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settembre 16, 2022

Ancora sulla strana morte di Francesco Di Dio

intervista di Antonella Ricciardi

Nella seguente, nuova incisiva testimonianza, Maria Rosa Di Dio, zia del detenuto siciliano Francesco Di Dio, mette in luce maggiormente aspetti irregolari del modo in cui è stata gestita la vicenda del giovane. Una ingiustificata ed inspiegata mancanza della perizia medico-legale di parte, richiesta dalla famiglia, ha comportato una nuova perizia, che accusa una “mano ignota” che possa avere causato la morte di Francesco, per motivi attualmente non del tutto chiariti, al momento; certo è, però che Francesco era stato discriminato dai vertici del carcere di Opera, la cui direzione sanitaria, soprattutto, non si era mossa per trasferirlo all’esterno, garantendogli almeno gli arresti ospedalieri: il minimo indispensabile, in caso di patologie significative, ma comunque qualcosa di meglio, molto meglio, del rimanere in cella, con mancanza di cure specialistiche. Ricordiamo che, con la circolare 21 del marzo 2020, in piena pandemia, erano stati ampliati i poteri delle direzioni delle carceri, per collocazioni extramurarie, quindi esterne al carcere, di persone con le più varie patologie, quando di un certo rilievo, anche per sfoltire i penitenziari, maggiormente a rischio, con il sovraffollamento, di un estendersi dell’epidemia. Una circolare che aveva suscitato polemiche improntate al giustizialismo, data la scarcerazione di circa 300 persone, condannate per mafie, anche non collaboranti con la giustizia. Va detto, però, che si trattava solitamente di collocazioni comunque detentive, e che non si erano verificate evasioni rispetto a quelle collocazioni alternative; pochi mesi dopo la circolare, anche Raffaele Cutolo, nonostante la mancata revoca del 41 bis ed il mancato differimento della pena (misure criticate in modo motivato da organizzazioni per i diritti umani, data l’estinzione dell’organizzazione di appartenenza e le gravi condizioni di salute), era stato però ammesso ad una misura nei fatti equivalente ad un differimento: nel suo caso, per iniziativa delle direzione sanitaria del carcere di Parma, era stato trasferito negli ultimi mesi della sua vita, tra 2020 e 2021, agli arresti ospedalieri in un reparto detentivo di un centro di cura esterno: l’’Ospedale Civile Maggiore di Parma, che è anche Clinica Universitaria, da cui era stato poi confermato non dimissibile; una misura, quindi, di correttezza e civiltà, che, invece, era purtroppo mancata nel caso di Francesco. Tornando invece alla direzione sanitaria del carcere di Opera, è illuminante ricordare che il suo operato, nel caso di Francesco Di Dio, era stato contestato dalla dottoressa Catalano, primaria dell’Ospedale Sacco di Milano, che aveva considerato scorretta la collocazione carceraria di Francesco, che pure aveva bisogno di cure specialistiche. Maria Di Dio, quindi, chiede che le indagini più serie rischiarino la tragica vicenda, la cui oscurità è aggravata dalla mancata chiamata a testimonianza degli ex compagni di sventura di Francesco: un tempo nella Stidda, poi nella non violenza. Sia Francesco Di Dio che i suoi compagni ad Opera non avevano collaborato con la giustizia, per non coinvolgere altre persone nel loro dramma; tutti i compagni di Francesco avevano gradualmente avuto accesso a liberazione almeno parziale, in nome di una visione più lungimirante del recupero della persona. Solo Francesco, tra loro, era stato escluso da attenuazioni del grado di intensità della pena, eppure si era ravveduto nell’anima: un pentimento vero, differente da una collaborazione con la giustizia interessata, da parte di persone spesso più colpevoli (tra cui vari capi della Stidda di un tempo), e che, comunque, non la fanno gratis. Francesco era stato condannato all’ergastolo, rivelatosi successivamente nella sua terribile variante ostativa, a 18 anni; una condanna durissima, per una pena che, a volte, non viene condivisa neanche da familiari di vittime. Ricordiamo, su altri casi, ma comunque eloquenti, le posizioni di generosità mirabile, straordinaria, di Agnese Moro (figlia dello statista Aldo), che affermava che l’ergastolo fosse come buttare via qualcuno, e che lei non volesse buttare via nessuno. Un ergastolo, nel caso di Francesco Di Dio, trasformato, a parere della zia, in una condanna a morte di fatto, dopo 30 anni di torture mentali e fisiche, data anche la mancata corretta gestione di terapie antidolorifiche in carcere: una situazione che era stata deplorata dalla stessa dottoressa Catalano.

1)Partiamo da una premessa: nel giugno 2021 era stata presentata una denuncia, in cui un perito nominato dalla famiglia sostiene la tesi di un soffocamento dovuto a cause esterne ai danni di tuo nipote, Francesco Di Dio: tale documento, che attesta questa posizione del medico, è stato presentato anche perchè, a suo tempo, quando si era svolta l’autopsia, l’anno prima, un altro medico di parte, nominato dalla famiglia, Corradin, non aveva firmato la relazione collegiale con gli altri medici. Addirittura, la relazione di Corradin non risulta essere stata depositata nel fascicolo al pubblico ministero, per cui non c’è prova che esista una relazione di Corradin depositata all’epoca. Puoi spiegare maggiormente questa situazione?

Nel giugno del 2021 abbiamo nominato un nuovo medico legale, perchè il primo medico legale Matteo Corradin, quello che ha fatto l’autopsia, non ha depositato la relazione medico legale nel fascicolo del p.m. Christian Barilli nel 2020, durante le indagini preliminari, che sono durate otto mesi.  Inoltre non ha firmato la perizia medico legale collegiale e in uno degli esami non ha presenziato. In quel momento, nonostante il dolore della perdita del mio caro nipote Franco e l’amarezza che il medico legale Matteo Corradin avesse compromessi-danneggiati esami irripetibili art. Cpp360, abbiamo pensato di nominare un nuovo medico legale. La cosa ancora più strana è che durante le indagini preliminari, ripeto durate otto mesi, nessuno si è accorto che mancava la perizia di parte: né l’ex avv. difensore Eliana Zecca nè tantomeno il p.m Christian Barilli che era il capo delle indagini. Cosa pensare? Non hanno letto? Non hanno fatto bene il loro lavoro o altro?

Non so cosa pensare. La risposta ce la deve dare il nuovo capo delle indagini del tribunale di Milano. 

Di fatto noi ci siamo ritrovati senza perizia medico legale, non esisteva!!

Comunque noi abbiamo nominato un nuovo medico legale, il quale ha sostenuto, sia verbalmente che per iscritto, che Franco è morto per soffocamento dovuto a cause esterne e quindi dopo un anno e tre mesi abbiamo presentato denuncia a settembre 2021. Noi vogliamo sapere cosa è successo a mio nipote Francesco Di Dio   il 03/06/2020 dentro il carcere di Opera-Milano, perché in uno Stato di Diritto è giusto che noi cittadini rispettiamo lo Stato ma altrettanto rispetto chiediamo noi cittadini. 

2) Tu e l’attuale avvocato, Daniel Monni, siete effettivamente arrivati ad un dato dirimente, di cui il precedente avvocato, ed il pm che in precedenza si era occupato del caso, non avevano appunto fatto menzione: la questione non sembra essere stata notata, o sollevata. Quanto cambiano adesso le cose? Cosa pensi possa implicare per il nuovo procedimento giudiziario?

Sì, io e l’avv. Monni ci siamo arrivati subito e senza nessun impedimento che mancava la perizia medico legale di parte, tanto che l’avv. Monni mi ha detto subito che dovevamo nominare un nuovo perito, in quanto il medico legale Matteo Corradin, che ha eseguito l’autopsia, non aveva depositato la perizia medico legale di parte nel fascicolo del pm Barilli, non aveva firmato la relazione medico legale collegiale e non aveva presenziato ad un esame e che le indagini si erano concluse con la richiesta di archiviazione con la mancanza di questi atti  importantissimi. Invece l’ex avv. di fiducia Eliana Zecca non ha notato e non ha sollevato il problema che mancava la “perizia medico legale di parte”, che Corradin non aveva firmato la relazione medica legale collegiale e quando è arrivata la richiesta di archiviazione da parte del PM Barilli, mi disse “sig.ra è tutto chiaro”!!  E quindi noi non potevamo fare niente, solo accettare l’archiviazione della morte di mio nipote.

L’avv. Zecca non è la prima incongruenza che non ha notato, tante che in passato mi sono domandata ma questo avv. è nostro difensore o è l’avv. difensore del carcere di Opera?

Quindi l’ho cambiata perché non ho avuto più fiducia e perché per lei dovevamo chiudere.

Per come stanno le cose l’avv. Zecca e il medico legale andrebbero denunciati per risarcimento perché non hanno fatto bene il loro lavoro e a noi hanno procurato un danno enorme. Tante è vero per come stanno le cose non escludo di chiedere al pm una nuova autopsia.

3) Le testimonianze sulla morte di Francesco potevano essere meglio approfondite, e perchè, a tuo avviso?

No, non ritengo che potevano essere approfondite, non dovevano fare neanche quella di Feliciello. Sono dubbie le risposte dei detenuti perché vivono in uno stato di repressione: non sono liberi di dire e fare. Come ritengo dubbia la testimonianza di Domenico Feliciello, perché Franco ha sempre detto che di fronte alla sua cella c’era Orazio Paolello,  non Domenico Feliciello, detenuto invece per camorra. 

Un articolo che parla di Domenico Feliciello ha dell’incredibile: commenta il fatto che non gli hanno dato il permesso premio per vedere la famiglia fuori dal carcere senza mettere in risalto la vera notizia, che gli hanno tolto il 41 bis, che è quasi impossibile togliere, specialmente quanto si tratta di boss. Tutto questo a due anni dalla morte di mio nipote Franco.

Ha attinenza? Non lo so, però mi fa pensare, in quanto il carcere di Opera non è impermeabile a certi reati, come la droga che circola dentro.

4) Cosa propendi possa essere accaduto a Francesco, ed in quali circostanze?

Credo nella relazione medico legale del dottor Rizzino, il nuovo medico legale di parte: Franco è morto per mancanza di ossigenazione causata dall’esterno, cioè Franco è stato ucciso dentro il carcere mentre era in custodia dello Stato.

Ritorno a dire che il carcere di Opera non è impermeabile a certi reati. Es: la droga che circola all’interno.

Poi, penso Franco a chi dava fastidio? E perché i suoi ex compagni di sezione non hanno evidenziato certe anomalie? Per farlo riposare in pace gli dovete la verità, è l’unica cosa che gli possiamo dare. 

Nell’ultima telefonata ho sentito Franco agitato, gli abbiamo chiesto cosa hai? Lui, come al solito rispose nulla.

Secondo me verosimilmente aveva capito, non è stato un omicidio di impeto ma premeditato. 

L’ora potrebbe essere stata dopo pranzo quando le celle sono aperte.

Franco, forse si trovava già in cella, hanno fatto l’omicidio e poi l’hanno chiuso all’interno.

5) Quali aspetti sono più importanti da ricordare del calvario di Francesco, anche per evitare che anche altri detenuti siano vittime di analoghe situazioni di disumanità nel trattamento?

Gli aspetti più importanti del calvario di Franco, iniziano da subito, quando lo hanno arrestato. Franco aveva diciotto anni e due mesi, un ragazzino, e faceva uso di sostanze stupefacenti. Io, non dico che non abbia sbagliato ma dovevano considerare la giovane età e l’uso di sostanze stupefacenti. Non era un boss ma l’hanno condannato come se lo fosse, solo perché un giornale, la Repubblica, l’aveva indicato come tale. Una relazione di polizia aveva usato quell’articolo per esprimersi contro benefici a suo favore.  Ad un ragazzino gli hanno fatto vivere l’esperienza dell’Asinara, dove deportavano tutti i boss. Il momento più tragico l’ha vissuto nel carcere di Carinola dove iniziò ad avere dolore al piede ed i medici del carcere di Carinola lo curarono per ben tre mesi come lombosciatalgia con dolori indicibili, lo portarono in ospedale solo quando fu grave, con il piede in cancrena e la febbre a 40 gradi, a rischio della vita. Io, che non sono medico se dopo 15 gg non ho risultati o miglioramenti penso che la cura non è giusta, invece i medici del carcere di Carinola hanno continuato imperterriti con la cura della lombosciatalgia. Alla fine hanno dovuto amputare il piede perché in ospedale glielo hanno portato troppo in ritardo.

Altro momento veramente disumano fu durante la pandemia, con la circolare 21 del 2020, per cui il direttore del carcere Silvio Di Gregorio aveva il potere di mettere fuori senza nessuna istanza chi stava male e così fece, mise fuori tanti detenuti tranne Franco, di tutti quelli che mise fuori nessuno è morto, è morto Franco che lasciarono in carcere. Noi, famiglia Di Dio, in quel periodo dicevamo perché il direttore del carcere di Opera non aveva fatto uscire Franco!! Allora, visto che non ci aveva pensato Silvio Di Gregorio, in quel periodo facemmo istanza per arresti ospedalieri, la direzione sanitaria del carcere di Opera ha scritto nero su bianco che Franco stava bene. Nonostante Franco avesse una gran voglia di vita perché praticamente non ha vissuto nulla della vita esterna.  Il carcere di Opera è stato atroce con Franco. 

Quando è morto hanno detto che aveva diverse patologie ma si sono dimenticati di dire che per Franco una delle patologie che aveva era una grave carenze di vitamina D. Vitamina che he come sappiamo si produce con l’esposizione al Sole: siccome per 30 anni non ha visto né cielo ne terra, è normale che gli sia venuta questa patologia e altre dovute sempre alla  lunga detenzione. Se l’anima soffre il corpo urla il dolore. Mio nipote è stato condannato a morte a 18 anni, un ragazzo sepolto vivo per ben 30 anni. Tutti sbagliamo e tutti dobbiamo avere una seconda possibilità; a Franco non gliela hanno data, non hanno applicato su Franco giustizia ma vendetta. Un essere umano si deve riabilitare come dice la nostra Costituzione, non affossare e terrorizzare.  

Infine era disumano leggere negli occhi di Franco il terrore. 

Franco aveva capito che aveva sbagliato e si era ravveduto nella sua anima.

A noi manca una parte della nostra famiglia ed è un dolore che non passa mai, dobbiamo convivere giorno dopo giorno con questo dolore e insieme a Franco hanno fatto male anche a noi. E ancora da morto gli fanno del male perché cercano di occultare la verità, una prova è la mancanza della perizia medico legale di parte.

I

marzo 27, 2022

Il misterioso caso della morte di Francesco Di Dio!

Intervista di  Antonella Ricciardi

Francesco Di Dio è deceduto nel carcere di Opera il 3 giugno 2020.

Dopo una iniziale ipotesi di omicidio colposo, s’indaga per una possibile azione di soffocamento esterno e di alterazione della scena del ritrovamento del corpo.

Risulta che sia stata distrutta la registrazione della videosorveglianza, nonostante la corretta e documentata richiesta nei tempi previsti. Tale distruzione è contraria alle indicazioni di un disciplinare della polizia penitenziaria, e la fasciatura, “gessatura” professionale ad un piede amputato di Francesco. La medicazione era normalmente opera di un infermiere del carcere, che operava più volte al giorno: l’unico a non avere ancora deposto, nonostante tutto. Nonostante il pentimento interiore, a Francesco sono stati negati tutti i benefici, malgrado indicazioni contrarie, recenti, della Corte Costituzionale.  A Francesco Di Dio, purtroppo, era stata negata, invece, perfino la detenzione ospedaliera. Gli errori di devianza nella Stidda, dovuti ad un disagio commesso a gravi problemi familiari e di tossicodipendenza, non dovevano precluderne diritto a salute, vita e reinserimento sociale; arresti ospedalieri.  L’odissea di Francesco viene così ripercorsa nelle parole della zia Maria.

Ricciardi: “Riguardo il caso di tuo nipote, Francesco Di Dio, purtroppo deceduto nel carcere di Opera il 3 giugno 2020, una situazione anomala riguarda la videosorveglianza, che è stata distrutta, nonostante fosse stata richiesta, correttamente entro i tre mesi richiesti. Cosa pensi di questa situazione, riguardo sue cause e possibili sviluppi?”

Di Dio: “Noi, famiglia Di Dio la richiesta della videosorveglianza l’abbiamo fatta fin da subito, quando è morto Francesco il 03/06/2020, telefonicamente tramite l’avvocato Eliana Zecca al direttore del carcere di Opera Silvio Di Gregorio.  Il 13 luglio 2020, dopo 40 giorni per iscritto, perciò entro i 90 giorni, e quindi i filmati erano “recuperabili”.

Silvio Di Gregorio risponde alla nostra richiesta il 6 novembre 2020, dopo 5 mesi, dicendo che le nostre richieste telefoniche sono avvenute in ritardo tra l’evento della morte e la nostra richiesta della videosorveglianza: assolutamente falso!!

Perché le nostre richieste telefoniche sono avvenute addirittura prima che noi facessimo la richiesta per iscritto.

Inoltre ha omesso che noi la richiesta l’abbiamo fatto anche per iscritto. Una furberia di Silvio Di Gregorio.

Il disciplinare della polizia penitenziaria precisa che quando succede un fatto rilevante il filmato si deve mantenere per 120 giorni, quindi quattro mesi. Quando c’è reato sei mesi più 30 giorni e siccome quando è morto Francesco Di Dio hanno aperto un fascicolo per omicidio colposo rientra in tutti e due i casi.

Inoltre il disciplinare della polizia penitenziaria specifica che l’accesso alle telecamere ce l’hanno: il direttore del carcere Silvio Di Gregorio e il comandante della polizia penitenziaria Amerigo Fusco.

Chi non rispetta la legge va punito e questi signori non sono a casa loro, ed in malafede non ci hanno voluto dare il filmato.

Inoltre, desidero ricordare che a marzo 2020 nel carcere di Opera c’è stata una rivolta dei detenuti per problema covid: in quell’occasione il direttore del carcere di Opera ha conservato la videosorveglianza, mentre quando è morto mio nipote NO.

Silvio Di Gregorio ha adottato due pesi e due misure. I filmati per accusare i detenuti se li è conservati. I filmati per la morte di un detenuto, che è fatto rilevante, NO.”

Ricciardi: “Un altro aspetto cruciale riguarda la situazione della fasciatura del piede amputato di Francesco: lo stesso medico legale nota che si trattava di una medicazione complessa, dentro la quale sono stati trovati hashish, psicofarmaci, una chiavetta Usb con file musicali ed un filmato pornografico; la complessità della medicazione, professionale, fa pensare che non sia stata opera di Franco. Cosa pensi di questa situazione? Anche considerando che l’ infermiere risulta l’unica persona a non avere deposto.”

Di Dio: “Penso che il tipo di fasciatura è stata fatta da una figura professionale specializzata qual è l’infermiere ed è lui che l’ha fatta il giorno che è morto mio nipote Francesco, ed è ancora lui che ci deve dire chi ha messo gli psicofarmaci, l’hashish e la chiavetta USB nel piede di Francesco.

Francesco è come se avesse avuto un piede rotto, un piede ingessato, fatta di tante garze e fasciature e cotone; fa pensare che il tutto sia stato nascosto prima che gli facessero la fasciatura complessa, perché in un piede ingessato non si può arrivare a nascondere nulla e soprattutto all’avampiede, che non ci si può arrivare con la mano a prendere o lasciare qualcosa e poi la fasciatura è stata trovata senza sgualciture e squarciature, ma intatta. Se li avesse nascoste lui, li avrebbe nascosti lateralmente nel piede, e non certamente nella cicatrice dell’amputazione, che era una parte dolorante e sensibile. Quando camminava e rintuzzava la cicatrice nella carta con cui riempiva la scarpa provava dolore: era una parte del suo corpo che lui non avrebbe provato ulteriormente.

Personalmente non gli ho mai visto una fasciatura di quel tipo su Francesco quando andavamo a fare i colloqui, gli ho sempre trovato una sola fascia senza cotone e garze; insomma, una fasciatura leggera.”

Ricciardi: “Altre anomalie riguardano l’ultima visualizzazione del filmino a luci rosse, certamente non visto da Francesco in quella occasione, poichè l’ultimo accesso risaliva al 2018.  Inoltre, era stato chiamato a testimoniare un detenuto, “vicino” di cella, che non risultava essere uno degli abitali vicini: un certo Feliciello. Cosa pensi possano significare tutti questi dati? Ci sono ipotesi e/o convinzioni che tu abbia maturato maggiormente al proposito?”

Di Dio: “Il perito nominato dal Tribunale di Milano ha scritto nero su bianco che il film per adulti è stato copiato il  18/09/ 2018, che è la stessa data dell’ultimo utilizzo. Molto probabilmente la chiavetta è stata sequestrata dalla polizia penitenziaria lo stesso giorno che è stato copiato il film per adulti e tenuto da loro fino al 03/06/2020, giorno  della morte del mio caro nipote Francesco e ricomparsa magicamente nel piede di mio nipote;  ed ecco che adesso spunta anche la complicità delle guardie nell’aver dato all’infermiere la chiavetta usb per inserirla nella fasciatura del piede.

Sempre il perito del Tribunale di Milano afferma che la chiavetta è stata utilizzata su più dispositivi, perciò non era di mio nipote.

Quando andavamo a fare i colloqui Francesco portava tanti dolcetti comprati in carcere ad Opera ed anche il caffè, noi gli dicevano che il caffè era fatto buono e mio nipote in quel momento iniziava ad elogiare il detenuto Orazio Paolello, che si trovava di fronte alla sua cella dicendo che l’aveva fatto lui.

La cosa molto strana è che il giorno della morte di mio nipote di fronte alla sua cella ci si trovava un certo Feliciello Domenico. Franco non ha mai parlato di Feliciello.

Infine un altra fatto molto strano è che Feliciello si trovasse nella sezione di Franco, in quanto Feliciello proveniente da un’associazione diversa di Franco.

Quando andavo in carcere, una signora mi ha spiegato che in carcere i detenuti li dividevano in base all’associazione di appartenenza per evitare che litigassero tra di loro.

Quindi il Feliciello era fuori luogo nella sezione di Franco, in quanto appartenente ad una diversa associazione.

In effetti non so cosa pensare sullo spostamento dei detenuti. Forse, Paolello è stato spostato per non fare vedere e per non fare sentire quello che succedeva.”

 Ricciardi: “La vicenda di tuo nipote è particolarmente straziante, per diversi aspetti, differenti, ma che s’intrecciano: gli venivano negate tutte le attenuazioni del grado d’intensità della pena, nonostante la buona condotta e la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione.  Cosa pensi di queste possibili responsabilità diffuse?

Di Dio: “La storia di mio nipote Francesco è straziante su diversi aspetti intanto perché è stato ucciso dentro il carcere di Opera mentre era in custodia dello Stato. 

Francesco è entrato in carcere quando aveva appena 18 anni, sano e pieno di vita e ce l’hanno restituito morto. Secondo l’art. 27 della Costituzione la pena deve costituire la limitazione della libertà e non deve essere contraria al senso di umanità.

Invece mio nipote è stato torturato umiliato anche davanti alla famiglia,

 non una volta ma tantissime volte.

Per Francesco abbiamo chiesto gli arresti ospedalieri, perché il carcere non è un ospedale e non ce li hanno concessi.

Quando chiedevamo gli arresti ospedalieri la direzione sanitaria del carcere ha risposto anche quindici giorni prima che Franco stava bene, adesso che è morto in carcere dice che stava male ed aveva tante patologie; insomma dicono quello che gli fa più comodo a secondo le circostanze e non la verità

La verità è che Franco aveva necessità di uscire dal carcere, tante volte le malattie si manifestano quando l’anima non ce la fa più a sopportare le atrocità, aveva diritto a una struttura alternativa per il morbo di Burger, che era un urlo alla sua disperazione. Noi gli leggevamo il terrore negli occhi, la polizia penitenziaria si intrometteva anche nelle videochiamate.

Il morbo di Burger è stato un urlo della sua anima, che nessuno ha voluto sentire.

Se Franco quando era piccolino ha sbagliato per devianza della droga e per altri disagi, lo Stato ha sbagliato doppiamente nei suoi confronti, perché si è vendicato su un ragazzino e non su un boss come l’aveva definito il giornale “la Repubblica” negli anni ‘90. Poi Franco si era ravveduto moralmente. Nella vita tutti sbagliamo e tutti  meritiamo una seconda possibilità di vita.”

 Ricciardi: “Due domande in una: cosa ti aspetti dalle indagini in corso? C’è altro che senti di esprimere riguardo questa vicenda, così altamente simbolica?”

Di Dio: “I primi otto mesi dopo la morte di Franco ci siamo affidati completamente alla giustizia italiana, senza presentare nessuna denuncia. Ma siamo stati delusi profondamente perché il Pm Cristian Barilli ha chiesto l’archiviazione.  Il caso di mio nipote non è stato archiviato perché il nostro medico legale ha affermato che Franco è morto per asfissia provato dall’esterno ed è passato al Tribunale di Milano. Noi da parte della Procura di Milano non sappiamo nulla, perché le indagini sono secretate.

Spero che il Tribunale di Milano prenda a cuore il dramma di  mio nipote e della sua i famiglia, affinché venga fuori la verità e i colpevoli consegnati alla giustizia e che dentro le carceri non succeda mai più quello che è successo a Francesco.

Non servono strutture nuove quando il carcere è criminale, invece serve innanzitutto togliere dal carcere chi ci lavora con mentalità criminale. Mi aspetto che Franco venga ricordato come martire della giustizia italiana, affinché vi sia un carcere più umano e corretto.

Il carcere dovrebbe essere contrario ad ogni forma di disumanità, ma purtroppo non è così, tutto ciò che dico è contemplato nella Costituzione. Ma alcuni lavoratori della polizia penitenziaria hanno una mentalità criminale superiore ai detenuti che invece di rieducarli, li ammazzano.

E’ un bene che si sappia quello che succede dentro le carceri.

Dentro le carceri deve essere affermato lo stato di diritto e non macellerie. Ovvio che non parlo di tutte le carceri ma quelli che ho visitato io sono simili; nel mio immaginario pensavo che il carcere di Opera, trovandosi a Milano, doveva essere più avanti come civiltà. Invece è il peggiore tra quelli che ho visitato ed in primis dovrebbe vergognarsi Silvio Di Gregorio e il comandante della polizia penitenziaria Amerigo Fusco.”

gennaio 24, 2021

Come spegnere la luce della speranza.

Maria Di Dio, zia del detenuto Francesco Di Dio, esprime tutta la sua amarezza per il decesso del giovane, morto a meno di 48 anni, nel giugno del 2020. Originario di Gela, pagava un tragico errore compiuto quando era ancora adolescente ed era anche in balia del dramma della tossicodipendenza: avere partecipato ad un “regolamento di conti” tra appartenenti alla Stidda ed a Cosa Nostra, che, nel 1990, aveva causato purtroppo diversi morti. Traviato da persone più grandi e scaltre, che poi erano uscite  dal carcere, attraverso il percorso di “collaboratori di giustizia”, Francesco non aveva seguito la stessa strada, ma aveva iniziato un percorso di redenzione in altra forma… Francesco Di Dio, infatti, aveva aderito all’associazione non violenta “Nessuno Tocchi Caino”, coltivava la fede cristiana evangelica, scriveva poesie, aveva frequentato un corso di filosofia morale e di ceramica, oltre che il Liceo Artistico, per cui si era diplomato e si era iscritto alla Facoltà universitaria di Sociologia, oltre ad essersi interessato anche a  Scienze delle Comunicazioni. Condannato all’ergastolo, si era visto negare tutti i benefici, quindi le attenuazioni dei gradi d’intensità della pena, fondamentalmente per il non avere fatto il collaboratore di giustizia, più che per il suo reato.

La Corte Costituzionale nel 2019, ha stabilito che non sempre il non essere collaboratore di giustizia vuol dire essere ancora collegati con il crimine; dietro la non collaborazione vi possono essere anche contrarietà alla delazione e timore di rappresaglie. Nonostante la  pronuncia di civiltà della Corte sono ancora molti i detenuti spesso arbitrariamente relegati a carcerazioni troppo automaticamente ostative. Nella sua testimonianza, Maria Di Dio esprime tutti i suoi dubbi sulle circostanze della morte di Francesco, e propende per l’ipotesi che potesse e dovesse essere assistito meglio, e certamente fuori dal carcere. Nella storia di Francesco emergono comunque dei dati di fatto: Francesco Di Dio veniva tenuto in carcere anche con la motivazione di rischi di attualità criminale, ma non aveva commesso reati in prigione e la Stidda è da anni organizzazione non più attiva; afflitto da grave malattia autoimmune, all’ultimo stadio, era persino mutilato di un piede; la relazione di una dottoressa di Milano ne attestava la necessità di cure esterne. Del resto, è lampante che il carcere non sia un ospedale, e, per quanto possa avere al suo interno alcuni presidi sanitari, nei fatti non può avere la stessa capacità di cura di una struttura esterna. L’ergastolo stesso, per essere distinto dalla pena di morte, non può essere inteso, logicamente, sempre nel senso di detenzione totalmente carceraria, ma deve prevedere almeno forme alternative, perché nei casi di persone molto malate, altrimenti, si rischia l’omesso soccorso, e quindi il negargli, a volte, possibilità di vita. Peraltro, una semplice richiesta di ricovero in centro clinico esterno è qualcosa di molto più basilare di un beneficio e può avvenire anche senza differimento ufficiale della pena, per intervento di direzione sanitaria di un carcere ed apporto di medici esterni: è quanto accaduto, ad esempio, dall’estate del 2020 nel caso di Raffaele Cutolo, che correttamente può essere così più adeguatamente curato, per le sue rilevanti patologie, tra cui una difficoltà a camminare, causata anche da problemi ai piedi per il diabete. Maria Di Dio chiedeva da mesi, altrettanta civiltà anche per Francesco, e tutt’ora chiede di potere vedere i filmati di sorveglianza del carcere, da mesi. Del resto, se davvero Francesco Di Dio fosse morto nel suo letto nel modo in cui è stato descritto, la possibile visione dei filmati non dovrebbe creare problemi. Più volte, comunque, le telecamere hanno chiarito delle situazioni: ad esempio, nel caso di abusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, per le indagini riguardo le violenze a freddo, ai danni dei detenuti.

Ricciardi: “Chiedi chiarezza e piena verità sul caso di tuo nipote, Francesco Di Dio, purtroppo deceduto nel giugno 2020: detenuto da 30 anni continuativi (salvo una brevissima scarcerazione per decorrenza del termini di carcerazione preventiva, nel 1996), era gravemente malato per una malattia autoimmune, il morbo di Buerger, gli era stato amputato un piede. La direzione sanitaria  del carcere di Opera definiva le condizioni di salute di Francesco discrete, nonostante le sue difese immunitarie fossero bassissime, in tempi oltretutto di coronavirus, e lui fosse costretto con le stampelle. Puoi spiegare precisamente da cosa dipenda la mancata attuazione di tali misure?

 Di Dio: “Nell’ultima richiesta che abbiamo fatto, la responsabilità maggiore ce l’hanno il direttore  e la direzione sanitaria del carcere, perché secondo la circolare del 21 marzo del 2020 doveva essere il direttore  a segnalare al magistrato di sorveglianza chi stava particolarmente male e lui non lo fece; invece, in quel periodo fece uscire tante altre persone e l’unico che è morto è stato mio nipote. La direzione sanitaria  ha dichiarato che Francesco stava in discrete condizioni di salute, quando già in passato un primario specialista di Milano aveva scritto che il permanere nelle carceri per Francesco rappresentava un “alto rischio“. Inoltre c’è da rabbrividire dalla paura che in pieno lockdown in Lombardia i detenuti li hanno chiusi in celle separate  e  durante tutto il periodo mio nipote  non ha visto nessun medico.

Come si può lasciare un ragazzo gravemente malato senza medico?

E’ assurdo! Mio nipote non solo aveva bisogno di un medico, ma doveva essere monitorato costantemente.   Inoltre, durante una videochiamata chiesi a Francesco come mai non era stato inserito nell’elenco tra le persone che dovevano uscire: non rispose, abbassò la testa e venne richiamato dalla guardia. Una domanda semplice chiara, fatta da me, e per questo venne rimproverato mio nipote. Invece, nella penultima richiesta sono coinvolti tutti, perché il magistrato di sorveglianza ha tenuto conto solo della relazione del carcere e non ha tenuto conto della relazione medico specialistica, che dichiarava che Francesco era ad “alto rischio” e non poteva rimanere in carcere ma prospettare una diversa collocazione. Non riesco a capire l’accanimento che hanno avuto nei confronti di mio nipote, il carcere per qualsiasi istanza da noi presentata ci rispondeva che “loro erano in grado di gestire la malattia di mio nipote” Loro nei confronti di Francesco sono stati caini.” 

Ricciardi:  “Già prima della morte di Francesco, avevi “previsto” il grave rischio che correva, nonostante la direzione sanitaria del carcere avesse definito non prevedibile l’evento; cosa ti aveva fatto ipotizzare che invece le condizioni di Francesco rischiassero di precipitare? Ti eri rivolta anche a qualche persona esperta per una consulenza?”

Di Dio:  “Non è vero che non era prevedibile la morte di Francesco. Già nel  2016 un medico specialista di Milano aveva allertato il carcere e il magistrato sulle condizioni di Francesco, certificando che per Francesco   prospettava una diversa collocazione del carcere, in quanto era in una situazione precaria: l’arteriopatia agli arti inferiori di cui soffriva era in fase avanzata, e rappresentava una patologia ad ” alto rischio “sia in termini di sopravvivenza che di eventi acuti cardiovascolari oltre che distrettuali”. Francesco doveva vivere in un ambiente igienicamente controllato, dalle basse temperature e dall’umidità.  Inoltre, c’era bisogno di  medicazioni e una fisioterapia costante e continuativa, di cicli di terapia, controllo del dolore e di un monitoraggio delle condizioni distrettuali e generali, altrimenti avrebbe sofferto di dolori ingiustificati. Infatti diverse volte mio nipote mi riferiva che non sapevano gestire il suo dolore e che soffriva dolori inenarrabili, con urla fortissime. Nell’ultimo periodo, per la disperazione mi aveva chiesto di spedirgli un farmaco per attutire il dolore  e loro, che hanno sempre dichiarato di poter gestire la situazione, lo facevano urlare notte e giorno.”

Ricciardi:  “La direzione sanitaria del carcere ha definito i motivi della morte di Francesco naturali e non prevedibili, ma tu hai qualche dubbio sulle circostanze: perchè e se ci siano margini, di controllo, sull’operato della direzione del carcere? Inoltre, la famiglia Di Dio aveva richiesto l’acquisizione dei filmati di sorveglianza, nel giorno della morte di Francesco, ma non vi sono stati ancora forniti, almeno per il momento: perchè? Cercherete di insistere in questa richiesta, ed in che modo?”

Di Dio: “ Sì, perché chi muore di infarto in posizione supina, come ha dichiarato il carcere, non può avere degli ematomi sul viso. Fin dall’inizio abbiamo chiesto la video sorveglianza delle ultime 48 ore di vita di mio nipote Francesco Di Dio: ad oggi, dopo circa dopo otto mesi non ci è stata fornita.  La mia famiglia ed io insistiamo sulla richiesta della videosorveglianza per trasparenza, e poi se è morto come dicono loro, non dovrebbero esserci problemi. Dopo tante richieste da parte della stampa di rilasciare interviste e dopo circa otto mesi mi sono decisa di concedere intervista alla stampa proprio per questo motivo. Noi, famiglia Di Dio chiediamo fortemente la videosorveglianza alla magistratura di Milano che sta seguendo il caso di mio nipote.”

Ricciardi: “ Francesco era stato condannato all’ergastolo a soli 18 anni, per un grave fatto di sangue, nell’ambito della faida tra la Stidda (organizzazione rivale della mafia siciliana “tradizionale”) e Cosa Nostra: tuttavia, in carcere aveva aderito ad iniziative culturali e per la non violenza, ed aveva chiesto perdono, con tutto sé stesso, ad un membro dell’altra organizzazione, a sua volta in prigione per vari reati, che si era commosso: lo aveva in effetti perdonato, durante una iniziativa dell’associazione umanitaria “Nessuno tocchi Caino”. Eppure, le autorità statali, fino alla sua morte, e nonostante la disgregazione totale della Stidda, gli avevano negato tutti benefici, cioè le attenuazioni del grado di intensità della pena… Da cosa deriva, a tuo avviso, tale atteggiamento di completa chiusura?”

 Di Dio:  “Questa domanda me la sono posta tantissime volte anch’io e questa risposta ce  la dovrebbe dare la direzione del carcere. Io, ho avuto sempre l’impressione di un accanimento di cattiveria nei confronti di mio nipote, che peraltro gravemente ammalato. Tante è vero che aveva necessità della sedia a rotelle e non gliela hanno mai fornita. Personalmente io ho mandato e-mail al carcere in cui scrivevo che volevo regalare una sedia a rotelle ad un detenuto. Alla prima e-mail mi hanno risposto chiedendomi chi ero, ho risposto che ero la zia di Francesco Di Dio allegando la mia fotocopia di carta di identità, e da allora non mi hanno mai più risposto. Come devo definire questo tipo di atteggiamento se non sadico! Perché non solo non gliela fornivano loro, che sempre si sono sempre dichiarati in grado di gestire la malattia di Francesco e neanche hanno permesso a me di potergliela regalare: aggiungo che questa è violazione dei diritti umani .”