Posts tagged ‘Legge elettorale’

gennaio 5, 2021

LA FRAGILITA’ DEL SISTEMA.

di Franco Astengo

La possibile crisi di governo sta mettendo in evidenza una complessiva fragilità del sistema politico, fenomeno del resto ben rilevato in un intervento di Carlo Galli pubblicato da “Repubblica” domenica 3 gennaio.

A completamento di quell’analisi è bene però cercare di riassumere lo stato di cose in atto attraverso una ricostruzione (sia pure sommaria) delle tappe più recenti nel corso delle quali si è evidenziata questa condizione di difficoltà.

Ricapitolando in pillole:

1) L’attuale governo nasce sulla base di una operazione esclusivamente trasformista, avvenuta con il passaggio da un’alleanza tra un partito di estrema destra seminante nel Paese odio razzistico stipulata e un partito o Movimento rappresentativo dell’antipolitica e ancora di maggioranza relativa in Parlamento, a un’alleanza da parte dello stesso partito o MoVimento con soggetti auto dichiaratisi di centro – sinistra, fra i quali una forza (Le U) parzialmente frutto di una scissione avvenuta formalmente “a sinistra” del PD. Scissione nella quale erano confluiti una parte dei maggiori dirigenti provenienti dalle varie sigle succedutesi alla liquidazione del PCI (PDS, DS). Obiettivo dell’operazione trasformistica attraverso la quale si è formato il governo attualmente in carica: fermare l’estrema destra revanscista il cui leader, al momento dei fatti (estate 2019), stava chiedendo i pieni poteri comiziando da varie spiagge. Pieni poteri che sarebbero serviti soprattutto a chiudere i porti a navi sulle quali erano imbarcati i protagonisti di una assolutamente ipotetica invasione di migranti. Invasione inventata esclusivamente a uso propaganda. L’operazione di fermare questa destra pericolosa è riuscita ma a quale prezzo? Tornando alla ferragostana formazione del governo deve essere ricordato come preliminare da parte del partner di governo direttamente proveniente dall’alleanza con la destra sia stata la richiesta al partner presuntivamente di centro – sinistra di ridurre la rappresentatività politica e il ruolo del Parlamento attraverso una riduzione “lineare” nel numero dei componenti le Assemblee legislative, come confermato poi dal referendum del settembre scorso. Un’operazione di limitazione dei diritti costituzionali sulla quale è ancora necessario porre l’attenzione di tutti;

2) Elemento centrale di questa operazione trasformistica è stata la perfetta continuità nella figura del Presidente del Consiglio. Lo stesso personaggio (mai eletto in alcuna assemblea legislativa) che aveva ricoperto lo stesso ruolo nell’alleanza imperniata sull’estrema destra ha svolto identico compito nell’alleanza tra l’antipolitica (nel frattempo trasformatasi in una perfetta macchina da politique d’abord) e il presunto centrosinistra. Su questo punto Galli nel suo articolo fa osservare che questa capacità “trasversale” ( fatta rilevare anche da Diamanti in un altro intervento pubblicato il 4 gennaio) rappresenta un dato di forza del Presidente del Consiglio e di debolezza da parte dei partiti di coalizione. Da aggiungere che lo stesso Presidente del Consiglio si sta accingendo, nel caso (in questo momento remoto) di elezioni anticipate a capeggiare una sua lista(che i bookmaker danno tra il 10 e il 15%) o a impadronirsi della leadership dell’ partito ex-vessillifero dell’antipolitica. Partito che, sulla carta, rischia di uscire fortemente ridimensionato da una eventuale competizione elettorale da svolgersi in tempi brevi e che cercherà comunque di aggrapparsi a questa leadership resa mediatica dall’emergenza sanitaria (quindi sicuramente transeunte perché collegata a un occasionale voto d’opinione);

3) Il governo, nel frattempo, si è trovato di fronte ad una emergenza straordinaria e inedita affrontata con una forte dose di contraddittorietà (oggettivamente non evitabile) nel corso delle quale è avvenuto quello spostamento di concentrazione di potere verso il presidente del consiglio ben segnalato proprio nell’articolo di Galli. Concentrazione di potere che si è cercato di trasferire ben oltre i confini dell’emergenza per investire settori molto delicati dell’attività di governo come quelli riguardanti i servizi e la sicurezza;

4) Nel frattempo si segnalano periodiche diaspore dai gruppi parlamentari del MoVimento ancora di maggioranza relativa : i protagonisti di queste diaspore si orientano indifferentemente di volta in volta a destra come a sinistra oppure indefinitamente verso il gruppo Misto. Si è così aperto un ampio terreno di caccia per i più vieti opportunismi. Un segnale di grande debolezza per quella che dovrebbe essere ( e non è) una nuova classe dirigente;

5) Nel frattempo si nuovamente verificata una scissione nel PD. Questa volta la scissione è stata orientata verso destra. Quella attuata, infatti, dall’ex-segretario ed ex-presidente del Consiglio ha portato via soltanto una parte dell’ex-”giglio magico” che ha retto partito e governo nel biennio 2014 – 2016, fino all’esito negativo di un disgraziato referendum causato dal tentativo di conferma di una legge che intendeva stravolgere la Costituzione Repubblicana;

6) Il nuovo gruppo ha votato la fiducia al governo ma subito dopo, per ragioni anche ma non soltanto di protagonismo soggettivo, ha assunto vesti di vero e proprio “guastatore” mettendo in discussione l’intero impianto su cui si dovrebbe reggere l’alleanza di governo e adesso sta assumendo la funzione di vero e proprio “giustiziere” almeno del governo, se non della legislatura;

7) Intanto una serie di elezioni regionali hanno segnato complessivamente un risultato negativo per la nuova alleanza di governo. L’unico esperimento di presentazione in una alleanza organica è stato occasione, in Liguria, di una sconfitta molto netta.

8) La tensione tra il gruppo dell’ex “Giglio Magico” e il governo è salita attorno a provvedimenti – simbolo proprio della fase di emergenza che stiamo attraversando, in particolare per quel che riguarda la progettualità di utilizzo dei fondi europei. Non va trascurata, ovviamente, la questione riguardante la delega ai servizi ( e il tema della cyber- sicurezza). In ogni caso l’oggetto del contendere riguarda temi di grandissima complessità (come quelli relativi all’utilizzo dei fondi e dei prestiti europei) sui quali l’ex “Giglio Magico” ha sicuramente trovato sponda in diversi settori parlamentari, politici , dei settori economici e dell’opinione pubblica.

9) Nel frattempo,a indebolire la credibilità del sistema, si sono succeduti quattro sistemi elettorali: Mattarellum, Porcellum, Italicum (mai utilizzato), Rosatellum, due dei quali dichiarati incostituzionali dall’Alta Corte e tutti caratterizzati (almeno parzialmente) dalla presenza di liste bloccate. Liste bloccate corte o lunghe a seconda dei casi sulle quali, così come stilate in partenza, elettrici ed elettori non hanno mai avuto la possibilità di intervenire. Si è sempre trattato di prendere o lasciare. E molte/i nel frattempo hanno “lasciato” constata l’impossibilità di scegliere i propri rappresentanti. Così come si è tentato di ridurre drasticamente il ruolo dei corpi intermedi cercando di annullare qualsiasi possibilità di mediazione sia sul piano politico, sia su quello sociale. Conta ormai soltanto la “governabilità” a qualsiasi prezzo con l’esercizio della politica ridotto all’apparizione del potere;

10) Si sorvola, per esigenze di economia del discorso, sui dati dell’economia del Paese resi ancor più drammatici dallo stato di emergenza;

11) Si evita anche di approfondire il dato della totale inesistenza di una politica estera. Elemento ben messo in evidenza dalla totale assenza di capacità di intervento nella gravissima crisi libica. Un’assenza di politica estera che rappresenta un elemento di continuità caratteristico ormai di molti governi succedutisi negli ultimi anni;

12) Sul piano istituzionale il ruolo del Parlamento è stato sempre più svilito, al di là del tema relativo alla composizione numerica. Scarsissima la produzione legislativa (non è detto che sia un male) riduzione a ruolo di semplice ratifica, livello quasi inesistente di confronto politico;

13) Si è aperta una forte discussione sul tema dell’autonomia delle Regioni, constatando il fallimento della modifica del titolo V della Costituzione e la nocività democratica dell’elezione diretta del Presidente. Poco o nulla si discute dell’aumento del divario tra il Nord e il Sud e quasi inesistente è l’analisi circa il mutamento di funzioni dell’Ente Regione. Un mutamento progressivamente verificatosi con il passaggio da funzione legislativa a una funzione quasi esclusiva di nomina e di spesa. Un elemento apparso in grande evidenza nel corso della già più volte citata emergenza e che rappresenta un vero e proprio punto di estrema debolezza del sistema.

14) A questo punto indagini di opinione compiute da istituti particolarmente autorevoli ci dicono che esiste nel Paese una massiccia maggioranza che pensa “all’uomo solo al comando”.

In conclusione:

Così un sistema fragile, segnato profondamente dal trasformismo, finisce con l’arroccarsi su logiche di distruttiva autoconservazione.

I rischi per la democrazia italiana, a questo punto, risultano molto alti: al di là dell’esito possibile dell’annunciata crisi di governo appare proprio il caso di lanciare un vero e proprio allarme per la credibilità di un sistema profondamente malato nel quale sembrano ormai possibili rischi di scorrerie autoritarie.

gennaio 2, 2021

LEGGE ELETTORALE: LA GRANDE TRASCURATA

di Franco Astengo

La discussione sulla legge elettorale è stata riaperta da Alfredo Grandi in un suo davvero apprezzabile intervento pubblicato da “Domani” il 30 dicembre scorso.

Il tema, assolutamente decisivo per il funzionamento della democrazia (come quello riguardante i partiti) appare trascurato e sottovalutato: oggetto semplicemente di ragionamenti di convenienza per quella o quest’altra parte e per il mantenimento del proprio “status” soggettivo.

E’ il caso allora di insistere nel proporsi di arrivare a un’ampia discussione di merito che colleghi la questione della legge elettorale nel suo complesso a quella riguardante la rappresentanza politica.

La qualità e le forme della rappresentanza politica rappresentano, infatti, il vero punto di difficoltà che sta incontrando la democrazia “liberale” di fronte al non sopito assalto del combinato tra populismo e sovranismo.

Un punto di difficoltà non risolvibile come vorrebbero alcuni, semplicemente accentuando le caratteristiche maggioritarie e di personalizzazione raccolte attorno a un accentramento monocratico delle funzioni di potere.

Accentramento monocratico del quale abbiamo osservato le avvisaglie in questi duri mesi di emergenza sanitaria.

Il realtà il rischio e quello di essere prossimi al punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Di seguito abbiamo avuto, è bene ricordarlo, altre tre formule elettorali delle quali due bocciate dalla Corte Costituzionale e l’altra utilizzata nelle più recenti consultazioni politiche che presenta evidenti limiti e difetti.

Limiti e difetti ancora più accentuati con l’inopinata riduzione del numero dei parlamentari suffragata, recentemente, da un contrastato esito referendario.

E’ bene essere chiari su questo punto: l’obiettivo della riduzione del numero è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo di cui il M5S si è già fatto interprete.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate” e dell’indicazione del candidato presidente del consiglio, quindi, dell’uomo solo al comando assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla.

Plebisciti magari svolti esclusivamente attraverso il web, con procedure opache e sfuggenti al controllo della pubblica opinione.

Prima di tutto dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide con quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti si è contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine come vorrebbe il populismo dei “pieni poteri”.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.

marzo 7, 2014

Sta morendo la democrazia e nessuno se ne frega.

La Legge Acerbo, dal nome del promotore Giacomo Acerbo sottosegretario alla presidenza del consiglio, fu approvata il 4 giugno 1923 dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini e prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all’interno di un collegio unico nazionale, suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. A livello circoscrizionale ogni lista poteva presentare un numero di candidati che oscillava da un minimo di 3 a un massimo dei due terzi di quelli eleggibili (non più di 356 su 535); oltre al voto di lista era ammesso il voto di preferenza.

Il risultato nel collegio unico era decisivo per determinare la distribuzione dei seggi: nel caso in cui la lista più votata a livello nazionale avesse superato il 25% dei voti validi, avrebbe automaticamente ottenuto i 2/3 dei seggi della Camera dei Deputati, eleggendo in blocco tutti i suoi candidati; in questo caso tutte le altre liste si sarebbero divise il restante terzo dei seggi, sulla base di criteri simili a quelli della legge elettorale del 1919. Nel caso in cui nessuna delle liste concorrenti avesse superato il 25% dei voti, non sarebbe scattato alcun premio di maggioranza e la totalità dei seggi sarebbe stata ripartita tra le liste concorrenti in base ai voti ricevuti ancora secondo i principi della legge elettorale del 1919.

In sede di approvazione la propaganda fascista spacciò per democratico tale meccanismo di ripartizione dei seggi, affermando che il diritto di tribuna alle minoranze era garantito da quel terzo dei seggi dell’assise parlamentare, che sarebbe stato loro assegnato comunque, anche qualora fossero complessivamente rimaste al di sotto del 33% dei suffragi.

Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centro e sinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2.511.974 voti, pari al 35,1%.

Alessandro Visani scrisse sull’importanza politica della legge[9]:
« L’approvazione di quella legge fu – questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile – un classico caso di “suicidio di un’assemblea rappresentativa”, accanto a quelli “del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940”. La riforma fornì all’esecutivo “lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta »

Giuseppe Giudice.

marzo 5, 2014

LEGGE ELETTORALE: LA VOCE DELLA BASE SOCIALISTA ED IL SILENZIO DEI VERTICI

Mariannetv

Non si placa la polemica sulla proposta di legge elettorale. Oltre agli interventi ufficiali di Franco Bartolomei e Gerardo Labellarte, che hanno voluto essere presenti e commentare insieme a noi il disegno della nuova norma elettorale, registriamo un silenzio generalizzato nel resto della dirigenza del PSI.

Certo lo choc di una legge elettorale nata per uccidere i partiti piccoli e costringerli al cannibalismo attraverso il contendersi il famoso “diritto di tribuna” è grande; uno choc maggiorato dalla nonchalance con cui Luciano Violante la espone e con cui i maggiori partiti la sostengono. Eppure tanto silenzio stride. Speriamo che nei prossimi giorni ci sia una reazione che si riveli all’altezza della gravità della situazione.

Si agita invece moltissimo la base socialista. Tra le tante e mail che ci sono arrivate abbiamo scelto due posizioni, rappresentative dello stato d’animo interno al partito fatto “di carne e sangue” e non di apparato.

Stefano…

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febbraio 22, 2014

I funeral-comunisti alla riscossa.

febbraio 4, 2014

Ognuno ha quel che si merita.

gennaio 30, 2014

Qualcuno ha visto il PSI?

 

minoranze-bavaglio-legge-elettorale

La vignetta di oggi per il manifesto.

(…) Den­tro que­sta brutta vicenda si legge sia la dege­ne­ra­zione di un qua­dro poli­tico che soprav­vive sulla con­ti­nua for­za­tura dell’impalcatura costi­tu­zio­nale, sia la pre­va­lenza dei poteri forti (un sistema ban­ca­rio altri­menti impre­sen­ta­bile agli immi­nenti stress-test di Fran­co­forte). Con buona pace dell’interesse generale. E natu­ral­mente non sfugge come pro­prio men­tre si assi­steva alla mor­ti­fi­ca­zione della demo­cra­zia par­la­men­tare, allo svi­li­mento del potere legi­sla­tivo a van­tag­gio di quello ese­cu­tivo, con­tem­po­ra­nea­mente Renzi e Ber­lu­sconi sigla­vano l’accordo su una pes­sima legge elet­to­rale. Pre­mio di mag­gio­ranza pesante, emen­da­mento spe­ciale per la Lega, soglie di sbar­ra­mento proi­bi­tive per tutti gli altri par­titi, can­di­da­ture mul­ti­ple. Un’altra ghi­gliot­tina che taglia di netto la fun­zione della rap­pre­sen­tanza sot­to­met­ten­dola alle ragioni della governabilità. (…)” Dall’editoriale di Norma Rangeri.

gennaio 30, 2014

Le gemelline.

gennaio 28, 2014

Guardian: in Grecia un programma di spesa sussidiato dall’Europa per tirare avanti e poter dire che l’austerità funziona

 

Mark Weisbrot sul Guardian parla del progetto di un’autostrada greca da 7 miliardi sovvenzionato dall’Europa: un po’ di ossigeno per mantenere in vita una Grecia spolpata e distrutta e cercar di frenare l’avanzata dell’euroscetticismo

Una donna riceve un pasto gratis in una cuVisualizza altro

gennaio 23, 2014

Svegliatemi, sto avendo un incubo!

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Legge elettorale, c’è “profonda sintonia” dopo il lungo incontro Renzi-Berlusconi in casa Pd.