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aprile 8, 2020

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO PER LA PREDISPOSIZIONE DI UN PIANO B PER SALVARE IL PAESE DALL’ESITO NEGATIVO DELLA TRATTATIVA IN ATTO NELLA UE .

di Franco bartolomei coordinatore nazionale di Risorgimento socialista.

La ferma risposta negativa data dalla Germania ed i suoi stati vassalli – in ossequio alle stringenti regole europee – alla richiesta Italiana di una diretta emissione di Eurobond da parte della BCE , i cui ricavi siano ripartiti proporzionalmente tra gli stati della UE ,per far fronte alle spese straordinarie ed ingenti necessarie ad uscrire dall’emergenza ed a rilanciare le economie nazionali , rende sempre più difficile e densa di rischi per il nostro paese la trattativa in atto nel gruppo decisionale della Eurozona.

E’ evidente il gioco della Germania e dei suoi alleati, e degli organi esecutivi della UE – edificata proprio per attuare politiche ispirate al contenimento dei bilanci e della spesa sociale – di allungare i tempi della trattativa per volgerla a proprio favore e ridurre i margini di manovra dell’Italia e della Spagna .
E’ evidente il disegno: strozzare il nostro paese, alle prese con tutte le emergenze connesse con la crisi epidemica in atto, in una situazione in cui le difficoltà di liquidità e la pressione speculativa esercitata sugli spread, finiscano per piegare le ginocchia al nostro tentativo di resistenza sulle richieste avanzate dalla Governance europea e sul nostro diniego alla utilizzazione del Meccanismo Europeo di Stabilità( MES). Meccanismo che se attuato produrrebbe il commissariamento economico, finanziario e normativo della nostra residua autonomia decisionale.

L’attacco – massiccio e continuativo – da parte della BCE sullo Spread diventerebbe uno strumento formidabile di pressione sul Governo italiano per fargli accettare in condizioni di piena emergenza, il progetto originario della UE sponsorizzato dai paesi del Nord, quello di far transitare ogni possibile via di erogazione di liquidità straordinaria attraverso le forche caudine di un nuovo MES. Anche se esso fosse potenziato finanziariamente e solo lievemente attenuato nei suoi tempi e nei suoi poteri di commissariamento del paese, sarebbe comunque finalizzato a distruggere definitivamente la nostra autonomia economica. L’Italia è ancora fondata su un sistema manifatturiero molto esteso, completo in tutte le filiere , di forte spessore tecnologico e di alta qualità progettuale e commerciale. La nostra forza finanziaria, fondata sia sul risparmio privato più ampio tra tutte le economie sviluppate che sulle nostre tecnostrutture bancarie e finanziarie in possesso di fortissime competenze operative, si troverebbe immediatamente sotto attacco. Inoltre senza attuare serie politiche di espansione della domanda interna e di nuova liquidità si imporrebbe al paese una politica forzata di restituzioni e sacrifici a danno delle classe popolari e del mondo del lavoro .
E’ necessario che il governo prepari un piano di uscita e di emergenza per evitare di essere posto in una situazione di fatto ricattatoria.

Un piano articolato, da attuare nel momento in cui l’attacco della UE – governato dalla Germania – dovesse scattare in modo irreversibile, diretto a consentire al Paese di riacquistare immediatamente la propria autonomia finanziaria e monetaria .

Un piano di uscita unilaterale dal sistema Maastricht/Lisbona per consentire all’Italia di far fronte con mezzi autonomi o autonomamente reperiti a ogni possibile crisi di liquidità che paralizzerebbe tutta l’attività amministrativa ed esecutiva dello Stato e che porterebbe al collasso tutto il nostro sistema paese. Per far fronte a ogni altra aggressione sugli spread che porterebbe in prima battuta tutto il nostro sistema bancario e finanziario a un default immediato.

Un piano di emergenza che preveda:
L’immediata introduzione sul mercato di una nostra nuova ed indipendente circolazione monetaria.
L’immediato ingresso con partecipazioni pubbliche di controllo o condizionamento in tutte le imprese strategiche per il paese.
L’adozione di tutti gli strumenti operativi necessari a impedire flussi speculativi contro il nostro sistema azionario ed obbligazionario.
L’emissione di nuovi titoli di debito pubblico internazionalmente contrattati e riservati ai Paesi legati all’Italia da continuative relazioni di scambio commerciale.

aprile 6, 2020

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all’economia

 Isabella PolicarpioFlavia Provenzani

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all'economia

Il totale, che ammonta a 400 miliardi di euro, verrà concesso tramite prestiti, lo Stato farà da garante.

Si sono rese necessarie misure urgenti per le imprese italiane: nel decreto liquidità il Premier Conte insieme al ministro Gualtieri ha valutato le misure più idonee contro la crisi della produzione causata dal coronavirus.

Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia e delle Finanze, ha sottolineato che tali prestiti saranno “fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese. Il sistema di erogazione è molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi”.

Tra le novità più rilevanti la proroga di tasse e contributi con lo stop di quelli previsti ad aprile e maggio e la sospensione dei processi fino all’11 maggio; quasi certo il rafforzamento del cosiddetto “Golden Power”, per garantire il potere del Governo contro possibili acquisizioni straniere di Pmi e imprese.

Il decreto liquidità imprese serve come anticipazione del più corposo decreto ad aprile con misure assistenziali e ammortizzatori sociali. Quest’ultimo è atteso a metà mese.

Decreto liquidità imprese: le misure previste

Tante le novità per piccole e medie imprese italiane danneggiate dall’emergenza coronavirus: le misure a sostegno della ripresa economica confluiscono in un nuovo decreto – “decreto liquidità” – ufficializzato questa sera.

Nel Consiglio dei Ministri di oggi, il Premier Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri hanno finalmente messo sul tavolo il piano di aiuti alle imprese. Lo schema del futuro decreto era stato indicato ieri in tarda serata da Stefano Patuanelli, titolare del Mise, con tre temi fondamentali: aumentare le garanzie per i prestiti alle imprese, snellire la burocrazia e stanziare circa 7 miliardi di euro fino alla fine dell’anno. Vediamo nel dettaglio le singole misure ora approvate.

Decreto liquidità: 400 miliardi alle imprese

Argomento centrale del nuovo decreto è l’impulso ai prestiti per gli imprenditori, anche piccoli e medi.

«Mettiamo in campo 200 miliardi di garanzia per prestiti fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese o al doppio del costo del personale con un sistema di erogazione molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi», ha spiegato Gualtieri.

«Un intervento senza precedenti» secondo il ministro, «un’imponente mobilitazione di risorse pubbliche» al fine di offrire «una garanzia poderosa per preservare il nostro sistema produttivo a superare questo momento difficile e potersi rilanciare». Sono previsti «30 miliardi a sostegno di queste garanzie».

A livello di garanzie, Stefano Patuanelli, il titolare del Mise, ha sottolineato:

«Rispondiamo a un’esigenza assoluta delle imprese, avere liquidità. È una operazione amplissima, probabilmente la più grande d’Europa. Il Governo ha grande fiducia nei nostri imprenditori sulla loro capacità di uscire dalla crisi».

Aggiungendo che «il nostro sistema è fatto anche di tante piccole imprese artigiane, autonomi, professionisti: per questo mondo abbiamo rafforzato il Fondo centrale di garanzia che portiamo, con la possibilità di un prestito, fino a 5 milioni di euro con la garanzia al 90% dello Stato».

Proroga tasse contributi

Altra grande novità del decreto liquidità imprese è lo slittamento delle scadenza fiscali fissate per il 16 aprile e il 16 maggio 2020. La proroga interessa ritenute, contributi e pagamenti di Iva previste ad aprile e maggio. La misura si estende anche alle partite Iva che hanno beneficiato della proroga del precedente decreto Cura Italia.

Golden Power, nuove misure contro l’acquisto delle imprese italiane

Rafforzato il Golden Power, ovvero lo scudo normativo per evitare che le imprese italiane, soprattutto in settori strategici, siano acquistate da capitali stranieri. Conte ha spiegato:

«Attraverso il potenziamento del golden power potremo controllare operazioni societarie e scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma in quelli assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, sicurezza. È uno strumento che ci consentirà di intervenire nel caso ci siano acquisizioni di partecipazioni appena superiori al 10% all’interno dell’Ue».

Per approfondire l’argomento si consiglia il nostro articolo dedicato:

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aprile 4, 2020

Coronavirus: perché i contagi non calano?

Il numero di nuovi positivi si riduce con andamento lento e incostante, i morti sembrano assestati sugli stessi numeri ormai da settimane: perché in Italia i contagi non calano?

Coronavirus: perché i contagi non calano?

I dati diffusi ieri dalla Protezione Civile, ed etichettati ancora come stabili, riportano nuovi positivi che segnano quota 2.339 unità, in calo leggerissimo rispetto ai 2.477 del 2 aprile, e contro i 2.937 del 2 aprile e i 2.107 del primo aprile.

Per quanto riguarda invece i decessi, non è purtroppo possibile parlare neanche di un vero calo, visto che i 766 morti di ieri sono superiori ai 760 del 2 aprile e seguono un andamento che non accenna a un’inversione di trend.

Se da una parte rincuora il notevole abbassamento dei ricoveri in terapia intensiva e un sistema sanitario che può almeno parzialmente tirare il fiato, dall’altra in molti fanno grossa fatica a intravedere anche solo uno spiraglio di luce alla fine di questo lungo tunnel.

Forse si tratta di un andamento prevedibile, ma le dichiarazioni contrastanti in arrivo anche dai vertici – vedi la cosiddetta fase due datata al 16 maggio da Borrelli e la sua successiva smentita – non fanno che amplificare la confusione e la sfiducia del momento.

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Coronavirus: perché i contagi non calano?

Le comunicazioni governative degli ultimi giorni invitano i cittadini a non modificare nessuna delle abitudini introdotte dalle restrizioni, vista una stabilizzazione che non garantisce ancora certezze o possibilità di “abbassare la guardia”.

La stessa Protezione Civile ha ammesso nelle ultime ore che non si può ancora parlare di un calo sensibile, e alterare lo scenario di lockdown sarebbe prematuro e altamente deleterio.

Lockdown che adesso segna una scadenza molto, troppo vicina, indicata al 13 aprile, e che ha portato in molti a manifestare dubbi e perplessità. Il prolungamento imposto dal nuovo DPCM è parso ai più un temporeggiamento, volto a cercare di inquadrare una situazione non chiara.

A testimonianza di ciò, comunicazioni dai vertici che troppo spesso risultano in pieno contrasto; a partire dalla ormai famosa circolare sulle passeggiate genitori-figli, che lo stesso premier Giuseppe Conte ha praticamente smentito in diretta nazionale.

Per concludere nelle ultime ore con il commissario Borrelli, che prima ipotizza una data della cosiddetta ’Fase 2’ al 16 maggio, poi torna sui suoi passi per precisare che oltre al 13 aprile ufficialmente segnalato non esiste nessun’altra certezza.

Quello che appare evidente, al momento, è che la situazione è ben lontana da una svolta anche parziale, come indirettamente confermato dalle ultime dichiarazioni del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, che ha parlato di un semplice contenimento che non permette ancora di cantare vittoria:

“La nostra battaglia contro il coronavirus prosegue senza sosta, ma dobbiamo evitare di pensare che stiamo vincendo: gli indicatori ci dicono solo che stiamo cominciando a contenerne la portata. La sua dimensione, seppure non uniforme, è ancora rilevante. Bisogna astenersi dal pensare che sia già arrivato il momento di tornare a normalizzare comportamenti”.

aprile 4, 2020

Fatti non parole!

Quando c’è stato da criticare lo abbiamo fatto.

Quando lo abbiamo visto salire per la prima volta al Quirinale per ricevere l’incarico di Presidente del Consiglio ci siamo chiesti, in tanti, chi fosse. “Un burattino di Salvini e Grillo”, abbiamo pensato.

Poi, quel giorno di agosto, quando Salvini capendo di aver commesso un’idiozia ha cercato di ritornare sui suoi passi e non far più cadere il governo, Conte ha dimostrato a lui e al Paese tutta la sua dignità: “Se non vuoi più chiedere le miei dimissioni, allora le dimissioni le do da me”.

L’altro ieri Giuseppe Conte ha ceduto.

Il premier che non urla, che non fa il clown, che non fa slogan, che mantiene la calma, che resta impassibile e ha creato un modello di lotta alla pandemia oggi imitato in tutto il pianeta, ha ceduto.

Intervistato sul momento più difficile di questa emergenza ha ricordato le ore dei primi decessi.
E la ragione ha ceduto all’emozione.

Tutto il coinvolgimento emotivo che sta patendo da settimane, tra persone da salvare, un Paese da tenere in piedi mentre politici senza scrupoli cercano di scatenargli l’Italia contro bufale, manipolazioni, è venuto fuori.

L’espressione di quell’uomo sul punto di piangere è l’espressione di una persona che sta semplicemente facendo il meglio che può.
Senza calcoli elettorali, senza avere la pretesa di possedere la verità.

Oggi al suo posto avremmo potuto avere qualcuno che senza esitazione avrebbe sfruttato il dramma per elevarsi a difensore della Patria.

Avremmo vissuto in uno show perenne.

Invece abbiamo alla guida del Paese un uomo rispettoso delle istituzioni, che lavora incessantemente per il paese anziché per il partito.

E che merita, almeno per quel che mi riguarda gratitudine.

(Trovato sul web ma è sostanzialmente quello che penso. Al di là della politica. È una questione umana)

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aprile 3, 2020

La crisi del #Covid19 è l’occasione per ripensare il capitalismo

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di Mariana Mazzucato

da The Guardian (trad. Keynesblog.com)
Viviamo una crisi di portata mondiale. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i paesi, con una scala e una gravità che non si vedono dalla devastante influenza spagnola del 1918. A meno che non venga intrapresa un’azione coordinata globale per contenerla, il contagio diventerà presto anche economico e finanziario.
L’entità della crisi richiede ai governi di intervenire. E così è. Gli stati stanno iniettando stimoli nell’economia mentre cercano disperatamente di rallentare la diffusione della malattia, proteggere le popolazioni vulnerabili e contribuire a creare nuove terapie e vaccini. Le dimensioni e l’intensità di questi interventi ricordano un conflitto militare: questa è una guerra contro la diffusione del virus e il collasso economico.
Eppure c’è un problema. L’intervento necessario richiede una struttura molto diversa da quella scelta dai governi. Dagli anni ’80, ai governi è stato detto di fare un passo indietro e lasciare che fossero le imprese a orientare la creazione di ricchezza, intervenendo solo allo scopo di risolvere i problemi quando si presentano. Il risultato è che i governi non sono sempre adeguatamente preparati e attrezzati per affrontare crisi come Covid-19 o l’emergenza climatica. Partendo dal presupposto che i governi devono attendere fino al verificarsi di un enorme shock sistemico prima di decidere di agire, tutto ciò che è stato approntato strada facendo si rivela insufficiente.

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aprile 3, 2020

La sanità dopo il coronavirus.

di Alberto Leoni –  Coordinatore Socialismo XXI Veneto |

E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi scriveva duemila anni fa Seneca a Licinio. E’ il nostro modo di “vedere” il sistema sanitario, ma soprattutto la tutela della salute che dovremo cambiare, dopo questa tragedia che sta cambiando il mondo e mettendo in discussione  il suo modello di sviluppo.

La prima cosa da stampare nella mente: questa è stata la terza pandemia in meno di 17 anni. È probabile, senza interventi correttivi nel rapporto uomo ambiente, che altre ne seguiranno a ritmi temporali più veloci. Debellata una se ne presenta un’altra. La nostra salute la difenderemo con ogni azione utile per diminuire la invasione umana, la deforestazione, lo spazio rubato agli animali, l’inquinamento dell’aria, che non è stato presumibilmente fattore secondario in pianura padana della velocità di trasmissione del Covid19.

Prima di essere un problema sanitario la pandemia è un problema di sviluppo economico  sostenibile. Succederà ancora, purtroppo. E lo si affronterà con una solida cabina di regia mondiale, europea e ovviamente nazionale. Una cabina che organizzi e integri, in una banca dati condivisa, tutti i dati scientifici per capirne l’evoluzione e i trattamenti efficaci.

Una cabina che coordini la ricerca ed i contributi degli scienziati evitando la frammentazione ed il protagonismo dei singoli. Una epidemia seria, in Italia, non va proprio delegata alla gestione delle Regioni che dovranno cooperare e attuare le direttive nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità.

Poi urge una correzione profonda sul nostro sistema sanitario, che rimane un buon sistema sanitario, al di là delle inutili polemiche di questi giorni: non a caso l’Italia è il quarto paese al mondo per spettanza di vita della popolazione e registra uno dei tassi di mortalità adulta ed infantile più bassi al mondo).

Dove si deve intervenire?

a) In primo luogo sul capitale professionale. Noi non abbiamo meno medici della media europea, pur con l’esodo biblico di questi ultimi 10 anni (pensionamenti e fughe nel privato), ma abbiamo molte specialità scoperte, soprattutto quelle meno remunerative (pronto soccorsisti, anestesisti, radiologi, chirurghi adesso). Tra il 2009 ed il 2017 la sanità pubblica ha perso 8 mila medici e più di 13 mila infermieri.

Dobbiamo investire sui medici, dar loro il governo clinico degli ospedali, introdurre i neo laureati in corsia da dove iniziano la specializzazione sul campo, alternata alle lezioni della scuola Universitaria: era così fino ai primi anni ’90 ed era buona prassi perché favoriva quotidianamente la trasmissione del sapere pratico dal medico esperto al giovane. Ed allo stesso modo un percorso analogo va fatto per i giovani medici che vogliono fare i medici di base: questa è una grande opportunità per tornare ad avere medici che prendono realmente in carico il loro assistito, accompagnati da medici di base più esperti, nella prima fase, a volte con la supervisione dello specialista (la specialistica attuale è troppo frammentata e mai ricondotta ad una visione globale della persona che non è sommatioria di organi).  A Bergamo, in piena emergenza, giovani neolaureati sono andati in prima linea. Hanno fatto e fanno una esperienza dolorosissima, ma fondamentale per il loro futuro: scommetto che diverranno ottimi medici.

b) Si deve intervenire sugli Ospedali che abbiamo: nel 2017 erano 1000 in tutta Italia con 216 mila posti letto, il 51,8% pubblici il 48,2% privati accreditati, pari a 3,6 posti letto ogni 1000 abitanti. Nel 1998 gli ospedali erano 1381, il 61% pubblici, il 39% privati accreditati, con 5,8 posti letto ogni 1000 abitanti.

E’ evidente la sensibile diminuzione ed il cambio di rapporto tra pubblico privato a favore di quest’ultimo. Una tedenza che va rivista con attenzione selettiva, soprattutto dove la ospedalità privata è inefficiente e le convenzioni onerose.

La scelta strategica è qualificare  sempre più i nostri ospedali per la cura degli acuti, rafforzare le aree critiche, ripristinare almeno una quota parte degli 8 mila medici e dei 13 mila infermieri persi in 10 anni. Non vanno riaperti i piccoli ospedali dismessi. Spesso sono “pericolosi” per la sicurezza del paziente perché non dotati dei servizi necessari in casi di emergenza. Le risorse invece vanno investite nella messa a norma del patrimonio edilizio ospedaliero, spesso vetusto, nel rafforzamento della vigilanza igienico sanitaria (mai dimenticare i 49 mila morti per infezioni ospedaliere annue!)  nella dotazione di personale, nelle strutture territoriali  che dovevano essere la vera alternativa alla chiusura dei piccoli ospedali e mai sono veramente decollate.

c) I territori, le città hanno bisogno quindi di ospedali molto qualificati per acuti. La vicenda del Covid19 ha evidenziato la necessità di disporre, in modo flessibile, di almeno il doppio di posti di terapia intensiva e subintensiva. I 5 mila esistenti, diminuiti negli ultimi 10 anni, non sono sufficienti durante eventi eccezionali. Durante questa tragedia ne sono stati attivati ulteriori 4 mila, grazie allo straordinario apporto di aziende e volontari. Fino a febbraio 2020 l’Italia disponeva di 8,558 posti letto di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, contro i 29,2 della Germania. Questi posti, creati in un un mese, andranno mantenuti, con la necessaria flessibilità (in alcuni periodi ne serviranno, si spera, meno) perché il nostro futuro è ancora condizionato da possibili gravi eventi avversi. Non dobbiamo essere impreparati.

d) La vera priorità, emersa in Lombardia soprattutto, è la necessita di una rete territoriale socio sanitaria efficiente e tempestiva, in grado di curare a casa le situazioni di malattia non acute. Soprattutto in situazioni pandemiche. Le buone pratiche non sono mancate in questi anni, ma sono esempi isolati. Da domani  il perno del sistema deve esserlo la medicina di comunità, basata sul medico di base, sull’infermiere di comunità, sulla stessa assistente sociale, con la supervisione degli specialisti  in caso di situazioni più complesse. E’ la logica dell’integrazione Ospedale Territorio, per evitare di riempire gli ospedali.

Medicina di base forte e strutture intermedie, un’assistenza domiciliare integrata che va a casa della persona (in grado di prendere in carico almeno l’8% dei dimessi fragili ospedalieri), sono la risposta più adeguata alla vera priorità per la sanità italiana, le malattie cronico degenerative, dai cardiopatici, ai diabetici,ai malati tumorali, agli ipertesi, alle persone con broncopneumatia costrittiva.

Non dimentichiamo che il 40% degli italiani soffre di almeno una o più  malattie croniche!

e) In alcuni degli ospedali dismessi invece (lo ripeto, non vanno riaperti come ospedali per acuti!) , si possono creare strutture intermedie (Unità Riabilitative Territoriali, Ospedali di Comunità, Hospice), gestite dai medici di base o da medici delle cure primarie e delle cure palliative, con il supporto specialistico. Una rete diffusa di strutture, che possono essere collocate anche con idonei spazi nei Centri Servizio per anziani più moderni (personalmente opto per questa scelta).

f) La specialistica ambulatoriale, in questo contesto, si deve integrare nel concetto della presa in carico della persona ed essere strettamente integrata con il ruolo del medico di base. Oggi assorbe una spesa rilevante del sistema ma l’efficacia è piena di dubbi. Lo specialista deve essere il consulente del medico di base. Si devono parlare, devono interagire. Il telefono è lo strumento fondamentale! Ma tutti i moderni strumenti informatici possono essere utilizzati, a partire dalla telemedicina. Solo con questo rapporto si può veramente aggredire la questione delle liste d’attesa, che si risolve solo governando la domanda e riorganizzando l’offerta: pensate a quante visite specialistiche in meno potrebbero essere prescritte dal medico di base se fosse perfezionato un rapporto costante tra questo ultimo e lo specialista. Per i cittadini si apre uno scenario completamente nuovo e meno ansiogeno. Si afferma la medicina di iniziativa: è il servizio che prende in carico la persona e non la persona che corre agli sportelli a prenotare,ad uno o più specialisti. Il più delle volte, lasciatemelo dire, per visite, esami di dubbia utilità.

Questo è un possibile modello del sistema sanitario del futuro,dopo il coronavirus. Restano due aspetti. Quello della governance e delle risorse.

C’è ancora qualcuno che nutre dubbi sul fatto che le Ulss possano essere aziende? 

Laziendalizzazione figlia della follia post tangentopoli, rafforzata dalla riforma ulteriore del 1999, non funziona in Sanità. Il sistema sanitario si può, si deve ispirare a criteri di efficienza ed efficacia, ma non sarà mai un’azienda. La Sanità va ricondotta al governo delle Comunità locali, attraverso un accresciuto potere di indirizzo e verifica dei Sindaci ed una gestione da parte di uno staff direzionale collegiale. Gli Ospedali vanno affidati al governo clinico dei medici e degli altri professionisti ospedalieri, tramite una agile cabina di regia clinica ed organizzativa.

Le Regioni mantengano la loro autonomia organizzativa e legislativa in materia di sanità, ma su questioni di sanità pubblica di interesse nazionale devono eseguire le scelte nazionali di competenza del Ministero della salute. I fatti di questi giorni sono lì a dimostrare la necessità di un forte potere accentrato su questioni di interesse vitale per la nazione nel suo complesso, come può esserlo una epidemia. Come sarà necessario un ruolo forte di programmazione nazionale e di monitoraggio delle azioni svolte nelle singole regioni per una effettiva applicazione dei Livelli essenziali di assistenza, oggi troppo diversi da Regione a Regione.

Noi oggi spendiamo 114,5 miliardi (2019) per il nostro sistema sanitario, il 6,6,% del Pil. Siamo nettamente sotto la media europea. Ma gli indicatori di efficienza ed efficacia (ben definiti dalla scuola di S. Anna di Pisa) sono tra i migliori, grazie al patrimonio residuo (e sottolineo residuo!) rappresentato dal nostro capitale professionale.

Nel 2001 spendevano 71,3 miliardi, nel 2009 105 miliardi (il 7% del Pil). In dieci anni, dal 2020 al 2019 le risorse stanziate per la sanità sono cresciute di 8,8 miliardi di euro, pari allo 0,9% ogni anno, meno dell’inflazione. Ma soprattutto sono cresciute meno dell’aumento dei costi necessari per i farmaci salvavita (oncologici ed epatoprotettori compresi), meno delle apparecchiature elettromedicali necessarie, meno dei costi dei beni e servizi necessari al corretto funzionamento del servizio sanitario.

I bilanci delle Asl sono andati in sofferenza. Se è vero che un Paese come il nostro, con basso tasso di crescita economica, non poteva sopportare la crescita della spesa sanitaria pari al 5% annuo, come avveniva nei primi 8 anni del secolo, è evidente che non poteva non risentire di un forte ridimensionamento delle risorse assegnate come avvenuto dal 2008 in poi.

Un Paese deve sempre fare i conti con la propria situazione economica anche nella gestione del suo Welfare. L’Italia ha scelto di assegnare risorse alla sanità negli ultimi dodici anni inadeguate ai nuovi bisogni.

Il valore assoluto non è mai sceso. Si è ridotta la capacità di acquisto di prestazioni e di personale. Anzi il vero taglio è stato fatto proprio sul capitale umano,cosa di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze (lo ricordo ancora: 8 mila medici in meno  e 13 mila infermieri in meno in 10 anni).

Ma c’ è anche un problema di qualità della spesa.

Non si tratta di fare più prestazioni, più esami diagnostici, di erogare più farmaci, nell’ottica di una visione “consumistica” della sanità. No. Si tratta di indirizzare la spesa sulla prevenzione secondaria, fondamentale per evitare guai seri futuri; sulla qualificazione degli ospedali dopo le chiusure eccessive degli ultimi 20 anni, sulla gestione delle strutture territoriali e sulla medicina di comunità, sui farmaci salvavita.

La nostra è una sanità pubblica che negli ultimi 10 anni ha assistito ad una costante erosione a favore della sanità privata, in alcune zone del Paese. Ma se hai un problema serio di salute è la sanità pubblica che può dare risposte diffuse ed eque. La sfida politica, quindi, soprattutto dopo questa tragedia nazionale, è quella di affermare con scelte serie e ponderate il ruolo primario della sanità pubblica.

aprile 3, 2020

Pensare sempre prima di lamentarsi!

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

aprile 2, 2020

SOCIALISMO O BARBARIE .

d franco bartolomei, coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista.
LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA NEL DOPOGUERRA -

Il Risorgimento Socialista riafferma tutte le ragioni della propria opposizione radicale al governo , fondate su una una concezione del modello sociale e dei rapporti economici del tutto alternativa allo stato di cose esistente , e sulla convinzione che il paese debba assolutamente recuperare la propria sovranita’ Costituzionale e rompere la sua sottoposizione ad un quadro normativo e ad un sistema finanziario e monetario ad esso esterno, costituito dal complessivo sistema Euro / Maastricht Lisbona /BCE ), che distrugge il suo equilibrio sociale , la sua coesione civile , il suo tessuto produttivo , e la sua vita democratica .

In questo momento drammatico le istituzioni europee hanno tentato di distruggere il nostro sistema economico per sottoporre il paese ad un nuovo commissariamento politico , che porterebbe il paese ad uno stato di gravissimo ulteriore impoverimento , ed alla distruzione della nostra democrazia .

Il Governo pur nella sua estrema diversita’ della sua visione sociale ed economica , fondata sulla condivisione del modello liberista , e su un progetto di sostanziale conservazione del sistema, mostra di voler resistere a questo attacco esterno , che approfitta della difficilissima situazione di emergenza che il nostro popolo sta affrontando con sacrificio , generosita’ e coraggio , cercando di contestare il patto di stabilità ed il pareggio obbligato di bilancio ,per poter utilizzare in deficit spending risorse consistenti per la ricostruzione del paese senza dover subire commissariamenti di sorta .

Se riuscira’ in questo tentativo , indubbiamente segnera’ una soluzione di continuita’ rispetto alla precedente prassi consolidata’ di vassallaggio e subalternita’ che finora hanno tenuto tutti i governi della II repubblica .

A maggior ragione questo accadra’ se sara’ in grado di riaffermare la centralità dello stato nella incentivazione delle attività economiche , nella riconversione del nostro sistema produttivo verso economia reale , attraverso il rafforzamento del settore manifatturiero e delle nostre filiere produttive strutturali, e ricostruendo una presenza pubblica nei settori strategici , puntando ad utilizzare utilizzando una rete di relazioni commerciali economiche e politiche che rispondono ad una nuova logica internazionale di natura multipolare ,

Se questo tentativo , ad oggi solo abbozzato , dovesse tradursi in realta’ il problema a quel punto sarà per noi del Risorgimento Socialista quello di costruire un nuovo tipo di contrapposizione con il governo , sulla qualità delle scelte e sul tipo di modello che si sceglierà , e sul ruolo e la centralità che il lavoro assumera’ nei processi decisionali collettivi che determinano le scelte sociali ed economiche nel nuovo sistema .

Se questo non avverrà continueremo il nostro ruolo di opposizione frontale , con ancora maggior determinazione , sapendo che se l’Italia perde la partita con l’Europa la situazione diverrà drammatica per i lavoratori e tutte le classi subalterne , perché il paese subirà una stretta micidiale in termini di impoverimento ulteriore e di repressione

Per noi la scelta sara’ drammaticamente molto lineare , e definiremo le nostre scelte di fase in base a ciò che si produrrà nei rapporti con l ‘Europa , li sapremo se la nostra dovrà essere una lotta per la libertà e la democrazia contro la barbarie ed il nuovo fascismo ,o potrà essere una grande lotta democratica per le riforme socialiste all’ ‘interno di un quadro costituzionale rinnovato .

Faremo in ogni caso sempre quello che sarà utile ai Lavoratori ,ed alla difesa estrema della nostra Democrazia Repubblicana.

Viva il Socialismo

  • Franco Bartolomei Se Il Governo resistera’ ai Dicktat di Bruxelles faremo la nostra parte .
marzo 29, 2020

Usate le mascherine.

marzo 28, 2020

Massimo Ammaniti: “Diamo ai bambini un’ora d’aria. Evitiamo che si sentano sequestrati”

Intervista allo psicoanalista e neuropsichiatra infantile: “Creiamo sportelli online di supporto psicologico per genitori. Gli adulti controllino l’ansia con l’autodisciplina”

HUFFPOST ITALIA
Il prof. Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile

“I bambini sono scomparsi dai decreti. Ma bisogna occuparsi anche di loro. Concediamogli un’ora d’aria al giorno, evitiamo che si sentano sequestrati. Creiamo degli sportelli online che siano di supporto ai genitori e agli adulti che ne hanno bisogno”. Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile, parla ad HuffPost delle ricadute psicologiche dell’emergenza coronavirus sulle famiglie. “Dobbiamo attrezzarci perché abbiamo davanti una lunga traversata nel deserto. I bambini, che già all’interno dello sviluppo demografico italiano si riducono sempre di più, restano il nostro futuro. Abbiamo il dovere di valorizzarli anche all’interno di un momento così difficile in cui le preoccupazioni sembrano essere altre”.

Professore, nei decreti anti-contagio non c’è spazio per bambini. Eppure in ballo c’è una generazione di 10 milioni di bimbi e ragazzi italiani chiusi in casa da settimane. E che lo saranno ancora per molto. Quale è il rischio di questa scelta?

“Bisognerebbe essere molto più attenti e garantire degli spazi di ricreazione all’aperto per il genitore e il bambino, evitiamo che questi si sentano sequestrati. Scendere a fare una piccola passeggiata o giù in cortile per mezz’ora o un’ora al giorno può solo far bene. Così come si possono portare i cani a fare i bisogni, diamo ai bambini la possibilità scendere a camminare, soprattutto quando vivono in case ristrette. Il Governo ha previsto dei contributi per le baby sitter, ma è parte della soluzione solo per chi fa smart working. Poi c’è un altro aspetto di cui parlare, e riguarda chi va a scuola. Qui giocano un ruolo importante gli insegnanti che devono essere in grado di organizzare il materiale di studio. Eppure ci sono molti casi in cui vengono dati compiti senza nemmeno spiegare le lezioni, per cui alla fine devono intervenire i genitori. In questo momento sia le scuole, sia gli insegnanti devono essere più attenti, usiamo meglio le risorse digitali”.

Prendiamo il caso di un bimbo che all’improvviso vede solo mamma e papà, che non incontra più i nonni, che non va più al nido o alla materna. Non scende più in piazza o al parchetto a giocare. Come ridurre al massimo l’impatto psicologico dell’isolamento?

“Intanto spieghiamo loro cosa sta succedendo. Ma non parliamo di virus, che è un’entità astratta. Raccontiamo che è come quando un compagno di scuola ha la tosse o il mal di gola e contagia gli altri. E questo sta succedendo anche agli adulti. Perciò è stata presa la decisione di stare tutti a casa. In questo momento di stress che i bambini stanno vivendo è importante essere particolarmente protettivi. Fargli fare le attività a cui era abituato e limitare, per quanto possibile, la televisione. Organizziamo la giornata in maniera regolare, utilizziamo tutti gli spazi casalinghi e di gioco. Evitiamo che i bambini sviluppino nuovi comportamenti, come per esempio andare a letto più tardi. Lasciamo dei punti fermi, evitiamo che saltino le norme che abbiamo introdotto fino ad ora. Conserviamo le loro routine, non facciamoli restare in pigiama tutta la giornata. E ricordiamoci che siamo anche di fronte a una grande occasione. Nella quotidianità viviamo di fretta, con tempi accelerati. Portiamo i nostri figli di corsa al nido e corriamo al lavoro. Usiamo questo tempo per occuparci di loro, vivendo una quasi seconda maternità”.

Ma esistono anche situazioni limite. Bambini che vivono in famiglie numerose in case di 50 metri quadri,  figli di coppie che stavano divorziando, bambini ai quali i genitori non sono in grado di spiegare cosa stia succedendo, bambini costretti a convivere con genitori violenti. 

“Casi come questi andrebbero gestiti con programmi di home visiting, ossia visita all’interno della famiglia, in cui un educatore o un giovane psicologo va lì ed è di supporto. Ma se già di norma i genitori tendono a rifiutare un intervento del genere, in una situazione estrema come questa del coronavirus è ancora più difficile. Una cosa che proporrei è di fare degli sportelli online che spieghino ai genitori come affrontare al meglio questa emergenza. Sia che li supportino nelle situazioni più critiche sia che consiglino come organizzare la giornata: quali attività fare, per esempio. Non dimentichiamo che ci troviamo tutti in una situazione complessa. Nei primi giorni in cui sono stati introdotte le restrizioni coltivavamo la speranza che si trattasse di un periodo breve. Prima sembrava fossimo di fronte a una corsa, ora ci troviamo ad affrontare una maratona”.

Quali sono le difficoltà psicologiche che tutto questo comporta?

“Ci troviamo di fronte a una forte limitazione della nostra libertà individuale: non possiamo andare al lavoro, i bimbi non possono andare a scuola, gli adolescenti non possono uscire. La restrizione fisica può creare una specie di ansia claustrofobica: ovvero la paura di restare intrappolati in questa situazione. Altro problema è l’ansia legata a un obiettivo pericolo di contagio da coronavirus. Se da un lato questa è una reazione emotiva utile perché ci obbliga a trovare delle risorse, dei comportamenti, che tendono a proteggerci, dall’altro può diventare ansia accentuata. In questo caso invece di aiutarci ci blocca, crea stati di tensioni, somatizzazioni. Infine c’è l’ansia ipocondriaca: accade quando una persona tende a guardare continuamente se stesso, controlla la temperatura, si lava continuamente le mani, pulisce continuamente casa. Questa può bloccarci la vita perché genera comportamenti ossessivi. E ci fa vivere in una bolla fatta di rituali ossessivi e ripetitivi”.

Se poi ci mettiamo fattori come la perdita del lavoro, o difficoltà lavorative serie, o difficoltà familiari di ogni tipo, l’ansia aumenta. Come si può arginare?

“Per combattere l’ansia è fondamentale organizzare le giornate in modo da non soccombere alla depressione. Per esempio limitare la dipendenza dalle notizie. È  meglio evitare il tritacarne da social network fatto di numeri, di morti, di notizie di ogni tipo. Sarebbe meglio invece ascoltare il telegiornale una o due volte al giorno. Manteniamo autodisciplina e autocontrollo: conserviamo i nostri orari, prendiamoci cura di noi stessi: facciamo yoga per la respirazione, ed esercizi per la schiena. Rimettiamo mano a tutte quelle cose che si sono accumulate. Lettere materiali, appunti. È un occasione per ritornare alle cose del passato e selezionare quello che è importante rispetto a quello che è secondario: questo ci aiuta organizzare una sorta di coerenza personale. Impariamo a tranquillizzarci: con il respiro ritmico, proviamo a creare dei rifugi mentali per tranquillizzarci e dove ritrovarci. Leggiamo, immaginiamo di viaggiare, cuciniamo a turno in famiglia, ritroviamo i nostri amici in chat. Ricordiamo che i traumi si possono sopportare meglio se condivisi”.

Oggi abbiamo paura dell’altro. Quando torneremo a vivere insieme non c’è il rischio di una maggiore diffidenza? 

“Oggi quando camminiamo e incontriamo qualcuno ci allontaniamo. Quando vediamo dei film dove c’è gente che si incontra ci sembra strano. Ma sono sicuro che ricominceremo a vivere come abbiamo sempre fatto. Dobbiamo ricomporre le nostre relazioni e dimenticare questo periodo buio della nostra vita”