Posts tagged ‘internazionale’

Mag 5, 2013

Gasparri fa scuola.

Una manifica immagine pubblicata da Internazionale. Metropolitana di Parigi, al lavoro per con i nuovi manifesti di Reporters sans frontières, per la giornata sulla libertà di stampa.

 

 

 

– altre immagini, Repubblica.it
febbraio 24, 2013

SPETTRI E FANTASMI SULLO SCENARIO INTERNAZIONALE: PER UN RILANCIO DELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTA

di Felice Besostri

Un fantasma si aggira per il mondo, ma non in Europa, terreno di caccia riservato al PSE: l’Internazionale Socialista. Se non viviamo nel miglior mondo possibile sappiamo a chi poterlo imputare. Sia chiaro che, se si guarda alla contraddizione tra gli strumenti necessari per tentare di stabilire una società più giusta e i mezzi a disposizione, non si può essere soddisfatti e ciò a prescindere dal fatto se, oltre che la volontà -o la pia intenzione- di cambiare le cose, abbiamo un corpo teorico all’altezza del compito. Il fatto che altre formazioni nazionali o internazionali, per esempio la Sinistra Unita Europea, non ce l’abbiano non è né una consolazione, né una giustificazione.

Le critiche alle insufficienze dell’Internazionale Socialista hanno un fondamento, ma sono al contempo ingenerose e frutto di un modello di internazionalismo che non è, e non può essere, quello di partiti socialisti. Se, infatti, dobbiamo non essere soddisfatti dell’Internazionale Socialista, non dobbiamo mai dimenticare i guasti delle varie incarnazioni dell’internazionalismo comunista, soprattutto perché erano schermo della politica di potenza dell’U.R.S.S., ai cui interessi erano subordinate le tattiche e le strategie dei partiti comunisti affiliati. Lo si è visto nel caso di rotture interne al movimento comunista, quando le differenze non venivano regolate da un dibattito politico condotto sulle riviste ideologiche, ma affidate alla repressione cruenta. Quando ci fu la rottura con la Jugoslavia di Tito, in quel paese i kominternisti venivano internati in lager sulla brulla Isola Calva (Goli Otok) in Dalmazia, mentre nell’Europa orientale i titoisti, anzi i trozkisti titini, erano tra le vittime privilegiate dei processi staliniani, insieme con gli ex combattenti della guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali e i comunisti con ascendenza ebraica. La rottura tra la Cina Popolare e l’U.R.S.S. ha comportato rotture tra i partiti delle due linee con pesanti conseguenze nelle aree di frizione, come in Asia e in America Latina. Nell’Internazionale Socialista, come si è ricostituita nel Secondo Dopoguerra del XX° Secolo (Francoforte s. M. 1951), ci sono partiti che hanno svolto un ruolo di guida, la SPD e i partiti laburisti e socialdemocratici scandinavi: un ruolo che si rafforzava quando erano alla guida del loro paese e i propri esponenti alla guida dell’Internazionale Socialista.

Un nome basta per tutti: Willy Brandt, leader della SPD, Cancelliere tedesco e Presidente dell’IS, anche se non contemporaneamente. La Ostpolitik fu condotta anche grazie all’IS, a quel tempo il PSE era un mero Ufficio di Collegamento tra partiti socialisti nella CEE, come anche su di essa si riverberò il prestigio della Commissione Nord Sud (Commission for International Developmental Issues) presieduta dal Willy Brandt e attiva nell’ambito del sistema ONU. In seguito alle Primavere arabe, sulle quali sta cadendo l’inverno del fondamentalismo islamico, prima che si schiudessero le gemme della democrazia e sbocciassero i fiori della libertà, fu rimproverata la presenza tra gli associati del Partito dell’egiziano Mubarak o quello tunisino di Ben Alì, dimenticando il ruolo essenziale dei laburisti norvegesi negli accordi di Oslo del 1993: un passo decisivo, purtroppo rimasto incompiuto, verso la pace e la convivenza tra israeliani e palestinesi. L’IS è stata per anni l’unica organizzazione che accogliesse tra i suoi membri Al Fatah e partiti socialisti sionisti israeliani, ora come membro effettivo il solo Meretz e lo storico partito laburista di Rabin, declassato ad osservatore. Nella lotta contro l’apartheid, l’Internazionale Socialista è stata una protagonista, così come per l’indipendenza delle colonie portoghesi, non per nulla sono membri effettivi l’ANC del Sud Africa, lo SWAPO della Namibia, lo MPLA angolano, il FRELIMO del Mozambico e i movimenti di liberazione della Guinea e Capo Verde. Movimenti un tempo icone della sinistra antagonista nostrana, come il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sono da tempo membri effettivi dell’Internazionale Socialista, insieme con il più moderato Partito di Liberazione Nazionale di Costarica, l’unico paese che ha abolito le forze armate e che da tempo immemorabile non ha conosciuto golpe y caudillos militari e con un sistema di sicurezza sociale di modello scandinavo. Ha perso colpi con la perdita di potere di Accion Democratica, la cui corruzione non può far dimenticare i meriti del suo leader storico Carlos Andrés Perez, ostacolo ad ogni avventura anti-cubana  o che l’altro membro effettivo venezuelano è il MAS di Teodoro Petkof, l’ideologo di formazione marxista, cui ci si ispirava per una comprensione dei fenomeni politico sociali latino-americani, che non fossero infatuazione romantica del guerrilismo e dell’icona di Che Guevara con il basco nero in testa.

L’appoggio ad Allende e la solidarietà dopo l’11 di settembre è un altro dei meriti dell’Internazionale Socialista e di molti dei suoi partiti membri, compreso il PSI. La sinistra cilena di ispirazione socialista si è divisa, ma anche qui non è senza significato che tutti e tre i tronconi dal Partito per la Democrazia, l’antesignano del PD italiano, il Partito Socialista del Cile e il Partito Radical Socialdemocratico siano membri effettivi e che la vittoria del Frente Amplio in Uruguay, che nel 2004, dopo Chavez 1998, Lagos 2000 e Lula 2002, con l’elezione a presidente del socialista Tabaré Vázquez aprì una nuova serie delle vittorie elettorali della sinistra (Bolivia e Cile 2005, Ecuador 2006) che hanno cambiato il volto politico del Sud America, più dei focolai di guerriglia. Punto di forza il Cile e debolezza il Brasile, perché il Partito Laburista Democratico è nella coalizione di governo ma non fa parte dell’IS, né il Partito Socialista Brasiliano, l’unico partito estraneo a coalizioni di potere e strumentali della storia brasiliana, a differenza dello stesso PCB, né il PT, che pure è invitato permanente e che nel suo statuto si definisce socialista democratico (“com o objetivo de construir o socialismo democrático.”,art. 1 Statuto PT 2012).

Lo scopo di queste informazioni è quello di spingere ad analisi un po’ più articolate della liquidazione dell’IS, per alcuni dei suoi membri nord-africani – tra l’altro non più membri – o centro-americani come il PRI messicano, dimenticando per quest’ultimo paese il Partito della Rivoluzione Democratica e gli affiliati tunisini, come il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà o il Partito Social democratico in Egitto e il Fronte delle Forze Socialiste in Algeria, dove è affiliato anche lo FNL. Il rafforzamento del PSE, peraltro organizzazione fraterna, ha indebolito l’IS, tra i cui 99 membri effettivi soltanto 26 sono europei di 22 paesi e tra essi mancano molti della UE, come il Labour Party della Gran Bretagna, nella cui capitale ha sede, o i laburisti norvegesi, a capo di una delle poche coalizioni di sinistra rosso-verde al governo negli anni delle sconfitte elettorali europee (Germania, Gran Bretagna, Svezia, Portogallo, Spagna e Grecia). Semplici osservatori sono anche gli olandesi del PvdA, per loro scelta, mentre maltesi, estoni, lettoni e  i laburisti della Nuova Zelanda sono scesi di status per mancato pagamento delle quote, in totale sono 18 i partiti in tale situazione. I partiti della IS sono al governo i 51 Stati, in 12 dei quali hanno sia il presidente che la maggioranza parlamentare e in altri 5 il primo ministro. Tra i 19 stati del G20 (il 20° è l’UE) l’IS è presente in 12, ma al governo soltanto in 3 (Francia, Mexico e Sud Africa) e in 2 è opposizione, ma con possibilità di andare al Governo (Germania e Gran Bretagna). Nella Federazione Russa, Brasile, Cina, India e Stati Uniti non ci sono partiti affiliati all’IS, che possano aspirare alla guida di quei paesi. Soltanto il Sud Africa ora e in futuro il Brasile, se aderisse il PT, rappresentano un’eccezione tra le nuove nazioni destinate a un ruolo economico mondiale. Tra i G8 i partiti socialisti possono giocare un ruolo in Francia, Germania e Gran Bretagna, non in Giappone(il Partito Socialista non è più membro ma soltanto quello Socialdemocratico) e in Italia a condizione che il PD risolva i suoi mal di pancia sull’affiliazione internazionale (un possibile e auspicabile sviluppo dell’alleanza elettorale PD, PSI e SEL).

A mio avviso l’IS va rilanciata, un’ottica soltanto europea non basta a una sinistra che voglia essere soggetto attivo a livello planetario, come planetarie sono le sfide dello sviluppo economico, dei diritti dei popoli e della democrazia, ma senza pensare ad un centro organizzatore della rivoluzione socialdemocratica nel mondo. L’art. 1 dello Statuto dice che “ L’INTERNAZIONALE SOCIALISTA è un’associazione di partiti e organizzazioni politiche che cerca di stabilire il socialismo democratico” ma, si precisa all’art. 2, che lo scopo è “di rafforzare la collaborazione tra i partiti affiliati e di coordinare il loro atteggiamenti e attività con il consenso”, non esistono deliberazioni vincolanti, che se anche fossero previste non ci sono strumenti coercitivi per farle rispettare: questa è la grande differenza con le esperienze dell’Internazionale Comunista(Komintern) o del  Information Bureau of the Communist and Workers’ Parties (Cominform), un nome anodino per questioni di immagine, ma dietro il quale si nascondeva il ferreo controllo del PCUS.

Nelle critiche all’Internazionale Socialista si coglie un modello di Internazionale, che non è quello socialista democratico. La sanzione massima, l’espulsione, è difficilissima in quanto è di competenza del Congresso e a maggioranza qualificata dei 2/3 (art. 5.1.,3 Statuto). L’Internazionale Socialista non può essere altro da quello che i partiti, specialmente i maggiori, vogliono che sia. Basta guardare il bilancio del 2010, l’ultimo pubblicato, per capire che non è una priorità per i partiti socialisti. Il totale delle entrate ammonta a Sterline 1.180.127 , aumentato a Sterline 1.380.000 nel 2011, cioè € 1.595.000: nello stesso anno il bilancio del PSE prevede entrate per € 5.187.221, più di 3 volte tanto. Lo staff assorbe un quinto del bilancio e non superava al momento del suo splendore, cioè con la segreteria generale dell’amico Berndt Carlsson( morto nell’attentato libico di Lockerbee all’aereo della Pan Am il 21 dicembre 1988) la decina di persone, fattorini compresi. La forza dell’IS è sempre stata quella del prestigio dei suoi leader, oltre che il nominato Brandt, Olof Pame, Felipe Gonzales, Lionel Jospin, Bruno Kreisky e anche Bettino Craxi, che facilitò l’ingresso del PDS o i dirigenti del Partito laburista Israeliano, quando erano la forza egemone in quel paese: un epoca finita, non solo simbolicamente, con l’assassinio di Itzak Rabin.

L’IS, il cui Presidente Papandreu è stato, nei fatti, abbandonato dai grandi partiti socialisti, che non erano al governo in nessuno dei paesi guida, merita invece un rilancio almeno per due ragioni. La prima è la attualità e validità della sua Dichiarazione dei Principi approvata dal XVIII° Congresso di Stoccolma del 1989, frutto di una Commissione presieduta, se ben ricordo, da Felipe Gonzales. Un documento che contiene le linee per un diverso ordinamento mondiale in buona parte coincidente con quelle dei Forum Social Mundial, iniziati a Porto Alegre nel 2001. La seconda è che tra i suoi membri effettivi c’è un piccolo partito, l’Alleanza Social Democratica di Islanda, nato da un’unificazione tra socialdemocratici e comunisti, al governo insieme con un Partito di sinistra alternativa, grazie a elezioni vinte superando la maggioranza assoluta, senza aiuto di abnormi e porcellosi premi di maggioranza e che nella crisi finanziaria ha preferito, sotto la pressione di 2 referendum popolari, far fallire le banche piuttosto che strozzare i propri cittadini. Speriamo che una rinnovata attenzione per l’Internazionale Socialista spingerà qualche editore a pubblicare in Italiano la monumentale Geschichte der Internationale (Storia dell’Internazionale ) del socialista austriaco Julius Braunthal.    La mancata pubblicazione spiega, tra molti altri fattori, la superficialità, in generale,  o comunque la sottovalutazione, con le quali si affronta il tema della dimensione internazionale della sinistra. Persino il PSI fu lascito fuori dall’IS, che riconosceva soltanto il PSDI, che peraltro aveva tra i suoi ranghi, l’ultima esponente attiva di una generazione di rivoluzionari, Angelica Balabanoff.  Se si fosse dedicato lo stesso tempo ed energie a riflettere sulla crisi ed inadeguatezza degli strumenti di cooperazione oltre le frontiere, di quello dedicato al sub- comandante Marcos, saremmo in una situazione migliore: se esiste un complotto mondiale della grande finanza e delle multinazionali, dovrebbe essere logico costruire strumenti di iniziativa politica allo stesso livello. Pur con i suoi limiti, almeno il campo sovietico, garantiva l’esistenza di un polo alternativo. Ora la diminuzione di controlli sui movimenti di capitale e l’incompiuta costruzione, a livello continentale, di organizzazioni di cooperazione economica e politica in grado di progettare scelte di sviluppo alternative a quelle dettate dal solo profitto a breve termine, rende necessaria l’esistenza di un’organizzazione come l’Internazionale Socialista, in grado di estendere la cooperazione oltre i partiti variamente affiliati, come previsto dall’art. 2 comma 2 dello Statuto: “L’Internazionale Socialista cercherà anche di estendere le relazioni tra l’IS e altri partiti orientati in senso socialista, non affiliati, che desiderano cooperare”. Pare un progetto da sviluppare più interessante della riesumazione dell’Ulivo Mondiale o di un generico democraticismo progressista

dicembre 24, 2011

Himno de la Internacional Socialista

Che bella musica!

luglio 11, 2010

Gli abitanti di un villaggio boliviano vogliono un risarcimento per i ghiacciai che si sciolgono.

 

Per gli Incas e la maggior parte delle civiltà andine, le montagne innevate erano divinità da essere onorate, in quanto fornivano l’acqua. Ma ora sembra che questi dèi stanno perdendo i loro poteri. 

I ricercatori dicono che i ghiacciai si stanno ritirando in maniera drammatica attraverso le Ande a causa delle temperature in aumento.

Nel piccolo villaggio di Khapi, sotto gli splendidi – e ancora coperti di neve – Monti Illimani, il senso di ansia è profondo.

L’idea, appoggiata dal presidente della Bolivia Evo Morales, è nata nel piccolo villaggio. Perché coloro che sono la causa dello scioglimento della neve e del rallentamento delle acque debbono essere giudicati da una corte internazionale di giustizia ambientale.

“Siamo molto preoccupati perché noi non abbiamo l’acqua”, dice Max, un anziano Aymara Indian che mastica foglie di coca e parla con un forte accento spagnolo. “Metà della popolazione di questa comunità se ne è già andata e coloro che sono rimasti sono alle prese con la mancanza di acqua”.

Per la popolazione indigena di Khapi ogni cosa dipende dai ruscelli che scorrono attraverso la loro terra. L’acqua, che considerano sacra, ha tenuto vivi i loro animali e ha consentito alle loro colture di prosperare. Ma negli ultimi 10 o 15 anni, le mutevoli condizioni meteorologiche hanno condotto a flussi di acqua irregolari – i corsi d’acqua diventano torrenti o si trasformano in piccoli rivoli.

“Il tempo è drasticamente cambiato e adesso è due o tre volte più caldo di quanto lo fosse prima. Non possiamo utilizzare l’acqua per le nostre colture e il sole e il caldo sono molto forti. Oggi le nostre coltivazioni sono a secco e i nostri animali stanno morendo, e ci resta solo da piangere”, ha aggiunto Max,  prima di chiedere aiuto alla loro dea andina, Pachamama (immagine a lato).

In questa situazione, le 40 famiglie che compongono la comunità di Khapi hanno deciso di combattere le loro tesi dinanzi a diverse sedi internazionali.

Tra coloro che conducono questa campagna c’è Alivio Aruquipa, uno dei leader della comunità, che per far valere questo suo diritto in difesa delle comunità andine è andato anche alla Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite tenutasi a Copenaghen lo scorso dicembre, dove ha incontrato un sacco di gente proveniente da ogni parte del mondo con problemi simili e dove si è deciso, appunto, di creare una Corte internazionale di giustizia ambientale.

aprile 23, 2010

Earth Day: le 10 piccole azioni per salvare il Pianeta. Basteranno?

1)Utilizzare l’auto il meno possibile e preferire i mezzi pubblici o la bicicletta o spostarsi a piedi.

2. Ridurre l’utilizzo di elettrodomestici (acquistare quelli di classe A) e utilizzarli a pieno carico, tenere il frigo a 5°C o più e il riscaldamento a non più di 21°C, abbassare o spegnere (quando non serve) il riscaldamento, usare la luce solo se necessaria e sostituire le vecchie lampadine con quelle a fluorescenza, spegnere gli standby.

3. Acquistare cibo locale che non abbia percorso molti km per arrivare alla nostra tavola e usare sacchi in tela per fare la spesa e cucinare con pentole a pressione o con coperchio.

4. Non sprecare l’acqua potabile (ridurre il consumo e applicare i vaporizzatori), non utilizzare l’acqua in bottiglia e le stoviglie in plastica.

5. Ridurre i rifiuti e attuare la raccolta differenziata.

6. Piantare alberi e piante se si possiede un pezzo di terreno, usare carta riciclata, acquistare mobili di legno certificato FSC e limitare l’arrivo di posta pubblicitaria.

7. Ridurre o abolire il consumo di carne e pesce e mangiare più frutta e verdura locali.

8.Installare, se possibile, pannelli solarifotovoltaici o piccoli generatori eolici a casa propria, installare doppie finestre o rivestirle con materiali isolanti.

9. Convincere i propri amici, parenti, vicini, studenti e conoscenti per mezzo di dialoghi, e-mail, chat, lettere, etc. a fare lo stesso.

10. Convincere i propri amministratori comunali a piantare alberi in città ridurre il traffico urbano, ad utilizzare negli uffici pubblici carta riciclata e mobili FSC, ad incentivare i cittadini all’utilizzo di pannelli solari.

marzo 30, 2010

Una Europa 100% rinnovabile? Per PricewaterhouseCoopers è possibile

PricewaterhouseCoopers (PWC), colosso mondiale nel settore dei servizi professionali alle aziende del settore energetico, delle utilities e minerario, ha diffuso un report molto ottimistico sul futuro dell’energia in Europa. La previsione di PWC è che, nel 2050, il vecchio continente possa produrre il 100% di energia elettrica da fonte rinnovabile, senza utilizzare petrolio, gas naturale nè la fonte nucleare.

L’orizzonte temporale è decisamente vicino, mentre l’obbiettivo lontano. Eppure, con le giuste strategie, PWC è convinta che la cosa sia fattibile. Il punto cardine di tutta la strategia è l’integrazione totale del mercato elettrico europeo e la sua stretta simbiosi con quello nord africano. Lunga vita al Desertec, quindi. Per ottenere questi primi due risultati molto si dovrà lavorare per ottimizzare le reti di trasmissione dell’energia, creando quella che PWC definisce “supersmartgrid”. In pratica una smart grid intercontinentale, in grado di far viaggiare anche corrente in alta tensione.

Ne consegue la necessità di unificare i mercati europei e collegarli con un unico mercato dell’energia nord africano, creando un unico, gigantesco, sistema di dispacciamento internazionale e un sistema di prezzi in tempo reale. Per quanto riguarda gli impianti di produzione vera e propria dell’energia, PWC chiede che si spinga l’acceleratore sui piccoli impianti domestici senza dimenticare, però, i grossi impianti industriali che faranno il grosso del lavoro nella strategia di riduzione delle emissioni di CO2: