Posts tagged ‘M5S’

marzo 19, 2021

Nemesi

di Alberto Benzoni

Il Pd è ridotto male. E non per ragioni contingenti. Ma perché vittima di un contrappasso in cui i suoi punti di forza si sono trasformati in oggetto di debolezza E in ogni campo.Così il partito di “Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer”, dirigenti dalle virtù sacrali, ha visto Zingaretti prima schernito e poi dimissionario, vergognandosi del partito che (si fa per dire) dirigeva.Così, il partito, di cui i comitati centrali erano l’oracolo, è diventato un partito che non riesce a fare un congresso vero e in cui il capo dell’opposizione interna dirige un altro partito.Così il partito che si identificava con il Movimento Operaio sta cercando, affannosamente, di essere il punto di riferimento di qualcun altro ma senza riuscirci.Così uno dei fari del comunismo internazionale vota, al Parlamento europeo, una mozione in cui comunismo e nazismo vengono equiparati, dichiarando, successivamente, di non averla letta bene.Così, infine, il partito che era in grado di dettare sia le regole sia il campo di gioco, ne ha creato uno nuovo, dove è diventato terra di conquista, aperta al primo salvatore (?) di turno.Potremmo continuare all’infinito. Ma è quanto basta per usare un termine religioso, nemesi, per definire ciò che è accaduto.La nemesi non è, naturalmente, una punizione incomprensibile legata alle pulsioni di una divinità capricciosa.E non si conclude, necessariamente, con la condanna definitiva del reprobo.Diciamo allora che è un segnale. Una serie di eventi che vogliono essere un avvertimento. “Hai peccato e gravemente. Ma devi essere tu a capire in che cosa e perché. Solo così potrai salvarti dalla rovina”.A tutt’oggi nessuno sembra aver recepito questo messaggio. Né il Pd che continua a non capire quello che è successo (sino a rappresentare l’”andare verso il popolo” nella scena tragicomica di Martina – che gioca a pallone con i ragazzi di Scampia) e che, quindi, incapace di autocritica. Né i santoni che ieri lo esaltavano e oggi ci sputano sopra e sempre con la stessa boria. Né, infine, i rappresentanti della “vera sinistra” che oggi lo invitano a sciogliersi per lasciare loro il posto, salvo a non presentarsi all’appuntamento, perché chiusi in una stanzetta a litigare. Ora, rendere ciechi e sordi, è proprio della nemesi. A segnalare il fatto che gli ex comunisti si sono macchiati agli occhi di Dio (o, più modestamente, del dio della storia) di quello che forse è il peggiore dei peccati capitali: la superbia. Leggi la convinzione di essere creatori o quanto meno unici interpreti autorizzati della storia senza accorgersi che ne erano diventati seguaci passivi e proprio quando andava nella direzione opposta a quello che avevano sempre seguito.È la legge del contrappasso. Dove la convinzione di capire tutto ti porta a non capire niente. Come avverrà ai tempi di Mani pulite, quando gli ex comunisti pensavano di dirigere un processo promosso in realtà dai loro futuri avversari e con loro in tribuna a battere le mani. E ancora, con effetti ancora peggiori, quando furono in prima fila nel distruggere una prima repubblica, di cui erano stati protagonisti privilegiati per benedire una seconda, il cui ambiente sarebbe risultato per loro sempre più sfavorevole.La nemesi, si sa, confonde la vista delle sue vittime. Un partito che è giunto a tollerare il fatto che a porre il veto sulle sue stesse intenzioni stessi sia il segretario di un altro partito, sostanzialmente avverso, non sa difendersi e quindi non può essere difeso. E ancora, un partito che sale in cattedra mostrando di continuo il cartellino giallo al popolo colpevole di averlo abbandonato nega, con ciò stesso, la possibilità di recuperarlo. E, infine, l’incapacità, antica e recente, di essere o di sentirsi alternativi, in termini ideali o di rappresentanza di interessi, nega la capacità di svolgere la funzione che gli è stata affidata.Questo per dire che non c’è alcun pentimento. Anche perché, almeno in politica, tu puoi pentirti di tutto e di più e a sopportare ogni tipo di critica; ma non fino al punto di riconoscere coram populo di essere, individualmente o collettivamente, la sua stupidità.E, allora, a porre termine al contrappasso, non sarà la catarsi dell’interessato. Ma il suo istinto di conservazione. Nato dalla consapevolezza che il suo stesso destino si gioca nell’arco di quest’anno. In un arco di tempo, in vista anche del dopo Draghi e dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che ha come suo momento di verità le prossime elezioni in quasi tutte le grandi città. E in cui la scelta sarà fra il costruire (in una elezione a due turni) le premesse di una sinistra competitiva, anche se per ora basata sulla semplice intesa con il M5S e con le altre sue formazioni e il seguire Renzi in un viaggio nel centro e nella destra da cui rischia di non uscire vivo.Ed è in questo ambito ristretto ma decisivo che dobbiamo valutare il ruolo di Letta. A prescindere, per favore, di quello che ha detto o fatto anni fa e da chi ha frequentato; così da capire quello che significa oggi la sua chiamata in soccorso. E rispetto a quale pericolo.Riassumiamo ora, per concludere, la posta in gioco e le opzioni alternative. E la probabilità che Letta condivida quelle giuste; unita alla possibilità, tutta da verificare, che riesca a farle passare.Giusto, anzi essenziale, rivendicare l’autorità del segretario, in un partito in cui il diritto di veto è esercitato da tutti e di continuo, soprattutto dai cacicchi locali e da personaggi esterni, tipo Calenda, che non hanno alcun titolo per rivendicarlo. Qui nessuno dei vari candidati di area comunista era, anche, lontanamente, in grado di svolgere questo ruolo. Mentre invece Letta è perfettamente consapevole che l’accettazione, anche tacita, di questo veto, sarebbe per lui rovinosa. Sulla necessità vitale di diventare alternativi, lo steso Letta è stato estremamente chiaro. Anche se la sua appartenenza alla sinistra didattica lo ha portato a citare due iniziative, oggi purtoppo fuori tema, solo perché indigeribili per il centro destra.Infine, il Nostro dovrebbe aver capito che l’opzione maggioritaria può essere accettata dai suoi futuri compagni di viaggio solo se non sarà più uno sgabello per garantire al Pd il controllo sui suoi alleati e, insieme, la libertà di movimento nei confronti degli altri.Certo, siamo lontani dal pentimento e da qualsiasi nuovo corso. Ma, almeno, ci si è fermati prima di cadere nell’abisso e cominciamo a guardarci intorno.Poi si vedrà.

gennaio 2, 2021

LEGGE ELETTORALE: LA GRANDE TRASCURATA

di Franco Astengo

La discussione sulla legge elettorale è stata riaperta da Alfredo Grandi in un suo davvero apprezzabile intervento pubblicato da “Domani” il 30 dicembre scorso.

Il tema, assolutamente decisivo per il funzionamento della democrazia (come quello riguardante i partiti) appare trascurato e sottovalutato: oggetto semplicemente di ragionamenti di convenienza per quella o quest’altra parte e per il mantenimento del proprio “status” soggettivo.

E’ il caso allora di insistere nel proporsi di arrivare a un’ampia discussione di merito che colleghi la questione della legge elettorale nel suo complesso a quella riguardante la rappresentanza politica.

La qualità e le forme della rappresentanza politica rappresentano, infatti, il vero punto di difficoltà che sta incontrando la democrazia “liberale” di fronte al non sopito assalto del combinato tra populismo e sovranismo.

Un punto di difficoltà non risolvibile come vorrebbero alcuni, semplicemente accentuando le caratteristiche maggioritarie e di personalizzazione raccolte attorno a un accentramento monocratico delle funzioni di potere.

Accentramento monocratico del quale abbiamo osservato le avvisaglie in questi duri mesi di emergenza sanitaria.

Il realtà il rischio e quello di essere prossimi al punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Di seguito abbiamo avuto, è bene ricordarlo, altre tre formule elettorali delle quali due bocciate dalla Corte Costituzionale e l’altra utilizzata nelle più recenti consultazioni politiche che presenta evidenti limiti e difetti.

Limiti e difetti ancora più accentuati con l’inopinata riduzione del numero dei parlamentari suffragata, recentemente, da un contrastato esito referendario.

E’ bene essere chiari su questo punto: l’obiettivo della riduzione del numero è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo di cui il M5S si è già fatto interprete.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate” e dell’indicazione del candidato presidente del consiglio, quindi, dell’uomo solo al comando assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla.

Plebisciti magari svolti esclusivamente attraverso il web, con procedure opache e sfuggenti al controllo della pubblica opinione.

Prima di tutto dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide con quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti si è contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine come vorrebbe il populismo dei “pieni poteri”.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.

gennaio 13, 2015

Se usciamo dall’euro non possiamo mantenere i risparmi in euro.

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Qualche giorno fa Luigi Di Maio, esponente di punta del M5S, ha dichiarato alla trasmissione Otto e mezzo su la7 che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro, ma i risparmi degli italiani potrebbero rimanere in euro (qui al minuto 26:10). Proviamo a spiegare perché questa proposta ha costi insostenibili e quindi non è realizzabile, neppure limitatamente.

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maggio 21, 2014

Io voto Tsipras!

febbraio 4, 2014

Operazione Bankitalia: no sovranità, a ogni costo.


Galloni: il regalo alle banche non è la reale posta in gioco. Vogliono impedire ogni futura sovranità monetaria, e salvare il ruolo del Montepaschi, a ogni costo

Megachip Redazione – Nino Galloni. Economista. Ha insegnato all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena ed alla Luiss. Dal 2010 è membro effettivo del collegio dei sinVisualizza altro

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=96575&typeb=0&Operazione-Bankitalia-no-sovranita-a-ogni-costo

febbraio 3, 2014

ALLE FALDE DEL KILIMANGIARO…

santelli«I neri hanno la fortuna di non doversi truccare, e quindi sono più fortunati di noi.»
  (Jole Santelli, la Bella della politica)

dicembre 3, 2013

Euro a cinque stelle.

 

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Beppe Grillo durante il V3 Day svoltosi ieri a Genova ha rilanciato l’idea di un referendum per la permanenza nell’euro. Diversi giuristi ritengono questa proposta impraticabile, ma è pur vero che una legge costituzionale potrebbe superare le obiezioni in punta di diritto, come del resto già avvenne per il referendum consultivo del 1989 con il quale furono conferiti poteri costituenti al Parlamento Europeo. Va da sé, comunque, che l’approvazione di una legge costituzionale richiederebbe una maggioranza che oggi il M5S non ha e che difficilmente conquisterà in futuro. Inoltre un referendum del genere esporrebbe per mesi i titoli di stato alla speculazione sui mercati finanziari. Non di meno va colto il punto politico di far pronunciare il popolo italiano su una questione sulla quale ha avuto occasione di dire la sua solo una volta, più di 20 anni fa (quando peraltro l’euro ancora non c’era).

Più interessanti quindi diventano i restanti 6 punti della “modesta proposta” di Grillo tra cui, citiamo, una “alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2”.

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novembre 19, 2013

Finalmente qualcuno apre gli occhi.

Paolo Barnard: Mentre mercoledì sera quindici deputati M5S si spremevano le meningi con me e con l’economista internazionale Warren Mosler per divenire statisti, il loro capo Beppe Grillo da Genova urlava in una piazza che si devono tassare i consumi per salvare l’economia. E’ come un oncologoVisualizza altro

novembre 4, 2013

Sirene clandestine.

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Lo spunto è questo cortocircuito tra lo scherzo (?) di una deputata cinquestelle,
altri esponenti del suo movimento, i social e i media
.
La vignetta invece è sulle -sirene- del mediterraneo e sul reato di clandestinità.

ottobre 25, 2013

Riforme elettorali ed elezioni europee.

 

Ringrazio Laboratorio Politico-Costituente delle Idee per aver accettato una mia proposta di riflessione sulle riforme istituzionali ed elettorali in vista delle elezioni europee del maggio del prossimo anno. Dalla sua costituzione faccio parte di Laboratorio Politico* pur non essendo come molti altri membro del PD: la  decisione di costituirlo, motivò la mia decisione di lasciare i DS al Congresso di Firenze dell’aprile 2007  Resto tuttavia convinto che senza il PD, i suoi iscritti ed elettori, non ci sia alcuna possibilità né teorica, né fattuale di costituire un’alternativa democratica e progressista al centro e alla destra, tantomeno che una sinistra europea si possa costruire contro il PD, invece di recuperalo ad una prospettiva di fronte democratico, laico e progressista, che abbia  la sua corrispondenza in un gruppo parlamentare europeo vincolato maggioritariamente al PSE.

La congiuntura politica istituzionale è condizionata dai problemi non risolti.  Con le sentenze n. 15 e 16 del 2008 del 23/01/2012 (l’udienza pubblica nella quale ho discusso l’ammissibilità dei referendum Guzzetta, opponendomi si era tenuta il 13/12/2011), la nostra Corte Costituzionale, non pronta proceduralmente ad accogliere le obiezioni sul premio di maggioranza che i quesiti  referendari avrebbero accentuato con il divieto di coalizioni, aveva lanciato un forte monito al Parlamento e alle forze politiche  di modificare il premio di maggioranza prevedendo una soglia minima in voti o seggi. L’invito, reiterato con la sentenza n. 13 del 2012, è rimasto inascoltato al pari degli appelli del Capo dello Stato. Si è votato, invece, con quella legge di dubbia costituzionalità nel 2008 e nel 2013, confidando in quella giurisprudenza, consolidata delle SS.UU. di Cassazione e del Consiglio di Stato sulla carenza assoluta di giurisdizione nei confronti delle operazioni elettorali, grazie ad un’abnorme interpretazione dell’art. 66 della Costituzione., Le Camere elette, anche con legge di dubbia, anzi addirittura manifesta incostituzionalità,  sono arbitre di giudicare sui ricorsi contro le operazioni elettorali.Il risultato pratico è che una legge incostituzionale che fosse votata da una maggioranza artificiale, grazie ad un premio di maggioranza, che fosse promulgata da un Presidente eletto dalla stessa maggioranza non avrebbe un giudice nemmeno per le operazioni elettorali preparatorie, benché il Parlamento con la norma di delegazione dell’art.44, c. 2 lett. d) l.n. 69/2009 avesse previsto lo stesso giudice per le operazioni elettorali di Comuni, Province, Regioni eDelegazione italiana nel Parlamento Europeo, anche per le operazioni elettorali preparatorie di Camera e Senato. Il codice del processo aministrativo non l’ha previsto, con dubbi che ciò sia avvenuto con violazione dell’art. 76 Cost..Lo stesso decreto di convocazione dei comizi elettorali sarebbe atto inimpugnabile, TAR Lazio Sez.IIbis n. 1855/2008 e CdS, sez.IV, n.1053/2008, quindi anche se emanato ln violazione del termine di 70 giorni dallo scioglimento  delle Camere. Eppure la Corte Costituzionale aveva fatto una richiesta minimale di fissare una soglia di accesso, che ben poteva coincidere con il 25% della fascistissima legge Acerbo. Il mancato adeguamento della legge elettorale non dipendeva dalla soglia di accesso o dalla difficoltà di rinunciare al premio di maggioranza, ma probabilmente dalle liste bloccate, che sono un bene irrinunciabile per i gruppi dirigenti o per i padroni di partiti e/o liste. Un parlamento di nominati, e la cui ripresentazione dipende da un gruppo ristretto di persone, è un organo più docile di chi debba rispondere ai propri elettori. La docilità e la prevedibilità dei loro comportamenti, salvo che quando entrano in gioco, altri fenomeni come la corruzione o semplicemente il desiderio di non perdere il posto e i connessi vantaggi, consentono di assicurare la stabilità e quindi la governabilità, che è la chiave di lettura delle scelte compiute in materia elettorale. Non si è tenuto conto che in una democrazia rappresentativa, che resta, a mio avviso, la miglior forma di governo, che può essere integrata e completata, ma non sostituita, da istituti di partecipazione popolare e democrazia diretta, è il dibattito pubblico che deve precedere le deliberazioni, l’essenza della democrazia, come ci insegna NadiaUrbinati, più dei sistemi elettorali, aggiungo io. Si spiega così che scelte come la modifica degli artt. 81, 97, 117 e 117 Cost. con una maggioranza straripante superiore ai due terzi  sia sta presa  in condizioni di semi-clandestinità.  Stabilità e governabilità spiegano la preferenza per sistemi elettorali maggioritari e bipolarizzanti, come se questo fatto potesse sostituire  l’elaborazione di programmi all’altezza dei problemi da risolvere e la capacità di organizzare un blocco politico  e sociale egemone, in grado di garantire una maggioranza non solo numerica ed apparente, come quella che deriva dalla combinazione di premi in seggi e soglie di accesso che trasformano minoranze occasionalmente più forti in maggioranze eterogene” Il prof. Onida , che purtroppo non può essere tra noi,  ha definito queste scelta: “La fiera dei premi di maggioranza” nel valutare positivamente l’ordinanza del Tar Lombardia, che ha inviato in Corte Costituzionale la L.R. 17/2012 della Lombardia , con norme condivise da altre leggi elettorali regionali. La legge elettorale regionale lombarda può così  raggiungere alla Consulta le modifiche introdotte dalla l. 270/2005, la cui discussione è fissata al prossimo 3 dicembre.  Il vertice dell’equivoco si è raggiunto  coll’errata convinzione che si debba sapere chi ha vinto le elezioni e quindi governerà  la sera stessa delle elezioni. E’ una pretesa  che non ha riscontro neppure nei sistemi presidenziali: Obama ne è dimostrazione. La situazione non è migliore neppure nei sistemi semipresidenziali: non solo ci sono state 2 coabitazioni in Francia, ma in astratto non è garantito, che il Presidente abbia la maggioranza nelle seguenti elezioni dell’Assemblea Nazional. Persino in Gran Bretagna chi avrebbe governato sarebbe dipeso dalle scelte dei liberali, come in Germania il successo personale della Merkel non le garantisce il Governo finché non firma un contratto di coalizione con un secondo partner, perché nel Bundestag è in minoranza come lo era nel 2005 e negli ultimo scorcio della coalizione con la FDPnel Bundesrat. Per noi che abbiamo gioito per la chiara vittoria di Hollande sia alle presidenziali che alle legislative  desta preoccupazione il fatto che a poco meno di un anno e mezzo dal maggio 2012 non sia garantito di poter governare, cioè di poter mantener fede al proprio programma e tutto ciò malgrado una confortevole maggioranza, frutto del sistema maggioritario a doppio turno, che piace a molti, anche nel centro-sinistra. Ebbene senza la disciplina repubblicana il sistema maggioritario a doppio turno non assicurerebbe stabili maggioranze. La cultura politica, che determina i comportamenti, pare non far parte delle riflessioni o del bagaglio di conoscenze ,di chi si occupa da politico o da giurista di leggi elettorali. Il maggioritario di collegio uninominale con ballottaggio eventuale, che ha il consenso di molti, senza disciplina repubblicana, senza la polarizzazione destra-sinistra e la discriminante anti-fascista verso la destra estrema e con, a contrario,  forti partiti regionali e vaste porzioni del territorio a forte dominanza clientelare, quando non di influenza elettorale della criminalità organizzata, avrebbe esiti diversi, se non opposti, in un Paese come l’Italia. Lo stesso con un sistema elettorale, come quello tedesco -l’altro grande modello di riferimento -con un sistema tripartito prima Union-SPD e FDP e quadripartito poi con i Verdi- si poteva scommettere che in Italia non avremo avuti Cancellieri democristiani o socialdemocratici ma liberali o verdi, finché DC e PCI non fossero stati pronti a praticare larghe intese o  una sorta di Große Koalition grazie al Compromesso Storico.  Nei paesi scandinavi, quando tramontò il periodo delle maggioranze assolute dei socialdemocratici furono possibili stabili governi di minoranza perché i partiti a sinistra dei socialdemocratici, mai avrebbero unito i loro voti a quelli dei partiti borghesi per sfiduciare o mettere in minoranza il governo: questo scrupolo è invece stato assente in Italia per sfiduciare il governo Prodi nell’ottobre 1998 e nel gennaio 2008 il logoramento del Governo  ad opera di sue componenti di sinistra della maggioranza aveva preceduto la sfiducia formale. Vogliamo pensare ai paradossi della governabilità e del bipolarismo, che avrebbero dovuto essere favoriti da leggi elettorali con premio di maggioranza, si sono avute legislature a fine anticipate dopo le elezioni del 2006 e senza la crisi economica e l’emergenza dopo quelle del  2008  e la stessa legislatura del 2013 non è destinata a durare fino al 2018, anzi sarebbe già terminata come la precedente se si fosse riformata la legge elettorale. Nel dibattito attuale preoccupa, che invece di trarre lezione da quanto accaduto si pensi di accentuare l’artificialità di maggioranze con l’introduzione di un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, malgrado l’art. 57 Cost., quando la differenza di possibili maggioranze politiche tra Camera e Senato non dipende dal premio di maggioranza nazionale per la prima e regionale per il secondo, ma dalle diverse soglie di accesso  e di deroghe per le liste coalizzate, che contro ogni nozione minima di matematica, sono più elevate per il Senato anche fino al doppio, benché abbia la metà dei componenti della Camera. Questo fatto impedisce che ci sia le stessa offerta politica alla Camera e al Senato.

L’elezione diretta dei vertici esecutivi, insieme con la prevalenza dell’esposizione mediatica, nella scelta dei cittadini ha modificato il criterio di scelta della classe politica i cui effetti non positivi cominciano ad  emergereanche nel caso dei Sindaci di  grandi città. Tra i criteri di scelta non compare la valutazione della capacità di essere un buon sindaco, ma solo quello di poter abbattere l’avversario nei consensi. Se questo è il criterio è logico che il Sindaco di Milano non voglia fare un secondo mandato e quello di Firenze abbia da tempo concepito la carica come trampolino per altri destini, avendo un chiaro obiettivo finale la Presidenza del Consiglio.La stessa logica di stabilità ha presieduto alle riforme elettorali di comuni, province e regioni, con accentuazione per queste ultime dalla mancata previsioni di un secondo turno di ballottaggio. Siamo riusciti ad inventare un sistema elettorale  sui generis, che subordina l’assemblea rappresentativa al vertice del potere esecutivo, contraddicendo 200 anni di sviluppo di democrazia e assegnando al vertice esecutivo, Sindaco, Presidente di Provincia( specie in via di esaurimento) e di Regione un potere inesistente persino nelle forme di governo presidenziale(dove non può sciogliere il Congresso) o semi-presidenziale. Negli Stati Uniti il Presidente non ha la garanzia di controllare il Congresso, le elezioni non sono mai totalmente contestuali e neppure in Francia. In questi due paesi a nessuno è mai venuto in mente di eleggere presidente e assemblee legislative in un unico election’sday, assegnando un premio di maggioranza al presidente con più voti al primo ed unico turno negli USA o al ballottaggio in Francia.

L’esperienza ha provveduto a smentire nei fatti che per assicurare stabilità fosse sufficiente assegnare un alto premio di maggioranza( se volessimo pulire il linguaggio dovremo chiamarlo premio alla minoranza più forte), senza tener conto che il premio è incentivo a raccogliere il più ampio arco di forze e quindi senza badare troppo alla loro eterogeneità. Il premio, quando si presentano problemi politici, non costituisce legame per il governo , così è stato con le elezioni del 2006, del 2008 e persino del 2013 la coalizione IBC non ha resistito 60 giorni alla mezza vittoria della coalizione (Parafrasando il Talmud sulle mezze verità, che sono una bugia intera, le mezze vittorie sono una sconfitta totale).

La riforma del sistema elettorale nei Comuni ha avuto un buon avvio, a prescindere dal premio di maggioranza legato ai voti del Sindaco, ma al primo turno le liste collegate al Sindaco devono avere almeno il 40% dei voti, il sindaco la maggioranza assoluta e nessun gruppo di liste collegato ad altro candidato il 50%( art. 72 TU EE.LL), mentre lo stesso premio viene attribuito in un unico turno al candidato presidente di regione, eletto a maggioranza relativa( che è una minoranza assoluta solo anche di poco superiore alla minoranza assoluta concorrente). Il voto personale e uguale del nostro articolo 48 Cost. è leso dal fatto che per il Presidente è ammesso il voto disgiunto, quindi chi non voti per alcuna lista o addirittura per una lista collegata ad un candidato presidente concorrente: questa possibile incostituzionalità della norma è stata oggetto di rinvio alla Corte Costituzionale dal TAR Lombardia, sez. III con ordinanza n2261/13 del 8-9/10/2013. I progetti di riforma dovrebbero tener conto di queste ordinanze di rinvio, non perché l’incostituzionalità sia certa, non siamo in Germania dove la giurisprudenza della Bundesverfassunsgericht è estremamente severa in termini di rispetto del voto uguale e diretto previsto dall’art. 38 GG, tanto che con sentenza del 2011 ha dichiarato costituzionalmente illegittime le soglie di accesso (Sperrklausel), nella legge elettorale europea in Germania, mentre noi l’abbiamo introdotta con la riforma della legge europea nel 2009 alla vigilia delle elezioni: sarebbe il caso di introdurre un semestre bianco anche per le leggi elettorali.

In ogni riforma elettorale bisogna anche tener presente la reciproca interazione tra sistema dei partiti e sistema elettorale, che con un sistema debole di partiti diventa metodo di selezione della classe dirigente. In un sistema di democrazia rappresentativa, completato con istituti di democrazia diretta devono esserci corpi intermedi stabili, che organizzino  il dibattito pubblico, selezionino la classe politica e rappresentino gruppi sociali o interessi di parti della società. I partiti sono andati, il loro prestigio è basso e come conseguenza da anni si sta legiferando sotto la spinta emotiva di un’opinione pubblica aizzata più che informata   i partiti non sono più un organismo che non dico indirizzi l’opinione pubblica, ma almeno fungano da vasca di decantazione. Dall’abolizione delle province, al costo della politica o al superamento del bicameralismo( detto per inciso e tra parentesi che potrebbe essere modificato eliminando alcuni difetti della spola tra le due Camere in gran parte con una semplice modica di articoli di regolamento di Camera (art. 107)e Senato(artt. 74 e 81), per evitare la decadenza di tutto il lavoro fatto nella precedente legislatura).  I temi sono trattati ed imposti dall’esterno del Parlamento senza neppure la mediazione dei partiti. Un partito deve identificarsi con un leader carismatico televisivo. Questi leader hanno meno autonomia di leader  di una volta, a sinistra, un Togliatti o un Nenni, questi  cercavano di indirizzare le masse, mentre quelli televisivi le seguono e le assecondano, per esigenze di popolarità. Devono essere al servizio di chi ha il controllo dei mezzi di comunicazione, che non sono solo la proprietà, ma anche i conduttori, sia che si mettano in proprio ( Marrazzo, Badaloni) ovvero inventino personaggi deleteri come ha fatto Floris con la Polverini, senza doverne rispondere. Una riforma elettorale non può prescindere dal dare finalmente esecuzione all’art. 49 Cost. con una legge sui partiti politici come ne esistono in Germania, Francia e Spagna, i cui sistemi elettorali volta a volta sono presi a modello, come se fossero avulsi da un sistema dei partiti. Sulle riforme istituzionali e costituzionali condividendo il contributo del Prof. Augusto Cerri non spendo molte parole, spero solo che si sappia trovare una mediazione sull’approvazione finale, che dovrebbe essere opera di un parlamento** di non nominati, . perché i nominati  sono più facilmente condizionabili, in specie se convinti che  senza un loro pronta acquiescenza è in pericolo la durata della legislatura e la loro rielezione. I nominati sono naturalmente troppo sensibili alle pressioni di chi li ha trasformati in parlamentari e quindi di essere eterodiretti. La qualità del loro lavoro sarà tanto più alta quando sapranno che l’approvazione finale spetta ad altra legislatura e che la durata della loro legislatura non dipende dall’approvazione finale delle modifiche costituzionali nei tempi dettati da altri poteri,ma dalla capacità di questo Parlamento di far uscire il Pase dalla crisi economica e sociale.

Vorrei soltanto concludere con un accenno alla legge elettorale  europea: quella vigente deve essere cambiata.  E’ stata modificata  con l.10/2009 nel febbraio con elezioni già previste per il giugno, con lo scopo dichiarato dai relatori al Senato Ceccanti e Malan  di impedire che rientrassero in gioco le forze politiche escluse dal Parlamento nel 2008. Poiché sono rientrate in gioco nel 2013, bisogna prenderne atto con la stessa logica. Ci sono altri argomenti più importanti. Il ruolo crescente dell’Europa e il perdurante deficit di democrazia richiedono un aumento del ruolo del Parlamento Europeo, per il quale non basta l’aumento dei poteri sulla carta, se si indebolisce la sua legittimazione politica. Il tasso di partecipazione elettorale è importante specialmente in confronto alle elezioni del 2009. Il tasso di astensione è cresciuto di quasi 27 punti percentuali, dal 30,08% del 1979 al 57% del 2009 e, quindi, per la prima volta alle elezioni europee hanno partecipato meno del 50% degli aventi diritto. Se non si inverte la tendenza c’è il rischio che i movimenti anti-europeisti, anzi anti-europei tout court siano sovra rappresentati. Preoccupante la composizione demografica dei non votanti: 18-24 anni  70,9%,  25-39 anni  64,3%  cioè i giovani e quelli nel pieno delle forze produttive. Altro dato preoccupante quello dell’appartenenza dei non votanti  a classe sociale: Bassa (1-4) 66,8% Media (5-6)  55,7% Alta (7-10) 46,5%

I trattati europei( art.190 TCE) affermando che “il Parlamento europeo elaborerà un progetto inteso a permettere l’elezione a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o conformemente a principi comuni a tutti gli Stati membri”prevedono che l’elezione si tenga con una legge elettorale uniforme, che tuttavia non è mai stata approvata. Principi comuni a livello europeo( gliultimi sono del 2002), sono stati approvati prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona( 1 dicembre 2009,) successiva alle stesse elezioni del 2009 e quindi non sono in completa consonanza con lo stesso. L’incostituzionalità dichiarata dalla Corte Costituzionale Federale  tedesca non può essere ignorata in quanto le argomentazioni si attagliano anche all’Italia, perché l’uguaglianza del voto può, nel bilanciamento dei valori costituzionali, essere sacrificata per assicurare la governabilità, obiettivo totalmente assente nel caso del Parlamento Europeo. Di più con raccomandazione della Commissione del 12 marzo 2013 si è chiesto agli stati membri di modificare la legislazione nazionale per l’elezione del parlamento europeo introducendo per le liste concorrenti il richiamo al partito europeo di riferimento. Nello stesso senso si è espresso il Parlamento Europeo con risoluzione del 12 giugno 2013, che vale la pena di ricordare contiene anche il seguente ” considerando che la democrazia interna ai partiti e il rispetto di elevati standard di apertura e integrità da parte dei partiti politici sono un fondamento essenziale per aumentare la fiducia del pubblico nel sistema politico”: ebbene con la l. n. 10 del 2009 abbiamo eleminato dalla delegazione italiana al Parlamento europeo ben 4 partiti membri di un partito europeo(PSI, Verdi e PRC-PdCI aderenti rispettivamente a PSE, PVE e SUE). Vi è poi una ragione specifica  derivante dagli effetti della Sentenza Gargani CdS Sez. V, n.. 02886/2011 del 13/05/2011 resa nel ricorso R.G. 00642 , con la quale interpretando il combinato disposto  degli artt. 2 e 51 della L. 18/79/2011. Ha disapplicato l’art. 21 della legge applicando in suo luogo l’art. 83, comma 1, n. 8, del decreto. D.P.R. 367/1957 e s.m.i. affinché i seggi restino nella Circoscrizione cui  sono stati assegnati in rapporto alla popolazione residente invece di trasmigrare in altra Circoscrizione in relazione alla partecipazione e al comportamento elettorale degli  elettori residenti penalizzando il Sud (15 eletti, in luogo dei 18 seggi assegnati dal D.P.R. 18.4.2009) e le Isole (6 eletti, in luogo degli 8 seggi assegnati dal D.P.R. cit.). La Lega si è trovata con 2 europarlamentari in più nel Nord-Ovest e nel Centro, perché al Sud e nelle Isole non l’hanno votata ma hanno votato per Sinistra e Libertà di Vendola e socialisti e per il MPA di Lombardo. Altro problema di rilievi costituzionale è costituito dall’art. 12 della l. 18/1979 che fa un trattamento di favore le minoranze linguistiche francese, tedesca e slovena, in realtà per la sola SVP, mentre la L. 482/1999 ne riconosce 12 e con una differenza di trattamento ingiustificabile rispetto alla norma per la camera dei deputati (art. 83 D.P.R. 361/1957 e s.m.i, c.1 n. 3 lett. a) prevede un trattamento particolare per le minoranze linguistiche che hanno presentata liste “esclusivamente in una delle circoscrizioni comprese in regioni il cui statuto speciale prevede una particolare tutela di tali minoranze linguistiche”. Il friulano e il sardo sono quindi tutelati,ma non le pur numerose minoranze linguistiche presenti in regioni a Statuto ordinario, come l’occitano, il tedesco e il franco provenzale in Piemonte e l’albanese e il grecanico in Calabria. Norme speciali per minoranze linguistiche, compreso il diritto di coalizione e la deroga alla soglia di accesso nazionale, senza prevederle per minoranze politiche( diritto di tribuna) pongono un problema di compatibilità con l’art. 3 Cost..

In relazione al diritto europeo che con l’art. 117 , c.1 Cost., nel testo novellato nel 2011, è vincolo per la legislazione statale e regionale, vi sono dubbi, anche in relazione all’art. 51 Cost., delle norme che privilegiano forze politiche uscenti esentandole dalla raccolta firme di presentazione per le liste e per le modifiche derivante dal mancato coordinamento tra le norme di introduzione della soglia di accesso e quelle sul finanziamento delle campagne elettorali. La norma prevedeva che per aver diritto al rimborso delle campagne elettorali era necessario eleggere almeno un parlamentare europeo con una legge che consentiva di eleggere un parlamentare anche con meno deell’1% dei voti validi: improvvisamente con le modifiche della L. 10/2009 soglia di accesso all’elezione e soglia per il finanziamento vengono a coincidere, il che è irrazionale e non ha precedenti in nessuna legislazione nazionale per l’elezione dei rappresentanti nazionali nel Parlamento europeo. Alla luce dei principi enunciati nella sentenza 23 aprile 1986 “ federation Les Verts v. ParlamentEuropéen” sono illegittimi  tutti i privilegi e vantaggi concessi a gruppi politici uscenti rispetto a nuove formazioni.  Richiedere modifiche alla legge elettorale europea vigente è al contempo una richiesta di ricondurla a conformità costituzionale e dei trattati europei, e una scelta politica, quella che a sinistra siano possibili alleanze e convergenze sul terreno proprio dei programmi europei. Un rischio maggiore incombe sulle elezioni europee, che si  celebrino dopo elezioni nazionali anticipate oscurandole, perché nella nostra cultura politica quelle sono le vere elezioni.

*La relazione riflette mie opinioni non concordate all’interno di Laboratorio Politico, che elaborerà una sua posizione dopo questo Seminario e sulla base del confronto delle legittime opinioni diverse ed anche contrastanti sui punti trattati.

**Niente di nuovo è la procedura ordinaria di revisione in Svezia

Capitolo VIII. Leggi e altre norme giuridiche

 Art. 15 – Le leggi costituzionali sono approvate con due delibere di identico tenore. La seconda di tali deliberazioni non può intervenire se non dopo che si sono tenute nuove elezioni generali per il Riksdag e la nuova assemblea si è riunita. Inoltre devono trascorrere non meno di nove mesi fra la data della prima presentazione della questione all’assemblea del Riksdag e la data delle elezioni, a meno che la Commissione degli affari costituzionali non consenta una deroga per mezzo di una delibera pronunziata entro il periodo di esame della questione, e alla quale abbiano aderito almeno i cinque sesti dei membri.

e per modifiche di parti rilevanti in Spagna

Art. 168. – 1) Qualora si intenda promuovere la revisione completa della Costituzione o

una revisione parziale riguardante: il Titolo preliminare; il Capitolo II, Sezione I, del Titolo I;

o il Titolo II, si procederà all’approvazione di tale delibera a maggioranza dei due terzi di

ciascuna Camera, e allo scioglimento immediato delle Cortes.

2) Le Camere elette dovranno ratificare la decisione e procedere allo studio del nuovo

testo costituzionale, che dovrà essere approvato a maggioranza dei due terzi di entrambe le Camere.

3) Una volta approvata dalle Cortes, la revisione sarà sottoposta a referendum per la sua

ratifica. 

Felice C. Besostri