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marzo 18, 2010

L’arciprete.

Da ragazzo trascorrevo le estati con mia nonna a Candida, estati meravigliose, sempre in campagna a giocare a pallone, andare in bicicletta e a fare tutto quello che durante l’anno non si poteva fare in città. L’arciprete, che io credevo si chiamasse così perché era grande grosso e con una pancia che arrivava molto prima di lui, mi insegnò ad amare la religione cattolica, la messa la mattina, qualche scappellotto e molto spesso a pranzo a casa sua. Viveva con una perpetua, abbastanza brutta per la verità. In una casa poco lontano abitava il fratello della perpetua che aveva due figli di suo ed altri due adottivi, che tutto il paese sapeva essere figli dell’arciprete e della perpetua. Niente di ufficiale. L’arciprete aveva risolto così il problema del celibato dei preti, senza nessuno scandalo, con la complicità di tutta la comunità e con quella saggezza contadina che ti fa risolvere i problemi a prima vista irrisolvibili.

Allora la Chiesa era sempre piena, il prete era parte importante della comunità e la religione cattolica e la fede era considerata un patrimonio e non una pena da scontare. Così sono stato educato. La  Chiesa di oggi mi appartiene meno di quella a cui sono stato educato e mi sento estraneo ad una fede vissuta come una pena da scontare. Ci hanno insegnato a dire la verità e a chiedere scusa quando si doveva. Sarebbe il caso che questi precetti elementari fossero messi in atto da chi ha perso il senso delle cose. Diceva un mio amico “la verità è rivoluzionaria.”