Posts tagged ‘Matteotti’

gennaio 20, 2021

EM.MA.

di Franco Astengo

La sinistra italiana è rimasta orfana anche di Emanuele Macaluso, strenuo combattente per i diritti dei lavoratori, a 18 anni segretario della camera del lavoro di Caltanissetta.

Essere segretario della Camera del Lavoro di Caltanissetta in quel 1944 con la Sicilia occupata dagli americani e il separatismo in piena azione anche militare, voleva dire porsi il compito di difendere gli zolfatari da uno dei livelli di sfruttamento più inumani mai registrati nella storia del movimento operaio italiano.

Non è certo questa la sede per ripercorrere il suo cammino politico, la sua coerenza riformista, le sue travagliate vicende personali.

Nel PCI si era sempre distinto per la chiarezza della posizioni e la determinazione nel sostegno alle sue idee con l’utilizzo di una scienza politica ben degna del rappresentare uno degli ultimi epigoni della tradizione togliattiana.

Macaluso lo si poteva contrastare (e la sinistra comunista lo contrastò molto vivacemente in diverse occasioni) ma non certo senza riconoscergli coerenza e profonda onestà intellettuale

Em.Ma (come firmava i suoi editoriali all’epoca della direzione dell’Unità) sostenne sempre con grande forza le ragioni dell’unità a sinistra pensando anche ad un approdo di compiuta socialdemocratizzazione del Partito.

Per questo motivo, pur aderendo alla svolta occhettiana, restò sempre in posizione critica ritenendo quel processo politico non solo incompiuto ma oscillante e generico nelle sue coordinate di fondo: così sviluppò, ad esempio, il suo intervento nell’occasione della presentazione alla Camera del “Sarto di Ulm” di Lucio Magri, da lui distante per posizioni politiche ma sicuramente accostabile nel senso della tenacia di una ricerca per una dimensione diversa non dogmatica nella presenza della sinistra non soltanto all’interno del sistema politico italiano ma anche sul piano della dimensione internazionale.

Un ricordo politico coerente per Emanuele Macaluso allora può essere portato avanti anche nel solco di quel tentativo di superamento delle divisioni storiche che abbiamo cercato di realizzare attraverso il “Dialogo Gramsci – Matteotti”.

Sicuramente lui non si sarebbe fermato al “aveva ragione questo” o “aveva ragione quello” e neppure si sarebbe arreso considerando la sinistra vittima di una “eterna dannazione” come si sta cercando di descrivere in questi giorni, nei pressi del centenario di Livorno.

Ricordiamo allora Emanuele Macaluso ribadendo i punti di principio sui quali abbiamo cercato di elaborare, proprio nel nome del dialogo Gramsci – Matteotti, una visione strategica per una nuova sinistra.

Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione.

Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:

1)   L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;

2)   la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni;

3)   è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;

4)   Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;

5)   della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. “Grande crisi” riaperta improvvisamente all’inizio del 2019 con l’esplosione globale dell’emergenza sanitaria. Un’emergenza che reclama sicuramente un vero e proprio “mutamento di paradigma” nelle coordinate strategiche di qualsivoglia ipotesi di cambiamento rivolta al recupero del senso dell’uguaglianza, così ferito nel corso degli anni;

6)   In questo senso non ci interessa costruire una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente impegnati ad affrontarne sfide nuove ed inedite; molto più interessante semmai una ricerca in mare aperto su quelle che definiamo “linee di successione” rispetto ai grandi del pensiero e dell’azione politica di sinistra del ‘900.

Queste la ragioni di fondo della nostra riflessione che abbiamo voluto intitolare ai due grandi martiri dell’antifascismo.

L’occasione dolorosa della scomparsa di Emanuele Macaluso nella sua proposta di laica forza del pensiero ci sembra proprio da cogliere per portare avanti il senso complessivo di questa nostra proposta di riflessione.

Maggio 5, 2020

Riformista! A me?

di Giuseppe  Giudice

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Gaetano Arfè diceva che Turati, Matteotti, Treves , Modigliani , rifiutarono sempre di considerarsi riformisti. In effetti il termine “riformismo” alla fine dell’800, indicava quelle correnti liberali progressiste ( in alcuni paesi chiamati “radicali” – ma nulla a che vedere con Pannella) che volevano riformare il sistema borghese senza metterlo in discussione e rappresentavano il ceto medio colto e progressista. Allo stesso Bernstein fu attribuito il termine “revisionista” (non so se lui si sarebbe considerato riformista) . E comunque Bernstein fu criticato dai socialisti democratici di ispirazione marxista. Da Jaures in Francia, a Turati , Matteotti , Modigliani e Mondolfo in Italia. Si deve stare attenti a non confondere il riformismo con il socialismo gradualista di ispirazione marxista democratica. Pur nella contrapposizione al socialismo rivoluzionario (ma di matrice soreliana) di Mussolini, non accettarono mai di definirsi riformisti. Perché come Kautsky, Hilferding, Bauer e FritzAdler. , erano convinti della piena ‘autonomia politica della classe lavoratrice rispetto alle frazioni progressiste della borghesia” . Il gradualismo fu definito (mi pare da Kautsky)come “evoluzionismo rivoluzionario”. Del resto, storicamente si definirono “socialisti riformisti” Bissolati e Bonomi , che furono espulsi dal PSI per il loro appoggio alla Guerra di Libia. Lo stesso Rosselli (come sottolineò DE Martino) parlava di socialismo liberale rivoluzionario. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Ma il termine riformismo ha sempre avuto una sostanziale ambiguità. E’ con Riccardo Lombardi (ed in Francia con Martnet) che si opera una vera e propria “decostruzione” dei termini riformismo e rivoluzione in una sintesi nuova. Già Saragat, negli anni 30 , sosteneva che occorreva un nuovo socialismo democratico marxista che superasse le “malattie dell’infanzia del socialismo (riformismo e massimalismo) e quelle della “pubertà” il bolscevismo. In Lombardi , nel concetto di riformismo rivoluzionario, c’è al contempo , la contestazione della subalternità del riformismo e, contemporaneamente la cont

estazione della visione leninista e bolscevica della rivoluzione. Con l’idea di una trasformazione dall’interno della società capitalistica ma con l’obbiettivo di superarla, tramite processi di rottura dei rapporti di potere nell’economia e nella società. Quersta visione sarà poi arricchita dalla tematica dei contropoteri (foa e panzieri) integrasti nel suo schema delle riforme di struttura. La tematica dei contropoteri è una altra arma polemica verso il leninismo. Ma Lombardi non aderì mai a posizioni “gauchiste(che consideravano la Costituzione come espressione organica del dominio della borghesia)…il suo riformismo rivoluzionario doveva operare nel quadro pieno della costituzione repubblicana e delle sue garanzie., anche perché la Costituzione lascia la porta aperta ad una trasformazione democratica e socialista nel senso indicato da Lombardi stesso.

marzo 22, 2020

Sul corpo di Matteotti, le falsità di Vespa

di MARIO GIANFRATE

La tesi riproposta dal giornalista era stata denunciata in passato dallo storico Caretti

Nuovo tentativo di distorcere la verità storica sull’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato e segretario del Partito Socialista Unitario, ucciso dalla Ceka, un’organizzazione criminale alle dirette dipendenze di Mussolini, di cui era capo Amerigo Dumini. Matteotti, in un discorso alla Camera nella seduta del 30 aprile 1924, aveva accusato senza mezzi termini e con un discorso che la stampa fascista definì “provocatorio” i brogli e le violenze con cui il fascismo aveva vinto le elezioni. Nella seduta fissata per l’11 giugno, si era sparsa voce che avrebbe fatto un intervento accusando Mussolini di aver presentato un bilancio fasullo ma, soprattutto, avrebbe denunciato un giro di tangenti legate all’affare Sinclair, la società petrolifera americana che, per ottenere il monopolio dello sfruttamento del petrolio in Italia, aveva elargito “mazzette” al Re e al fratello di Mussolini, Arnaldo, direttore del Popolo d’Italia.

Il 10 giugno, però, giorno prima della prevista seduta parlamentare, Matteotti è rapito e assassinato dagli squadristi di Mussolini.

Ora è Bruno Vespa ha riproporre una vecchia e menzognera tesi secondo la quale il Duce, dopo l’assassinio del martire socialista, avrebbe aiutato la famiglia di Matteotti con elargizione di soldi.

Una tesi antistorica – ma da Vespa non si poteva pretendere altro – e che tenta ignominiosamente di trasformare Javert, il truce poliziotto de I Miserabili di Victor Hugo, da persecutore di Jean Valijean in una sorta di Madonna delle Grazie.

Su questo aspetto su cui la canea fascista tenta a più riprese di speculare, ha già risposto qualche tempo addietro lo storico Stefano Caretti, già docente di Storia Contemporanea all’Università di Siena, Presidente dell’Associazione Pertini e vicepresidente della Fondazione Turati (che conserva l’Archivio Matteotti), è curatore dell’opera omnia matteottiana, con una decina di volumi già pubblicati da Nistri-Lischi. In una intervista rilasciata qualche anno fa al Corriere della Sera, a firma di Marzio Breda, il prof. Caretti fa chiarezza sull’argomento, smentendo con prove inconfutabili la tesi secondo la quale Velia, consorte del Martire, chiede denaro “macchiato dal sangue del marito” a Mussolini. “Bisogna riandare agli anni dopo il delitto – precisa Caretti nell’intervista. Al momento della morte, i beni di Matteotti furono stimati in 1.203.000 lire: un grosso patrimonio, insomma. Che fu presto danneggiato da incendi, devastazioni, avvelenamento di bestiame compiuti da una famiglia di fittavoli fascisti. La crisi precipitò alla morte di Isabella, la madre di Giacomo che reggeva le sorti della proprietà; Velia dovette chiedere all’Istituto Sanpaolo di Torino un mutuo che era ampiamente garantito dalla tenuta di 2.700 pertiche e da numerose proprietà edilizie. All’inizio il prestito non fu concesso, fino a quando tutto si sbloccò grazie a una campagna internazionale sensibilizzata da Oda Olberg e da Sylvia Pankhurst”. Insomma: Mussolini era intervenuto o no, a favore dei Matteotti? – interroga il giornalista: “Suggerirlo fu una mossa propagandistica, e infatti il Duce fece pubblicare la notizia su un giornale parigino, per sopire quella campagna di stampa e condizionare la vedova. Poco dopo, comunque, Velia si affidò a un nuovo amministratore al posto di quello che le era stato messo in casa come spia del regime, e vendette le proprietà per 3.240.000 lire. Il mutuo fu estinto insieme ad altre pendenze e, con il ricavato, la vedova acquistò nel 1936 una tenuta di 300 ettari in Friuli, lasciando ai figli una liquidità di 1.621.000 lire. C’è un rapporto del prefetto di Rovigo, a confermare questi dettagli e a fare giustizia di qualsiasi sospetto di “regali” del dittatore alla famiglia della sua vittima”.

novembre 21, 2013

Matteotti non era socialista.

Onorevoli 5 Scemenze http://www.remocontro.it/italia/le-onorevoli-5scemenzesu-matteotti-non-socialista/ Dunque lo scardinamento dell’attuale sistema demo-pluto-giudaico-massonico parlamentare nella missione liberatoria del Movimento 5Stelle parte dalla radici, dall’Inciucio Resistenziale. Matteotti non era socialista sostiene un On in Commissione cultura. È morto di raffreddore e gli …
Matteotti non socialista 
 Onorevoli 5 Scemenze  http://www.remocontro.it/italia/le-onorevoli-5scemenzesu-matteotti-non-socialista/ Dunque lo scardinamento dell’attuale sistema demo-pluto-giudaico-massonico parlamentare nella missione liberatoria del Movimento 5Stelle parte dalla radici, dall’Inciucio Resistenziale. Matteotti non era socialista sostiene un On in Commissione cultura. È morto di raffreddore e gli ...
 
agosto 12, 2013

Qualcuno pensa di salvarsi…..

  https://i0.wp.com/www.historylearningsite.co.uk/fileadmin/historyLearningSite/rosa.jpg   Qualcuno pensa di salvarsi l’anima proponendo frasi di Rosa Luxembourg della fine del 1918, quando la Germania viveva la fase terribile della sconfitta della I Guerra Mondiale. Con legioni di soldati sconfitti ed affamati che ritornavano. Il tutto per condannare sempre i presunti “tradimenti” dei riformisti. Per la verità Rosa seppe criticare non solo i riformisti del tempo (che in realtà erano dei traditori – Noske e Ebert- e non socialisti riformisti come Matteotti) ma anche i bolscevichi. E qui sta la sua grandezza di persona libera ed eterodossa. SE è vero che il socialismo europeo di oggi è da criticare, ma da criticare dal punto di vista del socialismo democratico, non ci salveranno certo i professionisti della citazione rivoluzionaria…. (Giuseppe Giudice)
giugno 12, 2011

manifesti socialisti.

novembre 27, 2009

buonanotte compagni.

Buonanotte Gianluca, a cui non devi spiegare perchè, tanto sta con te a prescindere.

Quando poi ti decidi a far incorniciare le foto di Matteotti è sempre troppo tardi.

Buonanotte ad Angelo, angelo più di fatto che di nome. L’ho rovinato perchè ormai tutta la famiglia è diventata socialista.

Buonanotte a me che ho dei compagni così bravi.Mi fanno sentire sicuro.

Buonanotte a Geppino che non ha ancora deciso che vuole fare da grande………, sognando la California.