Posts tagged ‘iraq’

agosto 19, 2013

Globalizzazione.

aprile 18, 2013

Esportatori di democrazia.


La distruzione della memoria come atto finale delle guerre umanitarie. Ieri in Iraq, oggi nella Siria invasa dai ribelli finanziati dall’Occidente. Stesso identico copione che affianca alla tragedia umana e ambientale, la giustificazione che i conflitti possano privare un popolo della sua storia. E’ questa la denuncia dell’architetto e archeologo Ihsan Fathi che condanna il furto di migliaia di tesori culturali durante l’invasione dell’Iraq. 35.000 piccoli e grandi reperti che sono stati sottratti al Museo Nazionale iracheno, fonti che rappresentano la memoria storica del Paese e costituiscono beni di un valore inestimabile. Già a marzo il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, Mounir Bouchenaki, ha rilasciato una dichiarazione in cui denunciava la scomparsa di oltre 1.500 dipinti moderni e di sculture dal Museo di belle arti di Baghdad, rubati durante l’invasione del 2002 dell’Iraq guidata dagli USA. Bouchenaki già nell’aprile 2003 aveva deplorato la distruzione del patrimonio culturale iracheno mentre le fiamme avvolgevano la Biblioteca Nazionale di Baghdad. Nonostante i mesi di avvertimenti degli archeologi americani, il Pentagono aveva ammesso di essere impreparato a fronteggiare il saccheggio sistematico. Nell’archivio della biblioteca era rimasto poco: decine di migliaia di manoscritti inestimabili, giornali e libri erano stati trafugati assieme ai reperti provenienti dalle civiltà antiche di Sumeri, Babilonesi e Assiri contenuti nel Museo Nazionale. Una civiltà quella irachena, che come sottolinea Fethi, vanta una tradizione risalente a 10.000 anni fa, con distruzioni storiche, tra cui l’avanzata dei Mongoli nel 1258. Già durante l’occupazione del 1991, gli americani avevano raggiunto i sobborghi e saccheggiato numerosi musei, ma quella del 2003 è stata una devastazione sistematica di oggetti di valore ma anche di tonnellate di documenti che ricostruiscono la cronologia della storia irachena.

marzo 25, 2012

Esportatori di democrazia.

Massacrata di botte in casa sua a El Cajon in California e trovata in fin di vita dalla figlia in un bagno di sangue con accanto un biglietto con su scritto ‘torna al tuo Paese, sei una terrorista’. E’ morta così, dopo una lunga agonia in ospedale, Haima Alawadi, una 32enne di origini irachene madre di cinque figli, trasferitasi negli Usa a metà degli anni ’90. Lo riferisce la Cnn. In attesa di ulteriori riscontri la polizia non lo etichetta crimine razziale e parla di ”episodio isolato”.

marzo 25, 2012

Stretto di Hormuz: il braccio di ferro continua.

In previsione della chiusura dello Stretto di Hormuz, utilizzato per un terzo del commercio di idrocarburi via mare del mondo, l’Iran sta accelerando i lavori per completare la costruzione dell’oleodotto Nord strategico e collegarlo all’oleodotto Kirkuk-Ceyhan per esportare petrolio dal porto di Ceyhan via Bassora.

In questo contesto, anche l’Iraq ha approvato un piano per espandere le sue rotte di esportazione di petrolio da spedire a Ceyhan in Turchia. Il piano di emergenza è stato creato dal governo iracheno per far fronte a qualsiasi potenziale crisi se l’Iran dovesse chiudere lo Stretto di Hormuz, che fermerebbe circa l’80 per cento delle esportazioni petrolifere irachene.

Dopo l’azione della Marina Usa di rafforzare ulteriormente lo schieramento navale nel Golfo Persico  (oltre alle unità della V flotta in Bahrein, il Pentagono invierà altre 4 navi cacciamine e altri 4 elicotteri  CH-53 Sea Stallion (nell’immagine) per l’individuazione di mine sottomarine), che ha l’obiettivo di rafforzare la sicurezza dello Stretto di Hormuz, tra Iran e Oman, da cui passa il 20% del petrolio mondiale, non si è fatta attendere la risposta iraniana.

gennaio 19, 2012

Atti osceni.


Bush e le sue gare a chi piscia più lontano, la prima cosa a cui ho pensato leggendo questo.
O.t. lunedì 16 su l’Unità c’è la vignetta –Libertà di coscienza-.

giugno 18, 2011

In Iraq il più grande oroligio solare del mondo.

orologio_solare1

Verrà costruito in Iraq l’orologio solare più grande del mondo. Realizzato come parte del risanamento del paese lacerato dalla guerra, l’orologio è stato commissionato dall’Università di Baghdad alla Smith of Derby, che da oltre 150 anni si occupa di orologi storici.

Lo speciale dispositivo avrà un diametro di 3 metri e mezzo e sarà formato da quattro quadranti aventi pannelli solari integrati, che ne consentiranno il funzionamento. Va considerato però che un orologio possiede meccanismi molto complessi, quindi la sua realizzazione richiede grande attenzione e precisione. All’orologio verrà aggiunto anche un carillon che suonerà per 5 volte al giorno le preghiere islamiche.

marzo 19, 2011

La Libia come l’iraq e L’afghanistan.

La comunità internazionale con l’ipocrita alibi di aiutare il popolo libico a conquistare la  libertà e la democrazia     inizia ad una nuova guerra . La verità è che tutto questo viene fatto  per  la conservazione delle  risorse energetiche e  per controllare  gli  “interessi strategici”.
La Sezione 4 della risoluzione 1973 approvata nella notte del Giovedi al Venerdì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “autorizza gli Stati membri che hanno inviato una notifica al Segretario Generale a tale scopo e di agire a livello nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali e di cooperazione con il Segretario generale di adottare tutte le misure necessarie (…) per proteggere le popolazioni civili e le aree a rischio di attacco in Libia, tra Bengasi, pur escludendo il dispiegamento di una forza straniera di occupazione in qualsiasi forma e su qualsiasi parte del territorio libico. E, aggiunge la sezione 8, questi stati e quelli “della Lega degli Stati arabi sono autorizzati ad adottare” tutte le misure necessarie per far rispettare il divieto di volo di cui al paragrafo 6, e per garantire che gli aeromobili non possono essere utilizzato per gli attacchi aerei contro la popolazione civile “.
Abbiamo visto che in Francia  il presidente Sarkozy aveva preparato da tempo l’operazione militare. In Italia sono tutti pronti a giustificare un ulteriore bagno di sangue per sconfiggere il sanguinario Gheddafi. Non fosse altro che per distrarre l’opinione pubblica dai problemi di casa nostra.
Non si capisce perché le stesse persone che condannano “la violazione gravi e sistematiche dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e  esecuzioni sommarie” svolte da Gheddafi e chiedere che questo deve finire, non ha ritenuto necessario ‘fare lo stesso, per esempio, con il dittatore Ali Abdullah Saleh dello Yemen che ha fatto sparare i suoi cecchini su  migliaia di dimostranti a Sanaa, Venerdì, uccidendo almeno 41 persone. Quest’ultimo, peraltro,  fa parte della Lega araba ed ha  firmato la risoluzione contro Gheddafi, come i suoi compari da Bahrain e Arabia Saudita, un  regno medievale dove si decapitano i  condannati a morte sulla pubblica piazza.

La  “comunità internazionale”, che con tanta decisione dichiara guerra a Gheddafi  non ha mai discusso l’azione militare per fermare il bombardamento israeliano contro la popolazione civile di Gaza.
Gli Stati Uniti, stanno alla finestra, ma di fatto lasceranno fare il lavoro sporco a Sarkozy ed agli inglesi, servendosi dell’Italia come utile idiota agganciato al carro dei veri alleati.

La domanda allora sorge spontanea: stiamo veramente parlando di diritti dell’uomo, di libertà, di democrazia, di salvare vite umane ed impedire un bagno di sangue?
In verità a nessuno interessa un cambiamento di regime  e i popoli della Libia dell’Egitto e della Tunisia, sono destinati a rimanere sotto il dominio del mondo occidentale.
La Catastrofica esperienza delle guerre nei Balcani, in Iraq e Afghanistan dimostrano che la guerra non è una soluzione per la libertà dei popoli ed alla fine si conteranno soltanto centinaia di migliaia di vittime civili.
Gli insorti libici reclamano la libertà e la democrazia e il controllo della vita economica del paese in mano ad un regime corrotto dove lo spirito del clan e l’appartenenza sono le regole del gioco. La richiesta di democrazia da parte dei cittadini libici devono prevalere e perché ciò accada deve essere abolita la dittatura. Questo è vero! Un’ avventura militare, però, come quella che inizia oggi, promossa da potenze interessate solo ed esclusivamente al  petrolio  non potrà soddisfare questa elementare richiesta di libertà.
Come si può aiutare il popolo libico a liberarsi di un dittatore che per decenni è stato coccolato da Washington, Londra e Parigi come il riferimento  “ideale” nella “guerra contro il terrorismo” e come “alleato speciale” in questa stessa guerra presunta  ma nello stesso tempo sempre come importante fornitore di petrolio e acquirente di armamenti sofisticati? Un’azione diplomatica, multilaterale, articolata, certamente sostenuta dalla minaccia della forza come deterrente, non sarebbe  potuta venire a capo del  tiranno di Tripoli? Perché si è dovuto attendere la decisione di  un’azione militare per  dichiarare un embargo generale sulla fornitura di armi e sequestro dei beni della dittatura e dei suoi servi?
Non illudiamoci, dopo quello che è successo oggi sarà facile per Gheddafi presentarsi come  “una vittima dell’imperialismo” e nello stesso tempo avremo sottratto al popolo il diritto ad essere protagonisti della propria  vittoria sul dispotismo degli amanti delle  potenze “occidentali”. Ed infine la disperazione non sarà la  causa, più tragicamente che mai, di una ripresa della follia  del fanatismo identitario?

novembre 18, 2010

Un presidente socialista.

Non lo sapevo, il presidente iracheno, Jalal Talabani, è socialista.
Rifiutandosi di firmare l’ordine di esecuzione per Tarekl Aziz, ex numero due del regime di Saddam Hussein, condannato a morte il mese scorso, il presidente iracheno ha detto solo sei parole: “No. Non firmerò perchè sono socialista”.
Speraimo che non sia socialista come Sacconi o Brunetta.
agosto 19, 2010

Iraq: gli americani se ne vanno. Finalmente una buona notizia.

Con oltre dieci giorni di anticipo rispetto al calendario stilato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la guerra in Iraq, durata circa sette anni e mezzo, è virtualmente finita. Secondo la Nbc, l’ultima brigata da combattimento ha superato durante la notte la frontiera che separa l’Iraq dal Kuwait, oltre sette anni dopo l’inizio della guerra, il 20 marzo 2003, che ha portato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Fonti dell’amministrazione Obama hanno però precisato che la missione di combattimento cambierà natura solo “dal 31 agosto, quando le brigate rimaste saranno riconvertite in forze di assistenza” alle truppe irachene. Ad oggi, secondo le stesse fonti, i militari Usa stanziati in Iraq sono 56.000 e solo a fine mese scenderanno come previsto a 50.000. (ansa)

maggio 20, 2010

2° anteprima di annozero.

… e Bersani che dice?