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aprile 29, 2020

L’ideologia tedesca.

di Gabriele Rèpaci

Marx ed Engels ci dicono anche che lo sviluppo delle forze produttive, cioè della capacità che la società acquisisce di produrre in modo diverso, entra comunque in contraddizione con i rapporti sociali di produzione, cioè con l’organizzazione che la società si è data per regolare la produzione, e che questa contraddizione porta inevitabilmente ad un cambiamento, spesso violento, dell’organizzazione sociale, con la sostituzione del dominio di una classe con un’altra. Così, per rimanere nell’esempio precedente, le botteghe degli artigiani medievali hanno posto le basi per la nascita delle prime officine in cui prevale il lavoro salariato, e per una nuova organizzazione e divisione del lavoro tra le persone, in definitiva per la nascita di una nuova classe capitalistica borghese. L’ulteriore sviluppo di questa organizzazione della produzione non poteva avvenire nell’ambito dei rapporti sociali di produzione dati, ed è stato quindi necessario che la nuova classe borghese prendesse il potere e li cambiasse, cambiando così anche la sovrastruttura politica, istituzionale e culturale che le accompagnava. Così, come è avvenuto in passato, ad un determinato grado di sviluppo le forze produttive della società capitalistica entreranno in contraddizione con i rapporti sociali di produzione che le reggono, e l’impalcatura crollerà. L’elemento di contraddizione è identificato in Marx ed Engels nel proletariato, classe generata dalla divisione del lavoro che nella produzione capitalistica raggiunge il suo apice e che avrà il compito storico di portare l’umanità verso una società senza più classi, e quindi senza più necessità di politica, stato, religione.
È la vera e propria fondazione della Concezione materialistica della storia che L’ideologia tedesca ci consegna. Essa è a mio avviso uno dei più alti e formidabili strumenti di comprensione della realtà sociale che ancora possediamo, pur con tutte le elaborazioni teoriche intervenute in oltre 150 anni. Le aspettative rivoluzionarie di Marx ed Engels, il compito storico di liberazione assegnato al proletariato non si sono inverati, e forse a queste possono essere sostituite, o affiancate come possibilità, visioni più cupe di un esito luxemburghianamante barbarico ed apocalittico, ma l’idea di storia come movimento delle forze produttive, la lucida analisi della contraddizione tra queste e i rapporti sociali stanno lì come pilastri imprescindibili del nostro sapere comune, che solo la stupidità dei tempi e degli interessi dominanti tende a farci dimenticare. Ma, come dice un grande poeta italiano, la storia dà torto e dà ragione e non mancherà di farlo anche stavolta.

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