Posts tagged ‘infiltrazioni mafiose al nord italia’

dicembre 4, 2010

Castelli il calabrese.

Un libro sul leghista “scelto” dalla ‘ndrangheta. Il viceministro che fu condannato a rimborsare 33.100 euro per una consulenza “irrazionale e illegittima”, dice: “Non c’entro”. Retromarcia di Libero: prima titola contro Saviano, poi due suoi giornalisti confermano le sue tesi

Saviano ha rotto i Maroni”, titolava Libero appena tre settimane fa riportando le dichiarazioni dell’autore di Gomorra, colpevole di aver denunciato che “la ‘ndrangheta al nord interloquisce con la Lega”.

Adesso due giornalisti dello stesso quotidiano pubblicano un libro in cui, attraverso la testimonianza del pentito Giuseppe Di Bella, ricostruiscono l’ascesa al potere della criminalità organizzata in Lombardia. E raccontano come proprio la ‘ndrangheta nel 1990 abbia scelto i cavalli su cui scommettere tra gli emergenti politici del Carroccio, portandoli fino a “importanti incarichi di Governo”, scrivono gli autori di Metastasi Claudio Antonelli e Gianluigi Nuzzi. Quest’ultimo ieri ha anticipato le critiche: “Non è colpa mia né di Libero se al Nord c’è la malavita”. Spiegando che la differenza è che “Metastasi è un’indagine compiuta in un anno di lavoro” mentre “Saviano ha sigillato un assioma televisivo”.

Se il racconto troverà riscontri, la Lega celodurista della caccia al “terrone mafioso” ne uscirebbe con le ossa rotte. In particolare Castelli. Che da anni racconta la sua città come una zona sana. “Nel 1993 il Comune sconfisse la famiglia Trovato”, ha detto ieri e, intervistato da Enrico Mentana al tg La7, ha invitato Nuzzi “a fare il nome di questo politico”, riconoscendo che “l’identikit si adatta perfettamente a me”. E gli anni coincidono: nel 1990 alle regionali la Lega registra il primo boom (18,9%) e nel 1992 Castelli è eletto per la prima volta alla Camera. “Ma io con Coco Trovato non ho mai parlato”. Nel 2006 “ho ricevuto una lettera con 29 proiettili” ha ricordato, sottolineando che agli amici si inviano altri messaggi. E di amici, l’ingegnere di Lecco, ne sa qualcosa.

novembre 18, 2010

Quello che Maroni non vede.

Le mafie stanno benissimo, sono la prima azienda del paese, fatturano tra i 120 e i 140 miliardi di euro l’anno e hanno un utile che sfiora i 70 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti e alcune spesucce per mantenere famiglie e clan in difficoltà, magari perché i capi sono arrestati,e relative spese legali. Le mafie non conoscono crisi, anzi, grazie alla loro liquidità hanno aumentato la capacità di infiltrazione nell’economia legale sempre più schiacciata, invece, dalla crisi. Le mafie, e più di tutte la ’ndrangheta che si caratterizza per un «sempre maggiore potenziale militare», hanno occupato il nord e ne condizionano la vita economica e sociale.Le inchieste Crimine, Parco sud e Cerberus, con più di trecento arresti tra Lombardia e Calabria, hanno dimostrato il «coinvolgimento di alcuni personaggi, pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con componenti organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed asse- stato oblique vicende amministrative».Le ‘ndrine lombarde, autonome ma sempre legate alla casa madre calabrese, si muovono cercando «consenso» o puntando «sull’assoggettamento», tattiche che «da una parte trascinano i sodalizi nelle attività produttive, dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione che ne possono favori- re i disegni economici». Nasce così, e si consolida, «la mafia imprenditrice calabrese» che con «propri e sfuggenti cartelli d’imprese» si infiltra nel «sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti del- l’edilizia privata», soprattutto nelle opere di urbanizzazione. Il condizionamento ambientale è «fortissimo». Il ventre molle è sempre di più il settore degli appalti le cui tradizionali dinamiche sono modificate da «nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione: il ricorso al massimo ribasso nelle gare d’appalto e i tempi sempre più ristretti per la conclusione delle opere». Prezzi bassi e velocità di esecuzione: sono queste le armi delle ‘ndrine che crescono soprattutto a MIlano e nel suo hinterland. In questo modo «crescono i capitali illeciti nel sistema legale e si creano basi sempre più sicure per ulteriori imprese criminali».(L’Unità)