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maggio 6, 2020

L’Italia non vuole più l’Unione Europea, lo rivela uno studio

 Violetta Silvestri

L'Italia non vuole più l'Unione Europea, lo rivela uno studio

Gli italiani sempre più euroscettici: è quanto si osserva in un approfondito sondaggio del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali dell’Università Luiss) effettuato nel nostro Paese in questo particolare tempo dominato dal coronavirus.

Una rappresentazione dell’Italia a 360° quella emersa dall’istituto, con lo scopo di testare il sentiment della popolazione nei confronti dell’appartenenza all’Unione Europea. Un tema sempre attuale, che richiama l’irrisolta questione della costruzione politica dell’UE e, di conseguenza, dell’incompiuto processo di creazione di un’identità europea.

In Italia, durante l’epidemia, il dibattito sull’Europa resta intenso e dai toni aspri e critici, tanto da esacerbare gli stessi rapporti tra maggioranza, opposizione e i componenti del Governo. Dal MES agli aiuti economici europei fino alla solidarietà dei Paesi comunitari, la percezione sull’UE è di ostilità, lontananza e poca soddisfazione.

Tutti i dati emersi dallo studio CISE su italiani ed Europa nel pieno dell’emergenza coronavirus.

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Il dato che stupisce maggiormente leggendo il report è la netta svolta anti-europea degli italiani.

Sebbene il risultato del sondaggio sia strettamente legato alla cornice della pandemia, in grado di influenzare la percezione sull’Europa a causa dei forti disagi economici, sanitari e sociali, il crescente sentimento contro le istituzioni comunitarie è un fatto evidente.

Innanzitutto, tale direzione si evince dal seguente quesito e dalle sue risposte:

Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea?

  • Negativo42%
  • Né positivo né negativo: 23%
  • Positivo: 35%

Chi ha un’opinione negativa piuttosto convinta e consapevole sull’UE supera di gran lunga gli italiani più europeisti. Da sottolineare anche la percentuale degli indecisi su un giudizio: segno, quest’ultima, di evidenti titubanze sulla positività di istituzioni che prima non sarebbero state messe in discussione.

Azzardare soluzioni estreme, quindi, non è poi così assurdo, come emerso nella domanda seguente:

Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe…

  • Uscire dall’UE: 35%
  • Uscire dall’Euro ma non dall’UE: 18%
  • Restare nell’UE: 47%

Un ripensamento della visione europeista fondante la storia del nostro Paese, quindi, è in atto. Galvanizzata dalla frustrazione della grave crisi economica da coronavirus e dalle spinte anti-europeiste di partiti politici quali Lega e Fratelli d’Italia, la questione di uscire completamente dal sistema UE non è più così assurda.

Questo andamento spiega anche la quasi totale percezione di scarsa solidarietà verso l’Italia da parte dei Paesi europei. Un sentimento, quest’ultimo, che sembra non tenere conto di differenze nelle idee politiche e nell’appartenenza partitica, come si legge nel quesito:

Secondo lei, in questo momento gli altri Paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro Paese…

  • No: 85%
  • Si: 15%

Chi sono i più euroscettici in Italia? La fotografia socio-economica

Sebbene, in generale, in Italia si legge un incremento del sentimento di ostilità verso l’Europa e le sue istituzioni, la percezione dell’UE non è uguale nelle varie classi socio-economiche del Paese.

Lo studio, infatti, ha messo in evidenza differenze indicative tra le categorie della nazione e il loro sentimento europeista.

La divisione più netta è quella in base alla ricchezza personale: chi ha maggiori disponibilità economiche prova ancora un sentimento piuttosto positivo verso le istituzioni comunitarie e l’appartenenza nell’UE.

Al contrario, operai e italiani disoccupati sono i più insoddisfatti e quelli maggiormente propensi ad azioni anche estreme contro l’Unione Europea.

Anche i giovani e gli studenti, solitamente legati al sogno dell’integrazione europea, iniziano a mostrare un certo scetticismo.

Imprenditori e dirigenti i più europeisti
Imprenditori e dirigenti sono tra le categorie che più si sentono legate all’Europa: il 52% considera ancora positivo per l’Italia essere nell’UE e il 63% è convinto che occorre restare nelle istituzioni comunitarie.

Anche i professionisti socioculturali mantengono un sentiment generalmente a favore dell’Europa: per il 43% l’Italia in UE è un fatto positivo e per l’83% bisogna rimanere Paese membro.

Operai e commercianti: cresce la rabbia contro l’UE
Operai, disoccupati, commercianti: sono loro i più arrabbiati verso l’Unione Europea. Non a caso, rappresentano le categorie sociali ed economiche che più stanno subendo l’impatto della grave crisi del coronavirus.

La frustrazione del lockdown e delle troppe incertezze per la ripresa del lavoro e per le finanze domestiche si sta traducendo in un sentimento anti-europeista molto marcato.

Commercianti, operai e disoccupati valutano come negativa la permanenza dell’Italia in UE alla luce del coronavirus rispettivamente per il 50%, 57% e 58%.

In questa ottica, uscire completamente dall’UE è auspicabile per il 49% degli operai e per il 48% dei disoccupati. I commercianti restano sul 26%, ma il 38% vorrebbe abbandonare l’euro.

Ne consegue che l’Europa è sempre più valutata come un’entità nemica delle categorie deboli, quasi un ostacolo all’emancipazione economica. Una sconfitta, questa, per l’UE, fondata proprio per la prosperità e l’integrazione innanzitutto dell’economia.

E un campanello d’allarme per gli europeisti: la crescita della rabbia contro le istituzioni comunitarie da parte di una fetta importante del Paese alimenta il nazionalismo, anche il più estremo.

I giovani non sognano più l’Europa?
Interessante, inoltre, i dati sugli studenti. Da sempre considerati i più vicini al sogno europeo e dell’integrazione delle nazioni del Vecchio Continente, anche i giovani sembrano turbati dalla crisi da coronavirus e dall’atteggiamento delle istituzioni comunitarie.

Per il 46% di loro è negativo restare in UE ora. Una percentuale maggiore del 43% di chi ha una visione positiva al riguardo.

Uscire dall’Unione, inoltre, è un desiderio espresso dal 36% degli studenti, che sommato al 13% di chi vorrebbe addirittura lasciare l’euro, si avvicina molto al 53% dei giovani ancora convinti del progetto europeo.

Euroscetticismo e partiti politici

Sui partiti politici, i dati non sorprendono molto. L’euroscetticismo è più evidente nelle formazioni di destra, quali Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Non è un segreto che questo schieramento si stia battendo per un’Europa diversa a suon di aspre polemiche e di proposte anche estreme, come l’uscita dall’euro e dalle istituzioni UE non disdegnata da Matteo Salvini.

Il giudizio sulla permanenza dell’Italia in UE, quindi, è negativo per il 79% degli elettori Lega, 71% dei sostenitori di Fratelli d’Italia e 30% di quelli di Forza Italia.

I più europeisti sono i democratici del PD e i seguaci di Italia Viva: positivi su appartenenza europea per, rispettivamente, l’84% e il 69%.

Non stupisce, quindi, che il 65% dei leghisti e il 60% dei sostenitori di Fratelli d’Italia voglia uscire dall’Europa, contro il 96% e il 60% degli elettori di PD e Italia Viva che desiderano restare in UE.

In posizione meno certa c’è il Movimento 5 Stelle, diviso sul sentiment europeista. Il 37% degli elettori ha una visione negativa sull’Italia in UE contro il 29% dei più positivi al riguardo.

Uscire dall’Europa sarebbe auspicabile per il 28% dei grillini, mentre il 32% vorrebbe eliminare l’euro e il 40% preferisce restare in UE.

Proiezioni, quest’ultime, che mettono in evidenza una certa confusione del Movimento sull’argomento Europa.

aprile 25, 2020

25 aprile 1° maggio!

di Beppe Sarno

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Scriveva Sandro Pertini sull’Avanti del 25 aprile 1947 “Tutti  i  lavoratori  del brac­cio  e  della  mente,  che  nella guerra  di  liberazione e  nella insurrezione  d’aprile  furono uniti nella lotta  per la nostra indipendenza  e per  la  nostra libertà,  rimarranno  ancora .saldamente  uniti  perchè  la Patria  sia  del  popolo e  per­chè la libertà abbia finalmen­te  come  base  una  profonda giustizia sociale, onde essa di­venga una conquista duratura per  tutti  gli  italiani. La  lotta,  dunque,  non  è terminata  il  25  aprile  1945, ma continua.

Gli rispondeva Pietro Nenni sull’Avanti del primo maggio “non  sia   da   noi  un   giorno di   feste,   ma  di  lotta,   concor­rono   oltre    alle   incognite politiche della situazione,  le   tristissime condizioni  economiche del   Paese   e  segnatamente    dei ceti più diseredati.”

25 aprile e primo maggio. Ci troviamo a celebrare queste due date mentre infuria una tempesta senza precedenti .

Due date vicine, 25 aprile e primo maggio soprattutto nelle coscienze di ogni cittadino veramente democratico perchè il riscatto dal lavoro può avvenire  solo in presenza della libertà dei lavoratori.

Mai avrei pensato di trovarmi in una situazione come quella attuale preoccupante e avvelenata dagli errori di una sinistra che non riconosce se stessa e si chiude per paura di affrontare la   realtà e i problemi: fabbriche chiuse e  strade vuote.

I lavoratori che non sanno se dopo questa terribile emergenza torneranno a lavorare. Molti probabilmente no. I partigiani cantavano “una speranza m’è nata in cuor” ma dove sono finite quelle speranze che all’indomani della liberazione tutto un popolo ha sognato?

Sono finite perchè oggi molti di noi non hanno voglia di ricordare queste due date  e perchè le speranze si sono tramutate in una dolorosa sfiducia o in una cinica indifferenza.

La lotta continua” diceva Pertini e gli rispondeva Nenni “Il primo maggio sia un giorno di lotta.”

La realtà  non è stata capace di dare una risposta alle speranze della gente. Ma è evidente che all’indomani di “mani pulite” le responsabilità di noi socialisti sono state gravi e imperdonabili. Impegnati a salvare noi stessi  non abbiamo provato a tornare alle origini, dalla parte dei lavoratori,  la nostra casa madre. Non siamo stati capaci o non abbiamo voluto seguire la strada indicata da  Pertini e di Nenni e di tutti i socialisti che hanno dato la vita per un principio.

Abbiamo lasciato i lavoratori soli ed il malcontento  è nato dal perdurare dei problemi non risolti, che ha generato il qualunquismo, il disgusto per la politica, occupata da mestieranti senza scrupoli e da prime donne querule e senza sostanza.

In Europa,  la Germania e l’Olanda preparano la trappola del MES  per rendere privato tutto quello che è stato costruito con i sacrifici di generazioni di lavoratori.

Il divorzio, la scuola dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia, del sistema sanitario, lo statuto dei lavoratori, che all’epoca ci sembrarono fatti quasi naturali, logica conseguenza di un percorso condiviso da tutti, paragonandoli alla forza del Capitale oggi, appaiono per quello che furono: conquiste gigantesche di democrazia e civiltà.  La  democrazia  che ci hanno regalato i nostri padri l’abbiamo lasciata degradare  e funziona male perchè noi siamo mancati al nostro dovere di socialisti.

Oggi i giovani ci voltano le spalle cercando altre strade, improbabili  scorciatoie verso il  nulla.  In questo nulla,  in questo non aver saputo ricostruire la nostra identità per difendere le istituzioni, i diritti del lavoro, le conquiste sociali che sta il pericolo maggiore: il pericolo di un vuoto che fa paura.

Quanti sono gli errori che dal 1992 noi socialisti abbiamo commesso con le nostre divisioni, le nostre vigliaccherie, i nostri tradimenti?

Sappiano i socialisti della mia generazione, i democratici tutti, trarre occasione da questa pausa forzata con cui celebriamo il 25 aprile e il primo maggio per  trovare la forza ed il coraggio per compiere in umiltà un approfondito esame di coscienza per ritrovare la forza di ricominciare.

 

 

 

aprile 25, 2020

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

di Beppe Sarno

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 1)Il lavoro è fondamento della nostra società come sarà possibile difenderlo dopo la crisi del coronavirus in cui molte imprese non riapriranno mettendo per strada migliaia di famiglie?

R)Il lavoro è alla base della nostra Costituzione ed è l’unica ricchezza di cui disponiamo per risollevare il Paese. Lo si è visto chiaramente anche in questa tragica vicenda del Covid-19, che ha sconvolto la nostra quotidianità e ha stroncato la vita di migliaia di nostri concittadini. È solo grazie al lavoro, talvolta eroico, di tante categorie di lavoratori se stiamo evitando il tracollo. E sono tanti anche coloro che, con le innovative tipologie contrattuali, stanno continuando a dare il proprio contributo anche dalle proprie case. Il lavoro resta il pilastro per la crescita del Paese. Faremo di tutto, dunque, per evitare che si perda questo patrimonio, che i lavoratori restino senza la propria attività e senza garanzie e che chiudano le imprese. Pertanto, dovranno essere messi in campo, per tutto il tempo necessario, gli ammortizzatori sociali necessari ad assicurare una continuità di reddito, ma anche una prospettiva di ripresa produttiva, indispensabile per rilanciare il Paese. Noi crediamo che quella che stiamo affrontando sia una guerra, del tutto insolita, ma pur sempre una guerra. Dunque, sarà necessario approntare un sistema economico coerente con uno scenario post bellico. Sono convinto che il nostro Paese abbia le potenzialità per vivere una stagione di ricostruzione, come accadde negli anni Cinquanta e Sessanta. In questo quadro, sarà necessario definire anche un nuovo modello fiscale che privilegi il lavoro e che riduca le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Se infatti, queste categorie avranno le risorse necessarie per acquistare i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese, anche queste ultime potranno dare continuità alla loro attività.

2)Non crede che manca un progetto di ripresa economica che possa effettivamente rilanciare l’economia italiana?

R)Premesso che l’obiettivo prioritario, ora, è quello di uscire, tutti insieme, da questa drammatica situazione di emergenza sanitaria ed anche economica, ribadisco un convincimento e una proposta che sosteniamo da anni. Noi pensiamo che la leva più efficace per risollevare l’economia sia quella degli investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. Tutte le altre opzioni rischiano di essere solo dei palliativi. Questa impostazione vale per tutto il Paese, ma in particolare per il nostro Sud, che deve trasformare le proprie potenzialità in un’opportunità di crescita a vantaggio dell’intera nazione. A questo proposito, vorrei ricordare che il periodo in cui il gap tra Nord e Sud si è maggiormente ridotto è stato quello in cui ha operato la Cassa per il Mezzogiorno. Poi, emersero fenomeni di corruttela e decisero di porre fine a quell’esperienza. Purtroppo, però, hanno eliminato lo strumento, ma la corruzione è rimasta. Non sono un nostalgico di quella fase, ma penso che si debba provare a rilanciare una sorta di Cassa per il Mezzogiorno 4.0 . Lo si chiami come si vuole, l’importante è che si attivi un piano di interventi straordinari che ridia slancio all’economia del Sud e del Paese. In questo quadro, è fondamentale utilizzare, sino all’ultimo centesimo, i finanziamenti che ci pervengono dall’Unione europea. Oggi, purtroppo, molta parte di quelle risorse vengono perdute: è inaccettabile. Ecco perché, a più riprese, abbiamo proposto di commissariare ad acta le Regioni che non provvedono ad attivare i relativi progetti e che, dunque, non spendono quei soldi che vengono poi stornati agli altri Paesi europei.

3)È possibile ora riprendere la lotta per il ripristino dellarticolo 18?

R)Le battaglie fatte in questi ultimi anni hanno impedito che fosse smantellato del tutto il sistema dei diritti conquistati nel corso dei decenni. Siamo riusciti a porre un argine a uno sfrenato liberismo espresso, in particolare, da alcune multinazionali che scorrazzano nel mondo, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma, purtroppo, la lotta è davvero impari. Lo stesso articolo 18, anche se fosse reintrodotto nella sua formulazione originaria, non sarebbe sufficiente a fermare le dismissioni di massa operate da quelle multinazionali. Contro i rischi di licenziamenti collettivi, oggi servono strumenti ancora più incisivi. Ad esempio, a chi volesse trasferire all’estero la propria produzione, bisognerebbe richiedere la restituzione di tutti gli aiuti economici ottenuti a qualsiasi livello: bisogna, insomma, colpirli nel portafoglio e nei loro interessi.

 

4)Il nostro sistema sanitario ha retto e i medici e tutto il personale sanitario hanno dimostrato un’efficienza per molti inaspettata, non crede che da ora in poi bisogna ripensare ad un modello di sanità pubblico diverso?

R)Nonostante le enormi difficoltà e alcune contraddizioni, il nostro sistema sanitario nazionale ha risposto con eccezionale efficacia. Medici e infermieri si sono prodigati al limite dell’eroismo, pagando anche con la propria vita il loro servizio. Quando questa pandemia sarà sconfitta, nulla potrà più essere come prima. Bisognerà  battersi perché prevalga davvero l’idea di una visione sociale dell’economia. Che non ci siano più tagli indiscriminati alla sanità, al welfare, all’assistenza. Non solo. Tutti quei lavoratori che vengono indicati come eroi ogni volta che si verificano eventi che li vedono protagonisti, dai vigili del fuoco alle Forze dell’ordine, dai medici agli infermieri, non potranno essere ringraziati semplicemente con una pacca sulla spalla e poi dimenticati. Si pone, cioè, una questione complessiva di valorizzazione del lavoro. Ecco perché chiederemo, per via contrattuale, condizioni economiche decisamente più gratificanti per i lavoratori dipendenti che meritano questi riconoscimenti in vita e non solo a futura memoria.

 

5)Qual è il suo giudizio sul fenomeno degli anziani lasciati morire nelle case per anziani?

R)È un fatto di una gravità inaudita. Confidiamo nell’operato della Magistratura per fare piena luce su questa tragedia. Gli anziani sono la parte più debole della popolazione e, in questa vicenda, sono stati i più colpiti. Dal punto di vista psicologico, ciò rappresenta un peso spesso difficile da gestire. Già di per sé la loro condizione genera incertezze e, talvolta, paure. Peraltro, moltissimi hanno assegni pensionistici ai limiti della sussistenza. Ecco perché avevo proposto di sospendere la rata mensile dell’eventuale “quinto” della pensione: può essere un segnale di tranquillità che vale la pena mettere in campo, senza particolari costi aggiuntivi. In questo periodo sono stati previsti aiuti per così tante categorie che sarebbe un’ingiustizia non estenderli anche ai pensionati, veri e propri “ammortizzatori sociali” del Paese, spesso pronti a intervenire per dare un piccolo sostegno ai propri familiari in difficoltà. La battaglia contro il virus e, poi, per la ripresa dell’economia, la si vince tutti insieme, restando uniti e non creando dannose contrapposizioni che non avrebbero alcun senso.

 6)Molti propongono un’Italexit: per il suo sindacato può essere una soluzione?

R)Per entrare in Europa, abbiamo fatto mille sacrifici: non vorrei che fossimo costretti a  farne il doppio per uscirne. Non è questa l’Europa che vogliamo consegnare ai nostri figli. Ma per cambiarla, bisogna starci dentro. Dobbiamo costruire un’Europa sociale, del lavoro, dei diritti e per lo sviluppo e sconfiggere la politica del rigore che ha messo in difficoltà tutti gli Stati membri, in particolare il nostro Paese. Questa è l’unica strada da seguire per rinverdire il sogno dei nostri Padri fondatori dell’Europa e per dare una prospettiva di crescita al vecchio Continente e, dunque, ai nostri figli e nipoti.

 

7)Infine, in questi giorni Papa Francesco ha dato indicazione precise, ha detto infatti “ Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”. Cosa ne pensa?

R)Quando fu eletto Papa Francesco, disse che avrebbe voluto una Chiesa povera per i poveri. E allora pensai: i poveri aumenteranno. Così è stato. Nel mondo, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi e poveri. Non c’è dubbio, dunque, che è necessario recuperare l’esperienza del welfare state in forme sempre più rinnovate e, dunque, anche con sostegni al reddito che consentano di salvaguardare la dignità delle persone. C’è però da mettere in atto una politica che provi a risolvere il problema alla radice, preventivamente: bisogna evitare cioè che le persone diventino povere. E questo è possibile – e qui ci ripetiamo – solo si valorizza e si crea lavoro con forme di investimento pubblico e privato e con una più equa redistribuzione della ricchezza, agendo sulla leva fiscale.

 

 

 

 

 

 

 

 

aprile 22, 2020

Italexit: l’uscita dall’euro non è da escludere – Financial Times

 Cristiana Gagliarducci

 Il rischio Italexit torna a far discutere. L’analisi del Financial Times
Italexit: l'uscita dall'euro non è da escludere - Financial Times

Attraverso la penna dell’editorialista Wolfang Munchau, il quotidiano ha dipinto tre scenari differenti, alcuni meno probabili di altri, che potrebbero delinearsi nei prossimi mesi.

Tra questi come non citare l’Italexit, ossia la possibilità di uscire dall’euro, rispolverata negli ultimi anni con la progressiva avanzata dei partiti euroscettici. La domanda sorge spontanea: il rischio esiste ancora?

Rischio Italexit: i tre scenari del FT

I tre scenari del Financial Times sono partiti da due considerazioni ormai assodate: nel 2020 il Prodotto Interno Lordo dell’Italia crollerà (come confermato dal FMI e da altri illustri analisti) mentre il debito pubblico decollerà.

Scenario 1 – L’intervento della BCE

In questo primo caso, nel Consiglio europeo di domani gli Stati membri troveranno un compromesso su un fondo di ristrutturazione.

“Una volta che gli applausi svaniranno e le persone inizieranno a concentrarsi sui dettagli, esse si renderanno conto che (il fondo, ndr) non avrà alcuna rilevanza macroeconomica. Ciò lascerà la BCE, ancora una volta, come l’unica istituzione dell’UE che conta. Quest’anno il suo programma sulla pandemia farà il necessario.”

Nel primo scenario non ci sarà il rischio Italexit. Ad agire sarà nuovamente l’istituto centrale magari con le OMT, Outright Monetary Transactions mai davvero lanciate. Come ricordato dal FT, il programma permetterebbe a Francoforte di acquistare direttamente titoli di Stato dei Paesi più colpiti dalla crisi ma soltanto in caso di accettazione del MES.

Una strada poco probabile viste le opposizioni dell’Italia nei confronti del fondo salva-Stati e le incertezze sulle reali possibilità di attivare le OMT.

Scenario 2 – Default/Ristrutturazione debito

Questa ipotesi richiederebbe comunque l’intervento della BCE che permetterebbe al debito del Belpaese di non perdere il suo status. Allo stesso tempo, però, uno scenario del genere metterebbe in difficoltà gli istituti bancari che, viste le grandi quantità di BTP detenute, potrebbero fallire.

Una possibile soluzione? Quella di “tagliare” i bond nazionalizzando i depositi e “spazzando via gli investitori”.

Scenario 3 – Italexit

Uno scenario poco probabile, secondo il Financial Times, ma non da escludere.

“Come accaduto nel Regno Unito, gli italiani stanno iniziando ad accusare l’UE di qualsiasi cosa vada storta.”

In questo contesto il Movimento 5 stelle potrebbe tornare a guadagnare consensi cavalcando politiche anti-UE. L’euroscetticismo, ha tuonato il quotidiano, non finirà neanche dopo il lockdown.

In linea di massima, comunque, il rischio Italexit appare al momento molto basso. Certamente l’argomento continuerà ad essere dibattuto anche alla luce delle prossime decisioni dell’UE.

aprile 13, 2020

Italexit!

By Lucia Gallo (per ith24)

Chi di spada ferisce di spada perisce. La girata di spalle dei burocrati europeisti in un momento difficile come l’emergenza coronavirus, non è piaciuto affatto agli italiani che in maniera esponenziale hanno risposto con un arrivederci.

Secondo un sondaggio realizzato da Tecnè Poll, il 49% degli italiani, uno su due, sarebbe pronto ad uscire dall’UE. Ed il numero tende a salire.

Infatti se su considera l’ultima proiezione del 2018 i favorevoli ad uscire dall’unione Europea erano il 29%, rispetto al 49% di oggi.