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aprile 26, 2022

 SOCIALISTI CONTRO…….

Di Beppe Sarno

ll 20 ottobre 1914 la direzione nazionale del Partito socialista Italiano firmava un documento che aveva le seguenti conclusioni “in mezzo al fragore delle armi, innanzi all’orrore della guerra, noi socialisti d’Italia dobbiamo dire :il partito socialista è contro la guerra per la neutralità. Contro la guerra per la neutralità perchè così vuole il socialismo che per noi vive e per cui l’Internazionale oggi perita dovrà tornare vigorosamente a risorgere.” Il 24 novembre 1914 La sezione milanese del Partito Socialista Italiano chiedeva di espellere Benito Mussolini in disaccordo sulla sua tesi di intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale al fianco dei Paesi della Triplice Intesa.

Matteotti, il disobbediente, l’unico a capire la pericolosità del fascismo, fu uno strenuo oppositore della guerra proponendo iniziative di boicottaggio,   bloccare i treni che portavano armi al fronte, lo sciopero generale  e contrastò in ogni modo il partito quando lanciò lo slogan “né aderire, né sabotare”

 Giuseppe Modigliani in un famoso discorso tenuto alla camera dei deputati il 9/11 dicembre 1914 , propose di indire uno sciopero generale contro l’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) contro gli Imperi centrali (Germania, impero austro-ungarico). Karl Liebtnech In una relazione tenuta a Mannheim nel 1914 riportata nell’Avanti del 2 gennaio 1915 afferma testualmente “ il proletariato sa che le guerre che la classe capitalistica sta facendo per interesse proprio, sono proprio le guerre che più pesano sulle spalle della classe lavoratrice imponendole e più gravi sacrifici di lavoro e di denaro. Il proletariato sa che ogni guerra travolge i popoli in  un’onda di barbarie e di volgarità e la civiltà ne viene annientata per anni e anni….. il proletariato non può quindi non essere profondamente e consapevolmente contrario alla guerra ossia a tutta la politica espansionista. Il proletariato ha un nobilissimo compito di combattere il militarismo nel modo più energico anche in questa sua manifestazione di violenta espansione capitalista.”  E segue  “Ci   troviamo       quindi    di    fronte    alla    più grande  tragedia   delle storia   di   puro  carattere  capitalistico,   che   si   consuma   in  uno  sfondo  grigio  di  basse  passioni   e  di  appetiti   insoddisfatti,   senza luce di    pensiero   e   genialità   di   aspirazioni.    Si  tratta  di   borghesie  giunte   ormai, qua    o   là,  all’apogeo  della   loro   forza    e    del    loro   sviluppo,    bramoso     continuamente   di   dominio    e   di   guadagno,    che    esauriscono   la   loro   funzione   in    barbariche   piraterie   od   in   ignominiosi   mercati,    e    rinnegano   e  sconfessano   i  loro   principi   del   «   pacifismo »  e  dell’   «  equilibrio  »     mentre   vergognosamente      si    palleggiano     le   responsabilità” (L’Avanti  del 7 gennaio 1915). Mai il giornale socialista venne meno alla sua funzione di sentinella contro la guerra denunciandone quasi quotidianamente come una guerra voluta dal capitalismo contro gli interessi delle classi lavoratrici.

Turati non riuscì a controllare il partito e dopo la scissione del 1912, con l’uscita di Bissolati per le sue posizioni interventiste (Carlo Tognoli lo definisce: “un liberal ante litteram”)  dovette mantener una posizione equilibrata e prudente che si condensò nella famosa formula “non aderire, non sabotare”.

Nel 1910 si tenne a Copenaghen il congresso internazionale socialista ed il dibattito più importante del congresso fu sulla guerra. Quasi tutti i delegati  erano d’accordo che l’Internazionale dovesse sollecitare i propri deputati all’interno dei propri parlamenti decisioni aventi ad oggetto un accordo tra le grandi potenze per la riduzione degli armamenti e che tutte le controversie tra gli  Stati venissero sottoposte ad arbitrato internazionale. I socialisti italiani  con  il relatore Morgari proposero una risoluzione che invitasse tutti i partiti socialisti con rappresentanza parlamentare a proporre ai propri parlamenti una riduzione del 50% di tutti gli armamenti. Alla fine fu approvata una risoluzione presentata da Vailland e Keir Hardie con l’appoggio del partito laburista britannico e del partito socialista francese che affermava “tra tutti i mezzi da usare per prevenire e impedire la guerra, il Congresso considera particolarmente efficace lo sciopero generale degli operai, soprattutto nelle industrie che producono gli strumenti bellici (armi, munizioni, trasporti, etc) oltre all’agitazione e all’azione popolari nelle loro forme più attive.”

Anche il successivo  Congresso di Basilea nel novembre 1912 ebbe esclusivo l’argomento della guerra e soprattutto la posizione dei socialisti contro la guerra in corso nei Balcani per impedire che il conflitto si allargasse.

nel 1914 si tenne in Francia il Congresso dell’internazionale già fissato per Vienna, che non si era potuto tenere per l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono austriaco. La risoluzione approvata dall’internazionale socialista invitava tutti i movimenti operai dei paesi interessati affinché la controversia austro-serba venisse composta tramite arbitrato.  il 31 luglio successivo Jan Iaures veniva assassinato da un giovane reazionario in un ristorante mentre teneva una riunione con i colleghi della redazione dell’Humanitè.

Diversa fu la posizione dei socialisti Del Belgio i quali per effetto dell’ultimatum del governo tedesco di ottenere l’autorizzazione a traversare il territorio Belga si schierarono praticamente dalla parte della difesa nazionale.  Gli stessi socialdemocratici tedeschi  votarono compatti a favore dei crediti di guerra. Lo stesso Karl Liebtnech si adeguò alla volontà della maggioranza del partito. Il famoso gruppo degli spartachisti composto da Rosa Luxembourg  nel 1916 votò contro  il rifinanziamento dei crediti di guerra e per questo motivo furono espulsi dal Partito. La nascita del USPD determinò in Germania l’esistenza di due partiti di ispirazione socialista. A questa seconda organizzazione aderirono i capo storici del socialismo radicale e successivamente anche la  lega degli spartachisti.  Va osservato che Karl Liebtnech in un successivo momento decise di rompere la fedeltà al partito e votò  da solo contro gli  stanziamenti per la guerra e motivò la sua posizione in uno scritto in cui affermava che la guerra era il risultato dell’ imperialismo capitalistico che avrebbe avvantaggiato solo le forze imperialistiche che l’avevano provocata, che sarebbe stata usata per schiacciare il movimento dei  lavoratori nei  paesi belligeranti. La Germania combatteva quella guerra non per legittima difesa ma con fini espansionistici.

Karl Kautsky in un articolo pubblicato in Italia dalla “Critica sociale” difese la scelta dei socialisti tedeschi affermando “Ogni nazione deve difendere la propria pelle, donde segue che il partito socialista di tutte le nazioni ha lo stesso diritto e lo stesso dovere di partecipare a questa difesa.”(Critica Sociale pag 375/2014). La “Critica” a commento dell’articolo scriveva “Kautsky, unificando governi e governati,  astrae dal fenomeno di classe e ……non risolve in dottrina quale deve essere la condotta dei socialisti a guerra scoppiata.” I socialisti italiani criticarono aspramente le scelte dei socialisti tedeschi di votare a favore dei crediti di guerra “ Il Partito socialista tedesco legato all’Internazionale, il quale con la sua tenace resistenza ai criminali del patriottismo ufficiale e imperiale soleva fare scuso alla Germania delle simpatie del proletariato internazionale. Ma il partito Socialista Tedesco ad un certo punto si mise a spezzare tutto ciò …lasciò compiere l’infamia della distruzione del Belgio, lasciò passare la distruzione delle città e l’assassinio collettivo dei neutri…Così il Partito socialista tedesco, ha servito la Germania con la stessa stolidità cieca del suo kaiser e dei suoi kaiseriani. “ e conclude “Quale orrore! Quale delitto contro la patria, contro l’Umanità! ()Critica sociale 1915 p. 165/166)

In Inghilterra nel periodo precedente la prima guerra mondiale non c’era un  partito socialista che potesse essere paragonato ai partiti socialisti di massa che c’erano in Francia, Germania, Austria, Italia. Certo c’era la Fabian Society, l’0ILP il Partito Laburista da cui nacque in seguito ad una scissione il Brithis Socialist Party. In Inghilterra nel period0 19010-1914  vi furono una catena di scioperi mai visti in precedenza ma tutti riguardavano in buona sostanza rivendicazioni salariali e sulle condizioni di vita dei lavoratori. Il personaggio più vicino ai socialisti della seconda internazionale fu sicuramente Keir Hardie. Devoto internazionalista diventò un ardente sostenitore dello sciopero generale per impedire la guerra.  Secondo Franco Astengo “In Gran Bretagna la resistenza alla guerra è più forte: si dimette il presidente del gruppo parlamentare laburista Mac Donald e quattro deputati dell’Indipendent Labour Party votano contro: ma la grande maggioranza dei dirigenti delle trade unions, la maggioranza del British Socialist Party e numerosi fabiani (ancorché la società fabiana non prenda ufficialmente posizione) approvano.” Anche se storicamente rappresenta la verità è pur vero che Ramsay Mac Donald era un personaggio ambiguo ed il suo atteggiamento contro la guerra non fu sempre chiaro. Dal 1929 al 1931 divenne primo ministro del secondo governo  laburista.

Altrettanto ambiguo il comportamento dei menscevichi in Russia divisi fra l’avversione alla guerra e quelli che invece appoggiarono le scelte dello Zar.

Nel maggio 1915 i socialisti italiani Lanciarono d’accordo con gli svizzeri “un appello per una conferenza socialista internazionale, rivolto a tutti i partiti, organizzazioni operaie, gruppi che erano rimasti fedeli ai vecchi principi dell’internazionale e che erano disposti abbattersi contro la politica di pace interna per la lotta di classe, che per un’azione unitaria dei socialisti in tutti i paesi contro la guerra. Il punto di sintesi sulla posizione dei socialisti controlla guerra fu trovato a Zimmerwald uno Svizzera dove si tenne una conferenza internazionale a cui parteciparlo i rappresentanti di 42 partiti socialisti nazionali dovuto Italia, Svizzera, Olanda, Svezia Norvegia Russia Polonia Romania Bulgaria. Ero presente anche per la Russia bolscevichi  e menscevichi e socialisti rivoluzionari di sinistra. la conferenza di Zimmerwald viene indicata come la madre della terza internazionale. Il documento finale recitava “Questa guerra non è la nostra guerra” e impegnava tutti i socialisti “a condurre un’incessante agitazione per la pace e costringere i governi a porre fine al massacro”. E concludeva “I socialisti dei paesi belligeranti hanno il dovere di condurre questa lotta con ardore ed energia; i socialisti dei paesi neutri hanno il dovere di sostenere con mezzi efficaci i loro fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinosa.

Mai fu nella storia una missione più nobile e più urgente. Non vi sono sforzi e sacrifici troppo grandi per raggiungere questo scopo: la pace fra gli uomini. Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e storpiati, a voi tutti, vittime della guerra, noi diciamo: al di sopra dei campi di battaglia, al di sopra delle campagne e delle città devastate: Proletari di tutti i paesi unitevi!”

Malgrado il documento fosse approvato all’unanimità Lenin ed altri cinque delegati (Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.) presentarono un documento con lo scopo di  spostare a  sinistra il dibattito fra i socialisti. Nel documento si leggeva “La guerra che da più di un anno devasta l’Europa è una guerra imperialista per lo sfruttamento economico di nuovi mercati, per la conquista delle fonti di materie prime, per lo stanziamento di capitali. La guerra è un prodotto dello sviluppo economico che vincola economicamente tutto il mondo e lascia al tempo stesso sussistere i gruppi capitalisti costituitisi in unità nazionali, e divisi dall’antagonismo dei loro interessi. Col tentativo di dissimulare il vero carattere della guerra, la borghesia ed i governi, i quali pretendono che si tratti di una guerra per l’indipendenza, di una guerra che è stata loro imposta, non fanno che trarre in inganno il proletariato, perché in realtà lo scopo della guerra è proprio l’oppressione dei popoli e di paesi stranieri. Lo stesso è delle leggende che attribuiscono ad essa il ruolo di difesa della democrazia, mentre invece l’imperialismo significa dominio più brutale del grande capitalismo e della reazione politica. ……(sequitur)” Lenin e i suoi compagni non volevano che l’Internazionale si limitasse a promuovere Azioni di lotta per la pace, ma con quel documento si voleva spingere a s far nascere in ogni paese la guerra civile per realizzare la rivoluzione socialista. L’obbiettivo fu raggiunto nella successiva conferenza di Khiental, sempre in Svizzera le cui conclusioni furono che non si sarebbe potuta raggiungere la pace senza una rivoluzione socialista che portasse al potere la classe operaia.

Inutile proseguire fino ai giorni nostri per dimostrare che i socialisti storicamente sono allineati contro la guerra e per la neutralità. Il novecento con le sue disastrose guerre è costellato da grandi martiri socialisti e comunisti che hanno dato la loro vita per la pace e contro la guerra.

Nella sciagurata guerra a cui stiamo assistendo nei resoconti giornalistici come un sequel televisivo in cui tutti i media sono schierati in maniera acritica dalla parte dell’Ucraina e che dipingono Putin come un pazzo assassinio assetato di sangue, come socialista non ho dubbio a schierami con Matteotti, Modigliani, Turati e gli innumerevoli personaggi che hanno speso la loro vita per combattere il pensiero unico dominate dei fautori della guerra e mi sentirei se fosse possibile farlo pronto a firmare senza riserve il documento approvato alla Conferenza di Zimmerwald. Mi sentirei molto più a mio agio nei panni di un socialista di inizi novecento con la cravatta rossa svolazzante a predicare per le neutralità e contro la guerra.

Il neutralismo dei socialisti non è non può essere un neutralismo passivo, impotente, ma viceversa un neutralismo vivi, attuale , duttile pronto a prendere iniziative, pronto a discutere con chiunque e sempre dalla parte dei più deboli.

Nessuno vuole la pace non la vuole al momento Putin il ci ministro della difesa dice che non è arrivato il momento per una trattiva di pace non  la vuole Zelesky, il quel oltre a chiedere più armi vuole solo continuare la guerra invocando la terza guerra mondiale. Di fatto questa guerra è il frutto di una diversa interpretazione del capitalismo da una parte un regime basato su un capitalismo oligarchico dall’altro un paese che ambisce ad entrare nel consesso del capitalismo occidentale. Sulla base di questa la guerra mediatica in corso, ancora più efficace forse delle bombe impone un consenso sulla guerra di maniera tale che tutte le categorie sociali di ogni nazione siano unite dallo scopo di parteggiare per una parte o per l’altra. Il frutto di questa guerra è un nazionalismo esasperato e la guerra diventa soltanto uno strumento di offesa e difesa, mentre invece questa guerra la decidono solo le classi dirigenti, nello stesso tempo le classi subalterne sono chiamate ad una anomala collaborazione, pena essere definiti fascisti o filo putiniani mettendo da parte ogni rivendicazione e calpestando ogni diritto. Si accetta senza fiatare l’aumento del costo dell’energia, del carburante, le limitazioni delle libertà, i sacrifici economici per mandare armi alla nazione amica. Si chiama in causa la democrazia, l’interesse della civiltà occidentale. Qualcuno ha detto se Putin occupa l’Ucraina poi verrà il nostro turno. La gente è chiamata a difendere la civiltà occidentale dalla minaccia del mostro russo. La vittoria dell’Ucraina, per Draghi e i suoi amici, è la vittoria della democrazia. All’inizio della pandemia si diceva “tutti insieme ce la faremo” si sperava in un mondo migliore. Sappiamo com’è andata. I ricchi più ricchi e i poveri in mezzo a una strada.

La verità da quello che si legge sui giornali e si vede per televisione e che non si innesca una trattativa  di pace perché Zelesky non vuole la pace: l’obbiettivo di Zelesky è la guerra. La vuole perché il suo sodale american Biden vuole lo scontro con la Russia per vederla finalmente sconfitta. Quando Gorbaciov voleva smantellare l’Urss e sostituirla con una federazione di stati socialdemocratici, l’occidente,  a parte i socialisti, e Craxi questo lo capì, preferì appoggiare il colpo di Stato di Eltsin.

Le multinazionali, appoggiate dal governo americano in prima fila, pensavano che un fantoccio come Eltsin e la corruzione dilagante in Russia avrebbe consentito loro di arricchirsi ed impadronirsi di interi stati e le ricche risorse  naturali che esse avevano. Il disegno non è riuscito ed allora oggi si ripropone quel progetto con la guerra. L’obbiettivo di Zelesky è la guerra non l’indipendenza del suo popolo ed egli usa lo spettacolo delle migliaia di morti come scudo umano per attirare il consenso sulle sue scelte. Dal canto suo Biden accecato dalla sua sete di potere insieme all’0ingilterra ed all’Italia soffia sul fuoco di questa guerra che deve divampare  sempre più ardentemente- La destra americana a sua volta lascia fare Biden in questa sua folle corsa verso la distruzione. A suo tempo i mezzi di comunicazione di massa faranno il loro mestiere convincevo il popolo americano che questa è una guerra ingiusta e che costa troppo ai contribuenti americani e Biden sarà disarcionato dal cavallo del potere. Purtroppo non succederà molto presto.

La  guerra non darà un risultato rispondente alle aspettative di coloro che aspettano il trionfo del diritto e della democrazia  e l’eliminazione di tutte le cause di futuri conflitti. Anzi più andremo avanti nel conflitto e peggio sarà. La Francia e la Germania hanno inteso che è giunto il momento di prendere le distanze dal loro alleato d’oltreoceano perché hanno capito che è follia volere accrescere le stragi che vediamo per le vie di Mariupol e farci trascinare ancora di più in un conflitto che non risolve alcun   problema dei lavoratori ma ne genera altri e ancora più gravi. L’Europa deve in questo momento dimostrare di essere autonoma dall’America e costringere Putin ad accettare una trattativa di pace basata su reciproche concessioni. Deve essere l’Europa per quel poco o molto di credito che ha nei confronti della Russia di Putin di farsi garante della pace laddove si raggiungesse un risultato dalla trattiva. Sappiamo bene che il nostro governo, asservito acriticamente su posizioni filoamericane non ha alcuna credibilità internazionale, laddove storicamente invece le nostre diplomazie primeggiavano. Dobbiamo quindi trovare gli strumenti per convincere il governo Francese e quello tedesco anche in considerazione che la Francia ha la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea a chiedere n a Putin un immediato cessate il fuoco, su tutta la linea con interposizione di forze ONU prevalentemente europee, l’apertura di una conferenza di pace sulla configurazione internazionale dei territori contesi, la rinuncia definitva dell’Ucraina ad entrare nella Nato, con dichiarazione epslicita sulla sua neutralità, il ritiro delle sanzioni contro la Russia con un contributo della Russia a devolvere una parte degli introiti della vendita del gas a favore dell’’Ucraina per la sua ricostruzione.

Ni socialisti italiani siamo ormai una piccola pattuglia ma sulla guerra, come ho provato a dimostrare abbiamo le idee chiare. Dobbiamo quindi avere la forza di gridare e farci ascoltare  per convincere ad uscire all’orrore di questa guerra e riuscire a fermarla dimostrando concretamente il nostro antimilitarismo e il nostro internazionalismo. Contro il populismo ed il nazionalismo sostituiamo i doveri della solidarietà internazionale fra i popoli.  

aprile 19, 2022

LA NEUTRALITA’ ATTIVA DI RICCARDO LOMBARDI.

di Giuseppe Giudice

Il caro compagno Lombardi ha sempre avuto una posizione neutralista in politica estera. Era la sua posizione nel 1948 , alternativa sia al frontismo di Nenni e Morarandi, da un lato, che all’atlantismo di Saragat (che fino a tre anni prima era anch’egli neutralista). Era la posizione di molte parti della socialdemocrazia europea. La posizione di Kurt Schumacher , che rifondò la SPD nel 1945 (dopo aver trascorso 13 anni in un lager nazista); era la posizioone di una parte consistente (Bevan, Foot) del laburismo inglese. Nenni giustificò il suo filo-sovietismo nel nome del concetto di “unità di classe” . In quella fase , secondo lui, la unità della classse operaia imponeva lo schierarsi con l’URSS. Indubbiamente, quella posizione, sacrificò moltissimo alla autonomia ed alla specificità socialista, nella sinistra. Ma consentì di far mantenere un forte radicamento operaio e popolare al PSI, che pose le basi dell’autonomismo socialista dopo i fatti d’Ungheria. Anche se , per pagare pegno all’entrata nel governo di centro-sinistra , il PSI accettò la la NATO intesa come alleanza geograficamente e politicamente limitata. Del resto Berlinguer 13 anni dopo , accettò l'”ombrello protettivo della Nato”. C’è comunque da sottolineare che il PSI si mantenne molto distante dall’Atlantismo ideologico” del PSDI. Che fu una delle cause del fallimento dell’unificazione. Lombardi comunque continuò a rimanere sostanzialmente un neutralista. Ma in cosa consisteva il neutralismo di Lombardi? Era innanzi tutto un netto rifiuto dell'”atlantismo ideologico”, come “scelta di civiltà” (quella idea che ha portato alla mistificazione dell'”esportazione della democrazia”). Vi era in lui l’idea che europeismo ed atlantismo erano progetti contraddiottori, in quanto sanciva la piena subordinazione dell’Europa Occidentale agli USA non solo sul piano militare ma anche sui quello ideologico. E comunque Lombardi era un socialista occidentale ma non atlantico. Vedeva bene la differenza tra il concetto di occidente radicato in Europa, e quello declinato dagli USA. E vedete , non esiste neanche, una unità anglosassone. Questa era una idea dei conservatori da Churchill al Johnson. Non dei socialisti inglesi. Se è vero che il liberismo nasce in Inghilterra (ma ancora prima in Olanda), in questo paese (contemporaneamente alla Francia) nasce il movimento operaio e socialista. Nasce il movimento sindacale. La GB laburista vara il welfare universalistico, pubblico e gratuito, l’economia mista, la programmazione economica frutto della scuola post-keynesiana di Cambridge. Sviluppa il concetto di democrazia industriale. Nulla di più lontano dal modello economico e sociale USA. Ma torniamo a Lombardi. La sua idea di neutralismo era sostanzialmente vicina a quelli attuati dalla Svezia e dell’Austria socialdemocratiche. Nell’occidente, ma fuori dalla Nato. Vedeva, inoltre nell’Europa Occidentale il luogo privilegiato dove avviare una transizione democratica al socialismo, tramite un modello alternativo nel modo di produrre e consumare, che avrebbe reso possibile lo sviluppo del Terzo Mondo, ponendo fine allo sfruttamento imperialistico delle risorse. Anche se non accettò mai le ipotesi terzomondiste , il III mondo rimase sempre un oggetto costante di interesse. Per ultimo: Lombardi fu uno dei critici più acuti del leninismo e dei suoi sviluppi. Era un marxista laico ed eterodosso. La sua critica ai regimi sovietici si fondava non solo sul carattere dispotico e dittatoriale di quei sistemi, ma cercava di individuarne le basi strutturali. In definitiva l’URSS e i satelliti non erano paesi socialisti. Ma regimi di classe, fondate sul dominio organico di classe della burocrazie e della nomenclatura sulla società e l’economia…un tesi che richiama la previsione di . In conclusione, il neutralismo di Lombardi, oggi lo porrebbe in netta antitesi al ritorno all'”atlantismo ideologico” , quello che ha portato l’allargamento della Nato ad est (in cui è forte la componente relativa ai profitti fatti con la crescita delle spese militari), contro la subalternità dell’Europa agli USA. Senza alcun dubbio Lombardi sarebbe stato un critico feroce del regime reazionario, neo-zarista e del capitalismo oligarchico di Putin. Avrebbe condannato in modo netto l’invasione dell’Ucraina (ma, se mi consentite non avrebbe avuto fiducia in Zelensky). Anche se avrebbe riconosciuto il diritto di resistenza, sarebbe stato , senza alcun dubbio contrario all’escalation militare , ed al bellicismo di certi paesi europei. E per una soluzione negoziata del conflitto. Avrebbe visto , con chiarezza, che l’alternativa sarebbe stata la III guerra mondiale.

aprile 23, 2021

Dove siete Compagni?

Di Beppe Sarno

All’indomani di “mani pulite” il Partito Socialista si sciolse come neve al sole. I più furbi salirono sulle scialuppe di salvataggio che la nave di Berlusconi mise in acqua garantendo loro una navigazione sicura per oltre venti anni, altri conservarono il simbolo del nostro  partito con alterne fortune fino allo squallore odierno con un ragazzino che gioca a fare il segretario nazionale e l’indefinibile Nencini. Per il resto un diaspora di compagni dispersi in mille rivoli alla ricerca di una rinascita.

Molti di noi si chiedono ed io sono uno di questi, dove andare. Ognuno lo fa secondo le proprie origini culturali e politiche in modi contraddittori e diversi ed il discorso rimane sempre confuso e la paura dell’ignoto e la consapevolezza di essere ininfluenti non ci fa comprendere i discorsi e le ragioni degli altri.

Ci domandiamo chi sono i nostri interlocutori sul piano reale. Alcuni scelgono il paese come classe operante altri una classe politica che pretende di orientarne il cammino dall’alto.

Eppure gli spazi politici per ricostruire un’ agorà della sinistra esiste: un paese sempre più diviso fra nord e sud, con il nord che avanza verso un’epoca nuova dei rapporti produttivi dove la finanza determina le scelte ed un sud sempre più abbandonato a sé stesso, malgrado i proclami dei vari governatori regionali e che retrocede verso il malcostume borbonico e mafioso che ha fatto dei  rapporti  fra politica ed economia una fossa dei serpenti dove chi ci cade muore avvelenato.

In tutto questo i lavoratori, includendo in questa definizione anche le decine di piccole e medie aziende penalizzate da un’economia che tende sempre più ad emarginarle, vengono abbandonati al loro destino.

L’Ilva di Taranto, la Whirpool di Napoli per citarne alcune ne sono la prova.

Una classe politica senza cultura cresciuta nel clima del ventennio Berlusconiano attenta all’apparire si preoccupa solo delle scadenze elettorali in cui i partiti ricchi di bizantinismi ma poveri di volontà univoche e di progetti politici non hanno mai saputo portare a compimento il progetto democratico che la nostra Costituzione indicava.

In Italia non esiste solo un vuoto di potere che la Presidenza della Repubblica, sollecitata dai poteri forti europei prova a colmare con l’uomo forte Draghi, ma anche soprattutto un vuoto ideologico e politico assai più temibile che una sinistra responsabile e consapevole del proprio ruolo dovrebbe colmare.

Il paese reale, i lavoratori, le imprese sane sono ormai incapaci di prefigurare e preordinare un futuro diverso da quello che Draghi e  l’Europa con l’aiuto degli strumenti di comunicazione di massa propinano loro.

Ma fino a quando questo sarà possibile? Difficile rispondere! I partiti sono arrivati ai limiti dell’inefficienza ideologica e si rischia una crisi di governo per un’ora in meno o più di coprifuoco.

Al vuoto di potere governativo ed amministrativo si aggiunge un vuoto ideologico e politico. Si sente dire che la distinzione fra destra o sinistra non ha più senso, si propina un’ideologia del fare. Il pericolo che a questo vuoto faccia seguito una perdita di libertà e democrazia.

Allora che deve fare una sinistra responsabile per contrastare questa deriva che ci ha portato ad una sorta di Repubblica conciliare dove l’uomo solo al comando fa e disfa secondo il pensiero dominante del finanz-capitalismo?

In un paese dove la burocrazia è tutto e dove l’opposizione non conta nulla, le situazioni precipitano rapidamente e la mentalità reazionaria di Salvini, della Meloni cova in molti ambienti democraticamente immaturi. Quei lavoratori che un tempo votavano per i partiti tradizionali della sinistra ora credono alla Lega ed alla destra reazionaria fra le più retrive d’Europa, amica di Orban e Erdodogan.

Buona parte della magistratura, della polizia, di una pubblica opinione infettata da una televisione di Stato ed un giornalismo che  in genere che non è più servizio informativo ma solo cassa di risonanza del potere sono infettati da questa mentalità reazionaria.

Questo quadro desolante ci insegna una cosa: ci sono spazi per i socialisti e i compagni che intendono resistere.

Il paese i lavoratori hanno fame di politica, di idee, di obbiettivi di lotta. Rifondazione comunista ha lanciato uno slogan molto efficace “Praticare l’opposizione, costruire l’alternativa. Il tempo è ora!” Certo è condivisibile, ma per fare questo bisogna capire come riconquistare quelle masse di lavoratori operai, studenti, impiegati, piccole e medie imprese che oggi guardano a destra  e per fare questo  è necessario capire quali sono i bisogni dei lavoratori che contrastano con i desideri di quella classe politica che rappresenta solo la finanza internazionale  ed assecondarla rappresenta solo un suicidio politico.

Ritornare davanti alle fabbriche, sui posti di lavoro, parlare con la gente smettendo, come diceva Karl Kautsk “di parlare di tasse, dogane, vessazioni poliziesche e casse di malattie e cose simili dimenticando i grandi scopi comuni come un amore di gioventù trascorso”

Andiamo a parlare alle gente dei loro diritti annientati da venti e più anni di liberalismo, andiamo a  parlare e spiegare perché i partiti al governo non vogliono attuare la Costituzione o peggio vogliono ridurla ad un straccio inutile.

Stiamo andando verso una stagione politica in cui sarà varata una nuova legge elettorale che il PD, La lega e tutti i partiti al governo vogliono che abbia una conformazione maggioritaria. E’ il momento di impegnarsi a difendere i diritti politici  e un regime parlamentare effettivo come strumento di dominio democratico dei lavoratori e di tutti quelli che rifiutano questa deriva antidemocratica verso cui stiamo scivolando.

All’interno della sinistra ora più che mai è indispensabile deporre rancori, incomprensioni, rinunciare ai fini particolaristici per fra rinascere il paese e difendere la democrazia.

Sapremo compagni avere una visione lungimirante non solo degli interessi dei lavoratori, ma anche dei nostri stessi interessi?

novembre 3, 2020

Buon compleanno compagno Friedrich!

dii  Beppe Sarno

Dedicato al mio amico Luigi Anzalone

Il 28 novembre 1820 nasceva Friedich Engel.

Karl Marx per buona parte del mondo occidentale e non solo, ha rappresentato l’incarnazione del male assoluto. Marx fu a suo tempo definito come l’”anticristo della Bibbia”. Più defilata, invece, la posizione del suo intimo amico e collaboratore Friedrich Engels, senza il quale probabilmente “Il Capitale” non avrebbe mai visto la luce.

Oggi sembra che il mondo non   conservi la memoria dei due filosofi.

Certo, in circoli ristretti se ne parla ancora, ma la sconfitta del comunismo ha determinato l’oblio su due dei più grandi pensatori dell’era moderna.

Nella versione italiana di Wikipedia non si fa menzione della circostanza che l’odierna Wuppertal sia stata la città natale del filosofo, forse perché all’epoca la città si chiamava Barmen e l’odierna Wuppertal sia il risultato dell’unione delle due città Barmen e Elberfert.

Wuppertal all’epoca della nascita di Friedrich era una roccaforte del pietismo che era ed è ancora una corrente religiosa che contestava l’eccessivo formalismo del protestantesimo sacrificando l’essenza dell’esperienza religiosa.

La famiglia Engels era un’autorevole rappresentante di questa fede.

Leggenda narra che il padre di Friedrich era solito leggere ad alta voce ai tessitori della sua fabbrica prima dell’inizio del lavoro alcuni passi della Bibbia, pregando con loro. Alla fine della preghiera i tessitori lavoravano quattordici ore al giorno, dettaglio insignificante. La predestinazione elemento essenziale della dottrina calvinista faceva ritenere che fosse giusto che il lavoro degli operai fosse benedetto, perché così sarebbe stato ben fatto e nel contempo che i  patrimoni dei padroni crescessero a dismisura. Questa era, secondo la mentalità della famiglia Engels, solo la volontà di Dio. Al giovane Friedrich, mandato a Brema ad apprendere le scienze commerciali, questo modo di pensare sembrò bizzarro e  così scrisse di essere solo “un commesso e poeta”, ma anche rivoluzionario.

Sotto lo pseudonimo di S. Oswald il giovane filosofo cominciò a scrivere sulla rivista di opposizione “Der Telegraf”, rivista fondata dal poeta e scrittore  Karl Ferdinand Gutzkow, delle condizioni dei tessitori nelle fabbriche dove al mattino si leggeva la Bibbia e si pregava insieme al padrone.

“I tessitori siedono da mattina a notte davanti ai telai nelle loro case….di questi uomini ciò che non è preda del misticismo è distrutto dall’alcool.” Denunciò poi la diffusione delle malattie polmonari, della mancata cura dei bambini sottratti alla scuola per farli lavorare al posto degli adulti pagandoli la metà. Però “Nessun anima pietista è andata all’inferno per aver fatto più o meno abbrutire un bambino, particolarmente se va in chiesa la domenica.”

Al momento nessuno capì che dietro lo pseudonimo di S. Oswald si celava il giovane Hengels.

Nel definirsi “un giovane d’ingegno” sperava che il “Telegraf” pubblicasse alcune sue novelle, ma la cosa non ebbe seguito e  oggi, sebbene siano andate perdute le novelle, della sua produzione giovanile rimangono alcune poesie e due tragicommedie.

Nel 1840 il giovane  Hengels aveva come modello letterario Gutzkow, fondatore del “Telegraf”,definito all’epoca “nemico giurato di ogni ordine costituito.”

Otto anni dopo nel 1848 apparve la prima edizione del “Das Kommunistische Manifest” scritto in collaborazione con Karl Marx.  L’accademia cattolica di Treviri nell’anniversario del 150° anniversario della nascita di Friedrich Hengels affermò che, solo dopo la pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, “la Chiesa abbia cominciato a considerare Dio sempre meno dal punto di vista mistico e sempre più d quello della fratellanza……Cristianesimo e marxismo sembrano attualmente convergere….”

Senza il “Manifesto” probabilmente oggi  i discendenti della famiglia Engels leggerebbero ancora la Bibbia con gli operai ritenendo corretto affamare i lavoratori.

Hengels arrivò ad  Hegel dopo aver letto l’opera di D.F. Strauss “Das Leben Jesu – Kritish bearbeitet” rimanendo impressionato dalla “gigantesca costruzione di pensiero” del filosofo. 

Nel 1841 arruolato nell’esercito prussiano di stanza Berlino iniziò e frequentare l’Università dove discuteva di filosofia nel club “Die Freien”. In quell’anno esce a sua firma un opuscolo contro Shelling.

Fu in questo periodo che Engels ruppe con il suo amico Gutzkow, dichiarando che la Germania aveva altro da fare che “eccitarsi per un nuovo scritto di Gutzkow”. Fu così che l’editore rivelò il vero nome dell’uomo che si nascondeva dietro lo pseudonimo “S. Oswald”. Gutzkow commentando il tradimento di Hengels scrisse “Così sono quasi tutti gli apprendisti. Devono a noi se possono pensare e scrivere e il loro primo gesto è il parricidio morale.” Viene da sorridere se per un attimo ci portiamo ai tempi in cui viviamo.

Tornato a Barmen alla fine del servizio militare, con una diversa consapevolezza di sé, fu inviato nella filiale inglese della “Ermen & Hengels” a Manchester.

Qui, abbandonando ogni velleità di novelliere  e poeta, incominciò a studiare la condizione dei lavoratori in Inghilterra e del feroce sfruttamento da parte degli imprenditori inglesi nei confronti della classe operaia. In quel periodo la giornata lavorativa era di sedici ore giornaliere e non si leggeva la Bibbia come nella cristianissima Barmen.

Impressionato dalle condizioni di vita sub-umane cui erano sottoposti gli operai inglesi Engels cominciò a collaborare con la rivista “Rheinische Zeitung” diretta da Karl Marx e su “Schweizerische Republikaner”.

Engels denunciò tutto: la mancanza di libertà dei lavoratori, i brogli elettorali, l’inganno di una giustizia  a senso unico sempre dalla parte dei padroni, l’orrendo sfruttamento del lavoro infantile che portava come conseguenza una mortalità infantile del 50%. Nel 1845 queste sue denunce raccolte in un volume e pubblicate a Lipsia suscitarono grande impressione nell’opinione pubblica.

L’incontro con Marx avvenne in quel periodo. Nell’anno precedente, il 1848, Marx e Arnold Ruge pubblicarono un contributo di Engels nei “Deutsch Franzosische Jahrbucher”. Precedentemente nel 1842  Marx aveva criticato Engels  perché giudicava la sua visione del comunismo “inopportuna ed immorale” aggiungendo che si imponeva “una ben diversa trattazione sostanziale del comunismo”

Di fatto Marx diffidava del giovane Engels. Il suo giudizio mutò quando Engels inviò dall’Inghilterra alla redazione della Deutsch Franzosische Jahrbucher  un lavoro dal titolo “Umrisse einer Kritik del Nationalokonomie” che Marx definirà ”un abbozzo geniale della critica delle categorie economiche.”

Secondo gli studiosi fino a quel periodo Marx si era interessato di politica   economica solo marginalmente e solo nel 1847 il problema economico diventa il tema centrale degli studi di Marx.

Nel 1850 Marx pose la prima pietra a quella monumentale opera che è il  “Capitale”. Per completare il primo volume ci vollero trent’anni. Il secondo ed il terzo volume dovettero essere completati ed elaborati da Engels. Lo stesso Marx riconoscerà il contributo di Engels. Leggiamo in una lettera   scritta all’amico “ E’ veramente mortificante non essere indipendenti per metà della propria vita. L’unico pensiero che mi solleva e che noi dirigiamo un’impresa societaria.”

 Molto modestamente Engels si definirà un “violino di spalla”  e ricordando le discussioni avute con l’amico affermava che “ nei periodi rivoluzionari la sua sicurezza di giudizio era incontestabile.”

Che bellezza!

Per me, ma molto più autorevolmente per  molti studiosi Engels non fu solo “un violino di spalla” Lo afferma il suo più famoso biografo Gusta Mayer che afferma “ Persino nel campo che più tardi Marx ha padroneggiato come nessun altro  e che ha rivoluzionato dalle radici, quello dell’economia politica, Engels all’inizio era quello che dava. Dovette procurare una impressione   profonda in Marx il fatto che Engels avesse osato, nel campo di questa scienza trascurata dalla scuola hegeliana, l’ardito tentativo di spiegare tutte le categorie economiche come figure della proprietà privata……. Non sarebbe stato questo il compito di Marx?” Anche Werner Blumenger esalta la figura di Engels affermando che il nostro aveva contribuito notevolmente alla nascita del pensiero economico del “Manifesto” per il suo studio delle teorie della prassi economiche inglesi attraverso la conoscenza sul campo delle condizioni economiche del proletariato inglese che Marx non conosceva nella sua pratica concreta. D’altronde a che serve dimostrare o sostenere chi fosse il primo violino? Forse è meglio accettare la definizione di Marx del sodalizio “noi dirigiamo un’impresa a base societaria.” Saranno stati anche due soli violini, ma che musica!

Come nasce il Manifesto. Engels lascio Manchester nel 1844 e a Parigi incontrò Marx nell’agosto di quell’anno. Trascorsero dieci giorni a parlare e così nacque un’amicizia solidissima e imperitura. Marx in  quel periodo stava scrivendo “ la Sacra Famiglia”. Fu Marx a chiedere ad Engels di collaborare alla stesura del manoscritto. Inizialmente il libro avrebbe dovuto chiamarsi “Critica di una critica critica”: Fu l’editore a suggerire il titolo perchè di più facile comprensione per il pubblico. “Come risulta dalla comunicazione hai messo il mio nome per primo, perché?” si lamenterà Engels.

Dopo l’espulsione da Parigi avvenuta su pressioni del governo prussiano Marx ricoverò a Bruxelles dove fu raggiunto da Engels. All’inizio del 1845 i due decisero di compiere un viaggio di studio in Inghilterra, dove Engels incontrò quella che diverrà la sua compagna Mary Burns. Al ritorno i due amici andarono ad abitare a Bruxelles porta a porta.   Engels dal carattere conciliante dovette più di una volta sostenere l’amico Karl, che di carattere invece era duro ed intransigente. Famosa è la polemica di Marx, in parte ingiustificata contro Weitling, che molto prima di Marx aveva fondato “la lega dei giusti” forse il primo tentativo di partito comunista organizzato. Marx critica le lacune culturali di Weitling e la sua assoluta mancanza di alcun fondamento scientifica delle sue teorie. Con l’allontanamento di Weitling dalla “lega dei giusti” la lega cambiò il suo nome in “Lega dei comunisti”. Per la lega Engels scrisse una specie di catechismo che si chiudeva con la foamosa  invocazione “Proletari di tutto il mondo unitevi!” Informando della cosa Marx, il 24 novembre affermava “Credo che faremmo meglio ad abbandonare la forma catechistica e ad intitolare il lavoro “Manifesto dei comunisti.” Nel 1847 al congresso della lega dei comunisti a Londra i delegati incaricarono Marx ed Engels di stendere un manifesto secondo i principi esposti da Engels e due mesi dopo la “Società Culturale Operaia” di J. E. Burgham a Londra pubblicò il “Manifesto”. Nessun’altra pubblicazione, credo, come il “Manifesto” ha cambiato il volto del mondo così profondamente. Marx nelle “Tesi su Feuerbach” parlando del manifesto affermò “i filosofi hanno finora interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo” … e non mi sento di dargli torto.

Dopo questi avvenimenti e dopo la vanificazione dei moti rivoluzionari  in Germania, Engels fece ritorno a Manchester dove nel frattempo Friedrich era stato chiamato a dirigere la filiale inglese dell’azienda di famiglia. Insieme i due sostennero le lotte nell’Internazionale, che dopo il trasferimento a New York si sciolse. Il benessere di Engels gli consenti di sostenere economicamente l’amico.

Nel 1867 apparve il primo volume del “Capitale” al secondo e al terzo volume Marx lavorò molto meno, sia per le sue condizioni precarie di salute sia a causa del dolore provocato dalla morte della moglie e della figlia.  

Karl Marx fu accusato dal governo francese di essere il responsabile  della Comune di Parigi e questa circostanza gli procurò maggior fama dei suoi scritti. Commentando il fatto Marx affermò che il Governo francese faceva “un fracasso del diavolo ed io ho l’onore di essere  l’uomo più calunniato e minacciato di tutta Londra……..mi fa piacere dopo venti anni noiosi nel pantano.”

Il 17 marzo 1883 al funerale di Karl Marx erano presenti otto persone ed Engles tenne l’orazione funebre in onore dell’amico.  “il 14 marzo -queste le parole di Engels – alle due e tre quarti il più grande pensatore vivente ha cessato di pensare…..Non si può misurare la perdita subita dal proletariato europeo e americano in lotta e dalla scienza storica con la perdita di quest’uomo……Il suo nome e la sua opera vivranno nei secoli” ed anche: “Marx ha individuato anche la peculiare legge di sviluppo della forma di produzione capitalistica e della società borghese da essa prodotta.”

Nel liberare la casa dell’amico Engels, raccogliendone gli scritti,  scoprì che del secondo e terzo volume del “Capitale” non esisteva che un canovaccio, appunti sparsi  e frammenti. “Appena tornato mi sono dedicato al secondo volume: un lavoro tremendo! Accanto a passi completamente elaborati ve ne sono altri appena tracciati, a brogliacci. Inoltre la grafia …..assolutamente  leggibile solo da me.” Scrivendo ad un amico diceva “Mi domandi come mai proprio a me è stato tenuto nascosto  quanto ancora mancava al completamento dell’opera?  E’ semplice: se l’avessi saputo  non gli avrei lasciato tregua né di giorno, né di notte, finché il lavoro non fosse ultimato e pubblicato.”

Il secondo volume del “Capitale” usci nel 1885 ed il terzo scritto in buona sostanza completamente da Engels sulla base degli appunti di Marx fu pubblicato nel 1894 un anno prima della sua morte.

Dopo la morte di Marx le idee dei due filosofi cominciarono a farsi strada. In Germania le leggi contro i socialisti erano state revocate e nelle elezioni politiche del 1893 il partito socialdemocratico conquistò 44 seggi.

Engels soddisfatto affermava “la socialdemocrazia comincia a vincere un po’ troppo!” alla fine della sua vita Engels era preoccupato di non riuscire a pubblicare il terzo volume del Capitale e in una lettera a Kautsky si lamentava delle sue condizioni di salute perché era costretto a limitare “il tempo dedicato a leggere e scrivere”.

In questo periodo Engels oltre a lavorare al terzo volume del “Capitale” lavorava anche ad altre opere. Nel 1884 apparve “L’origine della famiglia , della proprietà privata e dello stato” definito da Lenin “”Una delle opere fondamentali del socialismo moderno.”

Engels credeva nella scomparsa dello stato perché “con le classi scompare ineluttabilmente lo Stato. La società riorganizzando la produzione sulla base di una libera ed egualitaria associazione dei produttori butta l’intera macchina statale al posto che le compete: il museo, accanto all’arcolaio e all’ascia di bronzo!.” Scrivendo ad August Bebel nove anni prima della pubblicazione del terzo volume del capitale si rallegrava della qualità del lavoro e lo definiva ottimo e brillante. “Questo rivolgimento dell’economia classica è davvero inaudito.” Intanto il movimento socialista cresceva e la borghesia cominciava ad aver paura della “marea rossa.”

Nel 1893 i socialisti conquistarono al Reichstag 44 seggi e per l’occasione Engels scrisse un’introduzione  all’opuscolo di Marx “Burgwerkrieg in Frankreich”. Secondo  alcuni con quanto scritto in questa introduzione  avrebbe abiurato la teoria rivoluzionaria per una prassi più moderata.  Per alcuni tagli fatti all’introduzione, (le famose venti righe) la stessa  suscitò fin da subito polemiche protrattesi per decenni. Nel 1930 in una riedizione viene affrontato il problema e la famosa introduzione fu interpretata come una specie di revisione critica delle posizioni originarie laddove all’azione rivoluzionaria si sarebbe sostituita la lotta riformistica parlamentare. Venne  sostenuto che l’equivoco sia stato causato da alcune cancellature fatte per opera di Bernstein che all’epoca dell’uscita dell’opuscolo era segretario e uomo di fiducia di Engels. Gustav Mayer biografo di Engels   smentisce categoricamente questa interpretazione affermando che l’ipotesi revisionistica da parte di Engels “appartiene al regno delle leggende“  D’altronde Engels  in una lettera a Kautsky del 1° aprile 1895  si lamenta di averlo fatto apparire “come un pacifico sostenitore della legalità…” Al genero di Marx il 3 aprile dello stesso anno scriveva “Mi ha fatto proprio un bel tiro Ha tolto dalla mia introduzione tutto ciò che gli poteva essere utile per giustificare pacifica ed antiviolenta che gli piace predicare da qualche tempo.” Certo è che Engels stesso affermò che la lotta degli operai tedeschi e l’uso che questi avevano fatto del suffragio universale era servito alla causa socialista tanto che  arrivò a dire “Gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa  anche un altro grande servizio …..mostrando ai loro compagni di tutti i paesi come ci si serve del suffragio universale essi avevano dato lor una delle armi più efficaci.” Engels affermò anche “Dappertutto l’attacco senza preparazione è passato in seconda linea, dappertutto si imita l’esempio tedesco dell’utilizzazione del diritto di voto, della conquista di tutti i posti che ci sono accessibili…..anche in Francia i socialisti si convincono sempre più che per essi nessuna vittoria durevole è possibile se non conquistano prima la grande massa del popolo che ivi è costituita dai contadini. Anche in Francia il lento lavoro di propaganda e l’attività parlamentare vengono riconosciuti come il compito immediato.” Come dargli torto? Il socialismo si impone laddove esistono le condizioni politiche, sociali e storiche per imporsi.

In un ultimo scritto afferma “ Se una parte rompe il patto, tutto  viene meno; e anche l’altra parte non è più vincolata., come Bismark ci ha così ben dimostrato nel 1866. Se voi dunque violate la Costituzione del  Reich, allora la socialdemocrazia è libera e può fare nei vostri confronti ciò che vuole. Ma ciò che farà allora, si guarda bene dal farvelo sapere oggi!”

Dopo pochi mesi  il 5 agosto 1895 Engels moriva a Londra. Le sue previsioni si rivelarono esatte e nel 1898 il partito socialista ottenne i n Germania 82 seggi e nel 1912 addirittura 110 seggi su 397. Si avverava quindi la previsione di Engels che “i rivoluzionari prosperano molto meglio coi mezzi legali che coi mezzi illegali e con la sommossa.”

A duecento anni dalla nascita  io credo che il modo migliore per celebrare l’anniversario è quello di valutare l’attualità delle idee di Engels. Non è un compito facile perché la faconda collaborazione con Karl Marx a chi non sia uno specialista,  non fa comprendere del tutto quale parte dello spartito, per usare la metafora di Engels, sia stata suonata dall’uno o dall’altro violino e quale parte invece sia stata suonata all’unisono. Per i comunisti ortodossi Marx ed Engels furono una cosa sola, ma accettare questa interpretazione   significa non accettare il fatto che almeno in due temi il pensiero di Engels  assolutamente autonomo rispetto alla visione di Marx: il primo il materialismo dialettico ed il secondo relativo alla crescita dei partiti socialisti nei paesi capitalisti. Per i comunisti, ma questo appartiene ormai alla storia, identificare Marx ed Engels significava riconoscere la perfetta ortodossia del materialismo dialettico elaborato da Engels nell’”Antiduring” e quindi giustificare acriticamente tutta la storia del movimento comunista rappresentato soprattutto dall’Unione Sovietica. E allora qual è il vero Engels il giovane rivoluzionario amato da Lenin  o il vecchio revisionista esaltato dai socialdemocratici europei?

Ognuno può dare la risposta che crede. Certo è che oggi il liberismo è in crisi ed ha lasciato sulla sua strada parecchie vittime. La pandemia ha dimostrato quanto folle fosse questa corsa verso il nulla. Decenni passati a credere nella supremazia del mercato e ad osannare la globalizzazione hanno fatto un deserto di anni di lotte e di conquiste per il mondo del lavoro. Avere la presunzione di fare la rivoluzione con l’esercito dei lavoratori contro l’esercito del Capitale oggi è impensabile. Il socialismo va quindi pensato come modello diverso di sviluppo attraverso una trasformazione delle strutture economiche in cui la proprietà, come dice Papa Francesco, non sia appannaggio di pochi ma distribuita pensando al bene comune.  Dice Engels “ Se sono cambiate le condizioni per la guerra tra i popoli, non meno sono cambiate per la lotta di classe. E’ passato il tempo dei colpi di mano delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa delle masse incoscienti” e ancora “L’ironia della storia capovolge ogni cosa. Noi i “rivoluzionari” i “sovversivi” prosperiamo molto meglio coi mezzi legali che coi mezzi illegali e la sommossa. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano la loro rovina nell’ordinamento legale che essi stessi hanno creato …mentre noi in questa legalità ci facciamo i muscoli e forti e le guance fiorenti e prosperiamo che è un piacere. E se non commetteremo noi la pazzia di lasciarci trascinare alla lotta di strada per far loro piacere, alla fine non rimarrà loro altro che spezzare essi stessi questa legalità divenuta loro così fatale.”

In queste frasi in questa volontà di Engels di pensare il socialismo come una lunga marcia verso la costruzione ineluttabile  di un nuovo stato sociale, va vista la modernità del suo pensiero.

Ecco perché arrivato a questo punto non mi resta che dire” buon compleanno  vecchio Friedrich”

Maggio 5, 2020

Riformista! A me?

di Giuseppe  Giudice

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Gaetano Arfè diceva che Turati, Matteotti, Treves , Modigliani , rifiutarono sempre di considerarsi riformisti. In effetti il termine “riformismo” alla fine dell’800, indicava quelle correnti liberali progressiste ( in alcuni paesi chiamati “radicali” – ma nulla a che vedere con Pannella) che volevano riformare il sistema borghese senza metterlo in discussione e rappresentavano il ceto medio colto e progressista. Allo stesso Bernstein fu attribuito il termine “revisionista” (non so se lui si sarebbe considerato riformista) . E comunque Bernstein fu criticato dai socialisti democratici di ispirazione marxista. Da Jaures in Francia, a Turati , Matteotti , Modigliani e Mondolfo in Italia. Si deve stare attenti a non confondere il riformismo con il socialismo gradualista di ispirazione marxista democratica. Pur nella contrapposizione al socialismo rivoluzionario (ma di matrice soreliana) di Mussolini, non accettarono mai di definirsi riformisti. Perché come Kautsky, Hilferding, Bauer e FritzAdler. , erano convinti della piena ‘autonomia politica della classe lavoratrice rispetto alle frazioni progressiste della borghesia” . Il gradualismo fu definito (mi pare da Kautsky)come “evoluzionismo rivoluzionario”. Del resto, storicamente si definirono “socialisti riformisti” Bissolati e Bonomi , che furono espulsi dal PSI per il loro appoggio alla Guerra di Libia. Lo stesso Rosselli (come sottolineò DE Martino) parlava di socialismo liberale rivoluzionario. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Ma il termine riformismo ha sempre avuto una sostanziale ambiguità. E’ con Riccardo Lombardi (ed in Francia con Martnet) che si opera una vera e propria “decostruzione” dei termini riformismo e rivoluzione in una sintesi nuova. Già Saragat, negli anni 30 , sosteneva che occorreva un nuovo socialismo democratico marxista che superasse le “malattie dell’infanzia del socialismo (riformismo e massimalismo) e quelle della “pubertà” il bolscevismo. In Lombardi , nel concetto di riformismo rivoluzionario, c’è al contempo , la contestazione della subalternità del riformismo e, contemporaneamente la cont

estazione della visione leninista e bolscevica della rivoluzione. Con l’idea di una trasformazione dall’interno della società capitalistica ma con l’obbiettivo di superarla, tramite processi di rottura dei rapporti di potere nell’economia e nella società. Quersta visione sarà poi arricchita dalla tematica dei contropoteri (foa e panzieri) integrasti nel suo schema delle riforme di struttura. La tematica dei contropoteri è una altra arma polemica verso il leninismo. Ma Lombardi non aderì mai a posizioni “gauchiste(che consideravano la Costituzione come espressione organica del dominio della borghesia)…il suo riformismo rivoluzionario doveva operare nel quadro pieno della costituzione repubblicana e delle sue garanzie., anche perché la Costituzione lascia la porta aperta ad una trasformazione democratica e socialista nel senso indicato da Lombardi stesso.

febbraio 4, 2014

RUDOLF HILFERDING

  Socialista austriaco di origine ebraica. Poi naturalizzato tedesco. Uno del massimi esponenti dell’Austro.Marxismo . Pacifista aderì alla scissione della SPD nel 1917 che formò la USPD (socialisti indipendenti) con Haase, Kautsky e Bernestein in seguito al loro rifiuto di rifinanziare i crediti di guerra nel 1916. decisa invece dalla maggioranza della SPD (che si chiamò MSPD). E’ uno dei più grandi interpreti in senso evolutivo della teoria economica marxiana. Sua è la prima critica dei fondamenti della teoria margonalista. Suo è uno dei più grandi contributi alla teoria economica marxista “il capitale finanziario” che oggi ha straordinaria attualità . Suo è anche l’anticipo del pensiero di Keynes con la tua teoria del capitalismo organizzato. Un riformista rivoluzionario (LOmbardi si è molto ispirato a lui) primo sostenitore delle riforme di struttura come alternativa alla teoria leninista di presa del potere. Fu un critico radicale del bolscevismo e della esperienza sovietica che non avrebbe prodotto il socialismo ma una forma di dispotismo asiatico. E distinse nettamente tra socializzazione e statalizzazione. Fu ucciso sotto tortura dalla Gestapo, nel 1941, perchè ebreo e socialista, UN grande nome del socialismo democratico da ricordare (i comunisti lo hanno sempre osteggiato e mistificato) al posto delle solite giaculatorie su Rosa Luxembourg, Gramsci e Che Guevara. A cui si è aggiunto Chavez (la Luxemburg e Gramsci si rivoltano nella tomba). Dobbiamo riorientare ideologicamente la sinistra facendo conoscere la storia negata del socialismo democratico. Di seguito un articolo che rammenta la sua attualità:http://www.pensalibero.it/blog/2012/04/22/hilferding-e-la-finanza-lezione-di-grande-attualita/

Giuseppe Giudice