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gennaio 15, 2021

Le ragioni di una crisi

Di Beppe Sarno

La crisi innescata da Matteo Renzi deve farci riflettere al di la dei pettegolezzi da bar che i mezzi di comunicazione ci propinano insieme agli innumerevoli bollettini sanitari sull’avanzamento del Covid e sui colori in cui è divisa l’Italia.

La riflessione deve ovviamente partire dai motivi di fondo che hanno determinato la crisi del governo Conte e della uscita di Renzi e dei suoi scherani dalla compagine governativa.

Renzi rappresenta interessi di quella parte della società che incurante dello stridente contrasto fra la “opulenza privata” e lo “Squallore pubblico” di cui parla John Galbraith nel suo “Società opulenta” tende ad accaparrarsi sempre più ingenti fette di ricchezza   aumentando a dismisura l’ineguale distribuzione della ricchezza nazionale  a favore di pochi e a danno di molti.

Quelli che sostengono Renzi hanno interesse a controllare i molti finanziamenti che arriveranno dal recovery fund e vorrebbero aggiungere i soldi del cd. Mes perpetuando nel tempo lo sfruttamento nei confronti del lavoratori basato sul controllo privato non solo dei mezzi di produzione con l’acquiescente complicità di una classe politica smarrita, ma anche del potere decisionale e della intera macchina statale.

Questo ha determinato e determinerà con sempre maggiore incidenza una usurpazione della sovranità popolare che la nostra Carta Costituzionale conferisce al popolo senza distinzione di classi.

Si tratta di un tentativo della finanza internazionale di cui Renzi si è fatto interprete che determina una perversione del processo politico generale in quanto i cd. “poteri forti”: banche, fondi di investimento,  finanziarie, con il potere che hanno conquistato in trenta anni di economia liberistica condizionano i governi, orientano l’opinione pubblica con il controllo dei mass media: televisioni, Facebook, Twitter, tic-tok e chi più ne ha più ne metta, sovvenziona i partiti gli uomini politici, intriga a livello internazionale per rafforzare ed estendere il controllo sulla vita di ognuno di noi.

Falso quindi pendere parte per questo o quello anche se cedere il governo della nazione alla destra sarebbe drammatico, ma il dovere di ogni democratico è quello di combattere per difendere l’esistente senza arretrare sui diritti costituzionalmente garantiti e nel contempo definire e proporre una organizzazione sociale alternativa.

Il limite di noi socialisti è di avere quel complesso di colpa per cui  ci si comporta come reduci di una guerra e le nostre discussioni  diventano pateticamente racconti di battaglie combattute e perdute.  

Ci sentiamo migliori, come un’aristocrazia politica lontana dalla realtà, fedeli custodi di un passato che si vorrebbe far rivivere. In questa illusione ci stiamo estinguendo. I giovani che non conoscono e che ormai confondono i socialisti con un periodo dannato della nostra storia preda facile di ogni populismo ci confondono nel migliore dei casi come eredi di un comunismo sconfitto e seppellito dalla storia.

Per i giovani, con i quali difficilmente tentiamo un dialogo, non esiste altra realtà che quella in cui vivono che è la realtà di un sistema capitalistico portato alle estreme conseguenze. Per la maggior parte dei giovani la bontà del sistema in cui vivono si misura sulla base della ricchezza che esso produce senza prendere in considerazione i costi umani e le diseguaglianze sociali. Per loro tutto questo fa parte del gioco. Il sogno americano a livello planetario.

In questo contesto i lavoratori subendo il ricatto di eventuali delocalizzazioni il sistema ha affidato il controllo della produzione a    managers che hanno un potere assoluto e omnipervasivo. I lavoratori hanno perso ogni potere, ogni tutela, ogni strumento di partecipazione politica, le elezioni gestite con leggi anticostituzionali non sono più libere, ma meri strumenti di certificazione di decisione assunte altrove, il diritto di sciopero di fatto non esiste più.

Quale risposta dare a tutto ciò? I socialisti non hanno  bisogno di quella che è stata definita “ coesistenza competitiva con il capitalismo” né debbono coltivare un utopismo messianico. Il  nostro dovere sia quello di continuare ad essere socialisti e a parlare ai giovani da socialisti. Questi giovani che hanno vissuto la crisi economica sulle loro spalle fin dal 2008 e continuano a viverla in maniera sempre più drammatica hanno voglia di politica, hanno voglia di contare, di cambiare le cose. Fino ad oggi la loro voglia, la loro rabbia si è indirizzata verso populismi malsani. E’ dovere dei socialisti dismettere i panni dei reduci e parlare della necessità di una progressiva modificazione delle strutture sociali per adeguarle al paradigma democratico e nella creazione di contropoteri che permettano ai lavoratori, al ceto medio impoverito, alla massa di disoccupati, ai migranti di intervenire attivamente ed efficacemente nel processo decisionale politico in Italia come in Europa. La Carta Costituzionale può essere il nostro vangelo laico.

gennaio 5, 2021

LA FRAGILITA’ DEL SISTEMA.

di Franco Astengo

La possibile crisi di governo sta mettendo in evidenza una complessiva fragilità del sistema politico, fenomeno del resto ben rilevato in un intervento di Carlo Galli pubblicato da “Repubblica” domenica 3 gennaio.

A completamento di quell’analisi è bene però cercare di riassumere lo stato di cose in atto attraverso una ricostruzione (sia pure sommaria) delle tappe più recenti nel corso delle quali si è evidenziata questa condizione di difficoltà.

Ricapitolando in pillole:

1) L’attuale governo nasce sulla base di una operazione esclusivamente trasformista, avvenuta con il passaggio da un’alleanza tra un partito di estrema destra seminante nel Paese odio razzistico stipulata e un partito o Movimento rappresentativo dell’antipolitica e ancora di maggioranza relativa in Parlamento, a un’alleanza da parte dello stesso partito o MoVimento con soggetti auto dichiaratisi di centro – sinistra, fra i quali una forza (Le U) parzialmente frutto di una scissione avvenuta formalmente “a sinistra” del PD. Scissione nella quale erano confluiti una parte dei maggiori dirigenti provenienti dalle varie sigle succedutesi alla liquidazione del PCI (PDS, DS). Obiettivo dell’operazione trasformistica attraverso la quale si è formato il governo attualmente in carica: fermare l’estrema destra revanscista il cui leader, al momento dei fatti (estate 2019), stava chiedendo i pieni poteri comiziando da varie spiagge. Pieni poteri che sarebbero serviti soprattutto a chiudere i porti a navi sulle quali erano imbarcati i protagonisti di una assolutamente ipotetica invasione di migranti. Invasione inventata esclusivamente a uso propaganda. L’operazione di fermare questa destra pericolosa è riuscita ma a quale prezzo? Tornando alla ferragostana formazione del governo deve essere ricordato come preliminare da parte del partner di governo direttamente proveniente dall’alleanza con la destra sia stata la richiesta al partner presuntivamente di centro – sinistra di ridurre la rappresentatività politica e il ruolo del Parlamento attraverso una riduzione “lineare” nel numero dei componenti le Assemblee legislative, come confermato poi dal referendum del settembre scorso. Un’operazione di limitazione dei diritti costituzionali sulla quale è ancora necessario porre l’attenzione di tutti;

2) Elemento centrale di questa operazione trasformistica è stata la perfetta continuità nella figura del Presidente del Consiglio. Lo stesso personaggio (mai eletto in alcuna assemblea legislativa) che aveva ricoperto lo stesso ruolo nell’alleanza imperniata sull’estrema destra ha svolto identico compito nell’alleanza tra l’antipolitica (nel frattempo trasformatasi in una perfetta macchina da politique d’abord) e il presunto centrosinistra. Su questo punto Galli nel suo articolo fa osservare che questa capacità “trasversale” ( fatta rilevare anche da Diamanti in un altro intervento pubblicato il 4 gennaio) rappresenta un dato di forza del Presidente del Consiglio e di debolezza da parte dei partiti di coalizione. Da aggiungere che lo stesso Presidente del Consiglio si sta accingendo, nel caso (in questo momento remoto) di elezioni anticipate a capeggiare una sua lista(che i bookmaker danno tra il 10 e il 15%) o a impadronirsi della leadership dell’ partito ex-vessillifero dell’antipolitica. Partito che, sulla carta, rischia di uscire fortemente ridimensionato da una eventuale competizione elettorale da svolgersi in tempi brevi e che cercherà comunque di aggrapparsi a questa leadership resa mediatica dall’emergenza sanitaria (quindi sicuramente transeunte perché collegata a un occasionale voto d’opinione);

3) Il governo, nel frattempo, si è trovato di fronte ad una emergenza straordinaria e inedita affrontata con una forte dose di contraddittorietà (oggettivamente non evitabile) nel corso delle quale è avvenuto quello spostamento di concentrazione di potere verso il presidente del consiglio ben segnalato proprio nell’articolo di Galli. Concentrazione di potere che si è cercato di trasferire ben oltre i confini dell’emergenza per investire settori molto delicati dell’attività di governo come quelli riguardanti i servizi e la sicurezza;

4) Nel frattempo si segnalano periodiche diaspore dai gruppi parlamentari del MoVimento ancora di maggioranza relativa : i protagonisti di queste diaspore si orientano indifferentemente di volta in volta a destra come a sinistra oppure indefinitamente verso il gruppo Misto. Si è così aperto un ampio terreno di caccia per i più vieti opportunismi. Un segnale di grande debolezza per quella che dovrebbe essere ( e non è) una nuova classe dirigente;

5) Nel frattempo si nuovamente verificata una scissione nel PD. Questa volta la scissione è stata orientata verso destra. Quella attuata, infatti, dall’ex-segretario ed ex-presidente del Consiglio ha portato via soltanto una parte dell’ex-”giglio magico” che ha retto partito e governo nel biennio 2014 – 2016, fino all’esito negativo di un disgraziato referendum causato dal tentativo di conferma di una legge che intendeva stravolgere la Costituzione Repubblicana;

6) Il nuovo gruppo ha votato la fiducia al governo ma subito dopo, per ragioni anche ma non soltanto di protagonismo soggettivo, ha assunto vesti di vero e proprio “guastatore” mettendo in discussione l’intero impianto su cui si dovrebbe reggere l’alleanza di governo e adesso sta assumendo la funzione di vero e proprio “giustiziere” almeno del governo, se non della legislatura;

7) Intanto una serie di elezioni regionali hanno segnato complessivamente un risultato negativo per la nuova alleanza di governo. L’unico esperimento di presentazione in una alleanza organica è stato occasione, in Liguria, di una sconfitta molto netta.

8) La tensione tra il gruppo dell’ex “Giglio Magico” e il governo è salita attorno a provvedimenti – simbolo proprio della fase di emergenza che stiamo attraversando, in particolare per quel che riguarda la progettualità di utilizzo dei fondi europei. Non va trascurata, ovviamente, la questione riguardante la delega ai servizi ( e il tema della cyber- sicurezza). In ogni caso l’oggetto del contendere riguarda temi di grandissima complessità (come quelli relativi all’utilizzo dei fondi e dei prestiti europei) sui quali l’ex “Giglio Magico” ha sicuramente trovato sponda in diversi settori parlamentari, politici , dei settori economici e dell’opinione pubblica.

9) Nel frattempo,a indebolire la credibilità del sistema, si sono succeduti quattro sistemi elettorali: Mattarellum, Porcellum, Italicum (mai utilizzato), Rosatellum, due dei quali dichiarati incostituzionali dall’Alta Corte e tutti caratterizzati (almeno parzialmente) dalla presenza di liste bloccate. Liste bloccate corte o lunghe a seconda dei casi sulle quali, così come stilate in partenza, elettrici ed elettori non hanno mai avuto la possibilità di intervenire. Si è sempre trattato di prendere o lasciare. E molte/i nel frattempo hanno “lasciato” constata l’impossibilità di scegliere i propri rappresentanti. Così come si è tentato di ridurre drasticamente il ruolo dei corpi intermedi cercando di annullare qualsiasi possibilità di mediazione sia sul piano politico, sia su quello sociale. Conta ormai soltanto la “governabilità” a qualsiasi prezzo con l’esercizio della politica ridotto all’apparizione del potere;

10) Si sorvola, per esigenze di economia del discorso, sui dati dell’economia del Paese resi ancor più drammatici dallo stato di emergenza;

11) Si evita anche di approfondire il dato della totale inesistenza di una politica estera. Elemento ben messo in evidenza dalla totale assenza di capacità di intervento nella gravissima crisi libica. Un’assenza di politica estera che rappresenta un elemento di continuità caratteristico ormai di molti governi succedutisi negli ultimi anni;

12) Sul piano istituzionale il ruolo del Parlamento è stato sempre più svilito, al di là del tema relativo alla composizione numerica. Scarsissima la produzione legislativa (non è detto che sia un male) riduzione a ruolo di semplice ratifica, livello quasi inesistente di confronto politico;

13) Si è aperta una forte discussione sul tema dell’autonomia delle Regioni, constatando il fallimento della modifica del titolo V della Costituzione e la nocività democratica dell’elezione diretta del Presidente. Poco o nulla si discute dell’aumento del divario tra il Nord e il Sud e quasi inesistente è l’analisi circa il mutamento di funzioni dell’Ente Regione. Un mutamento progressivamente verificatosi con il passaggio da funzione legislativa a una funzione quasi esclusiva di nomina e di spesa. Un elemento apparso in grande evidenza nel corso della già più volte citata emergenza e che rappresenta un vero e proprio punto di estrema debolezza del sistema.

14) A questo punto indagini di opinione compiute da istituti particolarmente autorevoli ci dicono che esiste nel Paese una massiccia maggioranza che pensa “all’uomo solo al comando”.

In conclusione:

Così un sistema fragile, segnato profondamente dal trasformismo, finisce con l’arroccarsi su logiche di distruttiva autoconservazione.

I rischi per la democrazia italiana, a questo punto, risultano molto alti: al di là dell’esito possibile dell’annunciata crisi di governo appare proprio il caso di lanciare un vero e proprio allarme per la credibilità di un sistema profondamente malato nel quale sembrano ormai possibili rischi di scorrerie autoritarie.

gennaio 2, 2021

LEGGE ELETTORALE: LA GRANDE TRASCURATA

di Franco Astengo

La discussione sulla legge elettorale è stata riaperta da Alfredo Grandi in un suo davvero apprezzabile intervento pubblicato da “Domani” il 30 dicembre scorso.

Il tema, assolutamente decisivo per il funzionamento della democrazia (come quello riguardante i partiti) appare trascurato e sottovalutato: oggetto semplicemente di ragionamenti di convenienza per quella o quest’altra parte e per il mantenimento del proprio “status” soggettivo.

E’ il caso allora di insistere nel proporsi di arrivare a un’ampia discussione di merito che colleghi la questione della legge elettorale nel suo complesso a quella riguardante la rappresentanza politica.

La qualità e le forme della rappresentanza politica rappresentano, infatti, il vero punto di difficoltà che sta incontrando la democrazia “liberale” di fronte al non sopito assalto del combinato tra populismo e sovranismo.

Un punto di difficoltà non risolvibile come vorrebbero alcuni, semplicemente accentuando le caratteristiche maggioritarie e di personalizzazione raccolte attorno a un accentramento monocratico delle funzioni di potere.

Accentramento monocratico del quale abbiamo osservato le avvisaglie in questi duri mesi di emergenza sanitaria.

Il realtà il rischio e quello di essere prossimi al punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Di seguito abbiamo avuto, è bene ricordarlo, altre tre formule elettorali delle quali due bocciate dalla Corte Costituzionale e l’altra utilizzata nelle più recenti consultazioni politiche che presenta evidenti limiti e difetti.

Limiti e difetti ancora più accentuati con l’inopinata riduzione del numero dei parlamentari suffragata, recentemente, da un contrastato esito referendario.

E’ bene essere chiari su questo punto: l’obiettivo della riduzione del numero è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo di cui il M5S si è già fatto interprete.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate” e dell’indicazione del candidato presidente del consiglio, quindi, dell’uomo solo al comando assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla.

Plebisciti magari svolti esclusivamente attraverso il web, con procedure opache e sfuggenti al controllo della pubblica opinione.

Prima di tutto dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide con quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti si è contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine come vorrebbe il populismo dei “pieni poteri”.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.

aprile 8, 2020

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO PER LA PREDISPOSIZIONE DI UN PIANO B PER SALVARE IL PAESE DALL’ESITO NEGATIVO DELLA TRATTATIVA IN ATTO NELLA UE .

di Franco bartolomei coordinatore nazionale di Risorgimento socialista.

La ferma risposta negativa data dalla Germania ed i suoi stati vassalli – in ossequio alle stringenti regole europee – alla richiesta Italiana di una diretta emissione di Eurobond da parte della BCE , i cui ricavi siano ripartiti proporzionalmente tra gli stati della UE ,per far fronte alle spese straordinarie ed ingenti necessarie ad uscrire dall’emergenza ed a rilanciare le economie nazionali , rende sempre più difficile e densa di rischi per il nostro paese la trattativa in atto nel gruppo decisionale della Eurozona.

E’ evidente il gioco della Germania e dei suoi alleati, e degli organi esecutivi della UE – edificata proprio per attuare politiche ispirate al contenimento dei bilanci e della spesa sociale – di allungare i tempi della trattativa per volgerla a proprio favore e ridurre i margini di manovra dell’Italia e della Spagna .
E’ evidente il disegno: strozzare il nostro paese, alle prese con tutte le emergenze connesse con la crisi epidemica in atto, in una situazione in cui le difficoltà di liquidità e la pressione speculativa esercitata sugli spread, finiscano per piegare le ginocchia al nostro tentativo di resistenza sulle richieste avanzate dalla Governance europea e sul nostro diniego alla utilizzazione del Meccanismo Europeo di Stabilità( MES). Meccanismo che se attuato produrrebbe il commissariamento economico, finanziario e normativo della nostra residua autonomia decisionale.

L’attacco – massiccio e continuativo – da parte della BCE sullo Spread diventerebbe uno strumento formidabile di pressione sul Governo italiano per fargli accettare in condizioni di piena emergenza, il progetto originario della UE sponsorizzato dai paesi del Nord, quello di far transitare ogni possibile via di erogazione di liquidità straordinaria attraverso le forche caudine di un nuovo MES. Anche se esso fosse potenziato finanziariamente e solo lievemente attenuato nei suoi tempi e nei suoi poteri di commissariamento del paese, sarebbe comunque finalizzato a distruggere definitivamente la nostra autonomia economica. L’Italia è ancora fondata su un sistema manifatturiero molto esteso, completo in tutte le filiere , di forte spessore tecnologico e di alta qualità progettuale e commerciale. La nostra forza finanziaria, fondata sia sul risparmio privato più ampio tra tutte le economie sviluppate che sulle nostre tecnostrutture bancarie e finanziarie in possesso di fortissime competenze operative, si troverebbe immediatamente sotto attacco. Inoltre senza attuare serie politiche di espansione della domanda interna e di nuova liquidità si imporrebbe al paese una politica forzata di restituzioni e sacrifici a danno delle classe popolari e del mondo del lavoro .
E’ necessario che il governo prepari un piano di uscita e di emergenza per evitare di essere posto in una situazione di fatto ricattatoria.

Un piano articolato, da attuare nel momento in cui l’attacco della UE – governato dalla Germania – dovesse scattare in modo irreversibile, diretto a consentire al Paese di riacquistare immediatamente la propria autonomia finanziaria e monetaria .

Un piano di uscita unilaterale dal sistema Maastricht/Lisbona per consentire all’Italia di far fronte con mezzi autonomi o autonomamente reperiti a ogni possibile crisi di liquidità che paralizzerebbe tutta l’attività amministrativa ed esecutiva dello Stato e che porterebbe al collasso tutto il nostro sistema paese. Per far fronte a ogni altra aggressione sugli spread che porterebbe in prima battuta tutto il nostro sistema bancario e finanziario a un default immediato.

Un piano di emergenza che preveda:
L’immediata introduzione sul mercato di una nostra nuova ed indipendente circolazione monetaria.
L’immediato ingresso con partecipazioni pubbliche di controllo o condizionamento in tutte le imprese strategiche per il paese.
L’adozione di tutti gli strumenti operativi necessari a impedire flussi speculativi contro il nostro sistema azionario ed obbligazionario.
L’emissione di nuovi titoli di debito pubblico internazionalmente contrattati e riservati ai Paesi legati all’Italia da continuative relazioni di scambio commerciale.

aprile 6, 2020

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all’economia

 Isabella PolicarpioFlavia Provenzani

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all'economia

Il totale, che ammonta a 400 miliardi di euro, verrà concesso tramite prestiti, lo Stato farà da garante.

Si sono rese necessarie misure urgenti per le imprese italiane: nel decreto liquidità il Premier Conte insieme al ministro Gualtieri ha valutato le misure più idonee contro la crisi della produzione causata dal coronavirus.

Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia e delle Finanze, ha sottolineato che tali prestiti saranno “fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese. Il sistema di erogazione è molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi”.

Tra le novità più rilevanti la proroga di tasse e contributi con lo stop di quelli previsti ad aprile e maggio e la sospensione dei processi fino all’11 maggio; quasi certo il rafforzamento del cosiddetto “Golden Power”, per garantire il potere del Governo contro possibili acquisizioni straniere di Pmi e imprese.

Il decreto liquidità imprese serve come anticipazione del più corposo decreto ad aprile con misure assistenziali e ammortizzatori sociali. Quest’ultimo è atteso a metà mese.

Decreto liquidità imprese: le misure previste

Tante le novità per piccole e medie imprese italiane danneggiate dall’emergenza coronavirus: le misure a sostegno della ripresa economica confluiscono in un nuovo decreto – “decreto liquidità” – ufficializzato questa sera.

Nel Consiglio dei Ministri di oggi, il Premier Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri hanno finalmente messo sul tavolo il piano di aiuti alle imprese. Lo schema del futuro decreto era stato indicato ieri in tarda serata da Stefano Patuanelli, titolare del Mise, con tre temi fondamentali: aumentare le garanzie per i prestiti alle imprese, snellire la burocrazia e stanziare circa 7 miliardi di euro fino alla fine dell’anno. Vediamo nel dettaglio le singole misure ora approvate.

Decreto liquidità: 400 miliardi alle imprese

Argomento centrale del nuovo decreto è l’impulso ai prestiti per gli imprenditori, anche piccoli e medi.

«Mettiamo in campo 200 miliardi di garanzia per prestiti fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese o al doppio del costo del personale con un sistema di erogazione molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi», ha spiegato Gualtieri.

«Un intervento senza precedenti» secondo il ministro, «un’imponente mobilitazione di risorse pubbliche» al fine di offrire «una garanzia poderosa per preservare il nostro sistema produttivo a superare questo momento difficile e potersi rilanciare». Sono previsti «30 miliardi a sostegno di queste garanzie».

A livello di garanzie, Stefano Patuanelli, il titolare del Mise, ha sottolineato:

«Rispondiamo a un’esigenza assoluta delle imprese, avere liquidità. È una operazione amplissima, probabilmente la più grande d’Europa. Il Governo ha grande fiducia nei nostri imprenditori sulla loro capacità di uscire dalla crisi».

Aggiungendo che «il nostro sistema è fatto anche di tante piccole imprese artigiane, autonomi, professionisti: per questo mondo abbiamo rafforzato il Fondo centrale di garanzia che portiamo, con la possibilità di un prestito, fino a 5 milioni di euro con la garanzia al 90% dello Stato».

Proroga tasse contributi

Altra grande novità del decreto liquidità imprese è lo slittamento delle scadenza fiscali fissate per il 16 aprile e il 16 maggio 2020. La proroga interessa ritenute, contributi e pagamenti di Iva previste ad aprile e maggio. La misura si estende anche alle partite Iva che hanno beneficiato della proroga del precedente decreto Cura Italia.

Golden Power, nuove misure contro l’acquisto delle imprese italiane

Rafforzato il Golden Power, ovvero lo scudo normativo per evitare che le imprese italiane, soprattutto in settori strategici, siano acquistate da capitali stranieri. Conte ha spiegato:

«Attraverso il potenziamento del golden power potremo controllare operazioni societarie e scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma in quelli assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, sicurezza. È uno strumento che ci consentirà di intervenire nel caso ci siano acquisizioni di partecipazioni appena superiori al 10% all’interno dell’Ue».

Per approfondire l’argomento si consiglia il nostro articolo dedicato:

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aprile 4, 2020

Coronavirus: perché i contagi non calano?

Il numero di nuovi positivi si riduce con andamento lento e incostante, i morti sembrano assestati sugli stessi numeri ormai da settimane: perché in Italia i contagi non calano?

Coronavirus: perché i contagi non calano?

I dati diffusi ieri dalla Protezione Civile, ed etichettati ancora come stabili, riportano nuovi positivi che segnano quota 2.339 unità, in calo leggerissimo rispetto ai 2.477 del 2 aprile, e contro i 2.937 del 2 aprile e i 2.107 del primo aprile.

Per quanto riguarda invece i decessi, non è purtroppo possibile parlare neanche di un vero calo, visto che i 766 morti di ieri sono superiori ai 760 del 2 aprile e seguono un andamento che non accenna a un’inversione di trend.

Se da una parte rincuora il notevole abbassamento dei ricoveri in terapia intensiva e un sistema sanitario che può almeno parzialmente tirare il fiato, dall’altra in molti fanno grossa fatica a intravedere anche solo uno spiraglio di luce alla fine di questo lungo tunnel.

Forse si tratta di un andamento prevedibile, ma le dichiarazioni contrastanti in arrivo anche dai vertici – vedi la cosiddetta fase due datata al 16 maggio da Borrelli e la sua successiva smentita – non fanno che amplificare la confusione e la sfiducia del momento.

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Le comunicazioni governative degli ultimi giorni invitano i cittadini a non modificare nessuna delle abitudini introdotte dalle restrizioni, vista una stabilizzazione che non garantisce ancora certezze o possibilità di “abbassare la guardia”.

La stessa Protezione Civile ha ammesso nelle ultime ore che non si può ancora parlare di un calo sensibile, e alterare lo scenario di lockdown sarebbe prematuro e altamente deleterio.

Lockdown che adesso segna una scadenza molto, troppo vicina, indicata al 13 aprile, e che ha portato in molti a manifestare dubbi e perplessità. Il prolungamento imposto dal nuovo DPCM è parso ai più un temporeggiamento, volto a cercare di inquadrare una situazione non chiara.

A testimonianza di ciò, comunicazioni dai vertici che troppo spesso risultano in pieno contrasto; a partire dalla ormai famosa circolare sulle passeggiate genitori-figli, che lo stesso premier Giuseppe Conte ha praticamente smentito in diretta nazionale.

Per concludere nelle ultime ore con il commissario Borrelli, che prima ipotizza una data della cosiddetta ’Fase 2’ al 16 maggio, poi torna sui suoi passi per precisare che oltre al 13 aprile ufficialmente segnalato non esiste nessun’altra certezza.

Quello che appare evidente, al momento, è che la situazione è ben lontana da una svolta anche parziale, come indirettamente confermato dalle ultime dichiarazioni del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, che ha parlato di un semplice contenimento che non permette ancora di cantare vittoria:

“La nostra battaglia contro il coronavirus prosegue senza sosta, ma dobbiamo evitare di pensare che stiamo vincendo: gli indicatori ci dicono solo che stiamo cominciando a contenerne la portata. La sua dimensione, seppure non uniforme, è ancora rilevante. Bisogna astenersi dal pensare che sia già arrivato il momento di tornare a normalizzare comportamenti”.

aprile 4, 2020

Fatti non parole!

Quando c’è stato da criticare lo abbiamo fatto.

Quando lo abbiamo visto salire per la prima volta al Quirinale per ricevere l’incarico di Presidente del Consiglio ci siamo chiesti, in tanti, chi fosse. “Un burattino di Salvini e Grillo”, abbiamo pensato.

Poi, quel giorno di agosto, quando Salvini capendo di aver commesso un’idiozia ha cercato di ritornare sui suoi passi e non far più cadere il governo, Conte ha dimostrato a lui e al Paese tutta la sua dignità: “Se non vuoi più chiedere le miei dimissioni, allora le dimissioni le do da me”.

L’altro ieri Giuseppe Conte ha ceduto.

Il premier che non urla, che non fa il clown, che non fa slogan, che mantiene la calma, che resta impassibile e ha creato un modello di lotta alla pandemia oggi imitato in tutto il pianeta, ha ceduto.

Intervistato sul momento più difficile di questa emergenza ha ricordato le ore dei primi decessi.
E la ragione ha ceduto all’emozione.

Tutto il coinvolgimento emotivo che sta patendo da settimane, tra persone da salvare, un Paese da tenere in piedi mentre politici senza scrupoli cercano di scatenargli l’Italia contro bufale, manipolazioni, è venuto fuori.

L’espressione di quell’uomo sul punto di piangere è l’espressione di una persona che sta semplicemente facendo il meglio che può.
Senza calcoli elettorali, senza avere la pretesa di possedere la verità.

Oggi al suo posto avremmo potuto avere qualcuno che senza esitazione avrebbe sfruttato il dramma per elevarsi a difensore della Patria.

Avremmo vissuto in uno show perenne.

Invece abbiamo alla guida del Paese un uomo rispettoso delle istituzioni, che lavora incessantemente per il paese anziché per il partito.

E che merita, almeno per quel che mi riguarda gratitudine.

(Trovato sul web ma è sostanzialmente quello che penso. Al di là della politica. È una questione umana)

L'immagine può contenere: 1 persona, possibile testo seguente "LACRIME DI DIGNITÀ"
aprile 3, 2020

La crisi del #Covid19 è l’occasione per ripensare il capitalismo

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di Mariana Mazzucato

da The Guardian (trad. Keynesblog.com)
Viviamo una crisi di portata mondiale. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i paesi, con una scala e una gravità che non si vedono dalla devastante influenza spagnola del 1918. A meno che non venga intrapresa un’azione coordinata globale per contenerla, il contagio diventerà presto anche economico e finanziario.
L’entità della crisi richiede ai governi di intervenire. E così è. Gli stati stanno iniettando stimoli nell’economia mentre cercano disperatamente di rallentare la diffusione della malattia, proteggere le popolazioni vulnerabili e contribuire a creare nuove terapie e vaccini. Le dimensioni e l’intensità di questi interventi ricordano un conflitto militare: questa è una guerra contro la diffusione del virus e il collasso economico.
Eppure c’è un problema. L’intervento necessario richiede una struttura molto diversa da quella scelta dai governi. Dagli anni ’80, ai governi è stato detto di fare un passo indietro e lasciare che fossero le imprese a orientare la creazione di ricchezza, intervenendo solo allo scopo di risolvere i problemi quando si presentano. Il risultato è che i governi non sono sempre adeguatamente preparati e attrezzati per affrontare crisi come Covid-19 o l’emergenza climatica. Partendo dal presupposto che i governi devono attendere fino al verificarsi di un enorme shock sistemico prima di decidere di agire, tutto ciò che è stato approntato strada facendo si rivela insufficiente.

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aprile 3, 2020

La sanità dopo il coronavirus.

di Alberto Leoni –  Coordinatore Socialismo XXI Veneto |

E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi scriveva duemila anni fa Seneca a Licinio. E’ il nostro modo di “vedere” il sistema sanitario, ma soprattutto la tutela della salute che dovremo cambiare, dopo questa tragedia che sta cambiando il mondo e mettendo in discussione  il suo modello di sviluppo.

La prima cosa da stampare nella mente: questa è stata la terza pandemia in meno di 17 anni. È probabile, senza interventi correttivi nel rapporto uomo ambiente, che altre ne seguiranno a ritmi temporali più veloci. Debellata una se ne presenta un’altra. La nostra salute la difenderemo con ogni azione utile per diminuire la invasione umana, la deforestazione, lo spazio rubato agli animali, l’inquinamento dell’aria, che non è stato presumibilmente fattore secondario in pianura padana della velocità di trasmissione del Covid19.

Prima di essere un problema sanitario la pandemia è un problema di sviluppo economico  sostenibile. Succederà ancora, purtroppo. E lo si affronterà con una solida cabina di regia mondiale, europea e ovviamente nazionale. Una cabina che organizzi e integri, in una banca dati condivisa, tutti i dati scientifici per capirne l’evoluzione e i trattamenti efficaci.

Una cabina che coordini la ricerca ed i contributi degli scienziati evitando la frammentazione ed il protagonismo dei singoli. Una epidemia seria, in Italia, non va proprio delegata alla gestione delle Regioni che dovranno cooperare e attuare le direttive nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità.

Poi urge una correzione profonda sul nostro sistema sanitario, che rimane un buon sistema sanitario, al di là delle inutili polemiche di questi giorni: non a caso l’Italia è il quarto paese al mondo per spettanza di vita della popolazione e registra uno dei tassi di mortalità adulta ed infantile più bassi al mondo).

Dove si deve intervenire?

a) In primo luogo sul capitale professionale. Noi non abbiamo meno medici della media europea, pur con l’esodo biblico di questi ultimi 10 anni (pensionamenti e fughe nel privato), ma abbiamo molte specialità scoperte, soprattutto quelle meno remunerative (pronto soccorsisti, anestesisti, radiologi, chirurghi adesso). Tra il 2009 ed il 2017 la sanità pubblica ha perso 8 mila medici e più di 13 mila infermieri.

Dobbiamo investire sui medici, dar loro il governo clinico degli ospedali, introdurre i neo laureati in corsia da dove iniziano la specializzazione sul campo, alternata alle lezioni della scuola Universitaria: era così fino ai primi anni ’90 ed era buona prassi perché favoriva quotidianamente la trasmissione del sapere pratico dal medico esperto al giovane. Ed allo stesso modo un percorso analogo va fatto per i giovani medici che vogliono fare i medici di base: questa è una grande opportunità per tornare ad avere medici che prendono realmente in carico il loro assistito, accompagnati da medici di base più esperti, nella prima fase, a volte con la supervisione dello specialista (la specialistica attuale è troppo frammentata e mai ricondotta ad una visione globale della persona che non è sommatioria di organi).  A Bergamo, in piena emergenza, giovani neolaureati sono andati in prima linea. Hanno fatto e fanno una esperienza dolorosissima, ma fondamentale per il loro futuro: scommetto che diverranno ottimi medici.

b) Si deve intervenire sugli Ospedali che abbiamo: nel 2017 erano 1000 in tutta Italia con 216 mila posti letto, il 51,8% pubblici il 48,2% privati accreditati, pari a 3,6 posti letto ogni 1000 abitanti. Nel 1998 gli ospedali erano 1381, il 61% pubblici, il 39% privati accreditati, con 5,8 posti letto ogni 1000 abitanti.

E’ evidente la sensibile diminuzione ed il cambio di rapporto tra pubblico privato a favore di quest’ultimo. Una tedenza che va rivista con attenzione selettiva, soprattutto dove la ospedalità privata è inefficiente e le convenzioni onerose.

La scelta strategica è qualificare  sempre più i nostri ospedali per la cura degli acuti, rafforzare le aree critiche, ripristinare almeno una quota parte degli 8 mila medici e dei 13 mila infermieri persi in 10 anni. Non vanno riaperti i piccoli ospedali dismessi. Spesso sono “pericolosi” per la sicurezza del paziente perché non dotati dei servizi necessari in casi di emergenza. Le risorse invece vanno investite nella messa a norma del patrimonio edilizio ospedaliero, spesso vetusto, nel rafforzamento della vigilanza igienico sanitaria (mai dimenticare i 49 mila morti per infezioni ospedaliere annue!)  nella dotazione di personale, nelle strutture territoriali  che dovevano essere la vera alternativa alla chiusura dei piccoli ospedali e mai sono veramente decollate.

c) I territori, le città hanno bisogno quindi di ospedali molto qualificati per acuti. La vicenda del Covid19 ha evidenziato la necessità di disporre, in modo flessibile, di almeno il doppio di posti di terapia intensiva e subintensiva. I 5 mila esistenti, diminuiti negli ultimi 10 anni, non sono sufficienti durante eventi eccezionali. Durante questa tragedia ne sono stati attivati ulteriori 4 mila, grazie allo straordinario apporto di aziende e volontari. Fino a febbraio 2020 l’Italia disponeva di 8,558 posti letto di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, contro i 29,2 della Germania. Questi posti, creati in un un mese, andranno mantenuti, con la necessaria flessibilità (in alcuni periodi ne serviranno, si spera, meno) perché il nostro futuro è ancora condizionato da possibili gravi eventi avversi. Non dobbiamo essere impreparati.

d) La vera priorità, emersa in Lombardia soprattutto, è la necessita di una rete territoriale socio sanitaria efficiente e tempestiva, in grado di curare a casa le situazioni di malattia non acute. Soprattutto in situazioni pandemiche. Le buone pratiche non sono mancate in questi anni, ma sono esempi isolati. Da domani  il perno del sistema deve esserlo la medicina di comunità, basata sul medico di base, sull’infermiere di comunità, sulla stessa assistente sociale, con la supervisione degli specialisti  in caso di situazioni più complesse. E’ la logica dell’integrazione Ospedale Territorio, per evitare di riempire gli ospedali.

Medicina di base forte e strutture intermedie, un’assistenza domiciliare integrata che va a casa della persona (in grado di prendere in carico almeno l’8% dei dimessi fragili ospedalieri), sono la risposta più adeguata alla vera priorità per la sanità italiana, le malattie cronico degenerative, dai cardiopatici, ai diabetici,ai malati tumorali, agli ipertesi, alle persone con broncopneumatia costrittiva.

Non dimentichiamo che il 40% degli italiani soffre di almeno una o più  malattie croniche!

e) In alcuni degli ospedali dismessi invece (lo ripeto, non vanno riaperti come ospedali per acuti!) , si possono creare strutture intermedie (Unità Riabilitative Territoriali, Ospedali di Comunità, Hospice), gestite dai medici di base o da medici delle cure primarie e delle cure palliative, con il supporto specialistico. Una rete diffusa di strutture, che possono essere collocate anche con idonei spazi nei Centri Servizio per anziani più moderni (personalmente opto per questa scelta).

f) La specialistica ambulatoriale, in questo contesto, si deve integrare nel concetto della presa in carico della persona ed essere strettamente integrata con il ruolo del medico di base. Oggi assorbe una spesa rilevante del sistema ma l’efficacia è piena di dubbi. Lo specialista deve essere il consulente del medico di base. Si devono parlare, devono interagire. Il telefono è lo strumento fondamentale! Ma tutti i moderni strumenti informatici possono essere utilizzati, a partire dalla telemedicina. Solo con questo rapporto si può veramente aggredire la questione delle liste d’attesa, che si risolve solo governando la domanda e riorganizzando l’offerta: pensate a quante visite specialistiche in meno potrebbero essere prescritte dal medico di base se fosse perfezionato un rapporto costante tra questo ultimo e lo specialista. Per i cittadini si apre uno scenario completamente nuovo e meno ansiogeno. Si afferma la medicina di iniziativa: è il servizio che prende in carico la persona e non la persona che corre agli sportelli a prenotare,ad uno o più specialisti. Il più delle volte, lasciatemelo dire, per visite, esami di dubbia utilità.

Questo è un possibile modello del sistema sanitario del futuro,dopo il coronavirus. Restano due aspetti. Quello della governance e delle risorse.

C’è ancora qualcuno che nutre dubbi sul fatto che le Ulss possano essere aziende? 

Laziendalizzazione figlia della follia post tangentopoli, rafforzata dalla riforma ulteriore del 1999, non funziona in Sanità. Il sistema sanitario si può, si deve ispirare a criteri di efficienza ed efficacia, ma non sarà mai un’azienda. La Sanità va ricondotta al governo delle Comunità locali, attraverso un accresciuto potere di indirizzo e verifica dei Sindaci ed una gestione da parte di uno staff direzionale collegiale. Gli Ospedali vanno affidati al governo clinico dei medici e degli altri professionisti ospedalieri, tramite una agile cabina di regia clinica ed organizzativa.

Le Regioni mantengano la loro autonomia organizzativa e legislativa in materia di sanità, ma su questioni di sanità pubblica di interesse nazionale devono eseguire le scelte nazionali di competenza del Ministero della salute. I fatti di questi giorni sono lì a dimostrare la necessità di un forte potere accentrato su questioni di interesse vitale per la nazione nel suo complesso, come può esserlo una epidemia. Come sarà necessario un ruolo forte di programmazione nazionale e di monitoraggio delle azioni svolte nelle singole regioni per una effettiva applicazione dei Livelli essenziali di assistenza, oggi troppo diversi da Regione a Regione.

Noi oggi spendiamo 114,5 miliardi (2019) per il nostro sistema sanitario, il 6,6,% del Pil. Siamo nettamente sotto la media europea. Ma gli indicatori di efficienza ed efficacia (ben definiti dalla scuola di S. Anna di Pisa) sono tra i migliori, grazie al patrimonio residuo (e sottolineo residuo!) rappresentato dal nostro capitale professionale.

Nel 2001 spendevano 71,3 miliardi, nel 2009 105 miliardi (il 7% del Pil). In dieci anni, dal 2020 al 2019 le risorse stanziate per la sanità sono cresciute di 8,8 miliardi di euro, pari allo 0,9% ogni anno, meno dell’inflazione. Ma soprattutto sono cresciute meno dell’aumento dei costi necessari per i farmaci salvavita (oncologici ed epatoprotettori compresi), meno delle apparecchiature elettromedicali necessarie, meno dei costi dei beni e servizi necessari al corretto funzionamento del servizio sanitario.

I bilanci delle Asl sono andati in sofferenza. Se è vero che un Paese come il nostro, con basso tasso di crescita economica, non poteva sopportare la crescita della spesa sanitaria pari al 5% annuo, come avveniva nei primi 8 anni del secolo, è evidente che non poteva non risentire di un forte ridimensionamento delle risorse assegnate come avvenuto dal 2008 in poi.

Un Paese deve sempre fare i conti con la propria situazione economica anche nella gestione del suo Welfare. L’Italia ha scelto di assegnare risorse alla sanità negli ultimi dodici anni inadeguate ai nuovi bisogni.

Il valore assoluto non è mai sceso. Si è ridotta la capacità di acquisto di prestazioni e di personale. Anzi il vero taglio è stato fatto proprio sul capitale umano,cosa di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze (lo ricordo ancora: 8 mila medici in meno  e 13 mila infermieri in meno in 10 anni).

Ma c’ è anche un problema di qualità della spesa.

Non si tratta di fare più prestazioni, più esami diagnostici, di erogare più farmaci, nell’ottica di una visione “consumistica” della sanità. No. Si tratta di indirizzare la spesa sulla prevenzione secondaria, fondamentale per evitare guai seri futuri; sulla qualificazione degli ospedali dopo le chiusure eccessive degli ultimi 20 anni, sulla gestione delle strutture territoriali e sulla medicina di comunità, sui farmaci salvavita.

La nostra è una sanità pubblica che negli ultimi 10 anni ha assistito ad una costante erosione a favore della sanità privata, in alcune zone del Paese. Ma se hai un problema serio di salute è la sanità pubblica che può dare risposte diffuse ed eque. La sfida politica, quindi, soprattutto dopo questa tragedia nazionale, è quella di affermare con scelte serie e ponderate il ruolo primario della sanità pubblica.

aprile 3, 2020

Pensare sempre prima di lamentarsi!

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