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marzo 11, 2020

 l’ Arte per l’Arte?

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Chi seguisse l’ esecuzione del concerto di Edward Elgar per violoncello e orchestra ad opera di J. Du Pré, rintracciabile su Youtube, forse non saprebbe dire se sia più affascinante la composizione in sé o l’interpretazione di quella che è stata forse la più grande violoncellista del mondo, al suo tempo. Tempo che non sarebbe tanto remoto, ( era nata nel 1945) se la sclerosi multipla non l’avesse pian piano piegata a sé e trasportata alla tomba a soli 42 anni…. Che sia vissuta per donarsi alla musica l’apprendiamo dalle memorie della sorella, sulla cui base è stato realizzato uno splendido film biografico, del regista Anand Tucker, 1998: Anand Tucker. Il film frizzante e festoso nella prima parte, concernente l’infanzia felice delle sorelle tra le mura domestiche, procede con un climax efficacissimo lungo la scalata del successo di Jackie e, presentando più volte stralci appassionatissimi del concerto di Elgar ed altro, perviene allo spannung teso e drammatico del finale, senza mai inciampare nel patetico e lacrimoso.
Le due adorabili sorelline si rivelano subito come due geni. Le vediamo crescere con la passione della musica nel sangue, e sempre più tanto legate, da riuscire a leggersi nel pensiero. E’ flautista la maggiore, Hilary, e violoncellista Jackie. Le scelte mature, però, le separeranno, per riunirle solo in prossimità della morte di Jackie, come se fossero due anime che, pur in corpi diversi, non abbiano mai smesso di vivere non solo l’una per l’altra, ma l’una nell’altra. Nate per la musica entrambe, Jackie giovanissima volerà fuori dal nido, rivelandosi un’aquila irraggiungibile, risucchiata nel vortice del mondo musicale. Hilary però è affascinata da un giovane che la sposa rendendola felice e facendola sentire una persona speciale, pur nella normalità. Una scelta, comunque, di tutto rispetto. E così, mentre Hilary conquista un suo equilibrio, Jackie si rivela eccessiva in tutto, fino a identificarsi col suo raffinato strumento, che sembra far corpo con lei sulla scena.
Si resta ammirati della somiglianza della Jackie vera e dell’attrice, bellissime entrambe, identica la postura: entrambe abbracciano il violoncello con effusione, stringendolo con tutto il corpo, mentre avvicinano il viso, bello tra i capelli sciolti, verso le corde e l’archetto, e fanno correre le dita esperte alla ricerca delle note ad una ad una. Non ci si sottrae al fascino dell’arte vissuta con tale carnalità, tutta espressa appassionatamente nelle registrazioni musicali pervenuteci.
Nella parallela ricostruzione filmica, Jackie, godendo della sua giovinezza e del successo, e nutrendosi di sola arte, sprofonda in una specie di voracità insaziabile, che la trasforma in un’adulta-bambina capricciosa che non potrà più vivere se non appropriandosi della vita scelta dalla sorella! Jackie infatti strapperà alla sorella maggiore, dietro il ricatto degli affetti, il posto di donna accanto al marito di quella, e la povera Hilary finirà per accontentare la fragile sorellina e piegare il marito ad ‘immolarsi’ . La storia poi va avanti e diviene sempre più tesa fino alla fine.
Viene da chiedersi che cosa possiamo arguire sull’origine del deviante profilo psicologico di Jackie. Appare lampante innanzitutto l’insufficienza del mito estetizzante dell’arte per l’arte: dar vita al culto della sola arte ha creato davanti a lei un idolo che la divora. Jackie è diventata la persona più sola e infelice del mondo e cade nel nonsenso : trema se è sola col violoncello ed è terrorizzata dal suono informe che esso spontaneamente produce, come se fosse un essere animato… Che sia un segno della patologia neurologica avanzante o di un vissuto anomalo non viene lasciato intendere nel film. Ma per noi pubblico non cambia il senso, per nulla. E’ il culto della perfezione in sé che non poteva non crollare. E non fa differenza se la conseguente anomalia derivi più da patologia neurologica o psicologica. Da Huysmans.. D’Annunzio…..Mann, da monsieur Des Esseints al dilettante di sensazioni Andrea Sperelli e ad Hanno Buddenbrook sappiamo quanto tale mito sia fallace: e il film lo conferma, caso mai avessimo serbato qualche dubbio. La vita ad una dimensione, si potrebbe anche definire così quella di cui parliamo, è forse vita?
E più sconcertante ancora è l’altra manifestazione di disagio esistenziale di Jackie, forse il risultato di un’antica simbiosi con la sorella, e il rimpianto per ciò che lei ha perso, ma che Hilary possiede, e che risucchia Jackie in Hilary fino a farle desiderare un uomo normale, come il proprio cognato, e non lo splendido musicista che ha sposato, il grandissimo Daniel Barenboim, nonché una vita ‘normale’, quella che ha sempre sprezzantemente deriso al cospetto di un ‘oltre’ tutto ideale, esasperatamente fittizio. Forse i conti non sempre tornano in base alle illusioni che ci trasportano…
Ma le due problematiche su cui ci siamo soffermati a lungo per penetrarle, quella dell’arte per l’arte e l’ipotesi della simbiosi tra sorelle, vanno al di là della storia filmica di due musiciste tanto simili e tanto diverse, e al di là di una ricostruzione biografica sul mito della bellezza e della musica. Appaiono, su un piano umanamente universale e calato nell’oggi come nell’ieri e come sempre, come un sondaggio dolente nella psiche umana, che nei grandi come nei piccoli esseri viventi, negli artisti o nei travet che siamo, rivela che male e bene, bello e brutto, sublime e piccino, dolore e gioia formano un intreccio inestricabile, che affonda nelle lontane radici di una vita che è mistero. Ed è su questo mistero che si chiude il film, che non strappa lacrime, ma fa riflettere. E fa godere delle musiche più belle e appassionate che possano esserci!

Gina