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agosto 16, 2013

Divina commedia, Purgatorio canto V°

Il canto quinto del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge nell’Antipurgatorio, dove le anime dei negligenti (morti di morte violenta) attendono di poter iniziare la loro espiazione; siamo nel pomeriggio del 10 aprile 1300 (Pasqua), o secondo altri commentatori del 27 marzo 1300.

Questo è il canto del corpo, infatti tutto ruota attorno a questo tema. Dante dà al corpo una grandissima importanza: come questo ha sofferto sulla terra così dovrà, alla fine dei tempi, godere della somma beatitudine in cielo.

 

Rimprovero di Virgilio – vv.1-21

 

 

Dante, seguendo Virgilio, si allontana dalle anime dei pigri fin quando una di queste lancia un grido di meraviglia poiché i raggi del sole non riescono a trapassare il corpo del poeta e ne proiettano l’ombra sul terreno. Alle parole del penitente Dante si volge e vede le anime guardarlo meravigliate, ma Virgilio lo richiama con dolce fermezza ricordandogli che l’uomo proteso ad un fine non deve lasciarsi distrarre ma deve perseguirlo con decisione. Dante non può non accogliere l’invito del maestro, perché riconosce la verità dell’osservazione.

 

I negligenti morti di morte violenta – vv. 22-63

 

Dante e Virgilio si trovano nell’antipurgatorio e sulle pendici del monte incontrano una nuova schiera di anime che intona il salmo “Miserere“. Esse sono le anime di coloro che sono morti di morte violenta e si sono pentiti solo in fin di vita. Vedendo Dante sono colte da desiderio di sapere il motivo per cui egli, essendo vivo, si trova nel Purgatorio.

 

Jacopo del Cassero – vv. 64-84

 

Il primo interlocutore di Dante è Jacopo del Cassero. Questi nacque a Fano nel 1260 e nel 1289 partecipò alla battaglia di Campaldino, dove probabilmente conobbe Dante. Difese Bologna, città di cui era podestà (129697), dagli attacchi di Azzo VIII, signore di Ferrara. Nel 1298 venne eletto podestà di Milano e per raggiungere la città decise di passare da Venezia via mare e poi proseguire per terra, per evitare i territori dell’avversario. Nonostante ciò, mentre si trovava nel padovano venne raggiunto dai sicari di Azzo VIII e ucciso.
Jacopo chiede a Dante, se passerà per Fano, di ricordare ai suoi parenti di pregare per lui affinché il tempo da trascorrere nell’antipurgatorio finisca.

 

Bonconte da Montefeltro – vv. 85-129

 

Un’altra anima chiede a Dante di pregare per lei: essa appartiene a Bonconte da Montefeltro. Bonconte (in uno dei passaggi più vibranti dell’intera Commedia) sottolinea che, se in vita era appartenuto alla casata dei Montefeltro, ora egli è semplicemente se stesso, attraverso la formula “io fui di Montefeltro, io son Bonconte”(Vv.88); è quindi evidente un distacco totale dalla dimensione terrena. Bonconte nacque dal conte ghibellino Guido da Montefeltro (che Dante colloca nell’inferno tra i consiglieri fraudolenti) e partecipò alla cacciata dei Guelfi da Arezzo nel 1287. Ad Arezzo fu a capo dei Ghibellini contro i Senesi. Morì nella battaglia di Campaldino nel 1289, ma il suo cadavere non fu mai trovato. L’anima narra della sua cruenta morte e dell’invocazione a Maria per il perdono dei peccati in fin di vita. Specifica il luogo in cui morì esangue in seguito alle ferite ricevute: nel Casentino, nel punto in cui scorre l’Archiano affluente dell’Arno.

 

Questi penitenti sono accomunati dal sangue, che segna l’atmosfera di estrema violenza di quegli anni. Particolare è il ricordo di Bonconte sulla disputa avvenuta dopo la sua morte tra il diavolo e un angelo: entrambi reclamavano l´anima: l’angelo affermava che lui doveva avere l’anima perché Bonconte si era pentito, mentre il diavolo sosteneva che fosse un’ingiustizia perdonarlo dopo una vita trascorsa nel peccato. Il diavolo, sconfitto, vuole vendicarsi sul corpo di Bonconte. Provoca un violento temporale che fa straripare le acque che a loro volta si dirigono verso l’Arno. Il corpo viene così straziato dalla furia della corrente e trascinato affinché le braccia di Bonconte, poste a forma di croce sul petto, si sciolgano.

 

Pia de’ Tolomei – vv. 130-136

 

Una terza anima chiede a Dante di pregare per lei una volta ritornato in terra: appartiene a Pia dei Tolomei, ed enuncia gentilmente e brevemente al pellegrino il luogo in cui nacque, Siena, e in cui fu uccisa, la Maremma. Allude attraverso una perifrasi al suo assassino: il marito. La donna era forse una nobile di Siena appartenente alla casata dei Tolomei, e, secondo ricostruzioni mai pienamente verificate storicamente, morta nel 1297 per mano del consorte, signore del castel di Pietra in Maremma. Sono state avanzate alcune ipotesi sul motivo dell’assassinio: alcuni storici antichi ritengono che Nello dei Pannocchieschi, il marito, l’abbia uccisa per risposarsi con Margherita Aldobrandeschi, secondo altri in seguito all’infedeltà della moglie.

 

L’unica analogia tra i personaggi è la morte violenta subita e il pentimento avvenuto in punto di morte. Bonconte e Iacopo del Cassero sono entrambi morti in seguito a battaglie o avversioni di altri nobili e manifestano sentimento e coinvolgimento nel raccontare la loro storia a Dante. Il periodo in cui i due hanno vissuto è caratterizzato da lotte per il potere tra i vari signori italiani. Al contrario Pia dei Tolomei assume un tono recriminatorio verso il suo uccisore, sembra infastidita dal fatto che prima egli la prese come sposa e successivamente la uccise. L’atteggiamento della donna nel raccontare la propria storia a Dante è distaccato e freddo, come a sottolineare il suo completo distacco dalla vita e dal mondo terreno; è l’unica, tuttavia, dalla quale traspare un velo di cortesia, chiedendogli di farle il favore di ricordarla in terra solo dopo essersi riposato dal lungo viaggio.

 

agosto 12, 2013

La Divina Commedia. Purgatorio, canto IV° (I Negligenti; Belacqua). Le

Il canto quarto del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge nell’Antipurgatorio, dove i negligenti (che tardarono a pentirsi per pigrizia) attendono di poter iniziare la loro espiazione; siamo nel mattino del 10 aprile 1300 (Pasqua), o secondo altri commentatori del 27 marzo 1300.

Il primo balzo dell’Antipurgatorio – versi 1-54 [modifica | modifica sorgente]

Parlando con Manfredi, Dante neppure si accorge del trascorrere delle ore; finché, dopo circa tre ore (il sole aveva percorso cinquanta gradi), le anime degli scomunicati indicano a lui ed a Virgilio l’ingresso di un sentiero che porta verso l’alto. La via è stretta e molto erta; Virgilio sprona il suo protetto a non deviare il cammino e a non arrendersi almeno fino al balzo poco più sopra, dove finalmente giunti possono sedersi e guardare con soddisfazione, ad oriente, l’ostacolo superato.

Spiegazioni dottrinali di Virgilio: il corso del sole… – vv. 55-84 [modifica | modifica sorgente]

Dante, ammirando lo spettacolo davanti a sé, nota con stupore che il sole si trova alla sua sinistra, ovvero a nord del punto d’osservazione (mentre a casa sua, nell’emisfero boreale e a nord del tropico del Cancro, esso si è sempre trovato a sud). Virgilio spiega la situazione con una serie di argomentazioni astronomiche e geografiche; tra l’altro, Dante comprende di trovarsi agli esatti antipodi di Gerusalemme, sicché tutti i fenomeni celesti devono essere debitamente ribaltati (ivi compresa, quindi, la posizione del Sole rispetto all’equatore celeste).

… e la natura del monte del Purgatorio – vv. 85-96 [modifica | modifica sorgente]

Rispondendo a un’altra domanda, Virgilio spiega inoltre che la salita andrà via via addolcendosi, mentre quello corrente è invece il momento iniziale ed il più ostico; perciò si sarebbe dovuto perseverare nella salita fino a quando si sarebbe addolcita tanto da permettere un meritato riposo.

Belacqua – vv. 97-139 [modifica | modifica sorgente]

Una voce interviene a chiosare ironicamente la spiegazione della guida di Dante: “Ma, forse, sentirai bisogno di riposarti ben prima di quel momento!” Nascoste da un enorme masso, sulla sinistra, si trovano le anime dei negligenti, che ora aspettano di accedere al Purgatorio scontando il loro pentimento colpevolmente tardivo. Quello che aveva gridato se ne sta con la testa sulle ginocchia, punzecchiando con corte parole il nuovo arrivato e la sua foga di salire; gli chiede con divertita pigrizia se “hai ben veduto come ‘l sole/ da l’omero sinistro il carro mena?”. Il poeta, riconosciutolo come Belacqua, sorridendo nota come l’amico perso sia stato ritrovato nell’aldilà senza che neppure un poco dei suoi vizi si fosse diradato. Il canto si conclude con la spiegazione dell’anima: inutile affannarsi, già è deciso che avrebbe dovuto aspettare lì tanti anni quanti quelli della sua vita (a meno che qualche anima pia non avesse pregato per lui, abbreviandone l’attesa). Spinto da Virgilio, Dante riprende quindi la dura ascesa.

agosto 11, 2013

PURGATORIO – Canto III° (parte 1e 2)

L’inizio della salita – versi 1-45

Dopo che le anime del purgatorio sono state rimproverate da Catone per aver tardato il cammino di espiazione per ascoltare la canzone di Casella, Dante e Virgilio vanno verso la montagna. Virgilio è ancora pieno di rimorso per l’errore che ha commesso (quello di aver ascoltato anche lui la canzone di Casella). Dante ad un tratto vede solo la sua ombra e non quella di Virgilio e teme che il suo maestro lo abbia abbandonato ma non è così, infatti il maestro gli spiega che il suo corpo fu portato da Brindisi a Napoli: ossia nella sua tomba. La luce del sole, come passa per i cieli del paradiso senza trovare ostacoli, così passa attraverso le anime e non permette loro di fare ombra. Come poi esse, che sono immateriali, possano soffrire le pene del purgatorio e dell’inferno, questo non lo sa. Lo sa solo la virtù divina che però non vuole svelarci tutto perché se avessimo potuto saper tutto Maria non avrebbe avuto bisogno di partorire. Molti filosofi dell’antichità come Platone e Aristotele tentarono di conoscere tutto e ora il loro desiderio di conoscenza è diventato la loro pena eterna. E qui Virgilio si interrompe e turbato (perché si sente tirato in causa) non aggiunge altro.

Gli scomunicati – versi 46-102

Dante e Virgilio arrivano finalmente alla montagna del purgatorio. Il problema è che è troppo ripida, così ripida che in confronto ad essa i dirupi più scoscesi d’Europa (che si trovavano in Liguria e nell’Appennino emiliano) sembrano delle scale facili da salire. Impossibilitati a salire Dante e Virgilio provano a trovare una soluzione. Virgilio prova con la sua ragione e volge gli occhi verso il basso mentre Dante guarda verso l’alto e scorge delle anime di penitenti. Dice al maestro che se non riesce a trovare una soluzione da solo forse è meglio chiedere alle anime dove la salita è meno ripida. Virgilio e Dante si dirigono verso le anime che il Dante narratore paragona a un gregge. Questo “gregge” va molto lento e si trova a una grande distanza dai poeti. Dante scopre che queste anime sono gli scomunicati.

Si può notare in questa parte del canto come il ruolo di Virgilio quale guida per il pellegrino Dante venga a mancare. In effetti, ora il poeta latino si trova in un luogo che non ha mai visitato, a causa della sua pena divina (il restare nel Limbo). Sul piano allegorico, la Ragione, rappresentata da Virgilio, man mano che si avvicina a Dio, si smarrisce sempre più, poiché essa non è stata creata per comprendere il suo mistero (che, secondo Dante, è comprensibile solo per via diretta tramite l’estasi mistica, che proverà infatti nell’ultimo canto del Paradiso). L’azione giusta da compiere per avvicinarsi a Dio, quindi, non è il ragionare a testa bassa come fa Virgilio, bensì guardare verso l’alto, verso l’amore divino.

Manfredi – versi 103-145

Tra gli scomunicati c’è un bel giovane con due ferite, una delle quali al petto, descritto come “biondo, bello e di gentile aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso”. Questo bel giovane chiede a Dante se lo ha mai visto. Dante risponde di non sapere chi sia e il giovane gli racconta la sua storia. Egli è Manfredi, figlio di Federico II e nipote di Costanza d’Altavilla. Manfredi cita la figlia Costanza, madre di Giacomo e Federico, rispettivamente re di Aragona e di Sicilia. Manfredi racconta “orribil furon li peccati miei” e di essere stato scomunicato da vari papi. Morì in battaglia nel 1266 a Benevento ma in punto di morte si pentì e il Signore lo perdonò mandandolo nel Purgatorio invece che all’Inferno. I papi invece non lo perdonarono, tanto che il vescovo di Cosenza, incaricato da papa Clemente IV[1], fece dissotterrare le sue ossa (Or le bagna la pioggia e move il vento), che furono poi trasportate a ceri spenti e capovolti, come nei funerali degli eretici, lungo il fiume Verde (identificabile secondo Benvenuto e molti altri critici moderni con il Liri o il Garigliano). Manfredi chiede a Dante di raccontare quello che ha detto a sua figlia Costanza e di dirle che lui stesso si trova nel Purgatorio, se altro si crede nel mondo dei vivi, e di chiederle di pregare per lui, perché più si prega per un’anima del Purgatorio più il tempo di espiazione diminuisce. Con Manfredi, i credenti riescono a capire la grande bontà di Dio che abbraccia tutti coloro che si sono pentiti in fin di vita.

luglio 31, 2013

Dante, la divina commedia, II° canto del Purgatorio.

Il canto secondo del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge sulla spiaggia ai piedi della montagna del Purgatorio, dove arrivano le anime per iniziare la propria espiazione; siamo all’alba del 10 aprile 1300 (Pasqua), o secondo altri commentatori del 27 marzo 1300.

È l’alba, descritta con molti particolari astronomici e già il cielo da vermiglio diventa dorato, quando ancora i due poeti si guardano intorno alla ricerca del cammino migliore da intraprendere, sulla spiaggia del monte del Purgatorio. Improvvisamente notano l’avvicinarsi di un punto luminosissimo che si muove a grande velocità, finché non riconoscono un angelo che, con la sola forza delle ali eterne ed immacolate, fa avanzare l’imbarcazione nella quale sono trasportate dalla foce del Tevere fino all’isola del Purgatorio le anime destinate alla redenzione. Come i due poeti, anche le anime che approdano sono spaesate.

Le anime si accorgono che Dante è ancora vivo e si accalcano attorno (come la folla fa attorno ad un uomo con un ramo d’ulivo in mano, dice Dante), e fra esse lo riconosce il musico fiorentino Casella. Si abbracciano – o cercano di farlo: Dante infatti, quasi traducendo un verso del libro VI dell’Eneide, esprime come inutilmente tenti di abbracciare quell’anima intangibile -; quindi Casella spiega perché solo ora arrivi al Purgatorio (infatti l’angelo, secondo la volontà di Dio, non accoglie sempre immediatamente le anime dei morti: ma ora che è iniziato il Giubileo egli le traghetta tutte). Dante, ricordandosi dei bei tempi, prega il musico di intonare una canzone che dia sollievo alla sua anima affannata dal viaggio attraverso l’Inferno. Casella intona una canzone del Convivio, «Amor che ne la mente mi ragiona», con tale dolcezza che tutti rimangono estasiati ad ascoltare, ma all’improvviso irrompe Catone a rimproverare le anime e a spronare verso il cammino di redenzione loro, ma implicitamente anche Dante. La folla dopo il richiamo di Catone si disperde e torna sui suoi passi.

 

luglio 27, 2013

Dante, Divina Commedia, canto II purgatorio.


Il Purgatorio è la palestra dove la volontà fa i suoi duri esercizi sotto lo sguardo severo di Catone, la volontà di alleggerirsi della grave condensazione della materia infernale, dall’oggetto distogliere lo sguardo per posarlo sull’altro, in una relazione che di rimando in rimando guarda alla totalità degli uomini.
Se l’inferno è Possessione, rappresentazione statica ed immutabile data in eterno, il purgatorio attiene alla Relazione, relazioni io — tu e noi — voi, oltre che al soggetto, all’io-pensante, e posto che non si può pensare senza segni, si potrebbe considerarlo come regno della semiotica, forse, che sta in mezzo tra la cieca percezione sensibile e l’interpretante logico, Dio, che risiede nell’empireo della conoscenza sotto il nome di Verità.
Il Purgatorio è pertanto il regno di un’umana comunità di anime, quando l’inferno indicava soltanto l’identità con la materia, la fisica della natura, il determinismo di una azione meccanicamente perenne; nel luogo dell’umano v’è ancora la materia, ma qui, quel che conta ora, è la relazione (d’amore, d’affetto, di simpatia, di amicizia di lontananza, ecc) che si instaura tra uomo e uomo (viventi o deceduti) in un rapporto dialogico.
Fermo restando che l’inferno e il purgatorio appartengono ambedue al Regno della Fisica, uno v’appartiene nella materia bruta, l’altro fino al limite delle cause determinanti e l’inizio della libertà, dove comincia l’uomo, non nel senso che oltrepassato quel limite cessano le leggi deterministiche che legano alla materia, ma nel senso che rientra nella pienezza delle prerogative umane la facoltà di non dare loro cura, non dare loro ascolto, prescindere da esse.
E’ grazie alla prescissione dall’oggetto come scopo, contemplato senza concetto, che può aprirsi nel regno dei sogni, dei canti, dell’amicizia, il fiore più umano della bellezza e i canti del purgatorio sotto l’aspetto del bello è il cantico più riuscito.
De Sanctis si domandava se il purgatorio sovrastà o sottostà di bellezza l’inferno, ma non si sarebbe posto la domanda se si fosse rappresentato la Montagna come il regno dove ha dominio l’umano e la Bellezza, appunto, è riferita esclusivamente all’uomo, parimenti la Libertà, ma essa viene conquistata al termine della salita, dopo il purgatorio e la cancellazione delle P, dopo l’attraversamento del fuoco e prima del Paradiso Terrestre: è qui che Dante festeggia il trionfo, poiché ora può agire incondizionatamente, senza riguardo agli appetiti e ai piaceri del corpo; può finalmente mettere il libero timone della ragione sulla rotta del cielo, tra le vette eccelse della morale, la santità del Paradiso.
Bellezza e Libertà vanno a braccetto nell’Eden, in seguito, nei cieli, la bellezza trasmoda e la libertà diviene, senza sforzo, totale adesioni ai precetti divini, la Morale, appunto, del Cristallino.

luglio 12, 2013

LA DIVINA COMMEDIA inferno,canti da 25 a 30

Il canto ventottesimo dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, ove sono puniti i seminatori di discordie; siamo al pomeriggio del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

luglio 10, 2013

Vittorio Gassman legge il canto di Ulisse XXVI° canto dell’Inferno

luglio 5, 2013

La Divina Commedia. Inferno, canto XX° (Indovini e Maghi). Lettura di Giorgio Albertazzi.

Il canto ventesimo dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio, ove sono puniti gli indovini e i maghi; siamo all’alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Dante, dopo una descrizione generale, indica tra i peccatori, attraverso le parole di Virgilio, cinque indovini antichi (quattro dei quali mitologici) e tre moderni. Durante la presentazione dell’indovina Manto c’è una lunga digressione sulle origini di Mantova.

giugno 24, 2013

Gassman Legge Dante – La Divina Commedia – Inferno – Canto XIII

giugno 8, 2013

Dante – Canto settimo dell’Inferno.