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gennaio 20, 2021

Se cent’anni vi sembrano pochi!

di Felice Besostri

Siamo, idealmente, nel gennaio del 1891, abbiamo appena un anno davanti a noi prima di fondare un partito dei lavoratori italiani, nella città che offra le migliori condizioni logistiche per un’ampia partecipazione di lavoratori e delle loro associazioni, particolarmente presenti e organizzate nell’Italia settentrionale in varie forme, società di mutuo soccorso, casse di resistenza, leghe, camere del lavoro, circoli operai. Siamo in ritardo. In Germania è stato fondato nel 1863, in Austria è attivo dal 1874, persino la Spagna è più avanti di noi avendo fondato il suo nel 1879, mentre in Gran Bretagna nel 1881 si costituiva una prima formazione d’ispirazione socialista con la partecipazione di Eleanor Marx. Soltanto la Francia è più indietro dell’Italia, benché nel 1889, centenario  della Rivoluzione francese con la presa della Bastiglia, proprio a Parigi, sede di un’Esposizione Universale, si fosse riunita per la sua fondazione l’Internazionale Socialista, che radunò nel suo seno  tutte le diverse sensibilità socialiste, da quelle socialdemocratiche a quelle comuniste fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

Nella situazione attuale della sinistra, scomparsa come forza politica influente in Italia, e in grave difficoltà in Europa, ma vince in Nuova Zelanda e in Bolivia, per invertire la tendenza dovremmo dedicare più tempo, energie fisiche ed intellettuali, nonché le limitate risorse materiali di cui disponiamo al 130° anniversario della fondazione, nel 1892, del primo partito dei lavoratori italiani, piuttosto che al centenario del Congresso di Livorno, inteso sia come data di fondazione del partito comunista in Italia, che come scissione del socialismo italiano al suo XVII° Congresso.  La situazione obiettiva non è paragonabile a quella degli anni Venti del XX° secolo, allora il Partito, ancora unico della sinistra, era il Partito di maggioranza relativa. Ora siamo come alla fine del XIX° senza un partito della sinistra, con quello che è rimasto non di può rifondare/ricostruire nulla, per non ripetere, bisogna come nel 1892 cominciare da capo.

La fondazione  partito dei lavoratori a Genova, per profittare delle agevolazioni ferroviarie per le celebrazioni della scoperta delle Americhe del 1492, era stata preceduta da una separazione, quella dei socialisti dagli anarchici, non una scissione, in senso tecnico, perché non si era formata un’organizzazione unica, perché sarebbe stato impossibile formarla per ragioni politiche ed ideologiche delle sue componenti.  Nel giro di pochi anni il partito dei lavoratori si sarebbe definito socialista, come nel resto d’Europa ad eccezione della Scandinavia e della Gran Bretagna, con varie combinazioni di aggettivi, che prescindevano dall’adesione o meno al marxismo, compreso il Partito Operaio Socialdemocratico Russo fondato a Minsk nel 1898, che comprendeva sia i bolscevichi, comunisti e rivoluzionari, che i menscevichi, socialisti democratici. Le vicende di quel partito strettamente legate alla Rivoluzione russa, un fatto epocale, sono in parte all’origine dell’evento  per Left del 8 gennaio 2021 Livorno 1921, come “c’è scissione e scissione, non tutto è dannazione”, perché ridurla al fatto dell’autoemarginazione dei comunisti per fondare il PCdI, esito non voluto se non da Amedeo Bordiga il leader della frazione d‘allora, in contrapposizione all’espulsione dei riformisti, chiesta nelle 21 condizioni dell’Internazionale Comunista, significa rimanere prigionieri del passato. Stabilire oggi politicamente, se avesse ragione Amedeo Bordiga, tra l’altro eliminato dalla storia ufficiale del PCI, come Lev Trotsky non compare in nessuna foto del PCUS, o Filippo Turati, ci renderebbe prigionieri, für ewig, del passato, porteremmo mattoni in più alla costruzione del muro, che ha diviso socialisti e comunisti, le principali componenti, anche se non esclusive, ideali e storiche della sinistra italiana, europea e mondiale. Erano due minoranze, che, anche sommate (58.783 i comunisti e 14.695 la mozione riformista), erano molto lontane da 98.628 voti dei massimalisti di Giacinto Menotti Serrati. Il confronto tra di loro, chiunque avesse vinto, non avrebbe evitato la sconfitta ad opera dei fascisti e dei loro alleati e/o complici, altrettanto determinanti degli squadristi. La verifica la si avrebbe avuta da lì a poco con le elezioni del  15 maggio 1921 il Partito Socialista Italiano era ancora il primo partito italiano con 1 631 435 voti e il 24,7% e 123 seggi, ma rispetto al 1919 -33 seggi e -7,6%, una perdita non compensata dal risultato del Partito Comunista con il 4,41% e 15 deputati.

Che la situazione stesse precipitando e che l’oggettiva situazione rivoluzionaria, preconizzata de Bordiga ma anche del Terracini nel suo discorso di Livorno fosse tramontata, fosse mai esistita se non come pio desiderio di “fare come in Russia” di convinti militanti senza base di massa, si manifestò nel giro di poco più di un anno: marcia su Roma del 28 ottobre 1922, incarico di Presidente del Consiglio del 30 ottobre a Benito Mussolini. Seguirono le elezioni del 6 aprile 1924 con violenze squadriste e brogli e con la legge Acerbo caratterizzata da un premio dei 2/3 dei seggi a chi avesse superato il 25% dei voti validi e l’assassinio di Giacomo Matteotti del 10  giugno 1924. Il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati deliberò la decadenza dei 123 deputati aventiniani, nei quali la sinistra era rappresentata da 24 Socialisti unitari e 22 socialisti italiani e nel complesso del Parlamento del 1924 anche da 19 comunisti               per un totale del 14,67%: una percentuale paragonabile al 16,57% dei DS alle elezioni dei 2001, dopo la fondazione del PD con la scomparsa dell’ultima formazione erede nella sua stragrande maggioranza del PCI, non sono più possibili paragoni. La sinistra non esiste più, c’è un centro-sinistra con partito egemone il PD, aderente tardivo, grazie a Renzi, al PSE, ma non più ad un’Internazionale Socialista, nel frattempo smobilitata e una sinistra fuori dal PD e in Parlamento temporaneamente raccolta in Liberi e Uguali alleata con PD nel Governo Conte bis e fuori dal Parlamento quel che resta di Rifondazione Comunista e, forse Potere al Popolo, un abbozzo di progetto verde-rosso e un Comitato per l’Unità Socialista, che ha aderito al Manifesto promosso dall’ANPI.

Tutte queste forze nel nostro Paese non hanno un consenso superiore, sulla base delle elezioni col Rosatellum del 2018 e quelle regionali del 2019- 2020, a quello del solo PSU nelle elezioni del 1924, cioè, ad essere ottimisti, il 5,90%. Da quello che ho letto e visto o so si sta preparando per il centenario di Livorno, sono giunto alla brutale, ma spero provvisoria conclusione, che sarà un’occasione politicamente perduta, sul piano storico non mi pronuncio e neppure mi interessa la nostalgia di come eravamo. Livorno non ha nulla da insegnare, né sulla consapevolezza di chi siamo oggi come sinistra, ma soprattutto su cosa dovremmo pensare e fare per influire sugli eventi e acquistare consensi, formando cittadini partecipanti consapevoli.

Questo è il compito principale di forze preoccupate per la crescita delle diseguaglianze dovunque, anche nei paesi cosiddetti “sviluppati” e che non assicurano in troppe aree del mondo, dove vive la maggioranza della sua popolazione, il soddisfacimento dei bisogni primari alimentari, sanitari e educativi, per la sopravvivenza del pianeta, per la crescita esponenziale del potere di centri decisionali sottratti ad ogni forma di controllo pubblico politico democratico e a un prelievo fiscale equo e progressivo, ma che controllano la comunicazione sociale e influenzando i comportamenti individuali e collettivi, in altre semplici parole, che vogliono un mondo diverso e migliore.

Milano 18 gennaio 2021, terzo giorno del Congresso di Livorno cent’anni fa.

gennaio 9, 2021

Tre noterelle gramsciane

Per la ripresa di un dialogo

di Gaetano Colantuono

Riscoprire da socialisti la lezione di Gramsci

A Gaetano Arfé, indimenticato e indispensabile

  1. Rileggendo Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria.

Libri su Antonio Gramsci ce ne sono tanti – si potrebbe dire. E una nuova, terza, fase della fortuna del suo pensiero è stata registrata da Giorgio Baratta: fase che ha una dimensione mondiale, camminando anche a fianco dei movimenti di contestazione verso la globalizzazione neoliberista, in tanti paesi e in differenti culture. Un Gramsci meticciato e diasporico (per utilizzare due categorie molto in voga nel lessico postcoloniale), i cui Quaderni divengono una preziosa “cassetta di attrezzi” (magari non sempre criticamente vagliata) del pensiero critico e per l’interpretazione di vicende storiche impensate dal comunista sardo. Ciò basti a confutare l’immagine, di matrice accademico-erudita, di un Gramsci come monumento letterario, tipo Madame Bovary o il Canzoniere petrarchesco, e perciò museificato e mummificato. Neutralizzato.

Parallelamente si sono diffusi proprio in Italia non pochi luoghi comuni sul suo pensiero, interpretazioni capziose e fuorvianti, estranee a corretti principi metodologici, insieme a continue illazioni sulla sua vita ed in particolare (c’era da attenderselo) sulla fase della sua carcerazione: così è divenuta merce corrente sentire o leggere che Gramsci fu sì imprigionato dal regime fascista, ma che gli venne riservato un trattamento di favore, che comunque non morì in carcere e che ad ucciderlo – o meglio a volerlo morto – furono proprio i compagni del suo partito. Sinteticamente un Indro Montanelli (figura incredibilmente rivalutata come testimone storico) poteva scrivere: «Togliatti non mosse un dito e anzi ostacolò il trasferimento a Mosca di Gramsci». Altri si sono “limitati” a esporre giudizi tranchant sull’opera gramsciana: un documento censurato da Togliatti e dal suo partito, ovvero un testo sopravvalutato nel quadro di quel (presunto) controllo della cultura attuato dalla Sinistra in Italia per quaranta anni (giova rammentare: di opposizione parlamentare). Nuove, ardite proposte sono venute su (o sono tornate) negli anni ’90: un Gramsci “socialista” degli ultimi tempi (secondo un’amena affermazione di Craxi: quindi con tutto ciò che tale qualifica in quel momento poteva significare); un Gramsci liberale e liberista; immancabile una sorta di “Codice da Turi”, ovviamente inteso come Gramsci versus Togliatti e l’URSS.

Solo da questa rapida rassegna è possibile constatare una costante – un’ossessione (anti)togliattiana – e due possibili operazioni su Gramsci uomo politico e teorico.

Si tratta di un’alternativa secca per vulgate ansiose di legittimazione: annettere o liquidare Gramsci. Tertium non datur. Occorre rinunciare preliminarmente ad entrambe le opzioni e riprendere le fila di un dialogo, per noi impegnati nell’arduo compito di ricostruire in Italia una presenza per il socialismo di sinistra, senza trascurare i punti di attrito fra gli assunti gramsciani (con particolare rilievo della sua produzione carceraria) e le elaborazioni dei dirigenti e studiosi socialisti [a mo’ di esempio il ripensamento critico delle categorie gramsciane per la storia meridionale moderna in Gaetano Cingari, uno studioso indubbiamente da recuperare, su cfr. Gaetano Cingari. L’uomo, lo storico, Manduria 1996].

Gaetano Cingari

È tuttavia confortante che il quadro degli studi gramsciani italiani non sia segnato dalla nota dominante della ruffianeria, assenza di scrupoli deontologici e filologici, sostanziale funzionalità rispetto al vigente status quo. E forse si può sostenere che, anche in questo caso, “non tutto il mal vien per nuocere”, poiché tali ricorrenti, persistenti luoghi comuni fallaci, teorie inverificabili e campagne di stampa hanno comportato una rinnovata lettura critica del corpus gramsciano, nei suoi vari passaggi diacronici, nelle sue parole tematiche (vedi Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere, Roma 2004), nei condizionamenti terribili della sua situazione di prigioniero e delle ricadute sulle condizioni psico-fisiche, nella verifica storica dei suoi assunti. È stata così messa alla prova una nuova generazione di studiosi/e, che ha dovuto riverificare e rileggere i testi nel fuoco di un’altra, non trascurabile, battaglia delle idee. Quella di resistenza al discorso egemonico (è il caso di dirlo) neoliberista e di costruzione di efficaci alternative.

Fra le varie opere comparse nel corso del precedente anniversario gramsciano (2007), particolare rilievo va attribuito al volume di Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti, Roma 2007, pp. 206), per il nesso fra ricerca storico-filologica sui testi gramsciani e l’impegno storico-politico dello studioso attraverso gli stessi. Una dote non comune se si pensa alle tendenze di certa dirigenza dell’Istituto Fondazione Gramsci in Italia, legata organicamente alle trasformazioni che hanno condotto dal PCI al Partito Democratico. E chissà poi. È noto che in reazione a questa situazione si registra un crescente interesse verso le iniziative dell’International Gramsci Society (IGS) con le sue sezioni nazionali.

L’opera di Mordenti, in realtà, si presenta come una raccolta di precedenti lavori, cinque in particolare, rifusi a mo’ di sintesi organica in cui l’opera gramsciana viene analizzata ora sul piano filologico ed esegetico ora in relazione al proprio Fortleben. Ben chiare su entrambi i versanti le posizioni dello studioso, con una forte polemica contro alcuni degli stereotipi sopra accennati, mentre rigoroso è il suo procedere critico, alla ricerca di una rinnovata interpretazione iuxta sua principia di Gramsci, che se intende superare la vulgata genericamente denominabile come “togliattiana”, non per questo rinuncia agli ineliminabili fondamenti (i.e. comunisti) di quella ricerca politica e vicenda umana (su cui si veda il capitolo 2 La rivoluzione necessaria). Questi elementi, assieme a molti altri, rendono il testo al contempo un documento dell’attuale fioritura di studi, un’introduzione agli stessi e un saggio in cui convergono numerosi spunti di metodo, ipotesi di lavoro ulteriore, risultanze assodate e interessanti aperture al mondo variegato degli studi culturali.

Tuttavia, in questa sua cifra lo studio mostra alcuni elementi limitanti. L’aver insistito su una dicotomia (lettura togliattiana versus quella antitogliattiana) ha come effetto la sostanziale trascuranza di altri settori in cui si è in passato esercitata la lettura gramsciana, a partire, e.g., dalla variegata sinistra socialista, soprattutto durante la fase autonomista del PSI (1956-1963): Panzieri non è menzionato, Bosio solo di sfuggita e così via. La stessa cultura socialista legata al corso nenniano non fu estranea a studi e categorie gramsciani, per cui leggendo l’ampia citazione da una lettera del 2 maggio 1932 (a p. 46) sovviene al lettore accorto la ripresa di Antonio Giolitti [cfr. il suo Riforme e rivoluzione, Torino 1957] dei medesimi temi negli anni Cinquanta, quando maturò il suo passaggio dal PCI al PSI.

Antonio Giolitti

Conviene rileggere in forma estesa quanto Gramsci scriveva in quella lettera in cui si fondano critica anticrociana (ma anche antibordighiana) e formulazione di nuove proposte aderenti ad un contesto complesso come quello nazionale: «Si può dire concretamente che il Croce, nell’attività storico-politica, fa battere l’accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell’“egemonia”, del consenso, della direzione culturale, per distinguerlo dal momento della forza, della costrizione, dell’intervento legislativo e statale o poliziesco […] è avvenuto proprio nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava, la filosofia della praxis [scil. la dottrina marxista], nei suoi più grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e in momento dell’“egemonia” o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della più moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di “egemonia”».

È tuttavia chiaro che come ogni epoca, così ogni tradizione politico-culturale della Sinistra ha il proprio Gramsci. D’altra parte, se lo stesso politico sardo realizzò un crescente distacco dal Psi e fu anzi uno dei promotori della scissione di Livorno, non bisogna dimenticare che è davvero disagevole pensare l’elaborazione del suo pensiero al di fuori della precedente esperienza politica accumulata dal partito del proletariato italiano e senza riferimento al patrimonio di sacrifici (si pensi alla scelta neutralista per oltre tre lunghissimi anni), resistenze e costruzioni di alternative (cooperative, mutue, sindacato, organi di stampa). La critica più feroce di Gramsci al Psi acquista così un senso di prospettiva, al di là delle mere contingenze polemiche e di taluni giudizi incresciosi. Una proposta interessante potrebbe essere una ricerca collettiva e aperta (cioè anche bidirezionale) sul tema Gramsci e la cultura politica dei socialisti, contemporanei e successivi.

Una sinistra, non indegna del patrimonio gramsciano, ancorché minoritaria, deve certamente comprendere (come annota l’autore, p. 21 e passim) l’importanza delle partite, a più livelli, giocate attorno alla memoria, alle tradizioni, alla storia – quella narrata e quella agita – come anche a temi attualmente assenti dal dibattito pubblico o degradati ad argomenti da chiacchiera da “bar dello sport”: fra questi, il folclore, la storia ai margini della storia stessa (ovvero la storia dei gruppi sociali subalterni), la quistione degli intellettuali – temi ai quali il volume dedica pagine molto impegnative e suggestive. Inevitabilmente alcuni temi, pur significativi (è il caso delle riflessioni sulle religioni e sul cattolicesimo), non sono affrontati nel volume in modo diretto.

Un approccio allo studio dell’opera gramsciana che ne possa garantire vitalità e forza (piuttosto che un pregiudizio di “attualità”) deve coniugare metodo filologico e rilettura collettiva e corale, aperta e rigorosa. Mi è francamente difficile ed al contempo spiacevole immaginare una futura trasmissione dell’opera gramsciana in assenza di pratiche di liberazione e di progetti di rivoluzione (necessaria). Qualunque cosa ciò possa significare nei diversi contesti? – è questa una domanda da non eludere.

2. La riflessione gramsciana sull’Azione Cattolica

L’ipotesi di lavoro gramsciana (Q.20) è in analogia con quanto sostenuto da uno storico sulle vicende politiche francesi post-napoleoniche: «pare che Luigi XVIII non riuscisse a persuadersi che nella Francia dopo il 1815 la monarchia dovesse avere un partito politico specifico per sostenersi». In altre parole l’intuizione dell’Azione Cattolica come partito politico specifico della Chiesa nella società, dopo la crisi europea culminata nel 1848, quando decade il monopolio delle istanze religioso-ecclesiastiche come elemento ordinatore, l’unico consentito, delle masse. L’AC ha assunto con il mutare dei tempi diverse funzioni, tuttavia resta l’espressione di una nuova fase (Gramsci lo dice più chiaramente in Q.2 confrontando AC con i terziari francescani) nella storia del cattolicesimo, quando le sue concezioni da insieme totalitario («nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale») si fa parziale (ancora nel duplice senso); ovvero come «la reazione contro l’apostasia di intere masse». Insomma, questo quadro dimostra che «non è più la Chiesa che fissa il terreno i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa)». Pertanto Gramsci può concludere che la nascita dell’AC, al di là dei risultati ottenuti, è prova del fatto che «la Chiesa è sulla difensiva», avendo perduto non solo il monopolio della formazione delle coscienze (come diremmo noi oggi) ma anche la scelta del terreno e delle armi (fuor di metafora: temi, forme, strumenti) dello scontro per il controllo delle masse. Ha perduto quindi la sua capacità di indirizzo culturale, sociale, morale – quello che potremmo chiamare egemonia.

Un altro strumento di presenza-controllo sulle masse è poi costituito dal sindacalismo operaio cattolico – e qui Gramsci nota come, ai suoi tempi, non fosse avvertita l’esigenza di un corrispondente sindacato confessionale degli imprenditori.

  1. Turati e Gramsci: una polemica mal posta.

Le seguenti brevi note nascono come commento sul dibattito innescato dall’articolo di Roberto Saviano “Elogio dei riformisti” apparso su “la Repubblica” (28.02.2012).

È un errore identificare l’articolo del Saviano col libro di A. Orsini [Gramsci e Turati. Le due sinistre], che meriterebbe di essere letto in sé, anche se credo che sin dalla intitolazione l’autore abbia voluto insistere sulla dicotomia fra Turati e Gramsci (ragioni non meramente cronologiche impongono che si stabilisca un ordine fra i due leader diverso da quello del titolo). Il Saviano evidentemente ne fa una lettura personale, scegliendo passi e temi funzionali alla propria linea.

Il tema, ossia la dicotomia di cui sopra, era nient’affatto inedito, direi anzi abituale in larga parte della storiografia. Ne esistono però due varianti opposte: quella anti-riformista e quella anti-comunista. Per fortuna già la migliore storiografia – in genere di sinistra – dagli anni Sessanta in poi aveva lentamente superato questa polarizzazione. Alcuni nostri colleghi – ed alcuni incauti loro lettori-recensori – sembrano ricaderci: è un segno dei tempi, del “nuovismo” fatto politica (PD ma non solo) e dominante in cultura. Il cui pendant, per curioso che possa apparire, è la generale marginalizzazione di una larga fetta di generazione dai venti ai quaranta anni.

Il riproporre la polarità Turati-Gramsci in termini così radicali appare nient’altro che il traboccare di antiche e insopite contrapposizioni che, in tempi di neoliberismo trionfante e di crisi indefinita, appaiono anacronistiche. Ogni santo anno, in occasione dell’anniversario del congresso-scissione di Livorno, debbo assistere al rinnovarsi del derby: aveva ragione Turati profeticamente e su tutta la linea, si affannano gli uni; il partito comunista, “luce che rischiara nelle tenebre”, nasce dal fallimento storico del partito riformista, celebrano gli altri. I nomi delle due “curve” si sprecherebbero e le loro analisi a dir poco condizionate da un forte senso identitario sono equivalenti: ed è un dato eloquente che non pochi di loro abbiano dato miglior prova dei loro studi in altri temi. Peccato che queste fazioni disconoscano che entrambi i tronconi fossero divisi al loro interno e non solo per ragioni di leadership. Ricordo a me stesso che le medesime fazioni fra loro accanite sono poi generalmente unanimi nel condannare (o obliterare) Serrati, nonostante già un Natta, purtroppo postumo, ne avesse composto una riabilitazione con tanto di duro giudizio sull’atteggiamento di Gramsci verso lo stesso Serrati nella celebre lettera di fondazione dell’Unità [ora si vedano gli studi di Marco Scavino].

In realtà, la canonizzazione di Turati presenta vari elementi di perplessità, primo fra tutti l’autocritica dello stesso politico nei suoi anni di amaro esilio parigino, quando si rimproverò l’ingenua fede nel metodo gradualistico-legalitario e di non aver compreso la forza della violenza, quella fascista (quella della parte estremistica del suo partito egli l’aveva già opportunamente contestata, anche per ragioni di lotta politica interna, in quel di Livorno). Turati, anche se idealizzato, va letto anche nelle sue pagine dell’esilio. Inoltre, lo stesso percorso politico-culturale di Turati appare tutt’altro che lineare ed esprimibile soltanto col nome “riformismo”. Sulla questione vale la pena riprendere gli studi del principale storico del socialismo italiano, Gaetano Arfé, nostro indimenticato maestro (cfr. in part. la sua Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi). I classici giacciono quasi inerti nelle biblioteche, mentre testi nuovisti occupano le pagine dei giornali. Ci si può chiedere se quest’ultimi faranno storia o non piuttosto cronaca, secondo il nostro parere, su quotidiani e social network.

Lo studio storico del movimento operaio e dei suoi partiti soffre in Italia di alcune lacune. Su due vorrei brevemente soffermarmi. La prima è la sostanziale assenza o la mancata fruizione di luoghi deputati all’archiviazione e allo studio dell’imponente massa documentaria prodotta in quasi 150 anni di movimento dei lavoratori. Ciò spiega anche il successo, spesso effimero, di determinate vulgate e metodologie. La seconda è la mancanza di quei partiti e della loro multiforme attività (case editrici, centri studi e fondazioni, attività didattica e divulgativa e così via). Un imponente processo di dissipazione, non c’è che dire.

Perché non possiamo dirci riformisti” – è questo il titolo di uno degli ultimi interventi di Arfé (“Il ponte” 2005). E forse lo sforzo di una società di studiosi/e che faccia filologia e divulgazione della tradizione socialista andrà ripreso nei prossimi mesi in un apposito progetto. Studuisse oportebat.

Gaetano Arfè

PS: le tre note sono state composte rispettivamente nel gennaio 2008, dicembre 2006 e aprile 2012. L’autore non sommessamente ricorda come tutti e tre i pensatori socialisti citati (Arfé, Giolitti, Cingari) abbiano abbandonato il PSI negli anni Ottanta in polemica con la leadership di allora.

aprile 17, 2020

Un libro e la sfida continua.

di Gaetano Colantuono
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“Lo scritto [di Rosselli] dedicato alla memoria di Turati è un commosso atto d’amore per il vecchio maestro, è il riconoscimento argomentato e documentato di quanto egli ha dato, fino all’ultimo suo giorno di vita, alla causa della libertà, del socialismo, della nazione; è anche storicizzazione di una esperienza irripetibile perché irreversibile è il mutamento avvenuto nei moduli della lotta sociale, politica, ideologica. I motivi polemici che egli verrà via via sviluppando fondono le riflessioni sul passato, l’analisi del presente, le intuizioni su quel che sarà l’imminente e incombente futuro; è stato merito del socialismo democratico, per Rosselli, avere indirizzato il movimento operaio sulla via della legalità, ma il legalitarismo condanna alla sconfitta qualora sia elevato a dogma: lo dimostra il caso dell’Aventino, quando si erano affidate le sorti della battaglia a una forza esterna e tendenzialmente avversa, la monarchia.” (Gaetano Arfè, socialista, giornalista e storico, parlamentare, direttore de “L’Avanti!”)

aprile 12, 2020

Quando muore un compagno…..

Morto Luciano Pellicani, fu il teorico del socialismo riformista di CraxiLuciano Pellicani (1939-2020)

Era un socialista, vicino a Bettino Craxi, ma aveva dedicato grande impegno allo studio del capitalismo, nel quale vedeva molti aspetti positivi. Era un riformista convinto e battagliero, ma sin da giovane aveva rivolto un’attenzione assidua, molto critica, alle ideologie rivoluzionarie e ai loro fautori. Luciano Pellicani, scomparso all’età di 81 anni, era mosso soprattutto da una enorme curiosità per l’esperienza umana nel suo complesso.

Docente alla Luiss Guido Carli di Roma, sociologo come qualifica accademica, si destreggiava tuttavia in molti campi del sapere, dalla filosofia all’antropologia. Era un conversatore vivace e instancabile, gran conoscitore di vicende storiche poco note. E in lui ardeva la fiamma di una intensa passione politica, che lo aveva portato ad essere uno dei sostenitori più attivi, sul piano intellettuale, della linea di Craxi alla guida del Psi.

A Pellicani si doveva in gran parte la stesura del Vangelo socialista, un intervento firmato da Craxi e pubblicato nell’estate del 1978 sull’«Espresso» (riedito nel 2018 da Aragno), che venne poi ricordato impropriamente come «il saggio su Proudhon». In realtà si trattava di un’analisi spietata del pensiero di Lenin e della sua profonda vocazione totalitaria: il francese Pierre-Joseph Proudhon, a suo tempo rivale di Karl Marx, veniva citato come esempio di un socialismo libertario estraneo alla visione dogmatica del comunismo. Il senso politico dell’articolo consisteva nell’indicare ai progressisti la via maestra del riformismo, incalzando un Pci che, con Enrico Berlinguer, ancora rendeva omaggio a Lenin e vagheggiava la fuoriuscita dal capitalismo.

Fu insomma un segnale del duello a sinistra al quale si apprestava un Psi ben deciso a dismettere qualsiasi complesso d’inferiorità nei riguardi dei comunisti. E che Pellicani fosse in prima linea nella sfida non stupisce affatto. Nato a Ruvo di Puglia il 10 aprile 1939, proveniva da una famiglia antifascista. Suo padre Michele era stato un esponente del Pci, ma poi lo aveva abbandonato nel 1956, dopo il soffocamento della rivoluzione ungherese, per approdare su posizioni socialdemocratiche. E anche Luciano, in gioventù comunista, aveva seguito un tragitto analogo sulla scorta dei suoi studi.

Una pietra miliare di quel percorso era stato il volumeI rivoluzionari di professione(Vallecchi, 1975), nel quale Pellicani aveva messo a fuoco la natura intollerante delle teorie imperniate sulla pretesa di conoscere il senso della storia e il destino della società, dalla quale discendeva il progetto di radere al suolo il sistema vigente e costruirne nuovo, rimodellando gli esseri umani fino a mutarne la natura strutturalmente imperfetta. Parlava a tal proposito di «moderna gnosi» e ne sottolineava gli effetti catastrofici, verificati del resto ampiamente nell’esperienza sovietica.

Tutto ciò aveva portato Pellicani in una condizione di quasi isolamento nella sinistra, egemonizzata all’epoca dai comunisti, ma in sintonia con altri studiosi critici verso il marxismo, come Domenico Settembrini, e soprattutto con Craxi, in nome della riscoperta di autori come Eduard Bernstein, Filippo Turati, Carlo Rosselli. Non si trattava di abbattere il capitalismo e lo Stato borghese, motori del progresso economico e di quello civile, ma di sfruttarne le potenzialità piegandole alle ragioni della giustizia sociale.

Su questa linea Pellicani si era mosso con coerenza, dirigendo a due riprese la rivista ideologica socialista, «MondOperaio», ma senza mai rinunciare alla sua autonomia di giudizio. Non aveva condiviso nel 1987 la scelta antinucleare del Psi e lo aveva scritto a chiare lettere. Più tardi aveva messo in guardia il partito dalle commistioni tra politica e affari che poi avrebbero portato al suo affossamento nella stagione tumultuosa di Mani pulite.

Sul piano più strettamente teorico, Pellicani si era distinto per le sue tesi circa le origini del capitalismo. Riteneva inadeguata la spiegazione economicista formulata da Marx, basata sul concetto di «accumulazione primaria», ma scartava anche quella di taglio culturale e religioso elaborata da Max Weber, incentrata sulla spinta dell’etica protestante.

Nel saggio La genesi del capitalismo(Sugarco, 1988) aveva sostenuto che occorre guardare piuttosto a fattori di natura istituzionale: la mancanza di un potere centralistico e dispotico nell’Europa medievale e moderna, con il fiorire dei liberi comuni, delle città marinare, delle stesse strutture feudali, aveva posto le condizioni, insussistenti nei grandi imperi asiatici, per lo sviluppo della libera iniziativa economica e del mercato, con il consolidarsi dei diritti di proprietà e della contrattazione privata.

Non bisogna pensare tuttavia che la visione di Pellicani fosse eurocentrica: al contrario, era sinceramente interessato alla civiltà indiana, così come a quella musulmana. E riconosceva che la modernizzazione era comunque un trauma, suscettibile di provocare reazioni violente come quella del fondamentalismo islamico. Credeva nel progresso, attaccava aspramente i nostalgici di un passato idilliaco mai esistito, ma era conscio del vuoto creato dal disincanto del mondo nell’anima degli uomini.

Anticomunista fermissimo, si era sempre tenuto alla larga dal centrodestra e aveva sostenuto l’Ulivo, pur deprecando diversi aspetti, per esempio il giustizialismo, della cultura prevalente a sinistra. Rigorosamente laico, Pellicani respingeva le pretese della Chiesa cattolica di dettare i suoi valori alla società civile. Ammiratore della cultura classica pagana, della quale l’illuminismo gli appariva erede, aveva però ben chiari i lati problematici della secolarizzazione.

Sapeva che la libertà umana poggia su fondamenta fragili e che le sirene autoritarie restano sempre in agguato. Anche per questo Pellicani non aveva mai smesso di scrivere, polemizzare, affinare la sua critica agli antagonisti della democrazia occidentale. Forse con qualche eccesso, come l’equiparazione di Lenin a Hitler su cui aveva scritto un volume per Rubbettino. Ma con una fame di conoscenza e una limpidezza d’intenti che gli vanno doverosamente riconosciute.

marzo 29, 2020

La grande fuga.

di Beppe Sarno

Il 29 marzo 1932 moriva esule in Francia uno dei padri del socialismo italiano: Filippo Turati. A me più che ricordarlo da morto piace ricordarlo da vivo e mi piace più di tutto gli episodi della sua vita l’avventuroso episodio del suo espatrio.
il fatto avvenne fra l’11 e il 12 dicembre 1925. In un primo momento si era pensato do farlo espatriare in Svizzera, ma l’impresa si rivelò molto rischiosa e si optò per la via del mare.
“Una vertiginosa fuga in auto per monti e per valli gelate – scriveva Ferruccio Parri organizzatore dell’impresa – sfuggendo fortunosamente i blocchi stradali ci portò a Savona. Adriano Olivetti impassibile e silenzioso guidava la macchina. Ricoverammo al’albergo senza incidenti “il povero vecchio zio sofferente” Fuori dal porto non si può partire, a Vado nemmeno. Si tenta “ai pesci vivi” all’interno del porto. Ma riesce, momenti di sospensione alla bocca del porto: che fragore nei nostri cervelli quel motore! La sentinella è distratta. Evviva!Ammiragli della spedizione erano Lorenzo Dabove , macchinista navale ed Italo Oxilia, capitano di lungo corso. L’industriale Francesco Spirito aveva fornito il motoscafo. [……..] guardavo Turati. Aveva lasciato più che la sua patria e mi pareva una quercia crudelmente sradicata. Sapeva che non avrebbe più rivisto la sua casa, sentiva che sarebbe morto in esilio e lo diceva respingendo dolcemente le proteste di Rosselli. Ora anche Pertini era della partita. ” Continua il racconto Carlo Rosselli sul periodico parigino Libertà “…..dodici ore durò la traversata da Savona alla Corsica. orribili. Più volte dovemmo darci il cambio alla pompa per eliminare l’acqua che ogni ondata ci regalava. Oxilia e Dabove grandi lupi di mare si davano il cambio al timone, sapientemente accogliendo le ondate…..Ma ecco la linea dei monti farsi più chiara col monte Cinto che tutti li sovrasta. L’isola rossa ci saluta. Ci saluta il sole. Calvi svela il suo forte proteso sul mare. Navighiamo ora in un’atmosfera di sogno, zitti in piedi, protesi verso la terra amica. Entriamo i rada verso le dieci del mattino sfiniti, inzuppati ma felici”
Il gruppo viene accolto nel locale circolo repubblicano dove Turati tiene una conferenza.
Dirà Pietro Nenni su le “Soir” del 21 dicembre 1926 “Turati fronteggia dapprima la tirannia mussoliniana, ma ormai nuove leggi di eccezione vietano quel po’ che ancora sussisteva del diritto di parola, di scrivere di pensare ….Rimanere in Italia come ostaggio sarebbe una viltà. Filippo Turati, vecchio sofferente, ha preso la dolorosa via dell’esilio.
Claudio Treves definirà nel 1936 i fuggiaschi “Argonauti del dolore che puntano la prua verso una terra di libertà e di onore per porvi i lari della patria perduta e tradita.”
Scriveva in francese Turati “M hanno incaricato di assumere la direzione di un “Bollettino d’informazione” edito par” la concentration antifasciste Italienne,” Questo bollettino si chiamerà “ITALIA”.
Scriverà Vera Modogliani in “Esilio” “Chi vorrà essere lo storico dell’Italia martoriata dal fascismo troverà in LIBERTA’ dati e informazioni. Vi troverà, in particolare la statistica delle condanne a morte pronunciate in Italia da quell’autentica vergogna giudiziaria che prese il nome di “Tribunale Speciale”
Scrive Pertini, che fu definito il mozzo dell”imbarcazione fuggiasca, a Turati ” Maestro domani è l’anniversario della nostra partenza da Savona ed io voglio ricordarlo con lei”.
Siamo nel dicembre 1927 e Pertini, futuro Presidente della Repubblica, faceva il muratore per sopravvivere.
Beppe Sarno

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giugno 4, 2012

Bruno Buozzi un martire del sindacalismo italiano.

Bruno Buozzi (Pontelagoscuro, 31 gennaio 1881Roma, 4 giugno 1944) è stato un sindacalista e politico italiano. Fu tra i più autorevoli sindacalisti italiani della prima metà del ‘900 e fu deputato socialista dal 1920 al 1926.

Operaio metallurgico, socialista riformista, nel 1911 assunse la carica di segretario generale della FIOM. Nel settembre del 1920 fu l’ideatore e il principale promotore dell’occupazione delle fabbriche metallurgiche. Continuamente corteggiato da Mussolini sin dal 1919, al contrario di altri eminenti sindacalisti socialisti che cedettero al collaborazionismo, a partire dall’11 giugno 1924, ovvero dopo la crisi politica decretata dall’omicidio Matteotti, iniziò a sfidare apertamente il fascismo rappresentando, insieme a Filippo Turati, il Partito Socialista Unitario nel seno del “Comitato dei sedici”.

Bruno Buozzi a Roma nel 1924.

Nel marzo del 1925 guidò gli ultimi imponenti scioperi del periodo fascista. Nel dicembre del 1925, rimasto l’unico sindacalista di un certo calibro a non volersi piegare di fronte al fascismo, si vide costretto da un imperativo morale a succedere a Ludovico D’Aragona, nella guida della Confederazione Generale del Lavoro.

Perseguitato dal regime e minacciato più volte di morte, nell’ottobre del 1926 si trasferì in Francia ove ricostituì la sede della CGdL. In Francia si occupò della difesa dei diritti dei lavoratori italiani emigrati all’estero e fece attiva opera antifascista attraverso la direzione del giornale “L’Operaio Italiano” che, pubblicato in formato ridotto, venne anche fatto circolare clandestinamente in Italia. Fu catturato dai tedeschi nel 1942 e consegnato all’Italia, che lo confinò a Montefalco, ove prese alloggio in un piccolo stabile in prossimità delle mura urbiche. Sulla facciata è stata apposta una lapide commemorativa.

Liberato dopo il 25 luglio 1943, fu attivo nella Resistenza, lavorò con Giuseppe Di Vittorio e Achille Grandi per la rinascita del sindacato, ma non poté firmare il Patto di Roma (9 giugno 1944) che ha fatto nascere la CGIL, perché tra la notte e la mattina del 3 e il 4 giugno 1944, insieme ad altri tredici prigionieri, Buozzi fu arrestato e fucilato dai tedeschi in fuga da Roma, che lo tenevano in ostaggio, in località La Storta sulla via Cassia, a pochi chilometri da Roma (eccidio de La Storta).

giugno 24, 2010

sacconi socialista!?!

Sacconi: “Da oggi il paese è più moderno”

cioè:

“Da oggi i sindacati non contano proprio più un cazzo”

Se lui è socialista io sono Filippo Turati.