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marzo 27, 2020

“ANALOGIE STORICHE E FATTORI DI TRASFORMAZIONI PER UNA LETTURA DEL PRESENTE:

di Gaetano Colantuono

TERRITORI NON DEL TUTTO INCOGNITI”
Premessa
 
Chi fa politica dovrebbe apprendere almeno due lezioni dalla migliore storiografia. La prima è che solo con molta cautela si potrebbe utilizzare espressioni come “la prima volta” e i suoi correlati, “inaudito”, “incredibile”, “inedito” e così via. È difficile non vedere in qualsiasi fenomeno storico un qualche precedente, più o meno diretto e esplicito. Ad esempio, le crudeltà del colonialismo italiano in Africa trovano evidenti echi nel precedente trattamento delle popolazioni rurali meridionali, appena “liberate”.
Ciò non significa – la seconda lezione – che alcuni episodi o fenomeni non siano dotati di alto tasso di originalità, di cesura rispetto al passato, perché possono intervenire dei fattori di trasformazione che può essere drammatica e significativa (crisi) o di particolare intensità al punto da configurare un salto (rivoluzione). Pensiamo al conato di presa del potere intrapreso dal proletariato parigino nel 1848: pur sconfitto, avrebbe poi costituito il modello per la successiva esperienza comunarda del 1870, creando così – come notava Benjamin in alcune pagine tuttora suggestive – una tradizione rivoluzionaria che ancora cova in altre parti del mondo attuale (è il caso più recente della vittoriosa rivoluzione maoista in Nepal o delle resistenze latinoamericane di chiaro stampo socialista al ritorno al potere delle elite filo-statunitensi).
Ne deriva è che fenomeni e esperienze non vanno letti esclusivamente in sé, col filtro del breve periodo o del contesto nazionale o localistico, ossia delle gazzette e dei social. Vanno letti su altri ritmi, del medio e lungo periodo, e mediante comparazioni internazionali. In parole tecniche: su un asse diacronico e sincronico.
Questa duplice constatazione è utile per non affogare nella superficialità emotiva o nella frequente immagine di “bussole impazzite”. No, non sono le bussole ad essere scassate. Siamo stati tutti noi, più o meno, a non essercene avvalsi in modo adeguato anche per le condizioni difficili di applicazione. Così, se più volte ci siamo trovati nella condizione di non poter applicare ciò che avevamo imparato perché vivevamo situazioni diverse dalle precedenti, la nostra conoscenza più che inutile era semplicemente inadeguata, anche in assenza di strumenti di conoscenza di massa precedentemente diffusi e attivi, cancellati (partiti, giornali dalla parte dei lavoratori) o ridimensionati (sindacati) negli ultimi trent’anni di restaurazione neoliberista. In politica, infatti, la conoscenza non può essere individualistica ma è collettiva (o non è incisiva); l’online serve come strumento per incidere nell’offline.
Veniamo alla situazione internazionale. Tralasceremo volentieri le categorie della geopolitica, tanto in voga eppure priva di solide basi epistemologiche: un tipico sapere dalla parte del sovrano.
Lo stesso ordine che abbiamo chiamato “sistema mondiale” era solo una convenzione per indicare un fitto intrico di azioni e reazioni fra i diversi attori, una forma di ordine più o meno duraturo di una sua parte sopra e contro le altre (la “Santa Alleanza”, l’Impero britannico, il Concerto europeo, le proiezione imperiali germaniche rintuzzate dai due conflitti mondiali, la Guerra fredda basata su un evidente ordine bipolare, fino al recente progetto imperiale statunitense).
Nel ripercorrere l’attuale scenario, alcuni snodi meritano una riflessione sulla base delle premesse indicate.
1. Ci si può chiedere se sia “la prima volta” che un sistema delle relazioni internazionali possa seguire gli ideali di pace perpetua e di indipendenza (politica e economica) dei popoli sotto l’ombrello di un (irreversibile?) multipolarismo e di un rinnovato ruolo dell’ONU e delle sue agenzie che scalzino in primis NATO e organismi del “Washington consensus” (FMI, BM, WTO).
Eppure l’attuale scenario è caratterizzato da prolungata instabilità e segnato da un numero enorme di guerre. L’insostenibilità sul piano etico e politico di tale condizione bellica – che, non senza ragioni, ha fatto parlare di “terza guerra mondiale a frammenti” o di “guerra civile mondiale” – non cancella che proprio tale alternarsi fra un precedente progetto di ordine unipolare (la presunta “fine della storia” dopo il 1989, teorizzata da Fukuyama) e il disordine che funge da gestazione di un nuovo (illusorio) ordine non è una novità. È anzi una costante: ogni progetto imperiale (e/o autocratico) porta con sé disordini e rivolte in ogni sua fase.
D’altra parte, le caratteristiche della presente instabilità solo in parte sono inedite, piuttosto sembrano incancrenirsi (questione israelo-palestinese) o venire al pettine (Ucraina) situazioni anteriori di decenni, eredità del mondo disegnato dopo la fine della seconda guerra mondiale e, per certi versi, dalla fine dell’Ottocento.
A maggior ragione, va sostenuto ogni processo che favorisca sia la distensione sia il multipolarismo e più generale che preveda la risoluzione non militare delle controversie internazionali: che, inoltre, persegua una rinnovata alleanza fra paesi non allineati, tra cui Cina ed India con il loro peso demografico.
Non è peraltro corretto sostenere che sia recente e inedito che gli europei e gli occidentali si trovino in una fase discendente del loro rilievo soprattutto politico, poiché esso data dalla scelta catastrofica delle elite continentali (“i sonnambuli”, secondo una certa storiografia) di intraprendere la Grande guerra e di non impedire l’ascesa di Hitler al potere in Germania. Alla stessa UE si pone si pone il “dilemma faustiano”: rendere la Germania pienamente egemone sull’Europa centrale e occidentale o europeizzare la Germania, neutralizzandone alcuni tratti. L’analisi oggettiva dei flussi commerciali e quella politica delle scelte economiche comunitarie mostrano chiaramente il pericolo attuale della prima opzione, in particolare per i paesi dell’Europa mediterranea.
2. Due dati storici possono apparire decisivi nel sostenere l’assoluta novità della fase che stiamo vivendo rispetto ad un secolo fa. L’incremento demografico e quello del numero di stati vede oggi oltre 7,5 miliardi di persone e circa duecento stati: erano 1,5 miliardi e una cinquantina gli stati agli inizi del Novecento.
In realtà, le previsioni dello scenario demografico mondiale per il 2050 sono stati riviste al ribasso tanto dall’ONU quanto soprattutto dall’Istituto per le analisi di sistemi applicati di Vienna (IIASA): ciò non vale solo per gran parte dell’Europa occidentale e per il Giappone già afflitti da una sensibile contrazione demografica ma riguarda anche alcune aree dei continenti africani e asiatici, i cui tassi di incremento si mostrano già oggi ridimensionati. Si arriverà ai 9,5 miliardi a metà secolo ma con un calo sensibile e quasi generalizzato della curva di incremento che si assesterà su una popolazione mondiale inferiore ai dieci miliardi alla fine del secolo. La presunta bomba demografica è pertanto a livello mondiale sostanzialmente disinnescata. Resta il problema della ridistribuzione delle risorse (a partire da quelle idriche e alimentari) e dell’asimmetria dei poteri, ancor’oggi irrisolto e in parte acuito.
Le previsioni mostrano che la popolazione europea fra trent’anni sarà leggermente inferiore a quella attuale, mentre quella africana, asiatica e latinoamericana ammonterà complessiva a oltre 8 miliardi.
Ancora una volta i dati quantitativi da soli dicono molto o poco, a seconda di come li si guarda: quanto ancora le popolazioni di quelle tre macroaree accetteranno un ruolo subalterno senza chiedere di partecipare di migliori condizioni di vita, ossia di mettere in discussione le relazioni internazionali asimmetriche, il neocolonialismo, le disuguaglianze estreme? Ovviamente tale situazione non si porrà solo fra paesi e aree ma anche fra le diverse classi sociali all’interno di ciascun paese. Altre ondate di flussi migratori e diaspore segneranno i prossimi decenni e solo un misto di cinismo e di incapacità può affrontare simili problemi sotto le categorie della xenofobia o delle “opportunità” (intese come manodopera a basso costo e conseguente pressione contrattuale sulla manodopera autoctona). Xenofobia e sfruttamento economico degli immigrati sono due lati della stessa medaglia (capitalista): l’indisponibilità a considerare il lavoratore un portatore di diritti intangili. Ne sono testimoni sul piano legislativo italiano l’insistenza dei partiti di destra su normative (dalla Bossi-Fini ai i cd. “decreti sicurezza”) che colpiscono i lavoratori immigrati sia come immigrati che come lavoratori: normative che governi nominalmente di altro colore si guardano bene da abrogare, cercando piuttosto di lenirne l’applicazione per renderli efficaci.
2bis. Il multipolarismo e il rafforzamento dell’ONU – che significano, coerentemente, l’abbandono di politiche contrarie e concorrenti – si congiungono al nucleo rimosso di problemi strutturali di politica interna: il ruolo della programmazione da parte di stati democratici e/o da democratizzare; l’esigenza di un’economia mista a forte indirizzo statale ai fini di utilità sociale; la ricerca di alternative ad un insostenibile modello di sviluppo (basato fra l’altro su fonti energetiche non rinnovabili o problematiche come il nucleare). In altre parole, almeno per noi, il destino di un socialismo del secolo presente. Una sfida, una potenzialità, forse anche un’esigenza. Non un destino già scritto e determinato. Piuttosto una risposta da declinare e variare a seconda di tanti fattori.
3. La globalizzazione neoliberista dominante dalla fine del secolo scorso non rappresenta anch’essa una novità assoluta: è erede di fattori storici e socio-economici di lunga durata, l’affermazione dell’Europa occidentale e poi degli USA nell’economia-mondo (Wallerstein), rimontanti forse al tardo Medioevo occidentale o quanto meno al colonialismo europeo, al commercio triangolare e all’Inghilterra della seconda metà del Seicento. Secondo alcuni studiosi, sulla base dei dati quantitativi, l’attuale fase non raggiunge i livelli della prima grande globalizzazione fra 1880 e inizio della Grande guerra. Non è quindi inedito un sistema di scambi tendenzialmente mondiale: il capitalismo se ne nutre e li favorisce in vario modo (l’imperialismo, in effetti, non appare “la fase suprema” ma una delle modalità a disposizione del capitalismo).
Pertanto non è corretto sostenere che sia “la prima volta” che tutti i paesi si affidano allo stesso sistema di organizzazione socio-economica, basata sull’economia di mercato e sulla circolazione di beni e capitali: ancora forti le differenze di natura politica, cultural-religiosa, sociale e economica oltre che nell’accesso alle risorse. L’aver considerato un particolare concetto di “sviluppo” capitalistico (fatto coincidere con “crescita” e “progresso”) come misura standard per distinguere le varie economie è di per sé un’impostazione ideologica, così come va rifiutata la pretesa del WTO o FMI di imporre un set di regole uniformi, si direbbe “a prescindere”: liberalizzazioni e dismissioni del ruolo pubblico nei servizi, nella produzione e finanche nella programmazione. Le famigerate “riforme strutturali” o i grevi “piani di ristrutturazione”, che nella neolingua politico-economica corrispondono a potenti razioni di neoliberismo.
3bis. Multipolarismo corrisponde in economia politica a preferire accordi bilaterali fra stati, poiché la logica di organizzazioni come il WTO è di fatto espressione dei rapporti di forza e di una incrollabile fiducia nel “libero mercato” (ossia, “libere volpi in liberi pollai”). La globalizzazione neoliberista, pur ripetutamente messa in crisi, ha dimostrato un notevole capacità di resilienza, complice anche l’assenza di significative alternative attuali, se si esclude (parzialmente, almeno) il capitalismo di stato cinese e le suggestioni provenute dalle esperienze più avanzate in America Latina (Venezuela, Ecuador e Bolivia, paesi, non per caso, oggetto di destabilizzazione da parte delle oligarchie nazionali e di autentici colpi di stato), mentre i paesi europei partecipavano del processo di integrazione nella UE, che a molti osservatori appare una delle declinazioni del medesimo o analogo paradigma (ordoliberismo). Questa prolungata fase storico-economica nondimeno non è eterna né irreversibile. Ha avuto una sua inaspettata genesi negli anni Settanta (dopo circa due decenni di egemonia keynesiana negli studi economici occidentali e mentre erano in sviluppo le macchine produttive sovietica e cinese) e troverà un suo epilogo, in forme ancora non prevedibili.
Ci si può piuttosto chiedere se e come la formula del passaggio dalla globalizzazione al commercio mondiale mediante deglobalizzazione (W. Bello) possa sostanziarsi. Se e come una diversa internazionalizzazione possa emergere, nel rispetto di un complesso tessuto di molte reti locali, ciascuna con regole proprie. Se e come affrontare la piaga (perché di piaga si tratta) della finanziarizzazione dell’economia mondiale. Si invoca da più parti una nuova Bretton Woods, mentre intere aree del pianeta non godono pienamente di un fondamentale strumento di sovranità, quella monetaria (paesi del Sud dell’area euro; paesi africani che utilizzano il Franco africano) o sono oggetto di aggressioni valutarie (come il rublo russo che anni fa ha perso in pochi mesi circa un terzo del proprio valore rispetto ad altre valute).
Tuttavia questo scenario si scontra con l’aumento del numero di attori e portatori di interesse: non più rappresentati dagli stati ma anche da banche, fondi, sistemi fiscali concorrenti, transnazionali, oligarchie (se non cleptocrazie, come il caso statuale congolese), ONG, organizzazioni internazionali sia in quota ONU sia al di fuori di essa. Senza tralasciare il peso della criminalità organizzata e della minaccia militare e atomica soprattutto in capo alla potenza statunitense.
3tris. Indubbiamente, la presenza di stati dotati di armi atomiche o affini (al cui novero va aggiunta il classico segreto di Pulcinella dello stato di Israele) costituisce una novità, militare e politica al contempo, databile però almeno agli anni ’50. La scelta finora invalsa di utilizzare armi atomiche solo in chiave di deterrenza (si potrebbero usare ma in concreto non lo si fa). Questo limite non è però sicuro e, se da un lato, ha impedito la via del conflitto diretto tra potenze, ha, dall’altro, prodotto numerose guerre indirette o per procura. L’ascesa della Cina, potenza demografica, atomica e astronautica, accentua la competizione su tutti gli altri fronti.
4. Non è la prima volta che la potenza militare non si limita alla sola dimensione terrena, giacché per gli esiti dei due conflitti mondiali fu alla lunga decisivo il controllo dei mari e dei cieli: nel caso della Grande guerra la Germania capitolò senza che alcun suo territorio fosse occupato proprio a seguito della crisi economica e alimentare prodotta dall’efficace e duraturo blocco marittimo; i vari sbarchi alleati che determinano la seconda parte della seconda guerra mondiale sono stati possibili grazie ad una straordinaria capacità della marina e dell’aeronautica. La stessa “conquista”dello spazio astronomico non è una novità, avendo già segnato la contrapposizione USA-URSS per quasi trent’anni. Certo, la novità è data dal rilievo della dimensione immateriale e virtuale: il web e le nuove tecnologie. Questi, lungi dall’essere uno spazio franco, si mostrano poderosi strumenti di controllo (e di scontro) a tutti i livelli, come testimoniano i casi Assange-Wikileaks e il bando statunitense alla Huawei. La conflittualità viene da tempo agita anche nel cyber-spazio.
Queste innovazioni, oltre a costituire un ulteriore vettore di globalizzazione, di arricchimento di colossi privati oligopolistici, di controllo (soft power ossia egemonia), vanno letti in una chiave marxiana come modalità per l’estrazione di valore da relazioni e bisogni personali.
Ancora una volta l’inter-dipendenza, in un contesto capitalistico senza contrappesi, si trasforma in una sequenza di dipendenze, più o meno consapevoli.
La stessa opinione che le nuove tecnologie abbiano favorito rivolte, come quelle della “primavera araba”, va accompagnata alla semplice constatazione che la gran parte di quanti scrivevano, condividevano, interagivano in quei mesi scendeva in piazza ugualmente, mettendo in gioco il proprio corpo fisico e occupando luoghi reali, fra cui assume carattere iconico Piazza Tahrir.
Il mero utilizzo dei social o del web non risolverà i problemi sociali e politici, ma in certo qual modo è uno strumento per “anestetizzare” il dissenso, indirizzarlo verso epifenomeni o questioni secondarie, incanalarlo verso un chiacchiericcio individuale a somma zero, senza obiettivi collettivi.
4bis. Non è peraltro una novità la presenza di un’opinione pubblica tendenzialmente mondiale, poiché essa nasce come ideale all’interno dell’Illuminismo europeo e si concretizza a più riprese nell’Ottocento. Lo stesso dicasi per il tema della “reputazione mondiale”: quando un politico inglese, il Gladstone, definì il Regno delle Due Sicilie “negazione di Dio”, parlava in qualità di testimone diretto o piuttosto riferiva pregiudizi e notizie parziali funzionali a sostenere operazioni politiche successive? Qualcuno gli rinfacciò le coeve condizioni degli operai (bambini compresi) delle fabbriche dei sobborghi inglesi o i ripetuti eccidi coloniali condotti sotto le bandiere di Sua Maestà? O, per tornare ai nostri tempi, quando si protesta contro la repressione cinese delle manifestazioni a Hong Kong (le cui immagini hanno molto occupato i media occidentali), si è parlato delle contemporanee e prolungate repressioni – con un maggior numero di violenze e ferimenti invalidanti – in Francia o Cile (le cui immagini hanno molto meno occupato i media occidentali, senza peraltro un’adeguata spiegazione delle ragioni della protesta)?
5. Caratteri inediti mostra invece la grave questione ecologica, sulla quale inesorabile si è abbattuta la scure dei “revisionisti”, per cui il riscaldamento globale non sarebbe dovuto alle attività umane ma a ragioni “naturali”.
Anche qui – tralasciando le teorie “revisioniste” e quelle “minimaliste” – la risposta non può che essere politica, al contempo nazionale e internazionale. Nazionale, perché solo stati democratici e/o da democratizzare possono assumere scelte coraggiose (anche dal punto di vista del consenso e delle spese da sostenere) e necessarie per ridurre il fenomeno e attutirne gli effetti. Internazionale, perché è del tutto evidente che origini e conseguenze della questione ecologica non possono essere affrontate da singoli stati ma da un coordinamento superiore con funzioni di finanziamento solidale, monitoraggio e eventualmente di sanzione. In tal senso, l’inter-dipendenza ecologica deve coniugarsi a coraggiose politiche economiche di transizione verso nuovi modelli di produzione, distribuzione e consumo che solo organizzazioni politiche poggianti sul consenso delle popolazioni possono garantire: ossia stati e organizzazioni paritetiche fra stati, con esclusione di organizzazioni asimmetriche e dittature.
Conclusioni parziali
 
Gli esempi potrebbero seguire: è il caso delle ambivalenti spinte e controspinte fra secolarizzazione e ritorno del religioso nel discorso pubblico, che sembra inserirsi – in forme nuove e cangianti – in un ciclo plurisecolare, influenzato anch’esso dagli stessi modi di produzione e capace a sua volta di influenzarli. Si pensi solo al riposo domenicale per i lavoratori di aree cristiane (o il Sabato per quelli di fede ebraica) o al rilievo della “finanza islamica”. O, per restare alla stretta attualità in cui questo saggio è stato scritto, si veda la ricorrenza delle epidemie nella storia umana dal tardo Medioevo, la loro incidenza nelle crisi sociali e economiche e la pluralità di gestione dalle società e dalle istituzioni.
Lo scopo di questo saggio è tuttavia altro. Non un elenco di fenomeni né un vademecum di ricette necessarie aperte e plurali alle questioni (una pluralità che equivale al riconoscimento delle specificità e non ad un eclettismo). È piuttosto un invito argomentato ad abbandonare forme pur sofisticate di “nuovismo”: se tutto fosse inedito e recente, ben poco servirebbero sia lo studio storico sia il patrimonio di esperienze e di elaborazioni che la tradizione (marxista e socialista, nel nostro caso) ci ha offerto.
Non di una “rivoluzione paradigmatica” abbiamo bisogno né di proiettare il vecchio sul nuovo, ma di ritrovare e aggiornare le lenti di osservazione che la nostra valutazione collettiva è in grado di confermare (e qui il valore dell’autocritica e il rifiuto del conformismo diventano imprescindibili) e di renderle incisive nel processo di trasformazione.
Abbiamo bisogno di nuove energie e di rinnovate analisi, insomma, non di categorie originali o di cercatori del santo Graal.
PS: questo saggio nasce come reazione alle tesi pressoché opposte sostenute da Pierluigi Fagan, Cronache 781. Terre incognite (novembre 2018) [ora consultabile presso https://pierluigifagan.wordpress.com/cronache-dellera-complessa-2/ ] ma ha assunto poi una sua ragione autonoma di sviluppo di riflessioni storiografiche e politiche.
Nel mentre riprendevo queste riflessioni, si è manifestata l’emergenza Covid-19. Come per altri episodi imprevisti (i famosi “cigni neri”), essa sembra mettere in crisi una prospettiva braudeliana (attenta ai tempi lunghi).
Come ogni crisi, molte cose cambieranno. Ma non è detto che sia in meglio. I segnali sono ambivalenti. Limitandoci ad una dimensione nazionale, pare essere confermata una certa tenuta della società italiana nel rispettare certe norme di contenimento dell’epidemia, mentre pare confermarsi la tendenza di certo padronato a una diffusa renitenza nelle responsabilità verso i lavoratori e la asimmetria fra cd. garantiti e non (precari, cottimisti, partite iva etc), fra lavoratori che conservano un reddito e chi no a seguito delle sospensioni decretate. Altrove, è il caso del Regno Unito e degli USA, questa emergenza manifesta a luce meridiana ciò che significhi aver diritto o meno ad un accesso universale alla sanità pubblica: dal darwinismo sociale si trapassa alla eugenetica neoliberista (I. Sciego). D’altra parte, l’epidemia, fattasi pandemia, si sta sovrapponendo ad alcuni eventi (di medio periodo): la crisi (irreversibile?) delle istituzioni che l’Europa occidentale si è data dagli anni Novanta, mentre le sue classi dirigenti e/o burocratiche si mostrano inadeguate se non una riedizione dei “sonnambuli” di inizio Novecento; la prosecuzione della situazione di crisi plurima che colpisce l’intero Medio Oriente (con epicentro la Siria); la persistenza dei flussi di profughi che bussano alle porte di un Nord del mondo rinchiuso nelle proprie case.
La novità politica (italiana e più in generale dei popoli europei mediterranei) è forse data dall’occasione storica per le classi popolari di vedere un proprio referente in una rinnovata opzione socialista (e in Italia costituzionale, ossia come “partito della democrazia sostanziale”, Bagnoli).
Segnali, tasselli, non ancora niente di sicuro. Vedremo.
Per un partito socialista (antiliberista e perciò antiMaastricht) è il terzo kairòs dopo la fase dei social forum (da Genova 2001 alle elezioni del 2006) e dopo la vittoria al referendum del 2016: una delle ragioni della mancata realizzazione è stata nell’assoluta inadeguatezza dei gruppi dirigenti e nella presenza di obiettivi parziali o sbagliati (l’antiberlusconismo senza antiliberismo; l’odio per la casta senza progetto proposito di attuazione della Costituzione). Non cogliere questa occasione è da irresponsabili. Significherà riconsegnare il paese al falso bipolarismo tutto interno ad elite eterodirette.
Su di noi socialisti pende insomma un insieme di responsabilità.

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