Posts tagged ‘Governo draghi’

marzo 27, 2021

DOPO DRAGHI LETTA,LA NORMALIZZAZIONE CONTINUA!

Di Luca Massimo Climati

Letta è arrivato per ‘modernizzare’ il PD e toglierlo da una condizione di rissa permanente e di subordinazione politica.

Chi ha deciso di sostituire Zingaretti con Letta ha però  in mente anche una ridefinizione complessiva degli equilibri politici in Italia all’interno del quadro europeista e atlantico. Quindi bisogna concepire questo passaggio non solo come alternanza di leadership, ma qualcosa di molto più ampio che è partito dalla defenestrazione di Conte. Siamo in piena pandemia, ma parallelamente siamo dentro una operazione di riorganizzazione del campo imperialista occidentale che coinvolge l’EU e i rapporti con gli USA.

Se questo è il disegno bisogna fare un bilancio sia di come procede l’operazione restaurazione e normalizzazione che di come ci si deve muovere per contrastare i disegni dei nostri avversari politici e di classe. Pensare di contrapporsi a tutto questo con dichiarazioni ‘ e con i appelli generici non può modificare la situazione.

Abbiamo avuto modo di constatare questa cosa nella iniziativa  dell’11 marzo scorso a Roma. L’appello a manifestare veniva da un comitato internazionale che, sostenuto da molti governi, richiedeva la sospensione dei brevetti sui vaccini per consentire la vaccinazione gratuita a livello mondiale. Un’ottima occasione dunque che peraltro è legata a tutta la gestione sanitaria del nostro paese. Davanti a Montecitorio c’erano però solo alcune decine di persone, tutte riconducibili al solito circuito della sinistra ‘alternativa’ romana, con tanto di sventolio di bandiere, mentre mancavano del tutto  settori di popolazione a cui la proposta di lotta sui vaccini sarebbe dovuta sicuramente interessare.

Si può dichiarare guerra al governo Draghi in queste condizioni?

Continua ad imperare in questo modo il principio che non importa quello che facciamo e quali risultati otteniamo, ma quello che diciamo coi comunicati e le testimonianze. Quando si comincerà a stabilire una connessione tra proposte, risultati e gli strumenti operativi per conseguirli? Le prospettive dipendono difatti da questa capacità di connessione. Draghi e il suo blocco golpista dobbiamo imparare a combatterlo veramente e non a parole.

Torniamo dunque alla questioni essenziali che riguardano sia gli strumenti che un ipotesi di programma che sia in grado di misurarsi con la sfida della normalizzazione  che ci viene  dall’operazione Draghi e ora anche dal programma di Letta. In primo luogo abbiamo la questione dello strumento. Pensare di poter affrontare un nemico che, nonostante le contraddizioni che si esprimono al suo interno e nella gestione del potere non solo non può essere assolutamente sottovalutato, ma neppure combattuto con l’arco e con la freccia perchè questo ci rende ininfluenti. Se vogliamo affrontare lo scontro, alle parole devono seguire i fatti. E fatti significa cogliere in modo preciso le contraddizioni e coinvolgere veramente coloro che le subiscono. Bisogna rendersi conto che siamo ben lontani da questa capacità e senza acquisirla rimaniamo soggetti alla manipolazione mediatica che il potere, nelle sue varie articolazioni, esercita sulla gente.

Mao diceva: osare combattere, osare vincere. Per noi il motto deve essere: imparare a combattere, imparare a vincere.

Si tratta, di riportare la discussione sul terreno del realismo e della verifica delle intenzioni di chi dichiara di voler combattere.

Ma quale forza organizzare e in che modo?

Intanto si tratta di fare, in proposito, i conti con un luogo comune in cui sguazza una certa sinistra: la retorica delle lotte senza tener conto che esse, per essere vere,  hanno un inizio e anche una fine e soprattutto un esito. Nutrirsi di ideologia non fa progredire il movimento: o si riduce questo ad un rito o lo si porta alla dispersione e alla sconfitta. Quindi, per andare al concreto, bisogna in questa nuova fase capire da dove partono queste lotte e qual’è il percorso e come ci attrezziamo. La riflessione da fare è questa.

Senza allargare il discorso limitiamoci alla partenza e rendiamoci conto che la prima e la più urgente delle questioni che ci stanno di fronte è quella della pandemia, dei vaccini e delle condizioni di salute della gente e le questioni sociali collegate.

Le forze che si raccolgono attorno a Draghi sanno che su questo si gioca la loro credibilità e il loro futuro.

Possiamo su questo affrontare lo scontro e disarticolare i progetti della restaurazione e della normalizzazione?

Possiamo da questo iniziare a creare una forza reale che sappia combattere la battaglia e porre le condizioni perchè l’esperienza e il risultato positivo possa rimettere in moto ampi settori di sinistra e dargli fiducia che le cose possono cambiare?

In  Italia ci sono milioni di persone che sono diffidenti rispetto all’azione di governo, ma confuse sulle responsabilità. Quest’opera di chiarimento dobbiamo saperla fare uscendo dalle nicchie e impegnandoci in campo aperto e con una forza unitaria e credibile.

marzo 8, 2021

LINGUAGGIO ED EGEMONIA MANAGERIALE – LA MCKINSEY

di Ferdinando Pastore

La lingua non è mai statica. Nel corso del tempo si lascia influenzare dalle reciproche relazioni tra gli esseri umani. In questo modo ciò che un tempo era una regola linguistica può diventare più avanti desueta o scorretta. E allo stesso modo i singoli termini mutano forma o significato. Si può legittimamente pensare per esempio che una società sempre più multietnica ridisegnerà corposamente il nostro vocabolario con nuove parole che irromperanno nell’uso comune o con leggere trasformazioni di altre. Nella musica leggera questi mutamenti si possono già intravedere. Anche la comunicazione di massa è destinata a imprimere un’accelerazione a questo processo. Questo lo si può definire un meccanismo virtuoso, costante nella storia. Diverso è quando si iniziano a utilizzare termini presi forzatamente da un’altra cultura e calati dall’alto. In questo caso si compie un’operazione ideologica. Durante il fascismo tutto era italianizzato fino ad arrivare e vere e proprie forzature spesso grottesche. Oggi appare consueto un uso apparentemente neutrale di parole inglesi che non dicono nulla di più dei corrispondenti termini italiani. Questo fenomeno ha preso piede in un determinato mondo, quello dei manager. La loro unificazione in vera e propria classe dotata di una specifica coscienza è stata cristallizzata anche attraverso l’irruzione di uno vero e proprio idioma internazionale. Puoi esserti formato in scuole di business sparse per il mondo ma uscito da lì avrai digerito quel determinato modo di esprimerti. Così come l’aristocrazia dell’800 utilizzava il francese per porre un confine tra la buona società e il mondo villano, oggi l’inglese aziendale decodifica un’appartenenza elitaria.Ma appunto quel linguaggio non è neutro. Fa riferimento a specifici dispositivi di comando. Le sue clausole retoriche poggiano le basi sulla vita plasmata dalla managerialità in senso assoluto, non ferma al semplice luogo di lavoro. L’idea appunto che l’esistenza debba trovare stimoli nelle qualità imprenditoriali di ognuno. In questo modo il mercato ha ritrovato una sua dinamica seducente. La vita si consuma in progetti evolutivi che trovano senso all’interno del sistema della concorrenza. Ogni scelta personale costruisce un percorso dinamico che educa il soggetto alle regole di mercato. Quando quel linguaggio si separa dalla dimensione tecnica e irradia le proprie maglie nella lingua di tutti i giorni quell’ideologia vuol dire che è egemone. Non che non sia sottoposta a critica ma che diventa improvvisamente senso comune. Nonostante le avversità, la crisi, le eventuali proteste si respira comunque quella mentalità. Ultimamente e sempre di più viene utilizzato il termine “too much” per descrivere l’idea di “troppo” in tutte le sue sfaccettature. Non si parla dunque di un concetto tipicamente aziendale. In questo caso la ricchezza di un concetto che si sostanzia in molteplici termini linguistici – eccessivo, esagerato, inappropriato, sovrabbondante solo per citarne alcuni – si uniforma in una sola parola buona per ogni contesto. Ciò che emerge è proprio la via omogeneizzante di questa deriva. Quando si perde la facoltà di arricchire il proprio linguaggio scegliendo di volta in volta il termine più adatto a una determinata circostanza si affievolisce progressivamente la capacità di analizzare la realtà in senso critico. Si rischia insomma di piegarsi arrendevolmente a una forma mentis che condizionerà le relazioni sociali, i rapporti di forza e la capacità conflittuale di un popolo o di una classe. Non deve stupire quindi l’affidamento sul controllo del Recovery Plan a una società privata americana di consulenza. Draghi è un esponente qualificato di una peculiare ideologia politica. Quella che vuole pubblicizzare il diritto privato e assoggettare lo Stato a mero esecutore degli interessi di profitto dei privati. Nulla di nuovo sotto il sole, funziona così da un trentennio. Quello che ancora spaventa è la considerazione generale della popolazione che vede in questa operazione un segnale di normale efficienza. Quindi l’incapacità ormai consolidata di interpretare gli eventi. Pensare insomma che la McKinsey possa sostituire il meccanismo democratico sul controllo della spesa pubblica che dovrà essere delimitata secondo i canoni di una presunta razionalità. Non capire che quella certificazione di qualità dovrà stabilire quanto lo Stato si sia attenuto alle indicazioni dei privati sulle modalità di impiego di quelle minime risorse che il “vincolo esterno” ci concede. Certificare insomma che lo Stato non racchiude in sé gli sviluppi dinamici e conflittuali della società intera ma – come pensano alcuni antagonisti funzionali al sistema – è un ente statico che non si potrà mai conquistare. La privatizzazione della sfera pubblica è un processo apparentemente travolgente proprio perché le ramanzine sulla competenza tecnica degli operatori razionali di mercato hanno foggiato i costumi e le condotte degli individui. La didattica pedagogica delle scuole di business.

marzo 4, 2021

SFRUTTAMENTO E CLASSE!

di Franco Astengo

Pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845 ritorna in libreria (edizioni Feltrinelli), nella storica traduzione di Raniero Panzieri “La situazione delle classe operaia in Inghilterra” di Friederich Engels.

Sfruttamento e Classe: ci troviamo così nell’occasione di una rilettura di questi due termini fondamentali per la storia (e l’avvenire?) di quello che un tempo avevamo definito movimento operaio.

Un’occasione di riflessione che si presenta in un momento di grande difficoltà per le espressioni politiche, di sfrangiamento sociale, di mutazione pressoché antropologica imposta da circostanze ed eventi da molti non previsti e ignoti nella loro destinazione storica.

Nella recensione del testo, curata per il “Manifesto” da Donatella Santarone, si fa cenno a quanto scrivono i due curatori della riedizione, Donaggio e Kammerer, indicando come uno dei temi centrali del libro di Engels appaia essere quello “dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro”.

Sale subito alla mente il Sanguineti “dell’odio di classe” e ci si interroga su quanto vale oggi quell’affermazione in tempi di indefinitezza delle contraddizioni e di società non più liquida ma “gassosa”,almeno in quelli che qualche anno fa avremmo definito “ i punti alti dello sviluppo”.

L’interrogativo che principalmente dovrebbe interessarci adesso potrebbe essere così riassunto: Il mutamento che si è registrato nella condizione materiale di vita e di lavoro dal tempo in cui Engels scrisse quel testo ad oggi, è stato dovuto dall’impeto della lotta di classe o alla crescita infinita dello sviluppo produttivo oppure, ancora, quanto dal combinato disposto tra questi due fattori?

La lotta di classe vive se ci sono condizioni per un governo della politica verso lo sviluppo e non esiste quando questa capacità di governo viene meno e la politica resta ancillare rispetto alla tecniche, trasformandosi appunto in “tecnocrazia”?

Come si capirà bene l’attualità di questo secondo interrogativo appare quanto mai stringente.

Engels non aveva dubbi: lotta di classe e sviluppo (tecnologico, scientifico, industriale) dovevano camminare a fianco a fianco e da lì sarebbe nata la scintilla della trasformazione, che poi avrebbe assunto diverse forme fino al fallimento del più “forte” tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ‘900.

Così dalla lotta di classe portata dentro lo sviluppo tecnologico nacquero i grandi partiti di massa nell’Europa Occidentale fino al leniniano “Soviet più elettrificazione uguale socialismo” e all’interventismo statale della pianificazione e/o della programmazione (più o meno democratica).

Oggi l’evoluzione scientifica e la raffinatezza del comando mediatico hanno portato ad “smarrimento” determinato dall’individualismo (anche quello dei “diritti”) che agisce ormai indisturbato in un quadro di diseguaglianze complesse.

L’asimmetricità delle condizioni materiali di vita (e di sfruttamento) tra le varie parti del mondo appare come questione dominante tale da impedire, forse, di vedere oggi una dimensione compiuta e organica della lotta di classe facendo smarrire anche l’idea dello sviluppo.

Intendo affermare, con questo, che non possiamo più considerare lo scontro sociale patrimonio dell’avanzato mondo occidentale e che non basta il residuo di un “terzomondismo” condito da una sorta di esigenzialismo ambientalista per fornire alle contraddizioni una nuova miscela di lotta.

E’ rimasta tutta intera la questione irrisolta del XX secolo e che Engels non proponeva nel suo testo del 1845 (tre anni prima della pubblicazione con Marx del “Manifesto): la questione del potere e dello stato.

La traduzione di Panzieri fu pubblicata per la prima volta nel 1955 dalle edizioni Rinascita.

Panzieri in quel momento era impegnato nell’analisi con la quale elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella

fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

Rimase tutta interamente inevasa, anche allora, l’esigenza di incarnare l’analisi in una strutturazione politica.

Rileggere oggi Engels con la mente rivolta al suo traduttore può rappresentare un momento di riflessione non tanto e non solo sulle occasioni mancate e sull’impossibilità di ripetere schemi ormai desueti nella modernità ma per comprendere meglio la nuova qualità delle fratture sociali in una fase nella quale il tema del rapporto tra Potere/Stato/modello di sviluppo rimane ancora tutto da costruire, tanto più in assenza di soggettività definite e di egemonia di forti “contraddizioni in seno al popolo”, come si diceva una volta.

marzo 4, 2021

Il romazno di una giovane povera.

Elodie è una a cantante classe 1990 figlia di un’artista romano e di ex modella creola. I suoi genitori si separano quando la futura cantante è ancora piccola, così la famiglia affronta una serie di pesanti problemi economici. Nel 2015 comincia la sua scalata al successo, che la porta ad essere una delle cantanti italiane più apprezzate e remunerate del Bel Paese. Perchè ci interessa tutto ciò? Perchè Elodie ieri sul palco di Sanremo ha dato vita ad un monologo autobiografico-motivazionale in cui la sua parabola da sottoproletaria a stella dello showbiz tricolore è posta come esempio per le nuove generazioni. Il suo monologo si inserisce non a caso in un contesto economico-sociale drammatico: la disoccupazione aumenta a ritmi vertiginosi (in particolare quella femminile), le nuove generazioni incastrate nella didattica a distanza avranno meno possibilità di trovare lavoro rispetto a quelle precedenti, il meridione (da cui Elodie proviene, avendo effettuato la sua scalata sociale fra Roma e Lecce) viene considerato ormai defunto, in quanto il nuovo governo a guida Draghi non ha alcun programma di rilancio per il Sud, i figli di immigrati nati in Italia in questa situazione sono fra i più penalizzati, poiché vedono i genitori perdere il lavoro e dubitano la scuola offra a loro la possibilità di trovarne uno (Elodie è di famiglia mista). In questo contesto il discorso autobiografico-motivazionale di Elodie ha un forte senso politico, e un chiaro orientamento ideologico: è la traduzione del sogno americano in salsa tricolore.Analizzando meglio la biografia di Elodie, possiamo notare altri particolari significativi: la sua scalata nello showbiz inizia grazie alla frequentazione del mondo delle discoteche in giovanissima età, in cui lei dapprima fa la cubista e poi la vocalist. Grazie alle conoscenze raccolte nell’ambiente, si presenta dapprima al talent X Factor nel 2009 (venendo subito scartata), poi al programma Amici di Maria De Filippi nel 2015, dove arriva seconda. La notorietà conseguita grazie al talent la fa salire rapidamente nel rank delle giovani cantanti italiane, dove la sua scalata s’incrocia con quella di alcuni big provenienti dal movimento rap e trap (da Guè Pequeno a Marracash, passando per Mahmood e Dardust) che vedono nella sua ascesa sociale da povera di provincia a star nazionale la realizzazione del sogno di riscatto sociale tipico del movimento trap. C’è qualcosa di male in tutto ciò? Assolutamente no, ma farne un modello collettivo presenta forti problematiche, accenneremo ad alcune di queste.La scalata di Elodie è nel contempo la negazione e l’affermazione paradossale della meritocrazia: abbandonato il liceo per seguire la carriera di cubista, la nostra capisce fin da giovane che l’istruzione è ormai obsoleta se si vuole tentare l’ascesa sociale, si dedica quindi ad ampliare il suo giro di conoscenze, facendosi notare per le sue qualità canore e la sua ambizione. La sua entrata nello showbiz avviene grazie ai talent televisivi, la quintessenza stessa del modello populista (ad ognuno è aperta la porta per diventare una stella) di era berlusconiana, modello nato dall’ideologia del Biscione e poi divenuto un modo di concepire il mondo universalmente accettato, poiché sostituisce con l’ascesa individuale l’ormai obsoleto modello del miglioramento delle condizioni economico-sociali collettive, ottenute mediante la lotta di classe e non l’arrangiarsi del singolo.L’altro problema è dato dal fatto che la biografia di Elodie è un ottimo esempio di riscatto individuale, ma ha in sé il problema dell’estendibilità: quante persone possono oggettivamente sperare di fare la stessa scalata sociale? Qualche centinaio se va bene… e le milioni di persone che non ce la fanno? Il discorso motivazionale di Elodie gli suggerisce di continuare a sognare e provare, poiché non c’è altra strada. Elodie ribadisce quindi l’ideologia thatcheriana del TINA: non c’è altra strada per fuggire dalla povertà se non lottare ognuno per sé e sperare qualcuno di già inserito nel sistema (e qui si innesta il suo commosso omaggio al pianista jazz e mentore Mauro Tre) ti noti e ti coopti al suo interno. Il populismo si fonde perfettamente con l’ideologia della meritocrazia, ed insieme sorreggono l’idea che a questo sistema non ci sia alcuna alternativa: o così oppure non c’è che la povertà e l’insignificanza.Perché questo discorso è accettato tanto da sinistra quanto da destra, tanto fra i liberal conservatori quanto fra i progressisti? Perché Elodie ci suggerisce tramite la suo biografia che questa lotta verso la vetta è aperta a tutti, indipendentemente da sesso, orientamento sessuale, razza, religione, ecc e tale deve rimanere: qualsiasi tentativo di bloccare l’accesso a tale lotta di tutti contro tutti per motivi legati all’identità etnica o sessuale dev’essere fermamente condannato.Nel suo discorso motivazionale quindi antirazzismo, antisessismo, antiomofobia si fondono alla perfezione con il No Way Out liberista: il miglioramento delle condizioni economico-sociali di tutti diventa la lotta universale a mantenere aperta a chiunque l’arena per arrivare alla vetta.Visto nella nostra ottica il messaggio di Elodie si trasforma quindi da commovente/incoraggiante ad inquietante: una vita migliore è potenzialmente aperta a tutti, ma solo pochi ci arriveranno, per gli altri non c’è più alcuna speranza, né individuale né collettiva.