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aprile 1, 2021

IGNAZIO SILONE SEGRETARIO PSI 41/44Parte II°

Silone e il Partito Comunista

Nel 1919 diviene segretario dell’Unione Socialista romana e viene successivamente schedato dalla questura come sovversivo. Il 15 gennaio 1921 è uno degli oratori, a nome dei giovani socialisti, al XVII Congresso del partito che si tiene al Teatro Goldoni di Livorno e che sancisce la spaccatura del partito, con la conseguente convocazione di un congresso costitutivo di un nuovo partito, guidato da Gramsci e Bordiga, in cui Silone entra tra i fondatori: il Partito Comunista d’Italia.È tra i delegati del partito al congresso della Terza Internazionale che si tiene a Mosca ed è lì che conosce Lenin, ricavandone impressioni che si manterranno a lungo nella sua memoria; dell’incontro con il rivoluzionario russo, dirà quasi cinquant’anni dopo:[9]«La prima volta che lo vidi, a Mosca nel 1921, l’apoteosi era già cominciata. Lenin viveva, ormai, tra il mito e la realtà. Erano i giorni del congresso della Terza Internazionale. Lenin partecipava soltanto ad alcune sedute, così come fa il Papa al Concilio. Ma quando entrava nella sala, nasceva un’atmosfera nuova, carica di elettricità. Era un fenomeno fisico, quasi palpabile: si creava un contagio di entusiasmo, come in San Pietro quando dai fedeli intorno alla sedia gestatoria si diffonde un’ondata di fervore fino agli orli della basilica.»Ma Silone rimase anche subito deluso dall’incapacità di dialogo dei bolscevichi (Lenin compreso) saliti al potere, appena ebbe modo, a Mosca, di conoscerli da vicino:«Ciò che mi colpì nei comunisti russi, anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky, era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile.[10]»Entra nelle simpatie di Bordiga che gli affida sovente incarichi esterni, come il controllo dei congressi locali del partito, su cui Silone stende puntuali relazioni e inizia ad eseguire per conto del partito molte missioni politiche all’estero.[11]Nel periodo in cui il fascismo inizia la sua scalata al potere (1922), Silone è a Trieste, impiegato nella redazione de Il Lavoratore, giornale che per la sua propaganda politica comunista viene più volte sottoposto a minacce e attentati da parte dei fascisti; nella città giuliana vive il suo rapporto sentimentale con Gabriella Seidenfeld, ebrea fiumana di origine ungherese conosciuta un anno prima durante uno dei suoi frequenti viaggi politici all’estero. Alla fine dell’anno, in seguito all’opera repressiva sempre più intensa, che colpisce tra i tanti, anche il suo giornale, Silone viene arrestato.Uscito di prigione, col nome di battaglia di “Romano Simone” parte per Berlino, luogo di rifugio di numerosi esuli politici in fuga dall’ondata di arresti che, in quei primi mesi del 1923, colpisce duramente l’organizzazione comunista; subito dopo però, l’Internazionale Giovanile lo invia in missione in Spagna, dove Silone si dedica a fare il corrispondente di un giornale dei comunisti francesi e in seguito ad un foglio di comunisti catalani di Barcellona, ma la sua sovraesposizione non gli consente una più lunga permanenza e riesce a farsi liberare in extremis da un arresto, grazie ai buoni uffici di una suora; non va bene invece alla sua Gabriella, che deve subire un periodo di detenzione a Madrid.Vive per un periodo a Parigi, città nella quale è redattore del giornale La Riscossa e qui ritrova la compagnia di Gabriella, ma, ancora una volta, a causa della sua intensa attività politica, viene notato dalla polizia francese, arrestato ed estradato in Italia, dove fa ritorno all’inizio del 1925.Il dramma di RomoloRomolo TranquilliIl 12 aprile 1928 un attentato alla fiera di Milano, pochi minuti prima dell’arrivo del re Vittorio Emanuele III, provoca 20 morti e 23 feriti. Dopo 6 giorni, a Como, viene arrestato con l’accusa di essere il responsabile della strage, Romolo Tranquilli, fratello minore di Ignazio. Nonostante l’interessamento di Don Orione, certo dell’innocenza del giovane, che riuscirà ad andare a trovare al carcere di Marassi, a Genova, Romolo non può provare la sua innocenza e viene trasferito prima a Roma, e successivamente al carcere di Procida. Il 6 giugno 1931 viene condannato dal Tribunale Speciale a 12 anni di reclusione, per il tentato attraversamento del confine privo di documenti e per macchinazioni politiche contro il regime (nel frattempo il capo di imputazione di strage era caduto). Dal duro carcere di Procida, Romolo, in isolamento, corrisponde con Don Orione, con il cugino Pomponio e, naturalmente con il fratello. Silone, colpito duramente dalle notizie sul fratello[12], apprende della sua morte in carcere nel 1932.Ignazio non amerà mai molto ricordare i fatti tragici di cui fu protagonista il suo Romolo. Dirà più tardi la moglie dello scrittore Darina: «A Zurigo dove lo conobbi, mi aveva raccontato un po’ alla volta la tragica storia di suo fratello: senza dettagli e senza emozione. Dovevo ascoltarlo in silenzio: la minima parola mia gli faceva subito cambiare argomento».Controllato dalla polizia, si rifugia nella sua Pescina dove conduce una vita ritirata, ma non per questo meno densa di contatti con il partito nel quale inizia ad avvicinarsi alle posizioni filo-moscovite di Gramsci e per il quale inizia a lavorare, voluto proprio da Gramsci, con incarichi alla Commissione stampa e propaganda.Nel periodo che segue la morte di Lenin, e dopo un nuovo soggiorno moscovita, Silone prende sempre più atto con orrore del regime totalitario che Stalin sta instaurando in Russia; un regime in cui, come scriverà più tardi in Uscita di sicurezza, ogni divergenza di opinione col gruppo dirigente «era destinata a concludersi con l’annientamento fisico da parte dello stato».Nel 1926, in seguito al giro di vite del regime fascista, il Partito Comunista entra nella clandestinità, trasferendo la segreteria politica a Sturla; qui, con Camilla Ravera e altri esponenti del partito, si trasferisce anche Silone, prendendo alloggio in un edificio da lui ribattezzato “la casa dell’ortolano” (per l’orto incolto antistante che funge da copertura) e da dove inizia ad occuparsi di far stampare l’Unità e di tenere i contatti con le organizzazioni di base.Nel maggio del 1927 viene inviato come delegato all’VIII Plenum dell’Internazionale e si reca a Mosca con Palmiro Togliatti. Da questa nuova esperienza russa esce amareggiato, sia per il malanimo serpeggiante contro la delegazione italiana, sia per la piega che prende il congresso che decreta l’espulsione di Grigorij Zinov’ev, critico verso lo stalinismo, cui seguirà qualche tempo dopo quella più clamorosa di Lev Trotsky.L’arresto del fratello Romolo (1928) e la sua odissea in carcere (vedi nota a lato) lasciano il segno in Silone che negherà anche negli anni successivi che il fratello si sia mai iscritto al Partito Comunista, nonostante le conferme di Romolo stesso e di altre testimonianze accreditate.Intanto il centro estero del partito si trasferisce in Svizzera e Silone sceglie l’esilio prima a Lugano e successivamente nella più sicura Basilea; dalla Svizzera compie tuttavia numerose sortite in Italia, dove rischia più volte l’arresto, riuscendo sempre a cavarsela, in un’occasione anche grazie al provvidenziale intervento di Don Orione.[13]Dopo l’espulsione di Angelo Tasca dal partito, colpevole di aver sposato una linea eccessivamente anti-stalinista e la successiva frattura del gruppo dirigente con i “dissidenti” Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli che contrastano la pragmatica linea togliattiana ormai ripiegata su quella di Stalin, Silone è sospettato di aver sposato le posizioni del “gruppo dei tre”. Conseguentemente alla vittoria di Stalin a Mosca il 9 giugno 1930, i tre vengono espulsi dal partito. Poco dopo tocca a Silone, che apprende la notizia della sua espulsione il 4 luglio 1931 tramite un comunicato del Partito comunista svizzero, mentre si trova nel sanatorio di Davos per curare la tisi che lo tormenta da anni. Indro Montanelli ha ricostruito come segue i passaggi di questa vicenda:«Silone aveva già assistito all’eliminazione del gruppo di Trotsky, Zinov’ev e Kamenev. Ma, non avendo dovuto parteciparvi, era riuscito a vincere il disgusto. Poco tempo dopo però Togliatti gli chiese perentoriamente un gesto di solidarietà, o meglio di complicità, nel linciaggio politico e morale di tre compagni italiani – Leonetti, Ravazzoli e Tresso -, sulla cui dirittura e lealtà non c’erano dubbi. Togliatti stesso redasse la dichiarazione e vi appose a macchina il nome di Silone, convinto che costui, pur non avendola controfirmata di sua mano, non l’avrebbe mai invalidata.Infatti Silone non la invalidò. Ma furono gli avvenimenti che s’incaricarono di farlo. Egli scrisse a Tresso una lettera strettamente confidenziale in cui manifestava il suo dissenso sia da lui che da coloro che l’avevano scomunicato e dai metodi che avevano usato. Non si sa come, ma non per colpa del destinatario, quella missiva cadde in mano ai gruppi trotzkisti che ne pubblicarono sui loro giornali i brandelli, abilmenti ritagliati, che facevano comodo alle loro tesi. I dirigenti di Mosca misero a confronto quel documento con la dichiarazione “rilasciata” a Togliatti. E così, in base a questi due smaccati falsi, Silone venne accusato di doppio giuoco e espulso dal partito.[14]»Amareggiato e disgustato ormai dalla politica, Silone rinuncia praticamente a difendersi dalle accuse che gli vengono mosse, tra le quali quella di essere un trotskista, e conclude così la sua avventura nel Partito Comunista. Spiegherà poi:«Avrei potuto difendermi. Avrei potuto provare la mia buona fede. Avrei potuto dimostrare la mia non appartenenza alla fazione trozkista. Avrei potuto raccontare come si era svolta la scena della pretesa dichiarazione da me “rilasciata” a Togliatti. Avrei potuto; ma non volli. In un attimo ebbi la chiarissima percezione dell’inanità d’ogni furberia, tattica, attesa, compromesso. Dopo un mese, dopo due anni, mi sarei ritrovato daccapo. Era meglio finirla una volta per sempre. Non dovevo lasciarmi sfuggire quella nuova, provvidenziale occasione, quella uscita di sicurezza.[15]»Nel 1990 il PCI, nell’ambito del percorso che l’avrebbe portato a trasformarsi nel Partito Democratico della Sinistra, rivalutò la figura di Silone[16].Il successo letterarioSiloneInizia un periodo molto buio per Silone. Fuori dal partito per cui si era speso per tanti anni, ammalato, esule braccato e ricercato e privo di mezzi di sostentamento tanto più che gli vengono anche a mancare i contributi del partito e moralmente provato dal dramma del fratello, trova inaspettatamente una via d’uscita allo stato di prostrazione in cui è precipitato e che sarà la sua fortuna: la letteratura.Nel 1929-30 soggiorna in Svizzera, a Davos e a Ascona, nel 1931 trascorre buona parte dell’anno tra Davos e la residenza di Comologno “La Barca”, dove ha accettato l’ospitalità, come altri esuli antifascisti, nella casa di proprietà della coppia di antifascisti svizzeri formata dall’avvocato Vladimir Rosembaum e dalla pianista, traduttrice, scrittrice, Aline Valangin, in pochi mesi scrive il suo capolavoro letterario, Fontamara dandogli il nome di un immaginario paesino dell’Abruzzo, con luoghi presi dalla memoria dell’infanzia pescinese dell’autore e che narra della vicenda di umili contadini, i “cafoni” appunto, in rivolta contro i “potenti” per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne. Il romanzo, che rappresenterà uno dei casi letterari del secolo, viene pubblicato soltanto nel 1933 a Zurigo, dove nel frattempo Silone si trasferisce entrando in contatto con l’ambiente fervido culturalmente che la città offre anche grazie alla presenza di numerosi rifugiati politici in cui spiccano importanti artisti, intellettuali, letterati. Così lo scrittore sulla genesi del romanzo:«…credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione, e io stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per l’intensa nostalgia e amore che l’animava, commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa»(Uscita di sicurezza[17].)Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fontamara.Dal 1931 al 1933, dirige la rivista in lingua tedesca Information, da lui stesso fondata e attorno alla quale raccoglie oltre settanta illustri firme della letteratura e dell’arte, cosa che gli consente anche di interessarsi alle nuove tendenze dell’architettura e del design d’avanguardia, essendo entrato in contatto con gli artisti seguaci della Bauhaus.Nel periodo del suo soggiorno zurighese (che si protrarrà sino a dopo la fine del conflitto bellico), Silone è molto attivo sul fronte culturale collaborando ad una piccola casa editrice (Le nuove Edizioni di Capolago) che pubblica principalmente scritti di autori emigrati; intreccia una breve ma intensa relazione con la scrittrice e psicanalista Aline Valangin[18], che lo aiuta molto con le sue conoscenze nella pubblicazione del suo romanzo, mentre nel frattempo si era andata affievolendo quella con Gabriella Seidenfeld cui, tuttavia rimarrà molto legato anche dopo la rottura sentimentale.Nel 1934 esce Il fascismo. Origini e sviluppo (titolo originale in lingua tedesca, Der Faschismus), un saggio politico e l’anno seguente Un viaggio a Parigi, raccolta di racconti di stampo satirico scritti per un giornale svizzero.Nel 1936 è la volta del romanzo Pane e vino (che diventerà nella versione successiva pubblicata da Arnoldo Mondadori Editore nel 1955, Vino e pane), pubblicato a Zurigo l’anno successivo, in cui lo scrittore presenta una vicenda fortemente emblematica che ha numerosi punti di contatto autobiografici (il comunista Pietro Spina che rientra in Italia per scatenare una sollevazione dei contadini marsicani contro i fascisti).Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Vino e pane.Numerosi, come erano stati del resto per Fontamara, sono gli elogi tributati a Silone anche per questo romanzo, ovviamente di intellettuali stranieri tra i quali spiccano Thomas Mann o Thomas Mann ; quest’ultimo recensisce così l’ultimo romanzo siloniano:«Se la parola poesia ha un senso, è qua che la ritrovi, in questo spaccato di un’Italia eterna e rustica, in queste descrizioni di cipressi e di cieli senza eguali e nei gesti secolari di questi contadini italiani»Grazie al nuovo successo letterario Silone diviene ormai stabilmente intellettuale di primissimo piano nella vita culturale europea e, in particolare animatore di quella svizzera; incrementa la sua attività di denuncia sia contro il regime mussoliniano sia contro quello staliniano sovietico, arrivando per quest’ultimo a parlare di “fascismo rosso”, insofferente com’è, per carattere e formazione, ai dogmi ideologici dominanti e spinto dalla sua fede autentica per la libertà e per la vera giustizia.Viene invitato, in questi anni, a collaborare con importanti riviste politiche ma Silone, ancora toccato dall’esperienza dell’uscita dal partito, non accetta né la proposta di Carlo Rosselli a scrivere sulla rivista del suo movimento Giustizia e libertà e a cui risponde di essere «uno che è fuori da ogni organizzazione e fuori vuole restare»[19], né, più tardi all’invito rivoltogli dagli intellettuali tedeschi filo-sovietici di Das Wort, rivista diretta da Bertolt Brecht.È anche dalle considerazioni sul “fascismo rosso” che scaturisce il suo nuovo saggio La scuola dei dittatori, anomalo nella struttura narrativa (è infatti un dialogo fra tre personaggi, con un’impronta fortemente ironica e sarcastica) che viene pubblicato in tedesco nel 1938 e che è subito tradotto in Inghilterra e negli Stati Uniti, risentendo però molto in termini di diffusione per la mancata edizione francese e per le proibizioni in Germania, in Austria, oltre che, ovviamente in Italia dove approderà solo nel 1962, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore.Pure del 1938 è uno scritto pubblicato a Londra (solo nel 1949 stampato in Italia dalla rivista Il Ponte con il titolo di Nuovo incontro con Giuseppe Mazzini) in cui Silone pone l’accento su alcuni aspetti peculiari del pensiero mazziniano ai quali sovente darà forma nei suoi romanzi e nei suoi scritti.L’anno seguente Silone si riavvicina, per la prima volta dopo la traumatica uscita dal Partito Comunista, alla politica, sebbene soltanto sotto forma di considerazioni scaturite in un’intervista concessa ad una rivista della sinistra radicale americana; per Silone è necessario ripartire da un socialismo più autentico per poter costruire la cosiddetta “terza via”, in antitesi alle democrazie e ai fascismi dell’epoca.[20]Dopo un mandato di cattura con richiesta di estradizione al governo elvetico fatta pervenire dall’Italia, sebbene non andata a buon fine per il diniego svizzero che impone allo scrittore solo un divieto di esercitare propaganda politica, Silone anche in concomitanza con l’entrata in guerra del suo paese, entra a far parte del Centro Estero del Partito Socialista, diventandone segretario col nome clandestino di “Sormani”.Gli anni della guerraSilone con Ivan Matteo Lombardo e Sandro Pertini al XXIV Congresso del PSI (PSIUP) di Firenze del 1946Nel 1941 esce in tedesco Il seme sotto la neve, poi pubblicato l’anno seguente dalle “Nuove Edizioni di Capolago” a Lugano, in lingua italiana, nonostante i tentativi del governo elvetico, su pressioni della Legazione italiana a Berna, di sottoporre il romanzo a tagli censori. La vicenda narrata sembra essere la naturale prosecuzione di Pane e vino e il romanzo frutta a Silone giudizi estremamente lusinghieri, soprattutto dalla stampa e dalla critica letteraria straniera.Nel dicembre dello stesso anno Silone conosce a Zurigo Darina Laracy, giovane corrispondente irlandese del New York Herald Tribune; dal primo incontro avvenuto in una nota biblioteca della città svizzera, passando per la successiva frequentazione sino alle nozze celebrate a Roma quattro anni più tardi, Darina resterà compagna inseparabile di Silone sino alla morte di lui.Nel 1942 ad una conferenza dal titolo Situazione degli ex, Silone illustra le sue idee ad un folto gruppo di esponenti politici svizzeri e tedeschi, attaccando il marxismo la cui involuzione dogmatica è, per lo scrittore, «una delle tragedie della nostra epoca», riscoprendo l’eredità cristiana e auspicando il federalismo per l’Europa alla fine del conflitto; parla inoltre del cosiddetto “Terzo Fronte” che si contrappone sia al fascismo sia all’ingerenza delle democrazie alleate, lanciando l’omonima testata di una rivista che assume come parola d’ordine la formula gandhiana della “disobbedienza civile”. Redige inoltre Il manifesto per la disubbidienza civile, pubblicato sul foglio “Il Terzo Fronte. Organo del Partito Socialista Italiano”.A causa del suo eccessivo esporsi le autorità elvetiche dispongono il suo arresto, avvenuto il 14 dicembre 1942 con l’accusa di “illecito svolgimento di attività politica” ma, il provvedimento di espulsione emesso in seguito alla richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano non verrà mai eseguito; Silone infatti viene prima internato per motivi di salute a Davos, quindi a Baden, dove resterà sino alla fine della sua permanenza in Svizzera.È del 1944 la riduzione teatrale di Pane e Vino e prende il titolo di Ed egli si nascose pubblicato prima in tedesco e quindi in inglese grazie alla traduzione di Darina; in Italia il dramma appare solo l’anno successivo pubblicato dalla Editrice Documento.Dal 1º febbraio 1944 diventa direttore della nuova edizione della rivista l’Avvenire dei lavoratori, vecchio foglio di Zurigo, uscito in veste rinnovata e che Silone anima con interessanti dibattiti culturali, scrivendo gran parte degli articoli e scegliendo i temi da trattare; parallelamente collabora ad un’altra rivista, Libera Stampa, giornale d’ispirazione socialista del Canton Ticino.Il ritorno in patriaIl 13 ottobre 1944 Silone rientra in Italia, dopo anni di esilio, atterrando con un piccolo aereo militare americano all’aeroporto di Capodichino di Napoli; trascorre la notte a Caserta e il giorno dopo è a Roma dove si vede con Pietro Nenni. Così il leader socialista annoterà nel suo diario, ricordando l’incontro[21]:«L’incontro è stato affettuosissimo. Silone era molto commosso. Per tagliar corto ad ogni recriminazione sul passato egli ha tenuto a dirmi che per lui io ero il capo del partito, che egli concordava pienamente con la politica unitaria, che si metteva a disposizione del partito se lo ritenevo utilizzabile, che in caso diverso, si sarebbe rifugiato nella sua attività di scrittore.»Dopo la Liberazione e il difficile ritorno del paese alla normalità post-bellica, lo scrittore pescinese inizia la sua attività culturale anche in Italia, mostrando subito alcuni lati del suo anticonformismo, prendendo posizione contro l’antifascismo di facciata e manifestando la sua contrarietà ad ogni epurazione (a tal proposito pubblica sull’Avanti! un articolo dall’eloquente titolo Superare l’antifascismo[22]).Per Silone la politica è indissociabile dalla cultura e le sue analisi acute e profonde si manifestano sia in saggi pubblicati su varie riviste[23], sia anche attraverso la partecipazione attiva a interessanti iniziative culturali (è presidente dell’Associazione Nazionale “Amici dell’Università” e fonda con la moglie il “Teatro del Popolo”).Nel dicembre 1945 Silone è nominato direttore dell’edizione romana dell’Avanti!, dopo aver sottoscritto, assieme a Sandro Pertini, la mozione vincitrice del Primo Congresso Socialista; manterrà l’incarico sino all’estate dell’anno successivo. Viene quindi invitato a Londra assieme a Nenni, dal Partito Laburista per le discussioni informali sul trattato di pace; qui conosce George Orwell con cui si incontra più volte.Nel 1946 fonda e dirige il periodico (prima quindicinale, poi trasformato in settimanale) Europa socialista, al quale dedica notevoli energie e larga parte del suo tempo, tanto da vedersi costretto a rinunciare all’incarico di Ambasciatore italiano a Parigi. La linea editoriale che Silone dà al periodico, riprendendo di fatto la battaglia politica e culturale condotta con l’Avvenire dei Lavoratori, si prefigge principalmente di rivendicare l’autonomia socialista dal PCI, di analizzare il rapporto tra politica e cultura e di lanciare il tema dell’unità europea.Impegno politico e culturalePrende parte alla “battaglia” politica all’interno del Partito Socialista, di cui fa parte, muovendosi sul piano della contestazione alla linea affine al PCI e per rivendicare l’autonomia socialista; innovative per l’epoca sono anche le sue posizioni di apertura verso la Chiesa: nel 1948 si schiera contro il Fronte popolare voluto da Nenni e l’insuccesso elettorale dei socialisti gli dà ragione. Sono le premesse della sua nuova delusione politica che maturerà nella breve esperienza del Partito Socialista Unitario fondato nel dicembre 1949, dalla confluenza della corrente autonomista del PSI di Giuseppe Romita, con la corrente di sinistra del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI). Sempre nel 1948 aveva sottoscritto, assieme a numerosi altri intellettuali e uomini di cultura, il manifesto Europa cultura e libertà.Intanto, per la prima volta la critica italiana sembra iniziare ad accorgersi del valore dello scrittore abruzzese, apprezzatissimo all’estero, ma ancora poco valutato in patria; significativo è il giudizio di Geno Pampaloni[24] che afferma, agli inizi del 1949:«l’importanza di Silone nella nostra letteratura contemporanea è notevole, più grande certamente di quanto la critica sinora non abbia sospettato.»Nello stesso anno Fontamara esce sulla grande scena editoriale, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore, cui Silone era approdato e con cui rimarrà legato sino alla fine della sua produzione letteraria, seguito dalla seconda edizione de Il seme sotto la neve e dal suo primo romanzo del dopoguerra.Il nuovo romanzo, Una manciata di more, uscito nel 1952, è un vero e proprio atto d’accusa all’establishement comunista che per Silone appare ormai fagocitato nell’orbita sovietica avendo perso ogni contatto con i problemi reali della classe operaia. Mentre all’estero, come ormai di consueto, numerose sono le critiche positive che accolgono l’uscita del romanzo (che verrà tradotto in oltre dieci lingue), in Italia, come era prevedibile scoppiano le polemiche; duri attacchi vengono riservati allo scrittore dalle colonne dell’Unità, di Rinascita e dell’Avanti![25], cui seguiranno le altrettanto dure schermaglie verbali fra lo scrittore[26] e Togliatti[27].Nel 1953, in un clima politico animato da un dibattito interno e internazionale piuttosto rovente, Silone è convinto da Giuseppe Saragat a candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del PSDI, ricavandone un insuccesso personale; primo dei non eletti nella XX circoscrizione (L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo), ottiene appena 320 voti nella sua Pescina. Da quel momento si allontana in modo definitivo dalla politica attiva.Rivista Tempo presente, novembre 1961È presidente della giuria alla Mostra del cinema di Venezia del 1954 e l’impegno appassionato nell’Associazione per la libertà della cultura di cui lo scrittore abruzzese è uno dei principali animatori e dai cui soci viene soprannominato col termine gandhiano di mahatma (grande anima) lo porta a frequenti viaggi all’estero, durante i quali partecipa a conferenze e dibattiti assieme a personaggi del calibro di Jean Paul Sartre (cui Silone era in quel momento vicino, così ancor maggiormente alle idee di Simone Weil[28]).Dopo l’uscita della nuova edizione di Vino e pane, rimaneggiata e ampliata, secondo la consuetudine propria di Silone, di riadattare alcune sue opere con revisioni e aggiornamenti, fonda con Nicola Chiaromonte la rivista Tempo presente (aprile 1956), rispondendo alla necessità di portare in stampa un foglio culturale slegato dagli apparati dei partiti e indipendente dalle pressioni politiche e ideologiche. La rivista verrà considerata dalla storica e giornalista inglese Francis Stonor Saunders (in La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti), destinataria di finanziamenti della CIA attraverso l’Associazione per la libertà della cultura[29], sebbene lo stesso Silone dichiarerà di esserne all’oscuro e di aver appreso la provenienza dei fondi solo nel 1967[30].In seguito alla Rivoluzione ungherese del 1956, simpatizza per i rivoltosi di Budapest dirigendo il giornale magiaro d’Italia Olaszorszagi Magyar Ujsag e pubblica sul giornale francese L’Express, nel dicembre 1956, il saggio La lezione di Budapest, in cui, tra l’altro, attacca duramente l’atteggiamento di Togliatti che per lo scrittore nei confronti dei fatti ungheresi ha dimostrato di essere:«di una volgarità e un’insolenza che la lingua italiana non aveva più conosciute dalla caduta del fascismo.»Prende parte attivamente, sempre nel 1956, alla battaglia di opinione in favore del sociologo triestino Danilo Dolci, schieratosi al fianco dei contadini a Partinico e ivi arrestato pretestuosamente.Spunti autobiografici e impianto scenico ancora una volta “abruzzese” caratterizzano il nuovo romanzo dello scrittore che vede le stampe nel 1956: Il segreto di Luca. In aggiunta a questi temi, ormai classici nella narrativa siloniana, va segnalato per questo romanzo un approccio diverso, se non altro per la presenza di una storia d’amore, tematica sinora estranea alla produzione letteraria dell’ex-esule.Partecipando a Rodi, dal 6 all’11 ottobre 1958 ad un importante seminario dal titolo Governi rappresentativi e libertà pubbliche nei nuovi stati incentrato su temi di politica internazionale, ma dal cui pulpito lo scrittore lancia un segnale alla politica italiana, Silone inizia la sua “battaglia” ideale contro i partiti e la politicizzazione dell’intera vita pubblica nazionale.[31]”Cristiano senza chiesa”Con una lucidità di analisi in grado di precorrere i tempi, Silone inizia a parlare già in quegli anni di regime partitocratico, affermando che «dato che il vero centro del potere reale è fuori dal parlamento, negli Esecutivi dei partiti, sarebbe più esatto dire che noi viviamo in un regime di partitocrazia». Dalla polemica contro gli apparati dei partiti, prende le mosse, sfociando in una dura presa di posizione nel corso della riunione Amici del mondo del 1959 tenuta in occasione del trentennale del Concordato, l’analisi delle intromissioni della Chiesa nella vita politica italiana che esercita per Silone un decisivo controllo sul principale partito italiano, la DC.[32]Come si era dimostrato “socialista senza partito”, così Silone manifesta la sua insofferenze per le gerarchie ecclesiastiche, autodefinendosi anche “cristiano senza chiesa”[33]; fautore di un Cristianesimo capace di ripercorrere la sua storia per tornare alla purezza del messaggio evangelico delle origini, l’intellettuale abruzzese matura, già negli ultimi anni cinquanta le sue convinzioni che lo porteranno a scrivere alla fine del decennio successivo uno dei suoi libri di maggior successo di critica. Il “socialismo cristiano” di Silone non ammette compromessi con sovrastrutture e apparati; di lui così scriveranno i critici:«La corruzione della religione era tra le cose che più lo ferivano e lo muovevano a sdegno»[34]Nel maggio del 1960 viene pubblicato La volpe e le camelie, romanzo che si presenta come rifacimento di un vecchio racconto inserito ne Il viaggio a Parigi, dal titolo La volpe, opera forse non tra le sue più conosciute ma che, nonostante alcune critiche espresse dall’editore Alberto Mondadori riuscirà a vendere nella sua seconda edizione (1964), oltre 70.000 copie.L’anno seguente prende parte ad un convegno sulla letteratura araba contemporanea, di cui la rivista Tempo presente è tra gli organizzatori e intraprende un viaggio con la moglie nel Medio Oriente. Visitando la Terra Santa, definisce quei luoghi, così simili a quelli dei suoi romanzi, «paesaggio dell’anima».Nel 1962, dopo l’uscita della terza edizione de Il seme sotto la neve e de La scuola dei dittatori, saggio analitico del fascismo e più in generale dei totalitarismi, inizia la sua collaborazione con Il Resto del Carlino, su pressante invito di Giovanni Spadolini, proprio mentre le fortune economiche di Tempo presente iniziano a creare enormi difficoltà a Silone e Chiaromonte che riusciranno comunque a far uscire la rivista sino al 1968.Nel 1963 diventa addetto culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, nonostante le polemiche che c’erano state sui presunti finanziamenti occulti americani alla rivista Tempo presente, peraltro sdegnosamente smentite da Silone, vincendo per la prima volta una sorta di scetticismo ad impegnarsi con gli americani stessi che pur lo stimavano notevolmente come scrittore da un lato ma che lo avevano accusato di maccartismo dall’altro.Il riconoscimento della criticaIl 1965 è l’anno di pubblicazione di Uscita di sicurezza. È questa l’opera che inizia a dargli i primi reali riconoscimenti della critica italiana. Lo scrittore, sin dai tempi di Fontamara, apprezzatissimo e valutato positivamente all’estero, non aveva avuto che scarni riconoscimenti in Italia dove la critica lo bollava abbastanza sbrigativamente come autore della letteratura del “fuoriuscitismo” e incline ad un atteggiamento moralistico e dallo scarso valore artistico.Con Uscita di sicurezza, che si presenta come una sorta di “diario politico” ci si rende conto di avere a che fare con un personaggio diverso e non mancano le autocritiche di chi in passato lo aveva osteggiato.[35]A quest’opera di riabilitazione, ancorché tardiva, sfuggono tuttavia gli intellettuali di ispirazione marxista che, nonostante la coraggiosa presa di posizione in favore di Silone di Carlo Bo[36], non gli consentono di prendere parte al Premio Viareggio di quell’anno; significativa è la frase che, secondo alcuni, avrebbe pronunciato il presidente del premio letterario, Leonida Répaci che, parlando di Uscita di sicurezza e caldeggiando la sua esclusione dal premio letterario, avrebbe affermato espressamente: «Non si può premiare un libro che offende la memoria di Togliatti».[37]Molto più benevoli rispetto al passato si dimostrano invece i critici di ispirazione cattolica, che accolgono l’opera se non altro con compassata assenza di preconcetti. All’estero invece si continua ad osannare lo scrittore abruzzese; così parla di Silone nel 1969, Irwing Howe:[38]«Ogni sua parola sembra avere una qualità speciale, un’impronta di fraterna, disincantata umanità. È veramente un po’ un mistero che la critica letteraria con tutte le sue solennità, non ha mai ben penetrato: che un uomo, scrivendo così semplicemente e senza pretese, possa far sentire come inconfondibilmente suo tutto ciò che pubblica» e lo elogia anche Bertrand Russell accostandolo alle grandi personalità italiane di sempre.[39]A testimoniare il grande senso di autonomia del pensiero siloniano, ecco quanto il pescinese scrive in Uscita di sicurezza, a proposito del concetto di libertà, in lui sempre molto forte, sino a sfiorare per alcuni versi l’anarchismo:«La libertà… è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.»Nel 1966 riceve la laurea honoris causa a Yale, negli Stati Uniti e sempre in quell’anno la RAI manda in onda una riduzione teatrale di Ed egli si nascose e un telefilm tratto da La volpe e le camelie. La popolarità di Silone, dopo anni di ostracismo, inizia a lievitare.Il Super CampielloLocandina della riduzione teatrale de L’avventura di un povero cristianoMa la consacrazione definitiva di Silone in patria, ancorché tardiva, giunge con il 1968, anno in cui esce L’avventura di un povero cristiano, il suo ultimo libro pubblicato in vita. Si tratta di uno scritto che reinterpreta, attualizzandola, la vicenda di Celestino V, forse il papa del “gran rifiuto” dantesco. Per approfondire le vicende del papa-eremita, Silone aveva lavorato alacremente per oltre un anno nel suo Abruzzo, tra Sulmona, Avezzano, L’Aquila e Pescasseroli con ricerche di documenti d’archivio e nonostante alcuni seri problemi di salute (fu ricoverato anche in ospedale).Nella prima parte del libro lo scrittore pescinese ricostruisce proprio il suo percorso in terra d’Abruzzo, di cui decanta il sentore di quella purezza dell’ideale cristiano cui si sente profondamente legato. Così Silone descrive la Majella, il monte che fece da scenario alle vicende di Pietro Celestino, narrate nel libro:«La Maiella è il Libano di noi abruzzesi. I suoi contrafforti, le sue grotte, i suoi valichi sono carichi di memorie. Negli stessi luoghi dove un tempo, come in una Tebaide, vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti centinaia e centinaia di fuorilegge, di prigionieri di guerra evasi, di partigiani, assistiti da gran parte della popolazione»L’avventura di un povero cristiano è un successo editoriale e di critica e grazie al libro Silone vince nel maggio del ’68, a Udine, il Premio Moretti d’Oro e il 3 settembre gli viene conferito a Venezia il Super Campiello.[40] Lo scrittore, colpito ancora da un’indisposizione non può presenziare alla cerimonia di premiazione all’Isola di San Giorgio, ma si collega da casa grazie alla RAI.La critica è quasi unanime nel considerare l’ultimo lavoro letterario prodotto come il punto più alto dell’intera produzione siloniana; la stampa comunista sembra invece continuare ad ignorarlo. Il libro riceverà, 4 anni dopo la morte dello scrittore, anche il Campiello d’Oro dei vent’anni (1982).Il 31 agosto 1969 l’Avventura trova la sua dimensione teatrale, peraltro presente volutamente nel testo, con la messa in scena del dramma celestiniano a San Miniato; seguirà una seconda rappresentazione il 21 gennaio 1971 ad Ancona.Ma il 1968, anno di successi personali per Silone, oltre che di stravolgimenti politici che non lasciano indifferente lo scrittore, è anche l’anno in cui si chiude l’esperienza di Tempo presente che, per difficoltà economiche, sospende le sue pubblicazioni.Gli ultimi anniIl 19 marzo 1968 Silone è insignito del Premio internazionale di letteratura a Gerusalemme; l’anno seguente, in occasione del suo settantesimo compleanno, riceve numerose attestazioni di stima con articoli sui principali quotidiani italiani[41], con la pubblicazione di saggi e studi sullo scrittore e con un numero speciale della rivista Il Dramma che raccoglie testimonianze di scrittori e intellettuali di tutto il mondo e su cui lo stesso Répaci che, anni prima gli aveva negato il Premio Viareggio, ora dice di lui:«è uno dei massimi scrittori d’oggi ed è una vergogna l’averlo tenuto per decenni nell’ombra».Gli viene conferita la laurea honoris causa all’Università di Tolosa con la seguente motivazione: «aver anticipato con la sua opera i problemi giovanili del maggio parigino»; a Parigi gli viene conferito nel 1971 il premio mondiale della letteratura “Del Duca” ma, dopo la premiazione è colto da malore e viene ricoverato. I suoi problemi di salute, aumentati a partire dal 1972 non gli consentono più frequenti spostamenti dalla sua casa romana di via Villa Ricotti dove vive con la moglie Darina, ma nonostante ciò continua a partecipare a dibattiti intellettuali e a scrivere.Nel 1974 viene pubblicato su Oggi e domani, rivista pescarese, un suo racconto dal titolo Vita e morte di un uomo semplice. Nel 1977 è colpito da un’altra grave crisi del suo male, ma la moglie Darina lo porta a Fiuggi e il peggio viene scongiurato. Nello stesso anno Silone inizia a scrivere il suo nuovo romanzo, Severina, una storia di una ragazza orfana allevata in un convento che assiste ad un corteo operaio in cui viene ucciso un manifestante. Ma lo scrittore non riesce a completare il romanzo; dopo il suo ritorno a Roma infatti, Silone si aggrava e il viaggio verso la clinica Florissant di Ginevra sarà l’ultimo della sua vita.La tomba di Silone a Pescina alla base del campanile di San BerardoIl 22 agosto 1978 Ignazio Silone muore nella clinica ginevrina e due giorni dopo le sue ceneri vengono trasportate a Pescina per essere poste nella tomba di famiglia. L’anno successivo le ceneri dello scrittore sono collocate nel luogo dove riposano tuttora, per adempiere alla sua richiesta:«Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza.»Aveva detto qualche anno prima, in un’intervista in cui gli era stato chiesto se avesse paura della morte:«No. Le sono stato varie volte molto vicino perché la mia salute non è mai stata molto forte. Sì, ho avuto dei momenti in cui le sono stato assai vicino. Non ne ho paura. È una realtà che fa parte dell’insieme degli altri problemi sul significato della vita. Chi pensa seriamente al significato dell’esistenza non può non pensare anche alla morte che è la fine dell’esistenza.»Tre anni dopo la morte del marito, nel 1981, Darina Laracy porta a termine il lavoro di revisione e completamento dell’ultimo romanzo, Severina, e lo dà alle stampe.Nel 1990 gli viene attribuito il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante alla memoria.[42]Le tematiche siloniane«Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui. È una contrada, come il resto d’Abruzzo, povera di storia civile, e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha monumenti degni di nota che chiese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini. La condizione dell’esistenza umana vi è sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l’anarchia.[43]»Care a Silone sono senz’altro le tematiche di denuncia sociale[44] e di impegno politico profondo di cui tutte le sue opere sono impregnate. Lo scrittore abruzzese è tra i primi, assieme ad una nutrita schiera di scrittori anglosassoni, ad affrontare le tematiche sociali all’interno della forma narrativa del romanzo; ma Silone è portatore di tematiche contadine, laddove altri avevano invece analizzato il mondo operaio della società post-industriale. Emblematico di tutto ciò è ovviamente Fontamara, in cui la critica sociale emerge da uno sfondo di solidarietà e pietà cristiana, e accanto ad altri temi del periodo in cui il romanzo fu scritto, come lo spaccato della vita italiana nelle campagne nel periodo fascista, l’ignoranza dei “cafoni” e la loro assoluta distanza dalla politica, rappresentate con toni ora satirici ora più amari e disincantati.Forti sono state le ripercussioni che le vicende personali dello scrittore hanno avuto su tutta la sua produzione letteraria. L’uscita forzata dal Partito Comunista, dopo la disillusione dello stalinismo, l’assunzione di posizioni di intransigenza e di rifiuto del compromesso con qualsiasi sovrastruttura costituita, accanto al ritrovato impegno culturale e politico prima come antifascista, poi come portatore di ideali di “socialismo cristiano”, hanno fatto emergere spunti fortemente autobiografici in opere come Pane e vino, Il seme sotto la neve o Il segreto di Luca.Il protagonista di Pane e vino ad esempio, il rivoluzionario Pietro Spina, si pone in forte antagonismo con il conformismo politico dello stesso partito in cui ha militato e da cui è stato espulso, e cerca quindi, disilluso, di recuperare quegli ideali di libertà e di solidarietà umana che erano alla base del suo credo, con un tentativo di ritorno quasi utopistico ai valori elementari dell’uomo.Gli schemi narrativi siloniani, fatti di un linguaggio semplice, per certi versi poco letterario, sono sovente costruiti sulla base della salda cultura contadina da cui l’autore proviene e sono talvolta il risultato delle narrazioni delle storie di vita, delle leggende, delle credenze popolari apprese in età giovanile nel suo Abruzzo. È così ad esempio, che la rappresentazione quasi mitica dei “cafoni” fontamaresi, contrapposti in modo netto a tutte le altre componenti sociali, assume una valenza per certi aspetti inedita nella letteratura, essendo Silone il primo a presentare la realtà contadina del meridione d’Italia non più come idilliaca e oleografica, ma amara, cruda e conflittuale, con tutto il suo disperato pathos di rassegnazione e di sacrificio. Così scrive ne Il seme sotto la neve:«La verità non è nella coscienza dei poveri, ma nella loro esistenza; essi vi sono murati, incorporati; da capo a piedi». A conferma di ciò, è significativo il giudizio di Gustav Herling il quale rileva che «per Silone il metro di misura era la vita quotidiana, in particolare quella della regione dove era nato. Lì era la vera fonte del suo modo di ragionare».[45]Importanti sono i temi legati alla religione nella produzione siloniana, in particolare la rielaborazione degli ideali cristiani alla luce del dilemma tra la disobbedienza all’autorità gerarchica costituita (la Chiesa) e la coscienza di chi crede. Il cristianesimo di Silone non è dogmatico, ma è ispirato ai valori primitivi dell’amore disinteressato, dell’abbattimento delle diseguaglianze sociali, della lotta incessante all’ingiustizia[46], della solidarietà, del rifiuto di ogni compromesso, come emerge in modo emblematico ne L’avventura di un povero cristiano, romanzo in cui l’autore presenta la figura di Celestino V come modello per il suo cristianesimo. Silone si rifà, in maniera utopica, alla figura del mistico Gioacchino da Fiore, come spiega in Uscità di sicurezza: «Presso i più sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s’è mai spenta l’antica speranza del Regno, l’antica attesa della carità che sostituisca la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini».GiudiziCrystal128-file-broken.svgQuesta voce o sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni.Motivo: le citazioni vanno spostate su WikiquoteRisistema la struttura espositiva, logica e/o bibliografica dei contenuti. Nella discussione puoi collaborare con altri utenti alla risistemazione.Niente fonti!Questa voce o sezione sugli argomenti giornalisti italiani e scrittori italiani non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.Commento: ottobre 2013Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull’uso delle fonti. Segui i suggerimenti dei progetti di riferimento 1, 2.«Notavo in lui molta sensibilità, molta impressionabilità anche, ma nello stesso tempo un fervore nella sua fede comunista. Era stato educato cattolico e la domanda, che del resto è di ogni essere umano, perché ci siamo e cos’è questo universo e dove va?, questa è la domanda, ch’è al fondo di ogni religione, era in lui, io lo sentivo»(Camilla Ravera)«Vorrei dirle quanto l’apprezzo e la stimo come uomo e come artista, e con quanta profondità mi afferra e mi colpisce la serietà della sua vita, di cui ho potuto ascoltare recentemente qualche particolare più intimo, e come mi è caro prezioso conoscerla, cosa che verosimilmente non sarebbe stata possibile se entrambi i nostri destini avessero avuto un corso più piatto e comodo»(Thomas Mann, dopo aver letto Fontamara)«La rivoluzione di Silone è la rivoluzione degli uomini nudi. Nudi, non soltanto nel senso di sprovveduti ma, più profondamente, nel senso di uomini soli, solamente uomini. Uomini che conoscono la loro solitudine e si sforzano perpetuamente di spezzarla con la fiducia e con le opere di misericordia: dar da bere agli assetati, nutrire gli ignudi, guarire gli ammalati»(Gilbert Sigaux)«A meritare il Nobel era Silone. Silone parla a tutta l’Europa. Se io mi sento legato a lui, è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione nazionale e anche provinciale»(Albert Camus)«Silone è stato escluso dal Viareggio così come sinora lo abbiamo escluso dalle nostre preoccupazioni e dalle nostre riflessioni quotidiane, un po’ perché il suo caso disturba, dà noia, e soprattutto perché affrontarlo richiederebbe un altro impegno e finirebbe per investire tutta la nostra struttura intellettuale e spirituale.»(Carlo Bo, 1º agosto 1965[47])«È ora di riconoscere che Silone, questo scrittore di un libro unico, monomane per sincerità e perché ha qualcosa di preciso e urgente da dire, asciutto, intenso, pieno di riserve segrete, condotto allo scrivere solo da una prepotente necessità interiore, è uno dei pochi nostri scrittori viventi dotati di grandezza»(Guido Piovene)«Sogno…sì, sogno un cristianesimo sociale e diciamo pure socialista. Un cristianesimo che ormai prescinda dalle strutture storiche della Chiesa, ma che riscopra alcuni vecchi miti, profonde tradizioni e che ami la libertà. E un socialismo non ancorato alle ideologie di partito e meno ancora agli apparati burocratici. È vero, sa di utopia (…) Dimenticavo, c’è uno scrittore italiano che sento vicino in questo sogno, uno scrittore che stimo anche come uomo, Ignazio Silone.»(Heinrich Böll)«Leggendo i suoi primi romanzi, Fontamara, Pane e vino, Il seme sotto la neve, e pur ammirandoli, ero caduto in abbaglio sull’autore. Lo avevo preso per uno di quegl’industriali dell’antifascismo che, riparati all’estero, avevano trovato nella universale avversione alla dittatura una comoda scorciatoia al successo dei libri di denunzia. Lo consideravo insomma un profittatore del regime a rovescio (come del resto ce ne sono stati). E una conferma mi era parso di vederla nel fatto che finito, col fascismo, l’antifascismo, parve finito anche il narratore Silone.Poi vennero Una manciata di more, Il segreto di Luca, La volpe e le camelie. Ma vennero soprattutto alcuni saggi politici che mi costrinsero a ricredermi. Ed era proprio questo che non riuscivo a perdonargli. Mi era antipatico non per i suoi, ma per i miei errori. Più lo conoscevo attraverso i suoi scritti, e più dovevo constatare che non solo egli non somiglia affatto al personaggio che m’ero immaginato, ma che anzi ne rappresenta la flagrante contraddizione. […]Fenomeno unico, o quasi unico, fra gli sconsacrati del comunismo che di solito non superano mai più il trauma e trascorrono il resto della loro vita a ritorcere l’anatema, Silone non recrimina. Egli rifiuta i grintosi e uggiosi atteggiamenti del moralista, o meglio ne è incapace. Domenicano con se stesso, è francescano con gli altri, e quindi restio a coinvolgerli nella propria autocritica. Cerca di metterne al riparo persino Togliatti; e se non ci riesce che in parte, non è certo colpa sua. Qui non c’è che un accusato: Silone. E non c’è che un giudice: la sua coscienza.»(Indro Montanelli, 5 giugno 1965[48])«Silone era un uomo dal cuore puro, un intellettuale onesto. Di Silone c’è una frase che ho sentito di recente: “Gli schiamazzi della folla non possono far tacere la voce della coscienza”. C’era tutto Silone in quella frase.»(Sandro Pertini)«Si, era sempre estremamente sensibile all’origine sociale della gente, alle classi. Ma per questo non occorre il marxismo, basta vivere tra i cafoni abruzzesi.»(Gustaw Herling-Grudziński)OpereNarrativa Fontamara (1933), Zurigo, Dr. Oprecht & Helbling A-G, 1933; Basilea 1934 (in tedesco); Zurigo-Parigi, Nuove edizioni italiane, 1933 (in italiano); Roma, Faro, 1947; Milano, A. Mondadori 1949. Un viaggio a Parigi (1934), Pescina, Fondazione Ignazio Silone, 1992. Pane e vino, Zurich, Verlag Oprecht, 1936 (in tedesco); London, J. Cape, 1937 (in inglese); Lugano, Nuove edizioni di Capolago, 1937 (in italiano). Prima edizione in Italia, riveduta col titolo di Vino e pane, Milano, A. Mondadori, 1955. La scuola dei dittatori (1938) – Zurigo 1938 in tedesco curata da Jacob Huber Die Schule der Diktatoren, Europa Verlag; nell’edizione americana 1938 e inglese del 1939 The School for Dictators a cura di Gwenda David ed Eric Mosbacher, Harper and Brothers, New York 1938 e Londra 1939; in Argentina col titolo di La escuela de los dictadores a cura di Julio Indarte, Buenos Aires 1939; in ebraico Beit sefer lediktatirim, a cura di Abraham Kariv, Tel Aviv 1941; in Italia a puntate nel 1962 su Il Mondo e successivamente da Mondadori 1962; in Francia col titolo di L’école des dictateurs a cura di Jan-Paul Samson, Gallimard, Parigi 1964; in Germania Die Kunst der Diktatoren a cura di Lisa Rüdiger, Verlag Kiepenheuer und Witsch, Colonia 1965 Il seme sotto la neve (1941), Zurigo-New York, Oprecht, 1942 (in tedesco); Lugano, Nuove edizioni di Capolago, 1942 (in italiano); Roma, Faro, 1945; Milano, A. Mondadori 1950; 1961 (interamente riveduta). Una manciata di more, Milano, A. Mondadori, 1952. Il segreto di Luca, Milano, A. Mondadori, 1956. La volpe e le camelie, Milano, A. Mondadori, 1960; con il racconto La volpe e un saggio critico di Andrea Paganini, Poschiavo, L’ora d’oro, 2010. ISBN 978-88-904405-4-0. L’avventura di un povero cristiano, Milano, A. Mondadori, 1968. [vincitore del Premio Campiello] Severina (1981), a cura e con testi di Darina Silone, Milano, A. Mondadori, 1981.

aprile 1, 2021

COMPAGNI CHE HANNO FATTO LA STORIAGRANDI SEGRETARI SOCIALISTIIGNAZIO SILONE 1941 / 1944

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli (Pescina, 1º maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), è stato uno scrittore, giornalista, politico, saggista e drammaturgo italiano. Annoverato tra gli intellettuali italiani più conosciuti e letti in Europa e nel mondo, il suo romanzo più celebre, Fontamara, emblematico per la denuncia della condizione di povertà, ingiustizia e oppressione sociale delle classi subalterne, è stato tradotto in innumerevoli lingue; tra il 1946 e il 1963 ha ricevuto ben dieci candidature al Premio Nobel per la letteratura[1].Per molti anni esule antifascista all’estero, ha partecipato attivamente e in varie fasi alla vita politica italiana, animando la vita culturale del paese nel dopoguerra: tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, ne viene in seguito espulso per la sua dissidenza con la linea stalinista[2]; si sposta dunque su posizioni affini al socialismo democratico. La rottura con il partito comunista, negli anni del secondo dopoguerra, lo porterà ad essere spesso osteggiato dalla critica italiana e solo tardivamente riabilitato, mentre all’estero[3] è stato sempre particolarmente apprezzato.IndiceL’infanzia nella MarsicaVeduta di Pescina dopo il sisma del 1915La casa natale«Sono un socialista senza partito e un cristiano senza Chiesa»(Ignazio Silone[4])Figlio di Paolo, piccolo proprietario contadino ed ex-emigrante in Brasile e di Marianna Delli Quadri, tessitrice, Ignazio trascorre l’infanzia nel paese natale abruzzese di Pescina, nella Marsica (è molto probabile che il cognome acquisito Silone affondi le proprie radici nell’antichità del popolo dei Marsi, considerata la memoria di personaggi antichi come Quinto Poppedio Silone, condottiero marso).Alla morte del padre (1911), il primogenito Domenico assume il gravoso compito di sostituire il padre nel duro lavoro dei campi, mentre la madre lavora come tessitrice e il piccolo Secondino inizia gli studi ginnasiali nel locale Seminario diocesano. Interrompe ben presto gli studi a causa delle condizioni disagiate della famiglia.[5]Il 13 gennaio 1915 la Marsica è messa in ginocchio dallo spaventoso terremoto di Avezzano che provoca nel solo paese natìo dello scrittore oltre 3.500 vittime; muoiono sotto le macerie la madre e altri numerosi suoi familiari; Secondino riesce a salvarsi con il fratello Romolo, il più piccolo della famiglia. Il dramma personale del non ancora quindicenne Silone lo segnerà per tutta la vita e trasparirà anche nella sua produzione letteraria, come ricorda Richard W. B. Lewis[6]: «Il ricordo del terremoto erompe dalle sue pagine con lo stesso significato che per Dostoevskij ebbe l’esperienza di scampare all’ultimo minuto dall’esecuzione capitale».Così scrive al fratello, alcuni mesi dopo il sisma, di ritorno dal Seminario di Chieti (dove studiava) al paese natale distrutto:[7]«Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con un’indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l’ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto…»L’incontro con Don OrioneNei drammatici giorni che seguono il tremendo sisma, i due fratelli Tranquilli vengono affidati alle cure della nonna materna Vincenza che riuscirà ad ottenere per il maggiore l’assistenza del Patronato Regina Elena e il successivo trasferimento in un collegio romano nei pressi del cimitero del Verano, da cui Silone fugge dopo poco tempo e per tale motivo ne viene poco dopo espulso.Don OrioneÈ un prete che molto si era speso per i disastrati del terremoto a concedere asilo a Silone e al suo amico Mauro Amiconi, destinando i due giovani presso un collegio di Sanremo; il sacerdote si chiama Don Luigi Orione che da quel momento avrà sempre un occhio benevolo per i due fratelli.Così Silone ricorderà più avanti l’incontro con quello che definì «uno strano prete»:[8]«Benché Don Orione fosse allora già inoltrato nella quarantina e io un ragazzo di sedici anni, a un certo momento mi avvidi di un fatto straordinario, era scomparsa tra noi ogni differenza di età. Egli cominciò a parlare con me di questioni gravi, non di questioni indiscrete o personali, no, ma di questioni importanti in generale, di cui, a torto, gli adulti non usano discutere con noi ragazzi, oppure vi accennano con tono falso e didattico. Egli mi parlava, invece, con naturalezza e semplicità, come non avevo ancora conosciuto l’eguale, mi poneva delle domande, mi pregava di spiegargli certe cose e induceva anche me a rispondergli con naturalezza e semplicità senza che mi costasse alcuno sforzo»L’anno successivo, da Sanremo, il giovane Silone viene trasferito nel collegio San Prospero di Reggio Calabria, anch’esso gestito da Don Orione, sia a causa della sua cagionevole salute sia per il suo carattere irrequieto e insofferente alla disciplina.Durante i suoi frequenti ritorni a Pescina, Silone inizia a partecipare attivamente alle vicende del paese, la cui popolazione è afflitta dai problemi sociali, accentuatisi nel post-terremoto; in una delle piccole “rivoluzioni” che si consumano nel paese marsicano e a cui lo scrittore prende parte (una sorta di lotta contro i locali Carabinieri venuti a trarre in arresto tre soldati in licenza per questioni di gelosia), Silone rimedia un processo e una condanna a mille lire di ammenda.Frattanto non si interrompe il rapporto con il sacerdote (che nel frattempo si occupa anche del fratello minore Romolo destinandolo al collegio di Tortona) con il quale Silone intrattiene un costante rapporto epistolare.Le prime esperienze politicheDopo aver appreso alcune notizie circa ruberie e malversazioni da parte delle autorità che avevano colpito alcuni paesi della Marsica nel periodo del dopo-terremoto, Silone si fa paladino delle ingiustizie patite da quei “cafoni” (che descriverà con passione nel suo capolavoro letterario) e decide di inviare una circostanziata denuncia all’Avanti!, tramite tre lettere pubblicate sul “foglio” socialista ma che non producono gli effetti sperati.Si iscrive quindi alla Lega dei Contadini e, alla fine del 1917, la sua scelta politica può dirsi compiuta con l’abbandono degli studi e del paese natale per recarsi a Roma, dove si iscrive alla Unione Giovanile Socialista, aderendo alle idee propugnate durante la Conferenza di Zimmerwald (1915).Bordiga, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, cui Silone fu molto vicinoSi avvicina alla politica in un periodo tra l’altro di grande travaglio per il Partito Socialista Italiano, diviso com’era tra riformisti e rivoluzionari (questi ultimi avevano trovato il loro punto di riferimento nel bolscevismo della Rivoluzione russa del 1917) inserendosi, nell’ambito della contesa tra le due correnti, in una posizione vicina a quella di sinistra, allineato alle posizioni dei suoi due esponenti principali, Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci.

dicembre 30, 2020

“SOCIALISTI E CRISTIANI”


Mi ricordo di aver assistito, da ragazzino, alla villa comunale, agli inizi degli anni ’50, ad un curioso dibattito, fra anziani braccianti siciliani, dal volto annerito dal sole e solcato da profonde rughe che testimoniavano il loro carico di anni e di esperienza, e tutti con l’immancabile coppola in testa, che li differenziava dai borghesi cappelli padronali.
Essi disputavano di quale fosse stato il colore politico di Gesú Cristo, utilizzando pero’ allo scopo il campionario partitico a loro contemporaneo. Le opzioni da tutti i presenti ritenute possibili erano solo due, ma capaci di dividere e accalorare quei saggi polemisti, figli di Gorgia. Il quesito che li appassionava era nientepopodimenoche quello di stabilire se Cristo era socialista o socialdemocratico!(1) Tertium non datur (2).
La cosa puo’ sembrare perfino divertente, se non fosse estremamente seria. Tanto é vero che se ne sono occupati socialisti del calibro di August Bebel (3), di Friedrich Engels (4) e di Bertrand Russel (5).
E non sono affatto rari i tentativi di conciliare le due visioni del mondo.
Qui vogliamo dare un rapido sguardo ad alcune situazioni che, in italia, videro impegnati su questa tematica socialisti cristiani e cristiani socialisti, sia come singoli, sia come aggregazioni politiche, di tutte le scuole e sfumature (6).
I tentativi, piú o meno riusciti, di contaminazione fra quelle due grandi Idee sono piú numerosi di quanto comunemente si creda.

Camillo Prampolini
Uno dei piú conosciuti é quello dell’apostolo socialista di Reggio Emilia, noto per quello che fu definito il socialismo cristiano di Camillo Prampolini, paladino della non violenza (7), della pace e della giustizia (8). Egli amava spesso richiamarsi a Cristo e al suo messaggio, come fece in particolare con la sua Predica di Natale, un articolo in cui rilevava che Cristo non voleva l’ingiustizia, ma l’eguaglianza, e che per essa egli sempre coerentemente e concretamente si batté; non predicando, come facevano certi preti, la dottrina della rassegnazione, che finiva per avallare il privilegio dei potenti e la miseria degli sfortunati. Insomma il suo era un Cristo…socialista e il messaggio socialista altro non era che l’antico messaggio d’amore dell’autentico cristianesimo, aggiornato alla sua epoca. E questo messaggio non poteva limitarsi alle sole enunciazioni, ma doveva battersi (9), con iniziative reali e palpabili (10), per l’emancipazione e il riscatto del prossimo. Per questo i socialisti, proprio come un tempo i primi cristiani, venivano spesso perseguitati (11).

Guido Miglioli

Classificare Guido Miglioli (1879-1954) come un cristiano socialista sarebbe certamente errato, giacché egli non milito’ mai in nessuna formazione politica che al socialismo tradizionale eplicitamente si rifacesse. Non sarebbe pero’ azzardato collocare la sua azione politica nell’ambito di quello che é stato definito „laburismo cristiano“ (12), non molto diverso dal laburismo classico e quindi piuttosto imparentato col socialismo:

Il laburismo cristiano, sin dall’inizio, non si presenta come un mito, ma come un programma concreto che si affatica sempre intorno alla complessitá della societá nel tentativo di dare figura politica a processi altrimenti drammatici. Esso si presenta come un insieme di riforme che non preparano alcuna rivoluzione, ma che trasformano dall’interno, nella pazienza dei processi, le dinamiche della societá civile. Se non c’é alcun mito dello Stato (di qui l’avversione viscerale per ogni forma di totalitarismo) se ne coglie tuttavia l’enorme importanza per orientare i grandi processi di ridistribuzione della ricchezza e incalzare creativamente gli stessi sviluppi dell’economia. Nessuna statizzazione, ma capacitá di intendere l’importanza dell’impresa pubblica per stimolare e sorreggere, anche attraverso il conflitto, quella privata. Importanza della riforma fiscale per creare una societá solidale, capace di sviluppare i grandi servizi sociali della scuola, della sanitá, della previdenza. Importanza della ricerca come sostegno all’impresa e allo sviluppo civile del Paese.

Un programma, come si vede, che potrebbe ben essere quello di una moderna socialdemocrazia; un programma in cui certamente rientrano l’impostazione teorica e l’azione pratica di Guido Miglioli, che qui vogliamo scorrere velocemente.
Di professione avvocato, il cremonese Miglioli, a partire dal 1904 si dedico’ completamente alla causa dei lavoratori agricoli, in particolare della Valle Padana, specialmente organizzando le leghe bianche e dirigendone le lotte sociali, per riscattare dalla miseria e dall’ignoranza quelle sfruttate plebi rurali.
Nel corso di queste lotte, sostenute anche col giornale da lui fondato L’Azione, egli ricerco’ sempre l’unitá con le consorelle organizzazioni socialiste, con le quali condivise anche un coerente neutralismo allo scoppio della prima guerra mondiale (13), adottando lo slogan No guerra, ma terra. Quando, nel 1919, partecipo’ alla fondazione del Partito Popolare Italiano, guidato da don Luigi Sturzo avrebbe voluto che la nuova formazione si fosse chiamata „Partito del proletariato cristiano“, per scoraggiare l’adesione dei cattolici conservatori (14).
Al congresso di Napoli del PPI del 1920 la corrente migliolina propose un’intesa politico-parlamentare con i socialisti.
Fervente e coerente antifascista (15), nel 1926 fu costretto a riparare all’estero (16), stabilendosi infine in Francia, dove nel 1940 fu arrestato dai nazisti e consegnato ai fascisti italiani, che lo condannarono al confino.
Dopo la guerra gli fu rifiutata l’iscrizione alla DC. Per cui costituí, con la collaborazione di Ada Alessandrini (17), il Movimento Cristiano per la Pace, che alle elezioni del 1948 si schiero’ col Fronte Democratico Popolare, accanto a socialisti e comunisti, senza pero’ottenere alcun seggio. Continuo’ tuttavia a interessarsi di politica assieme all’amico don Primo Mazzolari (1890-1959), prete antifascista, pacifista e impegnato nel sociale (18).
Di lui vanno soprattutto ricordati la strenua difesa del proletariato agricolo e la sua ininterrotta lotta per la pace.

Lucio Schiro’

Uno dei tentativi piú riusciti di conciliare cristianesimo e socialismo fu quello del siciliano Lucio Schiro’ (1877-1961), giornalista, politico e pastore metodista di Scicli, nel ragusano.
Quando arrivo’ a Scicli, nel 1908, come pastore metodista, egli aveva giá abbracciato l’ideale socialista seguendo l’esempio di Nicola Barbato, Bernardino Verro in Sicilia e di Tito oro Nobili in Umbria.
A Scicli prese subito le distanze sia dalle cricche reazionarie che vi dettavano legge che dagli elementi anarcoidi incapaci di alcuna iniziativa concreta, alternando la sua attivitá religiosa con quella politica, svolta con salda coerenza nelle file del PSI, di cui organizzo’ la sezione.
Seguendo i dettami della sua coscienza di pacifista e i principi del suo socialismo evangelico, si schiero’ contro la guerra di Libia (1911) e contro l’ingresso dell’Italia in quella mondiale (1915), poiché considerava la guerra barbara e anticristiana.
Per sostenere le sue idee, prese due importanti iniziative: fondo’ una scuola elementare per i figli dei contadini e inizio’ (23-3-1913) a pubblicare il quindicinale Simplicista, in cui mirabimente riusciva a fondere gli ideali socialisti con quelli cristiani (19).
Nel primo dopoguerra partecipo’ attivamente alla riorganizzazione del PSI, pur continuando nella sua missione religiosa.
Infatti, quando il 16 e il 17 agosto 1919 il PSI tenne (a Vittoria) il suo 1° Convegno Provinciale, in cui venne costituita la Federazione provinciale di Siracusa (20), egli venne chiamato a far parte del direttivo (21). In prossimitá delle prime elezioni politiche del dopoguerra, indette per il 16 novembre 1919, Schiro’ fu chiamato anche a far parte della lista siracusana del PSI (22).
Dopo le elezioni, alla fine di quell’anno, si svolse il congresso provinciale del PSI, che elesse segretario provinciale proprio Lucio Schiro’ (23).
Nel 1920 divenne sindaco di Scicli (24), carica da cui dovette dimettersi sotto la minaccia delle armi degli squadristi, che in precedenza lo avevano minacciato e aggredito.
Rimase sempre fedele alla linea „centrista“ del PSI, non condividendo né l’estremismo comunista né il riformismo parlamentare, che diedero vita a due altri partiti di matrice socialista, il PCdI e il PSU.
Coerente e fermo antifascista, nel Ventennio fu ammonito e vigilato, mentre la sua chiesa e la scuola elementare da lui fondata furono sempre guardate con sospetto dal regime.
Caduto il quale, dal 1944 al 1947 fu di nuovo sindaco di Scicli e successivamente attivista del PSI e dei Partigiani della pace.
Migliaia di siciliani parteciparono al funerale di questo grande campione del socialismo e del cristianesimo, entrambi da lui non solo predicati, ma coerentemente praticati.

Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978), politico, scrittore e giornalista, poté dirsi un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa, giacché, al compimento del suo cammino intellettuale e spirituale era approdato ad un suo socialismo cristiano, lontano da apparati partitici e gerarchie religiose.
Allevato in una famiglia cristiana, dalla nonna paterna (25) fu avviato alle scuole medie in vari istituti religiosi. Ma la sua natura irrequieta e la sua sensibilitá umana per le miserabili condizioni dei contadini abbruzzesi, che egli definirá i dannati della terra, lo portarono ad interrompere gli studi e aderire al partito socialista (26).
Nel gennaio 1921 fu uno degli scissionisti che vollero costituire il partito comunista, della cui Federazione giovanile divenne uno dei principali dirigenti (27) e all’avvento del fascismo fiancheggio’ Gramsci nell’attivitá clandestina e piú volte, assieme a Togliatti, rappresento’ il PcdI (28) nelle riunioni del Kominter.
Durante i lunghi anni d’esilio divenne critico nei confronti dell’involuzione stalinista che ormai permeava il comunismo internazionale e, a causa delle sue posizioni critiche, nel 1931 fu espulso dal partito.
Dopo un periodo di riflessione, in cui diede sfogo alla sua vena artistica (29), aderí al Centro Estero socialista di Zurigo che dal dicembre 1941 al 1944, in seguito all’invasione nazista della Francia che ne aveva travolto le strutture all’estero, assunse la rappresentanza del PSI.
Rientrato in Italia, entro’ nella Direzione del PSI e divenne direttore dell’Avanti! e deputato alla Costituente.
Nel 1947, dopo la scissione socialdemocratica capeggiata da Saragat, lascio ‘ il PSI, ma non la politica. Alla testa del gruppo che ruotava intorno alla sua rivista Europa socialista (30), aderí poi all’Unione dei Socialisti (UdS), di cui nel 1949 diverrá segretario e, con questa, al Partito Socialista Unitario (PSU), di cui pure fu segretario nel 1950. Dopo la fusione tra il PSU e il PSLI di Saragat, Silone si allontano’dalla politica e si dedico’ alla sua attivitá letteraria.
Intanto era maturata in lui un’avversione per l’apparato clericale, ritenuto troppo incline al compromesso con la classe dominante e responsabile di instillare nei giovani l’idea della sottomissione e della rassegnazione. Questa constatazione, che contraddiceva il suo innato senso della giustizia e quindi della ribellione, non riuscí pero’ a sradicare il suo profondo sentimento religioso maturato negli anni giovanili. Egli dunque finí per convincersi che un altro cristianesimo, piú vicino ai poveri e agli umili, era possibile e che l’ideale socialista potava armonizzarsi con i valori cristiani. Egli era ormai persuaso che il socialismo non solo non era in contrasto con il disegno divino, ma che era la strada maestra perché il cristianesimo potesse realizzare la sua missione di giustizia. In questo quadro egli concluse che lotta per la fede e lotta contro la miseria erano inscindibili.
Un’esperienza originale, quella di Silone, ostile alla partitocrazia che invadeva le istituzioni, e insofferente rispetto alle intromissioni politiche delle gerarchie clericali; una posizione che pero’ rimase socialista e cristiana.

Il Partito Cristiano Sociale

Durante la Resistenza Gerardo Bruni (1896-1975), filosofo e bibliotecario, politico ex popolare legato a don Sturzo, diede vita a un Movimento Cristiano Sociale (31), alla testa del quale partecipo’ alle prime riunioni (32) aventi lo scopo di costituire il nuovo partito che avrebbe preso il nome di Democrazia Cristiana. Tuttavia, avendo constatato che il costruendo partito si sarebbe collocato nell’area moderata e che non avrebbe preso le distanze dall’ideologia capitalista, e anche a causa del suo persistente interclassismo, abbandono’ l’iniziativa.
Rifiuto’ anche di aderire al Movimento dei Cattolici Comunisti (1943) di Franco Rodano e Adriano Ossicini, poi divenuto partito della Sinistra Cristiana (1943-1945), perché ritenuto non autonomo rispetto al PCI, in cui, infatti, nel 1945 conflui’.
Nel periodo clandestino, invece, il movimento di Bruni sottoscrisse dei „patti di collaborazione“ col Partito Socialista Italiano di Unitá Proletaria e col Partito d’Azione, che pero’ non ebbero ulteriori sviluppi politici.

In prossimitá delle elezioni per l’Assemblea Costituente (2-6-1946) il movimento divenne Partito Cristiano Sociale, e si presento’ col proprio simbolo (33) e con proprie liste.
Alla Costituente noi difenderemo con fermezza – era scritto nel programma del PCS – accanto agli altri cattolici, i nostri principi cristiani e sosterremo la nostra causa socialista, che é la causa di tutti i lavoratori.
Il nuovo partito professava dunque un „socialismo cristiano“ che voleva conciliare i principi del socialismo democratico con quelli del solidarismo cristiano (34).
Il partito, convintamente repubblicano, era critico nei confronti del materialismo marxista sul piano ideologico, ma pronto a collaborare con comunisti e socialisti sul piano politico.
Esso presento’ liste solo in 7 circoscrizioni su 31 e ottenne 51.088 voti (0,22 %) e un eletto, nella persona dello stesso Bruni, che al momento della votazione sull’inserimento del Concordato nella Costituzione (art. 7) si schiero’ con i socialisti e voto’ contro, mentre i comunisti votarono a favore.
In occasione delle elezioni politiche del 18 aprile 1948 si schiero’ col Fronte Democratico Popolare, senzá pero’ aderire al suo cartello elettorale, ma presentando liste proprie. , con cui raccolse 72.854 voti (0,28 %), senza pero’ ottenere alcun seggio.
In conseguenza della sconfitta elettorale, il PCS si sciolse, ma Bruni continuo’ la sua battaglia politica collegandosi con vari gruppi della sinistra cristiana.
Lo ritroviamo, nelle giornate del 28 e 29 marzo 1953, alla testa del Gruppo Socialisti Cristiani, al 1° congresso dei socialisti indipendenti, da cui nacque l’Unione Socialista Indipendente (USI) (35), che partecipo’, con proprie liste alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, senza ottenere seggi, ma contribuendo in modo determinante ad impedire che scattasse la cosiddetta „legge truffa“.
L’USI concluderá la sua parabola nel marzo 1957, confluendo nel PSI.
Gerardo Bruni non cesso’ di interessarsi di politica, sempre su posizioni progressiste, col suo socialismo ispirato ai principi evangelici.
Nel 1973 partecipo’ al 1° convegno dei Cristiani per il socialismo. Successivamente colloquio’ volentieri col Partito Radicale.

Il Movimento Politico dei Lavoratori

Dopo il congresso di Torino (19-22/6/1969) delle Associazioni Cristiane del Lavoratori italiani (ACLI) che, con grande disappunto della gerarchia cattolica, mise fine al collateralismo con la DC, il leader che aveva guidato la svoltaLivio Labor (1918-1999), lascio’ i vertici dell’Associazione, per dedicarsi ad un’altra sua creatura, l’Associazione di Cultura Politica (ACPOL), giá costituita nel marzo 1969, che voleva essere un luogo di confronto tra laici e cattolici che guardavano al socialismo.
Da questa esperienza maturo’ poi la fondazione (29-10-1971) del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL) che doveva dare sostanza politica alle istanze classiste e anticapitaliste emerse nelle ACLI e nella sinistra cattolica in genere.
Con Labor aderirono al Movimento Gennaro Acquaviva, Luigi Covatta, Luciano Benadusi, Giovanni Russo Spena, Marco Biagi e tanti altri.
Ma il nuovo soggetto politico, alla prima prova elettorale, le elezioni politiche del 7-8/5/1972, dovette registrare un sostanziale fallimento, avento ottenuto alla Camera solo 120.251 voti (0,36 %) e nessun seggio.
Tale risultato comporto’ la decisione di sciogliere il MPL , in seguito alla quale la maggioranza di esso (Labor, Covatta, Biagi) decise di confluire nel PSI, mentre la minoranza di sinistra (Russo Spena, Jervolino, Migone) costituí un movimento denominato Alternativa Socialista (AS) che dopo qualche mese si fuse col NPSIUP (36), dando vita (dicembre 1972) al Partito di Unitá Proletaria (PdUP).
In tal modo gli originari cristiani socialisti delle ACLI divennero socialisti cristiani all’interno delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio italiano.

Cristiani per il Socialismo

Il movimento dei Cristiani per il Socialismo (CPS), formato da cristiani progressisti, sorse inizialmente in Cile nel 1971 (37), durante la Presidenza del socialista Salvador Allende (1908-1973) (38), ma presto si diffuse in America e in Europa.
Si trattava di un movimento di cattolici che avevano individuato esserci un nesso inscindibile tra riforma della societá in senso socialista e rinnovamento delle Chiese in senso evangelico.
In Italia il principale teorico di riferimento di tale visione era il salesiano Giulio Girardi (1926-2012), autore di Marxismo e cristianesimo, che nell’aprile 1972 aveva partecipato al primo convegno dei cristiani per il socialismo in Cile. Il modello di riferimento esterno principale era la rivoluzione nicaraguense, guidata dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) (39).
Il gruppo di cattolici di sinistra di varia provenienza (40) che, sull’onda delle speranze suscitate dal Concilio Vaticano II, prese l’iniziativa di organizzare i CPS e che avrebbe costituito la segreteria tecnica del movimento era composto da Arrigo Colombo, Roberto De Vita, Angelo Gennari, Marco Ingrosso, Domenico Jervolino, Raffaele Morese, Romano Paci, Franco Passuello, Paolo Pippi.
Il convegno fondativo del movimento (41) ebbe luogo a Bologna dal 21 al 23 settembre del 1973, proprio durante le drammatiche giornate che seguirono il colpo di stato in Cile, che in Italia indussero Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ad elaborare la nuova strateggia detta del compromesso storico.
Al convegno parteciparono piú di duemila persone provenienti da ogni parte d’Italia. Erano presenti intellettuali cattolici (Ernesto Balducci, Giuseppe Alberigo) esponenti comunisti, socialisti (Livio Labor, giá segretario delle ACLI e leader del MPL, poi confluito nel PSI) e della sinistra extra-parlamentare, gruppi valdesi e giovani evangelici.
I lavori furono introdotti da Roberto De Vita (42) e la relazione fu tenuta da Giulio Girardi, che cosí concluse: Il convegno non intende fondare né un nuovo partito né una nuova Chiesa, ma affermare la presenza, di fatto e di diritto, della scelta socialista nel mondo cristiano e della scelta cristiana nel mondo socialista.
Il convegno si chiuse con la riaffermazione della convergenza esistente tra le esigenze della fede e quelle dell’impegno politico e con l’elezione della Segreteria nazionale (43).
I CPS, favorevoli alla laicitá dello Stato, si schierarono contro il regime concordatario, per la difesa dei diritti civili e contro l’abrogazione della legge sul divorzio (44) e percio’ furono espressamente condannati dalla gerarchia ecclesiastica.
Il secondo convegno dei CPS, intitolato Movimento operaio, questione cattolica, questione meridionale, in cui, ancora una volta, fu dibattuto il rapporto tra fede e politica, si svolse a Napoli ai primi di novembre del 1974 (45).
Un’assemblea nazionale si svolse poi a Rimini nel marzo 1976 e un’altra ancora nel giugno 1977, a Santa Severa (Roma). Una terza ed ultima, infine, quando giá si intravvedevano segnali di crisi nel movimento, ebbe luogo ad Arezzo nel marzo 1979.
Per il movimento dei CPS non ci fu un atto formale di scioglimento; semplicemente la loro spinta propulsiva si esauriva in una con l’epoca della contestazione post-conciliare, mentre al soglio di Pietro saliva Giovanni Paolo II.

I Cristiano Sociali

Quando, nel luglio 1993, Il segretario della DC Mino Martinazzoli, nell’intento di rilanciare il ruolo dei cattolici nella politica italiana, convoco’ a Roma un’Assemblea programmatica e costituente di 500 persone (per metá esponenti del partito e per metá di area), la quale appovo’ a larghissima maggioranza, il progetto di dar vita al nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana e popolare (46), a votare contro fu solamente Ermanno Gorrieri (1920-2004), sociologo sindacalista della CISL, ex comandante partigiano ed ex Ministro del lavoro (1987). Egli, infatti, riteneva superato il principio dell’unitá politica dei cattolici, rifiutava l’idea di un centro cattolico equidistante tra i due raggruppamenti di destra e di sinistra che in Italia si fronteggiavano, mentre invece preferiva partecipare alla creazione di uno schieramento alternativo alle forze moderate. Di conseguenza, l’11 settembre 1993 lascio’ la DC.
A quel punto divenne naturale l’incontro tra il gruppo di cristiani progressisti che ne condivisero la scelta e quello dei socialisti cristiani, guidati da Pierre Carniti (1936-2018), ex segretario generale della CISL (1979-85) e parlamentare del PSI, partito ormai in piena crisi.
L’incontro dei due gruppi porto’, il 14 settembre 1993, alla costituzione del nuovo raggruppamento dei Cristiano Sociali (CS), con presidente Gorrieri e segretario Carniti (47), che si proponeva di costituire una presenza organizzata, sociale e civile, di credenti nello schieramento progressista che si candidava al governo dell’Italia.
Esso si ispirava ai principi di democrazia, solidarietá, libertá ed uguaglianza sanciti dalla Costituzione e si proponeva percio’ di fare una politica sociale e di redistribuzione delle risorse, nell’ambito di un rapporto forte tra etica e politica.
Al nuovo movimento aderirono importanti personalitá per lo piú provenienti dall’associazionismo cattolico (48), come Paola Gaiotti (49), Luigi Viviani, Laura Rozza (50), Stefano Ceccanti (51).
In vista delle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994, i CS si schierarono a sinistra, col cartello elettorale detto „Alleanza dei Progressisti“ (52), nell’ambito del quale ottennero sei senatori (53) e otto deputati (54).
Facendo tesoro degli insegnamenti derivanti dalla sconfitta del 1994, le forze riformiste presenti nella coalizione di sinistra e in quella di centro, principalmente il PDS e il PPI, per impulso di Romano Prodi, raggiunsero successivamente un accordo per dar vita ad uno schieramento unitario, „L’Ulivo“, a cui anche i CS aderirono, in vista delle nuove elezioni del 21 aprile 1996 (55).
Nel nuovo parlamento i CS, che avevano stretto un „patto federativo“ con il PDS (56), ottennero quattro senatori (57) e cinque deputati (58).
A lanciare l’idea di creare una forza unificata dell’intera sinistra riformista, collocata nell’area dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, fu Massimo D’Alema; ma ad anticiparla pubblicamente, il 18 febbraio 1995, a Chianciano Terme, fu Ermanno Gorrieri nel corso dell’Assemblea dei CS intitolata Organizzare la speranza: i cristiani nella coalizione democratica.
Il processo di formazione del nuovo soggetto politico con la costituzione degli Stati Generali della Sinistra e con la celebrazione, il 13 febbraio 1998, del congresso costitutivo dei Democratici di Sinistra (DS) (59), in cui i Cristiano Sociali ebbero una rappresentanza del 6 %.
Il nuovo partito si collocava nell’ambito della socialdemocrazia, come dimostrava l’inserimento nel simbolo della rosa del socialismo europeo e la sua adesione all’Internazionale Socialista, ma si avvaleva dell’apporto di altre culture e tradizioni, quale, in particolare, quella cristiano-sociale.
Da allora i CS (60) si trasformarono in un’associazione di cultura politica, impegnata a coniugare i valori del cristianesimo sociale con quelli della tradizione laico-socialista e supportata dalla rivista online Italia solidarietá (61).
Nel marzo 2003, alla 7a Assemblea Nazionale, ne venne eletto Coordinatore Nazionale Mimmo Lucá, con Pierre Carniti Presidente.
Il 14 ottobre 2007 i DS si fusero con la Margherita ed altri (62), dando vita al Partito Democratico (PD).
Nell’Assemblea straordinaria del 6 maggio 2017 i Cristiano Sociali, avendo conseguito lo scopo dell’unitá dei riformisti, decisero di sciogliersi. Nel darne l’annuncio, il Coordinatore Nazionale cosí concluse:
Di noi, spero resti una reputazione positiva e un ricordo di coraggio, onestá intellettuale e buona politica.

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  1. In quel periodo non era proprio la stessa cosa, con il PSI saldamente all’opposizione, assieme agli alleati comunisti e il PSDI ben inserito nei governi centristi, accanto ai democristiani. Nelle piazze i socialdemocratici chiamavano quelli del PSI “comunisti nenniani” e ne venivano ricambiati con “socialisti del dollaro”.
  2. Non era nemmeno presa in considerazione una terza ipotesi!
  3. A. Bebel La donna e il socialismo.
  4. Engels Sulle origini del cristianesimo.
  5. B. Russel Perché non sono cristiano.
  6. La ricerca é limitata al rapporto tra cristiani e socialisti strettamente intesi; dunque essa non comprende i casi di contaminazione tra movimenti cristiani e movimenti o partiti che pure si richiamano al socialismo, ma che se ne sono storicamente differenziati, come quello anarchico e quello comunista.
  7. Prampolini (1859-1930), laureato in giurisprudenza, giornalista, pero’ sapeva opporsi anche energicamente ai soprusi: fu tra quelli che, alla Camera, rovesciarono le urne per impedire una votazione sui cosiddetti „decreti liberticidi“.
  8. Il giornale da lui fondato (1886) e diretto per molti anni fu appunto intitolato La Giustizia.
  9. Prampolini fu sempre e comunque contro la violenza e fautore del socialismo democratico. La sua fu definita una lotta senz’odio.
  10. Si pensi, ad esempio, all’imponente sistema cooperativistico che i socialisti, ai primi del ‘900, crearono a Reggio Emilia.
  11. Prampolini fu scomunicato.
  12. Giovanni Bianchi I laburisti cristiani e i democristiani Eremo e Metropoli edizioni, 2014.
  13. Si era anche opposto alla guerra di Libia del 1911.
  14. Miglioli fu eletto deputato nel 1913, nel 1919 e nel 1921. Nel 1924 fu espulso dal P.P.I. , ufficialmente con l’accusa di aver sostenuto la lotta di classe, in contrasto con la dottrina cristiano-sociale.
  15. Il 1° maggio 1922 fu stipulato un “patto d’intesa”, fortemente da lui voluto, tra cattolici e socialisti cremonesi per fronteggiare il pericolo di violenze del fascismo agrario.
  16. Aveva subito varie aggressioni fasciste.
  17. Ada Alessandrini (1909-1991), laureata in Lettere, di professione bibliotecaria, ex partigiana, lascio’ la DC nel 1947, dopo la rottura di quel partito con socialisti e comunisti. Aderí all’Unione Donne Italiane (UDI), al Movimento unitario dei cristiani progressisti e ai Partigiani della Pace, con i quali collaboro’ anche Miglioli.
  18. Le idee di Mazzolari furono in un primo momento criticate dalla gerarchia ecclesiastica, ma successivamente furono rivalutate dai papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Francesco. Il suo pensiero sull’obiezione di coscienza ispiro’ cattolici come Giorgio La Pira, famoso sindaco pacifista di Firenze, e don Lorenzo Milani, autore di Lettera a una professoressa.
  19. Il giornale sospese le pubblicazioni nel marzo 1915, a causa della guerra. Ritorno’ ad uscire dal 1°-3 – 1919 al 22-3-1924.
  20. La provincia di Ragusa, cui apparterrá la cittá di Vittoria, allora faceva parte di quella di Siracusa. La provincia di Ragusa fu istituita nel 1927.
  21. Segretario ne era Angelo Troina. Gli altri componenti erano: Lucio Schiro’ ((Scicli), Filadelfo Castro (Lentini), Carmelo Bellia (Ragusa), Peppino Di Vita (Comiso) e Giovanni Nifosi (Modica).
  22. Gli altri candidati erano: Vincenzo Vacirca, Salvatore Molé, Peppino Di Vita, Filadelfo Castro e Carlo Muccio. In Sicilia non fu eletto alcun deputato. Vacirca fu eletto, ma nel collegio di Bologna. Schiro’ sará candidato anche nel 1921 e nel 1924.
  23. Il nuovo Comitato Direttivo della Federazione comprendeva, oltre il segretario Schiro’, Salvatore Molé (Vittoria), Peppino Di Vita (Comiso), Carlo Muccio (Ragusa), Giovanni Vajola (Modica), Enrico Giansiracusa (Siracusa), Giovanni Nifosi (Modica), Giuseppe Ingafú (Noto) e Francesco Marino (Lentini).
  24. Fu eletto anche consigliere provinciale.
  25. In seguito alla morte prematura del padre e al terremoto del 1915 in Abruzzo, in cui perse anche la madre, rimase solo col fratello minore Romolo.
  26. Divenne direttore del giornale dei giovani socialisti Avanguardia e collaboratore dell’Avanti!.
  27. Al 3° congresso dell’Internazionale Comunista conobbe Lenin.
  28. Era giá divenuto membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista d’Italia (PCdI).
  29. Suo capolavoro é considerato il romanzo Fontamara (1933).
  30. Il giornale si batteva per l’autonomia dei socialisti e per un’Europa unita.
  31. Al Movimento Cristiano Sociale aderí Anna Maria Enriques Agnoletti (1907-1944), partigiana. Catturata dai fascisti, essa venne torturata e poi fucilata il 15-5-1944. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Ne fecero parte anche Silvestra Lea Sesini e Lorenzo Lapponi, partigiani cattolici.
  32. Le riunioni si svolsero nell’agosto 1942, per iniziativa di Alcide De Gasperi, ultimo segretario del PPI, e di Piero Malvestiti, leader del movimento neo-guelfo. Vi parteciparono anche, a vario titolo, Mario Scelba, Attilio Piccioni, Camillo Corsanero, Giovanni Gronchi, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Paolo Emilio Taviani e Giuseppe Alessi.
  33. Un badile e un libro aperto, con una croce sullo sfondo, chiari simboli del suo socialismo cristiano.
  34. A causa della sua scelta politica, Bruni perse il posto alla Biblioteca Vaticana e, avendo vinto un apposito concorso, si dedico’ all’insegnamento di „Storia e Filosofia“ nei licei. In seguito diventerá docente universitario di Filosofia medioevale e di Storia delle dottrine politiche.
  35. Alla creazione dell’USI contribuí prevalentemente il Movimento Lavoratori Italiani (MLI) di Cucchi e Magnani, affiancato da socialisti provenienti dal PSI, dal PSU, dal PSLI e dal Pd’Az.
  36. Il Nuovo Partito Socialista Italiano di Unitá Proletaria (NPSIUP) era stato costituito nel luglio 1972 da quei militanti del PSIUP che, dopo lo scioglimento del loro partito, si erano rifiutati di confluire nel PCI o nel PSI e avevano preferito proseguire autonomamente la loro battaglia politica costituendo appunto il NPSIUP, guidato da Vittorio Foa e Silvano Miniati.
  37. Dal 14 al 16 luglio 1971 si riunirono a Santiago del Cile ottanta religiosi per discutere sul tema Partecipazione dei cristiani alla costruzione del socialismo in Cile. Con la Dichiarazione degli Ottanta essi si dichiararono favorevoli alla collaborazione tra marxisti e cristiani.
  38. Allende, dopo aver vinto democraticamente le elezioni, governo’ il Cile dal 3-11-1970 all’11-9-1973, giorno in cui si suicido’ per non arrendersi al golpe militare guidato dal generale Pinochet, che poi instauro’ nel Paese una brutale dittatura di stampo fascista.
  39. Il FSLN fa attualmente parte dell’Internazionale Socialista.
  40. Esso si riuní per la prima volta a Bologna nel marzo 1973.
  41. Esso riprese da quello cileno la denominazione.
  42. De Vita (n. 1938) fu inizialmente referente organizzativo e coordinatore delle attivitá, per poi diventare segretario nazionale e responsabile dei CPS.
  43. Arrigo Colombo, Roberto De Vita, Ernesto Balducci, Marco Bisceglia, Angelo Gennari, Filippo Gentiloni, Gabriele Gherardi, Ghibellini, Michele Giacomantonio, Giorgio Girardet, Marco Ingrosso, Domenico Jervolino, Franco Leonori, Giuseppe Morelli, Raffaele Morese, Arnaldo Nesti, Peppino Orlando, Romano Paci, Franco Passuello, Paolo Pioppi, Marco Rostan, Pier Giuseppe Sozzi, Marcello Vigli.
  44. Referendum del 12-13/5/1974.
  45. Nel Comitato Nazionale furono inseriti due rappresentanti per ogni regione.
  46. Quello che poi sarebbe stato il nuovo Partito popolare Italiano (PPI).
  47. In precedenza Carniti aveva fondato Riformismo e Solidarietá (ReS), un gruppo detto di catto-socialisti che si proponeva la difesa della dignitá dell’uomo e della collettivitá e si presentava come alternativo al capitalismo, materialista e consumista e causa di molte disuguaglianze.
  48. La CISL, le ACLI, l’Azione Cattolica, l’Agesci (guide e scout), la Confcooperative, il volontariato.
  49. Paola Gaiotti in precedenza aveva fatto parte del movimento Lega Democratica – Cristiani per il socialismo e le Comunitá di Base.
  50. Laura Rozza proveniva dal Movimento per la Democrazia – La Rete.
  51. Ex presidente della FUCI (1985-87).
  52. Ne facevano parte, oltre i CS, il PDS, il PRC, il PSI, la Federazione dei Verdi, La Rete, Alleanza Democratica e Rinascita Socialista. Le coalizioni rivali erano quella di destra, „Il Polo“, guidato da Sivio Berlusconi, che vinse le elezioni, e quella di centro, „Il Patto per l’Italia“, capeggiato da Mariotto Segni.
  53. Pierpaolo Casadei Monti, Michele Corvino, Guido Cesare De Guidi, Enrica Pietra Lenzi, Giovanni Russo, Cosimo Scaglioso.
  54. Paola Gaiotti De Biase, Vito Fumagalli, Luciano Galliani, Lorenzo Guerzoni, Giuseppe Lombardo, Mimmo Lucá, Domenico Maselli, Sergio Tanzarella.
  55. Le elezioni furono vinte dall’Ulivo e Romano Prodi formo’ il suo 1° governo.
  56. Nella quota proporzionale della Camera i CS si presentarono nella lista del PDS.
  57. Pierpaolo Casadei Monti, Guido Cesare De Guidi, Giovanni Russo, Luigi Viviani.
  58. Franco Chiusoli, Mimmo Lucá, Marcella Lucidi, Domenico Maselli, Carlo Stelluti.
  59. Vi aderirono: il PDS, la Federazione Laburista, i Comunisti Unitari, la Sinistra Repubblicana, i Riformatori per l’Europa, Agire Solidale e i Cristiano Sociali.
  60. Nel 1999 ne divenne Coordinatore Nazionale Giorgio Tonini, con Presidente Mimmo Lucá.
  61. L’associazione faceva parte della Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, organizzazione associata all’Internazionale Socialista.
  62. Il Movimento Repubblicani Europei (Luciana Sbarbati). Ex UDC di Marco Follini, Alleanza Riformista di Ottaviano Del Turco, singole personalitá.

Fonte: di FERDINANDO LEONZIOTags: FERDINANDO LEONZIOIGNAZIO SILONELA RIVOLUZIONE DEMOCRATICALRDMIMMO LUCA’PIERRE CARNITIPRAMPOLINISCIRO’SOCIALISMOSOCIALISTI E CRISTIANI

settembre 18, 2020

Intervista a Gianluigi Espsosito

di Antonella Ricciardi.

Nel dialogo  successivamente, riportato Gianluigi Esposito, uomo di cultura a tutto tondo, espone le ragioni principali del suo ritorno all’impegno politico, ad Angri (Salerno), in sostegno di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, e nell’ambito del suo impegno nel Partito Democratico. Ispirato studioso di tradizioni, soprattutto musicali e poetiche,  napoletane, e non solo, Gianluigi Esposito è un chitarrista di talento; inoltre, ha collaborato anche a documentari e film; sua è la sigla iniziale del celebre programma RAI, naturalistico e turistico -culturale, “Sereno Variabile”. La sua brillante carriera nel campo artistico e dello spettacolo è stata consolidata dagli studi seguiti alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna, indirizzo musicale (il Dams) e presso la Facoltà di Musicologia, del Conservatorio di Salerno. Ha insegnato anche, in varie scuole,  musica popolare, che esprime l’ “anima antica” ed il folklore della Campania, evitando operazioni troppo commerciali. In Gianluigi Esposito,  l’impegno di cantore della migliore tradizione campana si fonde con l’impegno etico-sociale, che, proprio attraverso la promozione culturale di Angri e dintorni, ha in programma una valorizzazione turistica di questi luoghi: integrando ripresa economica e sicurezza sanitaria, sotto il segno dell’impostazione di Vincenzo De Luca, che, a giudizio di parecchi, in effetti,  ha fatto scuola per efficienza e rigore, nell’emergenza pandemia, e non solo. Inoltre, a titolo personale, ma coerentemente con i suoi ideali riguardo il sociale, Gianluigi Esposito si è impegnato a favore del reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, anche grazie all’approfondimento culturale ed il confronto, che possono aiutare comprensione di errori del passato ed un cammino di redenzione.  Nella sua apertura al prossimo, compresi gli “ultimi” (ma non per importanza) di questa società, Gianluigi Esposito s’ispira anche all’invito alla misericordia di vari Papi, ma anche di singoli autori, animati da particolari ideali: ultimamente, ad esempio, in un contesto pubblico, aveva ricordato, quale motivo ispiratore, una frase dello scrittore Ignazio Silone, sull’impegno, ed, in un certo senso, la fede che Dio agisca nelle persone: “Noi siamo i cristiani assurdi, quelli che non aspettano la salvezza quando verrà, ma che la anticipano con i propri comportamenti individuali”.  Ancora nel contesto di queste iniziative, volte anche all’aiuto delle famiglie dei detenuti (anche per evitare che il sentirsi rifiutati porti al rifiuto della società esterna), Gianluigi Esposito ha coinvolto, ad esempio, in tale cammino di riscatto attraverso la conoscenza, l’ex boss di camorra Cosimo Renga. Inoltre, Gianluigi Esposito è stato curatore di varie pubblicazioni, riguardanti pure la difficile vita nelle prigioni ed una possibile via migliore, rispetto ad un passato discusso: ad esempio, G. Esposito ha avuto un ruolo editoriale nella pubblicazione, nel 2019, del libro: “Poesie dal carcere” (pubblicato con “Neomediatalia”) dell’ex boss di camorra Raffaele Cutolo, che raccoglie composizioni più antiche e più recenti.. pubblicazione che può far molto discutere e certamente, soprattutto, pensare: versi realmente intrisi di nostalgia, associazioni mentali inconsuete, dolore per il male compiuto e subito, interrogativi ed interpretazioni esistenziali, di una propria filosofia personale di vita, pensieri di bene e di fede… Ancora su questa vicenda, è importante ricordare che Gianluigi Esposito è stato uno degli autori del documentario: “Denyse dietro il vetro”,  pure del 2019, per sensibilizzare maggiormente ed auspicare un cambiamento migliorativo della legge, che impedisce contatti fisici tra maggiori di 12 anni e persone al 41 bis, perfino nel caso di genitori e figli: teoricamente per impedire eventuali messaggi “di troppo”; si può notare, però,  possano esserci altri modi per raggiungere tale fine, senza colpire così pesantemente il lato umano. Raffaele Cutolo, che fu condannato all’ergastolo, ha in effetti subito un numero di anni di carcere immane, da far rabbrividire: oltre 50 complessivi (dal 1963, con poche interruzioni, tra 1970-1971 e negli anni 1977, 1978, 1979); nel 2020, è stato ricoverato due volte in ospedale, per le sue patologie. In particolare, dal 31 luglio 2020, è in cura, in un centro sanitario esterno al carcere:  stravolto anche dai 41 anni “filati” di carcere continuativo, dal maggio 1979. Gli stessi detenuti del carcere di Parma, dove era recluso prima dell’ammissione nel centro esterno, hanno espresso solidale dimostrazione a suo favore.  In molti, poi,  sempre più numerosi, che nulla hanno a che fare con la criminalità,  hanno “messo la faccia”, nell’auspicare che tale ergastolo sia almeno non completamente ostativo, con differimento della pena e revoca dell’articolo 41 bis:  sia per motivi umanitari che per la ormai completa estinzione, da molti anni, della fazione della camorra organizzata, da Cutolo guidata, in un tempo non più attuale. Del resto, carcere ostativo e 41 bis non vengono applicati neanche in casi molto più gravi e pericolosi, riguardanti, ad esempio, pedofili assassini. Gianluigi Esposito persona perbene, conclude il suo discorso con parole che indicano una intensa luce di speranza: la stessa nascita della figlia di Raffaele Cutolo e della moglie Immacolata Iacone, è avvenuta grazie ad una inseminazione assistita (dato che lui non poteva uscire dalla prigione), autorizzata dallo Stato stesso: in questo caso, uno Stato certamente molto più umano, che per questo può suscitare più pieno rispetto: vi fu una combinazione favorevole tra un Ministero della Giustizia più lungimirante, un magistrato più illuminato, la direzione più umana del carcere, che all’epoca era quello di Belluno. Del resto, dare una possibilità reale, spesso motiva ad una evoluzione migliorativa; lo stesso Raffaele Cutolo aveva espresso un concetto del genere, ad esempio, in una lettera aperta ai detenuti, per un carcere verso il 2000: riportata nel valido libro della giornalista Gemma Tisci “Ricordi in bianco e nero”, sul tema…nella missiva, tra le altre cose, Raffaele Cutolo esprimeva, con tono mite,  l’idea che solo l’amore potesse portare altro amore, e che, se solo gli avessero permesso di svegliarsi accanto alla persona amata, di dare dei baci in più, e così via…certamente poteva essere un passo in avanti ulteriore, per una redenzione più completa, per sentirsi più motivato a ciò. Tornando a Denyse Cutolo, fu una vicenda di vita che aprì la strada anche ai diritti di altri detenuti nella stessa situazione: dopo allora, c’è stata più di una nascita di figli di detenuti: eventi che è come se ridessero vita a coloro che, vivendo il carcere ostativo, era quasi come se morissero ogni giorno. Soprattutto, rimanendo ancora sulla nascita dell’innocente Denyse, nel 2007, la sua venuta al mondo aveva potuto dare più pace allo stesso Raffaele Cutolo, che aveva invece perso, in circostanze atroci, un altro figlio, avuto da una precedente compagna, nato negli anni ’60: lo sventurato Roberto, assassinato per vendetta trasversale da mafiosi rivali. L’immagine del giovane Roberto Cutolo, riverso sulla terra macchiata di sangue, tornava in modo straziante, nella mente del padre…sebbene fossero immagini che, comprensibilmente, non aveva voluto vedere, ma che non poteva evitare, invece, di figurarsi…e solo in sogno l’immagine del figlio tornava quella di una persona viva e rasserenante. Nel caso della figlia Denyse, però, Raffaele Cutolo, marito e padre, ha potuto così ritrovare una ragione di vita: in una deliziosa e bella bambina, che, non deve essere ingiustamente penalizzata, senza necessità, afferma Gianluigi Esposito;  del resto, è una bambina che avrà tempo per elaborare una idea più completa di un padre, i cui errori non sono però stati nei suoi confronti, e che ha cercato anche il bene, e di uno Stato che si può sperare potrà dimostrarsi, nel corso del tempo, più umano e migliore.

Ecco dunque l’intervista:

Ricciardi: “Sei da anni un artista intensamente impegnato nel sociale, nuovamente candidato nel PD, ad Angri, in sostegno di Vincenzo De Luca, per un miglioramento concreto delle condizioni di vita nella nostra terra: puoi esporre, in sintesi, alcuni dei motivi di questa scelta e gli aspetti primari del tuo programma? Insomma, cosa proponi, e perchè l’hai scelto.”

Esposito: “Bene, io innanzitutto, sono un militante del Partito Democratico, del centro-sinistra, da 20 anni; io credo fermamente nella figura di Vincenzo De Luca in quanto governatore, ed è per questo che mi candido  a consigliere comunale di Angri: a sostegno di Pasquale Mauri, sindaco di Angri, perchè credo ci sia bisogno che per questa città venga il momento di decisioni molto importanti, molto forti. E quindi Mauri è una persona in linea con il piglio gestionale di De Luca: una persona che sa prendere decisioni, sa prendere responsabilità. Mi candido perchè credo che questa città abbia bisogno anche di quelli che come me, nel corso degli anni, hanno maturato una serie di nuove esperienze: io, ad esempio, nell’ambito della cultura,  dello spettacolo, e ho avuto la possibilità, in questi anni, di lavorare con grandi personaggi…

Ricciardi: “Infatti, oltre all’impegno con il programma di De Luca, che ha protetto molto la Campania, è stato riconosciuto da più parti, nel periodo indubbiamente difficile della pandemia,  è nota la tua valorizzazione del patrimonio della Campania che si attua anche sul piano artistico, in quanto musicista ed interprete, tanto da avere dedicato, in quanto compositore e chitarrista, dei concerti in onore, tra gli altri, del poeta Salvatore Di Giacomo, e dei cantanti Roberto Murolo e Sergio Bruni, ed altri, tra i più celebri, naturalmente. Ti chiedevo quindi su qualcosa di cui mi stavi accennando:  ci sono denominatori comuni tra il tuo impegno nello spettacolo e nel campo politico-sociale?

Esposito: “Credo che la cultura sia un volano di sviluppo, economico e sociale, della mia città, del mio paese: di Angri. Noi abbiamo la collegiata di San Giovanni Battista, il castello Doria,  al centro di Angri, il comparto dei reduci ed ex combattenti, che potrebbe diventare un importante polo turistico-culturale della provincia di Salerno, e quindi  poter all’esterno, in tutto l’Agro e anche nella Costiera, pubblicizzare un cartellone di eventi, che possa fare  turismo; questa è una cosa che è estremamente importante. Se si pensa che ad Angri, abbiamo l’unico santo nato in questa città, in questa provincia, che è Sant’Alfonso Maria Fusco, fondatore delle suore battistine: potrebbe anche questo, insieme a momenti di altissimo valore culturale, rappresentare un attrattore turistico per la città… essendo noi un territorio di transito., perchè Angri è a 30 km da Napoli, a 23-24 da Salerno, 4 da Pompei; è alla spalle della Costiera Amalfitana, per cui bisogna uscire ad Angri per andare in Costiera Amalfitana. Ecco, questo turismo che ci circonda può quindi fermarsi anche ad Angri, ed essere incoraggiato, programmando dei grandi eventi.

Ricciardi: “Certo, è uno snodo molto importante. Tra l’altro, hai anche il tuo locale, che è anche importante centro di eventi artistici, di spettacoli, “Vicodovattariello”, che può attrarre turismo gastronomico,  culinario, ed in generale eventi importanti.”

Esposito: “Certo, è parte dell’organizzazione della movida angrese: ci sono diversi locali; questa forza, associazione rappresenta, a sua volta, un attrattore turistico. Abbiamo una clientela che arriva da tutta la Campania, proprio perchè siamo conosciuti in Campania, per la qualità del prodotto che offriamo della nostra città. Angri ha una tradizione di ristorazione molto molto importante.

Ricciardi: “So che hai curato molto anche la movida sicura, in questo periodo particolare”.

Esposito: “Ci siamo battuti molto per avere una movida sicura, una movida protetta: una movida che non debba essere il momento di sfogo di pressioni represse, ma deve essere un momento di confronto, un momento di socialità, di leggerezza…ma sempre tenendo presenti quali siano le regole del buon vivere, e il senso civico. “

Ricciardi: “Puoi ricordare alcuni dei progetti, sul piano culturale artistico, dello spettacolo, cui tieni di più, riguardo quello già realizzati, e perchè tu sia più legato ad essi? Tra l’altro,  hai collaborato anche con Michele Placido, tra le esperienze più intense…”

Esposito: “Allora, io collaboro tuttora con Michele Placido, con Giancarlo Giannini, ho lavorato con Giuliana De Sio… Con Placido, stiamo continuando a tenere concerti in tutta Italia. Nel mio lavorare con questi personaggi,  ho fatto sempre sì che la città di Angri potesse essere rappresentata. E ad Angri io mi sono battuto molto per la riqualificazione delle aree industriali dismesse, per poterle fare diventare luoghi di cultura, contenitori culturali. Ho per anni svolto una rassegna teatrale che si chiama “Avanteatro”, e che si svolgeva all’interno di una fabbrica dismessa, che per un mese diventava un luogo di arte, di cultura, appunto di teatro, dove sono venuti nomi anche internazionali, oltre che del teatro italiano. Ed abbiamo dimostrato alla città che questi luoghi, queste  aree dismesse, invece di essere sempre   oggetto di speculazione edilizia, possono diventare invece luoghi di cultura. Poi ho svolto, creato, il primo concorso lirico dell’Agro, che vedeva una partecipazione di concorrenti da tutto il mondo: questo è stato un altro momento molto importante per la città.

Ricciardi: “Hai quindi insomma unito culturale, sociale: qualcosa di molto importante… Infatti,
la tua sensibilità sociale ti ha portato anche ad analizzare e prenderti a cuore, con particolare altruismo, vicende frutto di disagio sociale, che ti hanno condotto, ecco, anche all’impegno a favore del riscatto etico di detenuti ed ex detenuti. Tra l’altro,  a questo proposito, ricordo il tuo avere curato una edizione di un libro di poesia di Raffaele Cutolo, che da anni afferma di avere chiuso con la camorra e si dice pentito di fronte a Dio; inoltre, hai realizzato un documentario

, “Denyse dietro il vetro,” molto molto toccante: sulla piccola Denyse Cutolo, che per il solo fatto di avere compiuto 12 anni, non può avere più, attualmente, alcun contatto fisico col padre, per supposti motivi di sicurezza, che non convincono fino in fondo, date le elevate misure ulteriori di sicurezza del 41 bis. Anche ora che Raffaele Cutolo è in un centro sanitario esterno al carcere, per motivi di salute da non sottovalutare, non può avere contatto fisico coi familiari: viene impedito da un tavolo che li divide; in effetti, l’impressione è che sia un infierire: non è naturalmente colpa dell’ospedale, cui è stato imposto, e dove almeno può essere curato meglio, ma è conseguenza delle disposizioni del 41 bis, trasferite appunto nell’ambito sanitario, pur esterno al penitenziario.   Puoi esporre i motivi profondi che ti abbiano maggiormente motivato, in tale impegno umanitario, compreso questo documentario così intenso?

Esposito: “Allora, facciamo un passo indietro: io mi occupo di quella che è la realtà dei detenuti  dal  1998, quando creammo l’associazione “Ismaele”, che aveva a cuore proprio i problemi dei detenuti, le famiglie dei detenuti: in particolar modo, dei figli. Nel corso degli anni, si è sviluppata anche  insieme a Cosimo Renga, un ergastolano del carcere di Rebibbia, che è diventato un eccellente attore, tanto da avere fatto anche un film con i fratelli Taviani, “Cesare deve morire”.

Ricciardi: “Forse era partito dal teatro, prima del cinema?”

Esposito: “Era partito dal teatro, fatto all’interno del carcere; e tuttora io collaboro con la compagnia “Assai”, del carcere di Rebibbia. Tanto che siamo andati in diverse carceri.. anche in quello di Tempio Pausania, a fare  uno spettacolo su Falcone e Borsellino”.

Ricciardi: “Poteva essere particolarmente liberatorio, per detenuti ed ex detenuti, esprimersi attraverso il teatro?”

Esposito: “Sì, credo che il teatro sia un’arma di riscatto: un’arma culturale importante, da usare contro la criminalità; perchè è sempre un problema culturale. E nel corso del tempo ho avuto modo, insomma, anche di affrontare la questione che riguarda Raffaele Cutolo, che, come tu hai ben sottolineato, ha chiuso con la criminalità, per lo meno da 30 e passa anni, anche 35 anni.”

Ricciardi: “Nulla più succede riguardo la NCO (Nuova Camorra Organizzata): non c’è più, praticamente…”

Esposito: “Non c’è più nulla, da questo punto di vista,  vero, e soprattutto non esiste più la sua volontà di vivere ancora quelle situazioni. Lui ha detto basta con la criminalità,  con la camorra. E, premesso che io sono favorevole al 41 bis nel senso degli aspetti sulla sicurezza, per i capi che ancora rischiano invece di essere attivi dall’interno del carcere, non condivido però la disumanità che c’è all’interno del 41 bis.”

Ricciardi: “Tra queste, può darsi ci sia la reiterazione eccessiva, probabilmente…”

Esposito. “La reiterazione eccessiva, ma vorrei capire il senso dei certe storture: come si può ingaggiare una lotta con l’amministrazione penitenziaria per avere un semplice fornellino in ghisa, per cucinarsi da solo dei pasti,: non capisco la necessità di questa cosa, e di dover fare domandina per avere il permesso di farsi lavare gli indumenti.”

Ricciardi: ” I pochi indumenti permessi.”

Esposito: “Esatto; addirittura, per gli indumenti intimi, si può avere il permesso solo alcuni giorni alla settimana”.

Ricciardi: “E forse sono logori, perchè pochi, molto pochi”.

Esposito: “Ecco,  sì, sono delle aberrazioni, che non hanno nulla in comune con il rispetto della dignità umana; perchè io faccio appello, il mio punto di riferimento, da questo punto di vista,  è una enciclica bellissima di Giovanni XXIII, in cui parla della distinzione tra l’errore e l’errante: l’errante, dice il Santo Padre, è sempre un essere umano, anche quando sbaglia, in campo morale e religioso. E, essendo un rappresentante della dignità umana, bisogna sempre trattarlo come si conviene, per la dignità umana: con tanta dignità. “

Ricciardi: “Ormai lui, Raffaele Cutolo, è uno degli “ultimi”, cioè una delle persone, più in difficoltà, e non è più il capo che era stato una volta”

Esposito: “Sì, assolutamente, ha anche in gravi condizioni fisiche, provate”.

Ricciardi: “Ha tutto un altro sapore il tuo impegno, che se fosse stato quando la situazione fosse stata altra”.

Esposito: “Certo, premesso che deve essere certo che la pena garantisca sicurezza, lui ha pagato, come è giusto che sia, per tutto quello che ha fatto; nessuno ne sta chiedendo una libertà senza controlli; chiediamo semplicemente il rispetto della dignità dell’uomo, che va preservata: altrimenti ci poniamo sullo stesso livello, sugli  stessi principi della criminalità, che però non posso essere i nostri principi: in nessun modo, assolutamente. Allora, oggi c’è un uomo quasi ottantenne, provato, debilitato, nel fisico, nell’anima,  a 57 anni dal primo arresto, alle spalle [da allora è stato in carcere in modo quasi continuativo, N.d.R.]…e c’è una bambina dodicenne, cui pure questo Stato ha concesso la vita, perchè ricordiamo  che Raffaele Cutolo ha avuto una bambina attraverso l’inseminazione artificiale, quindi fu autorizzato. Per cui, a  questa bambina va dato il giusto rispetto: va preservata rispetto a certe cose,  rispetto a certe brutture che si vivono. Poi, avrà tempo e modo per capire tutto quello che è successo, nel corso degli anni, per capire del perchè il carcere per il papà; ma oggi, non permettere più, da un giorno all’altro, alla bambina di abbracciare il padre, solo perchè , secondo la legge, potrebbe diventare veicolo di messaggi all’esterno, mi sembra veramente un’aberrazione.”

Ricciardi: “Parliamo in effetti di una minore non solo di 18, ma anche di 14 anni…”

Esposito: “Parliamo di una dodicenne, che, tra le altre cose,  cresce lontano da tutto questo: una bambina dolcissima, studiosa, che non fa nulla di questo, nulla di illegale; tra l’altro, anche con l’attore Gianfranco Gallo, abbiamo realizzato questo documentario, “Denyse dietro il vetro”, proprio per raccontare tutta questa situazione: proprio per far capire cosa si può fare perchè questa bambina, un domani, non porti rancore verso quello che deve essere lo  Stato, che deve garantire anche a lei il diritto ad essere figlia.”

Ricciardi: “Certo, poi forse un trattamento più umano, abbastanza più umano, per Raffaele Cutolo, è chiedere solo quello che si riserva a quasi tutti gli altri…”

Esposito: “Certo, e credo che debba essere innanzitutto curato, visto che ne ha bisogno. Sul pensare che possa essere ancora pericoloso, i giudici faranno le loro valutazioni, che, per l’amor di Dio, non voglio discutere, ma non credo, mi sembrerebbe strano che si potrebbe pensare ci fosse ancora un mondo disposto a seguirlo, perchè non è così,  e lui comunque non vuole guidarlo.. a parte il fatto che ha pure problemi di lucidità, dovuti all’età. Mi sembra veramente assurdo pensare che possa ancora fare e dire qualcosa che non vada: quel mondo è finito. E’ rimasto solo un uomo che, come dice lui, è come se portasse a spasso il suo cadavere, nel buio di una stanza, ma che pure ha trovato, attraverso la poesia, le ragioni della sua esistenza.

Ricciardi: “Quindi un segno, comunque, di una sensibilità importante che rimane…”

Esposito: “Sì, sì:  è una persona a cui bisogna tendere una mano. E ricordo una poesia di un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, dove dice:” Io uomo, ti invoco, non dico vieni  […] semplicemente, ti dico sì, uomo” [estratto da “Pietra di luce”, frammento da “Io ti invoco e ti cerco, uomo”, N.d.R.]. Non vedo perchè non dare ancora una possibilità ad un quasi ottantenne, che ha voluto volontariamente pagare tutti gli errori fatti, perchè cosciente di quello che ha fatto. Oggi, magari si può pensare ad un alleggerimento della situazione.

Ricciardi: “Poi certamente è proprio quello cui bisogna tendere, il conciliare sicurezza e misure, in qualche modo, più umane”.

Esposito: ” Si possono certamente conciliare. Nessuno immagina un Raffaele Cutolo completamente libero, che giri per i paesi…”

Ricciardi: “Però magari vi possono essere appunto attenuazioni importanti: come di solito è per  quasi tutti”.”

Esposito: “Anche un regime detentivo meno duro, e non per forza pienamente carcerario, può essere una ipotesi”

Ricciardi: “C’è chi ha ipotizzato anche un differimento della pena, con i domiciliari: questa sarà una decisione dei magistrati; va detto  che, a quell’età, quasi nessuno è in carcere, ed a volte anche con colpe più gravi alle spalle…”

Esposito: “Certo, certo!”.

Ricciardi: “Volevo poi chiederti, oltre a questo tuo impegno umanitario, sicuramente lodevole, ci sono altri particolari iniziative che desideri portare avanti, riguardo le quali potrai anticipare qualcosa?

Esposito: “Beh, sicuramente in campo artistico lavoreremo, per i prossimi mesi, a una serie di produzioni: anche con Gianfranco Gallo, stiamo pensando a delle cose, anche con Placido: collaborerò con lui ad un film, che comincerà a fine settembre. Nel campo  del sociale, mi auguro di riuscire ad aprire un dibattito su temi quali quello della piccola Denyse, e quanto meno di sensibilizzare l’opinione pubblica, rispetto a questo tipo di problematiche.

Ricciardi: “Poi, in fondo, proprio Denyse è stata il simbolo di uno Stato più umano, nel senso che ha detto sì a questa genitorialità.!

Esposito: “ Certo che sì!”.

Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi; intervista del settembre 2020