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maggio 13, 2021

Socialismo come fine!

Di Beppe Sarno

Molti compagni o ex compagni si definiscono socialisti liberali, perché ormai definirsi socialisti senza aggettivi fa un po’ schifo.  Marx è visto come un refuso del passato e la sua teoria inconsistente e debole nell’interpretare l’evoluzione del capitalismo nella sua attuale evoluzione.

Si ricorre al socialismo liberale di  Rosselli come foglia di fico per dichiararsi socialisti senza esserlo. Se la categoria del socialismo liberale  di oggi serve per nascondersi fra le file di un centrodestra sempre più reazionario e senza idee occorre tener presente che il socialismo liberale di Carlo Rosselli era ben altra cosa.

Rosselli correttamente, partendo dall’ortodossia socialista che fa del marxismo il punto di partenza di ogni analisi, denuncia il fenomeno “delle “frequenti deviazioni oligarchiche parassitarie” di alcune organizzazioni operaie italiane “accordatesi con i datori di lavoro per meglio taglieggiare il mercato”. Nello stesso tempo, però, Rosselli conferma il principio insostituibile della lotta di classe e la necessità del collegamento internazionale delle lotte operaie.

Il liberalismo socialista significa, secondo Rosselli, una pratica socialista attuata con metodo liberale, perché “ in Italia non è mai esistito dal 1900 in poi, un Partito Socialista che potesse dirsi veramente liberale e democratico.”

Rosselli afferma che bisogna fare differenza fra il sistema liberale che “si richiama ad una specifica costituzione economica sociale e che si riassume nell’ordinamento della società borghese” ed il metodo liberale che è il rispetto delle regole della democrazia. Un partito socialista “ può essere liberale quando per liberalismo si intende quel principio metodico e che dovrebbe presiedere alla lotta per la effettuazione dei rispettivi postulati. Non ci si può erigere a tutori della conculcata libertà contro ogni violenza e tirannia, quando nel tempo stesso si ammettono e la violenza e la tirannia come metodi per la propria particolare azione.” Criticando Albertini, Rosselli afferma che “ il seguace del liberalismo come sistema considererebbe illiberale colui che lottasse ad es. contro quella categoria che è il salariato ancorché si muovesse sul terreno legale con metodo liberale.” Cioè a dire “chi si professa seguace del sistema liberale non può mai nel tempo stesso affermare il metodo liberale” Nella concezione di Rosselli “sistema” e “metodo” sono concetti antitetici, perché il sistema “si risolve in un’ideologia determinata.” In buona sostanza il sistema capitalistico non ammette alternativa.

Secondo Rosselli i socialisti debbono fare proprio il “metodo” liberale e quindi non debbono avere nessuna ideologia, men che meno quella marxista.

Perché Rosselli pone il problema?  Le sue osservazioni vanno contestualizzate perché altrimenti si corre il pericolo di non comprenderne le motivazioni: il fascismo vince dovunque, il comunismo si istaura in Russia, nello stesso tempo le lotte operaie in Italia vengono sconfitte e a Livorno il Partito si divide in due con la nascita del partito Comunista.

Rosselli cerca di dare una risposta a questa serie di avvenimenti negativi. La risposta di Rosselli  è radicale: il marxismo come ideologia ha fallito. In un articolo apparso su Critica sociale del -15 novembre 1923 “Bilancio Marxista: la crisi intellettuale del Partito Socialista” Rosselli afferma che il marxismo ha fallito, si può essere marxisti senza essere socialisti e si può essere socialisti senza essere marxisti. Il marxismo è tutto e nulla perché nel marxismo ci va tutto ed il contrario di tutto. Occorreva secondo Rosselli “restaurare l’atmosfera di libertà intellettuale in seno al partito per ridiscutere i fondamenti culturali.” Queste idee furono riproposte in maniera più compiuta nel libretto che scrisse  durante il suo confino a Lipari dal titolo appunto “Socialismo Liberale”. Claudio Treves definirà il povero Rosselli “né socialista, né liberale”

Rodolfo Mondolfo risponderà a Rosselli nel primo numero del 1924 di Critica Sociale “occorre distinguere fa due punti – dice Mondolfo – l’interpretazione del marxismo e l’opportunità della sua conservazione come bussola del movimento proletario.” Nella sua lucida analisi Mondolfo afferma che “il testamento di Marx  [….] sta sopra tutto nell’ammonimento che le cose non sempre possono rimanere così, e noi stessi, noi uomini dobbiamo mutarle.” E poi “aderire alla  vita per aderire allo spirito del marxismo”  Afferma Mondolfo “ Io non contesto affatto al Rosselli che la coesistenza di interpretazioni divergenti attesti che l’opera di Marx e Engels è tutt’altro che chiara ed univoca.” Ma bisogna “ritrovare il filo della continuità e coerenza essenziale […]e di scoprire quel che è vivo e fecondo sotto l’ingombro delle inutili e morte scorie” Per Mondolfo rispondendo a Rosselli le teorie Marxiste non sono “concezioni difficili che non possono diffondersi senza pericolosi snaturamenti. Questi pericoli ci sono sempre, per qualsiasi dottrina per semplice che sia.[…]La nostra lampada non ci basterà – dice Rosselli [….]ma quanto più malsicura sarebbe la nostra condizione se rinunciassimo a quella luce intellettuale, che alla comune dei mortali non può essere concessa? [….] Questo è il punto: e qui per me è la ragion d’essere e la funzione utile del marxismo nel movimento proletario.”

Per Mondolfo o la lotta è nelle cose ed è inutile perdere tempo ad insistere su di essa. La critica di Rosselli alle interpretazioni del marxismo gli fanno dimenticare che come diceva Mondolfo che bisognava domandarsi come fosse possibile usare il marxismo ai fini della difesa dei diritti dei lavoratori, cosa che Mondolfo invece fa. La debolezza delle teorie di Rosselli, che oggi sono un comodo alibi per taluni, non debbono però far dimenticare l’importanza delle sue critiche dei pericoli che denunciò, del richiamo al partito socialista ad assumersi le proprie responsabilità, le sue teorie economiche, la fedeltà al messaggio di Salvemini per quanto riguarda il meridionalismo.

Rosselli esce dal pensiero marxista, ma possiamo oggi definirlo non socialista? Carlo Rosselli può essere definito a pieno titolo socialista e forse sarebbe importante studiare a fondo il suo pensiero per poter allargare gli orizzonti della cultura socialista e non per rinnegare il marxismo.

Coloro che oggi si definiscono liberal-socialisti debbono ricordare il motto di Rosselli “il liberalismo come metodo, il socialismo come fine“, che è ben altra cosa di quello che oggi questi compagni vanno predicando.

marzo 11, 2021

I centocinquant’anni della comune di Parigi.

Di Beppe Sarno


72 giorni è durata l’esperienza della Comune di Parigi, un’esperienza che ancora oggi viene ricordato come spirito di liberazione che pervase la Francia nel 1871 e che a torto o a ragione rappresenta l’alba dei movimenti rivoluzionari che da lì in poi scossero il mondo.

All’epoca della Comune, la Francia era ancora prevalentemente rurale, il 65% di una popolazione di oltre 38 milioni di abitanti. Parigi contava circa 2 milioni di abitanti, di cui più di 900.000 dipendenti e operai. La composizione “industriale e commerciale” rappresenta circa il 70% della popolazione parigina.

In questa Francia scossa da gravi problemi di politica interna e ad un movimento operaio di protesta, Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia il 19 luglio 1870. Un mese e mezzo dopo, l’imperatore capitolò a Sedan il 2 settembre. La Repubblica venne proclamata il 4 settembre e fu formato un governo composto da Jules – Favre, Ferry e Simon – di Gambetta e alcuni altri, fra cui in particolare il generale Trochu che cumulò su di sé la presidenza e pieni poteri militari per la difesa nazionale. il 18 settembre successivo i tedeschi iniziarono l’assedio di Parigi.

A seguito di questi eventi la Guardia Nazionale, divenne un vero e proprio esercito, arrivando a un totale di 350.000 uomini. Per coordinare la loro azione, i battaglioni della Guardia Nazionale decisero di federarsi, creando un Comitato Centrale della Guardia Nazionale. È nella Guardia Nazionale che il patriottismo del popolo e il loro profondo attaccamento alla Repubblica trovarono il miglior modo di esprimersi.

 Il governo della Difesa Nazionale ebbe paura di questo popolo parigino armato, che non nutriva alcuna simpatia per un governo quasi illegale, che piuttosto che continuare la guerra, preferì il tradimento, firmando l’armistizio il 28 gennaio 1871, consegnando l’Alsazia e la Lorena alla Germania. Chiamata a ratificare la pace, l’Assemblea nazionale eletta l’8 febbraio prevalentemente monarchica scelse di sedersi a Versailles, l’ex capitale della monarchia, piuttosto che a Parigi, una città popolare per loro pericolosa. Inoltre, nominò Adolphe Thiers, ex ministro degli Interni sotto la monarchia di luglio, amministratore delegato.

All’inizio del 1871, la Guardia Nazionale aveva in consegna i cannoni pagati dai parigini per difendere la città dai tedeschi.

 All’alba del 18 marzo, su ordine di Adolphe Thiers che voleva disarmare Parigi, circa 6.000 soldati attaccarono le Guardie Nazionali che stavano a guardia dei cannoni. Le Guardie Nazionali e la popolazione, uomini, donne e bambini, avanzarono verso le truppe gridando: “Lunga vita alla Repubblica “! A quel punto Il generale Lecomte ordinò ai soldati di fare fuoco tre volte. Alla fine, i soldati  rivoltandosi al proprio generale lo arrestarono.

Da Montmartre, l’insurrezione trionfò e si diffuse rapidamente in tutta la città. Il governo di Thiers fuggì a Versailles e la sera del 18 marzo il Comitato centrale della Guardia nazionale si trasferì al municipio. Il giorno successivo fu convocata l’elezione di un’assemblea municipale. Immediatamente prese provvedimenti sociali in direzione della Comune: ripristinò la paga delle Guardie nazionali e la moratoria sugli affitti e le rate scadute.  Il potere era caduto nella mani del popolo per una fatalità “affatto spontaneamente , senza la minimo opposizione ( Engels  nella prefazione di “La lotta di Classe in Francia dal 1848 al 1850”) e “ ciò avvenne in seguito non ad un’azione cosciente ma alla ritirata degli avversari da Parigi.”(L. Trotskj “Gli insegnamenti della comune di Parigi”).

Comincia così la storia della Comune nata più per debolezza del potere costituito che per forza sua propria. La Comune “Nacque non perché un gruppo compatto di socialisti rivoluzionari l’avesse progettata in anticipo, come organizzazione modello di una nuova società socialista, ma perché gli eventi ne dettarono la struttura.” (Cole- Storia del pensiero socialista p.168)……“La Comune di Parigi finì col rappresentare principalmente le classi lavoratrici soltanto perché le classi rispettabili o abbandonarono Parigi o elessero a propri rappresentanti persone che, avverse alla rivoluzione, rifiutarono di prestare la loro opera” (ibidem)

Eppure Carlo Marx con il suo La Guerra civile in Francia. Indirizzo del Consiglio dell’Associazione Internazionale dei lavoratori ha reso quell’evento della storia del movimento operaio internazionale un mito perché per  72 giorni, dal 18 marzo al 28 maggio 1871, Parigi divenne un’unità politica con una struttura sua propria indipendente che Marx definì “la forma politica finalmente individuata” della dittatura del proletariato. Quest’ultima definizione è però di Engels.

Va osservato che le scelte della Comune furono scelte necessitate miste di  rivendicazioni piccolo borghesi e rivendicazioni operaie. La Comune nasce, come detto,  da un vuoto di potere.

I provvedimenti più significativi della Comune furono l’abolizione della coscrizione, la sostituzione della nazione armata all’esercito, la separazione fra Chiesa e Stato, la soppressione del fondo dei culti, la confisca dei beni di manomorta, la messa in stato d’accusa dei membri del governo di Versailles, la convocazione delle camere sindacali, e di quelle del commercio, l’istituzione del giurì popolare nei Tribunali, l’elezione diretta dei magistrati, l’istituzione degli uffici di collocamento.

Gli ispiratori della Comune furono di varia estrazione e fra loro c’erano seguaci di Proudhon e di Blanqui e pochi rappresentanti dell’Internazionale. Nella Comune confluiscono le eredità della Comune del 1793 di Chaumette e degli “Herbertisti”, delle rivoluzioni del luglio 1830 e del febbraio 1848. L’internazionale portava sia l’eredità di Bakunin che quella di Carlo Marx.

Perché dopo  centocinquanta anni la Comune vive ancora nello spirito dei socialisti e dei sinceri democratici?

L’attuale società non è la stessa di quella della Comune; il capitalismo è cambiato, la borghesia non è più la stessa i lavoratori non sono più gli stessi. Ma come è stato detto “ i sentimenti che animavano i comunardi sono i medesimi che noi abbiamo spesso provato, e il nostro sangue ha più di una volta battuto al ritmo del loro. E’ per questo che la Comune è vivente!”

Marx che si trovava a Londra comprese subito che l’esperienza della Comune non avrebbe avuto vita lunga e si rese conto che la inevitabile sconfitta della Comune avrebbe avuto pesanti ripercussioni per il movimento operaio in Europa e per l’Internazionale. Fu questo forse uno dei motivi per cui prese fin da subito posizione a favore della Comune, perché capì che solo l’esaltazione di questa esperienza avrebbe onorato la strage che poi fu fatta dei comunardi e avrebbe altresì onorato la sconfitta del tentativo di costruire uno stato basato sulla democrazia diretta senza burocrazia.

Fra le critiche che Marx riserva ai dirigenti della Comune fu quella di una mancanza di una effettiva volontà rivoluzionaria, di non aver confiscato la Banca di Francia, di non avere un progetto di guerra. Per gli Stati Conservatori dell’Europa il favore di Marx per la Comune divenne il segno distintivo di tutti i movimenti insurrezionali.

Per Trotskij l’errore dei comunardi fu non solo quello di non aver confiscato la Banca di Francia, ma anche e soprattutto quello di non aver fatto uso della violenza. Infatti il rivoluzionario russo  spiega che la sconfitta della Comune è stata determinata dal mancato uso della violenza  dice infatti “Se la Comune di Parigi avesse fatto questo, non sarebbe caduta, se aveva saputo mantenersi in una lotta ininterrotta, non c’è dubbio che sarebbe stato obbligato a ricorrere a misure sempre più rigorose per schiacciare la controrivoluzione”.

Marx nel suo libro chiarisce quello che poi diventerà per Lenin in “Stato e Rivoluzione” un punto dirimente. Dice Marx “La classe operaia non può prendere possesso della macchina dello stato (borghese) e farla muovere per i propri fini.” Per classe operaia Marx intende “tutte le classi che non vivono del lavoro altrui.”

 Oltre agli operai Marx inserisce fra i lavoratori gli artigiani, i contadini, i piccoli commercianti. Ciò non esclude però che erano gli operai ad essere la forza trainate della rivoluzione. Dice infatti Marx “Per la prima volta nella storia la piccola e la media borghesia si è schierata apertamente dietro alla rivoluzione degli operai acclamandola come unico mezzo per la propria salvezza e per quella della Francia! Essi costituiscono con loro la massa della Guardia nazionale, con loro siedono nella Comune.” Nel ’48 la borghesia aveva combattuto contro il proletariato, ora invece la piccola e media borghesia capisce “che solo la classe operaia può liberarla dal dominio dei preti, trasformare la scienza da uno strumento di classe in una forza al servizio del popolo, mutare gli uomini di scienza da mezzani dei pregiudizi di classe, da parassiti a caccia del posto e da alleati del capitale in liberi rappresentanti dello spirito! La scienza può svolgere la sua funzione autentica solo nella repubblica del lavoro.” Per Marx il concetto di lavoratore è un concetto allargato che non comprende solo gli operai, anche se alla classe operaia spettava la funzione di giuda del movimento rivoluzionario.

Nel suo scritto Marx delinea quale fossero le caratteristiche dello stato che egli riteneva necessario distruggere e lo definisce così “L’imperialismo è la più prostituta e insieme l’ultima forma di quel potere statale che la nascente società della classe media aveva cominciato ad elaborare come strumento della propria emancipazione dal feudalesimo e che la società borghese in piena maturità aveva alla fine trasformato in strumento per l’asservimento del lavoro al capitale.”

Per i comunardi, secondo Marx il problema non è prendere il possesso di questa apparato corrotto, bensì il possesso presuppone la distruzione per costruire dei propri organi politici autonomi ed indipendenti. Questo concetto sarà poi ripreso da Lenin che afferma “L’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare demolire  la macchina statale già pronta e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene.”

La Comune fu vista da Marx come la forma positiva di una Repubblica ideale che avrebbe dovuto eliminare il dominio della classe borghese. Per Marx il burocratismo del bonapartismo che coniuga forme di legittimazione pseudodemocratiche con un apparato burocratico incontrollabile dalla popolazione rende l’emancipazione dei lavoratori impossibile.

L’abolizione dell’esercito permanente da parte della Comune fu una delle vittorie dei lavoratori; la stessa polizia divenne strumento della Comune revocabile ogni momento. Il pubblico impiego fu compensato con salari equivalenti a quelli degli operai. Tutto l’apparato statale passò nelle mani della Comune. Scrive Marx “Sbarazzatasi dell’esercito permanente e della polizia elementi della forza fisica del vecchio governo la Comune si preoccupò della forza della repressione spirituale, il potere dei preti, ….tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo dall’ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le avevano imposto i pregiudizi di classe e la forza del governo.” Per ciò che riguarda l’organizzazione della Comune Marx afferma che “La comune doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro esecutivo e legislativo allo stesso tempo.” Lenin fa suo questo concetto in “Stato e Rivoluzione” per rimarcare la differenza fra la democrazia parlamentare borghese e quella socialista dei consigli.

 La Comune era la “forma politica dell’emancipazione sociale, la liberazione del lavoro dall’usurpazione. …Essa non elimina la lotta di classe ….essa però costituisce lo stadio intermedio nel quale la lotta di classe può percorrere le sue diverse fasi nel modo più razionale ed umano”.

In effetti la Comune usò nel legiferare il carattere dei rapporti di proprietà esistenti ponendoli al servizio dei lavoratori. Infatti il 16 aprile la Comune, usando uno strumento definibile riformista, dichiarò la possibilità di estinguere tutti i debiti pagabili ratealmente e senza interessi; il 20 aprile veniva proibito il lavoro notturno per i panettieri; fu vietata la giurisdizione degli imprenditori sui propri dipendenti;   fu dichiarata la moratoria sugli affitti. La misura più radicale fu però quella di affidare fabbriche ed officine abbandonate per la fuga dei proprietari a cooperative di lavoratori. Per le campagne fu prevista l’estinzione dei debiti ipotecari e la costruzione di aziende collettive. Non c’è dubbio che queste iniziative così radicali misero il Governo centrale, che stava a Versailles in grave allarme accelerando gli sforzi per il ritorno alla normalità.

Secondo Marx “ La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia” Non c’era più posto per il vecchio governo centralizzato sostituito da tutta una serie di “Comuni” che avrebbe dovuto amministrare attraverso una serie di assemblee di delegati espressione diretta dei lavoratori e queste assemblee avrebbero dovuto mandare loro delegati a Parigi.  Il delegato era revocabile ogni momento ed era legato i suoi rappresentati da un vincolo di mandato. Una  elezione a gradi quindi. Inoltre al posto del mandato libero si introduce il vincolo delle istruzioni degli elettori  e al posto dell’elezione a tempo dato, la revocabilità del mandato in ogni momento. Alla base di questa concezione ovviamente si intravede la possibilità per gli elettori di essere informati tempestivamente sulle iniziative dei loro delegati.

Per i critici di questo sistema decentrato e senza vincoli sarebbe stato impossibile salvaguardare l’unità nazionale, ma Marx sostiene che “ L’unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunarda e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che prende di essere l’incarnazione di questa unità, indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era altro che un’escrescenza parassitaria.”

Malgrado ciò Marx nega che la costituzione comunarda avesse carattere federalista, egli afferma infatti che “a torto la costituzione della Comune è stata presa per un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli stati come era stata sognata da Montesquieu e dai girondini.”

Per Marx il potere centrale non ha più ragione di esistere perché unità della nazione si costruisce dal basso con il concorso delle classi lavoratrici che sotto la guida degli stessi lavoratori costruirebbero l’unità sociale della nazione.

Inoltre la Comune assume connotazione internazionale come esempio di lotta di classe grazie all’alleanza della borghesia internazionale. Nel momento dell’aperta rottura, la lotta di classe tra il proletariato e la borghesia mostra il suo carattere internazionale. La forma più evidente del carattere internazionale della Comune  è il fatto che essa è “la forma politica finalmente individuata” della dittatura del proletariato imminente in tutti i paesi capitalistici ad elevato sviluppo industriale.

Secondo Marx per sconfiggere la classe operaia “ i governi dovrebbero sradicare il dispotismo del capitale sul lavoro, condizione della loro esistenza di parassiti”. Per questo motivo “ Parigi operaia, con la sua Comune sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società.”  Le previsioni ottimistiche di Marx si rivelarono quantomeno affrettate.

Marx affermò che il parlamentarismo in Francia era  morto e che lo stato bonapartista era la forma ultima o “l’unica forma possibile di questo dominio di classe.” A tal proposito Lenin afferma “Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla senza parlamentarismo.”

A ben altre conclusioni giunse Engels il quale, preso atto che il parlamentarismo godeva di buona salute,  si rese conto che le democrazie occidentali non gli sembrarono ostacoli da distruggere per arrivare al socialismo. Infatti nella sua Critica al programma di Erfurt affermava “ Se si è qualcosa di certo è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia possono giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi questa è la forma specifica della dittatura del proletariato.”

In buona sostanza nel 1891 Engels prende parte a favore del parlamentarismo. Infatti chiarisce che “Si può immaginare che la vecchia società possa svilupparsi nella nuova per via pacifica in paesi nei quali la rappresentanza popolare concentra in sé tutto il potere, dove la Costituzione consente di fare ciò che si vuole quando si abbia dietro di sé la maggioranza del popolo….” Quindi non è necessario secondo questo ultimo Engels distruggere l’antico apparato per costruire il nuovo. Per meglio chiarire il pensiero di Engels è opportuno leggere queste sue parole “Lo stato nel migliore dei casi non è che un male che viene passato in eredità al proletariato riuscito vittorioso nella lotta per il predomino di classe e i cui peggiori vincoli non sarà possibile, come non fu possibile nella Comune, recidere finchè una nuova generazione cresciuta in condizioni sociali nuove e libere non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto questo vecchiume dello Stato. Il filisteo tedesco si è sentito preso nuovamente da un salutare terrore alla frase “Dittatura del proletariato”. Ebbene signori volete sapere com’è questa dittatura? Osservate la Comune di Parigi. Questa era la dittatura del proletariato!” Una strana dittatura, aggiungiamo noi. E malgrado le affermazione contrarie di Lenin Engels metteva in guardia nel 1895 la classe lavoratrice dall’insurrezionalismo pseudorivoluzionario “ E’ passato il tempo dei colpi di mano, delle rivoluzioni condotte da piccole minoranze coscienti, alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta dell’intera trasformazione è necessario avere con sè le masse, già conscie di che si tratti  e del perché del loro concorso.”

Un governo autonomo senza burocrazia non riuscì ad istaurarlo neppure la repubblica dei Soviet. Lenin che nel 1917 aveva chiesto l’abolizione dell’esercito e dei funzionari di carriera e non voleva pagare questi se non con un paga equivalente a quella degli operai, dovette presto arrendersi. Infatti i soviet da strumenti di democrazia diretta si trasformarono in breve tempo in una emanazione diretta del Partito Comunista.

Tutto questo non toglie importanza agli avvenimenti del 1871 ed agli scritti di Marx che comunque sono state una traccia per la ricerca di forme più realizzabili e concrete di partecipazione democratica.

Il 27 maggio 1871 l’ordine viene ristabilito a Parigi al terribile prezzo di circa trentamila cittadini trucidati.
Proprio per questo la Comune di Parigi ancora oggi costituisce a posteriori uno straordinario e affascinante laboratorio di politica per ciò che è stato e per ciò che ne hanno detto i padri del socialismo.

La Comune ha rappresentato un’esperienza democratica originale, un’affermazione repubblicana, forse una forma di federalismo francese, un tentativo di emancipazione sociale, un’utopia, un riferimento insurrezionale e rivoluzionario.

La Comune è tutto questo e altro ancora ed è per  questo motivo che il martirio dei federati deve portarci a credere che Essa non morirà finche ci sarà un solo uomo che crederà nella solidarietà, nella democrazia, nell’uguaglianza.

marzo 4, 2021

SFRUTTAMENTO E CLASSE!

di Franco Astengo

Pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845 ritorna in libreria (edizioni Feltrinelli), nella storica traduzione di Raniero Panzieri “La situazione delle classe operaia in Inghilterra” di Friederich Engels.

Sfruttamento e Classe: ci troviamo così nell’occasione di una rilettura di questi due termini fondamentali per la storia (e l’avvenire?) di quello che un tempo avevamo definito movimento operaio.

Un’occasione di riflessione che si presenta in un momento di grande difficoltà per le espressioni politiche, di sfrangiamento sociale, di mutazione pressoché antropologica imposta da circostanze ed eventi da molti non previsti e ignoti nella loro destinazione storica.

Nella recensione del testo, curata per il “Manifesto” da Donatella Santarone, si fa cenno a quanto scrivono i due curatori della riedizione, Donaggio e Kammerer, indicando come uno dei temi centrali del libro di Engels appaia essere quello “dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro”.

Sale subito alla mente il Sanguineti “dell’odio di classe” e ci si interroga su quanto vale oggi quell’affermazione in tempi di indefinitezza delle contraddizioni e di società non più liquida ma “gassosa”,almeno in quelli che qualche anno fa avremmo definito “ i punti alti dello sviluppo”.

L’interrogativo che principalmente dovrebbe interessarci adesso potrebbe essere così riassunto: Il mutamento che si è registrato nella condizione materiale di vita e di lavoro dal tempo in cui Engels scrisse quel testo ad oggi, è stato dovuto dall’impeto della lotta di classe o alla crescita infinita dello sviluppo produttivo oppure, ancora, quanto dal combinato disposto tra questi due fattori?

La lotta di classe vive se ci sono condizioni per un governo della politica verso lo sviluppo e non esiste quando questa capacità di governo viene meno e la politica resta ancillare rispetto alla tecniche, trasformandosi appunto in “tecnocrazia”?

Come si capirà bene l’attualità di questo secondo interrogativo appare quanto mai stringente.

Engels non aveva dubbi: lotta di classe e sviluppo (tecnologico, scientifico, industriale) dovevano camminare a fianco a fianco e da lì sarebbe nata la scintilla della trasformazione, che poi avrebbe assunto diverse forme fino al fallimento del più “forte” tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ‘900.

Così dalla lotta di classe portata dentro lo sviluppo tecnologico nacquero i grandi partiti di massa nell’Europa Occidentale fino al leniniano “Soviet più elettrificazione uguale socialismo” e all’interventismo statale della pianificazione e/o della programmazione (più o meno democratica).

Oggi l’evoluzione scientifica e la raffinatezza del comando mediatico hanno portato ad “smarrimento” determinato dall’individualismo (anche quello dei “diritti”) che agisce ormai indisturbato in un quadro di diseguaglianze complesse.

L’asimmetricità delle condizioni materiali di vita (e di sfruttamento) tra le varie parti del mondo appare come questione dominante tale da impedire, forse, di vedere oggi una dimensione compiuta e organica della lotta di classe facendo smarrire anche l’idea dello sviluppo.

Intendo affermare, con questo, che non possiamo più considerare lo scontro sociale patrimonio dell’avanzato mondo occidentale e che non basta il residuo di un “terzomondismo” condito da una sorta di esigenzialismo ambientalista per fornire alle contraddizioni una nuova miscela di lotta.

E’ rimasta tutta intera la questione irrisolta del XX secolo e che Engels non proponeva nel suo testo del 1845 (tre anni prima della pubblicazione con Marx del “Manifesto): la questione del potere e dello stato.

La traduzione di Panzieri fu pubblicata per la prima volta nel 1955 dalle edizioni Rinascita.

Panzieri in quel momento era impegnato nell’analisi con la quale elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella

fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

Rimase tutta interamente inevasa, anche allora, l’esigenza di incarnare l’analisi in una strutturazione politica.

Rileggere oggi Engels con la mente rivolta al suo traduttore può rappresentare un momento di riflessione non tanto e non solo sulle occasioni mancate e sull’impossibilità di ripetere schemi ormai desueti nella modernità ma per comprendere meglio la nuova qualità delle fratture sociali in una fase nella quale il tema del rapporto tra Potere/Stato/modello di sviluppo rimane ancora tutto da costruire, tanto più in assenza di soggettività definite e di egemonia di forti “contraddizioni in seno al popolo”, come si diceva una volta.

gennaio 24, 2021

Tomas Munzer.

Di Beppe Sarno

In questo giubilare interessato del comunismo nostrano, mi piace ricordare un personaggio fuori dal tempo che può essere definito un comunista ante litteram nato e vissuto circa cinquecento anni fa.

Il personaggio è  Tomas Munzer, di cui parla diffusamente Engels, ritenendolo uno dei maggiori rivoluzionari della storia.

Tomas Munzer nel maggio 1525 venne decapitato dopo orribili torture. Spariva così una figura di agitatore e apostolo dopo essersi battuto alla testa dei contadini tedeschi accerchiati insorti in una lotta impari contro i padroni dell’epoca. Con la morte di Tomas Munzer la guerra dei contadini che aveva sconvolto la Germania finiva miseramente. Ricercare l’origine di questa lotta e seguirne le vicende diventa necessario se si vuol conoscere in Tomas Munzer il filosofo e l’uomo politico che destò l’ammirazione e la stima di uno dei padri del comunismo.

Nel sedicesimo secolo in Germania vi era un’agricoltura arretrata, industria ed il commercio erano limitati a pochi centri ed esisteva un potere politico estremamente frastagliato. Questo decentramento politico determinava l’aggrupparsi si interessi economici per singole regioni fra loro contrastanti. I principi nati dai grandi feudatari medioevali erano di fatto indipendenti e tassavano e riscuotevano a loro piacimento. Per questi signori i contadini erano sottomessi in maniera completa ed assoluta. Le famiglie patrizie che amministravano le città ne erano di fatto i padroni assolti, le gerarchie ecclesiastiche usavano ogni mezzo che il loro enorme potere conferiva per arricchirsi: torture, rifiuto delle assoluzioni, scomunica. Nel grado più basso della gerarchia stavano i contadini.  Sui contadini pesava tutta la società: principi, funzionari, nobiltà, preti, patrizi e mercanti borghesi.

Il contadino, a chiunque appartenesse, veniva trattato come una cosa, come una bestia da soma. La sua vita era contrassegnata da balzelli da pagare a questo o a quello. Ogni arbitrio era concesso a suo danno; la pesca la caccia, la coltivazione del fondo imponevano tasse da pagare e se al principe veniva in mente di prendersi la moglie esisteva lo ius primae noctis. Chi si ribellava finiva in galera o ammazzato. “ di tutti gli edificanti capitoli del codice criminale carolino che trattano del taglio delle orecchie del taglio del naso, del cavar gli occhi, del mozzare le dita o le mani, del decapitare, dell’arrotare, dell’abbruciare, dell’attanagliare con tenaglie roventi, dello squartare, non ce n’è uno che non sia applicato dai graziosi padroni ai propri contadini!”(F. Engels: La guerra dei contadini.)

La disperazione dei contadini determinò il nascere di sette che si fecero interpreti del loro malcontento perché era diventato impossibile tollerare lo stato delle cose. La violenza divenne l’unica risposta possibile. La finalità dei vari movimenti veniva mascherata dal presupposto formale dell’eresia religiosa che predicava il ritorno allo spirito autentico evangelico  e all’uguaglianza di tutti davanti al Creatore. Sostanzialmente si chiedeva un’eguaglianza civile ed economica con l’abolizione di tutti i privilegi.

Mentre la piccola borghesia urbana si limitava a cercare un accomodamento, i contadini chiedevano una radicale inversione di tendenza. Si creò così una tendenza moderata ed una tendenza radicale cappeggiata da spiriti rivoluzionari. Lutero si fece interprete delle esigenze dei primi, mentre Munzer si schierò dalla parte dei contadini e divenne l’animatore dell’insurrezione. Lutero inizialmente incitava i suoi seguaci a “lavarsi le mani nel sangue” dei prelati della curia romana, poi quando capì che le cose prendevano un indirizzo diverso da quello da lui auspicato cominciò a predicare il vangelo della tolleranza e della calma. Malgrado le prediche di Lutero la rivolta non si fermò e rischiava di coinvolgere l’intera Germania e di sconvolgere l’ordinamento sociale. Lutero diventato frattanto il beniamino dei principi dimenticando il suo messaggio iniziale, invocò la rabbia di questi sui contadini che meritavano di essere “schiacciati, strangolati, e pubblicamente dove si può, come si ammazza un cane arrabbiato.” sicuramente se la sconfitta dei contadini può avere un padre  questo è Martin Lutero.

Non cosi Tomas Munzer!

Il giovane monaco aveva un’anima ardente battagliera, intrepida e fin dalla prima giovinezza dedicò la sua missione all’idea di redimere il popolo tedesco dalla condizione di servaggio in cui era ridotto. Appena dottore si ribellò alla curia romana predicando dovunque contro i privilegi e le sopraffazioni dei preti e dei potenti. Fu ascoltato e seguito dal popolo che si riconosceva in lui e dovunque andava la sua parola veniva ascoltata con entusiasmo. La sua dottrina subordinava la Bibbia alla ragione e negava l’esistenza dello Spirito Santo al di fuori di noi. La sua dottrina è stata paragonata a ragione alla moderna speculazione positivistica.  Comunista ante litteram la nuova società che lui predicava presupponeva la scomparsa delle classi esistenti, alle quali si doveva sostituire un’unica classe che doveva contenere tutta la collettività. La proprietà privata sarebbe dovuta scomparire a vantaggio della proprietà collettiva ed il lavoro doveva perdere il carattere di subordinazione e mortificazione che rivestiva. Nella sua visione lo Stato doveva essere la rappresentazione della volontà popolare. Non solo il cambio di paradigma non doveva avvenire solo in Germania, ma in tutta la cristianità. Munzer predicava l’insurrezione violenta delle masse salvo che le classi privilegiate non avessero acconsentito a rinunciare ai loro privilegi. Pochi decenni dopo un monaco calabrese, scriverà “La città del Sole”. Campanella condannato al carcere a vita dalle prigioni napoletana ove era rinchiuso parlerà come Munzer affermando che era giunto il momento, segnato nei cieli e indicato nelle profezie, di una riforma religiosa e politica che, nell’imminenza della fine dei tempi, portasse il cristianesimo alla sua radice universale e naturale e instaurasse una forma di governo repubblicano fondata su principî filosofici.

Desta meraviglia di fronte ai balbetti della politica odierna la  modernità di questi precursori di Carlo Marx che avevano anticipato di  secoli i principi della democrazia.

Tomas Munzer non si limitò ad essere un teorico, infatti, egli rompendo con Lutero  da lui definito la mansueta volpe di Wittemberg, di cui aveva compreso i limiti si dedicò  a preparare ed organizzare la rivolta dei contadini passando alla lotta armata. Creò una vasta lega, impartì istruzioni, percorse con i suoi fedeli anabattisti l’intera Germania e quando l’insurrezione precipitò dalla Svezia dilagando nella Turingia, nell’Eichsfeld, nell’Harz, nei ducati sassoni, nella Franconia superiore, nel Vogtland,  Munzer si fece trovare pronto a capo deli contadini. Munzer, purtroppo, non era uno stratega, ai contadini mancavano armi e comandanti in grado di elaborare strategie di guerra e quindi la rivolta si risolse in una serie di battaglie locali mentre la reazione riusciva ad organizzarsi.

Il 15 maggio 1525 Munzer venne arrestato a Frankenhausen, dove era accorso in aiuto della città ribelle. A Munzer fu riservato un trattamento particolare: insultato, ingiuriato, schernito venne suppliziato e decapitato alla presenza del vincitore, il cristianissimo langravio Filippo d’Assia. Moriva così a soli ventotto anni questa intrepida figura di apostolo e rivoluzionario. Il suo martirio è stato celebrato da grandi storici. Io voglio ricordarlo come un precursore che ha combattuto contro l’ingiustizia in un periodo storico in cui essere  dalla parte dei deboli costava la vita.