Posts tagged ‘Kenneth Rogoff’

giugno 8, 2013

Ancora su debito e crescita: un grafico.

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Ne avevamo già parlato ma è davvero il caso di tornare sull’argomento della relazione tra debito pubblico e crescita. Arindrajit Dube, docente dell’Università del Massachusetts, Amherst (la stessa del giovane Thomas Herndon, che ha scovato gli errori di Reinhart e Rogoff facendo scoppiare il famoso Excelgate), nonché autore di numerosi e pregevoli studi sull’impatto dei salari minimi, ha prodotto un paper preliminare che aveva in parte anticipato su The Next New Deal e che avevamo tradotto per i nostri lettori.

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Mag 29, 2013

Reinhart & Rogoff attaccano Krugman ma inciampano nei dati sull’Italia.

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Si infiamma la polemica tra Paul Krugman da una parte  e Reinhart e Rogoff dall’altra. Al centro della discussione, proprio il nostro paese. Pubblichiamo un articolo comparso sul sito del Center for Economic and Policy Research di Washington.

di David Rosnick da Cepr.net 

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aprile 19, 2013

Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff.

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff

Siti e blog di economia non parlano d’altro. Un famoso paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tra i più citati negli ultimi anni, nel quale si evidenziava l’esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, è inficiato da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio di calcolo, tanto che su twitter si parla di #excelgate. Eppure, anche sulla base di questo studio, è stata giustificata l’austerità, il pareggio di bilancio e il “rimettere a posto i conti”, al di qua e al di là dell’Atlantico.

di Paolo Zacchia per Keynes Blog

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dicembre 5, 2012

Gli straordinari effetti della repressione dei mercati finanziari.

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Il grafico  (tratto da Alan M.Taylor, The Great Leveraging, basato sui dati di Reinhart e Rogoff, This time is different) mostra la percentuale delle economie in una crisi finanziaria tra il 1800 e il 2008 (be’ sì il famoso lungo periodo). Tra il 1940 e gli anni 70 (i famosi “30 gloriosi”) nessuna economia avanzata ha vissuto una crisi finanziaria ed anche le economie meno sviluppate sono state sostanzialmente stabili. E’ l’unico periodo nell’intera storia del capitalismo moderno a presentare una stabilità così elevata.

Cosa è successo? In quegli anni, caratterizzati dalla vittoria del keynesismo (sia pure “bastardo” come lo definiva l’allieva di Keynes Joan Robinson), la finanza era strettamente regolata (si pensi al Glass-Steagal Act), tanto che Reinhart e Rogoff hanno parlato di “repressione finanziaria”, e tutte le economie del mondo si rifacevano alle prescrizioni pratiche di Keynes circa la gestione della domanda effettiva.

Dagli anni 70, con la fine del sistema di Bretton Woods, la liberalizzazione dei mercati finanziari e dei commerci internazionali, il progressivo abbandono delle politiche di intervento pubblico, le crisi sono tornate, fino al grande crack di 5 anni fa.

(il grafico è tratto dal blog Naked Keynesianism di Matias Vernengo)

aprile 5, 2012

L’Euro senza unione politica non può reggere.

di Kenneth Rogoff da Project Syndacate

Con la disoccupazione giovanile che arriva al 50% in alcuni paesi della zona euro come Spagna e Grecia, si sta forse assistendo al sacrificio di un’intera generazione nel nome di una moneta unica che comprende un gruppo di paesi troppo diversi tra loro perché la loro unione sia sostenibile? E in caso affermativo, allargare l’adesione alla zona euro può realmente essere utile all’obiettivo che l’Europa persegue in modo evidente di massimizzare l’integrazione economica senza realizzare necessariamente una completa unione politica?

La buona notizia è che la ricerca economica ha ancora un paio di cose da dire in merito al fatto che l’Europa debba avere o meno una moneta unica. La cattiva notizia è che diventa sempre più chiaro, quantomeno per i paesi di grandi dimensioni, che le aree valutarie saranno altamente instabili a meno che non seguano i confini nazionali. Come minimo, un’unione monetaria richiederebbe una confederazione con molto più potere centralizzato riguardo al sistema fiscale e alle altre politiche di quanto i leader europei prefigurano per la zona euro.

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