Posts tagged ‘LRD’

dicembre 30, 2020

“SOCIALISTI E CRISTIANI”


Mi ricordo di aver assistito, da ragazzino, alla villa comunale, agli inizi degli anni ’50, ad un curioso dibattito, fra anziani braccianti siciliani, dal volto annerito dal sole e solcato da profonde rughe che testimoniavano il loro carico di anni e di esperienza, e tutti con l’immancabile coppola in testa, che li differenziava dai borghesi cappelli padronali.
Essi disputavano di quale fosse stato il colore politico di Gesú Cristo, utilizzando pero’ allo scopo il campionario partitico a loro contemporaneo. Le opzioni da tutti i presenti ritenute possibili erano solo due, ma capaci di dividere e accalorare quei saggi polemisti, figli di Gorgia. Il quesito che li appassionava era nientepopodimenoche quello di stabilire se Cristo era socialista o socialdemocratico!(1) Tertium non datur (2).
La cosa puo’ sembrare perfino divertente, se non fosse estremamente seria. Tanto é vero che se ne sono occupati socialisti del calibro di August Bebel (3), di Friedrich Engels (4) e di Bertrand Russel (5).
E non sono affatto rari i tentativi di conciliare le due visioni del mondo.
Qui vogliamo dare un rapido sguardo ad alcune situazioni che, in italia, videro impegnati su questa tematica socialisti cristiani e cristiani socialisti, sia come singoli, sia come aggregazioni politiche, di tutte le scuole e sfumature (6).
I tentativi, piú o meno riusciti, di contaminazione fra quelle due grandi Idee sono piú numerosi di quanto comunemente si creda.

Camillo Prampolini
Uno dei piú conosciuti é quello dell’apostolo socialista di Reggio Emilia, noto per quello che fu definito il socialismo cristiano di Camillo Prampolini, paladino della non violenza (7), della pace e della giustizia (8). Egli amava spesso richiamarsi a Cristo e al suo messaggio, come fece in particolare con la sua Predica di Natale, un articolo in cui rilevava che Cristo non voleva l’ingiustizia, ma l’eguaglianza, e che per essa egli sempre coerentemente e concretamente si batté; non predicando, come facevano certi preti, la dottrina della rassegnazione, che finiva per avallare il privilegio dei potenti e la miseria degli sfortunati. Insomma il suo era un Cristo…socialista e il messaggio socialista altro non era che l’antico messaggio d’amore dell’autentico cristianesimo, aggiornato alla sua epoca. E questo messaggio non poteva limitarsi alle sole enunciazioni, ma doveva battersi (9), con iniziative reali e palpabili (10), per l’emancipazione e il riscatto del prossimo. Per questo i socialisti, proprio come un tempo i primi cristiani, venivano spesso perseguitati (11).

Guido Miglioli

Classificare Guido Miglioli (1879-1954) come un cristiano socialista sarebbe certamente errato, giacché egli non milito’ mai in nessuna formazione politica che al socialismo tradizionale eplicitamente si rifacesse. Non sarebbe pero’ azzardato collocare la sua azione politica nell’ambito di quello che é stato definito „laburismo cristiano“ (12), non molto diverso dal laburismo classico e quindi piuttosto imparentato col socialismo:

Il laburismo cristiano, sin dall’inizio, non si presenta come un mito, ma come un programma concreto che si affatica sempre intorno alla complessitá della societá nel tentativo di dare figura politica a processi altrimenti drammatici. Esso si presenta come un insieme di riforme che non preparano alcuna rivoluzione, ma che trasformano dall’interno, nella pazienza dei processi, le dinamiche della societá civile. Se non c’é alcun mito dello Stato (di qui l’avversione viscerale per ogni forma di totalitarismo) se ne coglie tuttavia l’enorme importanza per orientare i grandi processi di ridistribuzione della ricchezza e incalzare creativamente gli stessi sviluppi dell’economia. Nessuna statizzazione, ma capacitá di intendere l’importanza dell’impresa pubblica per stimolare e sorreggere, anche attraverso il conflitto, quella privata. Importanza della riforma fiscale per creare una societá solidale, capace di sviluppare i grandi servizi sociali della scuola, della sanitá, della previdenza. Importanza della ricerca come sostegno all’impresa e allo sviluppo civile del Paese.

Un programma, come si vede, che potrebbe ben essere quello di una moderna socialdemocrazia; un programma in cui certamente rientrano l’impostazione teorica e l’azione pratica di Guido Miglioli, che qui vogliamo scorrere velocemente.
Di professione avvocato, il cremonese Miglioli, a partire dal 1904 si dedico’ completamente alla causa dei lavoratori agricoli, in particolare della Valle Padana, specialmente organizzando le leghe bianche e dirigendone le lotte sociali, per riscattare dalla miseria e dall’ignoranza quelle sfruttate plebi rurali.
Nel corso di queste lotte, sostenute anche col giornale da lui fondato L’Azione, egli ricerco’ sempre l’unitá con le consorelle organizzazioni socialiste, con le quali condivise anche un coerente neutralismo allo scoppio della prima guerra mondiale (13), adottando lo slogan No guerra, ma terra. Quando, nel 1919, partecipo’ alla fondazione del Partito Popolare Italiano, guidato da don Luigi Sturzo avrebbe voluto che la nuova formazione si fosse chiamata „Partito del proletariato cristiano“, per scoraggiare l’adesione dei cattolici conservatori (14).
Al congresso di Napoli del PPI del 1920 la corrente migliolina propose un’intesa politico-parlamentare con i socialisti.
Fervente e coerente antifascista (15), nel 1926 fu costretto a riparare all’estero (16), stabilendosi infine in Francia, dove nel 1940 fu arrestato dai nazisti e consegnato ai fascisti italiani, che lo condannarono al confino.
Dopo la guerra gli fu rifiutata l’iscrizione alla DC. Per cui costituí, con la collaborazione di Ada Alessandrini (17), il Movimento Cristiano per la Pace, che alle elezioni del 1948 si schiero’ col Fronte Democratico Popolare, accanto a socialisti e comunisti, senza pero’ottenere alcun seggio. Continuo’ tuttavia a interessarsi di politica assieme all’amico don Primo Mazzolari (1890-1959), prete antifascista, pacifista e impegnato nel sociale (18).
Di lui vanno soprattutto ricordati la strenua difesa del proletariato agricolo e la sua ininterrotta lotta per la pace.

Lucio Schiro’

Uno dei tentativi piú riusciti di conciliare cristianesimo e socialismo fu quello del siciliano Lucio Schiro’ (1877-1961), giornalista, politico e pastore metodista di Scicli, nel ragusano.
Quando arrivo’ a Scicli, nel 1908, come pastore metodista, egli aveva giá abbracciato l’ideale socialista seguendo l’esempio di Nicola Barbato, Bernardino Verro in Sicilia e di Tito oro Nobili in Umbria.
A Scicli prese subito le distanze sia dalle cricche reazionarie che vi dettavano legge che dagli elementi anarcoidi incapaci di alcuna iniziativa concreta, alternando la sua attivitá religiosa con quella politica, svolta con salda coerenza nelle file del PSI, di cui organizzo’ la sezione.
Seguendo i dettami della sua coscienza di pacifista e i principi del suo socialismo evangelico, si schiero’ contro la guerra di Libia (1911) e contro l’ingresso dell’Italia in quella mondiale (1915), poiché considerava la guerra barbara e anticristiana.
Per sostenere le sue idee, prese due importanti iniziative: fondo’ una scuola elementare per i figli dei contadini e inizio’ (23-3-1913) a pubblicare il quindicinale Simplicista, in cui mirabimente riusciva a fondere gli ideali socialisti con quelli cristiani (19).
Nel primo dopoguerra partecipo’ attivamente alla riorganizzazione del PSI, pur continuando nella sua missione religiosa.
Infatti, quando il 16 e il 17 agosto 1919 il PSI tenne (a Vittoria) il suo 1° Convegno Provinciale, in cui venne costituita la Federazione provinciale di Siracusa (20), egli venne chiamato a far parte del direttivo (21). In prossimitá delle prime elezioni politiche del dopoguerra, indette per il 16 novembre 1919, Schiro’ fu chiamato anche a far parte della lista siracusana del PSI (22).
Dopo le elezioni, alla fine di quell’anno, si svolse il congresso provinciale del PSI, che elesse segretario provinciale proprio Lucio Schiro’ (23).
Nel 1920 divenne sindaco di Scicli (24), carica da cui dovette dimettersi sotto la minaccia delle armi degli squadristi, che in precedenza lo avevano minacciato e aggredito.
Rimase sempre fedele alla linea „centrista“ del PSI, non condividendo né l’estremismo comunista né il riformismo parlamentare, che diedero vita a due altri partiti di matrice socialista, il PCdI e il PSU.
Coerente e fermo antifascista, nel Ventennio fu ammonito e vigilato, mentre la sua chiesa e la scuola elementare da lui fondata furono sempre guardate con sospetto dal regime.
Caduto il quale, dal 1944 al 1947 fu di nuovo sindaco di Scicli e successivamente attivista del PSI e dei Partigiani della pace.
Migliaia di siciliani parteciparono al funerale di questo grande campione del socialismo e del cristianesimo, entrambi da lui non solo predicati, ma coerentemente praticati.

Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978), politico, scrittore e giornalista, poté dirsi un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa, giacché, al compimento del suo cammino intellettuale e spirituale era approdato ad un suo socialismo cristiano, lontano da apparati partitici e gerarchie religiose.
Allevato in una famiglia cristiana, dalla nonna paterna (25) fu avviato alle scuole medie in vari istituti religiosi. Ma la sua natura irrequieta e la sua sensibilitá umana per le miserabili condizioni dei contadini abbruzzesi, che egli definirá i dannati della terra, lo portarono ad interrompere gli studi e aderire al partito socialista (26).
Nel gennaio 1921 fu uno degli scissionisti che vollero costituire il partito comunista, della cui Federazione giovanile divenne uno dei principali dirigenti (27) e all’avvento del fascismo fiancheggio’ Gramsci nell’attivitá clandestina e piú volte, assieme a Togliatti, rappresento’ il PcdI (28) nelle riunioni del Kominter.
Durante i lunghi anni d’esilio divenne critico nei confronti dell’involuzione stalinista che ormai permeava il comunismo internazionale e, a causa delle sue posizioni critiche, nel 1931 fu espulso dal partito.
Dopo un periodo di riflessione, in cui diede sfogo alla sua vena artistica (29), aderí al Centro Estero socialista di Zurigo che dal dicembre 1941 al 1944, in seguito all’invasione nazista della Francia che ne aveva travolto le strutture all’estero, assunse la rappresentanza del PSI.
Rientrato in Italia, entro’ nella Direzione del PSI e divenne direttore dell’Avanti! e deputato alla Costituente.
Nel 1947, dopo la scissione socialdemocratica capeggiata da Saragat, lascio ‘ il PSI, ma non la politica. Alla testa del gruppo che ruotava intorno alla sua rivista Europa socialista (30), aderí poi all’Unione dei Socialisti (UdS), di cui nel 1949 diverrá segretario e, con questa, al Partito Socialista Unitario (PSU), di cui pure fu segretario nel 1950. Dopo la fusione tra il PSU e il PSLI di Saragat, Silone si allontano’dalla politica e si dedico’ alla sua attivitá letteraria.
Intanto era maturata in lui un’avversione per l’apparato clericale, ritenuto troppo incline al compromesso con la classe dominante e responsabile di instillare nei giovani l’idea della sottomissione e della rassegnazione. Questa constatazione, che contraddiceva il suo innato senso della giustizia e quindi della ribellione, non riuscí pero’ a sradicare il suo profondo sentimento religioso maturato negli anni giovanili. Egli dunque finí per convincersi che un altro cristianesimo, piú vicino ai poveri e agli umili, era possibile e che l’ideale socialista potava armonizzarsi con i valori cristiani. Egli era ormai persuaso che il socialismo non solo non era in contrasto con il disegno divino, ma che era la strada maestra perché il cristianesimo potesse realizzare la sua missione di giustizia. In questo quadro egli concluse che lotta per la fede e lotta contro la miseria erano inscindibili.
Un’esperienza originale, quella di Silone, ostile alla partitocrazia che invadeva le istituzioni, e insofferente rispetto alle intromissioni politiche delle gerarchie clericali; una posizione che pero’ rimase socialista e cristiana.

Il Partito Cristiano Sociale

Durante la Resistenza Gerardo Bruni (1896-1975), filosofo e bibliotecario, politico ex popolare legato a don Sturzo, diede vita a un Movimento Cristiano Sociale (31), alla testa del quale partecipo’ alle prime riunioni (32) aventi lo scopo di costituire il nuovo partito che avrebbe preso il nome di Democrazia Cristiana. Tuttavia, avendo constatato che il costruendo partito si sarebbe collocato nell’area moderata e che non avrebbe preso le distanze dall’ideologia capitalista, e anche a causa del suo persistente interclassismo, abbandono’ l’iniziativa.
Rifiuto’ anche di aderire al Movimento dei Cattolici Comunisti (1943) di Franco Rodano e Adriano Ossicini, poi divenuto partito della Sinistra Cristiana (1943-1945), perché ritenuto non autonomo rispetto al PCI, in cui, infatti, nel 1945 conflui’.
Nel periodo clandestino, invece, il movimento di Bruni sottoscrisse dei „patti di collaborazione“ col Partito Socialista Italiano di Unitá Proletaria e col Partito d’Azione, che pero’ non ebbero ulteriori sviluppi politici.

In prossimitá delle elezioni per l’Assemblea Costituente (2-6-1946) il movimento divenne Partito Cristiano Sociale, e si presento’ col proprio simbolo (33) e con proprie liste.
Alla Costituente noi difenderemo con fermezza – era scritto nel programma del PCS – accanto agli altri cattolici, i nostri principi cristiani e sosterremo la nostra causa socialista, che é la causa di tutti i lavoratori.
Il nuovo partito professava dunque un „socialismo cristiano“ che voleva conciliare i principi del socialismo democratico con quelli del solidarismo cristiano (34).
Il partito, convintamente repubblicano, era critico nei confronti del materialismo marxista sul piano ideologico, ma pronto a collaborare con comunisti e socialisti sul piano politico.
Esso presento’ liste solo in 7 circoscrizioni su 31 e ottenne 51.088 voti (0,22 %) e un eletto, nella persona dello stesso Bruni, che al momento della votazione sull’inserimento del Concordato nella Costituzione (art. 7) si schiero’ con i socialisti e voto’ contro, mentre i comunisti votarono a favore.
In occasione delle elezioni politiche del 18 aprile 1948 si schiero’ col Fronte Democratico Popolare, senzá pero’ aderire al suo cartello elettorale, ma presentando liste proprie. , con cui raccolse 72.854 voti (0,28 %), senza pero’ ottenere alcun seggio.
In conseguenza della sconfitta elettorale, il PCS si sciolse, ma Bruni continuo’ la sua battaglia politica collegandosi con vari gruppi della sinistra cristiana.
Lo ritroviamo, nelle giornate del 28 e 29 marzo 1953, alla testa del Gruppo Socialisti Cristiani, al 1° congresso dei socialisti indipendenti, da cui nacque l’Unione Socialista Indipendente (USI) (35), che partecipo’, con proprie liste alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, senza ottenere seggi, ma contribuendo in modo determinante ad impedire che scattasse la cosiddetta „legge truffa“.
L’USI concluderá la sua parabola nel marzo 1957, confluendo nel PSI.
Gerardo Bruni non cesso’ di interessarsi di politica, sempre su posizioni progressiste, col suo socialismo ispirato ai principi evangelici.
Nel 1973 partecipo’ al 1° convegno dei Cristiani per il socialismo. Successivamente colloquio’ volentieri col Partito Radicale.

Il Movimento Politico dei Lavoratori

Dopo il congresso di Torino (19-22/6/1969) delle Associazioni Cristiane del Lavoratori italiani (ACLI) che, con grande disappunto della gerarchia cattolica, mise fine al collateralismo con la DC, il leader che aveva guidato la svoltaLivio Labor (1918-1999), lascio’ i vertici dell’Associazione, per dedicarsi ad un’altra sua creatura, l’Associazione di Cultura Politica (ACPOL), giá costituita nel marzo 1969, che voleva essere un luogo di confronto tra laici e cattolici che guardavano al socialismo.
Da questa esperienza maturo’ poi la fondazione (29-10-1971) del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL) che doveva dare sostanza politica alle istanze classiste e anticapitaliste emerse nelle ACLI e nella sinistra cattolica in genere.
Con Labor aderirono al Movimento Gennaro Acquaviva, Luigi Covatta, Luciano Benadusi, Giovanni Russo Spena, Marco Biagi e tanti altri.
Ma il nuovo soggetto politico, alla prima prova elettorale, le elezioni politiche del 7-8/5/1972, dovette registrare un sostanziale fallimento, avento ottenuto alla Camera solo 120.251 voti (0,36 %) e nessun seggio.
Tale risultato comporto’ la decisione di sciogliere il MPL , in seguito alla quale la maggioranza di esso (Labor, Covatta, Biagi) decise di confluire nel PSI, mentre la minoranza di sinistra (Russo Spena, Jervolino, Migone) costituí un movimento denominato Alternativa Socialista (AS) che dopo qualche mese si fuse col NPSIUP (36), dando vita (dicembre 1972) al Partito di Unitá Proletaria (PdUP).
In tal modo gli originari cristiani socialisti delle ACLI divennero socialisti cristiani all’interno delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio italiano.

Cristiani per il Socialismo

Il movimento dei Cristiani per il Socialismo (CPS), formato da cristiani progressisti, sorse inizialmente in Cile nel 1971 (37), durante la Presidenza del socialista Salvador Allende (1908-1973) (38), ma presto si diffuse in America e in Europa.
Si trattava di un movimento di cattolici che avevano individuato esserci un nesso inscindibile tra riforma della societá in senso socialista e rinnovamento delle Chiese in senso evangelico.
In Italia il principale teorico di riferimento di tale visione era il salesiano Giulio Girardi (1926-2012), autore di Marxismo e cristianesimo, che nell’aprile 1972 aveva partecipato al primo convegno dei cristiani per il socialismo in Cile. Il modello di riferimento esterno principale era la rivoluzione nicaraguense, guidata dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) (39).
Il gruppo di cattolici di sinistra di varia provenienza (40) che, sull’onda delle speranze suscitate dal Concilio Vaticano II, prese l’iniziativa di organizzare i CPS e che avrebbe costituito la segreteria tecnica del movimento era composto da Arrigo Colombo, Roberto De Vita, Angelo Gennari, Marco Ingrosso, Domenico Jervolino, Raffaele Morese, Romano Paci, Franco Passuello, Paolo Pippi.
Il convegno fondativo del movimento (41) ebbe luogo a Bologna dal 21 al 23 settembre del 1973, proprio durante le drammatiche giornate che seguirono il colpo di stato in Cile, che in Italia indussero Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ad elaborare la nuova strateggia detta del compromesso storico.
Al convegno parteciparono piú di duemila persone provenienti da ogni parte d’Italia. Erano presenti intellettuali cattolici (Ernesto Balducci, Giuseppe Alberigo) esponenti comunisti, socialisti (Livio Labor, giá segretario delle ACLI e leader del MPL, poi confluito nel PSI) e della sinistra extra-parlamentare, gruppi valdesi e giovani evangelici.
I lavori furono introdotti da Roberto De Vita (42) e la relazione fu tenuta da Giulio Girardi, che cosí concluse: Il convegno non intende fondare né un nuovo partito né una nuova Chiesa, ma affermare la presenza, di fatto e di diritto, della scelta socialista nel mondo cristiano e della scelta cristiana nel mondo socialista.
Il convegno si chiuse con la riaffermazione della convergenza esistente tra le esigenze della fede e quelle dell’impegno politico e con l’elezione della Segreteria nazionale (43).
I CPS, favorevoli alla laicitá dello Stato, si schierarono contro il regime concordatario, per la difesa dei diritti civili e contro l’abrogazione della legge sul divorzio (44) e percio’ furono espressamente condannati dalla gerarchia ecclesiastica.
Il secondo convegno dei CPS, intitolato Movimento operaio, questione cattolica, questione meridionale, in cui, ancora una volta, fu dibattuto il rapporto tra fede e politica, si svolse a Napoli ai primi di novembre del 1974 (45).
Un’assemblea nazionale si svolse poi a Rimini nel marzo 1976 e un’altra ancora nel giugno 1977, a Santa Severa (Roma). Una terza ed ultima, infine, quando giá si intravvedevano segnali di crisi nel movimento, ebbe luogo ad Arezzo nel marzo 1979.
Per il movimento dei CPS non ci fu un atto formale di scioglimento; semplicemente la loro spinta propulsiva si esauriva in una con l’epoca della contestazione post-conciliare, mentre al soglio di Pietro saliva Giovanni Paolo II.

I Cristiano Sociali

Quando, nel luglio 1993, Il segretario della DC Mino Martinazzoli, nell’intento di rilanciare il ruolo dei cattolici nella politica italiana, convoco’ a Roma un’Assemblea programmatica e costituente di 500 persone (per metá esponenti del partito e per metá di area), la quale appovo’ a larghissima maggioranza, il progetto di dar vita al nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana e popolare (46), a votare contro fu solamente Ermanno Gorrieri (1920-2004), sociologo sindacalista della CISL, ex comandante partigiano ed ex Ministro del lavoro (1987). Egli, infatti, riteneva superato il principio dell’unitá politica dei cattolici, rifiutava l’idea di un centro cattolico equidistante tra i due raggruppamenti di destra e di sinistra che in Italia si fronteggiavano, mentre invece preferiva partecipare alla creazione di uno schieramento alternativo alle forze moderate. Di conseguenza, l’11 settembre 1993 lascio’ la DC.
A quel punto divenne naturale l’incontro tra il gruppo di cristiani progressisti che ne condivisero la scelta e quello dei socialisti cristiani, guidati da Pierre Carniti (1936-2018), ex segretario generale della CISL (1979-85) e parlamentare del PSI, partito ormai in piena crisi.
L’incontro dei due gruppi porto’, il 14 settembre 1993, alla costituzione del nuovo raggruppamento dei Cristiano Sociali (CS), con presidente Gorrieri e segretario Carniti (47), che si proponeva di costituire una presenza organizzata, sociale e civile, di credenti nello schieramento progressista che si candidava al governo dell’Italia.
Esso si ispirava ai principi di democrazia, solidarietá, libertá ed uguaglianza sanciti dalla Costituzione e si proponeva percio’ di fare una politica sociale e di redistribuzione delle risorse, nell’ambito di un rapporto forte tra etica e politica.
Al nuovo movimento aderirono importanti personalitá per lo piú provenienti dall’associazionismo cattolico (48), come Paola Gaiotti (49), Luigi Viviani, Laura Rozza (50), Stefano Ceccanti (51).
In vista delle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994, i CS si schierarono a sinistra, col cartello elettorale detto „Alleanza dei Progressisti“ (52), nell’ambito del quale ottennero sei senatori (53) e otto deputati (54).
Facendo tesoro degli insegnamenti derivanti dalla sconfitta del 1994, le forze riformiste presenti nella coalizione di sinistra e in quella di centro, principalmente il PDS e il PPI, per impulso di Romano Prodi, raggiunsero successivamente un accordo per dar vita ad uno schieramento unitario, „L’Ulivo“, a cui anche i CS aderirono, in vista delle nuove elezioni del 21 aprile 1996 (55).
Nel nuovo parlamento i CS, che avevano stretto un „patto federativo“ con il PDS (56), ottennero quattro senatori (57) e cinque deputati (58).
A lanciare l’idea di creare una forza unificata dell’intera sinistra riformista, collocata nell’area dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, fu Massimo D’Alema; ma ad anticiparla pubblicamente, il 18 febbraio 1995, a Chianciano Terme, fu Ermanno Gorrieri nel corso dell’Assemblea dei CS intitolata Organizzare la speranza: i cristiani nella coalizione democratica.
Il processo di formazione del nuovo soggetto politico con la costituzione degli Stati Generali della Sinistra e con la celebrazione, il 13 febbraio 1998, del congresso costitutivo dei Democratici di Sinistra (DS) (59), in cui i Cristiano Sociali ebbero una rappresentanza del 6 %.
Il nuovo partito si collocava nell’ambito della socialdemocrazia, come dimostrava l’inserimento nel simbolo della rosa del socialismo europeo e la sua adesione all’Internazionale Socialista, ma si avvaleva dell’apporto di altre culture e tradizioni, quale, in particolare, quella cristiano-sociale.
Da allora i CS (60) si trasformarono in un’associazione di cultura politica, impegnata a coniugare i valori del cristianesimo sociale con quelli della tradizione laico-socialista e supportata dalla rivista online Italia solidarietá (61).
Nel marzo 2003, alla 7a Assemblea Nazionale, ne venne eletto Coordinatore Nazionale Mimmo Lucá, con Pierre Carniti Presidente.
Il 14 ottobre 2007 i DS si fusero con la Margherita ed altri (62), dando vita al Partito Democratico (PD).
Nell’Assemblea straordinaria del 6 maggio 2017 i Cristiano Sociali, avendo conseguito lo scopo dell’unitá dei riformisti, decisero di sciogliersi. Nel darne l’annuncio, il Coordinatore Nazionale cosí concluse:
Di noi, spero resti una reputazione positiva e un ricordo di coraggio, onestá intellettuale e buona politica.

—–

  1. In quel periodo non era proprio la stessa cosa, con il PSI saldamente all’opposizione, assieme agli alleati comunisti e il PSDI ben inserito nei governi centristi, accanto ai democristiani. Nelle piazze i socialdemocratici chiamavano quelli del PSI “comunisti nenniani” e ne venivano ricambiati con “socialisti del dollaro”.
  2. Non era nemmeno presa in considerazione una terza ipotesi!
  3. A. Bebel La donna e il socialismo.
  4. Engels Sulle origini del cristianesimo.
  5. B. Russel Perché non sono cristiano.
  6. La ricerca é limitata al rapporto tra cristiani e socialisti strettamente intesi; dunque essa non comprende i casi di contaminazione tra movimenti cristiani e movimenti o partiti che pure si richiamano al socialismo, ma che se ne sono storicamente differenziati, come quello anarchico e quello comunista.
  7. Prampolini (1859-1930), laureato in giurisprudenza, giornalista, pero’ sapeva opporsi anche energicamente ai soprusi: fu tra quelli che, alla Camera, rovesciarono le urne per impedire una votazione sui cosiddetti „decreti liberticidi“.
  8. Il giornale da lui fondato (1886) e diretto per molti anni fu appunto intitolato La Giustizia.
  9. Prampolini fu sempre e comunque contro la violenza e fautore del socialismo democratico. La sua fu definita una lotta senz’odio.
  10. Si pensi, ad esempio, all’imponente sistema cooperativistico che i socialisti, ai primi del ‘900, crearono a Reggio Emilia.
  11. Prampolini fu scomunicato.
  12. Giovanni Bianchi I laburisti cristiani e i democristiani Eremo e Metropoli edizioni, 2014.
  13. Si era anche opposto alla guerra di Libia del 1911.
  14. Miglioli fu eletto deputato nel 1913, nel 1919 e nel 1921. Nel 1924 fu espulso dal P.P.I. , ufficialmente con l’accusa di aver sostenuto la lotta di classe, in contrasto con la dottrina cristiano-sociale.
  15. Il 1° maggio 1922 fu stipulato un “patto d’intesa”, fortemente da lui voluto, tra cattolici e socialisti cremonesi per fronteggiare il pericolo di violenze del fascismo agrario.
  16. Aveva subito varie aggressioni fasciste.
  17. Ada Alessandrini (1909-1991), laureata in Lettere, di professione bibliotecaria, ex partigiana, lascio’ la DC nel 1947, dopo la rottura di quel partito con socialisti e comunisti. Aderí all’Unione Donne Italiane (UDI), al Movimento unitario dei cristiani progressisti e ai Partigiani della Pace, con i quali collaboro’ anche Miglioli.
  18. Le idee di Mazzolari furono in un primo momento criticate dalla gerarchia ecclesiastica, ma successivamente furono rivalutate dai papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Francesco. Il suo pensiero sull’obiezione di coscienza ispiro’ cattolici come Giorgio La Pira, famoso sindaco pacifista di Firenze, e don Lorenzo Milani, autore di Lettera a una professoressa.
  19. Il giornale sospese le pubblicazioni nel marzo 1915, a causa della guerra. Ritorno’ ad uscire dal 1°-3 – 1919 al 22-3-1924.
  20. La provincia di Ragusa, cui apparterrá la cittá di Vittoria, allora faceva parte di quella di Siracusa. La provincia di Ragusa fu istituita nel 1927.
  21. Segretario ne era Angelo Troina. Gli altri componenti erano: Lucio Schiro’ ((Scicli), Filadelfo Castro (Lentini), Carmelo Bellia (Ragusa), Peppino Di Vita (Comiso) e Giovanni Nifosi (Modica).
  22. Gli altri candidati erano: Vincenzo Vacirca, Salvatore Molé, Peppino Di Vita, Filadelfo Castro e Carlo Muccio. In Sicilia non fu eletto alcun deputato. Vacirca fu eletto, ma nel collegio di Bologna. Schiro’ sará candidato anche nel 1921 e nel 1924.
  23. Il nuovo Comitato Direttivo della Federazione comprendeva, oltre il segretario Schiro’, Salvatore Molé (Vittoria), Peppino Di Vita (Comiso), Carlo Muccio (Ragusa), Giovanni Vajola (Modica), Enrico Giansiracusa (Siracusa), Giovanni Nifosi (Modica), Giuseppe Ingafú (Noto) e Francesco Marino (Lentini).
  24. Fu eletto anche consigliere provinciale.
  25. In seguito alla morte prematura del padre e al terremoto del 1915 in Abruzzo, in cui perse anche la madre, rimase solo col fratello minore Romolo.
  26. Divenne direttore del giornale dei giovani socialisti Avanguardia e collaboratore dell’Avanti!.
  27. Al 3° congresso dell’Internazionale Comunista conobbe Lenin.
  28. Era giá divenuto membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista d’Italia (PCdI).
  29. Suo capolavoro é considerato il romanzo Fontamara (1933).
  30. Il giornale si batteva per l’autonomia dei socialisti e per un’Europa unita.
  31. Al Movimento Cristiano Sociale aderí Anna Maria Enriques Agnoletti (1907-1944), partigiana. Catturata dai fascisti, essa venne torturata e poi fucilata il 15-5-1944. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Ne fecero parte anche Silvestra Lea Sesini e Lorenzo Lapponi, partigiani cattolici.
  32. Le riunioni si svolsero nell’agosto 1942, per iniziativa di Alcide De Gasperi, ultimo segretario del PPI, e di Piero Malvestiti, leader del movimento neo-guelfo. Vi parteciparono anche, a vario titolo, Mario Scelba, Attilio Piccioni, Camillo Corsanero, Giovanni Gronchi, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Paolo Emilio Taviani e Giuseppe Alessi.
  33. Un badile e un libro aperto, con una croce sullo sfondo, chiari simboli del suo socialismo cristiano.
  34. A causa della sua scelta politica, Bruni perse il posto alla Biblioteca Vaticana e, avendo vinto un apposito concorso, si dedico’ all’insegnamento di „Storia e Filosofia“ nei licei. In seguito diventerá docente universitario di Filosofia medioevale e di Storia delle dottrine politiche.
  35. Alla creazione dell’USI contribuí prevalentemente il Movimento Lavoratori Italiani (MLI) di Cucchi e Magnani, affiancato da socialisti provenienti dal PSI, dal PSU, dal PSLI e dal Pd’Az.
  36. Il Nuovo Partito Socialista Italiano di Unitá Proletaria (NPSIUP) era stato costituito nel luglio 1972 da quei militanti del PSIUP che, dopo lo scioglimento del loro partito, si erano rifiutati di confluire nel PCI o nel PSI e avevano preferito proseguire autonomamente la loro battaglia politica costituendo appunto il NPSIUP, guidato da Vittorio Foa e Silvano Miniati.
  37. Dal 14 al 16 luglio 1971 si riunirono a Santiago del Cile ottanta religiosi per discutere sul tema Partecipazione dei cristiani alla costruzione del socialismo in Cile. Con la Dichiarazione degli Ottanta essi si dichiararono favorevoli alla collaborazione tra marxisti e cristiani.
  38. Allende, dopo aver vinto democraticamente le elezioni, governo’ il Cile dal 3-11-1970 all’11-9-1973, giorno in cui si suicido’ per non arrendersi al golpe militare guidato dal generale Pinochet, che poi instauro’ nel Paese una brutale dittatura di stampo fascista.
  39. Il FSLN fa attualmente parte dell’Internazionale Socialista.
  40. Esso si riuní per la prima volta a Bologna nel marzo 1973.
  41. Esso riprese da quello cileno la denominazione.
  42. De Vita (n. 1938) fu inizialmente referente organizzativo e coordinatore delle attivitá, per poi diventare segretario nazionale e responsabile dei CPS.
  43. Arrigo Colombo, Roberto De Vita, Ernesto Balducci, Marco Bisceglia, Angelo Gennari, Filippo Gentiloni, Gabriele Gherardi, Ghibellini, Michele Giacomantonio, Giorgio Girardet, Marco Ingrosso, Domenico Jervolino, Franco Leonori, Giuseppe Morelli, Raffaele Morese, Arnaldo Nesti, Peppino Orlando, Romano Paci, Franco Passuello, Paolo Pioppi, Marco Rostan, Pier Giuseppe Sozzi, Marcello Vigli.
  44. Referendum del 12-13/5/1974.
  45. Nel Comitato Nazionale furono inseriti due rappresentanti per ogni regione.
  46. Quello che poi sarebbe stato il nuovo Partito popolare Italiano (PPI).
  47. In precedenza Carniti aveva fondato Riformismo e Solidarietá (ReS), un gruppo detto di catto-socialisti che si proponeva la difesa della dignitá dell’uomo e della collettivitá e si presentava come alternativo al capitalismo, materialista e consumista e causa di molte disuguaglianze.
  48. La CISL, le ACLI, l’Azione Cattolica, l’Agesci (guide e scout), la Confcooperative, il volontariato.
  49. Paola Gaiotti in precedenza aveva fatto parte del movimento Lega Democratica – Cristiani per il socialismo e le Comunitá di Base.
  50. Laura Rozza proveniva dal Movimento per la Democrazia – La Rete.
  51. Ex presidente della FUCI (1985-87).
  52. Ne facevano parte, oltre i CS, il PDS, il PRC, il PSI, la Federazione dei Verdi, La Rete, Alleanza Democratica e Rinascita Socialista. Le coalizioni rivali erano quella di destra, „Il Polo“, guidato da Sivio Berlusconi, che vinse le elezioni, e quella di centro, „Il Patto per l’Italia“, capeggiato da Mariotto Segni.
  53. Pierpaolo Casadei Monti, Michele Corvino, Guido Cesare De Guidi, Enrica Pietra Lenzi, Giovanni Russo, Cosimo Scaglioso.
  54. Paola Gaiotti De Biase, Vito Fumagalli, Luciano Galliani, Lorenzo Guerzoni, Giuseppe Lombardo, Mimmo Lucá, Domenico Maselli, Sergio Tanzarella.
  55. Le elezioni furono vinte dall’Ulivo e Romano Prodi formo’ il suo 1° governo.
  56. Nella quota proporzionale della Camera i CS si presentarono nella lista del PDS.
  57. Pierpaolo Casadei Monti, Guido Cesare De Guidi, Giovanni Russo, Luigi Viviani.
  58. Franco Chiusoli, Mimmo Lucá, Marcella Lucidi, Domenico Maselli, Carlo Stelluti.
  59. Vi aderirono: il PDS, la Federazione Laburista, i Comunisti Unitari, la Sinistra Repubblicana, i Riformatori per l’Europa, Agire Solidale e i Cristiano Sociali.
  60. Nel 1999 ne divenne Coordinatore Nazionale Giorgio Tonini, con Presidente Mimmo Lucá.
  61. L’associazione faceva parte della Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, organizzazione associata all’Internazionale Socialista.
  62. Il Movimento Repubblicani Europei (Luciana Sbarbati). Ex UDC di Marco Follini, Alleanza Riformista di Ottaviano Del Turco, singole personalitá.

Fonte: di FERDINANDO LEONZIOTags: FERDINANDO LEONZIOIGNAZIO SILONELA RIVOLUZIONE DEMOCRATICALRDMIMMO LUCA’PIERRE CARNITIPRAMPOLINISCIRO’SOCIALISMOSOCIALISTI E CRISTIANI

marzo 27, 2020

“ANALOGIE STORICHE E FATTORI DI TRASFORMAZIONI PER UNA LETTURA DEL PRESENTE:

di Gaetano Colantuono

TERRITORI NON DEL TUTTO INCOGNITI”
Premessa
 
Chi fa politica dovrebbe apprendere almeno due lezioni dalla migliore storiografia. La prima è che solo con molta cautela si potrebbe utilizzare espressioni come “la prima volta” e i suoi correlati, “inaudito”, “incredibile”, “inedito” e così via. È difficile non vedere in qualsiasi fenomeno storico un qualche precedente, più o meno diretto e esplicito. Ad esempio, le crudeltà del colonialismo italiano in Africa trovano evidenti echi nel precedente trattamento delle popolazioni rurali meridionali, appena “liberate”.
Ciò non significa – la seconda lezione – che alcuni episodi o fenomeni non siano dotati di alto tasso di originalità, di cesura rispetto al passato, perché possono intervenire dei fattori di trasformazione che può essere drammatica e significativa (crisi) o di particolare intensità al punto da configurare un salto (rivoluzione). Pensiamo al conato di presa del potere intrapreso dal proletariato parigino nel 1848: pur sconfitto, avrebbe poi costituito il modello per la successiva esperienza comunarda del 1870, creando così – come notava Benjamin in alcune pagine tuttora suggestive – una tradizione rivoluzionaria che ancora cova in altre parti del mondo attuale (è il caso più recente della vittoriosa rivoluzione maoista in Nepal o delle resistenze latinoamericane di chiaro stampo socialista al ritorno al potere delle elite filo-statunitensi).
Ne deriva è che fenomeni e esperienze non vanno letti esclusivamente in sé, col filtro del breve periodo o del contesto nazionale o localistico, ossia delle gazzette e dei social. Vanno letti su altri ritmi, del medio e lungo periodo, e mediante comparazioni internazionali. In parole tecniche: su un asse diacronico e sincronico.
Questa duplice constatazione è utile per non affogare nella superficialità emotiva o nella frequente immagine di “bussole impazzite”. No, non sono le bussole ad essere scassate. Siamo stati tutti noi, più o meno, a non essercene avvalsi in modo adeguato anche per le condizioni difficili di applicazione. Così, se più volte ci siamo trovati nella condizione di non poter applicare ciò che avevamo imparato perché vivevamo situazioni diverse dalle precedenti, la nostra conoscenza più che inutile era semplicemente inadeguata, anche in assenza di strumenti di conoscenza di massa precedentemente diffusi e attivi, cancellati (partiti, giornali dalla parte dei lavoratori) o ridimensionati (sindacati) negli ultimi trent’anni di restaurazione neoliberista. In politica, infatti, la conoscenza non può essere individualistica ma è collettiva (o non è incisiva); l’online serve come strumento per incidere nell’offline.
Veniamo alla situazione internazionale. Tralasceremo volentieri le categorie della geopolitica, tanto in voga eppure priva di solide basi epistemologiche: un tipico sapere dalla parte del sovrano.
Lo stesso ordine che abbiamo chiamato “sistema mondiale” era solo una convenzione per indicare un fitto intrico di azioni e reazioni fra i diversi attori, una forma di ordine più o meno duraturo di una sua parte sopra e contro le altre (la “Santa Alleanza”, l’Impero britannico, il Concerto europeo, le proiezione imperiali germaniche rintuzzate dai due conflitti mondiali, la Guerra fredda basata su un evidente ordine bipolare, fino al recente progetto imperiale statunitense).
Nel ripercorrere l’attuale scenario, alcuni snodi meritano una riflessione sulla base delle premesse indicate.
1. Ci si può chiedere se sia “la prima volta” che un sistema delle relazioni internazionali possa seguire gli ideali di pace perpetua e di indipendenza (politica e economica) dei popoli sotto l’ombrello di un (irreversibile?) multipolarismo e di un rinnovato ruolo dell’ONU e delle sue agenzie che scalzino in primis NATO e organismi del “Washington consensus” (FMI, BM, WTO).
Eppure l’attuale scenario è caratterizzato da prolungata instabilità e segnato da un numero enorme di guerre. L’insostenibilità sul piano etico e politico di tale condizione bellica – che, non senza ragioni, ha fatto parlare di “terza guerra mondiale a frammenti” o di “guerra civile mondiale” – non cancella che proprio tale alternarsi fra un precedente progetto di ordine unipolare (la presunta “fine della storia” dopo il 1989, teorizzata da Fukuyama) e il disordine che funge da gestazione di un nuovo (illusorio) ordine non è una novità. È anzi una costante: ogni progetto imperiale (e/o autocratico) porta con sé disordini e rivolte in ogni sua fase.
D’altra parte, le caratteristiche della presente instabilità solo in parte sono inedite, piuttosto sembrano incancrenirsi (questione israelo-palestinese) o venire al pettine (Ucraina) situazioni anteriori di decenni, eredità del mondo disegnato dopo la fine della seconda guerra mondiale e, per certi versi, dalla fine dell’Ottocento.
A maggior ragione, va sostenuto ogni processo che favorisca sia la distensione sia il multipolarismo e più generale che preveda la risoluzione non militare delle controversie internazionali: che, inoltre, persegua una rinnovata alleanza fra paesi non allineati, tra cui Cina ed India con il loro peso demografico.
Non è peraltro corretto sostenere che sia recente e inedito che gli europei e gli occidentali si trovino in una fase discendente del loro rilievo soprattutto politico, poiché esso data dalla scelta catastrofica delle elite continentali (“i sonnambuli”, secondo una certa storiografia) di intraprendere la Grande guerra e di non impedire l’ascesa di Hitler al potere in Germania. Alla stessa UE si pone si pone il “dilemma faustiano”: rendere la Germania pienamente egemone sull’Europa centrale e occidentale o europeizzare la Germania, neutralizzandone alcuni tratti. L’analisi oggettiva dei flussi commerciali e quella politica delle scelte economiche comunitarie mostrano chiaramente il pericolo attuale della prima opzione, in particolare per i paesi dell’Europa mediterranea.
2. Due dati storici possono apparire decisivi nel sostenere l’assoluta novità della fase che stiamo vivendo rispetto ad un secolo fa. L’incremento demografico e quello del numero di stati vede oggi oltre 7,5 miliardi di persone e circa duecento stati: erano 1,5 miliardi e una cinquantina gli stati agli inizi del Novecento.
In realtà, le previsioni dello scenario demografico mondiale per il 2050 sono stati riviste al ribasso tanto dall’ONU quanto soprattutto dall’Istituto per le analisi di sistemi applicati di Vienna (IIASA): ciò non vale solo per gran parte dell’Europa occidentale e per il Giappone già afflitti da una sensibile contrazione demografica ma riguarda anche alcune aree dei continenti africani e asiatici, i cui tassi di incremento si mostrano già oggi ridimensionati. Si arriverà ai 9,5 miliardi a metà secolo ma con un calo sensibile e quasi generalizzato della curva di incremento che si assesterà su una popolazione mondiale inferiore ai dieci miliardi alla fine del secolo. La presunta bomba demografica è pertanto a livello mondiale sostanzialmente disinnescata. Resta il problema della ridistribuzione delle risorse (a partire da quelle idriche e alimentari) e dell’asimmetria dei poteri, ancor’oggi irrisolto e in parte acuito.
Le previsioni mostrano che la popolazione europea fra trent’anni sarà leggermente inferiore a quella attuale, mentre quella africana, asiatica e latinoamericana ammonterà complessiva a oltre 8 miliardi.
Ancora una volta i dati quantitativi da soli dicono molto o poco, a seconda di come li si guarda: quanto ancora le popolazioni di quelle tre macroaree accetteranno un ruolo subalterno senza chiedere di partecipare di migliori condizioni di vita, ossia di mettere in discussione le relazioni internazionali asimmetriche, il neocolonialismo, le disuguaglianze estreme? Ovviamente tale situazione non si porrà solo fra paesi e aree ma anche fra le diverse classi sociali all’interno di ciascun paese. Altre ondate di flussi migratori e diaspore segneranno i prossimi decenni e solo un misto di cinismo e di incapacità può affrontare simili problemi sotto le categorie della xenofobia o delle “opportunità” (intese come manodopera a basso costo e conseguente pressione contrattuale sulla manodopera autoctona). Xenofobia e sfruttamento economico degli immigrati sono due lati della stessa medaglia (capitalista): l’indisponibilità a considerare il lavoratore un portatore di diritti intangili. Ne sono testimoni sul piano legislativo italiano l’insistenza dei partiti di destra su normative (dalla Bossi-Fini ai i cd. “decreti sicurezza”) che colpiscono i lavoratori immigrati sia come immigrati che come lavoratori: normative che governi nominalmente di altro colore si guardano bene da abrogare, cercando piuttosto di lenirne l’applicazione per renderli efficaci.
2bis. Il multipolarismo e il rafforzamento dell’ONU – che significano, coerentemente, l’abbandono di politiche contrarie e concorrenti – si congiungono al nucleo rimosso di problemi strutturali di politica interna: il ruolo della programmazione da parte di stati democratici e/o da democratizzare; l’esigenza di un’economia mista a forte indirizzo statale ai fini di utilità sociale; la ricerca di alternative ad un insostenibile modello di sviluppo (basato fra l’altro su fonti energetiche non rinnovabili o problematiche come il nucleare). In altre parole, almeno per noi, il destino di un socialismo del secolo presente. Una sfida, una potenzialità, forse anche un’esigenza. Non un destino già scritto e determinato. Piuttosto una risposta da declinare e variare a seconda di tanti fattori.
3. La globalizzazione neoliberista dominante dalla fine del secolo scorso non rappresenta anch’essa una novità assoluta: è erede di fattori storici e socio-economici di lunga durata, l’affermazione dell’Europa occidentale e poi degli USA nell’economia-mondo (Wallerstein), rimontanti forse al tardo Medioevo occidentale o quanto meno al colonialismo europeo, al commercio triangolare e all’Inghilterra della seconda metà del Seicento. Secondo alcuni studiosi, sulla base dei dati quantitativi, l’attuale fase non raggiunge i livelli della prima grande globalizzazione fra 1880 e inizio della Grande guerra. Non è quindi inedito un sistema di scambi tendenzialmente mondiale: il capitalismo se ne nutre e li favorisce in vario modo (l’imperialismo, in effetti, non appare “la fase suprema” ma una delle modalità a disposizione del capitalismo).
Pertanto non è corretto sostenere che sia “la prima volta” che tutti i paesi si affidano allo stesso sistema di organizzazione socio-economica, basata sull’economia di mercato e sulla circolazione di beni e capitali: ancora forti le differenze di natura politica, cultural-religiosa, sociale e economica oltre che nell’accesso alle risorse. L’aver considerato un particolare concetto di “sviluppo” capitalistico (fatto coincidere con “crescita” e “progresso”) come misura standard per distinguere le varie economie è di per sé un’impostazione ideologica, così come va rifiutata la pretesa del WTO o FMI di imporre un set di regole uniformi, si direbbe “a prescindere”: liberalizzazioni e dismissioni del ruolo pubblico nei servizi, nella produzione e finanche nella programmazione. Le famigerate “riforme strutturali” o i grevi “piani di ristrutturazione”, che nella neolingua politico-economica corrispondono a potenti razioni di neoliberismo.
3bis. Multipolarismo corrisponde in economia politica a preferire accordi bilaterali fra stati, poiché la logica di organizzazioni come il WTO è di fatto espressione dei rapporti di forza e di una incrollabile fiducia nel “libero mercato” (ossia, “libere volpi in liberi pollai”). La globalizzazione neoliberista, pur ripetutamente messa in crisi, ha dimostrato un notevole capacità di resilienza, complice anche l’assenza di significative alternative attuali, se si esclude (parzialmente, almeno) il capitalismo di stato cinese e le suggestioni provenute dalle esperienze più avanzate in America Latina (Venezuela, Ecuador e Bolivia, paesi, non per caso, oggetto di destabilizzazione da parte delle oligarchie nazionali e di autentici colpi di stato), mentre i paesi europei partecipavano del processo di integrazione nella UE, che a molti osservatori appare una delle declinazioni del medesimo o analogo paradigma (ordoliberismo). Questa prolungata fase storico-economica nondimeno non è eterna né irreversibile. Ha avuto una sua inaspettata genesi negli anni Settanta (dopo circa due decenni di egemonia keynesiana negli studi economici occidentali e mentre erano in sviluppo le macchine produttive sovietica e cinese) e troverà un suo epilogo, in forme ancora non prevedibili.
Ci si può piuttosto chiedere se e come la formula del passaggio dalla globalizzazione al commercio mondiale mediante deglobalizzazione (W. Bello) possa sostanziarsi. Se e come una diversa internazionalizzazione possa emergere, nel rispetto di un complesso tessuto di molte reti locali, ciascuna con regole proprie. Se e come affrontare la piaga (perché di piaga si tratta) della finanziarizzazione dell’economia mondiale. Si invoca da più parti una nuova Bretton Woods, mentre intere aree del pianeta non godono pienamente di un fondamentale strumento di sovranità, quella monetaria (paesi del Sud dell’area euro; paesi africani che utilizzano il Franco africano) o sono oggetto di aggressioni valutarie (come il rublo russo che anni fa ha perso in pochi mesi circa un terzo del proprio valore rispetto ad altre valute).
Tuttavia questo scenario si scontra con l’aumento del numero di attori e portatori di interesse: non più rappresentati dagli stati ma anche da banche, fondi, sistemi fiscali concorrenti, transnazionali, oligarchie (se non cleptocrazie, come il caso statuale congolese), ONG, organizzazioni internazionali sia in quota ONU sia al di fuori di essa. Senza tralasciare il peso della criminalità organizzata e della minaccia militare e atomica soprattutto in capo alla potenza statunitense.
3tris. Indubbiamente, la presenza di stati dotati di armi atomiche o affini (al cui novero va aggiunta il classico segreto di Pulcinella dello stato di Israele) costituisce una novità, militare e politica al contempo, databile però almeno agli anni ’50. La scelta finora invalsa di utilizzare armi atomiche solo in chiave di deterrenza (si potrebbero usare ma in concreto non lo si fa). Questo limite non è però sicuro e, se da un lato, ha impedito la via del conflitto diretto tra potenze, ha, dall’altro, prodotto numerose guerre indirette o per procura. L’ascesa della Cina, potenza demografica, atomica e astronautica, accentua la competizione su tutti gli altri fronti.
4. Non è la prima volta che la potenza militare non si limita alla sola dimensione terrena, giacché per gli esiti dei due conflitti mondiali fu alla lunga decisivo il controllo dei mari e dei cieli: nel caso della Grande guerra la Germania capitolò senza che alcun suo territorio fosse occupato proprio a seguito della crisi economica e alimentare prodotta dall’efficace e duraturo blocco marittimo; i vari sbarchi alleati che determinano la seconda parte della seconda guerra mondiale sono stati possibili grazie ad una straordinaria capacità della marina e dell’aeronautica. La stessa “conquista”dello spazio astronomico non è una novità, avendo già segnato la contrapposizione USA-URSS per quasi trent’anni. Certo, la novità è data dal rilievo della dimensione immateriale e virtuale: il web e le nuove tecnologie. Questi, lungi dall’essere uno spazio franco, si mostrano poderosi strumenti di controllo (e di scontro) a tutti i livelli, come testimoniano i casi Assange-Wikileaks e il bando statunitense alla Huawei. La conflittualità viene da tempo agita anche nel cyber-spazio.
Queste innovazioni, oltre a costituire un ulteriore vettore di globalizzazione, di arricchimento di colossi privati oligopolistici, di controllo (soft power ossia egemonia), vanno letti in una chiave marxiana come modalità per l’estrazione di valore da relazioni e bisogni personali.
Ancora una volta l’inter-dipendenza, in un contesto capitalistico senza contrappesi, si trasforma in una sequenza di dipendenze, più o meno consapevoli.
La stessa opinione che le nuove tecnologie abbiano favorito rivolte, come quelle della “primavera araba”, va accompagnata alla semplice constatazione che la gran parte di quanti scrivevano, condividevano, interagivano in quei mesi scendeva in piazza ugualmente, mettendo in gioco il proprio corpo fisico e occupando luoghi reali, fra cui assume carattere iconico Piazza Tahrir.
Il mero utilizzo dei social o del web non risolverà i problemi sociali e politici, ma in certo qual modo è uno strumento per “anestetizzare” il dissenso, indirizzarlo verso epifenomeni o questioni secondarie, incanalarlo verso un chiacchiericcio individuale a somma zero, senza obiettivi collettivi.
4bis. Non è peraltro una novità la presenza di un’opinione pubblica tendenzialmente mondiale, poiché essa nasce come ideale all’interno dell’Illuminismo europeo e si concretizza a più riprese nell’Ottocento. Lo stesso dicasi per il tema della “reputazione mondiale”: quando un politico inglese, il Gladstone, definì il Regno delle Due Sicilie “negazione di Dio”, parlava in qualità di testimone diretto o piuttosto riferiva pregiudizi e notizie parziali funzionali a sostenere operazioni politiche successive? Qualcuno gli rinfacciò le coeve condizioni degli operai (bambini compresi) delle fabbriche dei sobborghi inglesi o i ripetuti eccidi coloniali condotti sotto le bandiere di Sua Maestà? O, per tornare ai nostri tempi, quando si protesta contro la repressione cinese delle manifestazioni a Hong Kong (le cui immagini hanno molto occupato i media occidentali), si è parlato delle contemporanee e prolungate repressioni – con un maggior numero di violenze e ferimenti invalidanti – in Francia o Cile (le cui immagini hanno molto meno occupato i media occidentali, senza peraltro un’adeguata spiegazione delle ragioni della protesta)?
5. Caratteri inediti mostra invece la grave questione ecologica, sulla quale inesorabile si è abbattuta la scure dei “revisionisti”, per cui il riscaldamento globale non sarebbe dovuto alle attività umane ma a ragioni “naturali”.
Anche qui – tralasciando le teorie “revisioniste” e quelle “minimaliste” – la risposta non può che essere politica, al contempo nazionale e internazionale. Nazionale, perché solo stati democratici e/o da democratizzare possono assumere scelte coraggiose (anche dal punto di vista del consenso e delle spese da sostenere) e necessarie per ridurre il fenomeno e attutirne gli effetti. Internazionale, perché è del tutto evidente che origini e conseguenze della questione ecologica non possono essere affrontate da singoli stati ma da un coordinamento superiore con funzioni di finanziamento solidale, monitoraggio e eventualmente di sanzione. In tal senso, l’inter-dipendenza ecologica deve coniugarsi a coraggiose politiche economiche di transizione verso nuovi modelli di produzione, distribuzione e consumo che solo organizzazioni politiche poggianti sul consenso delle popolazioni possono garantire: ossia stati e organizzazioni paritetiche fra stati, con esclusione di organizzazioni asimmetriche e dittature.
Conclusioni parziali
 
Gli esempi potrebbero seguire: è il caso delle ambivalenti spinte e controspinte fra secolarizzazione e ritorno del religioso nel discorso pubblico, che sembra inserirsi – in forme nuove e cangianti – in un ciclo plurisecolare, influenzato anch’esso dagli stessi modi di produzione e capace a sua volta di influenzarli. Si pensi solo al riposo domenicale per i lavoratori di aree cristiane (o il Sabato per quelli di fede ebraica) o al rilievo della “finanza islamica”. O, per restare alla stretta attualità in cui questo saggio è stato scritto, si veda la ricorrenza delle epidemie nella storia umana dal tardo Medioevo, la loro incidenza nelle crisi sociali e economiche e la pluralità di gestione dalle società e dalle istituzioni.
Lo scopo di questo saggio è tuttavia altro. Non un elenco di fenomeni né un vademecum di ricette necessarie aperte e plurali alle questioni (una pluralità che equivale al riconoscimento delle specificità e non ad un eclettismo). È piuttosto un invito argomentato ad abbandonare forme pur sofisticate di “nuovismo”: se tutto fosse inedito e recente, ben poco servirebbero sia lo studio storico sia il patrimonio di esperienze e di elaborazioni che la tradizione (marxista e socialista, nel nostro caso) ci ha offerto.
Non di una “rivoluzione paradigmatica” abbiamo bisogno né di proiettare il vecchio sul nuovo, ma di ritrovare e aggiornare le lenti di osservazione che la nostra valutazione collettiva è in grado di confermare (e qui il valore dell’autocritica e il rifiuto del conformismo diventano imprescindibili) e di renderle incisive nel processo di trasformazione.
Abbiamo bisogno di nuove energie e di rinnovate analisi, insomma, non di categorie originali o di cercatori del santo Graal.
PS: questo saggio nasce come reazione alle tesi pressoché opposte sostenute da Pierluigi Fagan, Cronache 781. Terre incognite (novembre 2018) [ora consultabile presso https://pierluigifagan.wordpress.com/cronache-dellera-complessa-2/ ] ma ha assunto poi una sua ragione autonoma di sviluppo di riflessioni storiografiche e politiche.
Nel mentre riprendevo queste riflessioni, si è manifestata l’emergenza Covid-19. Come per altri episodi imprevisti (i famosi “cigni neri”), essa sembra mettere in crisi una prospettiva braudeliana (attenta ai tempi lunghi).
Come ogni crisi, molte cose cambieranno. Ma non è detto che sia in meglio. I segnali sono ambivalenti. Limitandoci ad una dimensione nazionale, pare essere confermata una certa tenuta della società italiana nel rispettare certe norme di contenimento dell’epidemia, mentre pare confermarsi la tendenza di certo padronato a una diffusa renitenza nelle responsabilità verso i lavoratori e la asimmetria fra cd. garantiti e non (precari, cottimisti, partite iva etc), fra lavoratori che conservano un reddito e chi no a seguito delle sospensioni decretate. Altrove, è il caso del Regno Unito e degli USA, questa emergenza manifesta a luce meridiana ciò che significhi aver diritto o meno ad un accesso universale alla sanità pubblica: dal darwinismo sociale si trapassa alla eugenetica neoliberista (I. Sciego). D’altra parte, l’epidemia, fattasi pandemia, si sta sovrapponendo ad alcuni eventi (di medio periodo): la crisi (irreversibile?) delle istituzioni che l’Europa occidentale si è data dagli anni Novanta, mentre le sue classi dirigenti e/o burocratiche si mostrano inadeguate se non una riedizione dei “sonnambuli” di inizio Novecento; la prosecuzione della situazione di crisi plurima che colpisce l’intero Medio Oriente (con epicentro la Siria); la persistenza dei flussi di profughi che bussano alle porte di un Nord del mondo rinchiuso nelle proprie case.
La novità politica (italiana e più in generale dei popoli europei mediterranei) è forse data dall’occasione storica per le classi popolari di vedere un proprio referente in una rinnovata opzione socialista (e in Italia costituzionale, ossia come “partito della democrazia sostanziale”, Bagnoli).
Segnali, tasselli, non ancora niente di sicuro. Vedremo.
Per un partito socialista (antiliberista e perciò antiMaastricht) è il terzo kairòs dopo la fase dei social forum (da Genova 2001 alle elezioni del 2006) e dopo la vittoria al referendum del 2016: una delle ragioni della mancata realizzazione è stata nell’assoluta inadeguatezza dei gruppi dirigenti e nella presenza di obiettivi parziali o sbagliati (l’antiberlusconismo senza antiliberismo; l’odio per la casta senza progetto proposito di attuazione della Costituzione). Non cogliere questa occasione è da irresponsabili. Significherà riconsegnare il paese al falso bipolarismo tutto interno ad elite eterodirette.
Su di noi socialisti pende insomma un insieme di responsabilità.

Tags: A