Posts tagged ‘Mezzogiorno’

agosto 1, 2018

La solita canzone.

“Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.A GIUGNO LA DISOCCUPAZIONE TORNA A SALIRE, AL 10,9%

ottobre 31, 2013

Senza il Mezzogiorno anche il Nord declina.

Schermata del 2013-10-28 14:50:31

di Daniela Palma e Guido Iodice da Left del 26 ottobre 2013

Che la caccia alle streghe sia la grande interprete dei periodi più bui, non è una novità. Non meraviglia, quindi, che nello svolgersi di una recessione economica che vede l’Italia tra i paesi più colpiti in Europa – con gli sprechi additati quale causa della crisi stessa – il Meridione torni ad essere impietosamente processato. Continua a leggere »

luglio 28, 2013

Abbiamo detto fabbriche?

“Per iniziare dobbiamo partire da qui, dal riconoscere che fra templi greci arcaici, classici, edificazioni medioevali e invenzioni del barocco, il Meridione ha la piu’ alta concentrazione del Mediterraneo. Le sei collezione archeologiche delle principali città del Mezzogiorno sono da sole di un’importanza capitale: qualsiasi persone evoluta ci dovrebbe passare almeno una volta nella vita, come alla Mecca. Eppure sono in stallo. Perchè? Perchè piuttosto che investire su questa ricchezza fino a ieri puntavamo sulle fabbriche. A Melfi, in Basilicata, abbiamo portato le automobili, anzichè i turisti. Abbiamo costruito l’Ilva a Taranto, quando nella città avvelenata dall’acciaio bisognerebbe per il Museo nazionale e i suoi ori celebrati in tutto il mondo. E sapete qual è la media di occupazione di alberghi in Sicilia? Due mesi: un insulto al patrimonio sterminato dell’isola. I nostri politici devono capire che Bagnoli a Napoli, l’Ilva a Taranto, la Fiat a Melfi sono strade sbagliate per definizione. La vera soluzione per il Sud è che diventi un grande serbatoio di beni culturali, di qualità di vita e di turismo, perchè queste forze messe insieme rendono molto più delle tre fabbriche che ho nominato moltiplicate per dieci. Anche in termini di occupazione. Dobbiamo immaginare uno sviluppo diverso per il territorio. Un futuro che dovrà passare necessariamente attraverso una potentissima operazione di restauro dei beni culturali, talmente vasta da assomigliare a un piano Marshall. Ecco si tratta d’impostare un piano Marshall per il Meridione. Iniziamo, per esempio, a riportare all’antico splendore Palermo, uno dei più importanti centri storici del Mediterraneo. Non solo una città meravigliosa, ma anche un luogo con una funzione geopolitica cruciale se pensiamo che l’Europa non sia solo quella dell’austerity, ma anche quella del dialogo fra i paesi del Mare Nostrum. Il restauro dei palazzi di Palermo è quindi un problema EUROPEO, non italiano o cittadino. L’Unione deve occuparsi delle sue culle, difenderle, promuoverle. Deve farsi carico dei suoi tesori: città dei fenici, dei normanni, del Regno di Sicilia non puo’ essere curata soltanto dal governo di Roma e dal mendicante Ministero dei Beni Culturali. Deve diventare un progetto europeo e lo dico nonostante io abbia partecipato poche settimane fa ad un’audizione di Barroso a Bruxelles. Uno degli appuntamenti più deprimenti dei miei ultimi dieci anni, perchè ho capito che alla Commissione europea IMPORTA BEN POCO della bellezza italiana. Ma questo non cambia la realtà dei fatti. Pensiamo a Pompei. La villa dei misteri, i corpi pietrificati delle vittime dell’eruzione, i mosaici, gli affreschi erotici i versi dell’Eneide incisi dagli studenti sui muri non sono proprietà dei campani. Appartengono a chiunque studi latino, a Tubingen o alla Sorbona o a Oxford. Con i ragazzi dell’Università di Palermo abbiamo coniato un bellissimo slogan per illustrare questa idea: Terra omnia”. Invece che terronia, il Sud è Terra omnia. Di tutti. prendiamo un altra città formidabile per la sua qualità catastrofana: Cosenza. Ha una parte antica talmente collassata, dove solo alcuni privati hanno cominciato a restaurare, sostenuti dal grande impegno del Comune, che investe per riaprire piccole botteghe medievali. Rimetterne in piedi il cuore cittadino significherebbe restituire un centro abitato da 30.000 persone, e far conoscere agli stranieri un autentico gioiello della Calabria finora trascurato” Philippe Daverio “l’espresso – 4luglio 2013”
luglio 6, 2013

Governo Letta. + 200.000 posti di lavoro. Una beffa.


Partiamo dalle cifre. Il primo miliardo e mezzo di stanziamenti c’è, ma è ripartito nei prossimi cinque anni. Trecento milioni nel 2013, 100 milioni nel 2014, 150 milioni nel 2015 e così via. Di questi, 500 milioni sono destinati solo al mezzogiorno. Gli stanziamenti, poi, non sono tutti diretti all’occupazione, ma anche a tirocini e stage formVisualizza altro

ottobre 18, 2012

Agricoltura biologica, il trionfo del Sud e delle isole.

aziende bio sud italia

L’agricoltura biologica e gli allevamenti biologici sono il fiore all’occhiello delle produzioni agroalimentari del Mezzogiorno. Lo afferma oggi la CONFEURO in un comunicato, a commento dei dati sulla distribuzione delle aziende biologiche sul territorio nazionale diffusi dall’ISTAT.

La maggioranza delle aziende biologiche (sia coltivazioni che allevamenti), secondo le cifre diffuse dall’istituto di ricerca, si trova proprio nelle regioni meridionali. Come spiega Rocco Tiso, presidente nazionale di Confeuro:

I dati di oggi diffusi dall’ISTAT sul numero delle aziende biologiche presenti al Sud rappresentano un segnale di grande rilevanza per l’intero panorama agricolo del Mezzogiorno. L’istituto di ricerca rileva che al 24 ottobre 2010 il 62% delle aziende biologiche è attivo nel Sud e nelle isole; sono infatti 45.167 (il 2,8% del totale) le imprese che risultano adottare metodi di produzione biologica per coltivazioni e allevamenti.

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luglio 21, 2010

Svimez, rischia la povertà un meridionale su tre.

Un meridionale su tre è a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, contro 1 su 10 al Centro-Nord. Lo rivela il rapporto della Svimez, secondo cui, in valori assoluti, al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti e 760mila pensionati. Secondo il rapporto, il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese. Nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore al Centro-Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania. Ma il rischio povertà, secondo la Svimez, resta anche con due stipendi. Nel 2008, inoltre, è arrivata con difficoltà a fine mese oltre una famiglia su 4 (25,9%), contro il 13,2% del Centro-Nord

luglio 3, 2010

Questo stronzo perchè c’è l’ha con noi?

febbraio 17, 2010

Mezzogiorno, la CISL lancia l’allarme.

Allarme della Cisl sul Mezzogiorno: il centro-Sud vive una situazione di “emergenza sociale” e il Pil “é tornato ai livelli del 2000”. E’ quanto emerge da una ricerca del Dipartimento Lavoro e Mezzogiorno della Cisl. In particolare, spiega il rapporto, dal 2001 al 2008, per sette anni consecutivi, il tasso di crescita del Pil del Sud, pari al 5%, è stato inferiore rispetto al resto del Paese (7,5%). Nel 2009 per effetto della crisi il Pil nazionale é diminuito del 4,9%, ciò significa che in un sol colpo il Mezzogiorno ha bruciato la crescita di sette anni ed è tornato ai livelli del 2000. “Ora serve una terapia d’urto per impegnare le risorse disponibili su investimenti, occupazione ed infrastrutture”, ha spiegato il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini.

Secondo i dati elaborati dalla Cisl, nel terzo trimestre del 2009 la caduta occupazionale è più forte nel Sud, dove arriva al -3% rispetto al 2008, dato più elevato sia del Nord (-2,3%) che del Centro (-0,8%). Si è quindi ridotto ancora il tasso di occupazione, che precipita al 45%, perdendo l’1,5% rispetto al 2008 in egual misura tra uomini e donne, che scendono sotto il 31%, livello tra i più bassi in Europa. Colpisce particolarmente la caduta dell’occupazione nel comparto industriale che nel Sud diminuisce di quasi l’8%, fatto ancor più preoccupante se si considera che non comprende il dato delle grandi aziende in crisi (su tutte Fiat Termini Imerese e Alcoa) per le quali agisce ancora la Cig ma le cui prospettive sono molto incerte. Anche la spesa pubblica in conto capitale è scesa, passando dal 40,1% del 2001 al 34,9% del 2008.

Ma anche le aziende e gli enti locali spendono poco e male al sud: il Contratto di programma delle FS destina nel Sud poco più del 20% degli investimenti, mentre a metà degli anni ’90 si attestava al 30%. Alla luce di questi dati, la Cisl sollecita attraverso un Patto Governo, Regioni, Parti Sociali, una terapia d’urto da utilizzare per investimenti, occupazione, infrastrutture i 60 miliardi di euro disponibili nel quadriennio 2010-2013, ottimizzando la spesa aggiuntiva dei Fondi Fas, per fronteggiare la crisi e sostenere la ripresa. Successivamente “va sviluppata la contrattazione sindacale decentrata sugli aspetti più marcatamente negoziali di questo piano”, ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini, “a partire dalla gestione delle crisi occupazionali, negoziando i nuovi piani industriali e/o le alternative produttive, ed accanto agli ammortizzatori sociali, i percorsi di riqualificazione professionale e di reimpiego”. Gli altri punti della piattaforma della Cisl sul Mezzogiorno riguardano la stipula di contratti aziendali con una flessibilità salariale in ingresso per i neo assunti; contratti di emersione e gestione dei voucher per il lavoro accessorio, per contrastare il dilagare del lavoro sommerso; la contrattazione decentrata per migliorare la qualità e la produttività nell’area della pubblica Amministrazione e dei servizi pubblici con il pieno coinvolgimento degli operatori”.

dicembre 13, 2009

Allarme federalismo.

Secondo il vicepresidente del C.S.M., Nicola Mancino, questo federalismo consentirà alle regioni ricche di avere maggiori competenze ed è con grande leggerezza e superficialità che il Mezzogiorno non si è reso conto che il federalismo, così come proposto dalla legge delega, incombe come una scure sulle regioni del Sud. Questo è l’allarme lanciato da Macino, nel corso di un convegno promosso dall’ordine e i dottori commercialisti e degli esperti contabili dei tribunali di Ariano ed Avellino. Secondo l’ex-presidente del Senato la riforma prospettata dal titolo V della Costituzione incombe più come una tomba che come una sfida per il Sud dell’Italia. Per Mancino, oggi il Mezzogiorno e meno forte di quella politica solidaristica che dal dopoguerra in poi ha scongiurato lo scontro sociale tra Nord e Sud del paese. Ma Mancino non si limita solo a mettere in allarme la platea, anzi, la scuote ad avere l’orgoglio di essere meridionali, esortandola a svegliarsi dal torpore e alla partecipazione della stesura della riforma, richiamando l’attenzione a tutto il Mezzogiorno ad avere una maggiore responsabilità e dovere nel concorrere a impedire l’involuzione del Sud. Siamo d’accordo, proprio per questo vanno fermati, finchè siamo in tempo.

novembre 15, 2009

IN PIAZZA LA CRISI E LE SUE FACCE

Le facce, i volti, le persone in carne e ossa che non si vedono, o peggio non si vogliono vedere, ma che noi mostriamo perché c’è bisogno, ora più che mai, che il Paese alzi una volta per tutte il velo sul dramma che vivono in queste ore coloro che pagano il prezzo più caro della crisi: i disoccupati, i licenziati, i cassintegrati, i precari. Sono queste le motivazioni che ci portano oggi in piazza a Roma per la manifestazione nazionale “Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte”. Non è più possibile nascondere la realtà ed è questo il momento in cui più pesanti sono le sofferenze per il lavoro e l’occupazione.

Fabbriche che chiudono nel silenzio, lavoratori divisi tra cassa integrazione ordinaria al termine, procedure di mobilità alle porte, licenziamenti come unica prospettiva. Una realtà che diventa sempre più difficile nascondere e che la Cgil porta alla ribalta nelle strade di Roma. In questo momento di crisi, mentre il governo è impegnato in vicende che non hanno alcuna aderenza con la situazione reale del Paese, la priorità, vera e unica, è sostenere la condizione di chi è in estrema difficoltà. C’è bisogno di atti concreti a vantaggio degli investimenti attraverso l’adozione di una strategia che rilanci la missione industriale del Paese.

C’è bisogno di sostenere i redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, perché in Italia c’è un problema di reddito ineguale non più eludibile: i salari e le pensioni sono troppo bassi e la stessa distribuzione delle ricchezze ha caratteri immorali nella sua diseguaglianza. Siamo in piazza non solo per esigere risposte non più rinviabili – e la mobilitazione della Cgil continuerà nei prossimi giorni con un’iniziativa specifica sul “dimenticato” Mezzogiorno – non solo per denunciare lo scarso interesse che la crisi suscita nel governo e nella politica, ma anche perché vogliamo che i lavoratori possano contare, possano esercitare a pieno la democrazia nei luoghi di lavoro.

La vicenda del contratto separato dei metalmeccanici è per noi uno spartiacque: vogliamo che i principi della democrazia e del pluralismo condizionino i comportamenti di chi firma i contratti contro la volontà della maggioranza dei lavoratori. I lavoratori vogliono e devono poter votare su temi che li riguardano: primo tra tutti il contratto di lavoro. Temi che sentiamo come priorità e sui quali esigiamo risposte. Per questo siamo in piazza oggi. Non per dare una dimostrazione di forza ma perché è nostra intenzione aprire una finestra a coloro che vivono ancora al buio. In piazza oggi c’è una parte sana del Paese da soccorrere e dalla quale ripartire.

  •  Enrico Panini (segretario confederale Cgil)