavoratori aumentando diritti e salari. Oggi in Italia si producono meno auto della Spagna o della Slovenia. Lo Stato deve avere il coraggio di investire  sugli studi sui veicoli elettrici recuperando Termini Imerese, Torino, Napoli. Costruire auto elettriche, motori elettrici e lavorare su tutte le tecnologie connesse accettare la sfida delle evoluzioni dei motori a idrogeno. Investire nella ricerca di nuove batterie per auto elettriche. La commissione europea  ha varato un progetto chiamato  European Battery Alliance (EBA) che si pone l’obiettivo di sviluppare «le batterie sostenibili del futuro e consentire all’Europa di raggiungere gli obiettivi previsti dall’European Green Deal». Quindi la partita della transizione energetica si gioca anche sulla gestione dell’energia, sulla possibilità di accumularla e usarla quando necessario. Le batterie sono quindi al centro di un mercato stimato da 250 miliardi di euro da qui al 2025, oggi monopolizzato dai produttori asiatici. La richiesta proviene soprattutto dall’automotive, impegnata sulla nuova frontiera dell’auto elettrica. Nessun imprenditore privato ha la forza ed il coraggio di investire capitali nell’economia verde ma lo Stato ha i mezzi per farlo. Honda, Toyota, Hyundai e General Motors – hanno già realizzato veicoli a idrogeno con tecnologia fuel cell, finora solo a scopo di ricerca o per vendite limitate, ma forse, una volta completata la transizione verso l’elettrico, spinta anche dall’aumento delle tasse sui combustibili fossili, comincerà la transizione – definitiva – verso i motori a idrogeno.

La Germania si rivolge all’indotto italiano per la componentistica dell’industria meccanico e dell’auto: Torino Milano Napoli, Termini Imerese, il Nord Est sono pieni di piccole e medie aziende ad alto livello di qualificazione nel settore della componentistica. Perché non sfruttare questo patrimonio a rimorchio di un’industria di Stato che punti all’innovazione tecnologica ecocompatibile.  La Tesla nata appositamente 16 anni fa per costruire solo auto alimentate a energia elettrica ha previsto fatturazioni da capogiro fino al 2030, con guadagni “da 1,2 trilioni all’anno” provenienti solo dal comparto software.

Un Ente Pubblico Economico gestito direttamente dal ministro dell’Economia che si doti dei mezzi finanziari sufficienti potrebbe fare quello che non è fantascienza perché sta avvenendo già in Germania, laddove questo paese ha come suo punto di forza una cultura della coesione della società e la pratica del coinvolgimento permanente degli attori sociali nella vita pubblica e nelle scelte fondamentali della nazione.

Ma quello che avviene in Germania può avvenire anche in Italia. Creare un ente pubblico economico che guidi il cambiamento del paradigma produttivo provvedendo alle nazionalizzazione di industrie strategiche, coinvolgendo i lavoratori in questo processo attraverso il meccanismo della cogestione che dia ai lavoratori il diritto di sedere nei consigli di sorveglianza delle imprese e di discutere delle scelte strategiche e delle decisioni industriali rilevanti.

La cogestione, esiste già in altri paesi: in Germania, ma non solo Germania. Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state forme di cogestione in Inghilterra, in Francia dove i consigli di azienda hanno conquistato un’importanza fondamentale della cogestione delle aziende statalizzate. Ma è in Germania che la cogestione aziendale ha trovato la sua massima applicazione. Infatti nel 1919 fu approvata una legge che istituiva la rappresentanza operaia nei consigli di fabbrica: Inizialmente i poteri di questi consigli di fabbrica erano limitati, ma poi dopo la seconda guerra mondiale la necessità di riprendere l’economia nazionale spinse il movimento sindacale ad ottenere maggior potere soprattutto nella zona del bacini della Ruhr dove la ripresa della produzione si verificò quasi esclusivamente per l’iniziativa operaia. A quell’epoca tutte le aziende erano sotto il controllo delle autorità britanniche di occupazione che affidarono ad una Società Fiduciaria la gestione aziendale. I sindacati ottennero il riconoscimento del diritto di cogestione. Tutte le aziende costituirono consigli di amministrazione con undici delegati di cui cinque di nomina sindacale, cinque di nomina aziendale più un tecnico estraneo. Le acciaierie Krupp in crisi accettarono la regola della cogestione. L’azienda Krupp fu trasformata in società per azioni e così fu possibile applicare la cogestione prevista da una legge del 1951, che consentiva tale istituto alle aziende con più di mille dipendenti e ai lavoratori fu consentito di esercitare un certo controllo sull’attività dei complessi industriali che avevano un peso determinate nella vita economica del paese. Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione (Mitbestimmung). La gestione delle imprese tedesche era affidata a due organi: un Consiglio Esecutivo (Vorstand) e un Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat). I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali. L’inattuato articolo 46 della Costituzione recita testualmente “Ai fini dell’Elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende.” Cogestione quindi significa l’introduzione del concetto di democrazia all’interno della fabbrica e diventa quindi strumento di progresso. In questo senso gli operai, gli impiegati, i quadri prendono parte ala processo produttivo influenzandone le scelte, le strategie i progetti, godendo ampi poteri democratici all’interno dell’azienda. La Commissione Lavoro del Senato nel corso della XVI° legislatura approvò il testo l testo unificato dei disegni di legge in materia di partecipazione dei lavoratori in azienda. Da Questo testo scaturì la delega legislativa contenuta nella legge Fornero (28 giugno 2012 n. 92), rimasta disattesa, poi il disegno di legge bi-partisan 4 dicembre 2013 n. 1051, presentato dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato con le firme di senatori di tutti i gruppi. Il ministro dell’economia Gualtieri, che ha già dato prova di grandi capacità di governo ha ipotizzato la creazione di una Newco in cui sia presente la Cassa Depositi e Prestiti. Se questa formula ha dato buoni frutti in Germania, in Austria in Francia e persino nell’ultracapitalistica America non vedo perché non dovrebbe funzionare in Italia. Uno dei principali obiettivi che come Socialisti dobbiamo porci nel modo più conveniente e realista possibile, ma con fermezza è la trasformazione della crisi pandemica e delle sue immediate conseguenze occupazionali ed economiche in una grande occasione di rilancio di uno sviluppo pianificato che veda lo Stato nel ruolo di stimolo e rinnovata partecipazione.

La vertenza della Whirlpool in Campania, che coinvolge la vita di circa 350 famiglie di lavoratori, quella della Meribullon a Castellammare di Stabia, un ago di fatto nel pagliaio della crisi e delle dismissioni di tanti stabilimenti italiani, può essere il pretesto per superare la semplice solidarietà e tentare una soluzione pilota.

Le risorse che il governo dovrebbe impegnare in regalie ad una indegna multinazionale pronta sempre a delocalizzare ovunque, per non far chiudere, potrebbero per la prima volta in Italia essere utilizzate per riequilibrare i rapporti  di forza all’interno del sistema capitalistico nazionale.

Senza la tenuta dei lavoratori nei settori strategici, questo paese veramente sarebbe entrato in crisi in modo strutturale.  Il paese produttivo reale non ha conosciuto chiusure e tregue: ha costituito la continuazione delle fatiche ospedaliere e curative…con altri mezzi. Salute e produzione sono strettamente correlate e tutte e due hanno bisogno dell’intervento dello Stato e della Programmazione statale.

A Napoli si potrebbe partire con lo Stato che crea un ente pubblico economico alle dirette dipendenze del ministero dell’economia che avoca a se l’investimento finanziario e la copertura di partenza, scongiurando la chiusura, chiedendo a tutti i Lavoratori di partecipare attraverso quote figurative di partecipazione progressive parte fissa e variabile concordate nel capitale sociale dell’azienda. La nuova azienda potrebbe continuare a costruire elettrodomestici, (lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi, televisori) ma seguendo le nuove misure adottate dalla Commissione europea che dettano regole più stringenti in materia di maggiore efficacia energetica, che prevedono. “esigenze di riparabilità e riciclo”, indispensabili per gli obiettivi dell’economia circolare perché “miglioreranno la durata, la manutenzione, il riutilizzo, l’aggiornamento e il riciclaggio degli elettrodomestici, nonché lo smaltimento”

Si andrebbe ad una gestione di tecnici, operai, e dallo Stato che avrà accortezza di promuovere particolari condizioni di stimolo, protezione e programmazione e verifica puntuale.

I diritti acquisiti sarebbero comunque garantiti e la quota di investimento figurativa di partenza, non andrebbe ad incidere sulla quota pensionistica o sul TFR; anzi creerebbe una di  fatto fonte alternativa assai più lungimirante delle pensioni integrative poggianti sui fondi finanziari .

La domanda collegata si fonda sulle produzioni effettive…non sulle bolle finanziarie  tendenzialmente limitate e destinate a caduta inevitabile ciclica e strutturale.

Lo Stato deve fare da GARANTE ASSOLUTO  e la partecipazione agli utili di impresa da parte delle maestranze creerebbe le condizioni di forte partecipazione alla riuscita della iniziativa, avendo anche un peso rilevante nelle decisioni strategiche, produttive e gestionali. (il 25% delle aziende in Europa già adottano schemi di profit Sharing).

Oggi nelle aziende difficilmente si riesce ad individuare il capitalista imprenditore, quello che prima veniva chiamato “il padrone” non esiste più, sostituito ormai da centri decisionali lontani, da una burocrazia dirigente lontana. Il dettato costituzionale secondo cui “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dei cittadini non è mai entrato nelle fabbriche. 

Lo Stato è stato grande assente nei processi produttivi da sempre perché vi era la convinzione che lo Stato non poteva che essere espressione degli interessi della classe dominante, nell’attualità i grandi colosi finanziari hanno di fatto più potere dello Stato impedendo di fatto che lo stesso possa intervenire nei rapporti fra finanza e lavoratori. L’Italia sconta l’abbandono da perte della classe politica degli obbiettivi di sviluppo economico e sociale.

E’ avvenuto così che un senso di impotenza da parte dei lavoratori facesse venir meno la voglia di lottare perché la lotta non paga più. I lavoratori, la società civile in genere si è distaccata dalla società politica perché gli istituti democratici sono stati svuotati della loro sovranità in nome di un’Europa sempre pi lontana sempre più disinteressata. La società civile ed i lavoratori in genere si sentono sempre meno rappresentati dai partiti ridotti a meri comitati elettorali e ci sia per il sempre meno potereffettivo del parlamento; ciò ha generato qualunquismo, apatia, frustrazione. Se lo Stato non si riappropria del suo ruolo anche in contrasto con le scelte sovranazionali si corre il rischio che la distruzione della Stato come riferimento istituzionale, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Scriveva Francesco Forte nel maggio 1969 sulla rivista “Critica Sociale”: “sono comunque del parere che la forza fondamentale di contrapposizione alle gradi imprese private e di salvaguardia del potere politico dalla loro influenza sta nell’azione delle imprese pubbliche e nell’espansione di tale azione. Per quanto “vecchia”  possa apparire questa dottrina essa è invece estremamente attuale. Rendere sempre più pubblica l’azione delle imprese pubbliche e mantenere e potenziare lo sviluppo dell’imprenditorialità pubblica sono i due elementi base per lottare contro la destra economica e contro le forze del potere economico privato come forza di dominio economico e di ipoteca politica.

E questa in estrema sintesi è la strada da seguire.

Beppe Sarno

dicembre 28, 2020

Ritrovare la via.

di Beppe Sarno

L’Italia è oggi un paese più povero, meno produttivo e con più disoccupazione in special modo nell’area del Mezzogiorno d’Italia dove la disoccupazione conta un milione e mezzo di disoccupati e la disoccupazione giovanile supera di gran lunga il 50%.

 La caduta del Pil, il calo della produzione industriale, l’incertezza politica, il generale rallentamento dell’economia a livello mondiale (e in particolare in Europa) descrivono un paese in marcia verso una nuova crisi economico-finanziaria, che il  fermo obbligato per la pandemia da covid sicuramente aggraverà, ma mentre le multinazionali grazie alle loro speculazioni finanziarie continuano ad arricchirsi il ceto medio e  i lavoratori continuano ad impoverirsi.

Le risorse messe in campo per affrontare la pandemia sebbene indispensabili, non risolvono la crisi in cui ci si dibatte ormai da troppo tempo. Una politica di austerità dettata dall’Europa ha ridotto il nostro paese senza risorse con un’economia povera dove fenomeni di delocalizzazione industriale l’hanno resa senza risorse e con poche industrie produttive. Le provvidenze del “recovery fund” arriveranno in parte nel 2021 per un 10% e il resto spalmato negli anni successivi fino al 2026.   Dal 2027 saremo impegnati a restituire buona parte dei soldi ricevuti e con nuovi obblighi di austerità soprattutto se passa l’accettazione del MES da parte del nostro governo.

Dall’altro canto la classe politica si è ridotta a fare pura comunicazione alla ricerca esasperata di un consenso elettorale dal momento che a primavera 2021 si vota per sindaci di prima importanza (Roma, Napoli, Milano), nel 2023 si dovrà eleggere il presidente della Repubblica e sempre durante l’anno 2023 si dovrà rinnovare il Parlamento ed il Senato con una nuova legge elettorale ancora da approvare.

E’ sotto gli occhi di tutti  che  il punto vero di criticità rimane il sistema politico e la sua crisi istituzionale. Può la nostra democrazia reggere a lungo laddove è consentito a chiunque di commettere atti di pirateria economica e politica come nel caso dell’Ilva di Taranto o della Wirlpool  e di tante altre realtà senza che da parte di chi governa non ci sia alcun controllo o sanzione solo per non compromettere equilibri politici frutto di compromessi non sempre nobili?

In questo scenario il grande assente è lo Stato.

Partito democratico e il partito dei   Cinque Stelle stanno dando una mano alla significativa crisi del nostro sistema politico. Non a caso per l’approvazione del documento di programmazione economica e finanziaria vi è stato  l’appoggio interessato di una destra responsabile di venti anni di fallimenti. L’arretramento politico dei partiti al governo ha causato una spirale involutiva che si riflette automaticamente sul loro arretramento elettorale che li vede in minoranza di fronte ad una destra forte di un consenso politico costruito su “forme di nazionalismo  chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi”(Tutti fratelli lett. enc. Papa Francesco).

La gente è sempre più convinta che la democrazia non serve più. Beppe Grillo, il giullare diventato Santo se ne è fatto profeta dichiarando che il parlamento non serve, ormai ridotto a zavorra superflua. La certificazione è venuta dall’esito  del recente referendum che ha ridotto il numero dei parlamentari.

Ma il posto i cui si sente di più il peso di questa intollerabile situazione è nei posti di posto di lavoro, anche se i lavoratori non sembrano o non vogliano accorgersene perchè drogati da decenni di assistenzialismo e attendono l’intervento salvifico dello stato, fino a quando l’ultimo lavoratore non diverrà un disoccupato in attesa del reddito di cittadinanza o nell’ipotesi peggiore manodopera a basso costo della criminalità organizzata. 

Pietro Calamandrei diceva «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare»

Non c’è dubbio che soprattutto nelle fabbriche italiane manchi l’aria da tempo; la sospensione delle libertà è iniziata nelle fabbriche dove sempre più spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate senza rispetto dei diritti sindacali  con i lavoratori ridotti letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà, per non parlare del terziario, della grande distribuzione dell’agricoltura.  

Ecco perché è dalle fabbriche, dal posto di lavoro  che deve partire l’iniziativa per combattere una battaglia politica generalizzata che comprenda l’impegno per una sanità pubblica, diritti dei lavoratori e dei loro corpi ridotti a merce, diritti di chi non ha una casa in cui rimanere né i soldi per vivere, diritto alla vita degli anziani, diritto all’istruzione e libertà di insegnamento, finanziamento della ricerca e accesso ai ruoli di responsabilità scientifica.

 Insomma, lo Stato va ricostruito dalle sue fondamenta secondo il progetto della Costituzione.

 Se è quindi vero che la democrazia va ricostruita sui posti di lavoro è pur vero che questa ricostruzione vada fatta secondo un paradigma che partendo dai principi che ispirano la  Carta Costituzionale si appoggi su questi pilastri: nazionalizzazione delle industrie strategiche ed intervento dello stato ree di crisi, revoca delle concessioni ai privati di attività economicamente produttive di proprietà dello Stato, cogestione, programmazione economica fondata su quello che in America è stato chiamato il “Il Green New Deal”. Cioè un’economia finalizzata a cambiare il sistema produttivo nazionale fondato sullo sfruttamento sull’uomo e delle risorse naturali.

Si tratta dunque di individuare con chiarezza gli scopi fondamentali, di trovare le soluzioni per portare la democrazia nei posti di lavoro per verificare gli effetti a lunga scadenza che questi obbiettivi raggiungeranno.

La cogestione

Per quanto riguarda l’applicazione della cogestione nelle fabbriche esso non deve significare portare nelle fabbriche uno strumento per massimizzare la produttività e quindi per allineare il più possibile senza contrasti i lavoratori con gli interessi dell’impresa. Questo equivoco stravolgerebbe il senso che si vuole dare alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa.  Lo scopo della cogestione, cioè l’intervento dei lavoratori nella conduzione dell’impresa dovrà servire a creare strumenti di democrazia all’interno del sistema produttivo per meglio realizzare gli interessi dei lavoratori e della collettività.

Fra la direzione dell’impresa e i lavoratori dovrà  sempre esistere contrapposizione, ma il  mutamento del paradigma presuppone  l’esistenza di un progetto diverso teso non ad una accumulazione di plusvalore e di incremento di profitto a favore di pochi, ma ad assicurare libertà e dignità umana a tutti. Certo si dovrà tener conto degli interessi economici ma il fine della cogestione deve essere sociale.

Con la cogestione si può raggiungere un equilibrio virtuoso: se da una parte i lavoratori sono interessati al successo economico dell’azienda, gli imprenditori, dall’altra, debbono essere interessati ad una condizione libera e dignitosa dei lavoratori.

Impossibile? Certamente no!

Se grandi multinazionali hanno adottato la cogestione come elemento fondante della gestione aziendale questo significa da una parte un razionalizzazione dei sistemi produttivi fatti da chi la produzione la fa materialmente e dall’altra la creazione di ricchezza a favore non solo dell’azienda ma anche dall’ambiente che lo circonda.

 Le acciaierie Krupp furono salvate grazie alla cogestione.

In Italia un’imprenditoria conservatrice è stata sempre contraria alla cogestione viceversa i sindacati hanno sempre cercato di   impedire l’attuazione della cogestione perché questo avrebbe ridimensionato il loro ruolo che acquista valore solo in un rapporto conflittuale con l’impresa.

Eppure in Italia è esistita l’Olivetti azienda leader nel settore dell’elettronica che vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.(fonte Wikipedia)

Se guardiamo alla ricca Germania possiamo rilevare che la cogestione non solo viene praticata da sempre ma trova il suo fondamento nella Legge Fondamentale (che ha il valore più a meno della nostra carta Costituzionale) L’art. 14 recita “La proprietà privata è garantita nei limiti dell’interesse generale” (Eigentum verpflichtet)”la proprietà obbliga”. L’art.15 (mai applicato) rende possibile la collettivizzazione del suolo, di risorse naturali e di mezzi di produzione. La Cogestione (Mitbestimmung), fu resa stabile al termine della seconda guerra mondiale con  la promulgazione di una serie di leggi federali, sebbene le sue radici affondino ai tempi della , (1919-1933), periodo in cui si realizzò, dal punto di vista politico, l’uguaglianza fra capitale e lavoro nell’economia nazionale.

Il principio trova la sua genesi storica in un congresso dei lavoratori a Berlino avvenuto alla fine dell’ottocento. A seguito di tale congresso fu concesso il diritto di ottenere in fabbrica un capofabbrica. Dopo il periodo della repubblica di Weimar passi concreti verso la cogestione furono compiuti dopo il 1945. In questo periodo gli imprenditori del settore minerario e dell’acciaio chiesero ed ottennero la collaborazione  del movimento sindacale e nel 1951  si giunse al consolidamento di un modello “paritario” di rappresentanza dei lavoratori all’interno del consiglio di sorveglianza grazie all’approvazione della Legge sulla Cogestione da parte dei Lavoratori dei Membri degli Organi di Amministrazione e Controllo delle Imprese del Settore Minerario, del Ferro e dell’Acciaio (Montan-Mitbestimmungsgestz – MontanMitbestG).

Nel sistema cd. “duale” affermatosi in Germania  in cui operano  il consiglio di gestione e il consiglio di rappresentanza  fondamentale è il ruolo dei lavoratori perché per la legge tedesca essi hanno lo stesso potere degli azionisti  avendo poteri decisionali ed interdittori avendo rispetto agli azionisti gli stessi diritti ed obblighi ed il diritto di voto.

Grazie al modello della cogestione, nessuna delle operazioni delocalizzazione che hanno portato alla fine delle imprese di tutta Europa, sono state possibili in Germania.

La giuslavorista Roberta Caragnano ha affermato  che “la partecipazione si pone come strumento di redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico sostenibile per gli effetti positivi che produce sulla qualità del lavoro, sulla conoscenza e sulla professionalità del dipendente, ma, al tempo stesso, è anche elemento di coesione sociale divenendo strumento di gestione aziendale”

Certo i tempi sono cambiate e anche in Germania si tende a ridimensionare la presenza dei lavoratori  nella partecipazione alle decisioni aziendali, al fine di creare un equilibrio fra i diritti dell’imprenditore e quello dei lavoratori.

Sta di fatto che la Volkswagen il sistema della cogestione funziona perfettamente tanto che l’industria automobilistica ha istituito nel 1990  il Consiglio europeo del Gruppo Volkswagen, per dare ai dipendenti il diritto di scambiarsi informazioni e per garantire azioni comuni. Successivamente è stato creata   la “Carta dei rapporti di lavoro per le società e per gli stabilimenti del Gruppo Volkswagen”.

 Ovviamente il capitalismo finanziario internazionale non vede di buon occhio questo sistema di relazioni. In Germania però gli imprenditori accettano gioco forza il principio ella cogestione perché comunque garantisce una serie di vantaggi che derivano dall’equilibrio degli interessi delle parti coinvolte e che sono nella gestione aziendale corresponsabile, risultati positivi in relazione alla crescita della produttività e dei salari, della diminuzione del tasso di turnover, della maggiore motivazione e formazione dei dipendenti.

La cogestione garantisce una mediazione non conflittuale fra proprietà e lavoro, il raggiungimento di obiettivi capitalistici e maggiore giustizia sociale, ottimizzazione del profitto e protezione dei dipendenti.

In Italia l’art. 46 della Costituzione resta di fatto inattuato da una parte gli imprenditori non amano interferenze nell’ambito delle proprie aziende e dall’altro i sindacati sono contrari a forme di collaborazione. Il mondo politico d’altronde è di fatto storicamente schierato dalla parte degli imprenditori.

Seppur l’approvazione dell’art. 46 avvenne nel 1947, l’articolo non venne attuato a causa dell’opposizione della maggior parte degli esponenti della Democrazia Cristiana (e soprattutto di Alcide De Gasperi)

Nel 1938 in Francia vennero istituiti tramite un decreto legislativo dei delegati operai eletti dai propri colleghi, anche se le radici storiche del tema della rappresentanza sembrano doversi rinvenire nella Carta del Lavoro della Repubblica di Vichy relativamente alla presenza delle figure dei comitati sociali.

Nel regno Unito Anche in questo caso però solo più tardi (nel 1947) sarebbe stata emanata una legge volta alla costituzione di organismi consultivi (l’Industrial Organization and Development Act)

Altra tappa del processo di armonizzazione è quella relativa al “Programma di azione sociale” del 1974, fondato sulla convinzione che una forma di società vincente sarebbe dovuto essere basata sulla cogestione, accompagnata dagli imprescindibili diritti di informazione e consultazione.

Per concludere merita un cenno il Libro Verde del 1975 sulla “partecipazione dei lavoratori e sulla struttura delle società nella Comunità Europea”

In Europa dopo un lungo iter a volte contradditorio di progetti e risoluzioni, il 23 ottobre 2018 l’Europarlamento ha approvato, quasi all’unanimità, una risoluzione favorevole alla partecipazione finanziaria dei lavoratori e di una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali aziendali. In questa risoluzione si afferma che gli Stati membri  debbono “ collaborare con le parti sociali al fine di definire gli schemi di partecipazione finanziaria dei dipendenti e a negoziarli”. Esiste quindi un’altra Europa, che i nostri governanti fingono di ignorare laddove una maggiore comprensione e attenzione  potrebbe cambiare il sistema produttivo ormai agonizzante e ridare una speranza ai lavoratori.

In Italia ha vinto la linea Marchionne che adottando di fatto un sistema “amerikano” ha di fatto reso impotenti sia i lavoratori che i sindacati. Qualcuno ricorderà che a fronte dell’approvazione del referendum con il quale Marchionne chiedeva l’approvazione del suo piano aziendale pena la chiusura degli stabilimenti prometteva   20 miliardi di investimenti nel nostro Paese.

Chi li ha visti? In cambio però oggi l’Italia non è più azienda leader nel settore automotive.

Eppure in Italia non mancano esempi virtuosi di cogestione e si sono verificati alcuni casi in cui i lavoratori hanno rilevato l’azienda fallita e l’hanno rimessa in piedi è il caso della Italcable di Cairano acquistata dal curatore fallimentare dagli operai con il contributo di Cooperazione Finanza Impresa, Coopfond e Banca Etica.

In questo modo l’azienda è rimasta collegata al territorio riuscendo allo stesso tempo a promuovere uno sviluppo sia dal punto di vista economico che sociale.

Per citare altri esempi va ricordata la Manfrotto  prevede che uno dei 350 dipendenti sieda nel C.d.A. oltre altri misure di welfare aziendale; Il regolamento RAI prevede che un membro del CDA sia scelto fra  i dipendenti RAI; Alla rinnovata  attualmente “Sider Alloy” è prevista una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione ed in proprietà dei lavoratori il 5% della nuova società.

Inoltre la cd. “legge Marcora” permette che i dipendenti delle aziende in crisi ne possano prendere le redini; ripartendo sgravati dai debiti, ma accollandosi sia tutte le responsabilità di gestione sia i costi d’investimento.

Tra i casi più famosi Greslab, realtà con 68 operai nella ceramica nata a Scandiano sulle ceneri della Ceramica Magica o in Lombardia la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio.

E’ chiaro pertanto che manca la volontà politica di impegnarsi per approfondire le reali possibilità che questo nuovo orizzonte potrebbe delineare e ciò perchè i principali ostacoli all’attuazione dell’art. 46 della Costituzione sono stati, i sindacati confederali da una parte e da  Confindustria dall’altra. I primi cercavano di impedirne la realizzazione poiché ciò avrebbe portato alla chiusura del rapporto classista vigente tra gli imprenditori e gli operai e quindi, avrebbero visto venir meno la loro figura politica e sociale. La seconda invece è stata da sempre contraria perché si sarebbe compromessa l’efficienza economica dell’impresa.

La Cogestione come equiparazione fra capitale e lavoro introduce la democrazia nei posti di lavoro rendendo concreto il precetto dell’art. 46 della nostra Carta Costituzionale.

Nazionalizzazione delle industrie strategiche.

Il ministro federale dell’Economia della Germania Altmaier ha presentato il 29 novembre  2019 la sua “Strategia industriale nazionale 2030”.

Obiettivo della “Strategia Industriale Nazionale 2030” secondo il ministro è collaborare con gli attori economici per dare un contributo al recupero e al recupero della competenza economica e tecnologica, della competitività e della leadership industriale a livello nazionale, europeo e mondiale.

La strategia industriale presentata è la prima a sviluppare una coerente strategia industriale nazionale ed europea basata su considerazioni fondamentali. Definisce i casi in cui l’azione dello Stato può essere giustificata o addirittura necessaria in casi eccezionali al fine di evitare gravi svantaggi per l’economia nazionale e il benessere generale dello Stato. È allo stesso tempo un contributo alla formazione di un’economia di mercato a prova di futuro e la base per un dibattito normativo.

Altemaier ha dichiarato “La Germania è una delle realtà industriali più competitive al mondo e dovrebbe rimanere tale. Raggiungere questo obiettivo è responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato.”

La Germania si pone dunque il problema che l’economia libera da condizionamenti sociali non è sostenibile e non genera ricchezza per la collettività conseguentemente  il ruolo dello Stato   non può essere marginale ma deve viceversa svolgere un ruolo attivo, indirizzando e talvolta assumendo in prima persona le scelte economiche. Non a caso Altemeier parla di responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato.

Se questo è vero per la Germania a maggior ragione è vero per l’Italia dove da troppo tempo assistiamo ad un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno del paese e ad un generale pessimismo su un futuro apparentemente senza prospettive  perché basato su una competizione dove i lavoratori non hanno strumenti per misurarsi con gli altri.

Esempi di nazionalizzazioni in Italia non sono mancati anche di recente, ma per lo più si è trattato di esperienze negative generate dalla circostanza che le società destinate alla nazionalizzazione non trovavano acquirenti sul mercato. E’ il caso ad esempio della compagnia di bandiera aerea nazionale: l’Alitalia dopo le sciagurate esperienze del passato da quasi tre anni lo Stato italiano cercava un acquirente per la compagnia aerea nazionale, che dal 2008 costa ai contribuenti già 9 miliardi di euro. Alitalia è ora di fatto di nuovo sotto il controllo statale. Nell’ambito del pacchetto di aiuti da un miliardo di dollari all’economia, il governo consente la costituzione di una nuova compagnia, sotto la cui supervisione deve essere posta la compagnia aerea. Il governo di Roma difende la sua tanto criticata decisione di continuare a pompare denaro in Alitalia. Il processo di vendita della compagnia aerea rimane in vigore. Sembra abbastanza probabile che questo fallirà di nuovo.

Per la società Autostrade, il ministro Toninelli ha provato a revocare le concessioni alla Benetton responsabile del crollo del ponte “Morandi” per la scarsa manutenzione dello stesso, ma malgrado un’apposita commissione abbia dichiarato che il grave inadempimento della famiglia Benetton, azionista di riferimento della società “Autostrade per l’Italia” avrebbe dovuto comportare  la restituzione di un bene la cui custodia era stato affidato ad Autostrade per l’Italia, che era tenuta a restituirlo integro è andata a finire in un nulla di fatto. In tempi recenti la nazionalizzazione dell’ex ILVA di Taranto, che prevede l’entrata dello Stato attraverso Invitalia in società con la Arcelor Mittal  con un piano fantasioso e non realizzabile di decarbonizzazione dell’Impianto. L’Alcelor Mittal dovunque è andata ha combinato disastri ecologici e licenziamenti di massa; da questi briganti lo Stato ricompra l’Ilva dopo avergliela praticamente regalato ed in più gli affida la gestione. Praticamente il conte Dracula alla guida dalla banca del sangue. Giustamente gli amministratori locali con a capo il Presidente della Regione Puglia si sono dichiarati contrari al progetto pur essendo favorevoli alla nazionalizzazione dell’industria ma come ha dichiarato Emiliano “ ma con l’ipotesi in cui si risolva il contratto con ArcelorMittal e si passi alla gestione della società interamente a capitale pubblico”.

La verità è che le società con struttura mista (proprietà pubblica e privata insieme) non hanno mai funzionato e questo tipo di intervento non significa nulla perché lo Stato non è in grado di garantire quei controlli che una simile soluzione richiederebbe.

Anche la Francia vuole nazionalizzare le aziende, se necessario. Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha detto che il governo “farà tutto il possibile per proteggere le grandi aziende francesi”. I passi possibili sono la capitalizzazione, la partecipazione statale e “se necessario anche la nazionalizzazione”. Le Maire aveva precedentemente annunciato un pacchetto di aiuti del valore di 45 miliardi di euro per imprese e dipendenti.

Eppure storicamente l’Italia, malgrado i recenti maldestri tentativi di nazionalizzazione alla carlona ha una storia importante per ciò che riguarda l’intervento dello Stato nell’economia.

 Enrico Mattei, prima che fosse fermato in maniera violenta, grazie all’Eni riuscì a creare in Italia un monopolio sul gas e su tutte le attività estrattive, trovando dinanzi a sé pochi oppositori.

Ma la  nazionalizzazione che più segnò il dibattito politico, però, fu quella dell’energia elettrica, anche perché comportò una forte spaccatura soprattutto all’interno della Democrazia cristiana.

Tutto in qualche modo inizia quando nel 1962 il governo, guidato da Amintore Fanfani, istituisce l’Enel (Ente per l’energia elettrica) con l’esplicita intenzione arrivare ad avere un solo soggetto erogatore di energia: posseduto dallo Stato.  A  sostenere la necessità della nazionalizzazione dell’energia vi era chi a giusta ragione riteneva che lo Stato veniva pensato quale soggetto orientato a fare il bene della collettività senza avere quale fine ultimo esclusivamente il profitto. Ora di tutto questo se ne è persa la traccia e i lavoratori delle aziende in crisi attendono l’intervento salvifico dello stato che gli garantisca una cassa integrazione infinita, l’abbonamento a sky e il motorino per i figli.

Invece la nazionalizzazione sarebbe la salvezza per quei settori strategici dell’economia   dove l’intervento dei privati che in trenta anni hanno sbranato il patrimonio pubblico dello Stato hanno generato ricchezza per pochi e indebitamento dello Stato.

Certo la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia da sola non basta perché prendendo ad esempio l’energia, che dovrebbe sicuramente ritornare in mano allo Stato, sarebbe necessaria una svolta in materia energetica da parte dell’Europa: politica energetica e nazionalizzazione dell’industria elettrica hanno in questo senso una stretta correlazione. L’energia quale equivalente e amplificatore della forza-lavoro è un fattore basilare nello sviluppo industriale, oggi fortemente in crisi.  L’energia elettrica è la base di tutto il settore energetico così in rapido sviluppo con lo sfruttamento delle energie alternative di cui l’Italia è ricca: sole, acqua, vento; ebbene  solo un progetto che abbia a cuore la sostanza delle soluzioni che andrebbero proposte potrebbe affrontare il problema della stretta concatenazione fra nazionalizzazione delle fonti energetiche e adozione di una politica dell’energia. Questo i privati non sono in grado di farlo né vogliono farlo perché il loro interesse primario non è il bene comune, ma il profitto.

In questo senso è facile immaginare le difese che metterebbero in campo i detentori del potere finanziario. Si scatenerebbe l’ostruzionismo di intere fasce della classe politica, l’ostruzionismo della burocrazia statale tesa a difendere privilegi incrostati da anni di mala gestio della cosa pubblica, per non parlare dell’uso spregiudicato dei mass media. Insomma è facile parlare di nazionalizzazione, ma bisogna comprendere che la nazionalizzazione non deve significare mettere sulle spalle dei contribuenti aziende decotte per salvare qualche centinaio di posti lavoro bensì, come nel caso dell’energia, adottare nel più breve tempo possibile l’unica radicale soluzione conveniente dal punto di vista della collettività: cioè quella di creare un’azienda Statale nazionale per la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica e della creazione di organi direzione affidati alle regioni ed alle amministrazioni locali. Questo significherebbe mettere al servizio della collettività e quindi anche per l’industria l’energia idroelettrica, l’energia eolica, l’energia solare e termica, l’energia geotermica e le bioenergie, l’energia marina.

Stesso discorso andrebbe fatto per la sanità che in maniera criminale i governatori delle regioni hanno messo nelle mani private mettendo in atto un piano di tagli alla sanità pubblica chiudendo ospedali, sottraendo posti letto, riducendo i posti di lavoro di medici infermieri personale sanitario. La pandemia ha viceversa dimostrato quanto sia indispensabile una sanità pubblica gestita in maniera corretta e senza speculazioni.

Purtroppo il capitale continua a ricevere benefici di ogni tipo e mentre imperversa la disoccupazione  si  continua a delocalizzare mentre milioni di persone stanno cercano lavoro, vengono occultati i profitti in Olanda o nei paradisi fiscali ricevendo prestiti milionari dallo stato. All’avidità del capitale non c’è fine e non risponde a nessuno del loro fallimento, anzi!.”

 “Il Green New Deal”.

Dopo la crisi economica del 1929 il Presidente americano Roosevelt lanciò il “New deal”. La “nuova sfida” era la risposta dell’America alla crisi che la nazione aveva vissuto. A distanza di quasi un secolo il partito democratico americano lancia una nuova sfida che però deve essere verde cioè un paradigma nuovo dell’economia basato sulla sua sostenibilità ambientale. La democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha dichiarato “non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale.”

Benedetto XVI° ha rinnovato l’invito a « eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e […] correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente ». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Il Green deal è il nostro uomo sulla luna”. L’obiettivo dell’esecutivo europeo è rendere il Vecchio continente il primo climaticamente neutro entro il 2050, azzerando per quella data le emissioni nette di CO2. Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato sii” Invita a “cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso ….il senso umano dell’ecologia….. la grave responsabilità della politica internazionale e locale, la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”.  Malgrado la buona volontà della Von der Leyen solo l’annuncio di un piano di investimenti di mille miliardi di euro ha smosso i vari stati a dare un assenso al nuovo programma che prevede tre punti fondamentali  il Just transition mechanism, ovvero un meccanismo per una transizione equa per  attenuare le conseguenze economiche e sociali della transizione verde; l’ InvestEU, il programma gestito dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, che sosterrà gli investimenti nell’Ue dal 2021 al 2027, di cui almeno un terzo per la lotta al cambiamento climatico ed infine l’intervento della Bei, la banca europea per gli investimenti, che dal 2021 non sosterrà più l’utilizzo dei combustibili fossili e che mira a raddoppiare i propri investimenti in progetti green portandoli dall’attuale 25 per cento al 50 percento diventando la banca europea per il clima. 

In Italia il governo Conte ha approvato il decreto Clima (con 450 milioni di finanziamenti stanziati), il decreto Salvamare, un emendamento chiamato End of waste sul riciclo dei rifiuti differenziati e il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. La legge di bilancio 20202 è stata avara in questo senso e si vedrà cosa succederà con le legge di bilancio 2021. L’investimento attuale previsto dal nostro governo è stato di 4,24 miliardi per i prossimi 4 anni laddove la Germania ha finanziato il piano verde per 54 miliardi, segno evidente che all’economia verde c’è chi ci crede e chi finge di crederci.

Al di la degli sforzi che da più parte si fanno per far entrare nella testa della gente che il capitalismo come è inteso oggi cioè come sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura pota alla distruzione del pianeta ed alla creazione di una massa sempre maggiore di poveri, disoccupati, migranti a favore di una piccola parte di uomini sempre più ricchi voler far diventare il sistema economico finanziario economico attuale in un capitalismo verde è un’opera impossibile e destinata al fallimento.

Come socialisti abbiamo il dovere di darci apostoli di un nuovo messaggio che partendo dalle analisi marxiane della società possa concepire una società ecosostenibile fondata sul controllo democratico e sull’appropriazione degli strumenti di produzione da parte di chi la produzione la fa.

Alcuni hanno definito questa ricerca di coniugare l’ecologia con il socialismo ecosocialismo o socialismo ecologico. Molta gente ha approvato i momenti di ribellione contro i potenti sordi al grido d’allarme che da più parti proviene. Anche chi crede che il problema dell’ambiente  non c’entri con l’economia, non è rimasto indifferente alle manifestazioni che in molte parti del mondo sono state organizzate.

Il sistema capitalistico come oggi è strutturato e arrivato al capolinea.

Il cambio di paradigma nel modo di produrre è l’unica risposta all’attuale crisi economica, sociale, culturale e politica. E’ stato detto “L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” 

Ne consegue che solo in una prospettiva socialista è possibile guardare al futuro perché solo una società basata sulla solidarietà e sulle reali esigenze della popolazione può riorganizzare l’intero modello di produzione e di consumo in base a criteri al di fuori delle attuali leggi di mercato.  Ecco perché ritornando alla necessità di uno Stato che programmi il futuro economico del paese senza delegare alle multinazionali finanziarie sarà necessario coinvolgere i lavoratori su parole d’ordine precise: riduzione degli orari di lavoro senza la riduzione del salario, creare servizi pubblici democratici gestiti dal basso, nazionalizzazione dell’energia e del credito.

Recentemente abbiamo  visti che a causa delle limitazioni imposte dal coronavirus il fiume Sarno, uno dei fiumi più inquinati d’Europa era diventato improvvisamente pulito, ma al ritorno delle attività delle imprese che sversavano i loro rifuiti nelle sue acqua la sua foce è diventata nuovamente nera. Una marea nera che si riversava nel mare  prima di evaporare e poi tornare sul suolo sotto forma di pioggia acida. Abbiamo protestato come moti altri ambientalisti perché molti hanno capito che solo attraverso azioni dal basso e con il coinvolgimento era possibile difendere l’ecosistema incontrando trasversalmente le istanze di tutti e di ognuno.

Essere socialisti oggi significa non accettare più supinamente la retorica neoliberista. Non si può consentire più lasciare le sorti della nostra vita e della vita dei lavoratori nelle mani di una classe politica vigliacca, ignorante, incapace e criminale attenta solo ad attrarre il consenso del momento.

Si può cambiare l’attuale sistema produttivo solo attraverso una pianificazione democratica dell’economia.   Ciò può avvenire solo con la presa di coscienza dei lavoratori che con la propria esperienza collettiva di lotta, passando dai confronti locali e parziali arrivino a concepire un cambiamento radicale della società trasformandola in una a società egualitaria e democratica.

Questa nuova società dovrà orientare la produzione verso i veri bisogni acqua, cibo, vestiti, alloggi salute, educazione, trasporto e cultura. Questo presuppone l’abbandono di metodi di produzione distruttivi e anti-sociali.

E’ vero oggi non c’è motivo di essere ottimisti perché i lavoratori aspettano che le iniziative arrivino dall’alto, i mezzi di comunicazione di massa aiutano in maniera incredibile le potenti forze finanziarie che non hanno alcun interesse ala cambiamento dell’attuale situazione e le forze dell’opposizione sono realmente impotenti. 

Ma mi piace chiudere questa riflessione da socialista cattolico e faccio mie le parole di Papa Francesco che nell’enciclica , afferma “ Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.”

Come socialisti che crediamo che il socialismo democratico sia un lungo cammino verso una società basata  sul controllo democratico, sulla uguaglianza sociale e sulla solidarietà,  abbiamo il dovere di non perdere la speranza e provare a costruire un’alternativa a quello che Marx ha definito il “progresso distruttivo” del capitalismo.

Beppe Sarno

ottobre 6, 2020

L’enciclica di Papa Francesco fra mistica e politica.

Ho letto  con emozione l’Enciclica “Tutti fratelli” di Papa  Francesco.

C’è tanta roba e nessuno può esimersi dal ragionare con attenzione su questo documento che Papa Francesco  ha pubblicato domenica scorsa. Questo documento scritto per parlare prima di tutto ai potenti, per la sua importanza si erge al di sopra di ogni contrasto ideologico e morale. Né qualcuno avrebbe ragione di farsi alibi dello scudo di essere non credente: per primo perché gli argomenti affrontati in tutta la loro drammaticità sono indirizzati all’universo mondo e poi perché l’autorità di Francesco e la sua dignità sono la dignità della Chiesa cattolica che ha per fondamento indiscutibile la storia di venti secoli e la fede di centinaia di milioni di persone.

Non è dunque Papa Francesco l’eretico o il comunista che parla ma è la Chiesa cattolica che parla per bocca di lui con un messaggio che comporta una visione moderna della fede in stretta coerenza con il messaggio evangelico. Soltanto pochi anni fa esprimersi con un linguaggio simile sarebbe stato impossibile. Sarebbe, pertanto riduttivo definire Papa Francesco socialista o men che mai comunista, implicherebbe una visione fuorviante e falsa del suo messaggio. Con questo documento il Pontefice apre una strada ideologica lungo la quale uomini dalle diverse esperienze possano incontrarsi e mettere a confronto le rispettive idee per operare insieme un rinnovamento politico ed ecclesiale partendo dal presupposto che siamo “fratelli tutti”.

Negli otto capitoli dell’enciclica  Papa Francesco insiste su alcuni  punti specifici: i confini, la nozione di “guerra giusta” e la proprietà privata, la distorsione della globalizzazione e il peccato mortale del populismo. 

Un papa a parole non fa politica. Ma i Pontefici hanno sempre fatto influenzato la politica con le loro azioni ed i loro messaggi. Senza andare troppo indietro basti ricordare Benedetto XV che cercò invano di riportare i belligeranti della Prima guerra mondiale al tavolo dei negoziati; Pio XI  che denunciò l’ideologia nazionalsocialista nell’enciclica Mit brennender Sorge del 1937. Pio XII sottolineò la necessità della rapida costruzione di un’unione europea. E che dire di papa Paolo VI e Giovanni XXIII. Giovanni Paolo II ha fatto crollare l’Impero Comunista con le sue parole. Benedetto XVI, da intellettuale, ha messo in guardia le democrazie europee, in particolare sul veleno di un relativismo di principio.  Francesco dalla sua elezione non ha mai smesso di condannare il neoliberismo, il nazionalismo e l’individualismo. 

Non a caso l’enciclica è stata firmata ad Assisi presso la tomba di San Francesco. Non a caso nell’introduzione all’Enciclica egli si riferisce al santo di Assisi come suo ispiratore che “Dappertutto seminò pace accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi.” “I sogni si costruiscono insieme”.   

Il papa riprende tutte le sue lotte per i poveri, i migranti, i disoccupati, gli abbandonati, contro ogni forma di violenza, contro il razzismo, nello spirito della ” cultura dell’incontro»

Questa cultura secondo Francesco deve diventare la base delle relazioni politiche, nazionali e internazionali. In quanto tale, riconosce di essere stato ispirato dal grande imam del Cairo, Ahmad al-Tayyeb, che cita più volte nel testo.

L’enciclica è una lettera pastorale del Papa della Chiesa cattolica su materie dottrinalimorali o sociali, indirizzata ai vescovi della Chiesa stessa e, attraverso di loro, a tutti i fedeli, ma in questo caso a tutta l’umanità. Questa lettera, che è un intero programma politico della Chiesa Cattolica assume, questa volta, la forza dell’insegnamento ecclesiale poiché appunto un’enciclica entra solennemente nel patrimonio della Chiesa e lì resta. 

La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro” dice Francesco  perché l’individualismo connesso non crea relazione ma solitudine; l’onnipotenza promessa dalla globalizzazione è appena riuscita magistralmente contro un virus. Pertanto, dobbiamo ricostruire tenendo presente che la cultura della globalizzazione, che fa prevalere il mercato sugli stati nazione “unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché la società globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli.”

Il papa si domanda “Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità?” la risposta è “sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.” E ancora “ la libertà diventa un’illusione che ci viene venduta e che si confonde con la libertà di navigare davanti ad uno schermo.”

Quindi è necessario collocare ” la nobiltà ” della ” buona politica ” laddove l’economia liberale aveva preso il suo posto facendoci credere che la politica sia solo quella cattiva. Per questo diventa necessario imporre, al centro di questa politica, il “migrante ” e il “ povero ”, simboli del “ fastidio ” che nessuno vuole se non rivelando gli “ egoismi ” che il Papa rinnega attaccando come mai il “ nazionalismo xenofobo ”, il razzismo , ” Il dogma della fede neoliberista “. Denuncia: “ Sia negli ambienti di certi regimi politici populisti sia sulla base di approcci economici liberali, si sostiene che l’arrivo dei migranti debba essere evitato a tutti i costi. ” Francesco cita un passo del Vangelo in cui Cristo dice “ero straniero e mi avete accolto”. Raccontando la parabola del Buon Samaritano, che secondo il Vangelo, raccoglie, guarisce, salva uno straniero aggredito e ferito sul ciglio della strada spiega il valore della solidarietà e ci invita a lottare contro “le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. Far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro. La solidarietà intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.”

Per il Pontefice i cattolici sono  tentati di seguire queste ” preferenze politiche “, in particolare i nazionalisti. Questo per lui è “ inaccettabile ”, non solo perché “ nessuno Stato nazionale isolato è in grado di assicurare il bene comune alla sua popolazione ”, ma anche perché ” l’umanesimo che contiene la fede deve mantenere un vivo senso critico ” di fronte a ” varie forme di nazionalismo ” e ” atteggiamenti xenofobi “.: “ Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci attende di perdere interesse per gli altri, soprattutto i deboli. 

Castigando ” la pigrizia sociale e politica “, egli quindi condanna ” la dittatura invisibile dei veri interessi nascosti ” che suggerisce che ” nessuno può rimediare” alla situazione. Al contrario, l’obiettivo è di realizzare ” un’amicizia sociale inclusiva e una fraternità aperta a tutti ” attraverso ” una mistica della fraternità “.

Riconoscendo il valore della Nazioni Unite, uno dei cardini del suo sistema sono i “ movimenti popolari che riuniscono disoccupati e precari” che devono essere riconosciuti per una “ economia popolare e produzione comunitaria ”. Sono “ poeti sociali ” capaci di costruire una “ politica sociale ” non “ verso i poveri ” ma “ con i poveri ”.

Tre sono le conseguenze della sua analisi che impone come essenziali.

La prima tocca la delicata questione dei “confini ”. Per Francesco “i limiti e le frontiere degli Stati non possono opporsi ” all’arrivo di un migrante perché non è un “ usurpatore ”. Quindi “ nessuno può essere escluso, non importa dove sia nato ” poiché “ogni paese è anche quello dello straniero ”. E ‘quindi ” importante applicare il concetto di cittadinanza ai migranti arrivati ​​da tempo e integrati nella società” e “rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze “. Infatti “i migranti, se li aiutiamo a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza, un dono che invita una società a crescere.“.

Il secondo riguarda la ” proprietà privata “. Francesco ricorda che non è esclusivo ma relativo alla sua ” funzione sociale ” di aiutare i più poveri. Esiste una “ subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e quindi il diritto di tutti al loro uso ”.

Citando Giovanni Paolo II il Pontefice afferma che “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata e ha ammesso in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale, è un diritto naturale originario e prioritario.

Terzo richiamo alla nozione di ” guerra giusta “. Premesso che “La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti” La guerra come risoluzione delle controversie fra statinon è più pensabile: ” Non possiamo più pensare alla guerra come una soluzione, perché i rischi saranno probabilmente sempre maggiori dell’utilità ipotetica ad essa attribuita. Di fronte a questa realtà, è oggi molto difficile difendere i criteri razionali, maturati in altri tempi, per parlare di una possibile guerra giusta. Mai più la guerra. “perché “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.”

Francesco chiede quindi di trasformare i bilanci degli armamenti in un “ fondo mondiale ” per combattere la fame. E pone l ‘ “imperativo” della “totale eliminazione delle armi nucleari ” come ” obiettivo finale “. 

Infine In questo spirito, il Papa richiede anche l’eliminazione, ovunque, della pena di morte, ma non solo il Papa chiede anche con forza “il miglioramento delle condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà personale. E questo io lo collego con l’ergastolo perché l’ergastolo è una pena di morte nascosta.” 

Ancora una volta il Papa mette l’umanità di fronte ad una scelta: essere quelle persone che “si fanno carico del dolore” o “quelle che passano a distanza”.

 Con l’enciclica il Papa esorta i cattolici ad essere quelli che “si fanno carico del dolore”, ma noi come socialisti possiamo rimanere indifferenti alle indicazioni di Francesco in nome di un laicismo sterile ed improduttivo?

Io credo di no!

Penso infatti che nel pensiero socialista l’uomo acquista coscienza di se stesso, quando sotto l’impulso dei bisogni si rivela a sé stesso determinandosi nell’ambito della società in cui vive. In altri termini l’uomo acquistando coscienza della sua realtà e  del suo essere membro di una comunità, acquista pure coscienza dei suoi doveri morali verso sé stesso e verso il prossimo.  In questo senso il socialismo non è la negazione dei valori cristiani, ma vuole viceversa dare a questi valori il senso dell’azione nella realtà concreta ed è quello che Francesco ci invita a fare. Ecco perché i nostri valori laici non contrastano con i valori cristiani, perché la concezione socialista è l’aspirazione universale a realizzare con la forza della propria coscienza una essenza sociale sempre più armonica e giusta. Ora il socialismo consiste proprio in questa difesa del diritto degli uomini a soddisfare il  bisogno della propria coscienza a spezzare i limiti entro cui si trova racchiusa e ad abbattere quegli ostacoli che si oppongono al sua sviluppo.