Posts tagged ‘joan Baez’

luglio 12, 2013

Donovan – Sunshine superman.

Scozzese di Maryhill, sobborgo di Glasgow, si fece conoscere presso il grande pubblico con Catch the Wind, partecipando a numerosi programmi televisivi come Ready, Steady, Go!. Il brano ebbe un buon successo anche oltreoceano e, in estate Donovan era in America per un tour promozionale con alcune apparizioni televisive; si esibì inoltre al Newport Folk Festival del 1965, dove duettò con Joan Baez nella sua Colours.

Durante questo primo periodo le sue canzoni erano in puro stile folk, eseguite con sola voce e chitarra acustica; questo portò la maggior parte della stampa a paragonarlo ad una copia di Bob Dylan (Donovan l’aveva incontrato a Londra in maggio durante il tour inglese di quest’ultimo). Il film documentario Dont Look Back, che ritrae Dylan proprio durante questo Tour, mostra quanto tra i due non corresse affatto buon sangue: il giovane Dylan detestava di avere un rivale sulla scena inglese e quando i due finalmente si incontrano, in una stanza d’albergo trasformata in bivacco alcolico, ne nasce una sfida musicale che passerà alla storia. Il timido ed educato Donovan esegue “To sing for you” la cui dolce melodia ricorda molto lo stile delle prime canzoni del rivale. Dylan, trincerato dietro i suoi occhiali da sole, lo ascolta muovendo la gamba fuori tempo. Poi, con fare sornione e di sfida, gli chiede la chitarra ed esegue una splendida versione di “It’s all over now, baby blue”. A sentirla, Donovan rimane di sasso. Ma checché i giornalisti accostassero Donovan a Dylan in paragoni talvolta eccessivi, il tempo dimostrerà le loro differenze. Già dal 1966, con l’assistenza del produttore Mickie Most (The Who, Cat Stevens ed altri), Donovan incide Sunshine Superman con sonorità psichedeliche che si discostano completamente dallo stile acustico che aveva caratterizzato l’artista agli esordi. A queste registrazioni parteciperanno musicisti come Jimmy Page e John Paul Jones (futuri membri dei Led Zeppelin) e Shawn Phillips.Il 3 settembre dello stesso anno la rivista Cash Box premia Sunshine Superman di Donovan come miglior singolo.[1]

Il successo è ormai consolidato in entrambe le sponde dell’Atlantico e Donovan è quasi sempre presenza fissa in classifica. Tra il 1967 e il 1968 Donovan sforna molti dei suoi classici come Mellow Yellow, Wear Your Love Like Heaven, Jennifer Juniper (della quale verrà anche incisa una versione in lingua italiana, su testo di Paolo Limiti) e Hurdy Gurdy Man. Sempre nel 1968 l’artista, deciso anch’egli a seguire la dottrina dello yogi Maharishi Mahesh, raggiunge i Beatles in India; della comitiva in pellegrinaggio fanno parte anche il cantante dei Beach Boys Mike Love e l’attrice Mia Farrow.

Nel 1969 registra Barabajagal con l’ausilio del Jeff Beck Group, la band del chitarrista transfugo dagli Yardbirds; del gruppo faceva parte anche il futuro “Rolling StoneRon Wood. È l’ultimo grande successo da classifica di Donovan e anche se molti eseguono cover dei suoi brani (la stupenda versione di Season of the Witch sull’albun Supersession di Mike Bloomfield, Al Kooper e Stephen Stills ne è la testimonianza), la sua carriera ha iniziato la parabola discendente.

Gli anni settanta iniziano in sordina con gli l’album Open Road (1970) e H.M.S. Donovan, buoni dischi ma ormai lontani dalle intuizioni e dai successi di solo tre o quattro anni prima. L’artista prosegue comunque in maniera coerente e dignitosa il suo percorso, tra continui concerti, tour esteri e collaborazioni con altri artisti fino a metà anni ’80.

Tra numerose collezioni celebrative pubblicate negli anni, per nuovo materiale di Donovan bisognerà aspettare il 1996 con l’uscita di Sutras, prodotto da Rick Rubin, noto produttore tra gli altri di Red Hot Chili Peppers e Beastie Boys.

Dopo l’album per bambini The Pied Piper del 2002, è il momento del ritorno e nel 2004 Donovan pubblica l’album Beat Cafe, prodotto da John Chelew, alle cui registrazioni partecipano noti session-man come il batterista Jim Keltner (Bob Dylan, Ry Cooder e George Harrison tra le sue collaborazioni), ad oggi ultima sua fatic

febbraio 27, 2011

Joan Baez – wildword flower – Buonanotte Compagni.

Il brano è stato utilizzato da Woody Guthrie per i versi della sua canzone “Il naufragio della James Reuben.La canzone è stata scritta nel 1860, con le parole di Maud Irving e musica di Giuseppe Philbrick Webster. Con questo disco Joan Baez contribuì notevolmente a rivitalizzare la musica folk anericana a favore delle nuove generazioni.

maggio 14, 2010

Buonanotte compagni.

Questa sera parliamo di Bob Marley: troppo chiaro per essere nero e troppo scuro per essere bianco.Era figlio di un marinaio inglese e di una giamaicana. Sarà la prima rockstar globale non angloamericana. Raggiunge la fama con il suo primo album (Natty Dread) senza i compagni Peter Tosh e Bunny Wailer,con le voci femminili delle I-Three. Siamo nel 1975 ed il ragge entra con Bob Marley prepotentemente nella scena musicale mondiale. C’è di tutto nella musica di Bob Marley: messianismo, culto per la marijuana, fede. Una musica che è anche una filosofia di vita.  Il disco si apre con una “Lively Up Yourself” dal sapore blues, che intende celebrare il movimento rastafari, con la quale Marley apriva molti dei suoi concerti. “No Woman, No Cry“, la seconda traccia, è probabilmente il pezzo più conosciuto dell’album. È un ricordo nostalgico del crescere nelle povere strade di Trenchtown, un quartiere di Kingston, e della gioia data dalla compagnia degli amici. La canzone è stata suonata nel corso del tempo dagli artisti più vari, dai Pearl Jam a Jimmy Buffett, da Joan Baez ai Rancid, dai NOFX ai Fugees e da molti altri ancora. La rivista Rolling Stone l’ha inserito al 182° posto della sua lista dei 500 migliori album

novembre 7, 2009

a quei compagni che non dormono.

Blowin’ in the Wind

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Blowin’ in the Wind è il titolo di una famosa canzone di contenuto pacifista scritta da Bob Dylan nel 1962 e pubblicata la prima volta l’anno successivo nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan.

Questo brano è da molti considerato il manifesto della generazione dei giovani statunitensi disillusi dalla politica portata avanti negli anni cinquanta e sessanta dal loro paese e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam.

Quando scrisse questo motivo, Dylan non era ancora quel paladino della controcultura che dopo pochi anni avrebbe rimesso in discussione – con la propria attività artistica di poeta e musicista – antichi pregiudizi e paure nuove; ma già allora – giovane cantastorie proveniente da un piccolo sobborgo minerario del Minnesota – era in grado di mostrarsi cosciente e padrone – in termini di comprensione del senso delle cose – dei nuovi pericoli derivanti dall’era atomica (i temi del fall out erano peraltro già stati illustrati con amara e sofferta poeticità dai cantori della beat generation, in primis Jack Kerouac ed Allen Ginsberg).

Bob Dylan e Joan Baez hanno spesso eseguito in duo ed in concerto Blowin’ in the Wind

Tre semplici strofe sono in questo caso sufficienti al compositore-poeta per interrogarsi su tematiche sociali ed esistenziali. In particolare, al centro della sua visionaria poeticità sono il senso della condizione umana e l’incapacità dell’uomo di ripudiare in maniera definitiva e totale ogni tipo di guerra.

Nel ritornello – rivolto metaforicamente ad un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l’intera umanità – viene data una risposta che lascia uno spiraglio all’ottimismo: una risposta che c’è, e a portarla basterà un soffio di vento.

Nel corso degli anni questa canzone ha avuto numerose rielaborazioni (cover), tanto in versione acustica quanto a ritmo rock, da parte di diversi gruppi e cantanti di ogni parte del mondo. Fatta propria dagli esponenti del movimento beatnik (i cosiddetti figli dei fiori) veniva spesso suonato – e tuttora lo viene – sulle scalinate e lungo i borghi artistici delle principali metropoli del mondo. Si ricordano qui le versioni, storiche al pari di quelle incise in studio e dal vivo dallo stesso autore, del trio Peter, Paul & Mary e di Joan Baez nonché una versione in italiano tradotta da Mogol e cantata dai Kings da Luigi Tenco e incisa anche da Milly nel suo album doppio “D’amore e di libertà”. Nel 2000 anche Mina ha inciso una sua versione del brano, inserita nella compilation Mina per Wind, disco fuori commercio in quanto promozionale.