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marzo 29, 2020

Musica, maestro!

di Gina Ascolese

Il romanzo storico ‘La fontana di Bellerofonte’ dello scrittore C. Genovese contiene , tra i tanti episodi che potrebbero vivere anche di vita autonoma, questo che segue, particolarmente esilarante. Ambientazione: Avellino, centro storico, la pittoresca cantina di Andrea Ficca, 1820. E’ sera: donne a casa, uomini in cantina a farsi compagnia davanti a qualche allegra sorsata di vino. Tra gente semplice non c’è da aspettare il carnevale per immaginarsi seduti nel grande teatro imperiale di Vienna, tra re, regine e diplomatici. Lì il compaesano Michele ebbe pochi anni addietro l’occasione di ascoltare, di nascosto, nientedimeno che la Settima di Beethoven diretta dal compositore in persona. A grande richiesta Michele impersonerà per gli amici di bevuta ‘Beethoven’ tutto braccia e bacchetta in mano. E il pubblico di ‘raffinati intenditori avvinazzati’ ordinerà il ‘crescendo’ nei momenti di maggior impeto orchestrale!

Celestino Genovese è scrittore di origine irpina, di grande forza espressiva e immaginazione, psicoanalista ed ex docente universitario, autore di molti saggi scientifici.

Ed ecco qui la narrazione del brano, a cui abbiamo dato un titolo indicativo:

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ (un buonissimo piatto di tagliatelle larghe e corte, bianche, ovviamente fatte in casa, e ceci: piatto della tradizione irpina) e  attorno alla pietanza una schiera di vispi cucchiai di stagno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: si è detto il perché. Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, tenendo banco con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alle spalle

di Talleyrand e teste coronate d’Europa: si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. Il nipote, bella però la moglie del nipote,e  i faticosi viaggi di andata e ritorno, che cosa non si fa per una bella donna? Tutto vero! Tutti pettegolezzi di cucina…! (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: cercherà di descrivere a suo modo tutta la Settima beethoveniana, trasportandola  dalla sala magnifica e regale del teatro imperiale, lui analfabeta o quasi, nella modesta cantina avellinese del Regno delle due Sicilie.  E con una magica bilocazione del compositore in persona!  ‘Ludwigh, se ci sei batti un colpo!’ verrebbe da suggerire… Ma non ce n’è bisogno: Eccolo qua il maestro, non si vede? E’ Crescendo!  ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….” e il parlottio continua, ma…

si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’.E a un cenno del ‘maestro’  gli amici comandano in coro: ‘Crescendo!’ e il volume dell’orchestra sale… Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

 

 

 

marzo 28, 2020

  La fontana di Bellerofonte 1820

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

 

 

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ e  attorno una schiera di cucchiai di legno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: perché? Ora ci arriviamo… Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, a far ridere tutti con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alla volta di Talleyrand e teste coronate : si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: nella sala magnifica e regale del teatro imperiale ha ascoltato, lui analfabeta o quasi, l’esecuzione esclusiva  della Settima beethoveniana . E con la direzione del compositore in persona! ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….”

Si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’. Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

Gina Ascolese

Celestino Genovese, scrittore di origine irpina, psicoanalista ed ex docente universitario, già autore di molti saggi nel suo campo. Il romanzo, documentato sulla base di approfondite ricerche, appare come opera di indubbio significato tra letteratura e storia, ambientata al tempo dei moti carbonari del 1820: esattamente duecento anni fa, data di cui celebriamo quest’anno il Bicentenario.

Romanzo storico di Celestino Genovese  ,                                                                               

                                               Pironti editore, Napoli 2014

 

 

 

marzo 18, 2020

E ora l’amore!

Risultato immagini per scene di seduzione

Passiamo ad un episodio diverso, e di tutt’altro genere. Un corteggiamento amoroso, in cui il dialogo è pressoché muto, la parola sarebbe un’intrusa: parla il silenzio. Forse solo le parole della poesia, da Saffo e Alceo a Catullo e Orazio, da Leopardi a Montale, hanno saputo connotarsi nella loro incomparabile intraducibilità. Vediamo se tale magia può essersi ripetuta qua, nella prosa.

Segue allora un brano splendido: un dialogo inter-umano che fa trattenere il respiro e dilata l’immaginazione.Una scena assolutamente perfetta di seduzione. Lei una quasi bambina, ma già donna: la quindicenne Nennella, eccezionalmente sola in una casa appartata, la stessa notte della diserzione di Morelli e Silvati. Lui un giovane impegnato e colto, don Luigino, da un po’ incuriosito dalla procacità civettuola, ma acerba e inesperta, di lei. E’ un’ora molto tarda, lui non dovrebbe essere all’uscio di lei a notte fonda e in assenza del nonno: ma sa bene che la fanciulla è sola in casa. C’è un divieto atavico sull’ora, sul luogo, sugl’incontri uomo-donna. Lui audace e abilissimo, insinua il dubbio che sia lecita una via di mezzo: non lasciarlo entrare, che sarebbe troppa profanazione! ma accostare la porta e andare a fare assieme una passeggiatina incolpevole là vicino, senza una meta, tra la magnolia odorosa e la siepe di mortella, senza una scoperta intenzione di sgarrare. E proprio con questo inganno dolce, comincia la trasgressione del divieto atavico. Complice il profumo penetrante dei fiori di magnolia, il buio tiepido della notte, l’ascolto del silenzio nell’assoluto isolamento dal mondo abitato… Nell’incedere dei due mano nella mano, il non detto che ciascuno può intuire nella dinamica sensuale della giovinetta: una piacevolezza diffusa, un arrendevole abbandono dell’io al buio che tutto riveste di complice naturalezza, e la percezione di essere la sola persona in quel momento importante per l’altro, la sola in tutto il mondo: la sola! Poche frasi, un tentato abbraccio, uno sfogo di pianto della bambina che sta per scomparire dentro la sensualità della donna . E sullo sfondo la sagoma rassicurante della montagna protettiva che domina la vallata di Avellino, il profilo di Montevergine umanizzato come un divino archetipo che è lì da sempre, che acconsente, dalla sua lontananza che tutto scorge e tutto copre, e che non può mentire. E la siepe di mortella altrettanto viva: con centinaia di lucciole accese: una divinità femminile, una Magna Mater che si distende a circondare, a celare, ad accogliere. Tutta la cornice di sapore simbolico-antropologico allude descrittivamente al rituale dell’amore. Il dialogo tra i due giovani è il non dire, il comunicare ascoltando forti i battiti del cuore e l’indebolirsi della volontà. E si inoltrano carichi di emozione verso un ‘altrove’ del qui ed ora che non ha uguale e che non si ripeterà più.

Citò tempo fa in un’intervista l’autore della ‘Fontana di Bellerofonte’ la famosa frase di Flaubert: ‘Madame Bovary c’est moi!’ Vorremmo rispondergli da qui che se non ci fosse circolarità comunicativa autore-scrittore- piano del racconto-lettore nessuno sarebbe capace di forzare le parole intime e riservate del narrato e farle riecheggiare in un commento interpretativo come questo. Ecco, Flaubert fu davvero geniale ad anticipare una realtà che la scienza della comunicazione oggi pone sotto gli occhi di tutti. Bisogna solo avere occhi per vedere, orecchie per udire, sentimenti per esprimere.

18\3\2020 Gina